Li quins est apeles Lucans
Qui sot de musique et de cans
Et a merveilles fu cortois,
Cil savoit bien totes les lois.
Anche Guiot de Provins lo pone nel novero dei filosofi, tra Virgilio
e Stazio. Il Chaucer pare che lo consideri piuttosto come storico
che come poeta, giacchè nella sua _House of Fame_ lo mostra sopra una
colonna di ferro, in compagnia di parecchi storici. Per Dante Lucano è
l'ultimo dei grandi poeti che ritrova nel Limbo[628].
Stazio non ebbe minor fama nel medio evo, e fu per giunta annoverato
tra i santi. Le _Selve_ non si conobbero che assai tardi; ma la
_Tebaide_ fu travisata al solito nel _Roman de Thèbes_[629], e nella
_Story of Thebes_ di Giovanni Lydgate, e largamente usufruita per la
composizione della _Teseide_ dal Boccaccio e del _Temple of Mars_ dal
Chaucer. Konrad von Würzburg, nel suo grande poema della guerra di
Troja, attinse non poco dall'_Achilleide_[630]. Nel _Carmen de Ernesti
Bavariae ducis fortuna_, composto fra il 1206 e il 1233, Oddone dice
che sullo scudo del duca Ernesto erano figurate le storie tebane[631].
Nel medio evo si credette comunemente che Stazio fosse nativo di
Tolosa, cagionato l'errore dal confondersi il poeta col retore Stazio
Surculo o Ursulo, come fa ancora il Boccaccio nella Vita del Petrarca.
Dante e il Petrarca partecipano del comune errore. Nel già citato
trattato manoscritto _De vita et moribus philosophorum_, quell'errore
apparisce in buona compagnia, giacchè vi si legge: «Stacius autem
Cecilius poeta socius et contemporaneus Ennii poetae, natione Gallus,
Mediolani obiit. Huius est sententia ista, ut ait Agelius (_Aulus
Gellius?_): Inimici pessimi sunt illari fronte et corde tristi.
Hic duos filios habuit poetas metricos, scilicet Achimenidem (l.
_Achilleidem_) et Thebaidem».
Tutti ricordano l'incontro di Dante con Stazio nel c. XXI del
_Purgatorio_. Il poeta latino dice dell'esser suo, e narra poi nel
canto seguente come dalla lettura della IV ecloga di Virgilio fosse
tratto a credere in Cristo, e ricevesse il battesimo, benchè tenesse
celata la sua fede. Si credette nel medio evo che, avendo voluto
ammansare l'ira del gran persecutor di cristiani Domiziano, egli avesse
pagato col martirio il suo zelo, ed era per questo annoverato tra i
santi. Nella _Tebaide_ si leggono due versi che dovevano molto andare a
genio ai cristiani, e favorir l'opinione che il suo autore fosse nemico
dell'idolatria:
Nulla autem effigies, nulli commissa metallo
Forma dei, mente habitare et pectore gaudet.
Dante è forse il solo che leghi ai versi famosi di Virgilio la
conversione di Stazio; ma ciò facendo egli non seguitava una fantasia
puramente arbitraria. Nella _Image du monde_[633] si accenna a
conversioni operate appunto da que' versi:
Si ot de ceulx qui par lor sens
Prophetisierent le saint temps
De la venue Ihesucrist,
Si comme Virgiles qui dist,
Qui fu au temps Cesar de Romme,
Dont maint deuindrent puis preudomme,
Dist qu'une nouuelle lignie,
Etc.
Narra inoltre la leggenda che i tre pagani Secundiano, Marcellino
e Veriano si convertirono al cristianesimo in virtù di que' versi
famosi[634].
CAPITOLO XVIII.
Severino Boezio.
Delle varie leggende di scrittori che siamo venuti esaminando sin
qui, alcune, anzi le più, se pure riuscirono a passare la soglia del
Rinascimento, sono ora in tutto morte, e appartengono di pien diritto
alla storia delle immaginazioni del medio evo; altre si sono lasciate
dietro un leggiero strascico, che va, ogni giorno più, dileguando: la
leggenda di Boezio invece vive tuttora, e sebbene i fondamenti della
sua credibilità non sieno gran che più saldi di quelli dell'altre, pure
tuttora si afferma e ricalcitra alla critica.
