Questa medesima storia si trova pure narrata da Jacob van Maerlant

nello _Spigel historiael_, nello _Speculum exemplorum_, da Pelbarto

nello _Stellarium coronae gloriosissime Virginis_[769], da Gualtiero

di Coinsi nei _Miracles de Nostre Dame_[770], e da altri parecchi.

Ma assai probabilmente essa altro non è che una versione raffazzonata

di una leggenda più antica, e raffazzonata a imitazione di quella di

Venere. Pottone o Bottone, abate Prunvenigense, il quale fiorì nel

XII secolo, narra nel c. XVI del suo _Liber de miraculis sanctae Dei

genitricis Mariae_[771], il caso di un chierico di Pisa, molto devoto

della Vergine, il quale, essendosi lasciato indurre a tor moglie,

fu dalla Vergine, in una chiesa, aspramente rimproverato, dopodichè

egli abbandonò ogni cosa, e benchè nessuno sapesse mai dove andasse a

riparare, si credette che si fosse tutto consacrato al servizio di Dio

e della madre sua. In questo racconto, nè del giuoco della palla, nè

dell'anello si fa menomamente ricordo. Storie di matrimonii mistici

di giovani con la Vergine, come anche di gravi punizioni da questa

inflitte ai mancatori di fede, non sono rare nel medio evo. Tommaso

Cantipratense una ne racconta in cui la Vergine fa morire un giovane

a lei devoto il giorno stesso in cui egli deve tor moglie[772]. Una

leggenda che ha qualche somiglianza con quella del chierico e della

Vergine si racconta anche di Sant'Agnese[773].

Veniamo ora alla leggenda di Tannhäuser.

In un monte della selvosa Turingia, il quale da tempo immemorabile,

è chiamato l'Hörselberg, s'apre in luogo precipitoso ed impervio una

profonda caverna, dalla cui bocca, forse per moti incomposti d'acque

sotterranee, prorompono strani e formidabili fragori. Per questa

ragione, appo gli scrittori latini dei passati secoli, il monte

si trova indicato col nome di _Mons horrisonus_, e risale forse a

remotissima antichità la popolare credenza, viva tuttora, che fa di

quella bocca uno spiraglio dell'inferno. Ma da essa non solamente

rumori spaventosi, qualche volta si udivano uscire anche gli echi

soavi di musiche lontane, e spesso sul suo limitare si vedevano belle

e provocanti immagini di donne che allettavano i viandanti a seguirle.

Dentro a quel monte Venere aveva la sua corte e la sua numerosa

brigata.

Un nobile cavaliere di Franconia, per nome Tannhäuser, vassallo

d'amore, e trovatore lodato di rime, passava una volta davanti alla

misteriosa caverna, quando, in sulla entrata di essa, vide una donna

d'incomparabile bellezza, che con voce ammaliante e atti di seduzione

lo invitava a sè. Altri non era costei che la stessa Venere, _Frau

Venus_. A dispetto degli avvertimenti della coscienza, Tannhäuser,

attonito, affascinato, segue i passi dell'innamorato demone, e con esso

discende nelle viscere della terra. Quivi lo attende una vita di gaudii

ineffabili, quante squisitezze sa immaginare l'amor più sollecito,

quanti portenti sa compiere un'arte a cui gli elementi obbediscono.

Ma passan più mesi; è trascorso un anno, e Tannhäuser, dalla cui

mente cominciano a dileguarsi i vapori della lunga ebbrezza, pensa

al suo errore, sente le crescenti punture del rimorso e il terrore

della eterna dannazione, ridesidera la libertà e la compagnia dei

suoi simili. Con l'ajuto della Vergine Maria, da lui invocata, riesce

a fuggire dalla perigliosa dimora, e messosi in via, a quanti preti

incontra si confessa e chiede l'assoluzione. Ma tutti, spaventati della

immanità della colpa, lo rimandano al papa, che ha la suprema potestà

di sciogliere e di legare. Tannhäuser va a Roma, si getta ai piedi di

papa Urbano IV, implora perdono e benedizione; ma il papa, tradendo il

suo ministero, lo respinge duramente e gli dice: «Quando quest'arida

verga ch'io ho tra le mani rinverdirà e fiorirà allora ti assolverò dal

tuo peccato». Tannhäuser, come la disperazione lo consiglia, rinunzia

alla incominciata penitenza, e ritorna alla sua caverna, a Venere, ai

suoi esecrabili amori. Intanto, per subitaneo miracolo, fiorisce la

verga tra le mani del papa, che, atterrito e pentito, manda messi per

tutta la cristianità a cercar novella del peccatore; ma tardo troppo è

il suo zelo e tarda ogni indagine: Tannhäuser è dato per tutti i secoli

in potestà di Venere.

