fronte della scienza storica del medio evo non sembrerà certamente
eccessivo. Fredegario distingue il Teodorico che fece morire Boezio
da un altro, di cui, facendo due persone di una, racconta la storia
abbastanza romanzesca. Di quel primo dice: «Theodoricus cum Papam
Romae Apostolicum virum Joannem sine culpa morte damnasset, et
Symmachum Patritium, nullis causis existentibus itemque trucidavit,
ira percussus divina, a germano suo Gaiserico interficitur»[690]. Qui
il fatto narrato è falso, ma semplice e naturale; Procopio comincia
ad entrare nel meraviglioso. Racconta questo storico[691] che, dopo
aver fatto morire Boezio e Simmaco, un giorno, a mensa, Teodorico
credette di riconoscere nella testa di un gran pesce che i donzelli
gli avevano posto dinnanzi, la testa di Simmaco, che lo guardava
torva e minacciosa. Ammalatosi pel terrore, narrò ogni cosa al suo
medico Elpidio, e, deplorando la commessa ingiustizia, in brev'ora
morì. Procopio soggiunge benignamente che l'uccisione di Boezio e
di Simmaco fu la prima e l'ultima ingiustizia da Teodorico commessa.
Qui si parla di sola morte del corpo e non disperata; ma questa non
doveva sembrare punizione sufficiente a quella Chiesa che serbava
ancor viva la memoria delle offese ricevuto dal principe eretico,
e la leggenda ecclesiastica inesorabile passa oltre a narrare della
morte dell'anima. Teodorico dev'esser dannato. Gregorio Magno a cui,
essendo pontefice, doveva sembrare immane la colpa del re che aveva
osato rinchiudere e far morire in un carcere un vicario di Cristo,
racconta[692], raccogliendolo da altre bocche, il caso di un solitario
dell'isola di Lipari, che aveva veduto il papa Giovanni e Simmaco
precipitar Teodorico nella bocca di quel vulcano. Ora è noto che le
bocche dei vulcani erano universalmente credute nel medio evo spiracoli
dell'inferno. Questa paurosa favola incontrò molto favore e si trova
ripetuta da infiniti. Valafredo Strabone forse vi allude nel suo
poemetto _De imagine Tetrici_, quando dice:
Tetricus Italicis quondam regnator in oris
multis ex opibus tantum sibi servat avarus
at secum infelix piceo spatiatur Averno,
cui nihil in mundo, nisi vix fama arida restat,
quamquam thermarum vulgus vada praeparet olli,
hoc sinc nec causa, nam omni maledicitur ore,
blasphemumque dei ipsius sententia mundi
ignibus aeternis magnaeque addicit abysso.
I ripetitori al vulcano dell'isola di Lipari sostituiscono ora l'Etna,
ora il Vesuvio[693]. A tal pena non fu condannato del resto il solo
Teodorico; parecchi altri ebbero nella leggenda egual sorte, come, a
ragion d'esempio, Bertoldo V, duca di Zäringen, e Attone, vescovo di
Magonza[694].
Altri narrano d'altri castighi. Giovanni da Verona, in uno dei racconti
che riferisce a tale proposito, fa che Teodorico spiri l'anima in man
dei demonii; ma prima descrive la morte sua spaventosa, prodotta da
inaudito e formidabile morbo. Ricordati alcuni orrendi prodigi che
avvennero circa quel tempo, egli così si esprime[695]: «Set omnipotens
deus noluit pati ulterius ut fidei vere cultores deprimerentur. Nam
tyrannus Theodoricus, mox ut sententiam contra catholicos dictavit,
divina sententia punitus est. Statim enim gravissimo ventris profluvio
egrotans, ad instar Arrii auctoris eius, intra triduum omnia viscera
cum pulmone, iecore et splene et aliis precordis egessit, et die
dominico, quo se credebat invadere catholicorum ecclesias, regnum
finivit, et animam in manu demonum exalavit». Secondo certi racconti
germanici, Teodorico non sarebbe mai morto, ma sarebbe solamente
sparito in modo meraviglioso, e per virtù diabolica, di tra i viventi.
