Alars de Cambrai pone Lucano pel quinto tra i filosofi:

Li quins est apeles Lucans

Qui sot de musique et de cans

Et a merveilles fu cortois,

Cil savoit bien totes les lois.

Anche Guiot de Provins lo pone nel novero dei filosofi, tra Virgilio

e Stazio. Il Chaucer pare che lo consideri piuttosto come storico

che come poeta, giacchè nella sua _House of Fame_ lo mostra sopra una

colonna di ferro, in compagnia di parecchi storici. Per Dante Lucano è

l'ultimo dei grandi poeti che ritrova nel Limbo[628].

Stazio non ebbe minor fama nel medio evo, e fu per giunta annoverato

tra i santi. Le _Selve_ non si conobbero che assai tardi; ma la

_Tebaide_ fu travisata al solito nel _Roman de Thèbes_[629], e nella

_Story of Thebes_ di Giovanni Lydgate, e largamente usufruita per la

composizione della _Teseide_ dal Boccaccio e del _Temple of Mars_ dal

Chaucer. Konrad von Würzburg, nel suo grande poema della guerra di

Troja, attinse non poco dall'_Achilleide_[630]. Nel _Carmen de Ernesti

Bavariae ducis fortuna_, composto fra il 1206 e il 1233, Oddone dice

che sullo scudo del duca Ernesto erano figurate le storie tebane[631].

Nel medio evo si credette comunemente che Stazio fosse nativo di

Tolosa, cagionato l'errore dal confondersi il poeta col retore Stazio

Surculo o Ursulo, come fa ancora il Boccaccio nella Vita del Petrarca.

Dante e il Petrarca partecipano del comune errore. Nel già citato

trattato manoscritto _De vita et moribus philosophorum_, quell'errore

apparisce in buona compagnia, giacchè vi si legge: «Stacius autem

Cecilius poeta socius et contemporaneus Ennii poetae, natione Gallus,

Mediolani obiit. Huius est sententia ista, ut ait Agelius (_Aulus

Gellius?_): Inimici pessimi sunt illari fronte et corde tristi.

Hic duos filios habuit poetas metricos, scilicet Achimenidem (l.

_Achilleidem_) et Thebaidem».

Tutti ricordano l'incontro di Dante con Stazio nel c. XXI del

_Purgatorio_. Il poeta latino dice dell'esser suo, e narra poi nel

canto seguente come dalla lettura della IV ecloga di Virgilio fosse

tratto a credere in Cristo, e ricevesse il battesimo, benchè tenesse

celata la sua fede. Si credette nel medio evo che, avendo voluto

ammansare l'ira del gran persecutor di cristiani Domiziano, egli avesse

pagato col martirio il suo zelo, ed era per questo annoverato tra i

santi. Nella _Tebaide_ si leggono due versi che dovevano molto andare a

genio ai cristiani, e favorir l'opinione che il suo autore fosse nemico

dell'idolatria:

Nulla autem effigies, nulli commissa metallo

Forma dei, mente habitare et pectore gaudet.

Dante è forse il solo che leghi ai versi famosi di Virgilio la

conversione di Stazio; ma ciò facendo egli non seguitava una fantasia

puramente arbitraria. Nella _Image du monde_[633] si accenna a

conversioni operate appunto da que' versi:

Si ot de ceulx qui par lor sens

Prophetisierent le saint temps

De la venue Ihesucrist,

Si comme Virgiles qui dist,

Qui fu au temps Cesar de Romme,

Dont maint deuindrent puis preudomme,

Dist qu'une nouuelle lignie,

Etc.

Narra inoltre la leggenda che i tre pagani Secundiano, Marcellino

e Veriano si convertirono al cristianesimo in virtù di que' versi

famosi[634].

CAPITOLO XVIII.

Severino Boezio.

Delle varie leggende di scrittori che siamo venuti esaminando sin

qui, alcune, anzi le più, se pure riuscirono a passare la soglia del

Rinascimento, sono ora in tutto morte, e appartengono di pien diritto

alla storia delle immaginazioni del medio evo; altre si sono lasciate

dietro un leggiero strascico, che va, ogni giorno più, dileguando: la

leggenda di Boezio invece vive tuttora, e sebbene i fondamenti della

sua credibilità non sieno gran che più saldi di quelli dell'altre, pure

tuttora si afferma e ricalcitra alla critica.

