richiesto. La mente in cui il concetto di questo impero spiritualizzato
appare più sublime e più chiaro è la mente di Dante. L'impero fu
istituito da Dio a perfezione della vita umana; tale perfezione non si
può ottenere senza la monarchia unica ed universale. Una è la umanità,
uno il suo còmpito: due sono i fini a cui essa tende; l'uno la felicità
terrena, l'altro la felicità eterna. Quel primo fine è necessariamente
sottordinato al secondo, e la felicità terrena, la quale nasce dal
buon reggimento e dall'ordinato e virtuoso vivere civile, in tanto
solo è degna di essere procacciata in quanto agevola il conseguimento
dell'altra. Senza il peccato dei primi nostri parenti, dal quale ebbe
cominciamento ogni nostra sciagura, gli uomini di per sè avrebbero
raggiunto l'uno e l'altro fine; ma pervertita la lor natura, essi
abbisognarono di due guide sicure che li scorgessero a conseguirli.
Queste due guide sono l'imperatore e il papa, entrambi istituiti da
Dio con proprii e separati uffici, i quali ogniqualvolta si confondono
insieme, sono causa di sciagura al mondo. L'unico imperatore dev'essere
signore di tutta la terra; ma il suo dominio è piuttosto un dominio
sovrano che un dominio diretto. Sotto la sua legge continuano a regnare
i principi, la cui potestà e le cui azioni egli contiene dentro i
limiti del diritto e della giustizia. Egli deve fare in modo che sieno
serbate fra gli uomini la pace, la giustizia, la libertà, condizioni
prime ed indispensabili della felicità terrena. La vacanza dell'impero
è cagione d'irreparabile ruina; da un imperatore aspetta il mondo
salute. Tale è la dottrina che Dante espone nel libro _De Monarchia_,
nel trattato IV del _Convito_, in alcune delle sue epistole, in molti
luoghi della _Commedia_, la dottrina che seguì e propugnò tutta la sua
vita[843]. E la dottrina di Dante è ancora, in sostanza, la dottrina
del Petrarca[844].
Qui si possono notare altre differenze tra l'impero antico e l'impero
del medio evo. L'unità dell'impero antico nasceva da un fatto di
conquista, dallo imporsi di una città e di una gente a tutte le terre e
a tutti i popoli; l'unità dell'impero del medio evo si faceva risalire
all'unità di Dio, e all'opera unica della redenzione compiuta in
benefizio di tutti gli uomini. L'impero antico arrivava al concetto di
umanità raccogliendo sotto una medesima legge le varie genti; l'impero
del medio evo moveva dal concetto di umanità come da principio che lo
spiegava e lo giustificava.
Ma se necessario alla salute dell'uman genere era l'impero, non meno
necessario era il papato, a cui anzi si accordava volentieri, in
ragione della qualità del suo ufficio, la preminenza. Imperatore e
papa erano tutt'e due vicarii di Dio: dice Dante con frase pittoresca
che le due potestà di Pietro e di Cesare si biforcavano da Dio
come da centro comune[845]. Nè i due grandi partiti, Ghibellino e
Guelfo, negavano l'uno la potestà di cui l'altro era fautore: il loro
contendere era solo circa i limiti rispettivi, e il grado d'entrambe.
Federico II diceva che le due potestà, la sacerdotale e l'imperiale,
erano state da Dio medesimo istituite sin dal principio per compiersi
a vicenda[846]. I papi incoronavano gl'imperatori, e all'occorrenza si
dichiaravan vicarii dell'impero vacante. Su molte monete del IX e del X
secolo si vede da una parte l'effigie del papa e dall'altra l'effigie
dell'imperatore. Finalmente è da notare che tra l'impero, quale il
medio evo lo concepisce, ed il papato sono non poche somiglianze ed
analogie: la gerarchia civile, con a capo l'imperatore, era modellata
sulla gerarchia ecclesiastica, con a capo il papa.
