Certo, quest'impero, di solito, non è che un'ombra, od un simbolo, ed

i suoi mezzi materiali di dominazione non rispondono in nessun modo

al titolo amplissimo della ostentata sovranità. Ma ombra, o simbolo,

esso serba tuttavia una meravigliosa potenza morale, che quanto meno

si appoggia alla forza dell'armi, o degli ordinamenti, tanto più alto

concetto fa concepire della virtù indestruttibile serbata dal nome

e dalla tradizione di Roma. Dopo quella del pontefice, la dignità

imperiale è la maggiore in terra, e non pure i principi, ma i popoli

ancora se la contendono, e le emulazioni e le contese per cagion sua si

susseguono sin verso il mezzo del secolo XVII. Pur di accrescere lustro

e favore alla sua causa, a Cola di Rienzo pareva bello scoprirsi,

o spacciarsi figliuolo naturale di Enrico VII di Lussemburgo[806].

L'impero è giudicato necessario alla vita del genere umano, starei

per dire alla economia del creato, e per tosto avvedersi della parte

che ebbe nella storia del medio evo basta ripensare un istante alle

lotte secolari degl'imperatori e dei papi. Fantasma di signoria, esso

durò lo spazio di mille anni[807]: secondo la leggenda non avrebbe

dovuto finire altrimenti che col mondo soggetto ad esso. Tale vita

gl'infondevano la tradizione romana e la coscienza della cristianità.

Cominciamo dall'esaminare alcune credenze che nel medio evo ebbero

corso circa l'impero antico, e poi vedremo quali fossero i caratteri

più spiccati del nuovo, e quali fantasie gli si raccogliessero intorno.

Abbiamo già veduto come per primo imperatore passasse comunemente

Giulio Cesare[808]. Le eccezioni sono assai rare, e qui mi basterà di

notare che Corrado Bottone afferma nel suo _Chronicon Brunsviciensium

picturatum_, scritto in dialetto sassone verso la fine del XV secolo,

esservi stati prima di Cristo tre imperatori, Pompeo, Crasso e Giulio

Cesare, i quali si divisero il dominio. Del resto l'impero romano era

stato profetizzato già da Noè e da suo figlio Jonito, ed anzi Nembrot

aveva mandato il proprio figliuolo Camese in Italia sperando così di

poterlo assicurare alla sua discendenza[809]. Esso era l'ultimo dei

quattro imperi simboleggiati dalla statua che Nabuccodonosor vide in

sogno, e dalle quattro fiere di una delle visioni di Daniele[810].

Gli altri tre erano il babilonico, il persiano, il macedonico[811].

Il regno dei Romani corrispondeva alle gambe ferree della statua,

perchè, siccome il ferro vince in durezza tutti gli altri metalli, così

l'impero di Roma doveva vincere tutti gli altri imperi[812]. La potestà

era discesa da un impero all'altro, e nel romano doveva rimanere sino

al cominciamento del regno celeste, nel quale tutte le potestà della

terra si sarebbero risolute[813]. Si scorge in questa immaginazione

la tendenza generale del medio evo a far dell'impero una istituzione

assoluta, superiore alle vicende storiche, soggetta sì a tramutar

di sede, ma invariabile nella sostanza. Nello _Speculum regum_[814]

Gotofredo da Viterbo tesse la storia della potestà imperiale e dei

lignaggi imperiali, che egli fa risalire sino a Nembrot e ai tempi

della umanità rinascente, dopo il diluvio. Nembrot regnò prima in

Babilonia ed ebbe otto figliuoli, dei quali il primo, Crete, fu signore

in Creta. Crete generò Celio, Celio generò Saturno, Saturno generò

Giove. Ciò accadeva ai tempi di Abramo e di Isacco e di Giano, che fu

primo re d'Italia. Giove usurpò il regno al padre, e dominò su tutti

i re e tutti i popoli della terra. Da Giove, che fu, per valore e per

sapienza, impareggiabile, vengono i Trojani, vengono i re, Alessandro

Magno fra gli altri, vengono le leggi, la filosofia, l'arte della

guerra, il trivio e il quadrivio. Roma e l'impero riconoscono i suoi

principii da lui:

Iuraque mundana sunt a Iove condita clara;

Menia Romana Iuppiter ipso parat.

