Ma la divinità pagana di cui si serbò più accesa la ricordanza

nel medio evo fu Venere: il suo mito allora, non solamente non è

dimenticato, ma è ancora vivo ed operoso nella coscienza del popolo,

e si arricchisce di nuove finzioni. Contro nessuna delle antiche

divinità si mostrò così ostile il sentimento e così sollecita l'opera

distruttrice dei primitivi cristiani come contro Venere: nessuno degli

altri numi offendeva al par di lei il pudore della coscienza cristiana.

Ma proporzionato all'odio dei nemici era l'amor dei seguaci, e il

culto di Venere fu uno degli ultimi a sparire dalla faccia dell'Europa

convertita alla nuova fede. Non si dimentichi che la dea degli amori

passava per essere la madre di quell'Enea da cui riconosceva Roma

le sue origini; che in Roma stessa, e nelle province, i templi a lei

dedicati erano sempre tra i più sontuosi[730], e che finalmente il suo

culto doveva tornare in ispecial modo gradito alla corrotta società

dei primi secoli dell'impero. Venere aveva osato di far sovrapporre

al monte dove si consumò la passione di Cristo un nefando suo tempio,

che fu distrutto per ordine di Sant'Elena, madre di Costantino. Nel

VII secolo, quando della grandezza romana durava appena una confusa

reminiscenza, il culto di lei tuttavia fioriva in Gallia, e certo anche

in altre province dell'antico impero; nel IX i Mainoti della Laconia

adoravano ancora ostinatamente Venere e Nettuno[731]. In qualche parte

d'Italia si professa un culto per una Santa Venere ignota, sotto alle

cui sembianze si nasconde forse l'antica divinità. Costantino Copronimo

(719-75) fu accusato di avere in conto di divinità e di adorare

Venere[732]. Lo scelerato papa Giovanni XII (956-64), se sono vere

certe accuse che gli furono mosse contro, aveva in costume d'invocare

Giove e Venere[733]; e il re Ugo di Francia, che finì santamente nel

947, in un convento di Arles, una vita piena di nefandezze, pare che

avesse una grande ammirazione per le divinità dei gentili, giacchè a

tre sue concubine aveva imposti i nomi di Giunone, Venere, Semele[734].

Del culto poetico che il medio evo tributò a Venere si potrebbe

scrivere una lunga dissertazione. Nella poesia dei Goliardi le prove

di esso ricorrono ad ogni passo[735]. Nella _Confessio Goliae_ si

dice[736]:

quicquid Venus imperat labor est suavis,

quae numquam in cordibus habitat ignavis.

Nelle _Stanze_ dell'Arciprete di Hita ha parte di rilievo Venere, di

madre tramutata in isposa di Amore,

Señora doña Venus muger de don Amor[737].

Nel _Roman de la Rose_ Venere è descritta nel seguente modo[738]:

Ce est la mère au diex d'Amors,

Qui a secoru maint amant.

Ele tint un brandon flamant

En sa main destre, dont la flame

A eschauffée mainte dame.

El fu si cointe et si tifée,

El resembloit déesse ou fée:

Du grant ator que ele avoit,

Bien puet cognoistre qui la voit,

Qu'el n'ert pas de religion.

Ne feré or pas mencion

De sa robe et de son oré,

Ne de son trecéor doré,

Ne de fermail, ne de corroie,

Espoir que trop i demorroie;

Mès bien sachiés certainement

Qu'ele fu cointe durement,

Et si n'ot point en li d'orgueil.