Tuttochè per molti rispetti assai diverso dall'antico, l'impero del
medio evo era pur sempre, e si voleva che fosse l'impero romano. Nè a
torto così si voleva, giacchè se è lecito congetturare che una dottrina
d'impero universale sarebbe sorta ad ogni modo nel medio evo, quale
naturale e necessario portato della coscienza cristiana, anche quando
non ci fosse stato l'esempio dell'impero antico, è tuttavia difficile
ammettere che quella dottrina potesse mai di per sè sola tradursi in
fatto. Nell'impero romano del medio evo, esistente in realtà, ha grande
e incontrastabile parte la tradizione romana[847]. Sieno quali esser
si vogliano i travolgimenti e i mutamenti delle cose, sia qualsivoglia
la nazione di colui sul cui capo sta la corona imperiale, l'impero, che
non può perire, è e rimane sempre romano. Nel secondo libro dell'Africa
il Petrarca introduce Scipione, il quale saputo come un giorno lo
scettro imperiale verrà a mani di barbari, si duole di questa che gli
sembra grandissima vergogna del nome latino; ma il padre lo conforta
dicendo:
Depone, precor, lacrimaeque metumque
Vivet honos Latius, semperque vocabitur uno
Nomine Romanum imperium[848].
La traslazione della sede imperiale a Costantinopoli, se ai più
parve nel medio evo un atto ragionevole e giusto, col quale si
procacciava alla Chiesa la libertà e la sovranità necessaria, ad altri
sembrò, com'ebbi già occasione di avvenire, un atto illegittimo, una
solenne ingiuria fatta a Roma. E però nella restituzione dell'impero
d'Occidente si vide e si salutò con gioja il ritorno della potestà
imperiale nella sua propria e legittima sede. È vero che in questa sede
essa non posò più mai, ma è pur vero del pari che ad essa ebbe sempre
a tendere più o meno, e che con essa fu sempre in qualche modo legata.
Roma è la metropoli nominale dell'impero, e in Roma gl'imperatori
ricevono la corona. Anzi Ottone III e Lodovico il Bavaro ebbero in
mente di fermar di nuovo in Roma la sede della suprema potestà civile.
Nell'interno della corona imperiale era scritto il verso famoso: _Roma
caput mundi regit orbis frena rotundi_, e la Bolla d'oro del 1356
prescriveva che gli elettori dovessero sapere il latino, e che non
potesse essere eletto imperatore chi non avesse cognizione della lingua
di Roma.
Tutti sanno con quanto ardore Dante rivendichi ai Romani l'imperial
potestà[849]. Non usurparono essi, ma con ragione e diritto si tolsero
l'impero del mondo. Il popolo romano fu, al pari di quello d'Israele,
un popolo eletto da Dio, e questa elezione esso meritò per la nobiltà
sua e per le grandi virtù. Dio stesso la fece manifesta con solenni
miracoli, come quello dello scudo che ai tempi di Numa cadde dal cielo,
e quello dell'oche capitoline che salvarono la rocca dai nemici, ed
altri parecchi. In ogni tempo i Romani procacciarono il bene dell'uman
genere, anche con disagio e danno lor proprio, e furono egualmente
remoti da cupidigia e da crudeltà. Parecchi popoli e principi tentarono
in varii tempi di occupare l'impero, ma non venne lor fatto, giacchè
non era la esaltazione loro nei disegni della Provvidenza, ma bensì
quella dei Romani. Però chi nega che l'impero appartenga di pien
diritto ai Romani contraddice alla manifesta volontà della Provvidenza.
Nè diverso da Dante pensava e ragionava il Petrarca, a cui la potestà
imperiale pareva inseparabile da Roma, e pareva danno massimo del
mondo l'assenza da Roma così dell'imperatore come del papa. A Dante
Roma senza Cesare rende immagine di una vedovella derelitta[850],
e similmente al Petrarca Roma abbandonata ad un tempo dai suoi due
_sposi_, dai suoi due lumi[851]. Nella canzone da Pietro o da Jacopo
Alighieri indirizzata al papa ed all'imperatore si prega questi due
nocchieri del mondo di rifermare in Roma la loro sede, e ci fu un'ora
che Lodovico il Bavaro potè far concepire grandi speranze in Italia
che la sede imperiale vi sarebbe stata rifermata davvero[852]. La
fantasia popolare, che volentieri immagina come esistente ciò che
dovrebbe essere, traduceva in fatto quanto si desiderava dai più: in
molti racconti popolari, come, ad esempio, nella _Historia della Reina
d'Oriente_ del Pucci, l'imperatore e il papa dimorano tutt'e due in
Roma. Del resto, che l'imperatore fermasse novamente sua stanza in Roma
era desiderio assai antico. In una sua poesia Anselmo il Peripatetico
esclama:
Christe preces intellege, Romam tuam respice
Romanos pie renova, Vires Romae excita.
