prove e per altre testimonianze. Cadente il secolo XIV, Bartolomeo
Caracciolo, detto Caraffa, cavaliere napoletano, compose una _Cronaca
di Partenope_, per dichiarazione dello stesso autore compilata sopra
diverse cronache[427]. Egli narra le favole riguardanti Virgilio, non
perchè vi creda, ma per non _fraudare la fama de lo ingeniosissimo
Poeta, o vera o falsa_[428]. Attinge, per sua stessa confessione, da
Gervasio, da un Alessandro, che non può essere altri che Alessandro
Neckam, del cui trattato _De naturis rerum_ è tuttavia da credere che
egli conoscesse solamente una redazione alterata e interpolata, ma
ancora, e questo vuol essere notato, dalla bocca stessa del popolo. Ciò
non può essere posto in dubbio, giacchè, non solo nelle favole ch'egli
ha comuni con Gervasio e con Alessandro si notano alcuni particolari
che appartengono evidentemente ad una tradizione propria e speciale,
alquanto diversa da quella raccolta dagli scrittori; ma ancora,
nelle favole che egli è solo a riportare, l'origine napoletana e il
carattere popolaresco sono così patenti che non so come si potrebbero
con qualche apparenza di ragione negare. Valgano quali esempii quella
del pesciolino fatto intagliar da Virgilio sopra una pietra nel luogo
denominato appunto _Pietra del Pesce_[429], per benefizio del qual
talismano Napoli fu poi sempre copiosa di pescagione, e l'altra del
giuoco di Carbonara ordinato dal medesimo Virgilio. La esistenza
della leggenda popolare conferma inoltre il medesimo scrittore quando
dice che la Grotta di Pozzuoli era dal _volgo_ addimandata Grotta di
Virgilio (dal volgo, non dai letterati), e quando infine, scusandosi
delle molte favole riferite sul conto del poeta, avverte: «Io potria
del dicto Virgilio dicere multe altre cose, le quali ho sentito
dicerese de tale homo, ma perchè in major parte mi pareno favolose,
et false, non ho voluto al tutto implire la mente de li homini de
sogni». E si ponga mente che qui l'autore parla, non di cose lette,
ma di cose udite dire. In sul finire del secolo XIV c'era dunque in
Napoli una leggenda popolare di Virgilio, e s'inganna a partito il
Vietor quando asserisce che tale leggenda cominciò solo a spargersi
tra il popolo napoletano nel principio del secolo presente[430]. Come
spiegare il fatto? come credere che della leggenda viva e rigogliosa in
Napoli circa il 1380, non ci fosse nemmen vestigio due secoli innanzi,
quando Corrado di Querfurt e Gervasio di Tilbury la raccolsero? d'onde
vi sarebb'essa venuta? come ci si sarebbe diffusa? Per ispiegare il
fatto, chi non ammette la esistenza di una leggenda popolare primitiva,
e la continuità della tradizione, deve necessariamente ricorrere ad
una ipotesi assai meno fondata e plausibile, e dire che la leggenda
sia passata, in successo di tempo, dal dominio letterario nel dominio
popolare. Assolutamente parlando, un fenomeno di tal sorta non è per
nulla impossibile, e ce ne ha degli esempii; ma nel caso presente non
so in qual modo avrebbe dovuto seguire. Quando la leggenda apparisce
per la prima volta nella letteratura napoletana, il popolo di Napoli
già la conosce. Bisognerebbe dunque dire che questo popolo la ricevesse
dalla letteratura straniera, e più particolarmente dalla latina, di
carattere, essenzialmente erudito. Quanto una tale congettura possa
dirsi probabile ognuno giudichi da sè. Ma pure, ammessa in principio la
cosa come possibile, non s'intende perchè il popolo dovesse innamorarsi
di quella leggenda, il popolo che si suppone ignaro, o non curante
del nome di Virgilio, e a cui naturalmente non avrebbe dovuto garbare
gran fatto che finzioni straniere si sovrapponessero qua e là a' suoi
monumenti, intorno ai quali egli doveva pure avere, come ogni altro
popolo ha, le sue vecchie credenze e la sua tradizione costituita.