In un poemetto francese del XIII secolo, intitolato _De Venus la deesse

d'amor_[739], Venere, che viene in soccorso di un amante infelice,

cavalca una mula meravigliosa, di varii colori, con bardatura e

fornimenti di grandissimo pregio. Gli uccelletti ajutano la dea a

salire in sella e la raccomandano a Dio[740]. In un poemetto italiano

intitolato _La visione di Venus_[741] Venere apparisce la notte _a

guisa d'angioletto_ a un suo fedele. Sovente in compagnia di Venere

comparisce Cupido, e quanto spesso poi questi comparisca da solo, e

in quante diverse guise non fa mestieri di ricordare[742]. Nei sogni

dell'astrologia i pianeti esercitarono influssi convenienti all'indole

delle divinità di cui portavano i nomi, e chi nasceva sotto l'influsso

di Venere era naturalmente inclinato all'amore[743]. A tale proposito

si nota che il nome di Venere significa lussuria. Matfre Ermengaud,

discorrendo dei pianeti, dice[744]:

Le quins planeta dissenden

Es dig Venus propriamen,

Que vol dire luxuria.

E il _Dil des Planètes similmente_:

Le vendredi vient de Venus:

Venus sénefie luxure[745].

Non è egli curioso che Dante, dopo aver ripreso l'errore degli antichi,

i quali credettero

Che la bella Ciprigna il folle amore

Raggiasse, volta nel terzo epiciclo[746],

ponga appunto nel pianeta di Venere le anime beate di coloro che in

vita furono proclivi all'amore?

Ma, come ho già accennato, Venere non vive nel medio evo solamente

nelle tradizioni classiche della poesia; essa vive ancora, fatto ben

più importante per noi, nella memoria e nella credenza del popolo, e

vi genera nuovi miti. Se non che, mutate di pianta le condizioni dei

tempi, e trasformato lo spirito, questi miti non sono più sereni ed

amabili, quali sarebbero convenuti alla madre gioconda degli amori,

ma inquieti e paurosi, quali convenivano oramai a colei che la nuova

religione aveva, già da gran tempo, precipitata dal suo seggio di

gloria. Venere ha patito la sorte di tutti gli altri dei, e si è

trasformata in demonio; ma nel demonio che la nuova fede ha dannato

agli abissi, e che reca in fronte il marchio della riprovazione, si

riconosce ancora l'antica bellezza, e si ritrova il fascino delle

seduzioni irresistibili.

Nell'_Anticlaudianus_ Alano de Insulis introduce Venere moribonda a

ricordare le proprie imprese e a deplorare la perdita dell'antica

potenza[747]; ma era un errore il suo: Venere aveva ancora lunghi

anni da vivere, e la sua potenza era tuttavia formidabile. Come or ora

vedremo, si poteva prendere alla lettera l'avvertimento che un ignoto

lasciò scritto in un codice antico dell'Escuriale[748]:

Sub Veneris latere debet nemo latere

Nam mala Venere plurima devenere.

Venere, la più potente delle divinità, era divenuta un potentissimo

demonio[749].

Ed ecco presentarcisi due delle più belle, immaginose e significative

leggende che il genio del medio evo abbia create; quella celeberrima di

Tannhäuser; e l'altra, assai meno nota, ma non però meno curiosa, del

giovane patrizio di Roma. Cominciamo da questa.

Il più antico scrittore che la narri, senza però dire a quali fonti

attinga, è il cronista inglese Guglielmo di Malmesbury, il quale

fioriva intorno al mezzo del XII secolo. Ecco, tradotto, il suo

racconto[750]. Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e

nato d'illustre famiglia senatoria, avendo condotto moglie, invitò

gli amici a banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini più

spiritosi l'ilarità, uscirono i commensali in un prato, desiderosi di

alleggerire danzando, o sbalestrando, o in altri giuochi esercitando

il corpo, gli stomachi aggravati dal cibo. Lo sposo, re del convito,

e maestro del giuoco, chiese una palla, e trattosi l'anello nuziale,

lo appose al dito steso di una statua di bronzo ch'era ivi presso. Ma

poichè tutti i compagni, giocando, in lui solo inveivano, affannato ed

acceso si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere il suo anello

trovò piegato sulla palma della mano il dito della statua. Avendo

quivi penato un pezzo senza potere, nè strappare l'anello, nè frangere

il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinchè, lui presente, nol

deridessero, o, assente, non involassero l'anello, in silenzio se ne

partì. Tornatovi poscia con alcuni suoi familiari a notte scura, ebbe

a stupire vedendo raddirizzato il dito e tolto l'anello. Tuttavia,

dissimulato il danno, si lasciò dalle carezze della sposa rasserenare,

e, giunta l'ora di coricarsi, si adagiò accanto a lei. Ma, come appena

si fu adagiato, sentì alcun che di nebuloso e denso voltolarsi fra sè e

lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non vedere. Vietatogli da tale