Surgat Roma imperio Sub Ottone tertio![853].
A Cino da Pistoja pareva che Roma non avesse più ragione di essere,
dappoichè non reggeva più il mondo. In uno de' suoi sonetti egli dice:
A che, Roma superba, tante leggi
Di senator, di plebe, e degli scritti
Di prudenti, di placiti e di editti
Se 'l mondo come pria più non correggi?
Veduto così brevemente che cosa fosse l'impero del medio evo, e
quali idee e quali sentimenti si facesse nascere intorno, facciamoci
ora ad esaminare alcune particolarità curiose di quello che si
potrebbe addimandare il suo apparecchio simbolico. E cominciamo dalla
incoronazione dell'imperatore.
Normalmente la incoronazione doveva farsi in Roma, per le mani
del pontefice, nella basilica di San Pietro. Lodovico il Bavaro
contravvenne al diritto, e suscitò grande malcontento, quando nella
Dieta di Magonza, adunatasi nel 1338, fece deliberare che a conseguire
legittimamente la dignità imperiale la incoronazione in Roma non
fosse più necessaria. Il rituale delle cerimonie era stabilito per
consuetudine. Senza troppo distendermi a darne la descrizione,
mi basterà riportar qui testualmente ciò che Benzone dice della
processione imperiale: «Processio vero Romani imperatoris celebratur
talibus modis. Portatur ante eum sancta crux gravida ligni dominici,
et lancea Mauricii. Deinde sequitur venerabilis ordo episcoporum,
abbatum et sacerdotum, et innumerabilium clericorum. Tunc rex indutus
bysino podere, auro et gemmis inserto, mirabili opere, terribilis
calcaribus aureis, accinctus ense, adopertus Frisia clamide, imperiali
veste, habens manus involutas cyrothecis lineis cum anulo pontificali,
glorificatus insuper diademate imperiali,
Portans in sinistra aureum pomum,
Quod significat monarchiam regnorum,
In dextera vero sceptrum imperii
De more Iulii, Octaviani et Tiberii;
Quem sustentant ex una parte papa Romanus,
Ex altera parte archipontifex Ambrosianus.
Hinc et inde duces, marchiones et comites,
Et diversorum procerum ordines.
Sic imperator incedit ad processionem; nulla humana lingua potest
explicare talem gloriam tantumque honorem. Etc.[854]. A proposito delle
vesti dell'imperatore delle quali è qui fatta menzione, giova avvertire
che, per quanto era possibile, si cercò di serbar loro l'antica foggia
romana, e che in suggelli del X secolo si vedono ancora gl'imperatori
effigiati con la tunica e il manto[855].
L'aquila, che Dante chiama _pubblico segno e uccel di Dio_[856],
l'aquila romana, è pur sempre il segno e il simbolo dell'impero. Carlo
Magno fece porre un'aquila di bronzo sul vertice del suo palazzo in
Aquisgrana[857], e a cominciare da Enrico III lo scettro imperiale
fu sormontato da un'aquila[858]. Narrasi nel _Libro Imperiale_ che
il primo ad usare di tal segno fu Giove quando cacciò Saturno, e
noi abbiamo veduto che sino a Giove si facevano da taluno risalire
le origini dell'impero. Enea poi fu quegli che lo portò di Troja in
Italia[859]. Armannino Giudice dice che Romolo e Remo lo tolsero per
impresa[860]. Secondo Giovanni Villani Pompeo portò aquila d'argento in
campo azzurro, Giulio Cesare aquila d'oro in campo vermiglio, Ottaviano
aquila nera in campo d'oro, e come Ottaviano poi tutti gli altri
imperatori[861]. Giova avvertire a tale proposito che nel medio evo si
credette i Romani avere usato bandiere e stendardi simili in tutto a
quelli d'allora. Descrivendo il bassorilievo che rappresentava il caso
di Trajano e della vedova, Dante dice che ci si vedeva l'imperatore
circondato di cavalieri, e che
l'aquile nell'oro
Sovresso in vista al vento si movieno[862];
dove qualcuno volle assai malamente correggere: _l'aquile dell'oro_.
