Nei Distici morali Catone appar già quasi cristiano; ma per questo

rispetto la trasformazione piena non avviene, come tutti sanno, se non

nella Commedia di Dante, dove il filosofo pagano, _violento contro a

se stesso_, è preposto alla guardia delle anime purganti, e serbato,

dopo l'universale giudizio, alla gloria eterna del paradiso. Ogni

qual volta parla di Catone Dante usa parole di massimo rispetto. Nel

_De Monarchia_[515] loda il suo amore ardentissimo di libertà, che

lo indusse a sottrarsi con la morte alla servitù; nel _Convito_ lo

pone fra coloro che ebbero _alcuna luce della divina bontà, aggiunta

sopra la loro buona natura_[516], e prorompe in queste parole: _E

quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio che Catone?

Certo nullo_[517]. Queste ultime parole sono molto importanti,

giacchè in esse non si fa nessuna eccezione nemmeno per i Padri della

Chiesa e per i Santi. L'ammirazione di Dante era sorretta da quella

di tutta l'antichità. Cicerone, Sallustio, Orazio, Seneca, Lucano,

Floro, Valerio Massimo, Manilio, tributano a Catone le più gran lodi;

Lattanzio lo considera come il capo della sapienza romana. Descrivendo

nel l. VIII dell'Eneide lo scudo preparato da Vulcano per Enea,

Virgilio dice che tra le molte figure che lo fregiavano vi si vedevano

pure le anime dei giusti governate da Catone:

Secretosque pios; his dantem jura Catonem[518].

Le lodi degli antichi e l'esempio di Virgilio debbono certamente

aver contribuito a far sì che Dante eleggesse Catone a così grave e

nobile officio[519]; ma è da altra banda indubitato, che questi aveva

per lui un valore essenzialmente simbolico, a cui l'antichità non

poteva pensare. Catone che, per amore di libertà, rinunzia alla vita,

simboleggiava assai bene l'anima, che per riacquistare la perduta

innocenza, la quale è vera libertà di contro alla servitù del peccato,

rinunzia al mondo, o penando si purga; e però non gli si disdiceva

l'esser fatto custode del Purgatorio, dove appunto, con rientrare nella

divina grazia, le anime riacquistano la libertà perduta[520]. Dante

non dice in nessun luogo che Catone avesse presentito la verità del

cristianesimo, e fosse stato cristiano in anticipazione come Rifeo,

nè che fosse tornato in vita come Trajano per ricevere il battesimo.

Virgilio quando prega l'austero custode di gradire la venuta del poeta

peregrinante, non gli dice se non:

Libertà va cercando, ch'è sì cara,

Come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu il sai; che non ti fu per lei amara

In Utica la morte, ove lasciasti

La veste che al gran dì sarà sì chiara[521].

Una cosa pare non avvertisse Dante, ed è che, combattendo per la

libertà, Catone faceva contro a quell'impero che la Provvidenza aveva

contemplato e voluto.

Non meno di Catone fu celebre nel medio evo Seneca. Le sue _Naturales

Quaestiones_, erano assai conosciute, e se ne giovavano quanti

scrivevano di cose naturali; più conosciute ancora erano le opere

sue di morale, e, in fatti, egli figura allora essenzialmente come

moralista. Dante non lo chiama altrimenti che Seneca morale, e _morall

Senec_ lo chiama Giovanni Lydgate[522]. Alano de Insulis dice di lui

nell'Anticlaudiano:

More suo Seneca mores ratione monetat

Optimus excultor morum, mentisque colonus[523].

