patrocinatore della morale e del buon costume, e, più particolarmente,
quale un nemico degli adulteri. Nei _Faictz merveilleux_ si racconta
ch'egli fabbricò una statua, e la sospese alta nell'aria, di modo che
quei di Roma non potevano aprire uscio o finestra senza vederla, e
aveva tale virtù che toglieva alle donne ogni disonesta voglia, del che
quelle furono assai malcontente, e si adoperarono con la moglie stessa
di Virgilio perchè distruggesse l'incanto. Nei _Gesta Romanorum_[457]
si racconta certa storia di un soldato, che la moglie e un suo amante
chierico cercano di far morire per arte magica, ed è salvato da un
negromante. In una redazione tedesca dei _Gesta_ questo negromante è
Virgilio[458]. In un racconto di Hans Sachs Virgilio si trova alla
corte del re Artù. Il re, sospettando della fedeltà della moglie,
chiede al poeta di volerlo chiarir del suo dubbio. Virgilio fabbrica
per arte magica un ponte di tal virtù che gli adulteri passandovi
sopra cascano inevitabilmente nell'acqua. In una festa bandita da
Artù, cascano in acqua, al passare del ponte, molte dame e molti
cavalieri, ma lo passano senza impedimento la regina e un cavaliere
di cui Artù sospettava. La costoro innocenza è così dimostrata. Il
solenne anacronismo di questa favola non deve parere troppo strano: in
altri racconti si fa vivere Virgilio sotto il re Servio Tullio, o sotto
l'imperatore Tito.
La leggenda primitiva e popolare di Virgilio non abbraccia che alcuni
anni della vita del poeta e propriamente quelli spesi a dotare di opere
mirabili di pubblica utilità la sua diletta città di Napoli. Per il
rimanente la leggenda non osava ancora sostituirsi alla tradizione
letteraria. Le finzioni che la costituivano avevano certo già molto
del fantastico, ma queste finzioni medesime, ricevute per vere dagli
scrittori, erano, in certo qual modo, contenute dentro un contorno
e una cornice di verità storica, e il mago in esse non occultava il
poeta. Ma allargandosi sempre più la leggenda, come in ogni luogo e
sempre è tendenza costante delle leggende, le finzioni vennero a poco a
poco occupando, se così mi si lasci dire, tutto intero il quadro della
vita del poeta, la stessa cornice si nascose sotto la esuberanza loro,
e il poeta sparì interamente dinnanzi al mago. Vengon fuori allora
alcune nuove biografie, interamente fantastiche, le quali abbracciano
tutta la vita di Virgilio, dalla nascita alla morte, ma di vero non
ricordan più nulla o quasi nulla. Tali sono la biografia che Giovanni
d'Outremeuse introduce nel primo volume del suo _Myreur des histors_, e
quella contenuta nel libretto famoso intitolato _Faictz merveilleux de
Virgille_.
Per dare un'idea dello spirito che governa il racconto di Giovanni
d'Outremeuse, il quale asserisce che la vita di Virgilio fu scritta
da Cicerone e da Ovidio, basterà dire che in esso l'autor dell'Eneide
è figliuolo di Geda, sorella di Pompeo, e di Gorgilo, re di Bugia
in Libia e fratello del re Gregorio che fu console di Roma[459].
I _Faictz merveilleux de Virgille_ godettero di molta celebrità, e
furono tradotti e pubblicati in inglese, in olandese, in tedesco; una
versione islandese è rimasta inedita. In questo libro Virgilio, al cui
nascimento tutta Roma tremò, è figlio di un cavaliere di Remo, figlio
di Remo e nipote di Romolo[460], e della figliuola di un senatore di
nobilissimo lignaggio. Della fama poetica e delle opere di lui non vi
si trova neppure un cenno. Riesce utile a tale proposito il confronto
fra queste biografie assolutamente romanzesche e quella contenuta nel
rozzo poema di Bonamente Aliprando. In essa Virgilio è bensì il mago
della leggenda, ma è ancora
Filosofo e poeta di grandezza,
autor della _Bucolica_, della _Georgica_, della _Eneide_.