In un manoscritto francese della Biblioteca Nazionale di Torino[863]
un elenco dei re e degl'imperatori romani è accompagnato da una serie
di miniature rappresentanti gli stemmi dei varii principi. L'aquila
nera è a tutti comune, ma non così altre imprese e figure. Augusto,
Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, hanno sullo scudo un grifone rosso
in campo giallo; Trajano, Adriano, Antonino Pio, Marc'Aurelio, Commodo,
un grifone nero in campo bianco. Decio ha lo scudo a liste orizzontali
bianche e rosse. Diocleziano ha per impresa una nave; Costantino il
Grande un bucefalo bianco in campo rosso, e così ancora suo padre,
i suoi figli e Giuliano l'apostata. Uno dei mosaici del Triclinio
Lateranense a Roma rappresenta Carlo Magno in atto di ricevere dalle
mani di Cristo la bandiera dell'impero, o l'orifiamma. Questa bandiera
è rossa, ma l'aquila non vi figura. Durante il medio evo l'aquila
imperiale fu sempre effigiata con una testa sola. Gioverà finalmente
notare che nei _Phisiologi_ e nei _Bestiarii_ del medio evo si narrano
dell'aquila molte meraviglie, tra l'altre questa, che quando essa è
vecchia può ringiovanire immergendosi in un fonte che scaturisce dalle
parti di Levante. L'aquila, che godeva di tal privilegio, e che, al
morale, si considerava quale un simbolo di Cristo, era per tutti i
rispetti degna di rappresentare l'impero sussistente in perpetuo e
cristiano.
Ma una potestà così augusta quale si era la potestà imperiale, e
così intimamente legata con tutto l'ordine delle cose, aveva mestieri
d'altri segni ancora e d'altri simboli che figurassero e manifestassero
l'alta sua dignità e il provvidenziale suo officio. Facciamoci a dir
brevemente qualche cosa dei principali.
Sotto il nome generale d'_insignia_ si comprendevano due classi
di oggetti attinenti strettamente all'impero ed alla persona
dell'imperatore, ed erano i _clenodia_ e le _reliquiae. Clenodia_[864]
erano più propriamente le insegne significative della imperial potestà,
come la corona e lo scettro; _reliquiae_, certe reliquie di massimo
pregio, le quali conferivano alla santità, e in pari tempo alla forza
e alla stabilità dell'impero. Le insegne dell'impero si trovano ora
sparse qua e là, a Vienna, a Parigi, a Roma, a Madrid, a Pietroburgo, a
Milano, a Monza, a Palermo, in altre città ancora; ma per la più parte
tuttavia sono rimaste in possesso della Casa d'Austria[865].
Grande era la importanza che alle insegne si attribuiva nel medio
evo, nè un imperatore poteva considerarsi in legittimo e definitivo
possesso del suo grado finchè non le avesse ottenute. Lodovico il Pio,
volendo, presso a morte, trasmettere in Lotario la potestà imperiale,
fece a costui recapitare le insegne. Per contro si vide alcun principe
pretendere alla imperial potestà solo perchè aveva le insegne in suo
dominio[866]. Nel famoso _Chronicon Norimbergense_, lodata grandemente
la città di Norimberga, si dice: «Pallium enim, enses, sceptrum, ponia
coronamque Karoli Magni Nurembergenses in eorum archivis observant, que
in coronatione novi regis ob sanctitatem et antiquitatem auctoritatem
prestant».
Gotofredo da Viterbo enumera sei insegne principali[867]:
Ut scriptura tonat, crux, ensis, scepter, corona,
Lances, palla bona nobis insignia donant.
Il nome di corona apparteneva propriamente alla sola corona imperiale;
le corone dei re chiamavansi _circuli_. La rotondità simboleggiava il
cerchio della terra; ma anche l'oro e le gemme avevano significazione
simbolica. «Corona imperatoris est circulus orbis. Portat ergo Augustus
_coronam_, quia declarat se regere mundi monarchiam. Corona quoque
dicitur victoria, unde et victores coronabantur, et Augusti _victores
orbis_ dicebantur. Arcus super coronam curvatur, eo quod Oceanus mundum
dividere narratur»[868].
Delle gemme dice Gotofredo da Viterbo[869]:
Iulius instituit gemmas superesse corone,
Ut preciosa foret lapidum gravidata decore:
Nunc liber exponet quid sibi gemma volet.
Quatuor in cunctis sunt insita punctis
Duricies, virtus, splendorque colorque:
Hec qui Cesar erit mistica nosse velit.
Duricie constans, virtute refertus honestus,
Et bona fama color, splendor sine crimine questus:
Quatuor ista geret qui diadema feret.
