nello _Spigel historiael_, nello _Speculum exemplorum_, da Pelbarto
nello _Stellarium coronae gloriosissime Virginis_[769], da Gualtiero
di Coinsi nei _Miracles de Nostre Dame_[770], e da altri parecchi.
Ma assai probabilmente essa altro non è che una versione raffazzonata
di una leggenda più antica, e raffazzonata a imitazione di quella di
Venere. Pottone o Bottone, abate Prunvenigense, il quale fiorì nel
XII secolo, narra nel c. XVI del suo _Liber de miraculis sanctae Dei
genitricis Mariae_[771], il caso di un chierico di Pisa, molto devoto
della Vergine, il quale, essendosi lasciato indurre a tor moglie,
fu dalla Vergine, in una chiesa, aspramente rimproverato, dopodichè
egli abbandonò ogni cosa, e benchè nessuno sapesse mai dove andasse a
riparare, si credette che si fosse tutto consacrato al servizio di Dio
e della madre sua. In questo racconto, nè del giuoco della palla, nè
dell'anello si fa menomamente ricordo. Storie di matrimonii mistici
di giovani con la Vergine, come anche di gravi punizioni da questa
inflitte ai mancatori di fede, non sono rare nel medio evo. Tommaso
Cantipratense una ne racconta in cui la Vergine fa morire un giovane
a lei devoto il giorno stesso in cui egli deve tor moglie[772]. Una
leggenda che ha qualche somiglianza con quella del chierico e della
Vergine si racconta anche di Sant'Agnese[773].
Veniamo ora alla leggenda di Tannhäuser.
In un monte della selvosa Turingia, il quale da tempo immemorabile,
è chiamato l'Hörselberg, s'apre in luogo precipitoso ed impervio una
profonda caverna, dalla cui bocca, forse per moti incomposti d'acque
sotterranee, prorompono strani e formidabili fragori. Per questa
ragione, appo gli scrittori latini dei passati secoli, il monte
si trova indicato col nome di _Mons horrisonus_, e risale forse a
remotissima antichità la popolare credenza, viva tuttora, che fa di
quella bocca uno spiraglio dell'inferno. Ma da essa non solamente
rumori spaventosi, qualche volta si udivano uscire anche gli echi
soavi di musiche lontane, e spesso sul suo limitare si vedevano belle
e provocanti immagini di donne che allettavano i viandanti a seguirle.
Dentro a quel monte Venere aveva la sua corte e la sua numerosa
brigata.
Un nobile cavaliere di Franconia, per nome Tannhäuser, vassallo
d'amore, e trovatore lodato di rime, passava una volta davanti alla
misteriosa caverna, quando, in sulla entrata di essa, vide una donna
d'incomparabile bellezza, che con voce ammaliante e atti di seduzione
lo invitava a sè. Altri non era costei che la stessa Venere, _Frau
Venus_. A dispetto degli avvertimenti della coscienza, Tannhäuser,
attonito, affascinato, segue i passi dell'innamorato demone, e con esso
discende nelle viscere della terra. Quivi lo attende una vita di gaudii
ineffabili, quante squisitezze sa immaginare l'amor più sollecito,
quanti portenti sa compiere un'arte a cui gli elementi obbediscono.
Ma passan più mesi; è trascorso un anno, e Tannhäuser, dalla cui
mente cominciano a dileguarsi i vapori della lunga ebbrezza, pensa
al suo errore, sente le crescenti punture del rimorso e il terrore
della eterna dannazione, ridesidera la libertà e la compagnia dei
suoi simili. Con l'ajuto della Vergine Maria, da lui invocata, riesce
a fuggire dalla perigliosa dimora, e messosi in via, a quanti preti
incontra si confessa e chiede l'assoluzione. Ma tutti, spaventati della
immanità della colpa, lo rimandano al papa, che ha la suprema potestà
di sciogliere e di legare. Tannhäuser va a Roma, si getta ai piedi di
papa Urbano IV, implora perdono e benedizione; ma il papa, tradendo il
suo ministero, lo respinge duramente e gli dice: «Quando quest'arida
verga ch'io ho tra le mani rinverdirà e fiorirà allora ti assolverò dal
tuo peccato». Tannhäuser, come la disperazione lo consiglia, rinunzia
alla incominciata penitenza, e ritorna alla sua caverna, a Venere, ai
suoi esecrabili amori. Intanto, per subitaneo miracolo, fiorisce la
verga tra le mani del papa, che, atterrito e pentito, manda messi per
tutta la cristianità a cercar novella del peccatore; ma tardo troppo è
il suo zelo e tarda ogni indagine: Tannhäuser è dato per tutti i secoli
in potestà di Venere.