impedimento l'amplesso, udì una voce che diceva: «Giaciti meco, dacchè

oggi pure tu m'hai sposata. Io sono Venere, a cui tu ponesti l'anello

in dito; io ho l'anello in poter mio, e più nol renderò». Spaventato

da tanto prodigio, nulla osò, nulla potè rispondere il giovane, e

passò insonne la intera notte, esaminando tacitamente nell'animo il

caso. Corse gran tempo, e in qualunque ora tentasse egli di accostarsi

alla sposa, sempre sentiva e udiva il medesimo; del rimanente era

validissimo e atto a checchessia. Finalmente, mosso dalle querele

della moglie, scoperse ogni cosa ai parenti, i quali, avuto consiglio

fra loro, ne informarono un prete suburbano per nome Palumbo. Aveva

costui virtù di suscitare per arte di negromanzia figure magiche, e

d'incutere terrore nei demonii, facendoli servire a quale officio più

gli piacesse. Pattuita pertanto la mercede, che doveva esser grande,

e tale da riempiergli d'oro la borsa quand'egli fosse riuscito a far

congiungere gli sposi, usò il supremo dell'arte sua, e composta una

epistola, diedela al giovane dicendo: «Va alla tale ora di notte al

crocicchio, dove la via si divide in quattro, e poni mente a ciò che tu

vedrai. Passeranno di colà molte figure umane, d'ambo i sessi, d'ogni

età, d'ogni grado e condizione, alcune a cavallo, altre a piede, quali

con la fronte volta alla terra, quali col ciglio superbamente levato,

e quante sono insomma le forme e le sembianze dell'allegrezza e della

tristezza, tutte le potrai vedere espresse nei volti e nei gesti loro.

Non favellare a nessuna, quando pure esse favellino a te. Seguirà

quella turba uno di maggiore statura degli altri e più corpulento,

sedente in un carro: a lui porgi silenzioso l'epistola, e incontanente

sarà appagato il tuo desiderio, purchè tu faccia tanto d'essere d'animo

risoluto». Il giovine si avvia, come gli era stato prescritto, e stando

la notte a ciel sereno, sperimenta la verità di quanto avevagli detto

il prete, chè nulla non mancò alle promesse. Fra gli altri che di là

passavano vide sopra una mula una donna vestita a uso di meretrice,

sparsi i capelli giù per le spalle, e stretti in capo da un'aurea

benda. Teneva colei in mano una verga d'oro, con la quale governava la

cavalcatura, e per la tenuità delle vesti mostrandosi quasi ignuda,

faceva ostentazione d'atti impudichi. Che più? L'ultimo, che pareva

il signore, ficcando i terribili occhi nel giovane, dal carro superbo,

tutto composto di smeraldi e di perle, chiede la causa del suo venire;

ma quegli, nulla rispondendo, stesa la mano, porge la epistola. Il

demonio, non osando disprezzare il noto suggello, legge lo scritto, e

tosto, levate le braccia al cielo, «Dio onnipotente», esclama, «insino

a quando soffrirai tu la iniquità di Palumbo?» E senza por tempo

in mezzo mandò due de' suoi satelliti perchè ritogliessero a Venere

l'anello, la quale, dopo molto contrastare, finalmente lo rese. Così

il giovane, venuto a capo del suo desiderio, potè finalmente godere

dei sospirati amori; ma Palumbo, com'ebbe udito la lagnanza che di lui

il demonio aveva mossa a Dio, intese esser prossima la sua fine; per

la qual cosa, fattisi di suo arbitrio troncar tutti i membri, morì con

miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il popolo

le inaudite sue sceleraggini. Guglielmo conchiude la sua narrazione

dicendo come ancora al tempo suo, in Roma, e in tutta la circostante

provincia, le madri raccontassero tale storia ai figliuoli, affinchè ne

fosse tramandata ai posteri la memoria.