In una delle redazioni della _Vilkina Saga_[696], il prodigio è narrato
nel seguente modo. Un giorno che Teodorico, essendo già vecchio, ma
valido ancora, s'era bagnato nel luogo che da lui appunto prese il nome
di bagno di Teodorico, uno dei suoi famigli gridò: «laggiù corre un
cavallo nero di tanta bellezza e vigoria ch'io mai non vidi l'eguale».
Udite tali parole Teodorico balza fuori dell'acqua, si copre alla
meglio, e domanda che tosto gli sieno condotti il suo proprio cavallo e
i suoi cani. Ma tardando questi a venire, egli salta sul cavallo nero,
il quale tosto si mette a fuggire più rapido di un uccello. Lo insegue,
ma indarno, con tutti i cani sguinzagliati, il miglior cavaliere della
scorta. Teodorico, sentendo essere nel cavallo che lo invola alcunchè
di soprannaturale, si sforza di scendere, ma non gli vien fatto. Il
cavaliere da lungi gli grida: «Signore, perchè corri tu in cotal guisa,
e quando farai ritorno?» e quegli risponde: «È il diavolo stesso che mi
porta. Tornerò quando piacerà a Dio e alla Vergine Maria». Da allora
in poi di Teodorico non s'ebbe più nuova; ma gli uomini di Germania
dicono essersi risaputo per visioni, che Dio e la Vergine, cui egli
ricordava nelle sue preghiere, gli usarono misericordia. Secondo un
vecchio poema tedesco, l'_Etzels Hofhaltung_, ossia la Corte di Attila,
Teodorico, per aver bestemmiato Dio, fu, vivo ancora, rapito dal
diavolo sotto figura di un cavallo, e portato nella deserta Romania,
dove dovrà combattere coi serpenti sino al giorno del giudizio[697].
Secondo un altro racconto tedesco, quando furono morti tutti gli eroi
dei Nibelunghi, un nano si presentò a Teodorico e lo invitò a seguirlo.
Questi andò con lui, e nessuno mai ha più saputo s'egli viva ancora,
e in qual parte del mondo si trovi[698]. In alcuni luoghi di Germania
il capo della Caccia furibonda, il Cacciatore selvaggio (_der wilde
Jäger_), è Berndietrich, cioè Teodorico. In quella medesima forma
appajono parecchi altri grandi colpevoli; ma anche Artù, Carlo Magno,
Carlo V.[699].
In Germania la leggenda si mostrò in generale molto indulgente per
Teodorico: l'eroe sparisce invocando i nomi di Dio e della Vergine; il
suo castigo, non gravissimo, durerà sino al dì del giudizio. In Italia,
come già per un esempio solenne abbiamo veduto, essa fu ben più severa.
E non poteva non essere, giacchè là dove cresceva il grido della
santità di Boezio, doveva crescere parimente l'infamia di Teodorico,
e il desiderio di ottenere sopra costui più esemplare vendetta. La
leggenda del cavallo diabolico e rapitore nacque probabilmente in
Italia, d'onde passò in Germania, e quivi, incontrandosi con tradizioni
d'altra natura, e nelle quali suona glorioso il nome di Teodorico,
ebbe a temperar di necessità il suo spirito d'odio e di vendetta.
In Verona Teodorico era creduto figlio del diavolo, e la leggenda lo
ricacciava all'inferno, ond'era uscito. Nella _Historia Imperialis_
di Giovanni da Verona si legge a tale proposito il seguente curioso e
notabile passo[700]: «Hic est Theodoricus, quem Veronenses appellant
Diatrichum[701], de quo fabulose fertur a personis vulgaribus quod
fuit genitus a diabolo, et regnavit Verone, et fecit fieri arenam
veronensem; et postmodum, misso nuntio ad infernum, recepit a patre suo
diabolo equum unum et canes, et dum hec munia Theodoricus accepisset
tanto gaudio repletus est, quod de balneo in quo lavabatur, solum
involutus linteamine, exiens, equum ascendit, et statim nunquam
comparuit, set per silvas adhuc de nocte venari dicitur et persequi
nimphas[702]». A canto alla porta di San Zeno in Verona è un antico
bassorilievo il quale rappresenta e ricorda ancora questa fantastica
avventura, sebbene i versi latini che l'accompagnano e lo spiegano non
contengano il nome di Teodorico[703].