La fede nella potenza tutelare e benefica di Virgilio è il principio
di cui si genera la leggenda popolare, ma in pari tempo è l'anello
che unisce questa leggenda alla tradizione letteraria. I due fatti,
non solo non si escludono, ma anzi il primo suppone il secondo, e
tutt'a due a vicenda s'illustrano. Se non fosse stata la tradizione
letteraria, e se in questa tradizione non si fosse continuamente
ravvivata la memoria e magnificato il nome di Virgilio, non sarebbe
nato nel popolo quel sentimento di affettuosa ammirazione che,
fecondato dalla fantasia, genera le leggende. Si può tener per fermo
che quanti forestieri colti giungevano in Napoli nel tempo che la
leggenda prese a formarvisi, domandavano di vedere, tra l'altre
meraviglie della città, anche la tomba di quel Virgilio che fu non
solo il principe dei poeti, ma ancora il maggiore dei savii, e uno
dei profeti di Cristo. La tomba di lui diveniva segno di pietosa
venerazione, non altrimenti che se fosse stata di un santo; e come
nella ingenua credenza dei tempi le tombe dei santi erano considerate
palladii delle città, così ancora fu considerata la tomba di Virgilio,
e come i santi si mutavano in protettori, così qui si mutava in
protettore il poeta. Giustamente dice il Comparetti: «Il popolo
adunque non faceva altro a Napoli se non trarre conseguenze materiali
dal concetto che i letterati d'allora si formavano di Virgilio, e
questo era tale che i letterati stessi non si maravigliavano di quei
racconti[431]». E che la primitiva leggenda della magia di Virgilio
venga fuori in certo qual modo dalla tradizione letteraria prova ancora
il carattere di questa magia, dove, in tempi di cupa superstizione,
nulla appar di diabolico: solamente più tardi, nella leggenda
degenerata, Virgilio è messo in relazione con gli spiriti delle
tenebre.
Ma al concetto di Virgilio mago la tradizione letteraria sarebbe
giunta anche da sè, e forse abbiamo la prova in mano che veramente
vi giunse. Gli è difficile credere che così non avvenisse in un tempo
in cui sapere e magia sonavan quasi sinonimi; e il Comparetti separa
troppo, mi sembra, la leggenda popolare dalla tradizione letteraria,
che così potentemente aveva contribuito a farla nascere[432]. La
leggenda in questo caso non fa che accelerare e rendere più intensi
certi processi della tradizione. Nel medio evo, tra pensiero popolare e
pensiero letterario o erudito, non v'è quella sostanziale disparità, e
quella separazione profonda che solo appartengono a tempi d'illuminata
coltura, dominati dallo spirito critico; e nella letteratura di quel
tempo entrano liberamente e si adagiano le più bizzarre fantasie e le
più insensate credenze della tradizione popolare. Non solo, quando la
leggenda popolare di Virgilio è già nota e divulgata per l'Europa, noi
vediamo crescere una leggenda puramente letteraria di lui, la quale non
esce dai libri, e può, in una certa misura, dirsi provocata da quella;
ma sino dalle origini possiamo vedere qualche segno di una leggenda
letteraria che spontaneamente si forma. In una biografia del poeta,
contenuta in un codice Marciano del secolo XV, si dice che Virgilio fu
gran mago e molto atteso all'arte magica, come dimostra quell'ecloga:
_Pastorum musa Damonis et Alphesiboei_. Qui la fama della magia di
Virgilio riposa dunque non sui telesmi da lui costruiti, ma solamente
sugli scritti[433]. Alessandro Neckam, detto, come s'è veduto innanzi,
di alcune mirabili cose operate da Virgilio, descrive la _Salvatio_ da
lui attribuita al poeta. Ora, come si è mostrato a suo luogo[434], la
_Salvatio_, la cui leggenda non pare sia di origine popolare, non fu
attribuita a Virgilio se non molto tardi, e tale attribuzione si deve
senz'alcun dubbio ad un letterato. Se questi sia lo stesso Alessandro,
od altri più antico, nessuno è che possa dire con sicurezza, e così non
si può nemmen dire se essa sia stata provocata dalla leggenda popolare,
o sia sorta spontanea. Giovanni di Salisbury è il primo che racconti la
favola della mosca di bronzo, ma nel suo racconto essa ha un carattere
manifestamente letterario che va poi perdendo più tardi. Ecco in fatti
le sue parole: «Fertur vates Mantuanus interrogasse Marcellum, quum
depopulationi avium vehementius operam daret, an avem mallet instrui
in capturam avium, an muscam informari in exterminationem muscarum.
