Assone ajutò potentemente a divulgar la leggenda, la quale si venne

modificando ancora via via, secondo richiedeva la condizione dei

tempi, o il sentimento dei ripetitori. Trasportato l'impero dai

Francesi ai Tedeschi, era naturale che dell'ultimo imperatore si

facesse, non più un Francese, ma bensì un Tedesco. E tedesco è egli

già in un trattatello _De Antichristo_ che certo Alboino dedicò ad

Ariberto arcivescovo di Colonia in sul principiare dell'XI secolo[936].

Nulladimeno abbastanza spesso l'imperatore si rimane francese. Così

in un poemetto tedesco sull'Anticristo, dove la leggenda è narrata

sulla fede di San Gerolamo, che la trovò scritta in un libro a Roma.

L'ultimo imperatore andrà a Gerusalemme recando seco le insegne

imperiali, e deporrà la corona sul Monte Oliveto[937]. Angilberto,

abate di Admont, appoggiandosi a un testo assai alterato di Metodio,

dice che l'ultimo imperatore, franco di nazione, non potendo resistere

agl'Ismaeliti, appenderà lo scettro, la corona e lo scudo all'Albero

Secco, e morrà offrendo l'anima a Dio[938]. Secondo Angilberto la

venuta dell'Anticristo sarà preceduta da una generale _discessio_, per

cui prima le province si ribelleranno all'impero, poi le varie chiese

all'autorità del pontefice, e finalmente i popoli abbandoneranno la

fede[939].

Metodio dice che l'imperatore deporrà la corona sulla croce, Assone

ch'egli la offrirà a Dio, l'anonimo autore dell'_Entecrist_ che la

deporrà sul Monte Oliveto, Teolosforo che la deporrà sul sepolcro di

Cristo, Angilberto che l'appenderà, insieme con lo scettro e lo scudo,

all'Albero Secco.

