probabile nel 524, cadono appunto nel tempo di questa persecuzione,
durante il quale era naturalissimo che agli occhi dei cristiani
molti atti di Teodorico paressero avere per prima o per sola ragione
l'odio contro la Chiesa. In Teodorico i cristiani non vedevano più il
politico, il principe geloso del proprio potere, cui credeva, a torto
o a ragione, minacciato; vedevano solamente l'eretico inteso a far
trionfare a danno della Chiesa la propria credenza. Boezio era uno
dei loro. Uomo d'illibato costume e di grandissima fama, qual altra
colpa gli si poteva apporre, se non di essere cristiano, e qual altro
scopo poteva aver Teodorico nel togliergli la vita, se non di privare
la società cristiana di uno de' suoi membri più illustri? Ho detto
già che Boezio in Roma doveva vivere ostensibilmente nel grembo della
Chiesa; ben pochi del resto a quel tempo sarebbero stati in grado di
penetrare il segreto della sua coscienza. Gli è assai probabile che
fra gli stessi contemporanei moltissimi vi furono (non certamente i
più colti e i meglio informati) che considerarono la morte di Boezio
come un martirio. Nel famoso dittico di Monza, reputato opera del
secolo VI[664], si vede Boezio in atto d'uomo afflitto e sofferente,
seduto sopra un letto, in carcere forse: nella mano destra egli
stringe un rotolo su cui è scritto: _In fide Jesu maneam_; ai piedi
ha una pergamena, che vuol essere la difesa sua contro Basilio, e il
libro De _consolatione philosophiae_; nessuno dei libri teologici,
che probabilissimamente non erano nati ancora[665]. Non v'è nulla in
questa curiosa rappresentazione che direttamente accenni a martirio; ma
l'aspetto tristo di Boezio, e la scrittura della difesa contro Basilio,
mostrano che l'artista ha voluto rappresentare il filosofo dopo la
disgrazia, e quelle parole _In fide Jesu maneam_ richiamano assai bene
alla mente la condizione del martire che sollecitato a rinnegar la sua
fede irremovibilmente vi persevera.
Così, senza dubbio, ebbe a formarsi il primo ordito della leggenda,
la quale non tardò poscia ad avere il ripieno. Non è impossibile, e
nemmeno improbabile, che i resti mortali di Boezio sieno stati raccolti
da mani pietose, e deposti in luogo, se non illustre, almeno onorevole
e sacro. Ciò che mille e mille volte erasi fatto per i corpi di martiri
oscuri, sotto la dominazione di persecutori efferati, si può credere
che si facesse per quello di un uomo celeberrimo, sotto il dominio di
un principe che fu d'indole mite e generosa, e che, se le storie non
mentono, ebbe a pentirsi della commessa ingiustizia. Può darsi che
sin da allora la tomba di Boezio, di cui Pavia si vanta posseditrice,
fosse onorata di una certa venerazione; ma questa venerazione, per
estendersi, per diventare un culto, abbisognava di certe condizioni che
non le mancarono lungamente.
Finchè durò la dominazione gotica l'arianesimo ebbe favore ed appoggio;
ma quella cessata, e succedutale la longobardica, l'eresia fu novamente
depressa in Italia. Liutprando, grandissimo fautore del cattolicismo,
ristaurò, o riedificò in Pavia l'antica chiesa di San Pietro in Ciel
d'Oro, e per accrescerle lustro e riputazione fece venir di Sardegna,
e vi depose, il corpo di Sant'Agostino e di altri santi. Può darsi che
il corpo di Boezio già riposasse in quella chiesa; può darsi che lo
stesso Liutprando ve lo facesse trasportare da luogo meno onorevole;
e quando a ciò fare non lo avesse indotto la opinione della santità di
Boezio, altre ragioni potevano indurlo. Era atto di giudiziosa politica
il denigrare quanto più fosse possibile il governo di Teodorico; e
di quanto si abbassava la riputazione di costui, di tanto conveniva
esaltare quella degli uomini che ingiustamente egli aveva fatto segno
dell'ira sua. Con onorare Boezio s'infamava Teodorico. Un biografo di
Boezio, il Barberini[666], narra sulla fede di un antico manoscritto,
non mai fatto di pubblica ragione, che l'anno 722 Liutprando ritrovò
il sepolcro di Boezio, con una iscrizione che or ora vedremo. Di
che autorità fosse il codice in discorso, andato, sembra, smarrito,
nessuno può dire: ma le testimonianze più antiche non fanno cenno
di ritrovamento. Paolo Diacono dice bensì che Liutprando fece venire
dalla Sardegna, devastata dagli Arabi, il corpo di Sant'Agostino; ma di
Boezio non fa parola[667]. Ora, egli che altrove parla di Boezio come
di un cattolico, se fosse vero quel ritrovamento, ne avrebbe dovuto,
pare, saper qualche cosa, non potendosi ammettere che un tale fatto,
il quale concerneva un uomo di tanta celebrità, potesse avvenire senza
che se ne levasse rumore; e notisi che Paolo Diacono fu cresciuto ed
educato alla corte di Pavia, e compose i sei libri della _Historia
Longobardorum_ a Monte Cassino, intorno al 790, settant'anni circa
dopo il supposto ritrovamento. Agnello, nel suo _Liber pontificalis
Ecclesiae Ravennatis_, composto verso il mezzo del IX secolo, non
dice altro se non che Boezio e Simmaco, uccisi insieme, furono
insieme chiusi in un'arca che sussisteva ancora al suo tempo[668].