La Germania faceva di Teodorico, il prode guerriero, uno degli eroi
della sua epopea nazionale; ma in Italia la Chiesa, secondando il
sentimento della nazione, faceva del principe barbaro ed eretico
un dannato, e non ne lasciava posare le ossa[704], mentre innalzava
all'onor degli altari il martire Boezio, detto l'ultimo dei Romani. Con
Boezio trionfavano congiuntamente il cattolicismo e la romanità.
CAPITOLO XIX.
Gli dei di Roma.
Il medio evo, che serbò viva, se non fedele memoria degl'imperatori,
i quali avevan fatto di Roma la regina del mondo, e degli scrittori
che con l'opere l'avevano illustrata, non poteva in tutto dimenticare
quelle antiche e fastose divinità sotto il cui patrocinio la città
eterna era nata e cresciuta a tanta gloria. Negli scrittori stessi
di cui si leggevano assiduamente e si trascrivevano i libri, e
massimamente poi nei poeti, ricorrono senza fine i nomi degli dei, si
narrano le mirabili storie del cielo, si descrivono feste e pratiche
religiose. Abbiam veduto che alle _Metamorfosi_ di Ovidio fu dato
allora il nome di Bibbia dei pagani, e che con quello di _Martirologio_
furono designati i _Fasti_.
Per ispegnere una religione la quale per secoli abbia governato la
coscienza e la vita ci vogliono i secoli; anzi, a dir vero, essa non
si spegne propriamente se non in parte, mentre in parte si trasforma,
e continua a vivere, occulta, od assimilata alla nuova fede che la
tolse di seggio, e questa non consegue il trionfo definitivo se non
con rimettere, in parte, della sua originale schiettezza ed alterarsi
più o meno. Sinchè dura il periodo acuto della lotta le due contrarie
credenze rimangono diligentemente sceverate; la più debole, se
glielo imponga la necessità dei tempi, si ritrae dalla vita pubblica,
abbandona i suoi santuarii, si fa clandestina; ma nel profondo delle
coscienze permane intera, ed è anzi fatta più risoluta e più rigida
dalla stessa contraddizione: la più forte le subentra, e mentre
recisamente nega il dogma nemico, si afferma nel proprio carattere
e si tiene immune da ogni contagio. Ben altrimenti procedono le cose
quando all'èra della lotta astiosa sia succeduta l'èra della pacifica
diffusione e della confermazione ordinata. Allora le due contrarie
credenze vengono a più intimo contatto, e negli spiriti, in cui l'una
deve sostituirsi all'altra, avvengono combinazioni e fusioni d'ogni
maniera: le memorie durano tenacissime e la sostituzione non si fa mai
intera ed assoluta.
Così appunto intravenne al cristianesimo e al paganesimo. Cacciati dal
cielo e dai templi, i numi di Roma si raccolsero intorno ai lari dei
loro fedeli; cacciati dalle città si ritrassero nei boschi e nei campi;
ma passarono secoli e secoli e la figura sanguinosa del crocifisso
non riuscì a far dileguare interamente dinnanzi a sè quegli splendidi
fantasmi che le arti a gara avevano dotato di tutte le seduzioni.
Essi cedevano a poco a poco alla forza vittoriosa che li incalzava,
ma riapparivano spesso inopinatamente nei luoghi dove avevano fatto
già sì lunga dimora, ed anche quando se n'erano dileguati per sempre,
lasciavano dietro a sè lungo strascico di memorie, e di lontano
esercitavano sulla nuova fede irresistibili influssi.
Una storia del cristianesimo, non quale appare nella dogmatica
ecclesiastica, ma quale si venne veramente foggiando nella credenza
popolare, mostrerebbe di che natura e di che forza sieno stati quegli
influssi; non essendo questo il luogo per entrare in così lunga e
malagevole indagine, mi contenterò di alcuni brevi cenni, che, se non
altro, basteranno a caratterizzare il fenomeno.