Ad un _solitario_ che brillava nella corona imperiale si attribuivano,
come del resto a molte gemme nel medio evo, virtù magiche. Walther
von der Vogelweide lo chiama la stella polare dei principi[870]. Nella
_Graphia_ si parla di dieci corone imperiali; ma più particolarmente
degno di nota è quanto vi si dice della ferrea e dell'aurea. «Octava
ferrea..... quia Pompejus, Julius, Octavianus atque Trajanus, cum
Romanis, per ferrum subjugaverant totum orbem terrarum...... Decima
corona est aurea, gemmis et margaritis ornata; quia sicut aurum
reliquis metallis splendidius est, et quo plus aere repercutitur plus
fulget, ita imperator omnibus hominibus qui sub celo sunt, clarissimus,
illustrissimus, splendidissimus. Hanc Diocletianus imperator,
visa aurea corona regis Persarum, primus romanis imperatoribus
tradidit.....»[871]. È noto ciò che la leggenda narra della famosa
corona ferrea, formata con uno dei chiodi che servirono a crocifìggere
Cristo[872]. Nella orazione _De obitu Theodosii Magni_, scritta l'anno
395, Sant'Ambrogio racconta che Sant'Elena, ritrovati quei chiodi, di
uno fece fare un freno, di un altro un diadema, e li mandò al figliuolo
Costantino[873]. Il freno è simbolo di reggimento, il diadema di
sovranità, e tutt'e due sono fatti con istrumenti della passione di
Cristo: anche in ciò si palesa la idea fondamentale del nuovo impero,
e il suo carattere essenzialmente religioso. Luigi il Pio, figlio di
Carlo Magno, fu incoronato con una corona che Stefano V aveva portato
da Roma. Essa era d'oro e adorna di gemme: Ermoldo Nigello dice che era
la stessa corona di Costantino[874].
Lo scettro era insignito dell'aquila romana, ma di esso non troppo si
parla; un'insegna e un simbolo di grande importanza era, per contro,
il globo aureo che nelle occasioni solenni gl'imperatori tenevano nella
mano sinistra. Esso raffigurava l'orbe terraqueo, tutto intero soggetto
alla sovranità imperiale[875]. Un globo sormontato da una Vittoria
alata apparteneva già alle insegne degli antichi imperatori romani,
ma, dopo il trionfo del cristianesimo, alla Vittoria fu sostituita la
Croce, vincitrice e dominatrice del mondo. Una statua di Costantino,
eretta in cima a una colonna di porfido nel Foro che da lui appunto
prendeva il nome, in Costantinopoli, recava nella destra un ingente
pomo aureo con infissavi la croce, e con questa iscrizione: _A te
Cristo Dio raccomando questa città_[876]. Nell'Augusteo Giustiniano
era rappresentato a cavallo, con un globo sormontato dalla croce
nella mano destra, e nessun'arme[877]. La _Graphia_ fa risalire l'uso
del globo aureo sino ad Augusto[878]; ma il globo che figurava tra
le insegne dell'impero nel medio evo si diceva fatto per ordine di
Benedetto VIII e da questo pontefice presentato a Enrico II[879]. A
dir d'alcuni esso era pieno di terra raccolta dalle quattro plaghe del
mondo per significare la universalità del dominio imperiale[880]; altri
invece, per una di quelle tante antitesi care al medio evo, dicevano
che era pieno di cenere, a significare la vanità della stessa potenza
imperiale[881]. Nella leggenda dei Re Magi, che il carmelitano Giovanni
d'Hildesheim scrisse in latino nel XIV secolo[882], si narra, al cap.
23, dei doni che i tre Re presentarono al bambino Gesù. Il re di Nubia
e di Arabia, Melchiorre, offerse trenta denari e un pomo aureo. Questo
pomo, che figurava il mondo, era stato di Alessandro Magno, il quale
l'aveva fatto formare con monete d'ogni specie, appartenenti ai tributi
che la terra tutta gli pagava. Alessandro lo portava sempre in mano
per lasciare intendere che egli aveva il mondo in sua balìa. Appena
presentato a Gesù, esso si sciolse in polvere ed in cenere[883].