L'impero romano, a dispetto di tutti i travolgimenti, a dispetto delle

stesse invasioni barbariche, non aveva patito interruzione: quello del

medio evo consideravasi come la naturale e legittima continuazione

dell'antico. Carlo Magno era un successore di Giulio Cesare e di

Augusto; Filippo di Svevia prendeva il nome di Filippo II a causa

di Filippo Arabo, che aveva regnato prima di lui[815]. Il cronista

Freculfo esprimeva una opinione da cui il medio evo tutto intero

doveva scostarsi, quando giudicava chiuso l'antico ordine di cose e

cominciatone un altro; e lo stesso dicasi del monaco di San Gallo, che

considerava Carlo Magno quale signore di un nuovo impero[816].

Nè Carlo Magno, nè il papa Leone, intesero, come noto, di restituire

un impero di Occidente distinto e separato dall'impero di Oriente,

o piuttosto di restituire una potestà imperiale diversa da quella

degl'imperatori greci. Per essi quella potestà è una e indivisibile.

Allorchè Costantino VI, fanciullo ancora, fu deposto dalla propria

madre Irene, il trono, non essendovi altro legittimo successore, fu

di diritto considerato come vacante, e Carlo Magno fu dalle necessità

stesse della propria politica tratto ad occuparlo[817]. Nè tale

occupazione poteva parere illegittima, dappoichè per essa Roma tornava

ad essere, almeno di nome, la sede di quella potestà che a lei per

diritto assai più che a Costantinopoli apparteneva. Vedremo del resto

or ora che altre ragioni di legittimità non mancavano.

Certo gli è cosa assai strana che il fatto clamoroso e gravissimo

del ritorno della potestà imperiale in Occidente ed in Roma, o,

come si disse, della sua traslazione dai Greci ai Franchi, abbia

lasciato così poche tracce nelle finzioni epiche del medio evo.

Mentre numerose _chansons de geste_, per non guardare che alla sola

letteratura francese, celebrano le gesta tutte, reali o immaginarie,

di Carlo Magno, non ve n'ha nessuna che narri quel fatto, nemmeno

episodicamente; e sì che la fantasia avrebbe potuto agevolmente

arricchirlo di particolarità romanzesche e farne degno argomento di

epica narrazione. La leggenda assai antica, e già sorta nel X secolo,

di una spedizione, o di una prima crociata, condotta da Carlo Magno in

Terra Santa, mostra questo principe in relazione con gl'imperatori di

Oriente; ma non fa ricordo della traslazione della potestà imperiale.

Narrando tale leggenda Benedetto del Soratte dice[818] che Niceforo,

Michele e Leone, imperatori a Costantinopoli, sospettarono che Carlo

Magno volesse privarli della signoria, là dove questi strinse con

essi buona e salda alleanza. Ma di quel sospetto non è fatto ricordo

nella pretesa Storia del viaggio di Carlo Magno a Gerusalemme, scritta

in latino nell'XI secolo, probabilmente da un monaco dell'abazia di

San Dionigi in Francia, e accettata poi comunemente per vera sino

al Rinascimento[819]. Nella _Chanson de Roland_ Orlando, presso a

morte, enumera le imprese compiute per suo zio, e ricorda d'avere

assoggettato al suo dominio anche Costantinopoli[820]. Nella

_Karlamagnus-Saga_ invece si racconta che avendo Carlo Magno ajutato

l'imperatore d'Oriente contro i Saraceni, questi per gratitudine,

avrebbe voluto diventar suo vassallo, ma che Carlo non lo sofferse.

Suo vassallo diventa invece davvero l'imperatore Ugone in un curioso

poemetto francese assai noto, in cui è narrato, con particolarità

ben diverse da quelle della leggenda più antica, un viaggio di Carlo

Magno a Gerusalemme e a Costantinopoli[821]. Questo silenzio della

leggenda sembra tanto più singolare quanto più viva si sa essere stata

l'impressione che sull'animo dei contemporanei fece l'incoronazione di

Carlo Magno in Roma. Basterà ricordare a tale proposito l'entusiasmo

manifestato da Alcuino, il quale, prima che Carlo Magno assumesse

il titolo d'imperatore e d'Augusto, affermava essere la imperiale la

più alta potestà sulla terra, e il nuovo incoronato chiamò col nome

significativo di Flavio Anicio Carlo[822]. Una solenne glorificazione

del grande avvenimento si sarebbe senza dubbio avuta nel _Carmen

de Carolo Magno_ di Angilberto detto Omero, se questo poema fosse

compiuto, ciò che assai probabilmente non è. Giova tuttavia avvertire

che nei poemi francesi Carlo Magno è detto indifferentemente re o

imperatore.