La celebrità di Boezio fu grande nel medio evo, sostenuta non meno
dalle opere autentiche di lui che da quelle suppositizie, attribuitegli
nella credenza ch'egli fosse stato un teologo o un martire della fede.
Per lungo tempo non si conobbe della filosofia di Aristotile se non
quello che se ne poteva leggere nelle versioni e nei commentarii di
Boezio, i quali ultimi, disgraziatamente, diedero l'indirizzo agli
studii logici nel medio evo. Boezio è il primo degli scolastici.
Le altre opere sue che si conservavano, intorno all'aritmetica ed
alla musica, facevano testo, ed erano universalmente usate nelle
scuole. Onorio Augustodunense, descrivendo nel già citato suo libro
_De animae exilio et patria_ le due città di Aritmetica e di Musica,
dice che nella prima insegnava Boezio, e nella seconda cantavano
cori ammaestrati nelle sue dottrine. Della grande venerazione in cui
egli era tenuto può far fede, tra molti altri, il seguente fatto.
Nell'anno 996 l'imperatore Ottone III volle avere nella sua reggia
l'effigie di Boezio, al qual proposito Gerberto, che fu poi papa
Silvestro II, il più dotto uomo de' tempi suoi, compose alcuni versi,
a modo d'iscrizione, ne' quali si fa del filosofo latino un magnifico
elogio[635]. Nell'_Image du monde_ si dice[636] che Platone ed
Aristotile non iscrissero nulla in latino,
Car andui furent Sarrazin[637].
Ma poi venne Boezio,
Ung grans philosophes et sages,
Qui aprist de pluseurs langages,
Et qui droiture moult ama.
Cil de lor liure translata,
Grant partie on mist en latin;
Mais il vint ancois en la fin
Qu'il les eust translates tous;
Dont ce fu domages a nous.
Puis en ont autre translate,
Qui furent bon clerc et letre;
Mais cil en translata le plus,
Que nous auons encor en us,
Et fist maint bon liure en sa vie
De moult haute philosophie,
Qui nous ont encor bon mestier
Pour nous enuers dieu adrecier.
Durante tutto il medio evo Boezio fu tenuto pel più grande filosofo,
e pel più autorevole savio dopo Aristotile[638]. Una curiosa
testimonianza dell'alto concetto in che s'aveva la saviezza di lui
trovasi in una novella del _Pecorone_[639], dove egli è introdotto ad
ammaestrare coi suoi consigli Janni, che non poteva far masserizia, e
Ciucolo, che aveva moglie perversa.
Ma il fondamento principale della gloria di Boezio nel medio evo
lo porgeva il trattato _De consolatione philosophiae_, di cui sono
innumerevoli codici. Lo spirito di umiltà e di rassegnazione ond'è
tutto informato questo libro singolare, il sentimento vivo, che ad ogni
istante vi si appalesa, della vanità delle cose terrene, l'aspirazione
ad un vero assoluto, e ad una felicità che non è di questo mondo, gli
assicuravano il gradimento di una età che il sommo della perfezione
poneva nell'ascetismo; e la conoscenza delle condizioni in cui il libro
era stato scritto contribuiva a farne più venerato l'autore[640]. Molti
in quelle pagine, piene di una serena mestizia e di un alto sentimento
di morale dignità, cercarono e trovarono consolazione ad acerbi dolori.
Eberardo Bituricense dice nel terzo carme _De versificatione_:
Eximia ratione beat Boethius, ut det
Solamen misero philosophia viro.
Dante, poichè ebbe perduto _il primo diletto_ della sua anima,
Beatrice, rimase immerso in tanta afflizione che nessun conforto gli
valeva. «Tuttavia, racconta egli stesso, dopo alquanto tempo, la mia
mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio, nè
l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato
avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto
da molti, libro di Boezio, nel quale, cattivo e discacciato, consolato
s'avea»[641]. Alberto della Piagentina, più comunemente detto Alberto
Fiorentino, tradusse il libro di Boezio nel 1332, mentre era chiuso
nelle carceri di Venezia, dannato a quasi dieci anni di quella pena, e
il traduceva per consolarsi della sua sciagura[642]. Cristina di Pisan,
profondamente afflitta per la perdita dello sposo, ebbe anch'ella
conforto da quel libro[643]:
Et lors me vint entre mains
Un livre que moult amay,
Car il m'osta hors d'esmay
Et de desolacion:
C'iert de consolacion
Boece le prouffitable,
Livre qui tant est notable.