La celebrità di Boezio fu grande nel medio evo, sostenuta non meno

dalle opere autentiche di lui che da quelle suppositizie, attribuitegli

nella credenza ch'egli fosse stato un teologo o un martire della fede.

Per lungo tempo non si conobbe della filosofia di Aristotile se non

quello che se ne poteva leggere nelle versioni e nei commentarii di

Boezio, i quali ultimi, disgraziatamente, diedero l'indirizzo agli

studii logici nel medio evo. Boezio è il primo degli scolastici.

Le altre opere sue che si conservavano, intorno all'aritmetica ed

alla musica, facevano testo, ed erano universalmente usate nelle

scuole. Onorio Augustodunense, descrivendo nel già citato suo libro

_De animae exilio et patria_ le due città di Aritmetica e di Musica,

dice che nella prima insegnava Boezio, e nella seconda cantavano

cori ammaestrati nelle sue dottrine. Della grande venerazione in cui

egli era tenuto può far fede, tra molti altri, il seguente fatto.

Nell'anno 996 l'imperatore Ottone III volle avere nella sua reggia

l'effigie di Boezio, al qual proposito Gerberto, che fu poi papa

Silvestro II, il più dotto uomo de' tempi suoi, compose alcuni versi,

a modo d'iscrizione, ne' quali si fa del filosofo latino un magnifico

elogio[635]. Nell'_Image du monde_ si dice[636] che Platone ed

Aristotile non iscrissero nulla in latino,

Car andui furent Sarrazin[637].

Ma poi venne Boezio,

Ung grans philosophes et sages,

Qui aprist de pluseurs langages,

Et qui droiture moult ama.

Cil de lor liure translata,

Grant partie on mist en latin;

Mais il vint ancois en la fin

Qu'il les eust translates tous;

Dont ce fu domages a nous.

Puis en ont autre translate,

Qui furent bon clerc et letre;

Mais cil en translata le plus,

Que nous auons encor en us,

Et fist maint bon liure en sa vie

De moult haute philosophie,

Qui nous ont encor bon mestier

Pour nous enuers dieu adrecier.

Durante tutto il medio evo Boezio fu tenuto pel più grande filosofo,

e pel più autorevole savio dopo Aristotile[638]. Una curiosa

testimonianza dell'alto concetto in che s'aveva la saviezza di lui

trovasi in una novella del _Pecorone_[639], dove egli è introdotto ad

ammaestrare coi suoi consigli Janni, che non poteva far masserizia, e

Ciucolo, che aveva moglie perversa.

Ma il fondamento principale della gloria di Boezio nel medio evo

lo porgeva il trattato _De consolatione philosophiae_, di cui sono

innumerevoli codici. Lo spirito di umiltà e di rassegnazione ond'è

tutto informato questo libro singolare, il sentimento vivo, che ad ogni

istante vi si appalesa, della vanità delle cose terrene, l'aspirazione

ad un vero assoluto, e ad una felicità che non è di questo mondo, gli

assicuravano il gradimento di una età che il sommo della perfezione

poneva nell'ascetismo; e la conoscenza delle condizioni in cui il libro

era stato scritto contribuiva a farne più venerato l'autore[640]. Molti

in quelle pagine, piene di una serena mestizia e di un alto sentimento

di morale dignità, cercarono e trovarono consolazione ad acerbi dolori.

Eberardo Bituricense dice nel terzo carme _De versificatione_:

Eximia ratione beat Boethius, ut det

Solamen misero philosophia viro.

Dante, poichè ebbe perduto _il primo diletto_ della sua anima,

Beatrice, rimase immerso in tanta afflizione che nessun conforto gli

valeva. «Tuttavia, racconta egli stesso, dopo alquanto tempo, la mia

mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio, nè

l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato

avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto

da molti, libro di Boezio, nel quale, cattivo e discacciato, consolato

s'avea»[641]. Alberto della Piagentina, più comunemente detto Alberto

Fiorentino, tradusse il libro di Boezio nel 1332, mentre era chiuso

nelle carceri di Venezia, dannato a quasi dieci anni di quella pena, e

il traduceva per consolarsi della sua sciagura[642]. Cristina di Pisan,

profondamente afflitta per la perdita dello sposo, ebbe anch'ella

conforto da quel libro[643]:

Et lors me vint entre mains

Un livre que moult amay,

Car il m'osta hors d'esmay

Et de desolacion:

C'iert de consolacion

Boece le prouffitable,

Livre qui tant est notable.