Giovanni d'Outremeuse, l'anonimo che compose i _Faictz merveilleux_
e il traduttore inglese di questi raccontano in modo assai diverso la
morte di Virgilio. Quegli, raccogliendo favole già note, accozzando,
amplificando, narra assai per disteso una storia che io raccolgo qui
in brevi parole[461]. Virgilio aveva con molto artificio costruita
una testa di rame, la quale rispondeva a tutte le suo domande[462].
Consultatala una volta intorno la propria salute, quella lo avvertì
di ben guardare la _sua testa_. Virgilio, frantendendo la risposta,
credette si trattasse di ben custodire la testa magica, si espose nel
mese di luglio all'ardore del sole, e fu colto da una congestione
cerebrale, che in capo di due anni lo condusse al sepolcro[463].
Sapendo prossima la sua fine Virgilio volge l'anima a Dio, mette in
iscritto tutta la fede cattolica, e prepara ogni cosa per la sua morte.
Costruisce un gran vaso di terra e di cenere, e vi pone dentro terra
preparata, e molte erbe di così fresca natura, che, senz'acqua, durano
sempre verdi; poi fa una cattedra di cipresso, tutt'adorna di gemme,
sulla quale è rappresentata la storia della Vergine dalla salutazione
angelica sino all'assunzione. Quando non gli rimane più che un giorno
da vivere, Virgilio appresta un gran banchetto, invita molti baroni,
rallegra la festa con molti giuochi, e annunzia ai commensali la
propria morte, e la imminente venuta del Redentore, esortandoli tutti
a farsi battezzare come appena sia giunto il tempo[464]. Egli stesso
si battezza, dopo di che gli ospiti prendono da lui comiato. Ma qui
val meglio lasciar la parola all'autore, giacchè le cose ch'egli narra
sono alquanto difficili a dire «Virgile..... prent son terrien aux
herbes et le mist desus la chaire qui fut traweit en fons, puis prist
une buse d'erain qui al unc de chief oit unc coviercle qui tant couroit
le terrien et les berbes, et l'autre chief de la buse si ranpoit desus
parmi le trau de la chaire. Et Virgile s'assit sur le trau; se li
entrat la buse en trau de son fondement, si qu' ilh entrat bien dedens
son ventre plus de II palmes. Apres ilh avoit pareit son lachenieres de
tous libres de toutes scienches, et par devant li at poiseit I libre
de theologie. Si astoit noblement vestus d'onne bleu robe. Si avoit à
son seniestre bras une grant fenestre tout ovierte, par où les gens
le regardoient cascon jour, et disoient que ilh n'astoit mie mors,
ains estudioit com devant, car ilh avoit son capiron sour ses eux».
Cinquantanove anni dopo, San Paolo viene a Napoli, chiede di Virgilio,
va a trovarlo, ma, appena l'ha tocco, il corpo del poeta si scioglie in
cenere.
Nei _Faictz merveilleux_ si narra che Virgilio, operati i suoi molti
miracoli, un giorno, con alcuni compagni, andò in barca a diporto, ma
soprappreso da una spaventosa burrasca fu tratto in alto mare, così
che di lui non s'ebbe mai più novella. «Et tous les clerz et escolliers
de la cité de Naples et Romme et toutes nations et contrées en furent
moult troublez et dolens». Nel _Virgilius_ inglese la fine del poeta si
racconta in tutt'altro modo[465]. Dopo aver promesso all'imperatore di
Roma di fare molt'altre cose meravigliose[466], Virgilio si pensò di
ringiovanire. A tale scopo si fece tagliare in pezzi da un suo fidato
servitore, salare, e mettere dentro una botte, d'onde in capo di nove
giorni sarebbe risorto giovane. Passati sette giorni, l'imperatore
non vedendo Virgilio, che aveva carissimo, entra in sospetto, va al
castello del poeta, e trovato il corpo nella botte, uccide il servitore
da lui creduto omicida del suo signore. In quel punto medesimo un
bambino ignudo balza fuor della botte, e fatti tre giri allo intorno,
gridando: Sia maledetta l'ora che ci venisti, sparisce. Lo stesso
racconto si ha nella olandese _Historie van Virgilius_[467].
Così moriva Virgilio mago, a cui i fati non consentivano una seconda
giovinezza; ma Virgilio poeta tornava alla vita, e la sua seconda, e,
giova credere, immortale giovinezza cominciava col Rinascimento[468].