Il caso mirabile si suppone seguito circa l'anno 1260, nel bel mezzo

della Germania fatta già da più secoli cristiana. Divulgato prima, e

con pertinace memoria, dalla poesia popolare, fu rinarrato da un secolo

in qua, con molta varietà di sentimenti e d'intenzione, da parecchi

poeti tedeschi, fra gli altri dal romantico Tieck, e da quell'Heine il

cui temperamento poetico non si può con un solo epiteto definire[774].

La leggenda di Tannhäuser è genuinamente tedesca; ma la immaginazione

di un monte, supposto asilo di Venere, non è forse tale in origine.

Essa si trova anche in Italia, e può darsi che dall'Italia sia

passata in Germania. Di un Monte di Venere presso il lago Nursino

parlano Enea Silvio Piccolomini in una epistola e Adriano Romano

nel _Theatrum urbium_[775], ed è assai ragionevole il credere che la

memoria dell'antica divinità si serbasse piuttosto in Italia che non

in Germania. Tuttavia è da notare che in Germania vi furono parecchi

Monti di Venere, che il nome di Venus vi divenne nome di famiglia,

e che qualche altra leggenda vi si ebbe in cui comparisce l'antica

divinità. Anzi nel XIV secolo ci doveva essere l'uso d'invocarla questa

divinità, giacchè Corrado di Megenberg dice del pianeta Venere che

inclina all'amore, come alcuni avessero in costume di dire: Venere

ajuta! i quali non sapevano che cosa Venere si fosse[776]. Ricorderò

ancora che secondo un poema tedesco già citato, il _Wartburgkrieg_,

Felicia, figliuola della Sibilla, e Giunone vivono con Artù nel cavo di

un monte[777]. La leggenda di Tannhäuser può inoltre essere raccostata

a quella di Uggiero il Danese, trattenuto da Morgana nell'isola di

Avallon, e ad altre di simil tenore.

Checchessia del luogo di origine delle leggende esposte nelle pagine

precedenti, riman provato per esse che il ricordo di Venere si agitava

ancora negli uomini del medio evo, e commoveva alla creazione di nuovi

miti le fantasie.

CAPITOLO XX.

Roma e la Chiesa.

Roma, dominatrice dell'antico mondo, diventa centro della cristianità,

e sede della suprema potestà religiosa. Un tal fatto ha gran peso nei

destini della Chiesa, e l'un primato intimamente si lega con l'altro.

A me non tocca rifare la storia della lunga e ostinata lotta che il

cristianesimo ebbe a sostenere, non solo contro il gentilesimo, ma

contro ancora la più gran parte delle istituzioni, costumanze, e forme

di vita onde constava la civiltà pagana, e nemmeno mi si appartiene

di rinarrare il suo trionfo, e come la Chiesa si venisse costituendo

e come crescesse la sua potestà. Tale cómpito spetta agli storici

del cristianesimo: io debbo contentarmi di ricordar di passata alcuni

fatti più peculiari nei quali le due entità storiche e morali che si

chiamano Roma e la Chiesa vengono a più stretto raffronto, e mostrare

quali influssi vicendevolmente l'una esercitasse sull'altra, e come

ne nascessero certe opinioni e fantasie largamente diffuse poscia nel

medio evo e molto vivaci.