L'Anonimo Ticinense, nel _De laudibus Papiae_, così parla della chiesa,
dell'epitafio e del santo[669]: «Ecclesia S. Petri in Coelo-aureo,
quam amplificavit Liutprandus Rex Longobardorum, atque dotavit. In
qua jacet Corpus Beatissimi Augustini Episcopi Hipponensis Doctoris
eximii, qui multas ibi virtutes ostendit; et corpora BB. MM. Luxorii,
Ciselli, Camerini, Robustiani et Marci, nec non B. Apiani Episcopi et
Confessoris, quae omnia translata sunt de Sardinia illuc cum corpore
B. Augustini per dictum Regem; cujus Regis illic etiam Corpus quiescit
translatum de Ecclesia S. Adriani per abatem Olricum. Item Corpus
Severini Boëtii Philosophi viri Dei, qui in praefata Urbe exul a Roma
Librum de Philosophiae Consolatione composuit, qui Liber manu sua
conscriptus usque ad haec fere tempora ibi servatus est, et in hac
Urbe ipso Boëtius trucidatus occubuit, sicut patet in versibus, in ejus
tumulo scriptis qui sic dicunt:
Hoc in Sarcofago jacet ecce Boëtius arcto
Magnus et omnimodo orando magnificandus homo.
In fine vero sic scriptum est:
Qui Theodorico Regi delatus iniquo
Papia senium ducunt in exilium.
In quo se moestum solans dedit inde libellum,
Post ictus gladio exiit a medio.
Del ritrovamento non fanno ricordo nè il Gualla nella sua storia della
Chiesa Pavese, nè il Sacco nella sua storia di Pavia; e però non si
ha nessun buon argomento per asserire che il sepolcro di Boezio fosse
stato interamente dimenticato in Pavia e che Liutprando lo ritrovasse.
Bensì è da ammettere che solo dopo la restaurazione della chiesa
di San Pietro in Ciel d'Oro, e la traslazione del corpo, o i nuovi
onori avuti da Liutprando, Boezio cominciasse a fruire di una più
ferma e larga riputazione di santità. L'epitafio di cui l'Anonimo
Ticinense è il primo a riportare alcuni versi, e che altri altrimenti
riferiscono[670], fu fatto porre assai probabilmente dallo stesso
Liutprando. Giulio Marziano Rota[671], il Barberini testè citato, e
alcun altro, pretendono che sia anteriore; ma certo, mentre durava
la signoria dei Goti non si sarebbero messe nell'epitafio di chi era
accusato di aver voluto rovesciare quella signoria, le ingiuriose
parole che vi si leggono contro Teodorico, e che così naturalmente vi
trovavano luogo sotto un re longobardo. Inoltre è assai ragionevole il
credere che Liutprando volesse onorare con nuovo e più solenne epitafio
il sepolcro del filosofo e del martire. Se la iscrizione intera
riportata testè in nota fosse autentica, essa conterrebbe la più antica
allusione che si conosca alle opere teologiche di Boezio. Cominciò
allora, come dissi, a diffondersi e a vie maggiormente confermarsi la
opinione della santità di Boezio, il nome del quale fu da indi in poi
registrato nei Martirologi e nei Cataloghi di Santi al 23 di Ottobre.
