Delle numerose reliquie che conferivano dignità e forza all'impero

non mi soffermo a discorrere; alcune di esse si credevano acquistate

dallo stesso Carlo Magno a Gerusalemme e a Costantinopoli. In un

poemetto tedesco d'incerta età, ma del secolo XIV probabilmente[897],

si può vedere quale importanza si desse alle reliquie dell'impero.

Quivi si narra, tra l'altro, una storia che, in parte, si trova pure

narrata in uno dei racconti del Novellino. Il Prete Gianni manda

all'imperatore Federico II un ambasciatore, e lo fa presentare di

parecchie cose mirabili, di una veste di pelle di salamandra, di

una bottiglia piena dell'acqua della fontana di giovinezza, e di un

anello d'oro che procaccia vittoria, e nel quale sono tre pietre, di

cui la prima impedisce che l'uomo anneghi quand'anche stesse un anno

intero sott'acqua, la seconda lo rende invulnerabile, la terza lo fa

invisibile. Istruito della potenza e magnificenza del Prete Gianni,

l'imperatore convoca tutti i principi soggetti alla sua dominazione,

tien corte plenaria, e fa vedere all'ambasciatore le sante reliquie

dell'impero, la croce, i chiodi, la lancia, la camicia della Vergine,

la corona di spine, la veste di Cristo[898]. Vedutele, l'ambasciatore

confessa che tutta la ricchezza del suo signore non è che fango a

paragone di quella ricchezza.

Preordinato dalla divina Provvidenza e coadiutore dell'opera della

redenzione, l'impero romano, riconsacrato nella verità della fede,

non poteva venir meno. Strettamente legato ai destini dell'uman

genere, esso doveva durare sino a che questi destini non venissero a

compimento; vicariato di Cristo, esso doveva, come la Chiesa, attendere

il Cristo, senza che, frattanto, le porte dell'Inferno potessero

prevalere contro di esso. L'impero romano non sarebbe cessato che col

chiudersi del grande dramma dell'umanità, e prossimamente al giorno

in cui tutte le podestà delegate sulla terra sarebbero tornate al loro

fattore, giudice supremo, e da indi innanzi unico principe. Tale è già

l'opinione degli apologeti e dei padri. Preghiamo per gl'imperatori,

esclama Tertulliano[899], preghiamo per l'impero di Roma, giacchè per

essi solo sono ritardate le imminenti calamità della fine del mondo. E

un'altra volta dice: Tanto durerà il mondo quanto durerà l'impero[900].

Pensieri consimili si trovano negli scritti di Lattanzio, di Origene,

di San Gerolamo, di San Giovanni Crisostomo, di altri molti. Nel

commento alla seconda epistola di San Paolo ai Tessalonicensi, già

attribuito a Sant'Ambrogio, ed ora a Ilario Diacono, si legge: «Non

prius veniet Dominus quam regni Romani defectio fiat, et appareat

Antichristus qui interficiet sanctos, reddita Romanis libertate, sub

suo tamen nomine». Questa ancora è la costante opinione del medio

evo. Agostino Trionfo la mantiene nella sua _Summa de potestate

ecclesiae_[901]. Nel trattato _De ortu, progressu et fine Romani

imperii_ di Angilberto di Admont si dice che l'impero di Roma, il quale

toccò l'apice della potenza e della gloria sotto Ottaviano Augusto, ai

tempi della venuta del Redentore, deve da indi in poi andare scadendo

continuamente sino alla venuta dell'Anticristo. Nel _Ritmaticum

querulosum_ di Lupold di Bebenburg si afferma che l'Anticristo non può

nascere finchè sussiste l'impero romano in cui nacque il Salvatore.

Ma di ciò più diffusamente nel capitolo che segue.

CAPITOLO XXII.

La fine di Roma e del suo impero.

La leggenda non si appagò di rintracciare nel più remoto passato le

origini favolose di Roma e d'infiorare di mille svariate immaginazioni

la sua storia e i suoi fasti; essa volle ancora seguitarne i destini

nel tempo avvenire, presagirne gli ultimi casi e la fine. È questa

un'altra prova, da aggiungere alle molte già contemplate, della

sollecitudine viva ed instancabile onde Roma era fatta segno.