Nel _Troilus and Cresseide_ del Chaucer, Pandaro conforta Troilo,

abbandonato dalla donna amata, con argomenti tratti dal _De

Consolatione._ Spesso nelle versioni è richiamata l'attenzione del

lettore sulla efficacia e la virtù consolatrice del libro[644].

Tutto il medio evo lavorò intorno ad esso. Chentigerno Giasconense,

morto, secondo si crede, nel 560, pare che vi facesse su un

commento[645], e lo commentarono poi Asser, vescovo di San Davide,

intorno all'890, Bruno, monaco di Corbia, poscia vescovo di Colonia,

Guglielmo di Conches, Nicola Triveth[646], Ugolino Malabranca da

Orvieto nella seconda metà del secolo XIV, ed altri che sarebbe

lungo noverare. Le traduzioni in tutte le lingue sono a dirittura

innumerevoli. A me basterà di ricordare l'anglosassone antichissima,

attribuita, ma a torto, ad Alfredo il Grande (m. nel 900)[647], la

tedesca di Notker, appartenente al principio dell'XI secolo[648],

la francese di Jean de Meung[649], l'inglese del Chaucer, che

probabilmente tradusse, non dall'originale, ma da una traduzione

francese, la spagnuola di Pero Lopez de Ayala (1332-1407). Le

versioni italiane, sino a quella di Benedetto Vacchi, sono assai

numerose[650]. Il testo latino fu uno dei primi libri stampati[651].

Ma non solo commentatori e traduttori, esso trovò anche imitatori in

gran numero, sia quanto alla forma, sia quanto alla sostanza. Arrigo

da Settimello lo imitò nel suo trattato _De diversitate fortunae

et philosophiae consolatione_[652], Albertano da Brescia nel suo

_Liber consolationis et consilii_. Pedro de Luna (Benedetto XIII) nel

libro intitolato _Vitae humanae adversus omnes casus consolationes_,

Giovanni di Tambacco nel _De consolationibus theologiae_. Intorno

al 1120 un benedettino francese per nome Eccard scrisse un trattato

_De Consolatione monachorum_, dove la prosa alterna co' versi; e

ad imitazione del libro di Boezio componeva Alano de Insulis il suo

_Liber de planctu Naturae_. Brunetto Latini nella descrizione che della

Natura fa nel Tesoretto imita quella che della Filosofia fa Boezio. Ma

il monumento più singolare che della propria venerazione per Boezio

ci abbia tramandato il medio evo, è quel curioso frammento di poema

provenzale, parte parenetico, parte narrativo, a tutti i romanologhi

cognitissimo, perchè uno dei più antichi documenti romanzi sino a

noi pervenuti, nel quale Boezio apparisce come un predicatore della

parola di Dio e come un martire, e in cui era tutto forse riprodotto il

trattato _De Consolatione philosophiae_. Di esso dovrò riparlare.

Tanta riputazione era nel medio evo fondamento più che bastante ad

alzarvi sopra qualsiasi leggenda, massime poi quella che tramutava

Boezio, tuttochè laico, in un dottore della Chiesa e in un santo.

Cominciamo anzi tutto dall'esaminare questa leggenda, che ancora

atteggiasi a storia, nella sua totalità, poscia ci faremo a considerare

alcune particolarità e varianti caratteristiche di essa.

La formola sua più generale è la seguente: Boezio, strenuo campione a

parole e a fatti della fede cattolica, incorre nell'ira di Teodorico,

ariano e persecutor della Chiesa. Relegato, chiuso in un carcere, egli

sostiene con cristiana rassegnazione gl'immeritati patimenti, e, da

ultimo, suggella col sangue il martirio. L'anima sua è fatta partecipe

della gloria e dei gaudii del paradiso. Tale è la forma sotto cui la

leggenda ci si porge nella _Divina Commedia_. Dante pone l'anima di

Boezio nel Sole, dove dimorano l'anime beate dei dotti in divinità.