L'immaginosa leggenda, appropriata quanto altra mai al gusto e alle

credenze dei tempi, si divulgò per tutta l'Europa, e fu raccolta

e rinarrata da molti altri scrittori, tra' quali basterà ricordare

Vincenzo Bellovacense[751], Matteo di Westminster[752], Radulfo da

Diceto[753], Enrico di Knyghton[754], Giovanni Bromton[755]. Guglielmo

di Malmesbury, da cui direttamente o indirettamente attinsero tutti

costoro, non dà nessuna indicazione circa il tempo in cui si suppone

avvenuta la strana avventura; non così quelli che vennero dopo di

lui. Vincenzo Bellovacense la dice avvenuta circa l'anno dodicesimo

dell'impero di Enrico III, ossia intorno al 1050, Matteo di Westminster

nel 1058, Radulfo da Diceto nel 1036, Giovanni Bromton nell'ultimo anno

di Edoardo il Confessore, ossia nel 1066, e circa quel medesimo tempo

Enrico di Knyghton. Inoltre Guglielmo tace il nome del giovane e della

sposa, che da Giovanni Bromton sono chiamati Lucio ed Eugenia. Enrico

di Knyghton dà al giovane il nome di Luciano.

Fermiamoci alquanto ad esaminare il racconto di Guglielmo di

Malmesbury, a rilevarne lo spirito, a sceverarne gli elementi. Anzi

tutto egli dà la leggenda come italiana, afferma che si raccontava

comunemente a' suoi tempi in Roma e nel circostante territorio, e noi

non abbiamo ragione per mettere in dubbio le sue parole, sebbene sia

ragionevole il credere che, una volta uscita d'Italia, la leggenda

mutasse alcun poco l'indole primitiva e ricevesse qualche nuovo

elemento.

Il carattere che in esse presenta Venere merita di essere attentamente

considerato. Venere è un demonio, ma tale tuttavia che, non solo

non ha in sè la orridezza, ma nemmeno la consueta ferità e malignità

diabolica. Essa è innamorata, e vuol fruire dell'amor suo: non usa

nessuna violenza al giovine, nè sfoga l'ira sua sulla sposa; ma si

oppone a che il matrimonio sia da essi consumato, e si fa forte del

suo diritto, che pretende siale stato conferito dal giovane mediante

l'anello. Ricorderò a tale proposito come nel medio evo il solo sposo

desse l'anello alla sposa, e come per antichissimo diritto romano lo

sposo che avesse donato alla sposa l'_anulus pronubus_ si considerasse

regolarmente impegnato. E notisi che nel concetto della leggenda

Venere non si prevale artificiosamente di un atto per se medesimo

insignificante, e a cui ella fingerebbe di dare la forza che in realtà

non può avere: l'anello di cui ella è in possesso le conferisce il

diritto, e per farla chetare bisogna ritorle l'anello. Così non si

poteva ricuperar dall'inferno chi avesse venduta l'anima al diavolo

se prima non si riaveva la scritta del contratto. Ora, in questa

bella, dolce e appassionata figura di demonio, che noi ritroveremo

di bel nuovo più oltre, splende, o m'inganno, un riflesso dell'antica

divinità. La Venere medievale innamorata del giovane patrizio romano

fa ripensare alla Venere antica innamorata di Adone. Un concetto, direi

così benevolo, di Venere, non poteva sorgere che a medio evo avanzato,

spenti i ricordi della lunga ed asprissima lotta fra cristianesimo e

paganesimo, e ridischiuso il senso al prestigio della bellezza antica.