CAPITOLO XVII.
Cicerone, Catone, Orazio, Ovidio, Seneca, Lucano, Stazio.
Se noi ci facciamo ora a considerare alcuni altri fra i principali
scrittori latini, troveremo essersi ripetuti per essi nel medio evo
quei fatti medesimi che abbiamo già veduto prodursi per Virgilio;
e cioè, raccostamento più o meno risoluto dello scrittore pagano al
cristianesimo, con alcuni esempii di vera conversione, esagerazione del
sapere, e qualche volta esagerazione sino al segno in cui il sapere
diventa magia. Se non che le finzioni nate loro d'attorno, o per non
aver essi avuto il necessario grado di celebrità, o per altra ragion
che si sia, non acquistano la pienezza di concetto di cui altrimenti
sarebbero state capaci, rimangono slegate, e non riescono a formare una
vera e propria leggenda, come nel caso di Virgilio.
Il primo a farcisi innanzi è Cicerone, il quale godette di grandissima
fama nel medio evo, come maestro insuperabile di una delle sette arti,
la retorica. Già sino dai primi tempi della Chiesa il principe degli
oratori latini, le opere del quale erano diligentemente studiato dagli
apologeti desiderosi di rafforzare le ragioni della verità col sussidio
dell'eloquenza, fu considerato come uno degli scrittori pagani le
cui dottrine meno ripugnavano al cristianesimo; e non solo vi furono
scrittori cristiani che in trattare argomenti della fede adottarono la
forma di questa o quell'opera sua, ma ve ne furono ancora che delle
sue stesse dottrine si giovarono. Cicerone affermò ripetutamente e
con ardore la immortalità dell'anima, e Arnobio ricorda che molti
gentili lo presero in odio, perchè giudicavano i suoi scritti essere
favorevoli al cristianesimo, tanto che alcuni più zelanti chiesero
al Senato di farli per questa ragione proibire[469]. Sant'Agostino
confessa schiettamente di dovere all'_Ortensio_ la sua conversione a
Dio e alla vita spirituale[470]. Sant'Ambrogio compose il suo trattato
_De officiis ministrorum_ a imitazione del _De officiis_ di Cicerone,
accettandone la dottrina e solo piegandola al concetto cristiano ed
ecclesiastico[471]. Stando così le cose, a molti certo dovette parere
eccessivo il giudizio di riprovazione contenuto in quel sogno famoso,
o visione che si voglia dire, di S. Gerolamo, a cui il giudice supremo
rimproverò d'essere non un cristiano, ma un ciceroniano[472]. Nel
medio evo, dovunque sono scuole di retorica, Cicerone è in grande
onore. Beda fece una copiosa raccolta delle sentenze di lui, e sul
_De inventione_ compose Alcuino il suo trattato di retorica per la
scuola palatina di Carlo Magno. Lupo di Ferrières paragonava fra loro
con mente di critico varii codici delle epistole ciceroniane[473],
e Pascasio Radberto confermava il giudizio dei secoli chiamando
Cicerone il re dell'eloquenza[474]. A questa eloquenza si prestava
quasi un carattere sacro. _O quam Tullii venerabilis facundia summis
desideriis est collocanda_, si trova detto nel trattato _De disciplina
scholarium_, falsamente attribuito a Boezio[475]. Parlando della Città
di Retorica nel già citato scritto _De animae exilio et patria_, Onorio
Augustodunense dice: In hac urbe Tullius itinerantes ornate loqui
instruit, quatuor virtutibus scilicet prudentia, fortitudine, justitia,
temperantia mores componit[476].
Cresceva intanto l'opinione che il sommo oratore avesse potuto
partecipare al gran benefizio della Redenzione, egli che delle verità
del cristianesimo aveva già avuto, prima che Cristo nascesse, qualche
presentimento. Si pretendeva che egli avesse tradotto la famosa
profezia della sibilla Eritrea, nella quale si annunzia la venuta del
Redentore[477], e Lupo di Ferrières ricorda in una sua epistola[478]
un tal Probo, che voleva ammessi tra i beati Cicerone, Virgilio,
_ceterosque opinione eius probatissimos viros_. Qual gloria per la
Chiesa poter strappare all'inferno un tant'uomo! e che dolore per
coloro che si beavano nella lettura dei suoi libri immortali il pensare
ch'egli era dannato per l'eternità! Il Petrarca si affliggeva di ciò
ch'egli non fosse stato cristiano e il primo padre della Chiesa[479],
ma in una sua prefazione alle _Tusculane_ Erasmo sostiene ch'egli si
salvò[480].
