Le più antiche vestigia di quella che poi sarà la leggenda di Gog e

Magog si trovano nell'Antico Testamento. Il nome di Magog comparisce

per la prima volta nel Genesi (X, 2) come quello del secondo figlio

di Jafet, ed è appropriato anche al popolo che discende da lui. Di

Gog non è ivi fatta menzione; ma nei Numeri (XXI, 33, 34, 35) e nel

Deuteronomio (III, 1 segg.) è ricordato un gigante per nome Og, re di

Basan, vinto ed ucciso da Mosè. Se il nome di Og abbia attinenza con

quello di Gog è cosa che lascio esaminare ad altri.

Quali genti designasse col nome di Magog l'autore del Genesi noi non

sappiamo, ma egli non rannetteva ad esso nessuna tradizione o credenza

particolare. Ricordato per semplice ragion genealogica ed etnografica,

quel popolo non veniva in più stretta relazione col popolo d'Israele,

non acquistava ingerenza nei fatti di questo. Anzi è da credere che

quel nome non contenesse in origine, e per molto tempo di poi, nessuna

designazione particolare e precisa, ma solo una designazione generica e

vaga, e che riferito per consuetudine a genti poco note e lontane, esso

fosse capace di ricevere quella più opportuna applicazione diretta che

dagli avvenimenti storici potesse essere suggerita.

La leggenda, o, a dir meglio, la prima immaginazione da cui quella

mosse, comincia a prender forma in Ezechiele, e sino dalle origini sue

mostra il carattere apocalittico che serberà poi lungamente traverso

alle variazioni successive. Nelle profezie di costui è una vera e

propria apocalissi, nella quale formidabili sciagure si minacciano

al popolo d'Israele (XXXVIII e XXXIX). Gog, re del paese di Magog,

piomberà a capo di moltitudine sterminata su quel popolo pervertito,

e, strumento dell'ira divina, ne farà lacrimevole scempio. Egli verrà

co' suoi giù dal settentrione, e raccoglierà ancora sotto di sè i

popoli della Libia e dell'Etiopia, e tutti gl'idolatri e i pagani della

terra. Ma compiuta la lor missione, i barbari soggiaceranno a lor volta

all'ira del cielo e saranno tutti distrutti.

Quando profetava tali calamità Ezechiele aveva presente alla memoria la

terribile invasione degli Sciti, che sul finire del VII secolo a. C.

desolò la Palestina, e di cui era stato spettatore. Il dominio da lui

assegnato a Gog corrisponde esattamente, sotto il rispetto geografico,

a quello che, dopo la invasione appunto, fu il dominio degli Sciti,

e la descrizione ch'egli fa dei barbari seguaci di colui concorda in

tutto con quella che degli Sciti fa Geremia (I, IV, V, VI). Nè basta.

Il nome stesso di Gog pare sia stato suggerito ad Ezechiele da quella

invasione, giacchè sopra certi cilindri del regno di Assurbani-Abal,

contenenti relazioni storiche di questo principe, è ricordato il nome

Gàgu, quale nome del re degli Sciti[965].

La leggenda fatidica così presentata da uno dei profeti maggiori, da

quello tra tutti le cui parole più profondamente scossero gli animi dei

contemporanei e dei posteri, non poteva più smarrirsi. Il popolo, a'