Quum vero quaestionem ad avunculum retulisset Augustum, consilio
ejus praelegit ut fieret musca, quae ab Neapoli muscas abigeret,
et civitatem a peste insanabili liberaret». Quelle reminiscenze di
Marcello e di Augusto accennano assai più ad origine letteraria che
popolare[435]; ma può darsi benissimo che la finzione, sorta da prima
in Napoli come un prodotto letterario, passasse poi nel popolo, e
si sciogliesse dai nomi, non abbastanza noti al volgo, di Augusto
e di Marcello. Fatto sta che Corrado e Gervasio non li ricordano
nemmeno[436].
La leggenda di Virgilio mago, fatta com'era per piacere agli spiriti
creduli e fantastici, che è quanto dire alla quasi totalità degli
uomini di quel tempo, incontrò in Europa favore grandissimo, e venne
crescendo rapidamente. Le favole che la componevano erano di tal
natura, che, ricevute nelle menti, altre subito ne suscitavano simili a
sè, nè perchè una generazione così fatta dovesse cessare eravi ragione,
altra da quella che fosse per nascere dalla sazietà, e dal volgersi
del pensiero ad altro indirizzo. L'elenco delle meraviglie attribuite
a Virgilio s'allunga smisuratamente. Già Elinando, copiato da Vincenzo
Bellovacense, parla di una torre costrutta dal poeta, la quale, quando
vi si sonavano le campane, oscillava seguendo il moto di quelle,
miracolo da lui posto in dubbio per questa ragion solamente che al
tempo di Virgilio le campane non erano ancora inventate[437]. In Napoli
stessa alcune favole nuove è probabile che prendessero nascimento;
altre forse si trasformarono. Quella che narra dell'ovo consacrato
da Virgilio e chiuso dentro un'ampolla, dal quale dipendeva la sorte
del Castello dell'uovo e della intera città[438], è senza dubbio la
stessa già narrata con qualche diversità da Corrado di Querfurt. Se
non che la leggenda di nuova formazione, la quale non è più popolare,
ma letteraria, palesa sin dal principio una curiosa tendenza, e molto
significativa, che è di scostarsi da Napoli per far capo a Roma. Tal
fatto conferma sempre più le origini popolari della leggenda che diremo
napoletana. Nelle opere numerosissime in cui, dopo il secolo XII, si
accoglie, in tutto o in parte, la leggenda virgiliana, si continua
a far ricordo delle meraviglie onde le finzioni più antiche avevano
dotato Napoli, ma le meraviglie nuove che s'inventano vanno per lo più
ad accrescere il numero di quelle per cui andava famosa Roma. Durante
questo nuovo periodo della leggenda si vengono a legare a Virgilio
non poche finzioni, le quali innanzi erano appartenute ad altri, o
si trasportano a Roma alcune di quelle che già erano appartenute a
Napoli. Io non istarò a riferire tutte queste strane immaginazioni,
chè l'angustia dello spazio non mel consente, e, da altra banda, non se
ne leva un grande costrutto; ma ne ricorderò rapidamente alcune delle
principali.