Seneca è citato più spesso ancora di Cicerone e di Catone, e in certe

scritture ricorre a ogni passo. Veggansi, per un esempio, il _Giardino

di Consolazione_ di Bono Giamboni, il _Liber consolationis et consilii_

di Albertano da Brescia, la _Summa de arte praedicatoria_ di Alano de

Insulis. Ma già sino dall'anno 567 negli Atti del secondo Concilio di

Tours si citava come di Seneca una sentenza che negli scritti suoi non

si trova e che solo si rinviene in quel _Liber de moribus_ falsamente

a lui attribuito, e tanto caro all'età di mezzo, nel quale con molte

massime tolte allo scrittore latino, molte ancora ne sono che non gli

appartengono. Nel secolo XIV Landolfo, arcivescovo di Amalfi, cita,

insieme coi Santi Padri e con gli scrittori ecclesiastici, anche Seneca

nelle sue postille agli Evangeli[524]. Da molti egli era tenuto più

gran filosofo che non Platone ed Aristotile, e ciò non solamente in

Ispagna, dove tale opinione era suggerita in qualche modo dall'amor di

patria[525], ma anche altrove. Il Petrarca, il quale indirizzò a Seneca

una delle sue epistole famigliari[526], e affermò che Plutarco non

aveva trovato nessuno da porgli a riscontro, non la pensava altrimenti.

Le sentenze tratte da Seneca empiono quasi mezzo il libro intitolato

_Floresta de los philòsophos_, che Fernan Perez de Guzman compose

nella prima metà del XV secolo. Un poemetto provenzale di insegnamenti

morali, composto probabilmente nella seconda metà del XIII, in un

codice della Biblioteca dell'Arsenale in Parigi è intitolato: _Aysso

es le libre de Senequa_[527]; e sotto il titolo di _Seneca Leren_

va un dialogo olandese di 780 versi, nel quale un padre ammonisce

ed ammaestra il figliuolo che si lamenta della propria sorte[528].

Seneca era dunque tenuto uno dei maggiori sapienti dell'antichità;

in certa novella[529] si narra come i Romani commettessero a Seneca

di rispondere agli ambasciatori dei Galli che cercavano di essere

dispensati dal tributo, storia che abbiamo già veduto narrata di

Socrate. A titolo di stranezza sia qui ricordato che Seneca è fatto

contemporaneo di Avicenna, di Averroe e di Algazel nella _Virgilii

Cordubensis philosophia_[530].