Di questo Albero Secco (_arbor sicca, arbre sech, dürre Baum,

drye Tree_) si trova spesso fatta parola nelle cronache, nei poemi

romanzeschi e nelle relazioni di viaggi del medio evo; ma le notizie

intorno ad esso, e intorno al luogo in cui sorgeva si accordano in

generale assai poco. Si sapeva solo che trovavasi in mezzo ad una

regione deserta dell'estremo Oriente, e che il rintracciarlo era

cosa assai malagevole. Le mappe di quel tempo lo segnano insieme con

l'altre meraviglie dell'Asia. Secondo una delle tante favole in corso,

esso trovavasi invece nell'antica città di Susa, cinto gelosamente

di mura, custodito da gran numero di soldati. Chi potesse appendere

ai suoi rami lo scudo si farebbe soggetti centoventicinque principi

dell'India, sino al paese dei Mori[940]. Quando nel XIII secolo si

seppe in Occidente delle grandi vittorie riportate dai Mongoli in

Asia, corse subito la voce che il loro Can avesse appeso lo scudo ai

rami dell'Albero Secco, e avesse con ciò fatte irresistibili l'armi

sue. Nei romanzi francesi l'_Arbre Sec_ è ricordato il più delle volte

per indicare grande distanza, o paesi lontani ed ignoti. Nel _Jeu de

saint Nicolas_ di Giovanni Bodel tra i personaggi è un _amiral du

Sec-Arbre_, o _d'outre le Sec-Arbre_. Nel poema tedesco intitolato

_Sibillen Weissagungen_, del quale dovrò riparlare tra breve, pare che

l'Albero Secco si ponga in prossimità del Santo Sepolcro. Più sovente

col nome di esso s'indicava la provincia di Corasan. Nè tale incertezza

si aveva solamente quanto al luogo ove sorgeva, ma ancora quanto alla

qualità e al vero nome della pianta misteriosa. Marco Polo che ne parla

nella Relazione de' suoi viaggi[941], la descrive, non già come un

albero secco, ma come un alloro verde, ricco di fogliame e ferace di

frutti; e dice che il vero suo nome è, non _Arbre sec_, ma _Arbre sol_,

e che quest'_Arbre sol_ è quello stesso Albero del Sole, che, insieme

con un Albero della Luna predisse la immatura morte ad Alessandro

Magno. Di tali alberi si parla in tutte lo storie romanzesche del

Macedone, e Marco Polo dice che gli abitanti della contrada in cui

sorgeva l'antica pianta, narravano Alessandro esser quivi venuto a

battaglia con Dario[942]. Come nascesse questa confusione dell'Albero

del Sole con l'Albero Secco non è agevole dire; ma se Marco Polo,

ed altri con lui, sostituirono l'Albero del Sole all'Albero Secco,

qualcuno anche vi fu che sostituì l'Albero Secco all'Albero del Sole.

In molte delle storie favolose di Alessandro Magno si racconta come il

grande conquistatore trovò, nella selva appunto dove sorgevano quelle

arbori fatidiche, anche un albero tutto secco sul quale si stava la

Fenice[943]. In un breve racconto latino composto probabilmente intorno

al 1300[944], si narra di un soldato, fatto prigione dai Saraceni,

il quale liberato dopo molti anni da una donna innamoratasi di lui,

giunse, peregrinando con alcuni compagni, sino in India nel paese del

Prete Gianni. Essi chiesero a costui di poter visitare l'Albero Secco,

di cui tanto avevano udito parlare, e che sorgeva ne' suoi stati. Il

Prete Gianni rispose loro il vero nome di quello non essere Albero

Secco, ma sibbene Albero di Set, giacchè Set l'aveva piantato, e li

fece condurre al luogo ove sorgeva, raccomandando tuttavia loro di

non passare più oltre, se pur desideravano di fare ritorno in patria.

L'albero piantato da Set con tre semi dell'albero paradisiaco della

scienza del bene e del male, datigli da un angelo, è famoso ancor esso

nella leggenda. Giunti in vista della pianta miracolosa, i pellegrini

ebbero a meravigliare, tanto parve loro bella. Era essa di smisurata

grandezza e mirabile figura, vestita di foglie d'ogni colore, carica di

varie maniere di frutti, popolata di ogni sorta d'uccelli. Esalava da

essa un soavissimo odore, e le foglie tra loro percotendosi, levavano

una dolcissima melodia che si sposava col canto degli uccelli. Uno dei

pellegrini si separò dai compagni e passò oltre, verso un luogo che

vedeva aprirglisi dinnanzi pieno d'ogni delizia; gli altri tornarono

addietro. Secondo il Mandeville l'Albero Secco sarebbe una quercia

antica quanto il mondo, sorgente sul monte di Mambre, poco discosto

dalla città di Ebron, e inariditasi al tempo della morte di Cristo,

quando inaridirono improvvisamente tutti gli alberi della terra. Un

principe dell'Occidente conquisterà la Terra Santa, e farà celebrare

una messa sotto l'Albero Secco, il quale tosto si ricoprirà di foglie

e di frutti. Il Mandeville narra inoltre delle meravigliose virtù della

pianta[945].