L'autore del _De consolatione philosophiae_ ha compagni di beatitudine

San Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, Graziano, Pietro Lombardo, Dionigi

l'Areopagita, Isidoro di Siviglia, Beda, e altri parecchi; ed è lo

stesso San Tommaso, il principe dei teologi, che lo addita al Poeta:

Or se tu l'occhio della mente trani

Di luce in luce dietro alle mie lode,

Già dell'ottava con sete rimani.

Per vedere ogni ben dentro vi gode

L'anima santa, che il mondo fallace

Fa manifesto a chi di lei ben ode.

Lo corpo ond'ella fu cacciata giace

Giuso in Cieldauro, ed essa da martiro

E da esilio venne a questa pace[653].

Io non posso entrare in una discussione particolareggiata della

leggenda, argomento già troppe volte trattato, ma bisogna che mi limiti

a raccoglier qui le prove più convincenti e che più perentoriamente

appunto dimostrano l'esser suo di leggenda[654]. Prima di ogni

altra cosa è da osservare che i fatti asseriti in essa non sono

indissolubilmente legati tra loro, e che non tutti rivelano egualmente

a primo aspetto il loro carattere leggendario. Ciò che in essa si

narra del martirio di Boezio è di sì notoria falsità che non ha

mestieri di lunga confutazione. Lo stesso Boezio dà le ragioni della

sua disgrazia. Egli fu da malvagi calunniatori accusato di tramare

contro Teodorico, di essere desideroso di cose nuove, di serbare con

l'imperatore Giustino secreta intelligenza. L'aver levato la voce in

difesa di altri senatori accusati gli volse contro le ire del principe

barbaro, ch'egli chiama bensì _rex avidus communis exitii_, ma non mai

un persecutor dei cattolici. Boezio dichiara apertamente di soffrire

per la causa della giustizia, non per quella della religione. La sua

sola testimonianza basterebbe a sbugiardare la leggenda del martirio;

ma ad essa si può aggiungere quella degli storici più antichi, provante

come la leggenda non sorse subito, o sorta, non subito si diffuse.

Procopio, contemporaneo, dice assai chiaro nel l. I della _Historia

Gothorum_ che Teodorico fece morire Simmaco e Boezio per false accuse

di delatori invidiosi, i quali gli diedero a credere che i due senatori

tramassero contro di lui: di motivi religiosi neppure un cenno.

L'Anonimo Valesiano, il quale dovette scrivere non molto dopo il mezzo

del VI secolo, parlando del supplizio di Boezio e di Simmaco, non dice

nulla, egli cristiano, della loro fede cristiana, nè fa intendere

in nessun modo che avessero per essa sofferto il martirio[655].

Gregorio di Tours e San Gregorio Magno non fanno nessun ricordo di

Boezio martire; Beda non lo considera come tale nel suo Martirologio;

e poichè questi scrittori conoscevano pienamente l'autore del _De

consolatione philosophiae_, il loro silenzio prova che essi nulla

sapevano del supposto martirio di lui, o che se avevano notizia di una

falsa tradizione, forse già nata, a tale riguardo, non le davano fede.

Anzi quello di Beda, più che silenzio, si può chiamare a dirittura una

testimonianza in contrario, giacchè di papa Giovanni, chiuso per ordine

di Teodorico nelle carceri di Ravenna, e quivi morto, questo scrittore

dice espressamente che diede la vita per la fede, mentre di Simmaco e

di Boezio, la cui fine era stata molto più clamorosa e più tragica,

dice soltanto che Teodorico li fece morire. Chè se la tradizione

fosse stata già nota, o se avesse avuto in sè qualche argomento di

credibilità, tale e tanta era sin da allora la riputazione di Boezio,

che il martirio di lui sarebbe stato registrato solennemente, come

fatto da onorarsene tutta la Chiesa. Nel l. VII aggiunto alle Istorie

di Eutropio, Paolo Diacono chiama Simmaco e Boezio cattolici, ma non

martiri[656]. Nella già citata versione anglosassone dei metri di

Boezio attribuita ad Alfredo il Grande, e senza dubbio antichissima,

si dice che il filosofo scrisse lettere all'imperatore di Oriente per

invitarlo a rifarsi signore di Roma. Avvertito della trama, Teodorico

lo fece rinchiudere in carcere. Adone di Vienna, nel IX secolo, è

il primo che riconosca in Simmaco ed in Boezio due martiri[657];

ma nel secolo seguente Gerberto, nella riportata iscrizione, parla

del consolato e degli studii e della preclara morte di Boezio; del

martirio e della santità non fa motto. Anche dopo che fu cognita

in tutta Europa, la leggenda del martirio non fu da tutti accolta e

creduta[658].