L'attribuzione di opere teologiche fu una conseguenza logica di quella
opinione, sia prima, sia dopo la più solenne canonizzazione seguìta per
fatto di Liutprando. La santità di Boezio dalle sue opere autentiche
non si sarebbe potuta rilevare, nè si sarebbe potuta trovare in esse
la ragione del suo martirio. Era quasi necessario l'immaginare ch'egli
avesse con opere di molta autorità, difendendo i dogmi della Chiesa
cattolica e combattendo gli eretici, e in più particolar modo gli
ariani, provocata l'ira di Teodorico, e poichè nel medio evo (ne abbiam
veduti sin qui troppi esempii), facilmente si dava qualità di reale a
quanto s'immaginava, era assai naturale che quell'opere o prima o poi
comparissero.
Tutte queste, a dir vero, son congetture; ma chi voglia spiegare in
qualche modo la nascita della leggenda, e mostrare a chi è di contrario
avviso che i fatti asseriti in essa possono essere intesi anche da
chi non li ritiene per veri, è pur forza, mancando le testimonianze
storiche, procedere per via di congetture. Ad ogni modo quelle che qui
si sono prodotte potranno parere abbastanza plausibili, sorrette come
sono dagli esempii conformi di molte altre leggende, e la stessa loro
normalità e semplicità le farà parer più accettabili. Riepilogando
in brevi parole il detto sin qui, si ha il seguente risultamento.
Boezio, nato di genitori cristiani, battezzato, cresciuto nel grembo
della Chiesa, era universalmente tenuto in concetto di cristiano,
sebbene, dedito in tutto alla filosofia, egli fosse alieno da qualsiasi
religione positiva. Caduto in disgrazia, e punito di ingiusta morte,
nel tempo che Teodorico si era dato ad affliggere con atti ostili la
Chiesa, fu creduto da quanti non erano in grado di meglio conoscere la
ragion delle cose, che in Boezio fosse stato colpito il cattolico, e
che la sua morte fosse stata un martirio. Tale opinione durò forse più
particolarmente in Pavia, dove si può credere che gli avanzi di Boezio
fossero stati onorevolmente conservati; ma non si avvalorò, non si
diffuse, se non dopochè Liutprando ebbe procacciato nuovo lustro alla
Chiesa Pavese. L'attribuzione delle opere teologiche fu una conseguenza
della opinione di santità[672].
Al Jourdain, di cui ho testè ricordato lo scritto, parve di dover
ricorrere ad un'altra ipotesi, secondo che io penso, non necessaria.
Il Boezio santo e martire non sarebbe l'autore del _De consolatione
philosophiae_, ma un altro, solamente con lui confuso. Nel secolo
VI vi furono quattro vescovi che, come il filosofo, portarono il
nome di Boezio, tra' quali uno che fu vescovo d'Africa, esiliato e
morto in Sardegna. Il Jourdain crede che il corpo di costui sia stato
trasportato, insieme con quello di Sant'Agostino e di altri santi, di
Sardegna in Pavia, dove diede occasione alla leggenda. Egli sarebbe
l'autore dei libri teologici attribuiti poscia al filosofo. Tale
ipotesi, anzi tutto, non è necessaria, perchè parmi, o m'inganno, che
il filosofo avesse tutte le qualità necessarie per trasformarsi in
santo da se stesso. Altri scrittori latini abbiamo veduto compiere una
trasformazione sì fatta, che ne avevano assai meno ragione di Boezio.
Inoltre essa è poco probabile. Della morte e della sepoltura di Boezio
si conservava memoria nel secolo VIII, come provano le testimonianze
di Agnello e di Paolo Diacono, ed è difficile ammettere che lo scambio
avvenisse con un vescovo omonimo sì, ma morto di morte naturale e
sepolto in Sardegna. Del resto il dittico di Monza è sempre lì che
prova nata la opinione della santità del filosofo un pezzo prima
che avvenisse la supposta traslazione del vescovo. Che qualcuno dei
libri teologici sia opera di costui può darsi, ma non vi è modo nè di
affermarlo, nè di negarlo. Che il vescovo, ammessa la sua traslazione,
abbia esercitato qualche influsso sulla leggenda del filosofo può darsi
del pari, ma è del pari impossibile a provare. Lo stesso dicasi per
San Severino vescovo di Colonia, riguardo al quale sono da notare due
fatti molto curiosi, che potrebbero dare appiglio a facili congetture,
e cioè che nel Martirologio dell'Usuardo egli è registrato al 23 di
Ottobre, nel qual giorno abbiam veduto cadere appunto la commemorazione
di Severino Boezio, e che ivi stesso si dice avere egli strenuamente
difeso la sua Chiesa contro la infestazione dell'ariana eresia[673].