Molto spesso si trova ricordata, come una delle principali e più
preziose insegne, la lancia dell'impero, sebbene le notizie intorno ad
essa sieno molto confuse e contraddittorie. Non bisogna dimenticare, a
tale proposito, che era stato costume di parecchie genti germaniche,
e fra l'altre dei Longobardi e dei Franchi, di consegnare al re
proclamato un'asta come simbolo di sovranità, e che la _quiris_ aveva
avuto grande importanza nelle tradizioni romane. La lancia dell'impero
si credeva avesse appartenuto in origine a Costantino, ma si confuse
poi con la lancia di cui fu trafitto Cristo in croce per man di
Longino, ed anche con una lancia di San Maurizio, capitano della famosa
legione tebea[884]. Essa era considerata come un _firmamentum imperii_,
e Gotofredo da Viterbo così ne parla[885]:
Subjicit imperio bello gestata potentes,
Motibus ipsius nequeunt obsistere gentes,
Haec ubi bella movet vincere cuncta solet.
Lancea sancta solet regnorum vincere lites,
Ipsa facit proceres Romanos esse Quirites,
Ex hoc Caesar habet, quod sibi regna favent.
In varii modi si racconta come essa fosse acquistata al patrimonio
dell'impero. Secondo alcuni Rodolfo, re di Borgogna, l'ebbe in
Italia da un conte Sansone, e la cedette, per amore, o per forza,
all'imperatore Enrico I; secondo altri fu Ottone I quegli che
l'acquistò da Bosone, re d'Arles. Eccardo Uraugiense così la
descrive[886]: «..... quae (_lancea_), excepta ceterarum specie
lancearum, novo quodammodo opere, novaque elaborata arte et figura,
iuxta mediam spinam habuit utrobique quasi fenestram, et in media spina
cruces ex clavis, manibus et pedibus salvatori nostri domini Jhesu
Christi affixis».
Ma, come dissi, questa supposta lancia di Costantino fu poi
identificata con la lancia di Longino, comunemente designata col
nome di _Lancea Christi_, la quale, secondo la più diffusa credenza,
non fu ritrovata che ai tempi della prima crociata[887], ma che la
pietosa fantasia dei credenti immaginò conosciuta e posseduta dalla
cristianità molto tempo innanzi. In fatto, la lancia che insieme col
bacino figura nei romanzi del Santo Graal, sarebbe appunto la lancia
di Cristo. Carlo Magno l'avrebbe posseduta, e poi altri principi dopo
di lui. Guglielmo di Malmesbury racconta[888] che Ugo, re di Francia,
mandò al re Adelstano d'Inghilterra, insieme con altri doni di massimo
valore, la spada di Costantino Magno, nel pomo della quale era infisso
uno dei chiodi che avevano servito a crocifiggere Cristo, la lancia di
Carlo Magno, che si credeva essere quella stessa che aveva trafitto il
fianco di Cristo, e che al fortunato suo possessore aveva procacciato
le vittorie più strepitose, il vessillo del martire Maurizio, del
quale vessillo s'era il medesimo Carlo Magno servito per dissipare
gli eserciti dei Saraceni in Ispagna[889]. Secondo la _Chanson de
Roland_, della sacra lancia Carlo Magno non avrebbe posseduto altro
che la punta, incrostata nel pomo della sua famosa spada Joyeuse[890].
Ma la lancia dell'impero si trova anche indicata col nome di _lancea
Mauricii_[891], senza dubbio per un'altra confusione. A Boleslao,
quando fu incoronato re di Polonia, Ottone III diede la lancia
di San Maurizio e uno dei santi chiodi[892]. Di questa lancia non
si parla nè da Valafredo Strabone nel suo _Hymnus de Agaunensibus
martyribus_[893], nè dal Voragine nella leggenda di San Maurizio e de'
suoi compagni[894], e nemmeno da Hermann von Fritslar. Tra le insegne
dell'impero figuravano pure il vessillo e la spada di San Maurizio
e una pretesa spada di Carlo Magno; di quel vessillo si credeva in
Germania che giovasse per la difesa, ma non per l'offesa[895].
Figuravano finalmente, secondo varii racconti, tra le insegne
dell'impero, la famosa spada Durendal, che l'arcangelo Michele aveva
recato a Carlo Magno dal cielo, e che da Carlo Magno fu poi donata ad
Orlando, la spada di Attila, che un tempo era stata di Marte[896], e
la spada di Costantino. Il nome di Costantino è spesso occorso nelle
pagine che precedono, e la leggenda mostra di dare grande importanza
alle insegne che venivano da lui: non si dimentichi che Costantino era
considerato quale il fondatore dell'impero cristiano.