Vediamo ora l'altra parte della leggenda se sia più plausibile.

Senz'esser martire, Boezio potrebb'essere stato un fervente cristiano,

un teologo di molta levatura, uno strenuo campione della ortodossia,

e autore di opere teologiche importanti, degno in tutto d'essere

tenuto un santo e venerato sugli altari. La quistione dell'autenticità

degli scritti teologici di Boezio è evidentemente subordinata ad

un'altra: Boezio fu egli, o non fu cristiano? Se non che sul valore

della parola _cristiano_ bisogna intendersi prima di tutto. Nel

senso più lato e generico, cristiano è chiunque abbia, mediante il

battesimo, ricevuto il segno indelebile: nel senso più vero e proprio,

cristiano è solamente colui che vive in ispirito nel dogma. Come

fu cristiano Boezio? Che nella famiglia degli Anicii, a cui egli

apparteneva, fosse antichissima e diffusa la professione della fede

cristiana è certo; che Boezio fosse nato da genitori cristiani, e

avesse ricevuto il battesimo, e fosse cresciuto nella fede, non v'è

ragione di dubitare, anzi v'è ogni buona ragione di credere, e così

ancora ch'egli visse ostensibilmente nel grembo della Chiesa, ed ebbe

in Roma nome di cristiano. Ma altrettanto e più certo si è che egli

fu cristiano solamente di nome, e che dedito in tutto alla filosofia,

visse indifferente a qualsiasi religione positiva, e non ne professò

nessuna nell'animo suo, sebbene le sue stesse dottrine filosofiche e il

perdurante influsso della educazione ricevuta lo dovessero piuttosto

inclinare al cristianesimo che non al politeismo pagano. In nessuna

delle opere, ond'è sicuramente riconosciuto autore, Boezio manifesta

o indica come che sia la propria credenza religiosa; ma la maggiore e

la più famosa tra quelle, il trattato _De consolatione philosophiae_,

già col titolo prava che egli non ne aveva nessuna, o piuttosto che

la filosofia era la sola religione da lui professata. Si ricordi in

quali condizioni e perchè fu composto il libro della Consolazione

filosofica. Perduti gli agi e gli onori, relegato, dubbioso della sua

sorte, o già sicuro di prossima e trista fine, Boezio cerca conforto

a tanto e così doloroso rivolgimento di fortuna. Che altro avrebbe

potuto fare nel caso suo un qualsiasi, ancorchè mediocre cristiano,

se non rivolgersi al Dio crocifisso, al consolatore degli afflitti,

al redentore dei perduti, e cercare nelle promesse indefettibili di

lui la virtù della rassegnazione e la speranza che mutano in trionfi

le sciagure di quaggiù? A chi ricorre invece Boezio? Alla filosofia, a

quella filosofia che il Vangelo aveva o sbugiardata, o resa superflua.

In tutto il suo libro non una parola che accenni ai dogmi più solenni

della fede, non un passo delle Scritture riportato, non il nome di

Cristo segnato almeno una volta; tutta la inspirazione è filosofica

e profana dal principio sino alla fine. E dovrem noi credere che con

sì fatta preparazione si accostasse alla morte un cristiano fervente,

un flagellatore dell'ariana eresia, l'autore di trattati trinitarii

e cristologici? La incompatibilità dello spirito che informa quel

libro e dello spirito cristiano fu già da gran tempo avvertita, e

pose a dura prova più di un ingegno desideroso di toglier quella

contraddizione. Sin dal X secolo Bruno, monaco di Corbia, commentandone

un luogo, avvertiva trovarsi nel libro _alcune cose contrarie alla

fede cattolica, e fiutarvisi il velen dei filosofi_[659]. Giovanni

Sarisberiense lo loda, e ne commenda la lettura, ma dice schietto che

esso non esprime il Verbo incarnato, ossia che non vi si trova dentro

lo spirito cristiano. Il Glareano fu talmente colpito del contrasto

che è fra il trattato della _Consolazione filosofica_ e le presunte

opere teologiche di Boezio che, ritenute queste per autentiche, dubitò

non quella fosse apocrifa[660]; e il Bertius immaginò che il trattato

dovesse avere un sesto libro, nel quale, se non fosse stato prevenuto

dalla morte, Boezio avrebbe parlato della vita eterna, e si sarebbe

dimostrato, qual era, cattolico[661].

