di grandissima riputazione: parecchi lo imitavano; uno di essi andava
superbo del nome di Nasone, per il quale soltanto è da noi conosciuto.
Come più si va innanzi e più la sua fama cresce, e v'è chi si studia
di scolparlo di certe accuse e di farlo parere migliore che veramente
non fosse. In un manoscritto della Biblioteca di Zurigo, nel verso
_hoc est quod pueri tangar amore minus_[567], il _minus_ fu mutato in
_nihil_, ed una mano pietosa notò in margine: «ex hoc nota quod Ovidius
non fuerit sodomita[568]». Non è vero che Ovidio fosse uno scostumato.
Vincenzo Bellovacense reca nel suo _Speculum historiale_[569],
un'amplissima raccolta di _flores morales_ tratti da tutte le opere di
lui, e Alars de Cambrai, annoverandolo fra i filosofi, dice:
Ovides li tresime estoit
Qui molt noblement se vestoit
Et molt par fu de bones mors,
En ses liures parla d'amors.
Corrado di Megenberg gli attribuisce uno dei versi famosi della
IV ecloga che avevano procacciato a Virgilio la dignità di profeta
di Cristo[570]. Gli scrittori ecclesiastici non si fanno scrupolo
di citarlo: Fra Paolino Minorita, parlando nel _De regimine
principum_[571] della educazion dei figliuoli, a canto a una citazione
dell'Ecclesiaste reca un esempio tratto da Ovidio. Al par di Virgilio
il poeta degli amori poteva essere tolto a duce e a maestro: Brunello
Latini, nel _Tesoretto_, si fa da lui liberare dalla tirannia
dell'amore; nel _Romam des trois pelerinages_, composto da Guglielmo di
Guilleville nella prima metà del secolo XIV, Ovidio ammaestra l'autore
circa le maggiori verità della fede. Un altro po' e anche Ovidio
diventava cristiano.
Della celebrità che Ovidio godeva più particolarmente come poeta non
fa mestieri arrecar molte prove. Abbiam già veduto che il Gower dà a
lui la gloria di aver condotto a perfezione la lingua latina. L'autore
del _Jüngere Titurel_, volendo citare esempii celebri d'intelligenza,
d'arte, di forza, cita Aristotile, Salomone, Ovidio, Ercole[572].
Ma Ovidio era anche annoverato tra i filosofi, e in una _moralità_
olandese si parla di lui come se fosse un astronomo. Non sei tu, dice
un personaggio allegorico all'uomo, stato creato col capo eretto per
contemplare il corso del cielo che Ovidio ci fece comprendere?[573]
nelle quali parole si trova facilmente la reminiscenza di un verso
famoso del primo libro delle _Metamorfosi_.
Le favole intorno ad Ovidio sono assai scarse, quasichè le molte da
lui narrate bastassero a far sazie le fantasie. Nel XIV secolo si
mostravano in Roma gli orti e il palazzo di Ovidio[574], ma nessuna
leggenda sembra esser nata loro d'attorno. Qualche solitaria fantasia
solamente troviamo circa il nome e circa l'esiglio. In una breve poesia
latina[575], dandosi un cenno della vita e delle opere del poeta, si dà
anche ragione del nome: Publius indica la pubblica fama; Naso e Ovidius
traggono origine dal naso e dal vedere[576]. Giovanni dei Bonsignori
nelle sue _Allegorie ed esposizioni delle Metamorfosi,_ scritte negli
anni 1375-77, e più volte stampate, spiega altrimenti e con non meno
libera fantasia: «Publio fu detto dal nome della sua chasa, che furono
chiamati Publei, Ovidio fu detto dal suo proprio nome: tanto è a dire
Ovidio quanto dicitore di tutte le chose del mondo intendono (sic) il
mondo meritevolmente. Poi fu detto Nasone per ciò che si chome pello
naso odoriamo ogni chosa, chosì Ovidio ogni chosa mondana volse odorare
e sapere[577]».