Gli scritti autentici di Seneca, nei quali si vede professata una

filosofia tutt'altro che repugnante al cristianesimo, anzi molte

volte con questo pienamente conciliabile, sarebbero forse bastati di

per sè soli a far nascere nel medio evo la credenza che anche questo

scrittore latino fosse stato cristiano, o almeno in intima relazione

coi cristiani e informato delle loro dottrine, se già l'antichità

non avesse immaginata una tal favola, e prodottine i documenti in

una serie di epistole che si supposero scambiate fra il filosofo

maestro di Nerone e l'apostolo delle genti San Paolo. In esse il

filosofo e l'Apostolo apparivano legati dai vincoli di una sincera e

salda amicizia, e quegli, se non faceva esplicita professione di fede

cristiana, si mostrava grande ammiratore di questo, e molto benevolo

ai seguaci di Cristo, e cristiano insomma nell'animo. Queste epistole

esistevano già, ed erano anzi molto diffuse nel IV secolo, secondo

prova la testimonianza di San Gerolamo, la più antica che intorno ad

esse siaci pervenuta. San Gerolamo, non solo non dubita della loro

autenticità, ma per esse solamente s'induce a introdurre nel suo

catalogo degli scrittori e dei santi anche il filosofo di Cordova, al

che l'opere certe di costui non l'avrebbero mosso[531]. Pochi anni dopo

Sant'Agostino ricorda anch'egli quelle epistole, ma per incidente, e

con notabile noncuranza[532]; e che egli le tenesse apocrife lascia

intendere abbastanza un luogo del _De Civitate Dei_[533], dove

Seneca è giudicato molto severamente. Se a queste due si aggiunge

la testimonianza contenuta nella relazione apocrifa della morte dei

santi Pietro e Paolo, la quale va sotto il nome di S. Lino papa, e

che, almeno nella redazione in cui è sino a noi pervenuta, si palesa

certamente posteriore a San Gerolamo, il novero delle testimonianze

antiche concernenti il supposto carteggio di Seneca e di San Paolo,

è interamente esaurito, e per più secoli non se ne trovano altre. In

questa apocrifa scrittura si dice che _l'institutore dell'imperatore_

(Seneca non si nomina per proprio nome) fu legato di amicizia con

San Paolo, in cui vedeva essere scienza divina, e tanto aveva cara la

conversazione di costui che quando non poteva altrimenti, conversava

con esso per lettera, e si aggiunge che di alcuni scritti dell'apostolo

diede lettura all'imperatore[534].

Come si vede, nell'antichità cristiana, del cristianesimo di Seneca

e dell'autenticità delle epistole di costui o di San Paolo, non sono

molti, nè molto fervidi sostenitori. Non più così nel medio evo,

dove la favola improvvisamente riapparsa, dopo essere stata (così è

forza credere) lungamente obliterata, acquista universale credenza e

notorietà senza pari. Freculfo è il primo, per quanto le indagini hanno

sinora mostrato, che nel IX secolo ne faccia novamente ricordo; ma

poi essa si ritrova nella più parte dei cronisti e in infiniti altri

scrittori, come, per citarne alcuni, in Onorio d'Autun, in Ottone di

Frisinga, in Pietro Comestore, in Giovanni Sariberiense, in Tolomeo

Lucense, in Luca di Tuda, in Vincenzo Bellovacense, in Martino Polono,

in Sant'Antonino, in Pietro de Natalibus, in Gualtiero Burley[535].

E tanto più il medio evo doveva essere disposto ad ammetterla in

quanto che si credeva che San Paolo avesse lungamente viaggiato per

conoscere i più gran savi![536]. In sul limitare del Rinascimento il

Boccaccio credeva ancora che Seneca fosse stato cristiano[537]; ma già

il Petrarca, che pur giudicava autentiche le epistole, aveva espresso

contraria opinione[538], e Dante, com'è noto, pone il filosofo tra i

pagani illustri nel Limbo. Se non che questa era l'eccezione. Abelardo

affermava Seneca aver confessato che il distributore di tutti i beni

è lo Spirito Santo[539], e Giovanni Sarisberiense si sdegnava contro

coloro che non veneravano Seneca nel debito modo[540]. Pietro di Cluny

inseriva un passo del carteggio del filosofo e dell'apostolo nella

sua lettera _ad Petrobrusianos_, e Giacomo di Magne ne trascriveva

una parte nel suo _Sophologium_. Vi fu persino chi giunse a fare

del maestro di Nerone uno dei settantadue discepoli. Così la favola,

promossa dalla universale credenza, andava ingrossando.

Ma le epistole che noi possediamo, e che, prese in complesso, sono

un'assai povera e sciatta cosa, sono esse quelle medesime di cui

fanno ricordo San Gerolamo e Sant'Agostino?[541] e se sono, come

si spiega che un uomo della levatura e del sapere di San Gerolamo

le scambiasse per autentiche, mentre la falsità loro è per tal modo

evidente che coloro stessi i quali tuttavia stimano di poter credere

al cristianesimo di Seneca, e all'amicizia sua e di San Paolo, negano

recisamente che esse sieno opera di questi due uomini? La questione

fu molto dibattuta, e sino a questi ultimi tempi i critici che vi si

cimentarono si divisero sistematicamente in due partiti, l'uno, di

coloro che negavano le epistole sino a noi pervenute essere quelle

stesse già divulgate nel IV secolo, l'altro, di coloro che affermavano

invece essere quelle medesime appunto. Ma ultimamente un critico

tedesco, Eugenio Westerburg, mostrò che tra queste due opinioni poteva

aver luogo una terza, e provò, in modo da levare ogni dubbio (cosa

che non s'intende come prima di lui non fosse già caduta in mente a

qualcuno) che le quattordici epistole formanti il famoso carteggio non

sono una produzione sola, ma bensì due diverse produzioni, separate da

un intervallo di parecchi secoli[542].