Nella _Kaiserchronik_[823] la traslazione dell'impero è narrata per

disteso, ma in modo assai strano, e in tutto contraddicente alla

verità storica. Possedeva l'impero il greco Costanzo (l. Costantino),

figliuolo d'Irene, donna di grandi virtù. Una notte costei sognò di

trovarsi, insieme col figliuolo, dentro una nave, in mare: la nave

affondava e Costantino periva; ella riusciva a salvarsi, ma un orso

la rapiva e la trascinava in un bosco. Dopo questo sogno, madre e

figlio vanno a Roma, recando con se grandi tesori. Colmati delle

loro liberalità i Romani li accolgono festosamente; ma, facinorosi e

crudeli, tornano poi ben presto ai loro tristi costumi. È ucciso un

senatore: Costantino fa decapitare due dei colpevoli; ma gli amici

di costoro assaltano il palazzo, trascinano la madre e il figlio in

un campo, e loro strappano gli occhi e tagliano il naso. Da allora

la potestà imperiale fu tolta ai Greci per sempre[824]. L'impero era

vacante. La corona fu deposta sull'altare di San Pietro, e i signori

di Roma, adunatisi tutti insieme, giurarono di non più eleggere un

imperatore del loro sangue. C'era allora una usanza, che i giovani

di nobile lignaggio andavano a passare alcun tempo in corte di Roma,

e quando vi avevano ricevuta la spada, ossia erano stati armati

cavalieri, tornavano ai loro paesi. Un re possente, per nome Pipino,

aveva due figliuoli, dei quali l'uno si chiamava Leone, l'altro

Carlo. Leone, recatosi prima del fratello in Roma, v'era stato fatto

papa; ma dopo alcun tempo, mosso da una voce che gli parla in sogno,

Carlo chiede ed ottiene dal padre di andare a Roma ancor egli. Quivi

giunto, è incoronato re, e parte dopo aver promesso al papa di fargli

racquistare tutti i suoi diritti. Lui partito, i Romani prendono il

papa e gli strappano gli occhi: in questa parte il racconto non si

scosta troppo dalle storie e si riscontra, sino ad un certo segno col

poema di Angilberto. Carlo torna verso Roma con un immenso esercito,

occupa la città, punisce i colpevoli, e incoronato imperatore fa

valere la sua potestà che gli era stata già prima annunziata da un

angelo[825]. Carlo Magno fu il primo imperatore tedesco[826].

Anche secondo il racconto della _Kaiserchronik_ dunque Carlo Magno

altro non è che il successore di Costantino VI, e successore tanto più

legittimo in quanto che lo stesso Costantino ha sua sede in Roma. La

continuità dell'impero non patisce eccezioni, nè allora, nè dopo. Vero

è che, compressa l'effimera tracotanza di Crescenzio, Ottone III e

Gerberto annunziarono pomposamente al mondo l'avvenuta ricostituzione

dell'impero di Occidente; ma dicendo ricostituzione, essi intendevano

dire che l'impero era stato reintegrato in tutti i suoi diritti e in

tutte le sue prerogative, e non pensavano che fosse cessato mai[827].