Dell'esiglio del poeta si fa spesso ricordo, e non meno delle altre
opere di lui erano conosciuti i _Tristi_. Teodulfo ed Ermoldo Nigello,
essendo in disgrazia, li imitavano nelle loro elegie; nel secolo XIII
Albertino Mussato ne traeva un centone. Modoino nel suo già citato
_rescriptum_ afferma che Ovidio fu relegato ingiustamente:
Pertulit an nescis quod longos Naso labores,
Insons est factus exul ob invidiam;
ma altri la pensavano altrimenti. Curioso a tale riguardo è il racconto
che si legge in una delle continuazioni della cronaca di Rudolf von
Ems. Ovidio era cancelliere e primo scrivano di un re. Scoperta la
colpevole amicizia di lui e della regina, il re lo fa mettere in una
nave, gli fa dare, richiestone, penna, inchiostro e pergamena, e lo
abbandona solo in balìa delle onde. La nave, tratta dai venti, vaga
pei mari; ma intanto Ovidio scrive il libro di Troja, e riuscito ad
approdare lo manda al re che gli perdona. Questo libro si chiama
_Ovidius de Pontus_; scritto da prima in _lingua pagana_, esso fu
tradotto poi in latino e in tedesco. Qui non si tratta, come potrebbe
a primo aspetto sembrare, di una semplice confusione: un libro di
Troja si trova attribuito ad Ovidio anche nei _Gesta Romanarum_ ed
altrove. Esso è, per avventura, quello stesso che si crede composto
da un Bernardo Floriacense, vissuto nel X secolo, e che è sino a noi
pervenuto col titolo di _Elegia de excidio Trojae_. Brunetto Latini
credette, pare, che Ovidio fosse stato, per ordine d'Augusto, rinchiuso
in un carcere, giacchè, parlando dell'_Ibis_, così dice in un luogo
del suo _Tresor_: «Et sachiez que Ovides li très bon poetes, quant li
empereres le mist en prison fist .i. livre où il apeloit l'empereor par
le non de celui oisel; car il ne savoit penser plus orde creature». Non
so poi come Brunetto conciliasse questa supposta invettiva dell'_Ibis_
con la sommessione servile espressa dal poeta nei _Tristi_ e nelle
_Epistole dal Ponto_, nè so del pari d'onde egli traesse quella curiosa
notizia.
Ovidio non riuscì, come altri compagni suoi di poesia e di paganesimo,
a entrare nel grembo della Chiesa, tuttochè Guglielmo di Guilleville
lo facesse molto versato nelle dottrine cristiane. In certa novella
latina[578] si racconta che due scolari si recarono una volta al
sepolcro di lui per averne qualche ammaestramento, _eo quod sapiens
fuerat_. Uno di essi domandò qual fosse il verso più efficace da esso
poeta composto, e una voce gli rispose:
Virtus est licitis abstinuere bonis.
L'altro domandò quale fosse il verso peggiore, e gli fu risposto:
Omne juvans statuit Jupiter esse bonum.
Udite le risposte, i due scolari pensarono di pregare per l'anima
del poeta; ma questi, essendo dannato, e conoscendo che a lui nulla
giovavano le preghiere, gridò loro:
Nolo Pater Noster; carpe, viator, itor.
In questo racconto sono da notare due cose: la ragione dell'andata
degli scolari al sepolcro, la quale presuppone non solo una grande
scienza in Ovidio, ma ancora una certa potenza magica, a lui
sopravissuta, e inerente in certo modo alle sue ossa, e il desiderio
di riscattare dall'inferno l'anima del grande poeta. Anche qui ci si
manifestano dunque le due principali tendenze con che la fantasia del
medio evo si esercita intorno agli scrittori dell'antichità.