Veduto come, secondo probabili congetture, dovesse aver nascimento e
crescere la leggenda di Boezio, vediamo ora sotto quale aspetto questa
leggenda medesima ci si presenti in alcuno dei più antichi documenti
che la raccolsero. Ho già parlato del frammento di poema provenzale, la
cui composizione indubitabilmente risale al X secolo. Noi vi troviamo
la leggenda della santità e del martirio di Boezio pienamente accolta e
confermata. Dopo un breve esordio parenetico e morale, l'ignoto autore
entra a narrare la storia di Boezio. Gli uomini erano pieni d'ogni
tristizia, e Boezio, desideroso di correggerli, predicava loro, e li
ammoniva che credessero in Dio, il quale aveva sofferto passione per
essi, e tutti li avrebbe redenti[674]. Non fecero frutto le sue parole
e i nemici suoi lo perdettero. Boezio fu di bella persona, e pieno di
tanta sapienza che nessuno v'era in Roma che gli si pareggiasse. Egli
era conte di Roma, e in tanta grazia appo l'imperatore Manlio Torquato
(_Mallio Torquator_)[675], che in suo nome governava tutto l'impero. Ma
morto il buon imperatore Manlio, ecco in Roma l'eretico Teodorico, il
quale non credeva in Dio. Boezio, che aveva amaramente pianta la morte
del suo primo signore, non volle riconoscere come tale il miscredente,
non volle avere da lui l'investitura dei proprii tenimenti. Egli lo
ammoniva anzi; ma Teodorico, pien di mal animo, mal sopportando le
sue rimostranze, pensò al modo di disfarsi di lui. Egli simulò lettere
dalle quali appariva che Boezio invitava i Greci a passare il mare, e a
venirsi a prendere Roma, ch'egli avrebbe data loro nello mani. Accusato
di tradimento, Boezio fu tratto nel Campidoglio in mezzo ai suoi
pari e sottoposto a giudizio. Coloro ch'egli aveva più beneficato lo
abbandonarono: egli fu condannato e chiuso in carcere. Lo stesso libro
_De consolatione philosophiae_ porge materia al resto del frammento,
che, disgraziatamente, non passa oltre il verso 258. Senza dubbio
il poema finiva con la narrazione della morte di Boezio, e forse con
indicazioni, che per noi sarebbero state di molto interesse, circa la
sepoltura e la canonizzazione.
Ciò che v'ha di più singolare in questo strano racconto, dove non è
fatto nessun ricordo nè di Simmaco, nè del papa Giovanni, si è la
combinazione abbastanza ingegnosamente procacciata degli elementi
storici coi leggendarii: le cause apparenti della disgrazia di Boezio
sono su per giù quelle stesse che la storia conosce, ma le vere sono
la miscredenza di Teodorico e lo zelo del filosofo per la fede. Nella
_Kaiserchronick_, per contrario, ogni motivo religioso è soppresso,
anche per Simmaco e per il pontefice[676]. Al tempo di Teodorico erano
in Roma Boezio, Seneca (l. Simmaco) e un papa per nome San Giovanni.
Questi tre mandarono messi all'imperatore Zenone, significandogli come
all'onor suo disdicesse che un uomo di vili natali tenesse l'impero di
Roma. I messi, colti per via, confessarono ogni cosa. Teodorico fece
venire i colpevoli, _chierici e laici_, a Pavia, e gettatili in un
carcere ve li fece morire di fame.