Non si può negare che ad una mente educata nel politeismo il dogma
cristiano non dovesse parere assai scarso di attrattive. Il Dio
trino ed uno, posto ad incommensurabile altezza sopra la umanità,
imperscrutabile e severo nella sua solitudine, facilmente atterriva chi
era uso a vedere un popolo intero di dei mescolarsi continuamente cogli
uomini, chi dei accoglieva sotto il suo tetto e alla sua mensa. Se il
nuovo convertito non era, come nella più parte dei casi certamente non
era, uno spirito eletto, in cui la nuova verità trovava pronto e facile
consentimento, quanti dubbii, quanti terrori doveano tener dietro alla
conversione! Era quasi impossibile che egli non provasse un senso
di angustia e di sfiducia, posto faccia a faccia con quel terribile
giudice che non si placava come gli dei delle genti per sacrificii e
per arti di sacerdoti. E non era stato ancora conferito al ministro
dell'altare l'ufficio d'intermediario perpetuo tra Dio e il credente,
e non era stata inventata ancora la confessione auricolare. La chiesa
catechizzante avvertì il difetto e provvide: il culto di Maria fu
un'utile concessione fatta dal cristianesimo al paganesimo. Dopo il
decreto del concilio di Efeso che dichiarava la Vergine essere madre
di Dio, per molti cristiani la religione consistette essenzialmente nel
culto di lei, e i pagani, i quali intendevano meglio assai questo culto
che non quello che si tributava a Dio, e nella Vergine vedevano una
specie di divinità più prossima alla terra, e più simile a quelle che
già avevano famigliari, ebbero maggiore facilità a convertirsi[705].
Se non che quel culto medesimo non potè serbarsi così puro come avrebbe
dovuto; i pagani, quasi senza avvedersene, trasfusero in esso non poche
pratiche della loro vecchia religione, e nelle loro fantasie più d'un
attributo di antiche divinità, e più specialmente di Venere e di Diana,
passò alla Vergine. Tutti sanno quanto il culto di costei, in alcuni
paesi d'Europa, conservi ancora del pagano. Certe feste della Madonna,
soprattutto nel mezzogiorno d'Italia, sembrano trarre la origine da
antiche feste di Cerere, e conservano ancora spiccatissimo il carattere
primitivo.
Il culto dei santi, che sono come tanti mediatori tra il cielo e la
terra, agevolò ancor esso potentemente il trapasso dal politeismo
al cristianesimo. Per essi il cielo si ripopolava in certo modo di
semidei, i quali, non soltanto potevano giovare grandemente agli uomini
come intercessori appo la Divinità suprema, ma ancora come potenti
elargitori di grazie per proprio conto. Essi prendevano il posto delle
singole divinità proscritte, ne ricevevano gli attributi, ne adempievan
gli ufficii, e fruivano del culto una volta ad esse tributato. Come
gli antichi dei si erano distribuiti gli ufficii molteplici del
governo delle cose, così se li distribuirono i santi, ed ogni santo
ebbe un particolare còmpito ed esercitò un particolar patrocinio[706].
Naturalmente ve n'ebbe anche qualcuno che succedette nei cómpiti meno
onorevoli di certe antiche divinità, mentre altri pajono esser venuti
su solamente perchè provocati dalla esistenza di divinità al cui culto
non si voleva rinunziare, ovvero sono quelle divinità medesime alquanto
trasformate e designate con altro nome[707]. Molte feste di santi,
celebrate con riti particolari dal popolo, altro non sono in origine
che feste pagane; e alcune delle solennità massime del calendario
cristiano si legano similmente con antiche solennità, tra l'altre
forse quella stessa principalissima del Natale, come da parecchi
fu sostenuto[708]. Così non picciola parte del vinto paganesimo si
trasfondeva nella nuova religione[709].
Ho detto che le reminiscenze duravano tenacissime. Nel 692 il concilio
_in Trullo_ biasima e vieta la celebrazione di feste pagane ancora in
vigore; ma poi per lungo tempo, così in Oriente, come in Occidente,
negli atti dei concilii, nelle Vite dei Santi, in altre scritture di
sacro argomento, si trova fatto ricordo frequentissimo di costumanze e
di riti pagani, alla totale abolizione dei quali indarno si affaticava
la Chiesa. L'_Indiculus superstitionum et paganiarum_, compilato dal
concilio di Leptines nel 743, e parecchi capitolari di Carlo Magno
mostrano come le antiche superstizioni ancora durassero nell'VIII
secolo. In quel secolo medesimo in Roma, e proprio sulla piazza di
San Pietro, si festeggiava ancora, con riti pagani, pubblicamente,
il primo giorno di Gennajo, come si rileva da una epistola di San
Bonifacio, apostolo di Germania e vescovo di Magonza, al pontefice
Zaccaria[710], il quale in una sua risposta dice d'avere abolita la
detestabile usanza. Nel bel mezzo del secolo X Attone II, vescovo di
Vercelli, biasima le superstizioni e le costumanze pagane che ancora a'
suoi tempi si osservavano dai contadini il primo di Gennajo, il primo
di Marzo, e nelle feste di San Giovanni e di San Pietro e Paolo[711].