I sentimenti che i cristiani dei primi secoli professarono per Roma

furono in diversi tempi molto diversi. Tanto che l'impero durò pagano,

i cristiani odiarono Roma, considerata da essi quale la metropoli

della paganità, e come il regno della corruzione. Nell'_Apocalissi_

e nell'epistola prima di San Pietro, Roma è chiamata con l'ingiurioso

nome di Babilonia, come assai spesso nei libri talmudici, e tal nome

le è dato pure da parecchi padri[778]. Arnobio la dice posta per la

distruzione del genere umano[779]. Ma poichè l'impero si fu convertito

mutò interamente la disposizione degli animi. Prudenzio giudica Roma

la più grand'opera della Provvidenza[780]. Se per l'impero si pregò

dai cristiani in ogni tempo[781], venne stagione in cui la integrità

e la durata di esso parvero necessarie alla conservazione, o almeno

alla prosperità della Chiesa. Nella messa romana degli ultimi tempi

appunto dell'impero, sono frequenti preghiere intese a scongiurare il

crescente pericolo delle invasioni barbariche, e vi ricorrono frasi

come le seguenti: p_rotege romani nominis ubique rectores; — Hostes

Romani nominis et inimicos catholicae professionis expugna; — Statum

Romani nominis ubique defende_[782]. San Gerolamo all'udire l'entrata

di Alarico in Roma prorompe in quel grido del salmista: _Deus, venerunt

gentes in haereditatem tuam_! Ciò nullameno, anche in tempi posteriori

si riscontra intorno a Roma una certa ambiguità di giudizii, di modo

che ora la sua santità, ora la sua sceleraggine è proclamata. Il sangue

dei martiri, e più particolarmente dei principi degli apostoli l'aveva

grandemente santificata; ma la ingiusta lor morte le era pur causa di

perpetua infamia. Basti all'uopo nostro un esempio. Nella _Invectiva in

Romam_, composta nella prima metà del X secolo, si trova il seguente

passo, dov'è curioso il raccostamento che si fa tra Romolo e Remo e

San Pietro e San Paolo: «O Roma, conditores tuos Romulum et Remum,

quos unus uterus gessit, tua menia ut simul regnarent, non receperunt,

sed fratricidio tabefacta neci unum tradidisti, alterum quirinali

gladio capitales tibi leges impertiendo volvens....... imo tocius

orbis hominibus dominos Petrum et Paulum, apostolorum principes, unum

crucifixisti, alterum gladio inter omicidas capite truncasti[783]».

È noto come i pagani imputassero ai seguaci di Cristo i mali tutti

che affliggevan l'impero: intemperie, morbi, carestie, ruine,

guerre disastrose, di tutto si dava colpa alla nuova religione, la

quale aveva tolto di seggio gli antichi numi, protettori di Roma.

Sant'Agostino deve ancora ribattere queste infondate accuse[784]. Ma

gli apologeti non si contentano di mostrare con le prove alla mano che

assai prima della introduzione del cristianesimo Roma era soggiaciuta

egualmente a gravissime calamità; essi sostengono ancora che tutta

la prosperità passata era un beneficio fattole dalla Provvidenza

in considerazione soltanto degli alti e nuovi destini che le si

preparavano. Conformemente a tali vedute componeva Orosio i sette

libri delle sue storie _adversus paganos_, primo saggio che siasi

tentato di una filosofia della storia. Nel c. 22 del l. VI egli dice

espressamente che Cristo fu quegli che levò al sommo della potenza e

della gloria la città sotto alla cui signoria aveva fermato di sortire

i natali[785]. Ma già nel secondo secolo Melitone, vescovo di Sardi,

aveva fatto notare che l'impero e il cristianesimo eran sorti ad un

tempo, e che di poi la prosperità di Roma era grandemente cresciuta.

A questo modo tutta intera la storia della città, a cominciar dalla

fondazione, appare come la esecuzione di un gran compito sacro,

per cui la città medesima e le istituzioni sue e l'opere rimangono

dignificate e santificate. Così i cristiani, mentre per una parte non

potevano non esecrare la metropoli del paganesimo e quella potestà

imperiale che tanto avversa si mostrava alla loro fede, non potevano,

per l'altra, non nutrire un sentimento di venerazione per la città

predestinata, e di gratitudine per l'impero che aveva preparato il

mondo all'avvenimento del cristianesimo. Cristo, dicevasi, aveva

voluto nascere soggetto di Roma; ma per rendersi degna di tanto onore

Roma aveva dovuto compiere l'ardua impresa di fare dei molti popoli

della terra un popolo solo, pronto a ricevere la nuova dottrina.

Nessuno forse esprime meglio e più categoricamente di Prudenzio questi

concetti, in cui la storia di Roma veniva assumendo un carattere al

tutto nuovo che doveva poi serbare lungamente[786].