Ma la traslazione dell'impero dai Greci ai Franchi, dai Franchi ai

Germani, si legittimava anche con altri argomenti. Anzi tutto si poteva

discutere se gl'imperatori di Oriente, inquantochè avevano nelle

vene sangue greco, fossero, sebbene successori di Costantino Magno,

imperatori legittimi. Il primo fondatore di Roma, e l'autore diretto

dell'impero romano era Enea, Trojano. Roma era come una nuova Troja,

naturalmente nemica dei Greci, e ripugnava che un Greco portasse la

corona imperiale. Negli ultimi tempi si giunse a considerare l'impero

greco come essenzialmente diverso dal latino, come contrapposto ad

esso, e nella conquista che i Turchi, ancor essi, secondo la leggenda,

di sangue trojano, fecero di Costantinopoli, si vide la tarda, ma

giusta vendetta dell'eccidio di Troja[828]. Ma c'era di più. I Franchi,

nei quali passava la potestà imperiale, erano anch'essi Trojani di

origine, come tutte le genti germaniche in generale, e avevano ricevuto

quel nome, che vuol dire audaci, combattendo e vincendo in servizio

di Roma, gli Alani[829]. Da Troja erano usciti due gran lignaggi,

il latino e il germanico: Carlo Magno apparteneva ad entrambi, e per

tal modo raccoglieva in sè tutto il diritto di cui Troja era come la

prima sorgente. Nessun imperatore poteva essere più legittimo di Carlo

Magno[830]. Gli è cosa degna d'essere notata che, mentre in antico non

si credette punto necessaria agli imperatori la qualità di latini, nel

medio evo si pose ogni studio a farli di sangue trojano, ch'era come

dire di sangue latino.

Non solo Germani e Romani erano di una stirpe, eran fratelli, ma i

principi di Germania erano più nobili di quelli di Roma, perchè, e

per parte di padre, e per parte di madre, venivan da Priamo, mentre

i romani venivano da Priamo soltanto per parte di madre[831]. Ad essi

dunque doveva spettare con preferenza l'impero. Ma non si dimentichi

che al di sopra di tutti i diritti storici, veri o presunti, la

coscienza cristiana del medio evo era condotta ad ammettere un

diritto divino, la stessa volontà di Dio, a più riprese manifestata

assai chiaramente, e in conformità della quale, secondo chiedeva la

necessità dei tempi, l'impero doveva tramutarsi d'uno in un altro

principe, d'una in un'altra gente. L'impero altro non era in sostanza

che una delegazione di poteri divini, fatta con intendimenti speciali

e pel raggiungimento di scopi determinati. Esso non era sorto, diciam

così, _causa sui_, ma per preparare il mondo alla venuta di Cristo

e alla diffusione delle nuove dottrine: sorto e costituito, esso non

durava per fini suoi proprii, ma per tutelare la Chiesa e agevolarne

il còmpito. Ogniqualvolta all'esercizio di così alta missione si

addimostrava necessario il trasferimento, per ineluttabile decreto

della Provvidenza il trasferimento avveniva[832]. Nel già citato poema

di Ugo d'Alvernia, e in altre versioni della medesima istoria, si

narra come l'impero passasse ai Tedeschi. I Saraceni assediavano Roma.

Il papa chiese ajuto ai Francesi, e non avendolo potuto ottenere, lo

chiese ai Tedeschi, promettendo loro l'impero. I Tedeschi scendono in

Italia, ma poco stante vi scendono anche i Francesi, mossi da Ugone.

In Roma i due eserciti vengono alle mani, poi i Francesi sconfiggono

da soli i Saraceni e liberano la Città Santa. Il papa, legato dalla

fatta promessa, si trova in grande imbarazzo. Per consiglio di Ugone

si commette alla fortuna dell'armi la decisione del piato, con questa

condizione tuttavia, che non abbia la Francia in nessun caso a perdere

la sua indipendenza. Combattono, da una parte, centocinquanta baroni

tedeschi, fra cui Tommaso di Lussemburgo, dall'altra, centocinquanta

baroni francesi, fra cui Ugone. Si sterminano a vicenda, e al fine

della pugna rimangono soli vivi, ma spiranti tutt'e duo, Tommaso ed

Ugone. Ugone muore alcuni istanti prima, e l'impero tocca ai Tedeschi.

Ma i Francesi non si acchetarono mai ai decreti della sorte o

della Provvidenza. Nel secolo XVI Guglielmo Postel, nella sua opera

intitolata _Histoire mémorable des expéditions des Gaulois_, rivendica

ai Francesi il primato, e sostiene che ad essi soli appartiene il

legittimo impero; nel XVII l'Aubery, nel suo trattato intitolato _De la

prééminence de nos roys, et de leur préséance sur l'empereur et le roy

d'Espagne_, afferma soli legittimi imperatori essere i re di Francia.

E pure della perdita essi non dovevano accusar che sè soli. Nel poema

intitolato _Le Coronement Loeys_[833] Carlo Magno, pieno d'anni e di

gloria, desideroso finalmente di quiete, risolve di cedere la corona al

figliuolo. Chiama costui in sua presenza, e ricordatogli quali sieno

i doveri di un re, gli mostra la corona deposta sopra un altare e gli

dice:

Fils Looys, vez ici la corone?

Se tu la prens, emperere es de Rome.