Il caso mirabile si suppone seguito circa l'anno 1260, nel bel mezzo
della Germania fatta già da più secoli cristiana. Divulgato prima, e
con pertinace memoria, dalla poesia popolare, fu rinarrato da un secolo
in qua, con molta varietà di sentimenti e d'intenzione, da parecchi
poeti tedeschi, fra gli altri dal romantico Tieck, e da quell'Heine il
cui temperamento poetico non si può con un solo epiteto definire[774].
La leggenda di Tannhäuser è genuinamente tedesca; ma la immaginazione
di un monte, supposto asilo di Venere, non è forse tale in origine.
Essa si trova anche in Italia, e può darsi che dall'Italia sia
passata in Germania. Di un Monte di Venere presso il lago Nursino
parlano Enea Silvio Piccolomini in una epistola e Adriano Romano
nel _Theatrum urbium_[775], ed è assai ragionevole il credere che la
memoria dell'antica divinità si serbasse piuttosto in Italia che non
in Germania. Tuttavia è da notare che in Germania vi furono parecchi
Monti di Venere, che il nome di Venus vi divenne nome di famiglia,
e che qualche altra leggenda vi si ebbe in cui comparisce l'antica
divinità. Anzi nel XIV secolo ci doveva essere l'uso d'invocarla questa
divinità, giacchè Corrado di Megenberg dice del pianeta Venere che
inclina all'amore, come alcuni avessero in costume di dire: Venere
ajuta! i quali non sapevano che cosa Venere si fosse[776]. Ricorderò
ancora che secondo un poema tedesco già citato, il _Wartburgkrieg_,
Felicia, figliuola della Sibilla, e Giunone vivono con Artù nel cavo di
un monte[777]. La leggenda di Tannhäuser può inoltre essere raccostata
a quella di Uggiero il Danese, trattenuto da Morgana nell'isola di
Avallon, e ad altre di simil tenore.
Checchessia del luogo di origine delle leggende esposte nelle pagine
precedenti, riman provato per esse che il ricordo di Venere si agitava
ancora negli uomini del medio evo, e commoveva alla creazione di nuovi
miti le fantasie.
CAPITOLO XX.
Roma e la Chiesa.
Roma, dominatrice dell'antico mondo, diventa centro della cristianità,
e sede della suprema potestà religiosa. Un tal fatto ha gran peso nei
destini della Chiesa, e l'un primato intimamente si lega con l'altro.
A me non tocca rifare la storia della lunga e ostinata lotta che il
cristianesimo ebbe a sostenere, non solo contro il gentilesimo, ma
contro ancora la più gran parte delle istituzioni, costumanze, e forme
di vita onde constava la civiltà pagana, e nemmeno mi si appartiene
di rinarrare il suo trionfo, e come la Chiesa si venisse costituendo
e come crescesse la sua potestà. Tale cómpito spetta agli storici
del cristianesimo: io debbo contentarmi di ricordar di passata alcuni
fatti più peculiari nei quali le due entità storiche e morali che si
chiamano Roma e la Chiesa vengono a più stretto raffronto, e mostrare
quali influssi vicendevolmente l'una esercitasse sull'altra, e come
ne nascessero certe opinioni e fantasie largamente diffuse poscia nel
medio evo e molto vivaci.