Nel _Troilus and Cresseide_ del Chaucer, Pandaro conforta Troilo,
abbandonato dalla donna amata, con argomenti tratti dal _De
Consolatione._ Spesso nelle versioni è richiamata l'attenzione del
lettore sulla efficacia e la virtù consolatrice del libro[644].
Tutto il medio evo lavorò intorno ad esso. Chentigerno Giasconense,
morto, secondo si crede, nel 560, pare che vi facesse su un
commento[645], e lo commentarono poi Asser, vescovo di San Davide,
intorno all'890, Bruno, monaco di Corbia, poscia vescovo di Colonia,
Guglielmo di Conches, Nicola Triveth[646], Ugolino Malabranca da
Orvieto nella seconda metà del secolo XIV, ed altri che sarebbe
lungo noverare. Le traduzioni in tutte le lingue sono a dirittura
innumerevoli. A me basterà di ricordare l'anglosassone antichissima,
attribuita, ma a torto, ad Alfredo il Grande (m. nel 900)[647], la
tedesca di Notker, appartenente al principio dell'XI secolo[648],
la francese di Jean de Meung[649], l'inglese del Chaucer, che
probabilmente tradusse, non dall'originale, ma da una traduzione
francese, la spagnuola di Pero Lopez de Ayala (1332-1407). Le
versioni italiane, sino a quella di Benedetto Vacchi, sono assai
numerose[650]. Il testo latino fu uno dei primi libri stampati[651].
Ma non solo commentatori e traduttori, esso trovò anche imitatori in
gran numero, sia quanto alla forma, sia quanto alla sostanza. Arrigo
da Settimello lo imitò nel suo trattato _De diversitate fortunae
et philosophiae consolatione_[652], Albertano da Brescia nel suo
_Liber consolationis et consilii_. Pedro de Luna (Benedetto XIII) nel
libro intitolato _Vitae humanae adversus omnes casus consolationes_,
Giovanni di Tambacco nel _De consolationibus theologiae_. Intorno
al 1120 un benedettino francese per nome Eccard scrisse un trattato
_De Consolatione monachorum_, dove la prosa alterna co' versi; e
ad imitazione del libro di Boezio componeva Alano de Insulis il suo
_Liber de planctu Naturae_. Brunetto Latini nella descrizione che della
Natura fa nel Tesoretto imita quella che della Filosofia fa Boezio. Ma
il monumento più singolare che della propria venerazione per Boezio
ci abbia tramandato il medio evo, è quel curioso frammento di poema
provenzale, parte parenetico, parte narrativo, a tutti i romanologhi
cognitissimo, perchè uno dei più antichi documenti romanzi sino a
noi pervenuti, nel quale Boezio apparisce come un predicatore della
parola di Dio e come un martire, e in cui era tutto forse riprodotto il
trattato _De Consolatione philosophiae_. Di esso dovrò riparlare.
Tanta riputazione era nel medio evo fondamento più che bastante ad
alzarvi sopra qualsiasi leggenda, massime poi quella che tramutava
Boezio, tuttochè laico, in un dottore della Chiesa e in un santo.
Cominciamo anzi tutto dall'esaminare questa leggenda, che ancora
atteggiasi a storia, nella sua totalità, poscia ci faremo a considerare
alcune particolarità e varianti caratteristiche di essa.
La formola sua più generale è la seguente: Boezio, strenuo campione a
parole e a fatti della fede cattolica, incorre nell'ira di Teodorico,
ariano e persecutor della Chiesa. Relegato, chiuso in un carcere, egli
sostiene con cristiana rassegnazione gl'immeritati patimenti, e, da
ultimo, suggella col sangue il martirio. L'anima sua è fatta partecipe
della gloria e dei gaudii del paradiso. Tale è la forma sotto cui la
leggenda ci si porge nella _Divina Commedia_. Dante pone l'anima di
Boezio nel Sole, dove dimorano l'anime beate dei dotti in divinità.