Non è proposito mio di discorrere qui partitamente della fortuna
che Ovidio ebbe nel medio evo come scrittore, e di tener dietro alle
vicende de' varii suoi libri. Altri attese già a tale studio importante
con la erudizione e la diligenza che il soggetto richiede[579]: io
mi terrò pago di alcuni rapidi cenni. Tutte le opere di Ovidio sono
nel medio evo conosciute e citate, la più gran parte anche imitate e
tradotte; il gran numero di quelle che a lui sono allora indebitamente
attribuite fa testimonianza del molto favore onde gode il poeta[580].
I trovatori di Provenza, che della poesia latina avevano assai scarsa
cognizione, citano Ovidio abbastanza spesso, e spessissimo lo citano
i troveri francesi e i minnesinger tedeschi[581]: più di rado invece i
lirici italiani del primo secolo. La sua celebrità viene principalmente
dalle _Metamorfosi_ e dai libri amatorii: egli è in pari tempo la
fonte inesauribile delle favole e il gran maestro dell'amore. Peire de
Corbiac dice nel suo _Tezaur_[582]:
Faulas d'auctors sai ieu a miliers et a cens,
mais c'anc non fes Ovidis ni Tales lo mentens.
Chi s'intendesse con questo Talete l'autore non so. Golia in quella
curiosa visione da lui descritta nell'_Apocalypsis_, e già altrove
ricordata, vede, fra molti altri antichi autori, anche Ovidio, lo
spacciatore di favole,
Pascentem fabulis turbas Ovidium.
Ma contro il _fabularium Sulmonensem Ovidium_ si scaglia Guido de
Columna nella _Historia destructionis Trojae_. Giovanni Lydgate, nel
suo poema intitolato _The temple of glass_, descrive un tempio di vetro
sulle cui pareti sono istoriati i casi di Medea e Giasone, di Adone e
Venere, di Piramo e Tisbe, di Teseo, di Dedalo, insieme con quelli di
Enea e di Didone, di Penelope, di Alceste, di Griselda, di Tristano
ed Isotta, e d'altri parecchi[583]. Nella prima parte del _Pome del
Bel Fioretto_ Domenico da Prato descrive una fonte di marmo istoriata.
Accennate due di quelle storie il poeta soggiunge:
Molte più storie v'è ch'io non ho conte,
D'Ovidio e de' poeti intorno intorno[584].
Nel _Roman de Flamenca_ sono ricordate le favole di Piramo e Tisbe,
d'Ero e Leandro, di Cadmo, di Giasone, di Ercole, di Fillide e
Demofoonte, di Narciso, di Orfeo ed Euridice, di Dedalo ed Icaro[585]:
esse correvano per le bocche dei giullari.
Delle _Metamorfosi_, che andavano sotto il nome di _Ovidius magnus_,
o _major_, in latino, di _Ovidio maggiore_ in italiano[586], di _Ovide
le Grant_ in francese, si fecero assai per tempo versioni in francese,
in tedesco, in italiano. Le _Metamorfosi_ erano tenute libro capitale,
e Alfonso X di Castiglia dice nella _Grande e general historia_[587]
che esse erano pei gentili ciò che la Bibbia pei cristiani. Una
vecchia traduzione francese, porta per titolo: _La bible des poetes
methamorphoze_[588]. L'allegoria prestava compiacente il suo officio
per dissimulare o attenuare l'impressione di quanto in esse poteva
offendere gli animi onesti e morigerati. Già Teodulfo, vescovo di
Orleans, uno degli uomini che più illustrarono la corte di Carlo
Magno, credeva che in Ovidio, sotto le gaje e licenziose parvenze della
favola, si nascondessero verità profonde, e Dante perseverava in tale
credenza[589]. Moralizzare con l'ajuto dell'allegoria le _Metamorfosi_
fu, nel medio evo, occupazione gradita di letterati. Roberto Holkot,
Pietro Berchorio[590], Filippo di Vitry, o piuttosto Cristiano
Legouays de Sainte-More[591], Guglielmo di Nangis in vario modo vi
attesero[592]. In Italia Dionigi da Borgo San Sepolcro compose sulle
_Metamorfosi_ certe tropologie che da Clemente VIII furono condannate.