Durante tutto il medio evo Cicerone passa per il maestro massimo
dell'eloquenza, alcuna volta anzi a dirittura per l'inventore di essa;
e sotto questo aspetto si può dire che la sua riputazione fu maggiore
allora che non nell'antichità. In piena barbarie letteraria, nel secolo
IX, Almanno dice che a degnamente celebrare con la parola i fatti e la
virtù di Sant'Elena ci sarebbe voluta più eloquenza che non ne avesse
Cicerone; e parecchi secoli dopo, Alessandro Neckam, volendo fare un
grande elogio di Sant'Agostino, lo pareggia per eloquenza a Cicerone,
ma lo fa maggiore di animo[481]. Nel _Tesoretto_ il Latini si contenta
di ricordare quella grande eloquenza
Del buon Tullio Romano
Che fue 'n dir sovrano;
ma Fra Guidotto, o chi altri si sia il vero autore, afferma in
principio del _Fiore di Rettorica_, che Cicerone _fu maestro e
trovatore della grande scienzia di Rettorica, e che fu d'arme
maraviglioso cavaliere, franco del coraggio, armato di grande senno,
fornito di scienzia e di grande discrezione, ritrovatore di tutte
cose_. Eccoci già all'onniscienza di Virgilio; un passo ancora, e di
dietro all'oratore sarebbe cominciato a spuntare il taumaturgo.
Non è pertanto a meravigliare se di regola, nel medio evo, e poi anche
dopo, a Rinascimento compiuto, Cicerone vien posto innanzi a Demostene.
Il Petrarca, detto nel _Trionfo della Fama_[482], come all'apparir di
Cicerone fiorisse l'erba, soggiunge:
Dopo venia Demostene, che fuori
È di speranza omai del primo loco.
Non ben contento de' secondi onori.
E questo era pensiero comune, espresso da molti, e tra gli altri anche
da Alfonso de la Torre, scrittore spagnuolo che fiorì nella prima
metà del XV secolo. Descrivendo egli in una sua curiosa composizione,
intitolata _Vision delectable,_ il palazzo della donzella Retorica,
dice che in certa sala erano i ritratti dei retori più famosi, da una
parte i greci, tra cui Gorgia, Ermagora e Demostene, _primeros abuelos
é habitadores de aquella tierra_, e da un'altra i latini, fra' quali
Cicerone, a cui la donzella da quelli e da questi discesa, somigliava
più che a nessun altro; _al qual paresçia la doncella más que a
ninguno_. Ma anche tra i filosofi teneva Cicerone onoratissimo seggio,
e non mancò chi volle farlo primo tra questi, com'era già primo tra i
retori[483]. Così fa Alars de Cambrai nel già citato _Romans de tous
les philosophes_, dove a Salomone non concede che il secondo posto:
Tulles qui moult fu sages clers,
De totes clergies plus fers
Que tout autre maistre de pris,
Est premiers esleus et pris.
Apres est nomes Salemons
Qui tant sot, ce juge li mons,
C'om ne trouast nul plus sage home
Ent trestout l'empire de Rome.
Vero è che facendo due diverse persone di Tullio e di Cicerone, mentre
a quello dà il primo posto, a questo dà solamente il settimo:
Li sepmes et nom Cicerons,
Cil n'estoit mie trop enbrons,
A meruelles estoit haities,
Prex et cortois et afaities.
Come potesse nascere un error di tal fatta trattandosi di un nome di
tanta celebrità non è facile a spiegare, ma Alars non era il primo a
commetterlo. Abbiam veduto come già v'incappasse Ermoldo Nigello[484],
il quale forse nemmeno fu il primo, e dopo Alars v'incappò anche il
Gower[485]. D'onde tragga origine la favola della grande inimicizia
di Cicerone e di Sallustio narrata nel _Fiore di filosofi_ (testo del
Palermo) e anche altrove, non so immaginare[486].