L'autore del _De consolatione philosophiae_ ha compagni di beatitudine
San Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, Graziano, Pietro Lombardo, Dionigi
l'Areopagita, Isidoro di Siviglia, Beda, e altri parecchi; ed è lo
stesso San Tommaso, il principe dei teologi, che lo addita al Poeta:
Or se tu l'occhio della mente trani
Di luce in luce dietro alle mie lode,
Già dell'ottava con sete rimani.
Per vedere ogni ben dentro vi gode
L'anima santa, che il mondo fallace
Fa manifesto a chi di lei ben ode.
Lo corpo ond'ella fu cacciata giace
Giuso in Cieldauro, ed essa da martiro
E da esilio venne a questa pace[653].
Io non posso entrare in una discussione particolareggiata della
leggenda, argomento già troppe volte trattato, ma bisogna che mi limiti
a raccoglier qui le prove più convincenti e che più perentoriamente
appunto dimostrano l'esser suo di leggenda[654]. Prima di ogni
altra cosa è da osservare che i fatti asseriti in essa non sono
indissolubilmente legati tra loro, e che non tutti rivelano egualmente
a primo aspetto il loro carattere leggendario. Ciò che in essa si
narra del martirio di Boezio è di sì notoria falsità che non ha
mestieri di lunga confutazione. Lo stesso Boezio dà le ragioni della
sua disgrazia. Egli fu da malvagi calunniatori accusato di tramare
contro Teodorico, di essere desideroso di cose nuove, di serbare con
l'imperatore Giustino secreta intelligenza. L'aver levato la voce in
difesa di altri senatori accusati gli volse contro le ire del principe
barbaro, ch'egli chiama bensì _rex avidus communis exitii_, ma non mai
un persecutor dei cattolici. Boezio dichiara apertamente di soffrire
per la causa della giustizia, non per quella della religione. La sua
sola testimonianza basterebbe a sbugiardare la leggenda del martirio;
ma ad essa si può aggiungere quella degli storici più antichi, provante
come la leggenda non sorse subito, o sorta, non subito si diffuse.
Procopio, contemporaneo, dice assai chiaro nel l. I della _Historia
Gothorum_ che Teodorico fece morire Simmaco e Boezio per false accuse
di delatori invidiosi, i quali gli diedero a credere che i due senatori
tramassero contro di lui: di motivi religiosi neppure un cenno.
L'Anonimo Valesiano, il quale dovette scrivere non molto dopo il mezzo
del VI secolo, parlando del supplizio di Boezio e di Simmaco, non dice
nulla, egli cristiano, della loro fede cristiana, nè fa intendere
in nessun modo che avessero per essa sofferto il martirio[655].
Gregorio di Tours e San Gregorio Magno non fanno nessun ricordo di
Boezio martire; Beda non lo considera come tale nel suo Martirologio;
e poichè questi scrittori conoscevano pienamente l'autore del _De
consolatione philosophiae_, il loro silenzio prova che essi nulla
sapevano del supposto martirio di lui, o che se avevano notizia di una
falsa tradizione, forse già nata, a tale riguardo, non le davano fede.
Anzi quello di Beda, più che silenzio, si può chiamare a dirittura una
testimonianza in contrario, giacchè di papa Giovanni, chiuso per ordine
di Teodorico nelle carceri di Ravenna, e quivi morto, questo scrittore
dice espressamente che diede la vita per la fede, mentre di Simmaco e
di Boezio, la cui fine era stata molto più clamorosa e più tragica,
dice soltanto che Teodorico li fece morire. Chè se la tradizione
fosse stata già nota, o se avesse avuto in sè qualche argomento di
credibilità, tale e tanta era sin da allora la riputazione di Boezio,
che il martirio di lui sarebbe stato registrato solennemente, come
fatto da onorarsene tutta la Chiesa. Nel l. VII aggiunto alle Istorie
di Eutropio, Paolo Diacono chiama Simmaco e Boezio cattolici, ma non
martiri[656]. Nella già citata versione anglosassone dei metri di
Boezio attribuita ad Alfredo il Grande, e senza dubbio antichissima,
si dice che il filosofo scrisse lettere all'imperatore di Oriente per
invitarlo a rifarsi signore di Roma. Avvertito della trama, Teodorico
lo fece rinchiudere in carcere. Adone di Vienna, nel IX secolo, è
il primo che riconosca in Simmaco ed in Boezio due martiri[657];
ma nel secolo seguente Gerberto, nella riportata iscrizione, parla
del consolato e degli studii e della preclara morte di Boezio; del
martirio e della santità non fa motto. Anche dopo che fu cognita
in tutta Europa, la leggenda del martirio non fu da tutti accolta e
creduta[658].