Un Giovanni Virgilio, che non so se sia tutt'uno col Giovanni del
Virgilio amico di Dante, fece delle _Metamorfosi_ una esposizione
allegorica[593], e una traduzione con allegorie ne dava Giovanni
de' Bonsignori, più volte stampata[594]. Secondo quest'ultimo autore
«_Mettamorfoseos_ è nome grecho, e dicesi da _meta_, ch'è vochabol
grecho, che viene a dire in gramaticha la scienza; _morfoseo_ è anchora
nome e vochabolo grecho, e viene a dire in gramaticha latina mutato; e
chosì rilieva in tutto trasmutazione».
Ma non tutte le favole di Ovidio maggiore piacevano a un modo; ce
n'erano alcune assai più dell'altre conosciute e gradite, per esempio
quelle di Narciso e di Piramo e Tisbe. Pietro Cantor, che morì nel
1197, dice, parlando in un luogo del suo _Verbum abbreviatum_ di certi
preti che, recitata una messa, non ricevendo nessuna oblazione, tosto
ne cominciano una seconda, e qualche volta una terza e una quarta: «Hi
similes sunt cantantibus fabulas et gesta, qui videntes cantilenam
de _Landrico_ non placere auditoribus, statim incipiunt de Narcisso
cantare: quod si nec placuerit, cantant de alio[595]». La favola di
Narciso è ricordata da Guiraut de Cabreira, da Bernart de Ventadorn,
da Peirol, nel _Roman de Flamenca_, nel _Roman de la Rose_, nei
_Carmina burana_, dal Gower, dal Chaucer, dal tedesco Heinrich von
Morungen ecc. ecc. Essa porge argomento a un racconto del _Novellino_,
e ad una novella francese in versi[596]. In questa il soggetto è
curiosamente accomodato al gusto romantico dei tempi: la mitologica Eco
cede il luogo alla figliuola di un re, la bella Dana, che s'innamora
del giovinetto Narciso, vedendolo un giorno tornar dalla caccia, a
cavallo. Tutto lo svolgimento dell'azione è conforme alle tradizioni
della letteratura amatoria e cavalleresca del tempo in cui scrisse
l'autore[597].
La commovente storia di Piramo e Tisbe è ricordata da Guiraut de
Cabreira, da Arnaut de Marueil, da Rambaut de Vaqueiras, da Elias
de Barjois, da Peire Cardenal, da Arnaut de Carcasses, da Raimon de
Durfort, nella tenzone di Rufian e Izarn, nel _Roman de Flamenca_,
nel _Roman de la Poire_, nei _Gesta Romanorum_, da molti poeti epici
e lirici francesi italiani, tedeschi, inglesi. Essa aveva, come
esempio, una gran forza nelle cose d'amore, e i nomi di Piramo e Tisbe
si citavano insieme con quelli dei più fedeli e più illustri amanti,
Ero e Leandro, Lancilotto e Ginevra, Tristano ed Isotta. Quanti non
espressero, in una od in altra forma, il pensiero da Pier delle Vigne
significato alla sua donna in quei versi:
E direi come v'amai dolcemente
Più che Piramo Tisbe.
Due poeti latini del medio evo la rinarravano in nuovi versi, la
rinarrava il Chaucer, la rinarrava Dirk Potter, la rinarravano gli
autori sconosciuti di un poemetto francese, di uno olandese, di una
novella italiana[598]. Onorevole ricordo dei due amanti infelici fa
il Boccaccio nell'_Amorosa Visione_[599] e nel _De claris mulieribus_
ne rinarra la storia. Persin nelle chiese s'istoriava il lacrimevole
caso. Nella cattedrale di Basilea esso si vede scolpito sulle quattro
facce di un capitello, opera del secolo XII[600]. Può darsi del resto
che anche in esso si scoprisse un'allegoria, giacchè il leone nel
simbolismo cristiano è spesso figura del diavolo[601].