Gli antichi Romani credettero che Roma dovesse durare in eterno. Le

parole VRBS ROMA AETERNA, o semplicemente ROMA AETERNA, si trovano su

monete ed iscrizioni; eterna è chiamata la città da Tibullo, da Ammiano

Marcellino, da Frontino, da Ausonio[902]. Giove, nell'Eneide[903],

annunzia che l'impero dei Romani sarà senza fine:

His ego nec metas rerum, nec tempora pono,

Imperium sine fine dedi.

Rutilio Namaziano avverte Roma di non temere i fusi delle Parche:

Porrige victuras Romana in saecula leges,

Solaque fatales non vereare colos[904].

Ma nelle credenze religiose, così dei Romani, come dei Greci, una vera

dottrina escatologica non si trova. La loro religione era più fatta per

provvedere alle minute e cotidiane necessità della vita pratica che

non agl'interessi generali e finali dell'umanità. Se il genere umano

dovesse una volta sparire dalla faccia della terra, se la terra stessa,

se il mondo dovessero, in un lontano ed incognito avvenire, mutar

l'esser loro, o andar distrutti, essi nè sapevano, nè si curavano di

sapere. Tutt'altrimenti nel cristianesimo, dove la visione meravigliosa

o terrifica dei tempi apocalittici è come un fondo di scena invariabile

dinnanzi al quale si viene svolgendo il dramma della umanità. Per la

coscienza cristiana niuna cosa terrena può essere eterna, dappoichè

la terra stessa, in un avvenire già forse imminente, è condannata

a perire. Roma perirà anch'essa, e il suo impero cesserà di reggere

l'uman genere.

Ma non prima che il mondo sia per essere travolto nell'ultima rovina.

Una credenza così fatta s'imponeva, in certa guisa, da sè stessa

agli spiriti. Non doveva quella città, non doveva quell'impero, che

erano stati ordinati a bella posta per preparare il mondo alla venuta

del Redentore, sussistere sopra la terra, quando vi sarebbe apparso

il più fiero nemico di costui? Non dovevano essi, in quei giorni di

massimo pericolo, proteggere quella Chiesa che avevano veduto nascere

e crescere all'ombra loro? Gli animi si sentivano racconsolare al

pensiero che gli ultimi viventi, saldi nella fede di Cristo, avrebbero

avuto alleati nelle terribili battaglie contro le potestà delle tenebre

l'invitta città che aveva soggiogato il mondo, e un imperatore coronato

fra le sue mura della corona dell'universale dominio.

San Gerolamo dice che Roma deve durare sino al principiare del regno

celeste[905]. Prima di lui Lattanzio, non solo aveva espressa la

medesima opinione, ma era anche andato più oltre, attribuendo in certo

qual modo a Roma una virtù arcana, per la quale conservavasi il mondo,

che, altrimenti, sarebbe precipitato a pronta ruina. Egli annunziava

l'universale giudizio per l'anno 436, ma assicurava in pari tempo che

di esso non era a temere finchè Roma si sorreggeva[906]. Tertulliano

diceva similmente la fine del mondo essere ritardata dalla presenza

dell'impero romano; e allora Roma e l'impero erano una sola e medesima

cosa[907]. Sì fatte credenze avevano radice nella seconda epistola di

San Paolo ai Tessalonicensi, nell'Apocalissi, negli Oracoli sibillini.