Fatte delle opere tutte che vanno sotto il nome di Boezio due

classi, l'una delle filosofiche, l'altra delle teologiche, si vede

essere in questa la dimostrazione amplissima di una fede onde manca

nell'altra qualsiasi vestigio. Se una singolarità così fatta possa

avere plausibile spiegazione altra da quella che si ottiene negando

recisamente l'autenticità delle opere teologiche, vegga chiunque ha

piena la libertà del giudizio, e non è, o dagli interessi particolari

di una Chiesa, o da una poco sennata sollecitudine della gloria di

Boezio, tratto a far di costui un teologo e un santo per forza. Dopo

di che non fa mestieri ch'io entri nella critica speciale di tali

opere, nè sarebbe questo il luogo da ciò. Chi vuol saperne di più in

proposito, e vedere come i principii filosofici stessi annunziati nelle

opere teologiche discordino da quelli professati nelle opere autentiche

di Boezio, ricorra al libro già citato del Nitzsch. A maggior prova

della falsità delle prime ricorderò solamente che Ennodio, Cassiodoro,

Isidoro di Siviglia, Beda, non ne fanno parola, e che la più antica

testimonianza che di una di esse si trovi è di Alcuino, e riguarda

il libro _De unitate Trinitatis_[662]. Come si può egli ammettere

che quegli scritti, chiamati poi a tanta celebrità, rimanessero così

ignoti, o così poco noti almeno, da non trovarsene fatta nessuna

memoria per lo spazio di due secoli e mezzo circa, quanti ne corrono

dalla morte di Boezio al tempo in cui Alcuino scriveva, mentre le

altre opere del romano filosofo, non solamente erano conosciute, ma

formavano anzi la base della coltura ed erano il sussidio massimo degli

studii? Considerata la cosa anche sotto questo aspetto bisogna dire

di necessità, o che le opere teologiche suppositizie furono composte a

medio evo già fatto (VII-VIII secolo), o che, congettura più probabile,

composte prima, esse furono attribuite a Boezio molto più tardi. Ma

checchè sia di ciò, l'attribuzione delle opere in discorso, la quale

mostra quanta fosse un tempo la fama di Boezio, ha mestieri essa stessa

di spiegazione[663]. Indaghiamo come la leggenda della santità e del

martirio di Boezio possa essere sorta, e tale spiegazione ci si porgerà

da sè.

Tutti sanno che negli ultimi anni di sua vita Teodorico perseguitò

i cattolici, e giunse a far morire in carcere lo stesso papa

Giovanni. Questa persecuzione, la quale contraddice a tutta la sua

precedente politica, fu la conseguenza quasi necessaria dell'accordo

novamente stabilito nel 518 fra l'imperatore d'Oriente, che in allora

era Giustino, e la Chiesa di Roma. Questo accordo poteva esser

causa di molti pericoli per la dominazione gotica in Italia, che

gl'imperatori d'Oriente sopportavano assai di mal animo. Teodorico

era ariano. Egli scorse un segno precursore di maggiori offese nelle

vessazioni ingiustificate a cui gli ariani andarono soggetti negli

stati dell'imperatore. Tuttavia l'animo suo era inclinato alla

conciliazione. Egli mandò suo legato a Costantinopoli lo stesso

Giovanni a procacciarla; ma le pratiche non sortirono, qual che ne

fosse la cagione, l'effetto desiderato da lui, ed egli, insospettito

e inasprito, cominciò a dar opera alle minacciate rappresaglie. Di

ritorno a Ravenna Giovanni fu rinchiuso in un carcere dove, l'anno

526, cessò di vivere. Egli passò per martire: ma ognuno può vedere che

le ragioni le quali spinsero Teodorico a provvedimenti severi contro

lui e contro la Chiesa furono, non già religiosi, ma politici. A quei

provvedimenti non si può a rigore dar nome di persecuzione, ma è certo

che persecuzione dovevano parere a coloro che in un modo o in un altro

n'erano colpiti.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 15 / 43 段