Io non posso qui tener dietro alla sua discussione, e mi basterà di

recarne in breve le conclusioni. Le quattordici epistole si sceverano

in due gruppi, uno minore che comprende quelle segnate coi numeri X,

XI, XII, l'altro maggiore, che comprende tutte le altre. Tra questi

due gruppi appare grande diversità, così di sostanza come di forma.

Nel primo (ep. XII) Seneca si mostra invelenito contro Nerone, il

persecutor dei cristiani, l'incendiario di Roma, e, sebbene non lo

nomini, lo dice destinato all'inferno; nel secondo Seneca è amico

di Nerone, e questi ammira certe lettere di San Paolo, lettegli dal

filosofo. Le epistole del primo gruppo sono datate ed esattamente

datate, salvo un leggiero errore, che forse non è originale; quelle

del secondo non sono, ad eccezione delle ultime due, dove è indicata

una coppia consolare non mai esistita. Finalmente la latinità delle

epistole formanti il primo gruppo, è assai migliore di quella delle

epistole formanti il secondo. Le tre epistole del primo gruppo sono

avanzo del carteggio primitivo, conosciuto da San Gerolamo e da

Sant'Agostino, le undici del secondo sono un carteggio nuovo, e questo,

trovandosi in esso (ep. IX) citato, col titolo di _liber de verborum

copia_, la _Formula vitae honestae_ di Martino Dumiense, morto il 580,

deve essere stato composto non prima del VI secolo. Senonchè, notandosi

che la favola non ricomparisce se non nel IX, gli è probabile che il

carteggio sia stato composto solamente ai tempi di Carlo Magno.

Non una dunque, ma due falsificazioni letterarie si ebbero, alle

quali porse argomento la presunta amicizia di Seneca e di San Paolo,

la seconda provocata dalla prima, dopochè questa, per ragioni a noi

ignote, fu mutilata della sua maggior parte e rimase lungamente,

sembra, del tutto dimenticata. Ma quale la ragion prima, quale la fonte

delle finzioni che si contengono in esse? Parlando della più recente

il Westerburg mostra come assai probabilmente essa faccia capo, insieme

con la _Passio Petri et Pauli_, ad uno scritto, o andato perduto, o non

ancora disseppellito, in cui tendenze ebionitiche, avverse a San Paolo

sarebbero state mitigate da uno spirito gnostico e conciliativo[543].

È noto chi fossero gli Ebioniti, e quale contegno ostile assumessero

di fronte all'apostolo delle genti, il quale, mentre essi tenevansi

stretti alla tradizione giudaica, da questa tradizione si scostava,

e pareva voler procacciare una conciliazione della filosofìa

coll'Evangelo, e della coltura etnica con le tendenze della nuova fede.

In origine, il Simon Mago della leggenda altri non è che San Paolo, di

cui si vuole sfatare il nome a fronte di San Pietro. Gli è pertanto

assai ragionevole il credere che la favola dell'amicizia di Seneca e

di San Paolo sia stata immaginata fra gli Ebioniti, per far nascere

sospetto sulla fede e sulla onestà di costui, e in questa favola

primitiva, non solo con Seneca, ma con Poppea ancora, e con lo stesso

Nerone, l'apostolo doveva apparire strettamente legato. In essa certo

si manifestava lo spirito ostile che l'aveva provocata. Nel carteggio

più recente di tale spirito non è rimasto vestigio; ma San Paolo vi si

mostra ancora famigliare ed amico dell'imperatrice, designata col nome

di _domina_, e Nerone, se non più come suo protettore, vi figura almeno

come suo ammiratore. L'ipotesi del Westerburg è dunque, per quanto

concerne questo secondo carteggio, molto plausibile; ma io non credo

si possa più dire altrettanto quando l'autore vuole applicarla pure

al carteggio più antico, facendo anche questo di origine ebionitica.