cui futuri destini essa veniva a legarsi, non doveva più dimenticarla,

anzi doveva nella tradizion vivace che la custodiva, svolgerne e meglio

determinarne alcune parti, accrescerne in generale la portata: di guisa

che, offerendosi, in successo di tempo, nuova occasione a predizioni

apocalittiche, quella leggenda doveva in modo assai naturale venire

a prendervi posto e acquistare nuova e maggiore importanza. E tale

occasione non mancò. Sei secoli circa dopo Ezechiele noi ritroviamo Gog

e Magog nell'Apocalissi, e, salvo alcuna alterazione di poco conto, la

leggenda loro è quella stessa di prima. Parlando degli ultimi tempi

l'autore dell'Apocalissi dice (XX, 7-10) che, consumati i mille anni

della sua prigionia, Satana, prosciolto, trarrà a sè le genti che

sono sparse ai quattro angoli della terra, cioè Gog e Magog, il cui

numero è come l'arena del mare, e le condurrà a combattere i fedeli

di Dio. Esse si riverseranno sulla faccia della terra, e stringeranno

d'assedio la città di Gerusalemme, finchè il fuoco celeste piomberà

su di loro e le divorerà, e Satana e il falso profeta e la Bestia,

precipitati nel profondo d'inferno, saranno dati in preda ai tormenti

senza fine. L'Apocalissi, informata di uno spirito essenzialmente

giudaico, attingeva senza dubbio questa parte della visione sua dalla

tradizione giudaica. Ma se noi la paragoniamo con la fonte prima,

ch'è la profezia di Ezechiele, ci avvediamo subito di una variante, la

quale si perpetua poi nella leggenda. Ezechiele nomina esplicitamente

Gog quale re di Magog; nell'Apocalissi invece Gog e Magog sono due

popoli. Si potrebbe credere che San Giovanni, o chi altri sia l'autore

dell'Apocalissi, ponendo a capo dell'ultima ribellione del male lo

stesso Satana, e non avendo pertanto più bisogno di un particolare

condottiero delle genti reprobe, avesse scientemente e di suo arbitrio

tolto di mezzo il re Gog, divenuto inutile, e adoperato il nome di

costui, il quale, già da gran tempo fermato nella tradizione, non

poteva esserne facilmente espulso, a denotare genti compagne a quelle

di Magog. Se non che tale ipotesi è subito contraddetta dal fatto

che nelle leggende giudaiche nate, senza dubbio in varii tempi, dalla

immaginazione primitiva, e nelle maomettane che da quelle derivano,

i nomi di Gog e Magog compajono tutt'a due quali nomi di popoli;

e poichè non è da credere che gli Ebrei volessero accettare da un

libro cristiano quella variazione fatta al testo biblico, gli è forza

ammettere che l'autore dell'Apocalissi la traesse egli dalla tradizione

giudaica, per ragioni che sarebbe assai malagevole rintracciare,

alterata a quel modo. Ma dove l'Apocalissi più si discosta da Ezechiele

si è nello stabilire le connessioni, le ragioni, il tempo di quella

minacciata irruzione di genti barbare. La profezia di Ezechiele non

si stende oltre il consueto orizzonte storico e morale delle profezie

giudaiche in genere, e l'avvenimento vaticinato da costui può dirsi

assai più un avvenimento di storia particolare che non di storia

universale. Il profeta non ha l'occhio che al suo popolo, il solo

eletto, e la irruzione ch'egli ad esso minaccia non è se non una delle

tante prove, poniamo pure che sia più grave dell'altre, con cui Jehova

il corregge e lo richiama sulla retta via. Quando abbia, con soffrire

il meritato castigo, purgato le molte sue colpe, il popolo d'Israele

tornerà nel primo suo flore, e i nemici suoi, strumenti inconsci della

giustizia divina, saranno spersi e distrutti. Il tempo che condurrà

tali vicende non è dal profeta indicato; esso appartiene forse ad

un avvenire lontano ancora, ma è ad ogni modo compreso nella serie

dei tempi storici, a' quali non si pone preciso e sicuro fine. Ben

altrimenti nell'Apocalissi. Non più il popolo d'Israele, ma la Chiesa,

cioè la comunità universale dei credenti, dovrà un giorno sottostare

alla minacciata invasione, e questa non sarà il giusto castigo di Dio,

provocato dalle reità della terra, ma un ultimo conato di Satana, volto

a distruggere, sulla terra appunto, il regno di Dio. E ciò avverrà

dopo il millenio; e quando questa prova suprema sarà superata, si

chiuderà l'ordine dei tempi, e sarà rinnovato il mondo, e comincerà

il regno senza fine della Gerusalemme celeste. Tale nuovo riferimento

e tale nuova projezione della leggenda sono, senza dubbio, l'opera

personale dell'autore dell'Apocalissi, sia pure che a lui ne potesse

anche venire qualche incitamento d'altronde[966]. Finalmente, se col

nome di Magog, nella profezia di Ezechiele, sono più particolarmente

designati gli Sciti, come dagli avvenimenti del tempo era in maniera

assai ovvia suggerito, nell'Apocalissi ogni designazione reale e

diretta di tale natura pare che debba fare difetto. Tuttavia qui cade

in acconcio una considerazione. Se è vero, come ormai sembra fuori

di dubbio, che l'autore dell'Apocalissi muova, nel motivare e nel

costruire la sua visione escatologica, dagli stessi fatti de' tempi

suoi, e che l'Anticristo da lui prodotto sulla scena paurosa degli

ultimi giorni altri non sia che il Nerone redivivo della leggenda

popolare romana, non è certo improbabile che egli abbia avuto dinnanzi

alla mente alcun'altra particolarità di questa leggenda medesima; ed

anzi che per alcuna ciò veramente accadesse abbiamo nella scrittura di

lui le irrefragabili prove. Nel c. XVI, v. 12, di essa si legge che un

angelo disseccherà il corso dell'Eufrate per dar passaggio ai re che

dall'Oriente moveranno in soccorso della Bestia, cioè di Nerone. Ora è

questa una allusione manifesta a quella parte della leggenda popolare

dove si narrava il ritorno trionfale di Nerone alla testa dei Parti.