I sentimenti che i cristiani dei primi secoli professarono per Roma
furono in diversi tempi molto diversi. Tanto che l'impero durò pagano,
i cristiani odiarono Roma, considerata da essi quale la metropoli
della paganità, e come il regno della corruzione. Nell'_Apocalissi_
e nell'epistola prima di San Pietro, Roma è chiamata con l'ingiurioso
nome di Babilonia, come assai spesso nei libri talmudici, e tal nome
le è dato pure da parecchi padri[778]. Arnobio la dice posta per la
distruzione del genere umano[779]. Ma poichè l'impero si fu convertito
mutò interamente la disposizione degli animi. Prudenzio giudica Roma
la più grand'opera della Provvidenza[780]. Se per l'impero si pregò
dai cristiani in ogni tempo[781], venne stagione in cui la integrità
e la durata di esso parvero necessarie alla conservazione, o almeno
alla prosperità della Chiesa. Nella messa romana degli ultimi tempi
appunto dell'impero, sono frequenti preghiere intese a scongiurare il
crescente pericolo delle invasioni barbariche, e vi ricorrono frasi
come le seguenti: p_rotege romani nominis ubique rectores; — Hostes
Romani nominis et inimicos catholicae professionis expugna; — Statum
Romani nominis ubique defende_[782]. San Gerolamo all'udire l'entrata
di Alarico in Roma prorompe in quel grido del salmista: _Deus, venerunt
gentes in haereditatem tuam_! Ciò nullameno, anche in tempi posteriori
si riscontra intorno a Roma una certa ambiguità di giudizii, di modo
che ora la sua santità, ora la sua sceleraggine è proclamata. Il sangue
dei martiri, e più particolarmente dei principi degli apostoli l'aveva
grandemente santificata; ma la ingiusta lor morte le era pur causa di
perpetua infamia. Basti all'uopo nostro un esempio. Nella _Invectiva in
Romam_, composta nella prima metà del X secolo, si trova il seguente
passo, dov'è curioso il raccostamento che si fa tra Romolo e Remo e
San Pietro e San Paolo: «O Roma, conditores tuos Romulum et Remum,
quos unus uterus gessit, tua menia ut simul regnarent, non receperunt,
sed fratricidio tabefacta neci unum tradidisti, alterum quirinali
gladio capitales tibi leges impertiendo volvens....... imo tocius
orbis hominibus dominos Petrum et Paulum, apostolorum principes, unum
crucifixisti, alterum gladio inter omicidas capite truncasti[783]».
È noto come i pagani imputassero ai seguaci di Cristo i mali tutti
che affliggevan l'impero: intemperie, morbi, carestie, ruine,
guerre disastrose, di tutto si dava colpa alla nuova religione, la
quale aveva tolto di seggio gli antichi numi, protettori di Roma.
Sant'Agostino deve ancora ribattere queste infondate accuse[784]. Ma
gli apologeti non si contentano di mostrare con le prove alla mano che
assai prima della introduzione del cristianesimo Roma era soggiaciuta
egualmente a gravissime calamità; essi sostengono ancora che tutta
la prosperità passata era un beneficio fattole dalla Provvidenza
in considerazione soltanto degli alti e nuovi destini che le si
preparavano. Conformemente a tali vedute componeva Orosio i sette
libri delle sue storie _adversus paganos_, primo saggio che siasi
tentato di una filosofia della storia. Nel c. 22 del l. VI egli dice
espressamente che Cristo fu quegli che levò al sommo della potenza e
della gloria la città sotto alla cui signoria aveva fermato di sortire
i natali[785]. Ma già nel secondo secolo Melitone, vescovo di Sardi,
aveva fatto notare che l'impero e il cristianesimo eran sorti ad un
tempo, e che di poi la prosperità di Roma era grandemente cresciuta.
A questo modo tutta intera la storia della città, a cominciar dalla
fondazione, appare come la esecuzione di un gran compito sacro,
per cui la città medesima e le istituzioni sue e l'opere rimangono
dignificate e santificate. Così i cristiani, mentre per una parte non
potevano non esecrare la metropoli del paganesimo e quella potestà
imperiale che tanto avversa si mostrava alla loro fede, non potevano,
per l'altra, non nutrire un sentimento di venerazione per la città
predestinata, e di gratitudine per l'impero che aveva preparato il
mondo all'avvenimento del cristianesimo. Cristo, dicevasi, aveva
voluto nascere soggetto di Roma; ma per rendersi degna di tanto onore
Roma aveva dovuto compiere l'ardua impresa di fare dei molti popoli
della terra un popolo solo, pronto a ricevere la nuova dottrina.
Nessuno forse esprime meglio e più categoricamente di Prudenzio questi
concetti, in cui la storia di Roma veniva assumendo un carattere al
tutto nuovo che doveva poi serbare lungamente[786].