In questi la distruzione di Roma si trova ripetutamente annunziata

per l'anno 948 dalla fondazione, e doveva essere compiuta da Nerone,

veniente dall'Asia. Dione Cassio ricorda che un oracolo sibillino

turbò le menti degli uomini al tempo di Tiberio, annunziando la

distruzione di Roma per l'anno 900[908]. Lattanzio fa menzione di un

antichissimo re dei Medi, il quale, gran tempo prima della guerra di

Troja, vide in sogno la distruzione di Roma. Nell'Apocalissi la fine

di Roma è collegata alla fine del mondo, ma in tutt'altra maniera,

con tutt'altri intendimenti. L'autore dell'Apocalissi nutre per Roma

un odio implacabile. Non solo la città, per lui, non ha nessuna santa

missione da compiere, ma contrasta anzi al volere di Dio, e l'impero

è una esecrabile e diabolica istituzione, causa principalissima della

iniquità onde il mondo è ripieno. Roma distrutta, incatenato Satana

per mille anni, incomincerà il millennio, cioè il regno degli eletti

governati da Cristo in terra. Trascorsa quella età, Satana sarà

liberato, e si risolleverà nel mondo il regno del male. Seguiranno

allora le incursioni di Gog e Magog, alle quali terrà dietro il

giudizio e la rinnovazione della terra e del cielo[909]. Alcune parti

della visione apocalittica passeranno nelle immaginazioni escatologiche

dei tempi susseguenti, ma non l'odio contro Roma. Abbiam già veduto

che cosa pensasse Lattanzio in proposito; assai prima che seguisse nel

IV secolo la conciliazione della Chiesa e dell'impero, i sentimenti

della Apocalissi ostili a Roma cominciarono ad essere ripudiati. Quei

sentimenti avevano una origine essenzialmente giudaica e difficilmente

potevano accogliersi nel petto di chi, pur essendo cristiano, era nato

e si sentiva romano, o aveva largamente attinto ai fonti della coltura

pagana[910]. Secondo le varie opinioni dei rabbini, Roma, quando sieno

maturi i tempi, sarà distrutta, o dai Persiani, o dagli Ebrei, o dallo

stesso Messia[911].

Dopo le incursioni dei barbari la credenza che Roma fosse serbata

a maggiori e misteriosi destini doveva, in certo modo, trovarsi

avvalorata dalla prova dei fatti. A più riprese Roma era stata

espugnata, saccheggiata, incendiata, ma non distrutta. E se i barbari

non erano stati buoni di cancellarla dalla faccia della terra, non

era egli ragionevole il credere che per le mani degli uomini essa non

sarebbe perita più mai? A questa credenza, non iscossa, anzi sorretta

dallo spettacolo delle recenti rovine, deve legarsi una profezia di

San Benedetto, che si trova ricordata più di una volta, e secondo la

quale Roma sarebbe perita, non per forza di genti nemiche, ma per forza

di calamità naturali, di procelle e di terremoti[912]. Ho già fatto

altrove ricordo di una profezia, riferita da Beda, la quale fa durare

Roma quanto il Colosseo, e il mondo quanto Roma[913]. Nelle profezie

riguardanti i pontefici, attribuite a Malachia Ibernico, il quale morì

l'anno 1148, a proposito del ventesimo pontefice si dice che, dopo

mille tribolazioni, Roma sarà distrutta e avrà luogo il giudizio.

Nel 1655 fu pubblicato a Londra un opuscolo nel quale si ammoniva

gl'inglesi residenti a Roma di uscirne, giacchè la città sarebbe stata

distrutta l'anno 1666, e quarantacinque anni più tardi sarebbe seguita

la fine del mondo[914]. Oggigiorno ancora vive tra il popolo a Roma una

credenza, secondo la quale la statua equestre di Marco Aurelio si va

di nuovo lentamente indorando, e quando sarà tutta indorata il mondo

finirà[915].

Ma la distruzione di Roma fu anche annunziata a più riprese

indipendentemente dalla fine del mondo e in contraddizione con le più

antiche credenze. L'impero non essendo più necessariamente e di fatto

congiunto con la Città, si poteva credere che essa fosse venuta meno

alla propria missione, che l'esistenza sua più non fosse necessaria

al mondo. Di qui le molte profezie che le minacciano imminente ed

irreparabile rovina; ma queste profezie non hanno, in generale, nessun

carattere di popolarità, come l'aveva quella che legavasi al Colosseo;

muovono da giudizii di singoli, e da cause meramente morali, proprie

dei tempi in cui nascono, e non acquistano mai, anche perchè troppo

frequenti, molta diffusione ed autorità. Santa Brigida, in una delle

sue Rivelazioni, annunziava che Roma sarebbe stata distrutta in pena

della grande corruzione della Chiesa. Santa Francesca Romana prediceva

il medesimo nel 1436; gli Spirituali, che tanto diedero da fare

all'Inquisizione, s'aspettavano di veder Roma consunta dal fuoco come

un'altra Sodoma[916]. Nel vaticinio di un anonimo sono questi versi:

Roma diu titubans longisque erroribus acta

Corruet et mundi desinet esse caput[917].

Martino Lutero annunziò, nonchè la caduta del cattolicismo, la

distruzione ancora di Roma.

Ma, o con Roma, o senza Roma, l'impero romano durerà indubitabilmente

sino alla fine dei secoli. Questa credenza è antichissima, e, dopo

essere stata universale nel medio evo, passa e continua a vivere per

lungo tempo ancora nell'età moderna. Alcune peculiarità sue si alterano

e si mutano col mutar dei tempi, ma il concetto sostanziale rimane

invariato.