Questi pertanto, nella mente dell'autore dell'Apocalissi, dovevano

apparire quali i naturali seguaci e fautori dell'Anticristo, quali

i campioni predestinati del male, e forse una cosa sola con le genti

di Gog e Magog. E poichè, secondo gli antichi geografi, i Parti erano

legati in istretta parentela con gli Sciti, l'autore dell'Apocalissi

sarebbe venuto, per una coincidenza curiosa, a designare coi nomi

di Gog e Magog presso a poco quella razza medesima che col solo nome

di Magog era stata designata da Ezechiele. Ma è questa una semplice

congettura su cui non giova fermarsi più lungamente.

Dalla profezia di Ezechiele e dall'Apocalissi la leggenda di Gog e

Magog passa nella gran corrente della letteratura patristica, dove

noi la ritroviamo, ma nella forma, com'è del resto naturale, che essa

aveva presa in quest'ultima scrittura. L'opinione che per il Magog

della prima e per il Gog e Magog della seconda dovessero intendersi

gli Sciti, opinione, per quanto riguardava Magog, già da lungo tempo

accolta nella tradizione delle scuole giudaiche, si conferma e si

universalizza. Giuseppe Flavio, il quale parla dei soli Magogi della

etnografia del Genesi, dice che da essi ebbero origine gli Sciti,

alla cui gente appartengono anche i Sarmati e gli Alani[967]. San

Gerolamo ricorda così fatta opinione, ma dice espresso che essa è

più specialmente seguitata dai Giudei e dai cristiani giudaizzanti:

«Judaei et nostri judaizantes putant Gog gentes esse scythicas, immanes

et innumerabiles, quae trans Caucasum montem el Maeotidem paludem et

prope Caspium mare ad Indiam usque tenduntur»[968]. Andrea, vescovo

di Cesarea (V sec.?) la ricorda invece come una opinione seguitata

da alcuni degli antichi, e dice gli Sciti chiamarsi con altro nome

Unni[969]. Sant'Agostino nega recisamente che per Gog e Magog sia da

intendere una gente barbarica particolare[970]; ma, ciò nulla meno,

la opinione giudaica continuò ad essere la opinione prevalente[971].

Vero è che, insieme con questa, altre opinioni ebbero corso. Secondo

Eusebio, Magog e Celti erano tutt'uno; nei Libri Sibillini Gog e Magog

sono identificati cogli Etiopi. All'irrompere dei barbari nell'impero

romano molti certo dovettero credere che questi fossero gl'invasori

annunziati dalle profezie. «Scio quendam Gog et Magog ad Gotorum nuper

in terra nostra vagantium historiam retulisse», dice San Gerolamo[972];

e Sant'Ambrogio accoglie la credenza qui accennata[973], la quale,

dopo il V secolo, si ritrova nel Talmud di Gerusalemme e in altri

libri giudaici[974]. Teodoreto, per contro, crede che la profezia

di Ezechiele siasi avverata al tempo dei Maccabei, o dopo il ritorno

degl'Israeliti dalla schiavitù di Babilonia.

Di Gog e Magog si ragiona, com'è naturale, in tutti i commentarii

sopra l'Apocalissi, ma le immaginazioni che li riflettono si vanno

mano mano adattando alle nuove credenze, o seguono i nuovi indirizzi

della coscienza cristiana. Avvenuta la conciliazione tra la Chiesa e

l'Impero nel IV secolo, l'Apocalissi, la quale era tutta piena di un

odio implacabile contro Roma, perdette molta dell'antica sua voga, ed

anzi la Chiesa d'Oriente la dichiarò senz'altro libro apocrifo[975].