Passiamo ora a considerare alcune particolarità e varianti della
leggenda, delle quali non ci si porse sin qui opportunità di
discorrere. Io ho nelle pagine che precedono implicitamente accettata
la opinione che fa di Pavia il luogo della relegazione, della morte,
della sepoltura di Boezio. È questa la opinione più probabile e
più universalmente ricevuta[677]. La tradizione a tale riguardo è
antichissima in Pavia, dove durò sino al 1584 una torre, chiamata Torre
di Boezio, appunto perchè si credeva che in essa fosse stato chiuso il
filosofo. In memoria, pare, dello ingiusto castigo ivi sofferto da lui
fu chiamata anche Fraudulenta[678]. Ai tempi di Alessandro Neckam il
sepolcro di Boezio era considerato come cosa da cui ridondava a Pavia
grandissimo onore[679]. Ma, a tacere di alcune opinioni critiche di
moderni[680], da parecchi si credette nel medio evo che Boezio fosse
stato ucciso e sepolto in Ravenna, opinione evidentemente suggerita
dal sapersi che nelle carceri di Ravenna era morto il papa Giovanni, e
dalla tendenza della leggenda a stringere in un gruppo, e a far morire
per le stesse ragioni, e quindi anche nello stesso luogo, Giovanni,
Simmaco, Boezio. Agnello dice Simmaco e Boezio sepolti nella stessa
arca in Ravenna, dove era anche sepolto il loro uccisore Teodorico.
Balduino Ninoviense dice che Boezio fu relegato in Ravenna, e quivi
scrisse il trattato _De consolatione philosophiae_[681]; e tale
opinione fu ricevuta anche dal Tritthemio[682].
Intorno al modo della morte di Boezio corsero nel medio evo varie
opinioni. Agnello, Freculfo, Paolo Diacono, Anastasio Bibliotecario,
altri, lo dicono decapitato; l'Anonimo Valesiano racconta che Eusebio,
prefetto della città di Pavia, per ordine di Teodorico sottopose
Boezio a tortura, e tanto gli fece serrare intorno al capo una corda,
che ne schizzarono gli occhi, e poi lo fece morire sotto il bastone,
se per bastone dev'essere intesa la voce _fustis_ qui adoperata
dall'Anonimo[683]. Abbiamo veduto che, secondo la _Kaiserchronik_,
il papa Giovanni, Simmaco e Boezio furono fatti morire di fame.
Anche qualche altra favola, men razionale, si spacciò e circa il
modo, e circa la ragione della morte di Boezio. Giovanni da Verona,
nella inedita sua _Historia imperialis_ ne riporta una secondo la
quale Teodorico non v'avrebbe avuto parte alcuna, e Boezio sarebbe
stato libero in Pavia. Ecco le sue proprie parole[684]: «De huius
morte diversi diversa scripserunt..... Alii dicunt quod dum Boetius
esset Papie contigit quod inter duos fratres orta est pro patris
hereditate dissensio. Cumque questio delata fuisset ad Boetium utpote
iurisconsultum, secundum leges sententiam tulit, et uni fratrum
victoriam litis, alteri vero perditionem iudicavit. Tunc frater qui
succubuerat, missis satellitibus, Boetium quadam mane orantem in
ecclesia beati Petri ad Celum aureum occidi fecit».
Era assai naturale che si cercassero nuove prove della santità di
Boezio, e che nella biografia di lui s'introducessero nuovi fatti,
inventati di pianta, ma che venivano modificando il carattere dell'uomo
come le fantasie e gl'ideali dei tempi portavano. Si sapeva che Boezio
aveva sposato Rusticiana, figlia cristiana del cristiano Simmaco; ma
questa non parve essere compagna abbastanza degna del teologo insigne
e del martire venerato. Onde che s'inventò e gli si pose a fianco
una Elpidia, sua prima moglie, figlia del senatore Festo, autrice di
due inni in onore dei santi Pietro e Paolo, morta poco dopo il suo
matrimonio, e sepolta come il suo sposo in Pavia. Secondo Ranulfo
Higden questa Elpidia era nientemeno che figliuola del re di Sicilia.
Ma un'altra cosa doveva stare più a cuore agl'inconscii favoleggiatori
del medio evo. Boezio era un teologo, era un martire, ma non era un
chierico. Ciò doveva parere sconveniente in tempi in cui, se non tutta
la santità, almeno tutta la scienza era nei chierici. Bisognava che
Boezio, console di Roma, e gran feudatario dell'impero secondo il
poema provenzale, si rassegnasse a entrare in religione e a ricevere
gli ordini. Nella Vita di San Placido martire, scritta da Gordiano
Monaco, e interpolata da Pietro Diacono, si narra che Boezio, Simmaco
ed altri uomini insigni di Roma recaronsi a Monte Cassino, e furono
da San Benedetto ricevuti nella società dei suoi monaci[685]. Notisi
che Boezio e Simmaco furono messi a morte tre anni prima che San
Benedetto andasse a Monte Cassino. Gordiano fioriva intorno al 541,
ed è difficile credere che a così poca distanza di tempo egli osasse
spacciare una fanfaluca così solenne; Pietro Diacono fioriva verso il
1120, e non è improbabile che l'onore della invenzione si appartenga
a lui. Un bel pezzo dopo, il Tritthemio accoglieva la favola,
temperandone tuttavia la soverchia assurdità[686].