Questi concetti sono comuni nel medio evo. Abbiamo veduto che

cosa la leggenda narrasse di Augusto, dell'_Ara Coeli_, del famoso

censimento[787]. Si disse ancora che quando nacque Cristo fu costruita

una _Via Regia_, la quale metteva in comunicazione tutte le province

dell'impero, anzi tutti i regni del mondo[788]. Poi al cómpito di Roma

si diede, com'era naturale, maggiore estensione: non solo essa aveva

dovuto preparare il mondo alla venuta del Redentore, ma aveva dovuto

preparare la sede alla suprema potestà ecclesiastica, al papato. Abbiam

pure veduto a suo luogo che cosa la leggenda narrasse delle ragioni che

avevano indotto Costantino a togliere da Roma la sede dell'impero e a

fondare Costantinopoli[789]. Secondo Dante Roma e l'impero

Fùr stabiliti per lo loco santo

U' siede il successor del maggior Piero[790].

A giudizio dell'ignoto autore di certi versi del X secolo, già da me

riportati altrove[791], Roma sarebbe precipitata nell'ultima ruina

senza il favore dei santi apostoli Pietro e Paolo.

All'opinione che a Roma fosse stato dalla Provvidenza commesso il

glorioso ufficio di preparare il mondo alla venuta di Cristo un'altra

naturalmente se ne legava, della quale già ebbi a recare più esempii,

e cioè che in Roma stessa, o qua o là nel suo vasto dominio, si fosse

avuto qualche presentimento dei mirabili fatti che in processo di tempo

si dovevano compiere, oppure come una vaga consapevolezza dell'opera

a cui suo malgrado la intera paganità lavorava. Di qui quelle curiose

immaginazioni, di cui toccai già a più riprese, della statua di Romolo

dallo stesso Romolo eretta, o di una statua alzata da Virgilio, o del

tempio della Pace, e simili, che precipitano la notte in cui nasce il

Redentore. Sant'Agostino dice in un luogo del _De Civitate Dei_[792]

che l'asilo concesso da Romolo a tutti i banditi in Roma fu un simbolo

della rimessione dei peccati che unisce tutti i fedeli nella città

celeste, e Santa Brigida attribuisce, com'ebbi già a ricordare, un

vago sentimento della vera fede ai Romani dei tempi di Romolo[793]. Le

sibille, i cui oracoli Roma credeva congiunti con istretti e vitali

legami alla propria sua storia, avevano annunziata la nascita e la

passione di Cristo. Bandita e già divulgata la nuova fede, si fanno

convertire ad essa principi, scrittori, tutta la paganità.

Grande importanza, sin dalle origini, ebbe Roma nel concetto cristiano

e nelle aspirazioni della Chiesa nascente. Si riconosceva in lei il

grande e necessario organo della fede. Il cristianesimo non poteva

gloriarsi d'aver trionfato finchè non avesse trionfato di Roma, sede

suprema di tutte le potenze del paganesimo: dalla città che dominava

il mondo si poteva solo sperare di diffondere sul mondo la nuova

dottrina. Gli è per questo che San Lorenzo, nell'inno postogli in bocca

da Prudenzio, prega Cristo di voltare alla sua fede Roma che aveva

sottomesse le genti. Alla conquista morale di Roma volse pertanto

il cristianesimo tutte le sue forze, e si può certamente dire che,

dove non fosse stata la Eterna Città, tutt'altri sarebbero stati i

suoi destini. A lei necessariamente dovevano tendere i principi degli

apostoli[794], e se col finire del terzo secolo la primazia della

Chiesa di Roma è riconosciuta in tutto l'Occidente, e si distende poi a

mano a mano su tutto l'orbe cristiano, non fu estraneo a questo trionfo

il fatto della primazia della città che dettava, o aveva dettato leggi

al mondo. Il primato storico e politico di Roma conferì potentemente

a far nascere il primato ecclesiastico, che altrimenti, quando questo

non avesse avuto fondamento in altro che nei fatti della storia

ecclesiastica, veri o presunti, avrebbe potuto essere, con ragioni non

del tutto cattive, rivendicato da alcun'altra città[795]. Le Chiese

di Alessandria, di Antiochia, e di Gerusalemme erano state lungamente

pari a quella di Roma in dignità, e se primato doveva sorgere, gli è

evidente che esso avrebbe dovuto appartenere alla città dove Cristo

era morto e risorto, e d'onde gli apostoli s'erano sparsi a predicar

l'Evangelo; alla città ch'era stata teatro principalissimo dell'opera

della redenzione e culla della fede. Cristo era da più di San Pietro,

e Roma, per quanto santificata dal sangue dei martiri, non aveva in sè

luogo così sacro che potesse stare a paragone del Calvario. Se pertanto

la storia del cristianesimo avesse potuto svolgersi in tutto conforme

alle sue tendenze ideali, Gerusalemme e non Roma avrebbe fruito del

primato, avrebbe ricettato in sè la suprema potestà ecclesiastica:

ma quella storia obbedir doveva anche ad altre necessità. Roma

naturalmente volgeva, attirava a sè tutte le forze più vive della nuova

società religiosa, e qualora San Pietro, il capo degli apostoli, non

vi si fosse recato, e non vi avesse sparso il suo sangue in suffragio

della fede, come per antica e tenacissima tradizione assevera la Chiesa

di Roma, la leggenda, obbedendo ad una logica assai rigorosa, doveva

farcelo andare e morire. E s'intende facilmente come la città che da

secoli comandava al mondo non potesse nemmeno in materia di religione

essere da meno di un'altra. Roma conferiva naturalmente il primato

alla Chiesa formatasi dentro alle sue mura: per fatali leggi storiche

la città imperiale doveva diventare la città papale. L'esempio di

Costantinopoli conferma quest'asserzione. La Chiesa di Costantinopoli

veniva in dignità immediatamente dopo quella di Roma, e ciò perchè

Costantinopoli, città imperiale ancor essa, era come un'altra Roma. Il

concetto della cattolicità è molto antico nel cristianesimo, è anzi,

se vuolsi, inerente alla sua stessa natura; ma non v'è dubbio che

esso fu grandemente favorito dalla cattolicità politica di Roma; nè

forse sarebbe stato così agevole assuefare la intera società religiosa

a considerar Roma come naturale suo centro, se già non fosse stata

assuefatta da lunga pezza a considerarla tale la società politica. Ma

la cattolicità non era più l'esclusivo privilegio di Roma dacchè era

sorta Costantinopoli, ed è perciò che i patriarchi di Costantinopoli,

e i sinodi raccolti tra le mura dell'augusta città, si dissero così

volentieri ecumenici, usurpazione di qualità e di titolo contro cui

non cessò mai di protestare la Chiesa di Roma. Se l'impero fosse

stato diviso in due parti, con due diverse metropoli, sino dai tempi

di Augusto, assai probabilmente la cristianità si sarebbe sin dalle

origini scissa in due Chiese indipendenti, e tutt'a due pretendenti

alla legittimità; se non fosse stata Costantinopoli, detta la Nuova

Roma, probabilmente lo scisma di Oriente non sarebbe avvenuto, la

Chiesa greca non avrebbe osato di levarsi a fronte della Chiesa romana.

E se il papato non avesse avuto sua sede in Roma, non avrebbe poi nel

medio evo preteso all'universale dominio, non avrebbe disposto come

di cosa sua della corona imperiale. Gregorio VII, che considerava

lo stato quale una fattura diabolica, e quali creature del diavolo

i principi, diceva: _Quibus imperavit Augustus, imperavit Christus_.

Così non faceva più bisogno di ricorrere alla favola della donazione

costantiniana: gli apostoli avevano legittimamente conquistato Roma in

nome di Cristo, e la potestà imperiale oramai non poteva venir che da

loro[796].

Roma consideravasi come la metropoli necessaria della cristianità,

come la sola città degna di ospitare tra le sue mura il capo visibile

della fede. La Chiesa cristiana, cattolica, apostolica, romana, una e

indivisibile, non poteva avere sua principal sede fuori di Roma; e se

le vicissitudini storiche la forzarono mai a cercare altrove un asilo,

tale necessità parve sciagura massima di tutto il mondo cristiano. A

quanti rimpianti, a quante accuse non diedero argomento la traslazione

e il lungo fermarsi della Santa Sede in Avignone! I papi avevan dritto

su Roma, e Roma aveva dritto al pontificato. Fuori di Roma scemava

la potestà dei pontefici, traviava la fede. In un quadro che Cola di

Rienzo mostrò al popolo romano per farlo avveduto del proprio stato,

una figura allegorica rappresentante la fede cristiana era accompagnata

dalla scritta:

O sommo Patre, Duca e Signor mio!