Anzi tutto il frammento che c'è n'è rimasto è troppo scarso perchè si

possa fare sicuro giudizio dell'indole sua; in secondo luogo l'indole

che in questo frammento ci si manifesta è, come ho notato, a dirittura

contraria a quella che mostra il carteggio più recente. Quivi Seneca ha

in odio Nerone, e San Paolo non si vede avere con la corte di costui

sospette relazioni. Senza escludere dunque nemmeno in questo caso la

possibilità di una remota origine ebionitica, meglio che non nell'altro

dissimulata da una successiva elaborazione del tema tradizionale,

si deve dire che nulla forza ad ammettere una origine così fatta,

e lasciare aperto l'adito ad un'altra congettura, la quale facesse

nascere la finzione da uno spirito non ostile in nessun modo a S.

Paolo, e da quella generale tendenza, di cui abbiamo già veduto altri

effetti, a convertire a dirittura, o a far inclinare al cristianesimo

i pagani più illustri. Tertulliano e Lattanzio notarono negli scritti

di Seneca non pochi pensieri e non poche massime che molto bene si

accordano con la fede; era pertanto cosa naturalissima che qualcuno

tentasse di raccostare vie maggiormente a questa fede il filosofo, e

facesse nascere la opinione che il meglio della dottrina di costui,

non era se non frutto degli ammaestramenti di un apostolo di Cristo.

E può darsi ancora che le epistole sieno state immaginate e scritte

con l'intenzione di mostrare tra il filosofo e l'apostolo un'amicizia

di tutt'altro carattere che quella non fosse di cui andavano forse

calunniosamente favoleggiando gli Ebioniti.

Non è da meravigliare se ad uno scrittore generalmente tenuto in conto

di cristiano si volle nel medio evo attribuire qualche opera che,

meglio di quelle da lui veramente composte, recasse l'impronta della

dottrina cristiana. Così è che noi vediamo andare sotto il suo nome

quel trattato delle quattro virtù cardinali, altrimenti detto _Formula

honestae vitae_, che si conosce essere opera di Martino Dumiense.

Brunetto Latini, Albertano da Brescia, lo stesso Boccaccio, altri

moltissimi, ne lo tenevano autore[544], mentre altri gli attribuivano

un trattato _De documentis et doctrinis_ e una raccolta di proverbii

dove sono in gran numero detti e sentenze tratti da scrittori

cristiani.

La morte di Seneca è ricordata da tutti i cronisti, non senza favole,

come si può di leggieri immaginare. Essa era uno dei maggiori delitti

imputati a Nerone. Nel IX secolo il vescovo Modoino, ricordando in

una lettera consolatoria a Teodulfo molti esempii d'illustri infelici,

ricorda anche Seneca:

Vulnera saeva suo fertur sumpsisse tyranno

Seneca precipuus caede Neronis obiit[545].

La ragione che da parecchi si dava della sua morte è abbastanza

curiosa. Nerone, diventato imperatore, ricordando le battiture

ricevute da Seneca quand'era fanciullo, concepisce contro il maestro

odio implacabile, e volendo di lui sbarazzarsi gli lascia solo la

scelta della morte. Seneca si fa aprire le vene in un bagno. Così

narrano Vincenzo Bellovacense[546], il Königshofen, altri. Hermann

von Fritslar racconta invece che Nerone fece morir Seneca per invidia,

essendo questi dalla gente stimato più savio di lui[547]. Nel _Roman

de la Rose_, si legge una ragione molto più strana: Nerone fa morire

il maestro perchè non vuole più fargli riverenza, e dal fargliela

non può più trattenersi, tanta è, sino dalla infanzia, la forza

dell'assuefazione[548]. L'autore dell'_Aquila volante_, dice che

Seneca rimproverava continuamente a Nerone l'uccision della madre,

«unde lo imperatore turbato contro Seneca lo fece anegare nel veneno».