In molte di esse Virgilio conserva il suo carattere di genio tutelare
e benefico, ed esercita l'arte sua in benefizio di Roma come già
l'aveva esercitata in benefizio di Napoli. Virgilio accese a Roma un
fuoco, il quale ardeva costantemente, e a cui veniva a scaldarsi senza
nessuna spesa la povera gente. Lo custodiva una statua di rame con un
arco teso, la quale recava scritto in fronte: _Se alcun mi percuote io
tiro_. Avendola un tale percossa, quella scoccò la freccia, che spense
il fuoco per sempre[439]. Ancora fece Virgilio a Roma quattro grandi
statue di pietra, e le pose in cima a quattro torri, a rappresentare
le quattro stagioni, e ogni volta che, una stagion finita, un'altra ne
cominciava, la statua che rappresentava la stagion passata, gettava
a quella che rappresentava la nuova una palla di ottone, e così si
conosceva appuntino quando le stagioni mutavano[440]. Fece parimente
due statue di rame che il sabato si lanciavano alternativamente una
palla[441]. A Virgilio fu inoltre attribuita la fattura di quella
statua che portava scritto sul dito _Percute hic!_[442], come pure
quella dei due cavalli di bronzo che nel Circo di Tarquinio Prisco
eccitavano i cavalli alla corsa, e la fabbrica del Colosseo[443]. Ma
l'opera principale di Virgilio in pro di Roma era la _Salvatio_, sia
che questa si facesse consistere in un edifizio in cui erano raccolti
i simulacri delle nazioni soggette, o in uno specchio custodito in una
torre. Di questa meraviglia, avendone io già parlato distesamente, non
faccio qui altre parole.
Una menzione particolare si meritano i telesmi costruiti da Virgilio
in servizio della verità e della giustizia. Il più celebre è quello
della così detta _Bocca della verità_, di cui ho già fatto ricordo.
Chi, giurando il falso, introduceva in quella bocca la mano, non
poteva più ritrarnela; ma una donna seppe con certa sua astuzia render
vana la prova[444]. Nei _Faictz merveilleux de Virgille_ la bocca
si trasforma in un serpente di rame che ha la stessa virtù. In una
_Histoire des Pisans_, scritta in francese nel secolo XV, e conservata
nella Biblioteca di Berna, si parla di due colonne, opera di Virgilio,
in cima alle quali apparivano le immagini di tutti coloro che avessero
rubato o fornicato[445]. Giovanni d'Outremeuse dice che Virgilio
fece a Roma un uomo di rame a cavallo, con una grande bilancia in
mano, utilissimo ai mercanti. In un piatto della bilancia si poneva
la mercanzia che si voleva vendere e nell'altro si poneva il prezzo.
Quando questo aveva raggiunto il giusto valor della merce, il piatto
che lo conteneva subito traboccava[446].
Ma la leggenda che si allarga in pari tempo si altera. L'immagine
di Virgilio, che nelle finzioni più antiche appare nella luce più
pura, in alcune delle nuove finzioni comincia ad offuscarsi. Un primo
sintomo di tale offuscamento si ha nelle immaginazioni in cui si vuole
spiegare la origine della scienza magica del poeta, e nelle quali si
appalesa il progressivo sfiacchirsi della tradizione letteraria. Nella
leggenda primitiva il bisogno di tale indagine non si sente ancora; la
magia di Virgilio, scevra di qualsiasi reità, è il portato naturale
del suo alto sapere. Per nessuna delle sue opere mirabili Virgilio
ricorre all'ajuto di potenze malvage; a lui basta la cognizione delle
proprietà delle cose, basta il suo sapere di astrologia, di matematica,
di medicina. Ma un tale concetto della magia di Virgilio era destinato
irremissibilmente a corrompersi in mezzo ad una società ignorante
o superstiziosa, propensa a scorgere in qualunque cosa paresse
trascendere i termini della natura, l'opera di potestà tenebrose ed
inique, e che la stessa scienza considerava come cosa diabolica.
Giustamente osserva il Comparetti che se «nella sua prima forma
napoletana, la leggenda di Virgilio non poteva parlare di arti
diaboliche, perchè ripugnava al sentimento popolare dei Napoletani il
credere che la loro città andasse debitrice ad arti siffatte di tutti
quei pretesi benefizi, e se Virgilio, figurando in essa come protettore
di Napoli, non poteva essere posto in una luce poco onorevole per lui e
per la città, tutto ciò non aveva ragione di essere quando la leggenda
uscendo di Napoli si diffuse in Europa[447]».