Cent'altre testimonianze simili a questa potrebbero essere facilmente
prodotte.
È noto quanti simboli e quante forme la mitologia classica abbia
fornito all'arte cristiana dei primi secoli. Apollo, Bacco, Amore
e Psiche, altre divinità, si veggono raffigurate sopra gli antichi
sarcofaghi cristiani, Amore e Venere sopra gli anelli nuziali. Cristo
si trova rappresentato in figura di Giove, di Apollo, di Orfeo, di
Ercole; la Vergine Maria in figura di Venere. L'inferno cristiano
è interamente foggiato sul Tartaro pagano, e col nome di Tartaro lo
chiamano già Prudenzio[712], Claudio Mario Vittore[713], altri fra gli
scrittori ecclesiastici più antichi, poi molti e molti nel medio evo.
Le pene furono immaginate, in parte almeno, ad imitazione delle pene
antiche. Si lasciarono scorrere per l'inferno il Flegetonte, il Cocito,
lo Stige; si mantennero ai loro posti Caronte con la barca, Cerbero,
i Centauri e gli altri mostri[714]. Del Tartaro descritto da Virgilio
sembra ricordarsi Giacomino da Verona quando nei rozzi suoi versi
dipinge la città infernale, tutta murata di sassi e di monti, solcata
per lo mezzo da
aque entorbolae
Amare plui ke fel, de veneno mescene[715].
Nel _Roman de la Rose_ si pongono ancora all'inferno Issione, Tantalo,
Sisifo, le Danaidi, Tizio[716]. Alano de Insulis pone a dominare
nelle _tartaree sedi_ Erinni, Aletto, Megera[717]. Che nell'inferno di
Dante ricompajono i fiumi del Tartaro e Cerbero e Minosse e le Furie e
Plutone è notissimo a tutti.
Non pochi nomi di antiche divinità rimanevano nella tradizione,
o facevano parte di certi nomi di luoghi; e qua e là un resto di
superstiziose credenze legavasi ad essi, o a qualche reliquia non
distrutta dal tempo. In Sicilia le bocche vulcaniche, le quali, come
ho già detto, comunemente si credevano essere spiragli dell'inferno,
chiamavansi _ollae Vulcani_[718]. In Roma ad ogni tempio antico si
legavano i nomi di una o più divinità, a cui, a ragione o a torto,
si pretendeva che quel tempio fosse stato dedicato[719]. In Firenze
fu conservato sino al XIV secolo un simulacro mutilato di Marte, dal
quale si credeva dipendere la salute della città[720]. L'antichissimo
culto fallico, del cui perpetuarsi dolevasi Sant'Agostino[721], passò
nel medio evo, e dura ancora ai giorni nostri, e nemmeno i nomi della
oscena divinità si perdettero. In sul principiare del secolo XII vigeva
ancora in Sassonia e in Lorena un culto di Pripelaga, ossia di Priapo,
e presentemente, nel centro della Francia, si venera un Saint Phallier,
il quale ha virtù di rendere feconde le donne[722]. In una Vita di San
Cesario, vescovo di Arles, si fa menzione di un demonio chiamato Dianum
dai campagnuoli[723], e per lungo tempo fu divulgata credenza in alcune
parti di Europa che Diana guidasse di notte la tregenda delle streghe.
Nella leggenda di San Niccolò si narra di un inganno che Diana, cioè
il diavolo, tentò di fare a certi naviganti che andavano a visitare il
santo[724].