La prova più evidente della santità è il miracolo, e la pietosa
fantasia dei credenti era naturalmente tratta ad immaginare qualche
miracolo a cui appoggiare la santità di Boezio. Tutti conoscono il
prodigio con cui San Dionigi illustrò la propria morte, e sbalordì i
suoi carnefici; a Boezio ne fu attribuito uno in tutto simile. Narra
l'Anonimo Ticinense che il filosofo martire, decollato, si tolse la
propria testa fra le braccia, e la portò dal luogo della decollazione
sino alla Chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro. Francesco da Buti narra
con più particolari come «andando (Boezio) una mattina a la chiesa,
a la volta d'uno cantone li fu dato uno colpo tra 'l capo e 'l collo
dai suoi emoli che ne mandò il capo, lo quale capo elli ricevè nelle
sue mani e ripuoseselo in sul collo et andò alla chiesa, et tanto
visse ch'elli si confessò et rimissesi nelle mani del sacerdote»[687].
In questa uccisione, come in quella di cui narra Giovanni da Verona,
Teodorico non c'entra per nulla; il supplizio si muta in un assassinio;
si noterà ancora che qui Boezio è libero di girar per Pavia, mentre,
secondo la più vulgata tradizione, egli vi fu chiuso in carcere. Dice
in fatti Francesco da Buti che Boezio era in Pavia relegato e posto
in esilio dal re Teodorico. Il Gualla racconta anch'esso il miracolo,
attenendosi alla versione dell'Anonimo Ticinense, che, secondo
l'affermazione sua, sarebbe stata quella di antichissime cronache
pavesi (_pervetustis etiam Ticini cronicis attentantibus_); ma fa ancor
egli menzione dei ricevuti sacramenti. Giulio Marziano Rota vi mette
qualche fioritura: richiesto dal carnefice chi gli avesse troncato il
capo, Boezio rispose: Gli empii[688].
Se non fosse stata la leggenda della santità e del martirio,
sufficiente di per sè ad occupare le fantasie, un'altra leggenda
sarebbe forse sorta intorno al nome di Boezio, ancor essa molto
consentanea ai gusti e alle tendenze del medio evo, quella cioè del
sapere e del potere magico. Le ragioni da farla nascere non mancavano.
Una delle accuse lanciategli contro dai suoi nemici si fu appunto
l'accusa di magia, e da essa, come dalle altre, Boezio si difese.
In una di quelle famose epistole scritte in nome di Teodorico[689],
Cassiodoro fa a Boezio grandissime lodi pel suo meraviglioso sapere,
gli raccomanda certi orologi da mandare a Gundibaldo, re dei Burgundi,
ricorda un serpe e alcuni uccelli con sommo artifizio dal filosofo
fabbricati. L'autore del poema provenzale dice di lui:
No cuid qu'e Roma om de so saber fos;
e l'apocrifo libro _De disciplina scholarium_, fa dire allo stesso
Boezio come, per ragione di studio, passò diciott'anni in Atene.
Facilmente dunque avrebbe potuto sorgere in Pavia, che si gloriava di
conservarne le ossa, una leggenda di Boezio mago, come una leggenda
di Virgilio mago era sorta in Napoli; ma a che sorgesse si opponeva
il fatto universalmente conosciuto che in Pavia Boezio era stato
relegato e chiuso in carcere e ucciso da ultimo. Con questa qualità di
paziente male si sarebbe potuta accordare la qualità di mago: Boezio
mago sarebbe come Virgilio uscito miracolosamente dal carcere e avrebbe
delusi i suoi persecutori. Oltre di ciò, a lui santo la qualità di mago
sarebbe stata oramai disdicevole; poteva ancora trasformarsi in mago il
filosofo Boezio, il martire San Severino più nol poteva.
Abbiamo veduto quali, secondo la leggenda, furono gli ultimi casi del
perseguitato; vediamo ora quale, secondo la leggenda medesimamente,
fu la fine del persecutore. Questa fine, comechè da varii variamente
narrata, è degna dei misfatti che la provocano; essa è sempre
considerata come una giusta vendetta del cielo.