A poco a poco la taumaturgia onesta di Virgilio doveva mutarsi in
riprovevole necromanzia, e questa si doveva immaginare acquistata da
lui nel modo che nella comune credenza reputavasi consueto. Ed ecco
farsi in mezzo la idea volgare del libro in cui il poeta avrebbe
imparati tutti i secreti dell'arte sua. Già Gervasio di Tilbury parla,
come abbiam veduto, di un libro di _arte notoria_ trovato dentro la
tomba di Virgilio, ma non ne dice altro, e quel libro poteva essere
opera dello stesso Virgilio, come il ristretto delle Sette Arti
ricordato da Giovanni di Alta Selva. Questa era una notizia troppo
vaga, che non soddisfaceva abbastanza la curiosità, e non andò molto
che se ne parlò più esplicitamente. Nel poema anonimo tedesco di
_Reinfried von Braunschweig_[448] si narra una strana storia di un
gran negromante per nome Zabulon, il quale, dimorando sul Monte della
Calamita, aveva letta nelle stelle la venuta di Cristo milledugento
anni prima che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri
di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze egli era inventore.
Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio, uomo di singolare
virtù, saputo di questo mago e delle sue arti, navigò alla volta del
Monte della Calamita, e mercè l'ajuto di uno spirito potè impadronirsi
dei tesori e dei libri di lui. Venuto il termine prescritto la Vergine
partoriva Gesù. In questo racconto, il quale comparisce anche in un
altro poema tedesco, il _Singerkriec uf Wartburc_, i fini che muovono
Virgilio, il quale serba in parte il carattere suo leggendario di
profeta di Cristo, sono in tutto lodevoli; ma in altri non è già più
così. Heinrich von Müglin narra in una sua poesia[449] come Virgilio,
con molti nobili signori, partì da Venezia sopra una nave tratta da
due grifoni. Giunta la nave al Monte della Calamita, Virgilio trova
chiuso in una fiala un demonio, il quale, a condizione d'essere posto
in libertà, gl'insegna come possa impadronirsi di un libro di magia
che si trova in una tomba. Avuto il libro ed apertolo, Virgilio vede
comparirsi davanti ottantamila diavoli, e comanda loro di costruirgli
subito una buona strada, dopo di che se ne torna tranquillamente
coi suoi compagni a Venezia. Sul punto di partire Virgilio invoca la
Vergine, e durante il viaggio egli e i compagni si raccomandano a Dio;
qui, se non abbiam più il profeta, abbiamo ancora l'uomo devoto, ma
l'alterazione doveva proceder più oltre. Enenkel dice che il poeta, il
quale altro non era che un figlio dell'inferno, imparò le arti della
magia liberando dodici diavoli chiusi in un fiasco.
Nel _Virgilius_ inglese, il quale è una versione piuttosto libera dei
_Faictz merveilleux de Virgille_, Virgilio ottiene il libro magico da
uno spirito ch'ei libera trovandosi a studiare nella città di Toledo,
ove ponevansi nel medio evo le scuole classiche di magia. Avuto il
libro, Virgilio riesce a far rientrare lo spirito nell'angusto suo
carcere con quell'astuzia medesima che si vede usata da un pescatore
in un racconto delle _Mille e una Notte_, intitolato _Il pescatore
ed il Genio_[450]. Anche in Italia, sebbene la tradizione classica vi
durasse alquanto più pura, nacquero intorno alla origine della magia di
Virgilio immaginazioni simili alle precedenti. Bonamente Aliprando fa
studiare il poeta in Milano, in Cremona, in Grecia,
Dove de ogni scienza se imparava,
e d'onde
A Mantova ritornò scienzato;
ma poi narra come si facesse portare da Roma a Napoli il suo libro di
negromanzia dal discepolo Milino, il quale, avendolo aperto viaggio
facendo, contro il divieto del suo maestro, vide comparire gran
moltitudine di spiriti, a cui ordinò di selciare la strada che appunto
conduce da Roma a Napoli. Bartolomeo Caracciolo dice (c. XXXII) che
Virgilio imparò quanto seppe nel libro di un gran filosofo Chironte,
da lui trovato dentro una grotta del Monte Barbaro, dove il detto
Chironte era sepolto. Nel suo racconto l'avventura non presenta nulla
di diabolico: in Napoli l'antica riputazione di Virgilio durava ancora
e non permetteva che il pervertimento della leggenda procedesse troppo
oltre.
Ma una ben curiosa finzione che viene a legarsi alle precedenti è
quella che mostra San Paolo desideroso di acquistare il libro magico
che Virgilio aveva voluto sepolto con sè. Geloso del proprio sapere,
Virgilio aveva provveduto a che esso non potesse trasmettersi ad altri.