Il germe di essa trovasi già in Lattanzio[918]. Fondandosi

essenzialmente sull'autorità delle Sibille, Lattanzio annuncia con

terribili parole la desolazione e la irreparabile rovina di Roma.

Precederà la venuta dell'Anticristo una età sciagurata, piena d'ogni

calamità e d'ogni nequizia. Imminente la conclusione dei tempi,

Dio manderà sulla terra un suo grande profeta, il quale sarà ucciso

dall'Anticristo. La potenza di costui non avrà più limiti, e durerà

il flagello quarantadue mesi. I giusti ripareranno nella solitudine,

e il figliuolo della perdizione moverà contro di essi, e li circonderà

con le sue milizie, sino a che Dio mandi un re dal cielo a disperderli

con ferro e con fuoco. Questo re non è altri che Cristo, la cui venuta

sarà annunziata dal cadere di una spada celeste. Durerà la carnificina

dall'ora terza sino al vespero, e il sangue correrà a torrenti. Per

quattro volte si rinnoverà la pugna, e da ultimo l'Anticristo sarà

fatto prigione, e insieme con tutti i suoi seguaci abbandonato a giusto

castigo[919].

Qui l'imperatore romano non comparisce ancora; ma poichè già si credeva

che l'impero romano dovesse durare sino alla fine del mondo, non era

possibile che prima o poi non si desse anche all'imperatore una parte,

e una parte cospicua, in quelle supreme battaglie della umanità.

L'Anticristo, maestro di false dottrine e conquistatore, era a un tempo

stesso nemico della Chiesa e nemico dell'impero.

Metodio, nelle _Revelationes_, descrive a questo modo gli ultimi

tempi. Nel settimo millenario i figliuoli d'Ismaele (i Saraceni,

a' quali forse solo nelle redazioni più recenti si aggiungono i

Turchi) usciranno dal deserto e si rovesceranno sopra la terra. Nulla

potrà resistere all'impeto loro: numerosi come le cavallette, essi

ridurranno in cattività tutto il genere umano, distruggeranno le

chiese, empieranno il mondo di abbominazione e di lutto. I cristiani

rinnegheranno la fede, e la più gran parte dei viventi morrà per

ferro, fame, pestilenza. Ma allora sorgerà il re dei Greci, ossia dei

Romani, in gran furore, e piomberà sui barbari trionfanti e tripudianti

nella tracotanza della vittoria e tutti li vincerà, assoggettandoli

a durissima servitù. Avrà allora principio un'èra di letizia e di

pace, nella quale gli uomini, senza timore o sollecitudine alcuna,

vivranno giocondamente. Ma indi a non molto si spalancheranno le porte

di aquilone, e le genti scelerate e bestiali, chiuse da Alessandro

Magno tra i monti, irromperanno sopra la terra, e prima espugneranno

la città di Joppe. Al loro furore non sarà difesa. L'imperatore romano

si ritrarrà in Gerusalemme, e vi starà dieci anni e mezzo, compiuti

i quali apparirà nel mondo l'Anticristo. E come questi sarà apparso,

l'imperatore salirà il Golgota, sulla cui cima sarà confitta la croce,

e si torrà la corona dal capo, e la porrà sulla croce, e stendendo le

mani al cielo rassegnerà a Dio l'imperiale potestà. La croce, con la

corona insieme, sarà assunta in cielo. L'Anticristo trionfante ucciderà

i profeti Enoc ed Elia, mandati contro di lui, e soggiogherà tutta la

terra, e ne sarà padrone; dopodichè verrà Cristo vendicatore, e, vinto

e ucciso l'avversario, procederà all'universale giudizio.

Prima di passare oltre ad esaminare alcune forme più recenti di questa

leggenda, o credenza che si voglia dire, fermiamoci a fare su quella

datane da Metodio qualche breve considerazione. Metodio, o chi altri

si sia l'autore delle _Revelationes_ che vanno sotto il suo nome, è

il primo a parlare in modo preciso delle ultime vicende e della fine

dell'impero. Sia che egli immagini di suo capo, sia che riproduca

immaginazioni forse già nate tra il popolo, non si può non ammettere

che quella parte della predizione che più particolarmente riguarda

l'impero sia di origine bizantina[920]. Metodio intende parlare di un

imperatore greco (_rex Graecorum sive Romanorum_), giacchè l'impero

romano per lui altro non è che l'impero d'Oriente, e la profezia

che mette innanzi altro scopo non ha, come del resto tutto il libro

delle Revelationes, che di provare il primato di Costantinopoli e

di glorificare l'impero d'Oriente. I fatti predetti da lui debbono

accadere nel settimo millenario dalla creazione del mondo: ei li poneva

pertanto in tempo abbastanza remoto da quello in cui scriveva (VIII-IX

sec.)[921].