Ma l'imbelle Luigi, figlio indegno di tanto padre, vinto da sgomento,

lascia cadere in terra l'emblema augusto che doveva recarsi in capo.

I degeneri Carolingi non eran più fatti per tal fardello: giustamente

sottentran loro gli Ottoni.

Voluto ed istituito dalla Provvidenza, deputato a tutelare la Chiesa

e ad agevolare all'uman genere il raggiungimento degli alti suoi

fini, l'impero assumeva un carattere peculiare di santità che molto

ne accresceva il prestigio. Già i gentili ebbero il concetto della

santità dell'impero; ma, naturalmente, un concetto molto diverso da

quello che n'ebbero poscia i cristiani. Tertulliano riconosce quella

santità, ma la deriva dall'ufficio che all'impero credeva fosse

stato commesso dalla Provvidenza. Primo a farla palese al mondo e

ad affermarla era stato lo stesso Cristo, che volle nascere e morire

soggetto dell'impero, e disse: Date a Cesare quel che è di Cesare[834].

Questa testimonianza solenne sarà più tardi molto spesso invocata[835],

e l'ammetteranno così coloro che fanno derivare l'autorità imperiale

immediatamente da Dio, come coloro che la fanno derivare dal

pontefice. Ma il titolo di _santo_ fu dato all'impero ufficialmente

per la prima volta, a quanto pare, da Federico Barbarossa, e nella

dieta di Roncaglia non mancò chi propose di dichiarare eretici

coloro che all'impero non riconoscessero carattere di sacro e di

universale. All'elezione dell'imperatore, come a quella del pontefice,

presedeva lo Spirito Santo, e Carlo Fabri dava per custodi ai sette

Elettori dell'impero i sette angeli principali[836]. L'inviolabilità

dell'impero, sebbene non fosse ammessa da tutti, era la logica

conseguenza della sua santità[837], e come l'imperatore era il supremo

gerarca temporale del mondo, così l'impero era la fonte di ogni diritto

politico e civile.

Io non mi distenderò troppo lungamente, chè il soggetto mio nol

comporta, a discorrere del concetto che il medio evo si fece della

potestà imperiale, e delle dottrine che si escogitarono allora circa

ai limiti di essa e al modo dell'esercizio. Ma alcuni rapidi cenni,

più particolarmente intesi a richiamar l'attenzione sulla diversità

che passava tra il concetto nuovo e l'antico, non saranno qui fuori di

luogo.

Quando fu restituito, o, se così vogliam dire, traslato l'impero

nell'800, la sovranità di Carlo Magno, procacciata con l'armi, si

stendeva su buona parte dell'antico dominio di Roma. Il vasto e ben

signoreggiato territorio era ottima base per novamente assidervi

sopra la potestà imperiale, una potestà reale e concreta, non ideale

ed astratta. Ma mutata in breve la condizione delle cose, guasta e

disfatta, per colpa dei tralignati suoi successori, l'opera di Carlo

Magno, l'impero non fu più che un'anima senza corpo, una volontà

senz'organi. Fa meraviglia la sproporzione che passa sovente allora

tra il diritto proclamato, e generalmente riconosciuto in teorica,

e il potere reale di certi imperatori senza terra, senza denari,

senz'armi, e a cui la stessa Roma, la metropoli nominale dell'impero,

chiude in faccia sdegnosamente le porte. L'impero ridotto a tale, con

le pretensioni larghissime e l'angustissima base, rende immagine di

una piramide capovolta, che si regga per un miracolo di equilibrio, e

che un soffio basti a mettere in terra. E pure esso dura per secoli, e

attraversa i tempi più calamitosi e più difficili del medio evo. Gli è

che una forza poderosissima, la forza delle credenze, lo sorregge e lo

tutela.