Questi concetti sono comuni nel medio evo. Abbiamo veduto che
cosa la leggenda narrasse di Augusto, dell'_Ara Coeli_, del famoso
censimento[787]. Si disse ancora che quando nacque Cristo fu costruita
una _Via Regia_, la quale metteva in comunicazione tutte le province
dell'impero, anzi tutti i regni del mondo[788]. Poi al cómpito di Roma
si diede, com'era naturale, maggiore estensione: non solo essa aveva
dovuto preparare il mondo alla venuta del Redentore, ma aveva dovuto
preparare la sede alla suprema potestà ecclesiastica, al papato. Abbiam
pure veduto a suo luogo che cosa la leggenda narrasse delle ragioni che
avevano indotto Costantino a togliere da Roma la sede dell'impero e a
fondare Costantinopoli[789]. Secondo Dante Roma e l'impero
Fùr stabiliti per lo loco santo
U' siede il successor del maggior Piero[790].
A giudizio dell'ignoto autore di certi versi del X secolo, già da me
riportati altrove[791], Roma sarebbe precipitata nell'ultima ruina
senza il favore dei santi apostoli Pietro e Paolo.
All'opinione che a Roma fosse stato dalla Provvidenza commesso il
glorioso ufficio di preparare il mondo alla venuta di Cristo un'altra
naturalmente se ne legava, della quale già ebbi a recare più esempii,
e cioè che in Roma stessa, o qua o là nel suo vasto dominio, si fosse
avuto qualche presentimento dei mirabili fatti che in processo di tempo
si dovevano compiere, oppure come una vaga consapevolezza dell'opera
a cui suo malgrado la intera paganità lavorava. Di qui quelle curiose
immaginazioni, di cui toccai già a più riprese, della statua di Romolo
dallo stesso Romolo eretta, o di una statua alzata da Virgilio, o del
tempio della Pace, e simili, che precipitano la notte in cui nasce il
Redentore. Sant'Agostino dice in un luogo del _De Civitate Dei_[792]
che l'asilo concesso da Romolo a tutti i banditi in Roma fu un simbolo
della rimessione dei peccati che unisce tutti i fedeli nella città
celeste, e Santa Brigida attribuisce, com'ebbi già a ricordare, un
vago sentimento della vera fede ai Romani dei tempi di Romolo[793]. Le
sibille, i cui oracoli Roma credeva congiunti con istretti e vitali
legami alla propria sua storia, avevano annunziata la nascita e la
passione di Cristo. Bandita e già divulgata la nuova fede, si fanno
convertire ad essa principi, scrittori, tutta la paganità.
Grande importanza, sin dalle origini, ebbe Roma nel concetto cristiano
e nelle aspirazioni della Chiesa nascente. Si riconosceva in lei il
grande e necessario organo della fede. Il cristianesimo non poteva
gloriarsi d'aver trionfato finchè non avesse trionfato di Roma, sede
suprema di tutte le potenze del paganesimo: dalla città che dominava
il mondo si poteva solo sperare di diffondere sul mondo la nuova
dottrina. Gli è per questo che San Lorenzo, nell'inno postogli in bocca
da Prudenzio, prega Cristo di voltare alla sua fede Roma che aveva
sottomesse le genti. Alla conquista morale di Roma volse pertanto
il cristianesimo tutte le sue forze, e si può certamente dire che,
dove non fosse stata la Eterna Città, tutt'altri sarebbero stati i
suoi destini. A lei necessariamente dovevano tendere i principi degli
apostoli[794], e se col finire del terzo secolo la primazia della
Chiesa di Roma è riconosciuta in tutto l'Occidente, e si distende poi a
mano a mano su tutto l'orbe cristiano, non fu estraneo a questo trionfo
il fatto della primazia della città che dettava, o aveva dettato leggi
al mondo. Il primato storico e politico di Roma conferì potentemente
a far nascere il primato ecclesiastico, che altrimenti, quando questo
non avesse avuto fondamento in altro che nei fatti della storia
ecclesiastica, veri o presunti, avrebbe potuto essere, con ragioni non
del tutto cattive, rivendicato da alcun'altra città[795]. Le Chiese
di Alessandria, di Antiochia, e di Gerusalemme erano state lungamente
pari a quella di Roma in dignità, e se primato doveva sorgere, gli è
evidente che esso avrebbe dovuto appartenere alla città dove Cristo
era morto e risorto, e d'onde gli apostoli s'erano sparsi a predicar