Nella _Cronica degli imperatori romani_ si dice semplicemente[549]:

«..... seneca de Cordubia pare de lucan poeta commandador de Neron,

de vita e de scientia preclaro, per salassadura de vena per caxon de

veneno per commandamento de Neron si morì». Altrove la storia si ha

più complicata. Nerone dà facoltà a Seneca di scegliere l'albero a

cui dev'essere impiccato, poi lo minaccia, o lo fa minacciare con una

spada ignuda, finalmente gli concede la morte nel bagno. Così si narra

nella _Leggenda aurea_[550] e nel _Grosse Passional_[551]; così ancora

da Giovanni d'Outremeuse[552]: nell'_Aquila volante_ anche questa

versione è indicata. Enenkel racconta che Nerone, forzato che ebbe

Seneca a morire, fece abbacinare il figliuolo di costui[553]. La morte

del filosofo si trova narrata inoltre nel _Novellino_[554]. Giacomo

da Voragine, il quale ha la smania delle etimologie, nota: «et sic

quodam praesagio Seneca nomen habuit quasi se necans, quia quodammodo

licet coactus manu propria se necavit». Non mancò finalmente chi anche

nella morte del pagano filosofo volle avere le prove della cristianità

di lui. Nella sua grande opera _De scriptoribus latinis_, inedita

la più gran parte, Secco Polentone, racconta che Seneca, essendo nel

bagno, invocò Cristo sotto il nome di Giove liberatore, si battezzò da

se stesso, e compose pel suo sepolcro un epitafio che faceva chiara

testimonianza della sua fede; Hans Sachs narra anch'egli di questo

battesimo[555].

Volgiamoci ora a qualcuno dei poeti che, dopo Virgilio ebbero maggior

fama nel medio evo.

Orazio parrebbe non aver dovuto molto gradire a quella età, e pure, non

solo egli è assai conosciuto, ma è anche molto stimato, principalmente

per le sentenze morali. Alcuino si fregiava del nome di Flacco. In

un luogo della Vita di Sant'Adalardo, Pascasio Radberto afferma che

Virgilio, uso a farsi bello dell'altrui, rubò un verso ad Orazio, il

quale era molto di lui più antico. Nell'_Ecbasis Captivi_, composta

nel X secolo, si hanno come ho già notato, più di 250 versi tolti di

peso al Venosino. Uno scrittore di quel medesimo secolo, il quale

probabilmente del poeta non conosceva altro che una raccolta dei

soliti _Flores_, lo chiama con nome in vero assai strano, _quasi

monachus_[556]. Eccoci già sulla via della conversione, o a dirittura

della santificazione, via non facile a correre in compagnia dell'autore

di certe odi e di certe satire. Ma lo stesso Giovanni Sarisberiense,

che lo conosceva assai bene, lo chiama col nome di _ethicus_, col quale

chiama anche Giovenale, e del resto si han le prove in mano che alcuna

delle odi amorose del poeta fu cantata da monaci con accompagnamento di

melodie sacre[557]. Abelardo pone Orazio tra i filosofi pagani citati

dai dottori della Chiesa. I versi famosi del poeta dove è descritta la

Morte, che indifferente picchia alla porla dei palazzi come a quella

delle capanne, dovevano molto andare a genio a una età costantemente

preoccupata del pensier della morte. Notker già li ricorda nel secolo

IX:

ut cecinit sensu verax Horatius iste,

caetera vitandus lubricus atque vagus:

Pallida mors aequo pulsans pede sive tabernas

Aut regum turres, vivite, ait, venio![558]

Elinando li imita in quei _Vers de la mort_ famosi nel medio evo, e

ingiustamente attribuiti a Thibaut de Marly[559]:

Mors, tu abas a. I. seul ior

ainsi le roi dedens sa tor

com le poure dedens son toit[560].