I figliuoli d'Ismaele di cui parla Metodio sono i Saraceni, ond'era

sempre minacciato di rovina l'impero. Ma i Saraceni sono da lui

introdotti nella finzione per ragioni storiche manifeste, e in iscambio

d'altre genti, che, del resto, vi operavano il medesimo. San Cirillo,

vescovo di Gerusalemme nel IV secolo, dice in un suo scritto[922]

che l'Anticristo troverà l'impero di Roma diviso in dieci regni,

e che ucciderà tre re e si assoggetterà gli altri sette. Questa

opinione, espressa anche da San Gerolamo, era opinione comune che

aveva radici assai remote ed antiche[923]. Ma i Saraceni di Metodio

saranno vinti dallo stesso imperatore, alla cui vittoria succederà,

come abbiamo veduto, un'èra di letizia e di pace. Qui abbiamo una

evidente trasposizione del millenio di felicità che, secondo la

opinione dei chiliasti, doveva arridere ai giusti risuscitati, sotto

il reggimento, di Cristo. Anche la badessa Ildegarde, famosa ai tempi

dei papi Eugenio, Anastasio IV, Adriano IV, Alessandro III, e che

molto profetò circa la fine del mondo e l'Anticristo, fa succedere a

una età felice, di virtù e di concordia, un'età calamitosa in eccesso,

durante la quale, smembrato l'impero romano, ogni provincia si reggerà

da sè. Le genti rinchiuse da Alessandro Magno, ossia i popoli di Gog

e Magog, continuano a figurare in tutte le posteriori versioni della

leggenda[924]. Quanto all'Anticristo, che, sotto un certo aspetto, è il

protagonista di tutta l'azione, Metodio lo trova già nell'Apocalissi,

e noi lo vediamo ricomparire con gli stessi caratteri, e operare al

medesimo modo in tutte le versioni successive.

Gli innumerevoli trattati che intorno a questo figliuolo della

perdizione ci ha lasciati il medio evo fanno fede dell'ansietà e del

terrore che destava negli animi il pericolo sempre imminente e al tutto

inevitabile della sua venuta[925]. Si ricordavano i segni che dovevano

fare conoscere al mondo la funesta sua apparizione, e ponevasi mente

se già non se ne vedesse qualcuno. Si moltiplicavano e si aggravavano

colla fantasia gli orrori degli ultimi tempi. Ogni po' correva per

la cristianità la spaventosa notizia della nascita già avvenuta, o

prossima ad avvenire, dell'uomo fatale. Intorno al 380 Martino, vescovo

di Tours, credeva ch'egli fosse già nato, e così credeva poi intorno

al 1080 il vescovo Ranieri di Firenze, e alcuni decennii più tardi

l'arcivescovo Norberto di Magdeburgo. Nel 1412 Vincenzo Ferrer sapeva,

e lo scriveva al papa Benedetto XIII, che il gran nemico dell'uman

genere era già d'età di nove anni[926]. Ai tempi d'Innocenzo VI un

frate dell'ordine dei Minori ne annunziava la nascita per l'anno 1365.

Arnaldo di Villanova la prediceva per l'anno 1376 in un trattato _De

speculatione adventus Antichristi_. La rovina di Roma, che allora

doveva inevitabilmente seguire, sarebbe stata annunziata dalla caduta

del Ponte Molle e dalla sommersione dell'Asia. Nel 1470 fu trovata

nella chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme una profezia che diceva:

Cum fuerint anni transacti mille quingenti

Et decies terni post partum virginis almae

Tunc Antichristus nascetur daemone plenus.