Dopo Lattanzio, il quale fu veramente l'ultimo dei grandi chiliasti,

il chiliasmo che è la dottrina fondamentale dell'Apocalissi, andò del

continuo perdendo aderenti, e i Padri più insigni, come San Gerolamo

e Sant'Agostino, apertamente e con disprezzo lo rigettarono. In

pari tempo si veniva elaborando su altre basi che non fossero quelle

dell'Apocalissi, una più complessa dottrina dell'Anticristo, la quale

doveva necessariamente alterare, per la parte sua, l'ordinamento e

l'economia del gran dramma escatologico. Soppresso il millennio, le

parti già disgiunte dall'azione si raccostavano. Mentre nell'Apocalissi

l'Anticristo, precipitato insieme col falso profeta nello stagno dello

zolfo ardente (XIX, 20), più non comparisce nell'azione ultima che

al millennio sussegue, e nella quale Satana sommuove da solo le genti

barbare, nella nuova immaginazione che si viene formando Satana lascia

il luogo e l'opera all'Anticristo, sotto a' cui ordini quelle genti

allora naturalmente vengono a porsi.

Ma gli è probabile che nemmeno dopo queste alterazioni la leggenda

avrebbe mai conseguito nella coscienza popolare molta perspicuità

e risonanza. Come leggenda essa aveva un grave difetto: era troppo

speculativa e dottrinale, e mancava di quella salda base storica, di

que' nessi efficaci col mondo cognito senza di che le leggende han

corta vita. La fantasia non sapeva come rappresentarsi quei popoli

di Gog e Magog di cui nè la stanza, nè l'essere, nè i costumi si

conoscevano. Nessuno mai li aveva veduti; essi erano come fuori del

mondo, e poteva nascere il dubbio, e nacque veramente in alcuno,

che non fossero già uomini, ma simboli, e personificazioni delle più

perverse tendenze della umana natura. La leggenda abbandonata a se

stessa avrebbe pertanto languito nella dubbiosità di una immaginazione

incircoscritta, e non avrebbe mai avuto l'importanza che ebbe di poi,

e non si sarebbe mai così efficacemente mescolata alla vita presente e

reale, come si mescolò, se non si fosse in buon punto scontrata e fusa

con un'altra finzione, che le comunicò nuovo vigore e la sostentò di

quanto le aveva fatto sino allora difetto. Qui si chiude propriamente

la leggenda biblica e s'apre la leggenda epica.

§ II.

_La leggenda epica._

Alessandro Magno è indubitabilmente il massimo degli eroi leggendarii.

Nata mentr'egli era ancora in vita, o subito dopo la sua morte, la

leggenda meravigliosa delle imprese da lui compiute, e delle corse

avventure in Europa, in Africa, in Asia, non cessò di crescere e

di metter sempre nuove propaggini, sino a Rinascimento inoltrato

in Occidente, e per un tempo anche più lungo in Oriente, dove la

generazione delle nuove favole dentro di essa dura forse tuttora.

Io non ho da ricercare in qual modo siasi venuta formando questa

complessa e vigorosa leggenda; ma tra le finzioni innumerevoli, varie

per origine, per età, per carattere, di cui essa si compone, una ve

n'ha che appartiene al mio argomento, e a cui fa d'uopo rivolgere

ora l'attenzione. Secondo questa finzione, presa nella forma sua già

matura, e avuto riguardo al solo concetto generale di essa, i popoli di

Gog e Magog furono da Alessandro Magno rinserrati fra le gole di monti

insuperabili, d'onde non usciranno se non imminente la fine del mondo,

per dare ajuto all'Anticristo.

Si potrebbe credere che il serramento di Gog e Magog sia stato

attribuito ad Alessandro Magno solo in virtù di quella generale

tendenza che portava gli spiriti ad accrescere sempre più il numero

delle meravigliose imprese compiute dall'eroe, e senza che vi fosse

nessuna più particolare ragione per farlo. Ma sarebbe questo un errore.

Alessandro non entra direttamente nella leggenda di Gog e Magog, ma

vi entra attraversando un'altra leggenda, la quale fu in origine del

tutto estranea a quella. Nella finzione epica testè enunciata, vengono

a comporsi insieme due diverse finzioni, le quali vissero un tempo

separate; l'una è la leggenda biblica, di cui ho parlato, l'altra è

una leggenda eroica di cui, prima di procedere oltre, è mestieri dir

qualchecosa.