In tempi di lotte ancora accese, o di ancor desti sospetti, il demonio

Venere sarebbe stato dipinto con più foschi colori. Prospero Aquilano,

morto nel 463, racconta nel suo trattato _De promissionibus et

praedictionibus Dei_[756] la curiosa storia di una fanciulla cristiana,

la quale, per aver osato di paragonarsi con una statua di Venere in

Cartagine, fu, per opera diabolica, affetta di tale una malattia

nella gola che per lo spazio di settanta giorni non potè prendere

cibo veruno, fino a che, condotta in chiesa, e fatta partecipe della

comunione, fu liberata.

Veniamo alla statua. L'antichità, oltre a quello famoso di Pigmalione,

narra parecchi casi di persone che s'innamorarono di statue, casi che

non hanno relazione col nostro[757]. Luciano, Plinio, Valerio Massimo,

Clemente Alessandrino fanno ricordo di un giovane che, innamoratosi

della Venere di Prassitele in Gnido, sfogò sopra di lei la propria

libidine; ma la dea non si commosse, pare, alle prove della sua

passione. Nella leggenda nostra il giovane non è punto innamorato

della statua, ma la statua è evidentemente concepita come un idolo,

ossia come il simulacro di una divinità, legato a lei con una specie

di vincolo arcano e vitale, per modo che la promessa fatta ad esso

valga come fatta alla divinità che rappresenta. Il caposaldo della

leggenda dev'essere appunto una statua esistita in Roma, e nulla

v'è che contrasti a questa congettura. I cristiani non distrussero

tutti i simulacri di antichi numi che poterono avere nelle mani; essi

dovevano muovere guerra più aspra a quelli delle divinità impudiche,

in particolar modo a quelli di Venere, come pare che già facesse

Costantino Magno[758]; ma anche di questi molti se ne salvarono. Può

darsi che nell'XI secolo una statua di Venere sia stata ritrovata

in Roma, e abbia dato origine e argomento alla leggenda: se si ha da

credere a Ranulfo Higden, o a quel Gregorio della cui autorità egli si

prevale, una tale statua si ammirava veramente in Roma nel XIII secolo.

Ecco in qual modo egli la descrive[759]: «Fuit et imago Veneris eo

modo quo quondam nudo corpore Paridi se ostendebat, ita artificiose

composita ut in niveo imaginis ore sanguis recens natare videretur».

Salvo la esagerazione di quest'ultime parole, nel resto non è nulla

che non possa essere agevolmente creduto. S'immagini ora che un tale

ritrovamento veramente fosse avvenuto nell'XI secolo in Roma. Le

reminiscenze dell'antichità non erano in tutto spente; si sapeva ancora

chi fosse stata Venere, quale fosse stato il suo ufficio, e forse nella

plebe durava ancora qualche tradizione, qualche pratica superstiziosa

dell'antico culto. La statua fu ammirata per la sua bellezza, ma fu

in pari tempo guardata con sospetto, come quella a cui poteva andar

congiunta tuttavia una misteriosa potenza. S'immagini che, presso al

luogo dov'essa fu collocata, la felicità di due giovani sposi sia stata

turbata da un accidente naturalissimo, ma che molto spesso nel medio

evo fu creduto effetto di malìe; assai agevolmente se ne poteva far

ricadere la colpa su quella statua di Venere; e poichè a esercitare

quelle malie la gelosia era motivo principalissimo, si poteva

immaginare che Venere fosse innamorata del giovane e gelosa. L'anello

posto in dito alla statua può esser fatto vero, può essere fatto

immaginario, ideato per dare al tutto più consistenza; e la guarigione

del giovane può essere succeduta ad alcune pratiche magiche poste in

opera per ottenerla. La leggenda sarebbesi formata così in modo assai

facile e spontaneo, e nulla v'è nelle sue parti essenziali che possa

legittimamente far dubitare dell'origine italiana. Il Baring-Gould

sostiene[760] che la particolarità dell'anello fu suggerita da credenze

religiose dei popoli teutonici e scandinavi, e ricorda che la dea

Freya si rappresentava con un anello in mano, e ricorda un mito della

dea Thorgerda Hörgabruda, la quale non si lascia togliere un anello

dal braccio; ma non v'è nessuna necessità di ricorrere a così remote

origini.