Ma a chi asseriva che l'Anticristo fosse già nato, o prossimo a

nascere, si poteva rispondere, e si rispondeva con un assai valido

argomento: l'impero romano tuttavia si reggeva. Assono, abate

di Moutier-en-Der, morto nel 992, dice nel suo trattato _De vita

Antichristi_, per lungo tempo attribuito a Rabano Mauro, e sul quale

dovrò tornare quanto prima, che la fine del mondo non era così prossima

come si reputava allora da molti, giacchè al tempo dell'apparizione

del grande avversario l'impero doveva essere in piena dissoluzione,

cosa che non avverrebbe insino a tanto che ci fossero dei re di

Francia, dovendo uno di essi negli ultimi tempi portare la corona

imperiale[927]. Sei secoli dopo questo argomento conservava ancora

molta forza. Uno storico francese, Canon Moreau, racconta come l'anno

1599 si spargesse improvvisamente la voce che l'Anticristo era nato in

Babilonia. Tale novella empiè di terrore le popolazioni. Tuttavia molti

vi furono che non vi diedero fede, i quali, tra le altre ragioni in

contrario, adducevano anche questa che l'impero sussisteva ancora; al

che si rispondeva dagli altri non sussistere esso oramai altrimenti che

di nome.

La leggenda imperiale che noi abbiamo veduto comparire in Oriente

nelle Rivelazioni di Metodio, comparisce ben presto anche in Occidente.

Delle versioni varie che qui se ne formano Metodio è, direttamente o

indirettamente, la prima fonte[928]; ma s'intende bene come in esse non

possa più ritrovarsi lo stesso spirito della leggenda orientale. Per

gli occidentali l'impero romano è l'impero d'Occidente, e l'imperatore

degli ultimi tempi è, non più un imperatore greco, ma un imperatore

francese o tedesco. Questa sostituzione era razionale e necessaria.

Ordinariamente si ammette che le Rivelazioni di Metodio non furono

conosciute nell'Occidente prima del XII secolo, e ciò è vero se

s'intende di una conoscenza diretta[929]. A cominciare da quel tempo se

ne moltiplicarono le traduzioni e le parafrasi latine, in molte delle

quali la leggenda si vede alterata nel modo che ho indicato testè. Ma

certamente gran tempo innanzi alcune almeno delle immaginazioni che vi

si contengono furono conosciute dagli occidentali, e quelle in ispecial

modo che riguardano gli ultimi avvenimenti, sebbene già in qualche

parte alterate. Assone, nel già citato suo libro, composto circa il

948[930], dopo aver parlato degli ultimi tempi in modo conforme alla

tradizione dei padri, dice che l'ultimo imperatore, il quale sarà un

Carolingio (l'impero non era ancora passato ai Tedeschi) riunirà sotto

la sua dominazione tutta la terra, abbatterà tutti gl'idoli, forzerà

i pagani a ricevere il battesimo, e nei templi alzerà la croce di

Cristo. Seguirà allora un'èra di letizia e di prosperità grande, e si

convertiranno gli Ebrei. I popoli di Gog e Magog usciranno dalle loro

sedi e faranno incursione sopra la terra, ma l'imperatore, radunato

il suo esercito, li vincerà e distruggerà. Compiuto il centesimo e

duodecimo anno del suo impero, egli andrà a Gerusalemme, e deporrà la

corona, offrendola a Dio Padre e a Cristo suo figliuolo. Dopo di ciò

verrà l'Anticristo.

Assone cita, come sua fonte, non Metodio, ma certi oracoli sibillini,

i quali indubitabilmente scaturirono dalle Rivelazioni. Essi

sussistono tuttavia in due recensioni diverse, e poco si dilungano

dalla comune loro sorgente[931]. Confrontandole col testo di Assono

si può vedere come la leggenda si andasse modificando secondo il

senso, dirò così, occidentale. In una di quelle due recensioni si

dice che l'imperatore _dei Romani e dei Greci_ uscirà da Bizanzio per

distruggere gl'Ismaeliti; nell'altra l'imperatore è sempre un _rex

Romanorum et Graecorum_ ma Bizanzio non è più ricordata; Assone non

chiama l'imperatore altrimenti che _rex Romanorum_, e dice che sarà

un re di Francia, un Carolingio, il cui nome comincierà con C. Notisi

inoltre che, secondo Metodio, le genti di Gog e Magog correranno

trionfalmente la terra, mentre secondo l'oracolo sibillino ed Assone,

esse saranno debellate e distrutte dall'imperatore. Dopo Assone,

attingono da quell'oracolo il vescovo Benzone[932], Gotofredo da

Viterbo[933], Matteo di Westminster[934]. Benzone chiama la Sibilla

Calliopea; Gotofredo Tiburtina, o Albunea, e dice che, invitata a

Roma dal senato, predisse gli eventi futuri sino alla fine del mondo.

Il racconto profetico di Assone si ritrova più particolarmente in un

antico poemetto inglese di 723 versi, intitolato _Anticrist and the

Signs before the Doom_[935].

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 22 / 43 段