Anche la favola di Orfeo ed Euridice, la quale, oltre che da Ovidio,
era stata narrata da Virgilio nel IV delle _Georgiche_, fu molto
conosciuta, e in parte per le medesime ragioni. Essa porse argomento
a una novella francese in versi, a un poemetto inglese, a un poemetto
popolare italiano molto volte stampato: l'Orfeo del Poliziano non cade
qui in considerazione. Ma essa si prestava ancora meglio di molte altre
alla interpretazione allegorica. Già Boezio, narrandola in fine del
l. III _De Consolatione_, se ne giova come di una parabola atta a fare
intendere che l'anima, la quale vuole darsi a Dio, deve rinunziare al
mondo, e non più rivolgere ad esso il desiderio e lo sguardo. In una
versione francese del trattato De consolatione, opera probabilmente
di un italiano, e scritta nel secolo XIV, il racconto di Boezio è
stranamente alterato, ma in modo da farlo più conforme ai gusti di
allora. Orfeo passa la vita a piangere sulla tomba della sua diletta
Euridice. Una notte un diavolo gli apparisce, ed egli tosto domanda di
poter andare con lui all'Inferno, per rivedere la sposa. Il demonio
acconsente, gli fa da guida, e quando Orfeo ritrova nel tenebroso
regno la sua donna, tutta la famiglia dei diavoli si smascella dalle
risa al vedere i segni della sua incomposta letizia. Orfeo chiede di
poter ricondurre seco la sposa, e i diavoli, che meditano di fargli una
strana burla, glielo concedono, a patto che egli, Orfeo, non si volti
indietro per nessuna cosa che veda, o che oda. Orfeo si parte insieme
con la sposa, e la sua felicità non ha pari; ma i diavoli non tardano a
suscitargli dietro un così spaventoso fracasso, che egli, sgomentato,
si volta, e perde novamente il suo amore. Così parimente succede a
coloro che in compagnia della loro donna, la Verità, se ne vanno verso
il Paradiso, e cammin facendo si lasciano vincere dalla tentazione di
rivolgersi novamente al mondo[602].
Molte altre delle favole narrate nelle _Metamorfosi_ si trovano
ricordate qua e là, in iscritture di diversissima indole, a far
testimonianza della riputazione del libro. Nei _Gesta Romanorum_ si
moralizza sulla favola di Argo[603]. Quella di Dedalo ed Icaro, che
pure si prestava molto bene alla moralizzazione, è ricordata da Guiraut
de Calanson, da Richart de Barbezil, da Bertran de Paris, nel _Roman de
Flamenca_, nel _Roman de la Rose_. La storia romantica degli Argonauti
doveva andar molto a genio all'uditorio dei giullari. Essa è ricordata
spesso, e anche nel _Fierabras_, dove si fa del Colco un'isola:
l'ille de Corcoil, dont on a moult parlé,
Là ou Jason ala, là û fu endité,
Por l'ocoison d'or fin, ce dient li letré[604].
Benoit de Sainte-More la narra nel _Roman de Troye_. Una _Historia di
Giasone e Medea_, poemetto popolare di 124 ottave, fu stampato la prima
volta in Firenze nel 1557[605].
Ma la riputazione maggiore Ovidio la godeva come autore dei libri
amatorii; egli era nelle cose d'amore autorità indiscutibile. Gli è
per questo che Alano de Insulis lo chiama _Amorigraphus_[606]. Ovidio
era il maestro a cui doveva ricorrere chiunque desiderasse d'intendere
addentro le secrete arti d'amore. Già nei _Disticha Catonis_ si dice:
Si quid amare libet vel discere amore legendo
Nasonem petito.
E questo consiglio si ripete naturalmente nelle traduzioni. Brunetto
Latini nel _Tesoretto_ mette in mostra anzitutto il poeta degli amori:
Vidi Ovidio maggiore,
Che gli atti dell'amore,
Che son così diversi,
Rassempra e mette in versi;
e Don Amor dice all'Arciprete di Hita[607]:
Si leyeres Ovidio el que fue mi criado,
En él fallaràs fablas, que le hobe yo mostrado,
Muchas buenas maneras para enamorado.