Io non dubito che, in origine, l'Albero Secco non sia lo stesso

albero del Paradiso terrestre, il quale nelle leggende medievali

si rappresenta appunto come tutto spogliato di foglie[946]. Solo

ammettendo tale identità s'intende perchè la leggenda conduca l'ultimo

imperatore ad appendere scettro, corona e scudo ai rami dell'Albero

Secco, il quale non è in nessun altro modo legato all'impero. Con fare

che quell'imperatore deponga la corona sulla croce, Metodio lascia

intendere quanto strettamente, secondo il concetto dei tempi, fosse

congiunto l'impero all'opera della redenzione. Ma l'opera stessa

della redenzione, non era, per dir così, se non un fatto secondario,

se non una conseguenza di un altro fatto, il quale, per rispetto alla

storia della umanità, poteva veramente considerarsi come primitivo ed

iniziale. Questo fatto era la trasgressione dei primi parenti, della

quale l'arbore vietata fu in pari tempo cagione e strumento. Dalle

radici della pianta fatale era venuta fuori tutta la storia del genere

umano. Senza di essa non ci sarebbe stata la redenzione; tanto è vero

che, secondo la leggenda, la croce fu fatta del suo legno. Senza di

essa non ci sarebbe stata nè Roma, nè l'impero. Tornando all'Albero

Secco l'impero torna alle sue radici, e si chiude il ciclo delle umane

vicende. Con appendere a' suoi rami lo scettro, la corona e lo scudo,

l'imperatore gli restituisce i frutti che la umana temerità ne colse.

Appendere la corona alla croce, o appenderla all'albero del cui legno

la croce fu formata, era in fondo la medesima cosa. Giova ricordare a

tale proposito che, secondo una delle interpretazioni più plausibili,

la _pianta dispogliata_ che Dante trova nel Paradiso terrestre[947],

significa appunto l'impero. Però deve parere abbastanza strano che

in un _Enndkrist_ tedesco, compilato principalmente sopra un'opera

intitolata _Compendium theologiae_, e stampato nel secolo XV, si ponga

in relazione con l'Albero Secco non l'imperatore, ma l'Anticristo,

che miracolosamente lo fa rifiorire. Notisi finalmente che, secondo la

opinione di alcuni, l'Albero Secco era irreperibile, o inaccessibile il

luogo ov'esso si trovava, come appunto dicevasi del Paradiso terrestre.

Tutta quest'azione vasta e meravigliosa degli ultimi tempi, la quale

noi abbiamo veduto dipingersi nella leggenda profetica, doveva sembrare

buon argomento di dramma in un tempo in cui, dalla creazione dell'uomo

al giudizio universale, si rappresentava sulla scena la storia intera

dell'uman genere. Tuttavia, sebbene parecchi Misteri dell'Anticristo

sieno pervenuti sino a noi, quell'azione non si trova riprodotta che

in uno solo[948]. Composto in Germania, questo mistero fu conservato

in un codice di Tegernsee del XII secolo, e pubblicato, prima dal

Pez[949], poi dal Zezschwitz[950], finalmente da Guglielmo Meyer[951].

Esso è latino, come sono, in generale, i misteri più antichi. Eccone

brevemente il contenuto.

Sulla scena si vedono: a oriente, il Tempio del Signore, la sede del

re di Gerusalemme, la Sinagoga; ad occidente, la sede dell'imperatore

insieme con quelle del re di Germania e del re di Francia; la sede del

re dei Greci; dalla parte di mezzogiorno, la sede del re di Babilonia

e della Gentilità. Aprono l'azione il re di Babilonia e la Gentilità

cantando le lodi del politeismo. Segue la Sinagoga, che celebra l'unico

Dio e detesta Cristo. La Chiesa, coronata, assistita dalla Misericordia

e dalla Giustizia, seguita, a destra, dal papa col clero, a sinistra,

dall'imperatore con le milizie, minaccia l'eterno castigo a chi

non osserva il suo dogma. Entrano i varii re, seguiti dalle proprie

milizie, e cantando ciascuno, dice la rubrica, parole all'esser suo

convenienti. Tutte queste potestà vanno a sedersi nei troni loro; ma un

trono rimane disoccupato, e così ancora il tempio. Allora l'imperatore

manda i suoi messi ai singoli re per invitarli all'obbedienza e al

pagamento dei tributi. Egli afferma i diritti dell'impero:

Sicut scripta tradunt hystoriogravorum

totus mundus fuerat fiscus romanorum.

Hoc primorum strenuitas elaboravit,

sed posterorum desidia dissipavit.

Sub his imperii delapsa est potestas,

quam nostrae repetit potentiae majestas.