In generale, la esistenza degli antichi dei non si nega, ma si fa
di essi altrettanti demonii, che, come tali, possono mostrarsi agli
uomini e nuocer loro, ed hanno ancora, come ebbero in antico, templi
e adoratori. Nei romanzi del medio evo, specialmente francesi, le
divinità che si pretendono adorate dai Saraceni sono, insieme con
Maometto e Tervagante, Giove, Apollo, il Baratro; ma in quelli
che trattano soggetti antichi il meraviglioso mitologico è, in
genere, soppresso, o attenuato, o umanizzato. Nel _Tournoiement de
l'Antechrist_ d'Huon de Mery (XIII secolo) gli dei della mitologia
figurano in modo assai curioso nell'esercito dell'Anticristo[725].
Altri, seguendo la opinione antichissima, credevano che gli antichi dei
fossero stati uomini. Nel l. VIII, c. 21 delle _Etimologie_ Isidoro di
Siviglia, spiegando le origini del paganesimo, dice che si cominciò
con innalzare simulacri agli uomini insigni per virtù e per valore,
e che poi i demonii si fecero adorare in quei simulacri. Egli ricorda
molte divinità e dà ragione dei nomi loro. Tale dottrina trovasi anche
largamente esposta nella _Fiorita d'Italia_ di Frate Guido da Pisa. Va
da sè che le nozioni intorno alle divinità di cui ricordavansi i nomi,
come intorno al culto prestato loro dagli antichi, erano assai poco
esatte, anzi molto fantastiche. Non sarà fuor di luogo il riportare qui
quanto a tale proposito si legge nella _Kaiserchronik_[726].
Prima che credessero nel vero Dio i Romani adoravano sette dei in
onore dei sette giorni della settimana. Chi non osservava il precetto
religioso era, o affogato, o bruciato vivo: da Roma quella fede si
diffuse in tutto il mondo. La domenica (_sunintac, Sonntag_, giorno del
sole) i Romani onoravano il sole con grandi processioni e luminarie.
Il lunedì i Romani sacrificavano alla luna, e accendevano lampade
in tutte le vie della città, e ciò per ottenere da lei belle notti.
In quel giorno si sacrificava anche ad Apollo. Il martedì era sacro
a Marte, e in esso giorno si raccoglievano tutti i cavalieri, con
loro elmi ed usberghi, scudi e spade, e facevano sacrifizii di gran
pregio, e giostravano e torneavano, e le belle dame erano spettatrici
dei loro giuochi. Ciò facevano essi per ottenere grazia da quel dio,
che li rendesse vittoriosi nelle loro guerre, e perchè credevano che,
protetti da lui, nessuno potesse loro nuocere. Il mercoledì tutto il
popolo si raccoglieva nel Foro (mercato), dove, sopra una colonna, era
una immagine di Mercurio. I Romani usavano di offrire a questo dio una
parte di tutto quanto compravano o vendevano, affinchè favorisse i loro
mercati. Il giovedì si celebrava la festa più solenne. C'era in Roma
un tempio magnifico, tutto sfavillante di oro, nel quale erano venti
arcieri (di metallo) e si faceva piovere per certe fistule. Esso era
sacro a Giove, un gran dio, e mai non si cessava di bruciarvi incenso
per fargli onore[727]. Il venerdì era sacro a Venere, la quale aveva in
Roma un tempio sontuoso, ornamento della intera città. Qui usavano le
meretrici, e i dissoluti; e ricchi, o poveri che costoro si fossero,
vi trovavano buona accoglienza; ma gl'incorrotti e le vergini non vi
dovevano entrare. Il sabato finalmente si celebrava la festa di Saturno
e di tutti i diavoli, a cui era consacrato un pomposo tempio, chiamato
Rotonda. Quando avevano fatte in esso le loro preghiere, i Romani si
davano al bel tempo e agli spassi, e ognuno cercava di mostrarsi nei
giuochi da più degli altri e di farsi onore. Il tempio fu da papa
Bonifacio intitolato alla Vergine. Noi abbiam già veduto che, secondo
un racconto dei _Mirabilia_, il Pantheon era sacro a Cibele e a tutti
i demonii[728]. Secondo Enenkel, il quale ripete, derivandole dalla
_Kaiserchronik_, tutte queste favole intorno agli dei che i Romani
adoravano, la Rotonda era sacra a Venere, e ci si trovavano dugento e
più letti apparecchiati[729].