Che Alessandro Magno avesse rinchiuso tra' monti alcuni popoli bestiali

e ferocissimi, è tradizione antica abbastanza: ma questi popoli, sia

che se ne dica, sia che se ne taccia il nome, nulla hanno di comune

da prima con Gog e Magog. Anzi, da principio, non si parla nemmeno di

popoli rinchiusi; ma solo di certe porte ferree costruite da Alessandro

Magno per vietare ai possibili invasori il passo conosciuto sotto

il nome di Porte Caspie, nel Caucaso. Giuseppe Flavio racconta che

gli Alani invasero la Media passando per le Porte Caspie, le quali

Alessandro aveva munite di porte ferree, accordatisi col signore del

passo, che era il re d'Ircania[976]; ma non dice, come altri dirà

molto più tardi, che gli Alani fossero stati in qualche modo rinserrati

da Alessandro Magno[977]. Di porte ferree che munivano il passo, non

delle Porto Caspie, ma delle Caucasee, parla anche Plinio, il quale

tuttavia non dice che fossero opera di Alessandro[978]. Il primo

forse che faccia esplicita menzione di genti rinchiuse da Alessandro,

è San Gerolamo, il quale nella epistola LXXXIV _ad Oceanum de morte

Fabiolae_, descrive il terrore onde fu invaso l'Oriente all'annunzio

che gli Unni avevano forzato i claustri e le difese già innalzate

dal Macedone, _ubi Caucasi rupibus feras gentes Alexandri claustra

cohibent_, e seminavano sui loro passi la rovina e la morte. Non un

accenno alla credenza che questi barbari potessero essere quegli stessi

d'Ezechiele e dell'Apocalissi[979], dei quali il nome non è qui nemmen

pronunziato. Questa epistola fu dettata intorno al 400, ed io ho detto

San Gerolamo esser forse il primo che riferisca in forma esplicita la

leggenda delle genti rinchiuse, giacchè di un altro testimone di essa

non si sa con piena certezza quand'abbia scritto, sebbene s'ammetta dai

più che verso la fine del secolo VI. È questi Egesippo, il quale in un

luogo della sua storia _De bello judaico_ dice la città di Antiochia

andar debitrice della sua sicurezza ad Alessandro Magno, il quale

con munire le Porte Caspie, tolse ogni passo a quelli che eran tra i

monti, _omne interioribus gentibus interclusit iter_[980]. Procopio

parla delle porte e di una fortezza fatta costrurre da Alessandro Magno

per vietare il passo agli Unni, ma non dice che per quelle difese gli

Unni rimanessero rinserrati[981]. Fredegario racconta che l'imperatore

Eraclio, assalito e vinto dai Saraceni, non sapendo a qual altro

partito appigliarsi, fece aprire le porte di bronzo di Alessandro

Magno, e chiamò in suo ajuto centocinquantamila barbari, i quali

tuttavia non furono da tanto da ripristinare le sorti della guerra,

anzi furono ancor essi disfatti; ma non dice propriamente che dentro

a quelle porte i barbari fossero tenuti prigioni, per modo che da

nessun'altra parte potessero erompere e fare scorreria[982].

Se noi esaminiamo queste varie e progressive testimonianze della

finzione eroica più antica, vediamo non solo che in esse non è fatto

cenno di Gog e Magog, nè allusione alcuna alla credenza che i barbari

di cui si ragiona abbiano alla fine del mondo a formar la milizia di

Satana, o dell'Anticristo (e troveremo più in là altre testimonianze,

assai più recenti, dove del pari non è cenno, nè allusione alcuna di

tal maniera); ma vediamo ancora la credenza che Alessandro Magno avesse

rinchiusi quei barbari in modo da segregarli dalla rimanente umanità,

credenza che poi si fa molto risoluta e precisa, non palesarsi in

alcune di esse se non assai timidamente e in forma al tutto indecisa.

Gli è che la finzione si va costruendo a poco a poco, e noi possiamo

senza fatica rifarcene in mente il probabile processo. Si cominciò

con attribuire ad Alessandro Magno la costruzione di alcuni ripari

intesi a mettere l'Asia centrale al sicuro dalle irruzioni delle genti

nomadi e barbare del settentrione. Questa prima immaginazione non

richiedeva nessuno sforzo di fantasia, anzi doveva nascere spontanea,

e starci per dire che era necessaria. Nelle gole del Caucaso, sole vie

per le quali chi muove dalla pianura del Don e del Volga può avere

accesso alla Persia, vedevansi gli avanzi di antiche difese, opera

forse di alcuni predecessori di Dario, o a dirittura dei monarchi

di Ninive e di Babilonia. Era cosa più che naturale attribuire a

chi aveva assoggettata alla sua potestà tanta parte dell'Asia la

costruzione di ripari che assicuravano il pacifico godimento della

conquista, e aggiungere alle glorie di chi aveva compiute tante

e così mirabili imprese, anche questa d'aver posto alla furia dei

barbari aquilonari, propriamente lì dove il suo impero cessava, un

insormontabile ostacolo. Ciò facendo la leggenda seguiva una delle

usanze sue più caratteristiche ed universali, che è quella appunto di

venir raccogliendo sopra e intorno all'eroe prediletto, con torlo ad

altri, tutto quanto possa accrescere a costui lustro e riputazione.