Reges ergo singuli prius instituta

nunc romano solvant imperio tributa.

I messi vanno a trovare primamente il re di Francia: ma questi nega di

sottomettersi, e pretende che l'impero si appartiene di diritto a lui:

Illud enim seniores galli possederunt,

atque suis posteris nobis reliquerunt.

Il litigio si decide con l'armi; il re di Francia è vinto, ma

reintegrato, quale vassallo dell'impero, nel suo regno. Il re dei Greci

e il re di Gerusalemme riconoscono la sovranità dell'imperatore. Ma il

re di Babilonia, messosi in animo di distruggere il cristianesimo, si

leva in armi, e va ad assediare Gerusalemme, dov'ebbe culla la nuova

credenza. L'imperatore accorre in ajuto della minacciata città, e

vinto e fugato il re di Babilonia, entra nel tempio, e quivi, dinnanzi

all'altare, toltasi la corona di capo, rassegna l'impero a Dio:

Suscipe quod offero, nam corde benigno

tibi regi regum imperium resigno,

per quem reges regnant, qui solus imperator

dici potes, et es cunctorum gubernator.

Incalzano gli avvenimenti. Ritornato l'imperatore nella sede

_dell'antico suo regno_, ridivenuto, cioè, semplice re di Germania,

ecco in iscena l'Anticristo armato, il quale all'Ipocrisia e all'Eresia

che lo accompagnano commette di pervertire il mondo. Ajutato da' suoi

seguaci, egli usurpa il trono del re di Gerusalemme, e scaccia la

Chiesa dal tempio, dove s'era posata. Dopo di ciò manda suoi messi ad

intimare obbedienza ai principi. Il re dei Greci e il re di Francia

diventano suoi uomini ligi; ma il re di Germania nega altamente

di sottomettersi, e prese le armi, sconfigge l'Anticristo e i suoi

alleati. Se non che l'Anticristo opera allora alcuni falsi miracoli,

ed anche il re di Germania finisce col credere in lui. Col suo ajuto

l'Anticristo vince il re di Babilonia, dopo di che si fa annunciare

alla Sinagoga quale il Messia, ed è da essa riconosciuto. Vengono i

profeti Enoc ed Elia, che svelano la sua falsità, e annunziano la

imminente venuta di Cristo. L'Anticristo li fa morire; ma mentre,

seduto in trono, convoca principi e popoli per essere adorato, scoppia

sopra il suo capo un fragore, ed egli precipita. La Chiesa trionfa, i

pervertiti riabbracciano la fede.

In questo dramma l'imperatore romano è rappresentato come il tutor

naturale della Chiesa e della umanità, sebbene anch'egli da ultimo si

converta all'Anticristo. Non è egli strano che, secondo una leggenda

assai antica, di cui già feci ricordo[952], e che nel medio evo ottiene

ancora credenza, l'Anticristo, o un suo precursore, debba essere

appunto un imperatore romano? Nerone non era mai morto, e doveva

tornare in sulla fine dei tempi, ed affliggere la Chiesa di Cristo

di mali inauditi[953]. Del resto qualche altro imperatore romano

passò per essere l'Anticristo, come, ad esempio, Federico II, e così

anche qualche papa, come Gregorio VII, Pasquale II, Innocenzo IV. Ma,

conformemente a un'altra leggenda, di cui qui cade in acconcio dire

qualche cosa, anche l'ultimo imperatore, campione della Chiesa e della

umanità, sarà un imperatore redivivo, anzi non mai morto, ma occultato

per decreto della Provvidenza, e conservato agli estremi cimenti.