Vediamo ora l'altra parte della leggenda se sia più plausibile.
Senz'esser martire, Boezio potrebb'essere stato un fervente cristiano,
un teologo di molta levatura, uno strenuo campione della ortodossia,
e autore di opere teologiche importanti, degno in tutto d'essere
tenuto un santo e venerato sugli altari. La quistione dell'autenticità
degli scritti teologici di Boezio è evidentemente subordinata ad
un'altra: Boezio fu egli, o non fu cristiano? Se non che sul valore
della parola _cristiano_ bisogna intendersi prima di tutto. Nel
senso più lato e generico, cristiano è chiunque abbia, mediante il
battesimo, ricevuto il segno indelebile: nel senso più vero e proprio,
cristiano è solamente colui che vive in ispirito nel dogma. Come
fu cristiano Boezio? Che nella famiglia degli Anicii, a cui egli
apparteneva, fosse antichissima e diffusa la professione della fede
cristiana è certo; che Boezio fosse nato da genitori cristiani, e
avesse ricevuto il battesimo, e fosse cresciuto nella fede, non v'è
ragione di dubitare, anzi v'è ogni buona ragione di credere, e così
ancora ch'egli visse ostensibilmente nel grembo della Chiesa, ed ebbe
in Roma nome di cristiano. Ma altrettanto e più certo si è che egli
fu cristiano solamente di nome, e che dedito in tutto alla filosofia,
visse indifferente a qualsiasi religione positiva, e non ne professò
nessuna nell'animo suo, sebbene le sue stesse dottrine filosofiche e il
perdurante influsso della educazione ricevuta lo dovessero piuttosto
inclinare al cristianesimo che non al politeismo pagano. In nessuna
delle opere, ond'è sicuramente riconosciuto autore, Boezio manifesta
o indica come che sia la propria credenza religiosa; ma la maggiore e
la più famosa tra quelle, il trattato _De consolatione philosophiae_,
già col titolo prava che egli non ne aveva nessuna, o piuttosto che
la filosofia era la sola religione da lui professata. Si ricordi in
quali condizioni e perchè fu composto il libro della Consolazione
filosofica. Perduti gli agi e gli onori, relegato, dubbioso della sua
sorte, o già sicuro di prossima e trista fine, Boezio cerca conforto
a tanto e così doloroso rivolgimento di fortuna. Che altro avrebbe
potuto fare nel caso suo un qualsiasi, ancorchè mediocre cristiano,
se non rivolgersi al Dio crocifisso, al consolatore degli afflitti,
al redentore dei perduti, e cercare nelle promesse indefettibili di
lui la virtù della rassegnazione e la speranza che mutano in trionfi
le sciagure di quaggiù? A chi ricorre invece Boezio? Alla filosofia, a
quella filosofia che il Vangelo aveva o sbugiardata, o resa superflua.
In tutto il suo libro non una parola che accenni ai dogmi più solenni
della fede, non un passo delle Scritture riportato, non il nome di
Cristo segnato almeno una volta; tutta la inspirazione è filosofica
e profana dal principio sino alla fine. E dovrem noi credere che con
sì fatta preparazione si accostasse alla morte un cristiano fervente,
un flagellatore dell'ariana eresia, l'autore di trattati trinitarii
e cristologici? La incompatibilità dello spirito che informa quel
libro e dello spirito cristiano fu già da gran tempo avvertita, e
pose a dura prova più di un ingegno desideroso di toglier quella
contraddizione. Sin dal X secolo Bruno, monaco di Corbia, commentandone
un luogo, avvertiva trovarsi nel libro _alcune cose contrarie alla
fede cattolica, e fiutarvisi il velen dei filosofi_[659]. Giovanni
Sarisberiense lo loda, e ne commenda la lettura, ma dice schietto che
esso non esprime il Verbo incarnato, ossia che non vi si trova dentro
lo spirito cristiano. Il Glareano fu talmente colpito del contrasto
che è fra il trattato della _Consolazione filosofica_ e le presunte
opere teologiche di Boezio che, ritenute queste per autentiche, dubitò
non quella fosse apocrifa[660]; e il Bertius immaginò che il trattato
dovesse avere un sesto libro, nel quale, se non fosse stato prevenuto
dalla morte, Boezio avrebbe parlato della vita eterna, e si sarebbe
dimostrato, qual era, cattolico[661].