Ma la leggenda non doveva fermarsi a tanto. Stimolata dalla crescente

vaghezza del meraviglioso, ajutata dall'ignoranza della condizione

geografica della regione transcaucasea, e dalla opinione implicita

che Alessandro Magno non dovesse far quasi nulla che fosse nell'ordine

puramente naturale delle cose, essa venne crescendo sopra gli stessi

suoi rudimenti, ed elaborò la favola, che doveva poi essere accetta

universalmente, dei popoli rinchiusi ed inaccessibili. Gli storici

non narrano di nessuna azione importante di Alessandro Magno, la

quale abbia avuto a teatro il Caucaso, o che il Caucaso concernesse

in modo diretto. Arriano ricorda, senza più, che Alessandro valicò le

Porte Caspie[983]; Quinto Curzio che l'esercito del Macedone spese

diciassette giorni in traversar la giogaja[984]; ma secondo alcune

tradizioni georgiane, di cui non è possibile stimare l'antichità e

rintracciare la origine, Alessandro Magno invase le vallate meridionali

del Caucaso e in ispazio di sei mesi espugnò tutte le città e le

castella che v'erano[985].

Formata che fu, e cominciando a diffondersi rapidamente, la

leggenda dei popoli rinchiusi venne a offrirsi da sè a una

quantità di collegamenti varii, e a provocare soprattutto una serie

d'identificazioni (delle quali alcune si sono già notate), di quei

presunti rinchiusi con le tali o tali altre genti barbariche. Non

si vede, a primo aspetto, quali ragioni potessero provocare la

identificazione di essi con gli apocalittici Gog e Magog; ma ragioni ci

erano, e noi le troveremo più oltre. Noto intanto che nelle fantasie

poteva, e doveva anzi, nascere una certa inquieta curiosità di sapere

perchè quei popoli formidabili, di cui si annunciava l'irruzione

irresistibile, aspettassero gli ultimi giorni per rovesciarsi sulla

faccia della terra; quali ostacoli li trattenessero intanto, e

impedissero loro di farlo prima; dove fossero propriamente le sedi

loro. L'arcivescovo Andrea, già citato, dice di essi: «Quare sola

quoque Dei manu et potestate coërceri dicuntur, ne toto terrarum orbe

potiantur, suoque eundem imperio subiugent, idque usque ad Antichristi

satanaeque adventum». Certo, la mano di Dio era più che bastante a

frenare quelle generazioni bestiali; ma chiunque conosce l'indole e

le inclinazioni della fantasia creatrice di leggende, della popolare

e della non popolare, sa quanto essa si compiaccia ed abbisogni del

concreto e del definito, e come volentieri sostituisca le cose ai

concetti, i segni visibili e tangibili alle idee. La mano, o diciam

più giusto, la volontà di Dio, era un ritegno troppo generico e troppo

ideale, non atto abbastanza a prender forma nella fantasia; e come si

sentì il bisogno di cingere di un muro, o di un vallo di fiamma, perchè

non vi penetrassero gli uomini, il Paradiso terrestre, quando a ottener

tale effetto il solo divieto divino bastava; così del pari si sentì

il bisogno di cingere i popoli di Gog e Magog di ripari materiali, da'

quali fosse loro fisicamente impossibile di uscire. E il giorno in cui,

in una leggenda che appunto narrava di genti indomabili e bestiali,

si trovarono i ripari opportuni, si presero senz'altro e se ne fece

quell'uso che la fantasia richiedeva. Così una nuova leggenda di Gog

e Magog prendeva posto tra le leggende di Alessandro Magno; ma ciò

avvertito in forma più generale, è d'uopo ricercare ora quali sieno i

più antichi documenti di essa, quale il luogo ov'ebbe probabilmente a

formarsi, e quali le ragioni particolari del suo nascere.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 24 / 43 段