Già da molti fu detto che il medio evo, età cui fece difetto in

singolar modo la critica, non ebbe, come di molte altre cose non ebbe,

un giusto concetto dello stato, e che tutta la sua politica fu una

politica artificiale o chimerica, ignara, o sprezzante, della realtà

storica o delle storiche necessità. Questa sentenza è vera, ma vuol

essere temperata con una considerazione. Le idee onde essenzialmente

si giova il medio evo per la costruzione delle sue dottrine politiche,

non sono idee puramente fantastiche, vaganti fuori della vita, sono

idee morali e religiose intimamente legate con essa, sono forze della

coscienza e della storia. L'impero, quale la coscienza d'allora lo

concepisce, non è una mera utopia, ed errerebbe di grosso chi volesse

metterlo in fascio con la repubblica di Platone e con la Città del

Sole del Campanella, o con altre sì fatte concezioni essenzialmente

subjettive di spiriti solitarii. L'impero non nega gli ordini

esistenti, ma in parte si sovrappone ad essi, e in parte si compone

con essi. Nel mondo, su cui esso deve esercitare la sovrana sua

potestà, ci sono nazioni e principati e città, c'è la Chiesa madre dei

credenti: esso a nessuna di queste cose sottentra, nessuna toglie di

luogo, ma con tutte s'accorda pel raggiungimento di uno scopo che non è

terreno. Non dimentichiamo che pel medio evo cristiano la politica non

poteva essere intesa al solo conseguimento dei beni materiali e della

prosperità temporale, ma doveva ancora adoperarsi pel conseguimento

del sommo bene e della eterna felicità. Secondo la coscienza del medio

evo l'impero doveva essenzialmente consistere in una potestà giusta

e sovrana, investita di un alto còmpito morale, scevra d'ogni terrena

cupidigia, regolatrice universalmente rispettata ed infallibile della

vita del genere umano. Esso era una forma più alta di reggimento e

di legge. Il suo diritto veniva da Dio e la forza materiale non era

necessaria sanzione de' suoi precetti se non in quanto la tristizia dei

tempi lo richiedesse; data una umanità più disciplinata e virtuosa,

l'impero avrebbe potuto sussistere ed esercitare il suo officio

senz'altra forza che quella della legge morale. _Ad imperatorem

totius orbis spectat patrocinium_, dice Ottone di Frisinga[838]:

_Imperator est animata lex in terris_, è detto in un documento del

1230[839]. S'intende pertanto come nel medio evo una potestà imperiale

non sorretta da vasti dominii, non suffragata dalla forza dell'armi,

potesse nulladimeno parer degna di riverenza e aver gran peso nelle

cose del mondo. Nè si dica che ciò avveniva soltanto in virtù di una

illusione degli spiriti, remota da ogni possibile realtà, giacchè il

papato era lì per provare come una potestà puramente spirituale fosse

in grado di estendere senz'altro ajuto sul mondo un formidabile ed

incontrastato dominio[840].

Si vede quale divario corresse tra l'impero secondo il concetto antico

e l'impero secondo il concetto del medio evo. Pei Romani dei tempi

di Augusto e di Trajano l'_imperium Romanorum_ era l'insieme delle

province conquistate con l'armi, era la numerosa famiglia delle genti

soggette ed obbedienti a Roma. La conquista era il suo principio e il

suo diritto; la forza, l'opulenza, la gloria, erano gli aspetti e i

momenti suoi principali; il fine massimo la esaltazione di una città

il cui nome figurava tra quelli degli dei, o di un imperatore adorato

sugli altari. Di un còmpito morale qualsiasi non si vede che Roma si

desse gran fatto pensiero. Cicerone parla della dominazione romana come

se fosse piuttosto patrocinio che signoria[841], e Virgilio ricorda ai

suoi concittadini la missione di civiltà e di giustizia loro affidata

dal cielo[842]; ma questi erano pensieri che passavano per la mente

di pochi, poeti o filosofi; la comune coscienza non se ne inspirava

e gl'imperatori ben di rado mostrarono di ricordarsene. Ad ogni modo

il còmpito morale di Roma non si estendeva oltre i limiti della vita

presente e della storia: tenere in pace il mondo per amore o per forza

dopo averlo soggiogato in guerra, imporre ai popoli vinti la lingua

e la civiltà propria, gratificarli col titolo pomposo di cittadini

romani, tali erano i più alti fini civili a cui l'antico impero

potesse mirare. L'impero del medio evo a ben più arduo ufficio aveva

a sobbarcarsi: esso doveva procacciare che gli uomini vivessero, non

conformemente ad una legge sua propria, ma conformemente alla legge

divina, e che i cittadini della terra diventassero cittadini del cielo.

L'imperatore aveva, come il papa, cura d'anime. L'impero antico serviva

a se stesso ed era lo strumento della propria grandezza; l'impero del

medio evo serviva a Dio ed era un organo della Provvidenza.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 20 / 43 段