Ministro della giustizia divina, egli tornerà improvviso al mondo,

riformerà la Chiesa e i costumi della pervertita umanità, passerà in

Terra Santa, riconquisterà il sepolcro di Cristo, e deporrà finalmente

sul Monte Oliveto, o appenderà ai rami dell'Albero Secco le insegne

della sua potestà. A questo ritorno una leggenda faceva seguire una

spaventosa battaglia, a cui prenderebbe parte tutta l'umanità vivente;

un'altra leggenda faceva seguire una nuova età dell'oro[954]. Ma

chi sarebbe il campione prescelto da Dio? Alcune finzioni dicevano

Carlo Magno, il glorioso difensore della Chiesa, il vincitore dei

Saraceni. Carlo Magno uscirà dal monte nelle cui viscere, ignoto a

tutti, aspetta il giorno segnato, e andrà a sospendere il suo scudo

a un pero inaridito, che rinverdirà in quell'ora. Seguirà tra buoni e

malvagi la maggior battaglia che mai sia stata combattuta nel mondo, e

Carlo Magno vincitore regnerà sopra una nuova età[955]. Altre finzioni

dicevano Federico II[956], e ciò deve parere abbastanza strano, perchè

lo scomunicato Svevo, grand'avversario del Papato, e cristiano di assai

dubbia fede, assume da prima nella leggenda la qualità di Anticristo.

Ma in questa leggenda sono da considerare, per così dire, due gradi,

l'uno che può chiamarsi guelfo, e ha principio, come pare, in Italia,

per opera di Gioachino di Fiore e de' suoi seguaci; l'altro ghibellino,

e si svolge interamente in Germania. Salimbene riferisce nella sua

Cronaca un detto di Sibilla che i Joachimiti applicavano a Federico

II, e che il Voigt considera a ragione quale primo principio della

leggenda: «Oculos eius morte claudet abscondita, scilicet gallicana

gallina, supervivetque sonabit et in populis, vivit et non vivit, uno

ex pullis pullisque pullorum superstite». Dice lo stesso Salimbene

che per ragione di quell'oracolo molti non credettero alla morte di

Federico II[957]. La credenza che costui debba essere l'Anticristo

genera l'altra ch'egli non sia mai morto, ajutando forse in ciò la

già cognita leggenda di Nerone[958]. In sul principio il suo ritorno

è temuto, non desiderato; la cronaca rimata di Ottocaro, composta

fra il 1300 e il 1317, è il primo documento in cui si palesi lo

spirito ghibellino che volge a gloria di Federico la ostilità contro

il clero. A poco a poco quegli che nella leggenda era entrato come

Anticristo ci si trasforma e diventa un secondo redentore del mondo.