Le satire e le epistole di Orazio erano molto lette nelle scuole del

medio evo, e assai più che non le odi e gli epodi. Tra i manoscritti

Harlejani del Museo Britannico si conserva un Orazio dove le odi

sono omesse. Ugo di Trimberg, nel suo _Registrum multorum auctorum_,

qualifica i primi di _libri principales_, e i secondi chiama _minus

usuales quos nostris temporibus credo valere parum_; ma le odi e

gli epodi imitava, narrando la vita, il martirio, la traslazione, i

miracoli di San Quirino, Metello di Tegernsee nella prima parte dei

suoi _Quirinalia_, composti nella seconda metà dell'XI secolo[561].

Uno degli annotatori della _History of english poetry_ del Warton

afferma che nel territorio di Palestrina il popolo ha tuttora Orazio in

concetto di mago possente e benefico[562]. Non mi riuscì di accertarmi

della cosa; ma alcune parole del Petrarca, rilevate dall'Hortis[563],

provano che una tradizione intorno ad Orazio continuava n vivere

nel medio evo. Nel trattato della vita solitaria[564] il Petrarca

ricorda certo campo che, dopo tanto tempo, e tanti possessori mutati,

conservava ancora il nome di Campo d'Orazio.

Dopo Virgilio il poeta latino più letto e più gustato nel medio evo fu

certamente Ovidio, e che così avesse da essere s'intende di leggieri.

Le Metamorfosi dovevan porgere pascolo assai gradito alla curiosità

di tempi avidi di meraviglioso, e l'Arte amatoria e i Rimedii d'amore

dovevano ottener molto credito in mezzo ad una società che dell'amore

faceva quasi la principale occupazione della vita, e quando fioriva

una poesia che non s'inspirava d'altro sentimento che dell'amore.

Certo, per altra parte, le lascivie e le disonestà di cui riboccano

i libri del Sulmonense, dovevano offendere il sentimento religioso,

e provocare l'avversione degli spiriti timorati; ma noi abbiam già

veduto, e vedremo ancor meglio fra poco, che con l'ajuto dell'allegoria

si potevano coonestare molte cose, e ritrovare sotto la oscenità

delle parole o delle immagini la moralità dei pensieri. Se non altro,

l'allegoria era un velo, che, senza nasconderle, dissimulava alquanto

le nudità, e permetteva ai ben pensanti di contemplarle senza rimanerne

scandolezzati. Finalmente le stesse pitture troppo vive che abbondano

nei versi del più facile fra i poeti latini, dovevano trovar molti

ammiratori, e non tutti fra i laici:

Vivere Naso facit quando per ora jacit,

trovasi detto in una poesia dell'XI secolo, opera probabilmente di un

canonico della cattedrale d'Ivrea, il quale non pare che avesse troppa

inclinazione all'ascetismo[565]. Del resto, per dare alle cose il loro

giusto valore, non bisogna dimenticare mai che gli uomini del medio

evo spesso pare non abbiano nessuna facoltà di discernimento, e che

quel loro spirito farraginoso e fantastico di nessuna contraddizione

si offende, di nessuna mostruosità si spaura, ma le cose più disparate

accozza insieme e confonde, senza addarsene nemmeno. Spesso nei

bassorilievi che adornano le chiese del miglior tempo dell'arte

gotica si veggono ritratti soggetti oscenissimi. La festa dell'asino

celebravasi in chiesa. Un frate poteva passare la mattinata a

trascrivere con amorosa sollecitudine sulla pergamena un'elegia di

Catullo, e l'ore dopo il mezzodì a copiare il salterio. E che dire di

uno che in diciott'ore d'ininterrotto lavoro copiava i _Remedia amoris_

di Ovidio _in onor della Vergine?_ Un frate sì fatto poteva ancora

fiorire in pieno Rinascimento, nell'anno di grazia 1467, e lasciò il

documento irrefragabile dell'opera sua[566].

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 13 / 43 段