Francesco Imperial, in una poesia composta nel 1405 per la nascita
dell'infante che poi fu Giovanni II re di Castiglia, augura tra l'altre
cose al fanciullo di essere _mas sabidor de amor que Nason_[608].
Chi aveva letto i libri amatorii del Sulmonense non poteva essere
ignorante della scienza d'amore; l'una cosa escludeva l'altra. Gli
è per ciò che in certa poesia italiana, fatta tutta, ad imitazione
di certe poesie provenzali, di concetti contraddittorii e di versi
contrapposti, l'anonimo autore per dare ad intendere com'egli abbia il
cervello a soqquadro, dice fra l'altro:
E de l'amore no' so dir ragione,
Ed aggio letto verso dell'Onvidio[609].
S'è visto che, per designare più particolarmente l'autore delle
_Metamorfosi_, si diceva Ovidio maggiore. Quando si diceva Ovidio,
senz'altro, pare s'intendesse più propriamente dell'autore dei libri
amatorii. I versi testè citati danno di tale uso del nome un esempio, e
Cino da Pistoja comincia un sonetto a Onesto Bolognese, dicendo:
Se mai legesti versi de l'Ovidi;
dove del nome di Ovidio si fa il medesimo uso.
L'_Ars amandi_ fu tradotta in tutte le lingue. In Francia essa fu
tradotta e imitata più volte[610], e primo a tradurla fu nel XII
secolo Chrestien de Troies, che diede pure una versione dei _Remedia
amoris_, secondochè si rileva dalla sua stessa testimonianza[611].
Una versione italiana dei _Remedia_ fu fatta da Andrea Lancia nel
secolo XIV[612], e di quel medesimo secolo forse è anche una versione
anonima dell'_Ars amandi_, stampata la prima volta dal Riessinger
in Napoli[613]. I _Remedia_ si ritrovano, abbreviati, in un poema
francese del secolo XIV, intitolato _Les èchechs amoureux_[614], e
molti degli ammaestramenti amatorii del poeta metteva in una specie di
_fabliau_ un tal Guiart[615]. Le citazioni da tutti i libri amatorii
sono innumerevoli. Veramente parrebbe che il medio evo, il quale
escogitò quella sottilissima, e diciam pure fastidiosissima metafisica
dell'amore che tutti sanno, non dovesse trovar troppo di suo gusto quei
libri, fatti assai più in servigio della pratica che della teorica; e
pure i _corali amadori_ e le _donne fine_ se ne beavano. In un poemetto
olandese di Florio e Biancofiore, composto da Dideric van Assenede
nel XIV secolo, si dice che i due giovani innamorati leggevano l'arte
amatoria di Ovidio[616], e lo stesso si dice in una versione islandese
in prosa di quella storia celeberrima[617], e nel _Filocopo_ del
Boccaccio.
Delle altre opere del poeta, tutte anch'esse molto conosciute,
tralascio di parlare: noterò solo che nei _Mirabilia_ i _Fasti_ sono
indicati col nome strano di _Martyrologium Ovidii de Fastis_.
Grande era dunque la riputazione di Ovidio; ma non poteva essere,
da altra banda, che la molta disonestà dei suoi libri non desse
argomento di avversione e di biasimo a parecchi. Sebbene più di un
poeta cristiano dei primi secoli lo avesse, senza scrupoli, imitato
quanto alla forma, la sostanza de' suoi versi repugnava troppo alla
coscienza cristiana. Dice Sant'Isidoro nel trattato _De summo bono_ che
il poeta pagano che più si deve fuggire è Ovidio: vero è che nemmen
egli si tiene dal citarlo spesso. Così Cristina di Pisan, che pure
nella sua epistola _au dieu d'amour_ si giova con frequenza dell'_Arte
amatoria_[618], raccomanda al proprio figliuolo di non leggere nè il
_Roman de la Rose_, nè quella:
Se bien veulx et chastement viure
De la Rose ne lis liure,
Ne Ouide de l'Art d'amer, Dont l'exemple sert a blasmer.