Primo il cronista Giovanni di Winterthur, morto il 1348, riferisce una

credenza, ch'egli rigetta, ma che aveva corso tra il popolo, secondo

la quale Federico II doveva tornare con grande possanza per riformare

la Chiesa, dopo di che passerebbe il mare e deporrebbe la corona sul

Monte Oliveto, o sull'Albero Secco[959]. In un _Meistergesang_ del

mezzo del secolo XIV si annunzia prossima un'èra di grandi calamità

e di grandi sceleraggini. Verrà allora, mandato da Dio, il possente

e mite imperator Federico, che appenderà all'Albero Secco lo scudo,

e l'Albero Secco rinverdirà. Egli conquisterà il Santo Sepolcro, e

ricondurrà la Giustizia nel mondo. Per le sue armi tutti i regni dei

miscredenti saran soggiogati, e saran debellati gli Ebrei. Inoltre

egli moverà guerra al clero, distruggerà i chiostri, mariterà le

monache[960]. In questa poesia l'ultimo imperatore è, non campione, ma

avversario della Chiesa corrotta; per contro, in un'altra, una sibilla

annunzia a Salomone che in sulla fine dei tempi un imperatore, per nome

Federico, il quale sarà stato tenuto in serbo da Dio, raccoglierà il

popolo cristiano intorno a sè, combatterà a gloria della religione,

riconquisterà il Santo Sepolcro. Dopo che egli avrà appeso lo scudo

all'Albero Secco, che si vedrà rinverdire, comincerà un'èra felice,

e tutti i popoli si convertiranno alla fede, e vivranno in pace fino

a che venga l'Anticristo[961]. I papi Onorio III e Gregorio IX non

si sarebbero mai immaginati che il principe da essi fulminato con le

scomuniche dovesse fruire di tanta glorificazione. Finalmente quella

leggenda si trova anche nel poema tedesco pubblicato dallo Zarncke, e

da me ricordato più sopra[962]. Quivi si narra che, durante una caccia,

l'imperator Federico, usando della virtù di certo anello mandatogli

dal Prete Gianni, sparve improvvisamente dagli occhi di tutti, e

nessuno più ne seppe novella. Ma egli tornerà un giorno, e stenderà

novamente il suo dominio sopra tutta la terra di Roma, e darà noja agli

ecclesiastici, e riconquisterà la Terra Santa, e appenderà lo scudo

all'Albero Secco. Di quella sparizione, dice l'autore, si legge nella

_Cronaca romana_, ma di quel ritorno solo i vecchi contadini fan fede;

il che non era vero, perchè, come abbiam veduto, se ne faceva fede

anche in parecchie scritture.

Questa leggenda di Federico II si viene variando sempre più in

progresso di tempo; secondo una delle molte versioni lo Svevo doveva

ricomparire ai tempi di Carlo V e ajutare costui a riconquistare

Costantinopoli e Gerusalemme. Altre profezie correvano che a dirittura

a Federico II sostituivano Carlo V. Volfango Lazio, filosofo, medico e

rettore un tempo della Università di Vienna, stampò nel 1547 un libro

di 170 pagine per provare che l'imperatore, il quale sulla fine dei

tempi doveva soggiogare il mondo, era Carlo V, e citò in appoggio della

sua asserzione profeti, santi e sante, sibille, astrologi, fin anche

il mago Merlino. Ma in Germania si credette inoltre che un imperatore

romano, ministro dell'ira di Dio, dovesse punire Roma delle molte sue

sceleraggini, distruggendola col ferro e col fuoco. La profezia fu

applicata anche a Carlo V, e tutti sanno quello che egli, o le sue

soldatesche fecero per non ismentirla.

Nella leggenda apocalittica di cui siam venuti esaminando sin qui lo

svolgimento e le varie forme, abbiam trovato i nomi di varie genti

contro alle quali dovrà combattere l'ultimo imperatore. Alcune di

queste genti mutano col mutare dei tempi. I Saraceni cedono il luogo

ai Turchi nuovi e più formidabili nemici[963]. Gog e Magog spariscono

da molte delle versioni più recenti. Quelli che più ostinatamente vi

rimangono sono gli Ebrei, i quali dovranno, convertendosi, suggellare

il trionfo di Cristo. Ma anche gli Ebrei avevano le loro leggende circa

gli ultimi tempi, e circa la parte che v'avrebbero avuta Roma e il suo

impero; e, com'è naturale, queste leggende sonavano molto diverse dalle

leggende cristiane, sebbene in qualche punto concordasser con esse.

Nel libro Afkáth rósel si dice che nove mesi prima della venuta del

Messia l'impero di Roma si stenderà sotto tutto il cielo; ma nel Jalkut

chàdas si legge che al tempo della venuta di costui tutti i popoli si

ribelleranno all'impero. Il Messia vincerà l'imperatore e ricondurrà

gli Ebrei nella Terra Promessa[964].

Roma cadrà, cadrà l'impero, ma non prima che il mondo stesso sia

per dissolversi. Finchè non si spenga nel cielo, il sole illuminerà

le ardue mura del Colosseo. Prima che si chiuda il cielo dei tempi

l'impero romano stenderà novamente la sua dominazione sopra tutta la

terra e ridarà alle genti un'èra gloriosa di prosperità e di pace. Poi

sopra le sue rovine si leverà l'Anticristo; ma quando non vi saranno

più storici per narrarne i fatti, nè poeti per celebrarne le glorie,

quando la terra stessa sarà dileguata nel nulla, la corona dei Cesari

risplenderà ancora sulla croce di Cristo, e il nome della città regina

risonerà senza fine

In quella Roma onde Cristo è Romano.