Che anche intorno a Cicerone si sarebbe potuto formare, qualora
non fossero mancate le condizioni favorevoli al suo nascimento,
una leggenda meravigliosa simile a quella di Virgilio, è provato da
quanto Giovanni Boccaccio racconta di certa fonte che scaturiva in
prossimità di Pozzuoli, e conservava ancora al suo tempo il nome di
fonte di Cicerone, le cui acque si stimavano efficaci contro il mal
d'occhi[487]. Se il grand'oratore avesse avuto il sepolcro in alcuna
città illustre, e se questo sepolcro fosse stato conosciuto e celebrato
come la fama di tant'uomo chiedeva, gli è assai probabile che ancor
egli avrebbe cominciato ad assumere nella fantasia popolare qualità di
protettore e di taumaturgo, comechè poi, per far difetto certe altre
condizioni, potesse la leggenda rimanersi chiusa entro limiti assai
meno larghi che non sien quelli della leggenda di Virgilio[488].
Il medio evo, non solo narra degli scrittori latini molte favole, ma
attribuisce anche la qualità di scrittore a chi non l'ebbe, come mostra
l'esempio di Catone l'Uticense. Catone godette in quella età della
più alta riputazione di virtù e di saviezza. Angilberto detto Omero,
volendo fare un grand'elogio di Carlo Magno, dice:
Inclyta nam superat preclari dicta Catonis;
e infinite altre volte si vede Catone preso a termine di confronto
parlandosi di uomini saggi e virtuosi[489]. In alcune redazioni del
romanzo dei _Sette Savii_ egli è uno di questi, e Guiraut de Borneil,
in quella sua pazza poesia che comincia _Un sonet fatz malvatz e bo_,
dice di sè stesso:
Detorn mi vai e deviro
Foudatz, e sai mais de Cato;
nei quali due versi, come anche negli altri di quella poesia, è da
notare che il poeta si studia di venir affrontando fra di loro le
cose più disparate e i concetti più antitetici che gli cadessero
in fantasia, e che non si poteva immaginare un contrasto maggiore
di quello che nasceva dal raffronto della pazzia con la proverbiale
sapienza catoniana.
Catone si trova citato in iscritture d'ogni maniera, non solo insieme
con gli altri autori pagani, ma ancora insieme coi libri sacri, coi
profeti, con gli scrittori ecclesiastici, e sempre come autorità di
prim'ordine[490]. Si esagera al solito il suo sapere, e si fa di lui
l'uomo più dotto de' tempi suoi[491], e alla sua gran dottrina e alla
sua gran virtù[492] si danno più lodi assai che non al suo valore
guerriero[493]. La sua riputazione si fondava in parte su quanto di lui
narravano le istorie, ma molto più si fondava su quei famosi distici
morali, creduti universalmente opera sua.
Chi sia il vero autore di questi distici non è noto. Le varie
attribuzioni che se ne fecero a Catone il Censore, a Cicerone, a
Seneca, ad Ausonio, a un Dionisio Catone forse non mai esistito, sono
tutte arbitrarie. Certo si è che dell'Uticense non sono, e che non
fossero, già da qualcheduno si dubitava sino dal XII secolo[494].
Composti probabilmente nel IV[495], essi furono intitolati col nome di
Catone, non perchè questo nome dovesse essere creduto da altri quel
dell'autore, ma perchè esso parve titolo confacente all'argomento
morale del libro, senza che si possa dire quale dei due Catoni più
noti avesse in mente chi così lo intitolava. Scambiare il titolo pel
nome dell'autore era errore assai facile nel medio evo, e poichè dei
due Catoni, l'Uticense, ricordato nella Farsaglia, nelle istorie
romanzesche di Giulio Cesare, nelle cronache, si conosceva assai
più che non il Censore, era naturale che non a questo, ma a quello
si attribuisse l'opera[496]. E a togliere di mezzo ogni dubbio, in
parecchie delle traduzioni che se ne hanno in varie lingue volgari, si
dà un cenno della vita del supposto autore, si dice come fosse rivale
di Cesare, e come per non patire la costui tirannia si togliesse la
vita[497].