Ma ben più innanzi era andata Maria di Francia, la quale nel _Lai de
Gugemer_[619] descrive una pittura dove è rappresentata Venere in atto
di dare alle fiamme il libro _De arte amandi_, e scomunicare chi lo
legge, o ne segue gli ammaestramenti.
Vénus la dieuesse d'amur,
Fu très bien mis en la peinture,
Les traiz mustrez è la nature,
Cument hum deit amur tenir,
E léalement è bien servir.
Le livre Ovide ù il ensegne,
Coment cascun s'amour tesmegne,
En un fu ardent les jettout;
È tuz iceux escumengout,
Ki jamais cel livre liraient,
Et sun enseignement fereient.
Certo si è ad ogni modo che queste scomuniche di Venere fecero poco
frutto.
Un poeta, ancor esso molto letto e molto amato nel medio evo, è Lucano.
La _Farsaglia_ è allora tra i libri classici più conosciuti, e tutte
le storie romanzesche di Giulio Cesare ne dipendono. Come gli altri
poemi dell'antichità, essa va soggetta a rifacimenti, i quali tuttavia
presentano questo di particolare, che l'alterazione fantastica del
modello è in essi assai minore che in altri. Bensì, come ebbi già
occasione di avvertire, si muta lo spirito generale dell'opera, che
di avverso a Cesare diviene favorevole. Giovanni di Tuim e Giacomo di
Forez, de' quali ebbi già a parlare, si dichiarano, e sono veramente
in sostanza, semplici traduttori e continuatori di Lucano; anzi nei
loro racconti sparisce pressochè interamente il poco meraviglioso
che nel poema latino si trova, cosa certo abbastanza singolare. Così
il passaggio del Rubicone è da essi descritto con la più grande
semplicità. Cesare è trattenuto alquanto da difficoltà puramente
naturali, giacchè «par les flueves et par les plueves cele riviere
estoit fors issue de son canal[620]»; la famosa prosopopea di Roma è
soppressa di pianta[621]. Nel XIV secolo la _Farsaglia_ si traduceva
in catalano[622]; alcune opere, come i _Faictz des Romains_, e i _Fatti
di Cesare_ attingevano da essa e insieme da Sallustio, da Svetonio, da
altri.
La celebrità del poema veniva essenzialmente dal soggetto in esso
trattato; ma il medio evo non sarebbe poi stato in caso di avvedersi
della inferiorità del suo autore di fronte ad altri poeti latini.
Si sa che gli antichi non fecero grande stima di Lucano come poeta:
Quintilliano disse di lui schietto schietto: «Oratoribus magis quam
poetis annumerandus[623]». Tuttavia nel medio evo ci fu chi lo mise
sopra Virgilio. Nel XIII secolo l'anonimo autore di una Vita di
Sant'Osvaldo in versi latini, nomina, quali i tre principali poeti,
Omero, Gualtiero di Chatillon e Lucano[624].
Il Benedettino Otlone, nato circa il 1013, morto nel 1072, o 1073,
portava sempre, prima che prendesse in avversione gli studii profani,
il suo Lucano con sè[625]. Onorio Augustodunense discerne quattro
generi nella poesia, i quali sono Tragedia, Commedia, Satira e Lirica.
Per tragedia intende, come comunemente s'intende nel medio evo, la
poesia epica: _Tragoediae sunt quae bella tractant_; e volendo citare
un esempio di questa poesia, cita Lucano[626]. Già altrove ho riportato
il verso dell'_Apocalypis Goliae_:
Lucanum video ducem bellantium.
Eberardo Bituriéense si contenta di dire, paragonando Lucano e Stazio:
Lucanus clarae civilia bella lucernae
Imponit, metro lucidiore canit[627].