APPENDICE

La leggenda di Gog e Magog.

(V. cap. XXII, pag. 474, 479, 482, 486, 487, 505).

La leggenda di cui io intendo parlare qui alquanto

particolareggiatamente fu nel medio evo tra le più diffuse e vivaci.

Nessun'altra per certo si sparse sopra più gran parte di mondo,

giacchè essa fu cognita in tutta Europa, in gran parte dell'Asia, e in

tutta l'Africa settentrionale, dovunque regnò, in una delle sue forme

massime, il monoteismo. Nata nel sesto secolo avanti Cristo, essa

traversò tempi diversissimi, si adattò a disparatissime civiltà, si

accomunò a genti semitiche, ariane, turaniche, e dopo quasi 2500 anni

di vita dura ancora, se non in tutto, in buona parte almeno del suo

antico dominio. Essa è leggenda a un tempo stesso religiosa, epica,

geografica, etnologica. Tre religioni, il giudaismo, il cristianesimo,

il maomettismo, le porgono il loro valido appoggio: la sua portata,

se così possa dirsi, fantastica e morale, è enorme, giacchè essa si

addentra nell'avvenire e va a raggiungere la catastrofe apocalittica,

e a smarrirsi nella visione della eternità. Nel suo lungo cammino,

variando e ampliandosi, essa si scontrò e si connesse con altre

leggende, celeberrime fra tutte quelle di Alessandro Magno e del

Prete Gianni; d'onde una molteplicità di relazioni, e una diversità di

movenze e d'incidenti, tra cui non è troppo agevole raccapezzarsi.

Quando pure ne avessi l'intendimento, io non potrei discorrere di

sì fatta leggenda con tutta l'ampiezza che il soggetto comporta.

Essendo questa un'appendice, intesa principalmente ad illustrare

un tema già toccato innanzi, non mi pare che si convenga il darvi

luogo a tante particolarità e minuzie quante se ne potrebbero

ragionevolmente richiedere in una dissertazione autonoma, salvo a

voler fare dell'appendice quasi un altro libro; da altra banda una

trattazione compiuta vorrebbe indagini lunghe e faticose per entro

a molte letterature orientali, come a dire l'arabica, la persiana,

l'armena, la siriaca, la turca, a me tutte inaccessibili direttamente.

Mi contenterò dunque di venir seguitando gli svolgimenti massimi della

intera finzione e di ricercare alquanto più addentro alcune forme e

peculiarità di essa, lo studio delle quali mi parrà meglio confarsi

con lo scopo che io mi sono proposto in questo pagine. A tale uopo

dividerò la intera leggenda in tre diverse parti, corrispondenti

a tre principali gradi del suo svolgimento, e la prima chiamerò

_Leggenda biblica_, la seconda, _Leggenda epica_, la terza _Leggenda

storica_, avvertendo tuttavia di non voler dare a queste denominazioni

una significazione troppo più precisa che la cosa per se stessa non

comporti. Da ultimo darò un cenno di quello che più particolarmente

potrebbe chiamarsi il mito geografico. Per leggenda biblica intendo

quella che si viene configurando nelle Sacre Carte, nella tradizione,

diremo così, scritturale, e nella letteratura patristica; per leggenda

epica, quella che più tardi si trova interpolata nella storia favolosa

di Alessandro Magno; per leggenda storica, quella che, senza staccarsi

dalle sue origini, nè sciogliersi dalle connessioni incontrate, di poi,

si lega a fatti storici e a particolari credenze del tempo in cui si

viene formando. Va da sè che non tornerò su quelle parti della finzione

di cui io abbia già prima discorso.

§ I.

_La leggenda biblica._

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 23 / 43 段