Pochi libri ebbero nel medio evo, e anche dopo, la diffusione e la
celebrità dei _Distici_. Lo provano anzi tutto gl'innumerevoli codici,
alcuni dei quali dell'VIII, IX e X secolo, poi le infinite versioni
che se ne fecero in tutte le lingue d'Europa. Si voltarono in versi
latini rimati[498], si parafrasarono in greco[499]; Filippo da Bergamo
vi fece sopra una moralizzazione intitolata _Speculum regiminis_,
Erasmo li commentò. Già nell'XI secolo Notker ne faceva una traduzione
tedesca. Da Isidoro di Siviglia[500] ad Alcuino[501], da Alcuino ad
Abelardo[502], innumerevoli scrittori ne parlano, li citano, li lodano.
Poi vengono le imitazioni, il _Cato novus_, il _Cato interpolatus_,
l'_Ethica Ludulphi_, il _Facetus_, il _Novus Catho moralisatus_[503],
i _Chastimens_ francesi, il _Winsbeke_ tedesco, ed altre simili
scritture. I _Distici_, che il giullare doveva conoscere al paro dei
poemi cavallereschi e delle belle canzoni d'amore[504], facevano testo
in materia di morale, e godevano di molto favore nelle scuole[505],
d'onde solamente nel passato secolo cominciarono ad essere banditi.
Strano davvero che tal sorte dovesse toccare fra genti cristiane, e in
tempi di massimo fervore religioso, al supposto libro di un pagano, il
quale, per giunta, si era tolta di propria mano la vita[506].
Nel _Livre du Chevalier de la Tour Landry_[507], si narra in relazione
coi Distici una curiosa storia, la quale tuttavia non mette conto di
qui riferire minutamente. Catone «qui fut si saige qu'il gouverna toute
la cité de Romme, et fist moult d'auctoritez, qui encore sont grans
memoires de lui», è presso a morte. Egli aveva, già da tempo, composto
pel figliuolo Cathonet il suo libro famoso di ammaestramenti morali,
ma in quel punto volle dargli tre altri consigli molto importanti.
Cathonet, benchè sapientissimo, e in tutto degno del padre, non osservò
i primi due, e volendo provare il terzo, fa nascere parecchie avventure
nelle quali è involto. Il tutto dimostra sempre più la saviezza di
Catone[508].
Gli è curioso che nei romanzi dove si celebra sommamente Giulio
Cesare anche di Catone si facciano moltissime lodi. A ciò forzava la
Farsaglia, conosciutissima e tenuta in gran conto. Giovanni di Tuim
in un luogo della sua Istoria dice che Pompeo, Marcello e Catone si
opposero a Cesare per grande invidia che gli portavano[509], ma altrove
usa tutt'altro linguaggio: «Catons, ki mout estoit de grant cuer et ki
mout amoit a garder honour ne desous autrui ne deignoit iestre et haoit
si Cesar pour le francisse des Rommains k'il voloit abatre et abatoit
a son pooir»[510]. E narrata la morte di quel grande amico di libertà,
riporta i lamenti che ne fecero i suoi seguaci e le lodi con che lo
celebrarono[511].
Tuttavia, sebbene della fine di Catone si narrasse generalmente
il vero, pure anche intorno ad essa corse qualche favola, di cui è
difficile indicare la origine. Così nel _Novellino_[512] si riporta
un lamento contro la Fortuna, il quale Catone fece stando in carcere,
e ciò che lo stesso Catone disse parlando in nome di essa Fortuna.
Nel _Fiore di filosofi_ poi, riportate alcune massime di Catone, si
dà questa veramente strana notizia: «Cato, pensando che l'anime sono
perpetue, per rincrescimento di due quartane sè medesimo uccise per
trovare migliore vita». D'onde l'autore del _Fiore_ abbia tratto questa
peregrina notizia non so, ma essa si legge anche in un trattato latino
_De vita et moribus philosophorum_[513]: «Catho Marchus Portius stoicus
philosophus et poeta latinus claruit Rome Virgilii tempore..... Hic
animas esse perpetuas existimans tandem tedio duplicis quartane seipsum
occidit ut meliorem vitam inveniret». Ranulfo Higden attribuisce il
fatto al famoso retore Marco Porcio Latrone, maestro di Ovidio, e amico
di Seneca[514].