Se Roma pere dove starajo io?[797]

Il paradiso era stato chiamato col nome di Gerusalemme celeste; Dante

lo chiama col nome di Roma, facendosi dire da Beatrice:

E sarai meco senza fine civo

Di quella Roma onde Cristo è Romano[798].

E quante cose da Roma pagana non mutuò la Chiesa! Il nome stesso del

pontefice essa ne prese a prestito, e il nome delle sue basiliche.

Consacrandoli a Dio, o ai santi, rese perpetui i templi pagani e i

simulacri degli antichi dei[799]. La statua di San Pietro, che si

venera nella Basilica vaticana, deriva, come si crede, dalla statua

di Giove Capitolino, fatta rifondere, secondo alcuni da Leone Magno

in ringraziamento della liberazione di Roma dal furore di Attila, e

secondo altri dall'imperatore Costantino, o da alcuno dei più prossimi

suoi successori. I primi cristiani usarono di rappresentare Cristo

col laticlavo: Gregorio Magno è chiamato console di Dio nell'epitafio

composto da Pietro Oldradio[800].

Roma aveva perduta, gli è vero, la sua antica potenza, ma un'altra ne

aveva acquistata in compenso, di gran lunga maggiore. Roma pagana era

stata signora della terra; Roma cristiana era signora del cielo[801].

Che virtù aveva mai la spada di un Mario, o di un Cesare, paragonata

con la formidabile arma dei papi, con la scomunica? Ben diceva Alfano,

monaco di Monte Cassino, e a cominciare dal 1038 arcivescovo di

Salerno, in una poesia dedicata a Gregorio VII[802]:

Quanta vis anathematis!

Quicquid et Marius prius

Quodque Iulius egerant

Maxima nece militum,

Voce tua modica facis.

Per l'uso di quest'arma ricuperava Roma, a dir d'Alfano, i suoi diritti

sul mondo. Che importava se i monumenti giacevano nella polvere,

se ogni giorno che passava faceva sparire un vestigio dell'antico

splendore? Altri onori, altri ornamenti risarcivano la città di questi

danni. Sulle rovine della Roma antica era sorta la _Nova Roma_, e

questa si vantava pari a quella, non solo in dignità, ma anche in

bellezza.

Roma vetusta fui, sed nunc nova Roma vocabor.

Eruta ruderibus, culmen ad astra fero,

si leggeva scritto sul tempio di Bellona secondo i _Mirabilia _e la

_Graphia_. San Giovanni Crisostomo celebrava Roma, non per la sua

magnificenza, ma perchè aveva dato ricetto a San Pietro e a San Paolo;

e in un inno antico si legge:

O Roma felix, quae duorum principum

Es consecrata glorioso sanguine,

Horum cruore purpurata, ceteras

Excellis orbis una pulcritudines[803].

In grazia ancora degli apostoli Roma era stata fatta degna

di accogliere in sè la doppia potestà temporale e spirituale,

dell'imperatore e del pontefice[804]. Ed era comune credenza che

l'occidente avesse ricevuta da Roma la fruttifera semenza della

fede[805]. Roma meritava tuttavia e conservava il titolo augusto di

_mater gentium_.

CAPITOLO XXI.

L'impero nel medio evo.

La dimostrazione più solenne, e nel medesimo tempo più curiosa della

potenza degl'influssi che Roma, o, per dir meglio, la memoria di lei,

esercitava sulle credenze, sulle aspirazioni, sulla vita intera del

medio evo, la porge il perpetuarsi della potestà imperiale in quella

età, quando tutte le condizioni più necessarie della sua esistenza

sono già da gran tempo mancate. Roma non è più che una ingente

ruina; i popoli soggetti un tempo al suo dominio hanno fondato nuovi

stati, nuove monarchie, e vivono indipendenti; della grande unità

politica, procacciata a prezzo di tante fatiche e di tanto sangue,

più non resta vestigio; non che la religione, la stessa civiltà di

Roma è perduta; e pure l'impero, quell'impero sotto a cui Roma toccò

il sommo della gloria e della potenza, continua a sussistere, quasi

che la sua esistenza sia, per un arcano decreto della Provvidenza,

fatto indipendente dal tempo e dallo spazio, e superiore a tutte le

vicissitudini della storia.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 19 / 43 段