l'Evangelo; alla città ch'era stata teatro principalissimo dell'opera
della redenzione e culla della fede. Cristo era da più di San Pietro,
e Roma, per quanto santificata dal sangue dei martiri, non aveva in sè
luogo così sacro che potesse stare a paragone del Calvario. Se pertanto
la storia del cristianesimo avesse potuto svolgersi in tutto conforme
alle sue tendenze ideali, Gerusalemme e non Roma avrebbe fruito del
primato, avrebbe ricettato in sè la suprema potestà ecclesiastica:
ma quella storia obbedir doveva anche ad altre necessità. Roma
naturalmente volgeva, attirava a sè tutte le forze più vive della nuova
società religiosa, e qualora San Pietro, il capo degli apostoli, non
vi si fosse recato, e non vi avesse sparso il suo sangue in suffragio
della fede, come per antica e tenacissima tradizione assevera la Chiesa
di Roma, la leggenda, obbedendo ad una logica assai rigorosa, doveva
farcelo andare e morire. E s'intende facilmente come la città che da
secoli comandava al mondo non potesse nemmeno in materia di religione
essere da meno di un'altra. Roma conferiva naturalmente il primato
alla Chiesa formatasi dentro alle sue mura: per fatali leggi storiche
la città imperiale doveva diventare la città papale. L'esempio di
Costantinopoli conferma quest'asserzione. La Chiesa di Costantinopoli
veniva in dignità immediatamente dopo quella di Roma, e ciò perchè
Costantinopoli, città imperiale ancor essa, era come un'altra Roma. Il
concetto della cattolicità è molto antico nel cristianesimo, è anzi,
se vuolsi, inerente alla sua stessa natura; ma non v'è dubbio che
esso fu grandemente favorito dalla cattolicità politica di Roma; nè
forse sarebbe stato così agevole assuefare la intera società religiosa
a considerar Roma come naturale suo centro, se già non fosse stata
assuefatta da lunga pezza a considerarla tale la società politica. Ma
la cattolicità non era più l'esclusivo privilegio di Roma dacchè era
sorta Costantinopoli, ed è perciò che i patriarchi di Costantinopoli,
e i sinodi raccolti tra le mura dell'augusta città, si dissero così
volentieri ecumenici, usurpazione di qualità e di titolo contro cui
non cessò mai di protestare la Chiesa di Roma. Se l'impero fosse
stato diviso in due parti, con due diverse metropoli, sino dai tempi
di Augusto, assai probabilmente la cristianità si sarebbe sin dalle
origini scissa in due Chiese indipendenti, e tutt'a due pretendenti
alla legittimità; se non fosse stata Costantinopoli, detta la Nuova
Roma, probabilmente lo scisma di Oriente non sarebbe avvenuto, la
Chiesa greca non avrebbe osato di levarsi a fronte della Chiesa romana.
E se il papato non avesse avuto sua sede in Roma, non avrebbe poi nel
medio evo preteso all'universale dominio, non avrebbe disposto come
di cosa sua della corona imperiale. Gregorio VII, che considerava
lo stato quale una fattura diabolica, e quali creature del diavolo
i principi, diceva: _Quibus imperavit Augustus, imperavit Christus_.
Così non faceva più bisogno di ricorrere alla favola della donazione
costantiniana: gli apostoli avevano legittimamente conquistato Roma in
nome di Cristo, e la potestà imperiale oramai non poteva venir che da
loro[796].
Roma consideravasi come la metropoli necessaria della cristianità,
come la sola città degna di ospitare tra le sue mura il capo visibile
della fede. La Chiesa cristiana, cattolica, apostolica, romana, una e
indivisibile, non poteva avere sua principal sede fuori di Roma; e se
le vicissitudini storiche la forzarono mai a cercare altrove un asilo,
tale necessità parve sciagura massima di tutto il mondo cristiano. A
quanti rimpianti, a quante accuse non diedero argomento la traslazione
e il lungo fermarsi della Santa Sede in Avignone! I papi avevan dritto
su Roma, e Roma aveva dritto al pontificato. Fuori di Roma scemava
la potestà dei pontefici, traviava la fede. In un quadro che Cola di
Rienzo mostrò al popolo romano per farlo avveduto del proprio stato,
una figura allegorica rappresentante la fede cristiana era accompagnata
dalla scritta:
O sommo Patre, Duca e Signor mio!