La tregenda descritta da Guglielmo di Malmesbury ha molti riscontri.

In Germania e in Francia chi vedeva passare il _wildes Heer_, o la

_maisnie Hallequin_, doveva, come il giovine Romano, serbare il più

profondo silenzio. Vedervi mescolata Venere non deve fare meraviglia.

Sant'Agostino fa ricordo di una credenza[761], secondo la quale

le streghe si riunivano la notte guidate dal Demonio, da Diana, da

Minerva e da Erodiade, e tale credenza si conservò a lungo nel medio

evo. L'esercito furibondo in Germania qualche volta è capitanato

da Holda che si confuse con Venere[762], qualche volta dallo stesso

demonio[763], e tra le incisioni che adornano i _Sermones et varii

tractatus_ di Geiler von Keisersberg, nella edizione che se ne fece a

Strasburgo nel 1508, una ve n'ha che rappresenta il duce dell'esercito

seduto in un carro, come nel racconto di Guglielmo. Nella leggenda

di San Basilio, vescovo di Cesarea, si narra di un mago che diede a

uno schiavo una epistola per il diavolo; con essa lo schiavo doveva

ottenere che fosse soddisfatto certo suo desiderio. Ciò che nel

racconto di Guglielmo si dice della penitenza e della morte di Palumbo

ricorda quanto della penitenza e della morte di Gerberto fu narrato

dalla leggenda.

La _Kaiserchronik_ contiene[764] un lungo racconto, indipendente

da quello di Guglielmo, e in cui l'avventura testè narrata si fa

accadere bensì in Roma, ma ai tempi dell'imperatore Teodosio, e con

particolarità che altrove non si hanno. Eccone in breve la sostanza.

C'erano in Roma due giovani fratelli adoratori degl'idoli. Una

volta che l'uno di essi, per nome Astrolabio, giocava alla palla con

alcuni compagni, avvenne che la palla andò a cadere dietro il muro

antico di un tempio. Astrolabio diè la scalata al muro, e quando

fu dall'altra parte vide una statua bellissima che gli fe' cenno

con la mano. Era quella una statua di Venere. Il giovane preso da

subitanea ed irresistibile passione, si tolse di dito l'anello, e

lo diede alla statua in pegno di perpetuo amore. I compagni suoi,

entrati con violenza, contro il volere dei sacerdoti, nel tempio,

lo ritrovarono assai tramutato; egli non fece parola di quanto gli

era occorso; ma tutto pieno del suo diabolico amore, da quell'ora

non bevve, non mangiò, non dormì più, e tutti temettero che presta

morte lo dovesse incogliere. Un giorno il giovane innamorato si

fece animo, andò a trovare Eusebio, il cappellano dell'imperatore, e

narratogli il caso, gli chiese consiglio ed ajuto. Eusebio da giovane

aveva studiato negromanzia ed era assai versato in quest'arte. Egli

evocò il diavolo e gl'ingiunse di riportargli l'anello che il giovane

aveva donato alla statua; ma non potendo ottener ciò, si fece portare

egli stesso all'inferno, e non senza molta fatica ricuperò l'anello.

Da ultimo costrinse il diavolo a svelargli in che fosse riposta la

maligna potenza della statua: questa potenza era procacciata da certe

erbe nascoste sotto di essa. Risaputa la cosa, il papa Ignazio fece

consacrare la statua in onore di San Michele[765]. Il giovane guarì, e

insieme con molti altri ricevette il battesimo.