Fatte delle opere tutte che vanno sotto il nome di Boezio due
classi, l'una delle filosofiche, l'altra delle teologiche, si vede
essere in questa la dimostrazione amplissima di una fede onde manca
nell'altra qualsiasi vestigio. Se una singolarità così fatta possa
avere plausibile spiegazione altra da quella che si ottiene negando
recisamente l'autenticità delle opere teologiche, vegga chiunque ha
piena la libertà del giudizio, e non è, o dagli interessi particolari
di una Chiesa, o da una poco sennata sollecitudine della gloria di
Boezio, tratto a far di costui un teologo e un santo per forza. Dopo
di che non fa mestieri ch'io entri nella critica speciale di tali
opere, nè sarebbe questo il luogo da ciò. Chi vuol saperne di più in
proposito, e vedere come i principii filosofici stessi annunziati nelle
opere teologiche discordino da quelli professati nelle opere autentiche
di Boezio, ricorra al libro già citato del Nitzsch. A maggior prova
della falsità delle prime ricorderò solamente che Ennodio, Cassiodoro,
Isidoro di Siviglia, Beda, non ne fanno parola, e che la più antica
testimonianza che di una di esse si trovi è di Alcuino, e riguarda
il libro _De unitate Trinitatis_[662]. Come si può egli ammettere
che quegli scritti, chiamati poi a tanta celebrità, rimanessero così
ignoti, o così poco noti almeno, da non trovarsene fatta nessuna
memoria per lo spazio di due secoli e mezzo circa, quanti ne corrono
dalla morte di Boezio al tempo in cui Alcuino scriveva, mentre le
altre opere del romano filosofo, non solamente erano conosciute, ma
formavano anzi la base della coltura ed erano il sussidio massimo degli
studii? Considerata la cosa anche sotto questo aspetto bisogna dire
di necessità, o che le opere teologiche suppositizie furono composte a
medio evo già fatto (VII-VIII secolo), o che, congettura più probabile,
composte prima, esse furono attribuite a Boezio molto più tardi. Ma
checchè sia di ciò, l'attribuzione delle opere in discorso, la quale
mostra quanta fosse un tempo la fama di Boezio, ha mestieri essa stessa
di spiegazione[663]. Indaghiamo come la leggenda della santità e del
martirio di Boezio possa essere sorta, e tale spiegazione ci si porgerà
da sè.
Tutti sanno che negli ultimi anni di sua vita Teodorico perseguitò
i cattolici, e giunse a far morire in carcere lo stesso papa
Giovanni. Questa persecuzione, la quale contraddice a tutta la sua
precedente politica, fu la conseguenza quasi necessaria dell'accordo
novamente stabilito nel 518 fra l'imperatore d'Oriente, che in allora
era Giustino, e la Chiesa di Roma. Questo accordo poteva esser
causa di molti pericoli per la dominazione gotica in Italia, che
gl'imperatori d'Oriente sopportavano assai di mal animo. Teodorico
era ariano. Egli scorse un segno precursore di maggiori offese nelle
vessazioni ingiustificate a cui gli ariani andarono soggetti negli
stati dell'imperatore. Tuttavia l'animo suo era inclinato alla
conciliazione. Egli mandò suo legato a Costantinopoli lo stesso
Giovanni a procacciarla; ma le pratiche non sortirono, qual che ne
fosse la cagione, l'effetto desiderato da lui, ed egli, insospettito
e inasprito, cominciò a dar opera alle minacciate rappresaglie. Di
ritorno a Ravenna Giovanni fu rinchiuso in un carcere dove, l'anno
526, cessò di vivere. Egli passò per martire: ma ognuno può vedere che
le ragioni le quali spinsero Teodorico a provvedimenti severi contro
lui e contro la Chiesa furono, non già religiosi, ma politici. A quei
provvedimenti non si può a rigore dar nome di persecuzione, ma è certo
che persecuzione dovevano parere a coloro che in un modo o in un altro
n'erano colpiti.