Se Roma pere dove starajo io?[797]
Il paradiso era stato chiamato col nome di Gerusalemme celeste; Dante
lo chiama col nome di Roma, facendosi dire da Beatrice:
E sarai meco senza fine civo
Di quella Roma onde Cristo è Romano[798].
E quante cose da Roma pagana non mutuò la Chiesa! Il nome stesso del
pontefice essa ne prese a prestito, e il nome delle sue basiliche.
Consacrandoli a Dio, o ai santi, rese perpetui i templi pagani e i
simulacri degli antichi dei[799]. La statua di San Pietro, che si
venera nella Basilica vaticana, deriva, come si crede, dalla statua
di Giove Capitolino, fatta rifondere, secondo alcuni da Leone Magno
in ringraziamento della liberazione di Roma dal furore di Attila, e
secondo altri dall'imperatore Costantino, o da alcuno dei più prossimi
suoi successori. I primi cristiani usarono di rappresentare Cristo
col laticlavo: Gregorio Magno è chiamato console di Dio nell'epitafio
composto da Pietro Oldradio[800].
Roma aveva perduta, gli è vero, la sua antica potenza, ma un'altra ne
aveva acquistata in compenso, di gran lunga maggiore. Roma pagana era
stata signora della terra; Roma cristiana era signora del cielo[801].
Che virtù aveva mai la spada di un Mario, o di un Cesare, paragonata
con la formidabile arma dei papi, con la scomunica? Ben diceva Alfano,
monaco di Monte Cassino, e a cominciare dal 1038 arcivescovo di
Salerno, in una poesia dedicata a Gregorio VII[802]:
Quanta vis anathematis!
Quicquid et Marius prius
Quodque Iulius egerant
Maxima nece militum,
Voce tua modica facis.
Per l'uso di quest'arma ricuperava Roma, a dir d'Alfano, i suoi diritti
sul mondo. Che importava se i monumenti giacevano nella polvere,
se ogni giorno che passava faceva sparire un vestigio dell'antico
splendore? Altri onori, altri ornamenti risarcivano la città di questi
danni. Sulle rovine della Roma antica era sorta la _Nova Roma_, e
questa si vantava pari a quella, non solo in dignità, ma anche in
bellezza.
Roma vetusta fui, sed nunc nova Roma vocabor.
Eruta ruderibus, culmen ad astra fero,
si leggeva scritto sul tempio di Bellona secondo i _Mirabilia _e la
_Graphia_. San Giovanni Crisostomo celebrava Roma, non per la sua
magnificenza, ma perchè aveva dato ricetto a San Pietro e a San Paolo;
e in un inno antico si legge:
O Roma felix, quae duorum principum
Es consecrata glorioso sanguine,
Horum cruore purpurata, ceteras
Excellis orbis una pulcritudines[803].
In grazia ancora degli apostoli Roma era stata fatta degna
di accogliere in sè la doppia potestà temporale e spirituale,
dell'imperatore e del pontefice[804]. Ed era comune credenza che
l'occidente avesse ricevuta da Roma la fruttifera semenza della
fede[805]. Roma meritava tuttavia e conservava il titolo augusto di
_mater gentium_.
CAPITOLO XXI.
L'impero nel medio evo.
La dimostrazione più solenne, e nel medesimo tempo più curiosa della
potenza degl'influssi che Roma, o, per dir meglio, la memoria di lei,
esercitava sulle credenze, sulle aspirazioni, sulla vita intera del
medio evo, la porge il perpetuarsi della potestà imperiale in quella
età, quando tutte le condizioni più necessarie della sua esistenza
sono già da gran tempo mancate. Roma non è più che una ingente
ruina; i popoli soggetti un tempo al suo dominio hanno fondato nuovi
stati, nuove monarchie, e vivono indipendenti; della grande unità
politica, procacciata a prezzo di tante fatiche e di tanto sangue,
più non resta vestigio; non che la religione, la stessa civiltà di
Roma è perduta; e pure l'impero, quell'impero sotto a cui Roma toccò
il sommo della gloria e della potenza, continua a sussistere, quasi
che la sua esistenza sia, per un arcano decreto della Provvidenza,
fatto indipendente dal tempo e dallo spazio, e superiore a tutte le
vicissitudini della storia.