Questo racconto non è certo meno antico di quello di Guglielmo, e

tutt'a due debbono considerarsi come versioni diverse di uno stesso

tema leggendario. Tuttavia la versione dello storico inglese mi sembra

dover essere la più genuina: ciò che, per tacer di altro, nel racconto

tedesco si dice delle erbe magiche nascoste sotto la statua, rende

inutile l'anello dato in pegno, e guasta tutto il concetto della

leggenda.

Nelle favole demonologiche del medio evo, e più particolarmente in

quelle dei succubi, si potrebbero trovare alla leggenda di Venere

innamorata parecchi riscontri. Ettore Boezio racconta il caso di

un bellissimo adolescente che per molti mesi fu perseguitato da

un succubo, bellissimo anch'esso, il quale, ogni notte, penetrava,

tuttochè fossero chiuse le porte, nella stanza di lui, e con blandizie

lo provocava all'amplesso[766]. Cesario di Heisterbach racconta la

storia seguente[767]. Un mago di Toledo fu richiesto da certi scolari

svevi e bavaresi di dar loro un saggio dell'arte sua. Non essendogli

stato possibile di scusarsi, egli li condusse in un campo, tracciò

loro intorno con una spada un cerchio, e severamente ammonitili di non

uscirne, e di non dar cosa alcuna a coloro che erano per comparire,

come pure di nulla accettare da essi, evocò i demonii. Tosto compajono

questi in figura di cavalieri, e con varii giuochi si studiano di

allettare i giovani a uscire dal cerchio. Tornata vana la prova,

ricompajono in figura di avvenenti e procaci fanciulle, e danzando

rinnovano le provocazioni. Uno di essi, con usare più lenocinii degli

altri, e con isporgere un anello d'oro, riesce a trarre uno dei giovani

fuori del cerchio, e incontanente sparisce con lui, e spariscono

ancora tutti gli altri demonii. Minacciato nella vita dai compagni

dell'incauto, il mago ricorre al principe dei demonii, il quale

convocato il concilio infernale, dopo molto discutere ordina che il

giovane sia rimesso in libertà.

Ma il riscontro più curioso alla leggenda nostra lo porge un'altra

leggenda del medio evo, nella quale, rimanendo invariate molte delle

altre particolarità, alla dea Venere si sostituisce la Vergine Maria.

Non saprei chi possa essere stato il primo a riferirla, ma Vincenzo

Bellovacense, che, come s'è veduto, riferisce anche l'altra, la narra

nei seguenti termini[768]. Alcuni giovani chierici giocavano alla

palla dinnanzi a una chiesa. L'uno di essi, temendo che nel giuoco non

gli si avesse a spezzare un anello che in pegno di carnale amore gli

aveva donato l'amica, entrò in chiesa per quivi deporlo; ma veduta

una bellissima immagine della Vergine, le s'inginocchiò davanti, e

salutatala, disse: «Veramente sei tu più bella assai di colei che

mi diè quest'anello, e però io rinuncio a lei, e faccio proposito di

servire e di amare te sola, a patto che tu me ne ricambii con l'amor

tuo». Profferite tali parole, il giovane si tolse l'anello, e lo inserì

nel dito steso della statua, la quale, volendo mostrare di accettare

il patto, ripiegò il dito. Meravigliato il giovane, chiama i compagni

e narra loro l'accaduto, ed essi lo esortano a rinunziare al mondo e a

dedicarsi tutto al servizio della madre di Dio. Ma il giovane, traviato

dalle ricchezze, dopo non molto, mentendo alla fatta promessa, condusse

moglie. Ed ecco, la prima notte delle nozze, apparire al dormiente per

ben due volte la Vergine, rimproverargli la mancata fede, mostrargli

l'anello, minacciargli severissimo castigo. Colto da paura e da

pentimento, quella medesima notte abbandonò il giovane ogni cosa sua,

e si ritrasse a vivere in un eremo, dove per fin che gli durò la vita

servì alla sua signora ed amica.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 18 / 43 段