Questo sentimento di gelosia è dalla leggenda attribuito anche ad altri
illustri dell'antichità; per esso Ippocrate uccise il proprio nipote,
per esso volle Aristotile, come abbiamo già veduto, che con lui fossero
sepolti i suoi libri. Secondo l'autore della _Image du monde_ San
Paolo,
Qui moult sot dos ars de clergie,
Ainz qu'il créust le filz Marie,
tanto cercò che trovò un sotterraneo, illuminato da una lampada e da
due ceri accesi, nel quale nessuno osava addentrarsi, tanto la via
che vi conduceva era tenebrosa ed angusta, piena di vento e di tuono.
San Paolo si spinse innanzi tanto che potò vedere Virgilio, seduto
in cattedra, un cero a destra, un cero a sinistra, ammonticchiati
tutto intorno i suoi libri, molto belli e pomposi. Il poeta ne teneva
stretto uno nella mano destra, come per singolare amore, e davanti a
lui era un arciere con l'arco teso, puntata la freccia alla lampada. In
sulla entrata del luogo erano due uomini di rame, di orrido aspetto,
i quali, con due gran magli di acciajo martellando senza posa contro
terra, impedivano che altri passasse. San Paolo riuscì a chetare i
due martellatori, ma allora l'arciere, scoccata la freccia, mandò la
lampada in pezzi, e incontanente tutto si ridusse in cenere. Questo
racconto è tutto formato di elementi tratti di qua e di là da altre
leggende: l'arciere che spegne la lampada l'abbiam già trovato in
una storia dei _Gesta Romanorum_, le statue martellatrici che stanno
a custodia di ponti o di castelli sono frequentissime nei romanzi
cavallereschi.
Non è a meravigliare se, data alla magia di Virgilio una origine
diabolica, si vede il poeta cominciare a usar di quest'arte in modo
men retto e men lodevole. Nella leggenda primitiva Virgilio non adopera
l'arte sua altrimenti che per giovare altrui. Non solo egli non se ne
serve in vantaggio proprio, ma si astiene da ogni ciurmeria magica,
da ogni dimostrazione frivola o inutile di potere. Nella leggenda
degenerata lo si vede qualche volta fare atti o burle da giocoliere.
Bonamente Aliprando racconta come il poeta, trovandosi con un suo
compagno ospitato in una povera casa, non avendo di che cenare, fece
che uno spirito gli recasse le vivande dalla mensa di Augusto, il
quale ebbe a meravigliare vedendosele sparire dinnanzi[451]. Giovanni
d'Outremeuse dice che Virgilio usava di fare a' suoi banchetti
molti varii e mirabili giuochi. Ma la leggenda che più manifesta
l'alterazione del concetto in cui da prima il medio evo tenne Virgilio,
è quella divulgatissima che narra dell'inganno fattogli da una donna e
della vendetta ch'egli ne prese. In essa non solo la magia, ma ancora
i costumi di Virgilio sono mostrati sotto una luce assai sfavorevole,
giacchè il timido poeta, quegli che per la sua ritrosia meritò di
chiamarsi _parthenias_, v'è rappresentato come un seduttore, il quale
ha il castigo che si merita. Si vuol osservare tuttavia che le ragioni
di questa favola non sono da cercare solamente nell'alterazione cui era
andata soggetta la figura leggendaria di Virgilio, ma ancora in quel
sentimento di ostilità contro la donna che è così diffuso nel medio
evo, e in quella, direi, quasi idea fissa degli scrittori ascetici e
non ascetici di considerare le donne, la cui prima progenitrice aveva
distrutta la felicità sulla terra, come esseri pieni di ogni malignità
e di ogni frode, insidiatrici irresistibili degli uomini, causa di mali
infiniti in questo mondo e della eterna dannazione nell'altro. Ora,
la prova migliore e più persuasiva che si potesse dare della potenza
delle loro seduzioni e della sottigliezza delle arti loro si era di
mostrar colti ai lor lacci uomini insigni per virtù o per sapere,
un medico come Ippocrate, un filosofo come Aristotile, un mago come
Virgilio[452].
Narra dunque la favola che Virgilio, innamoratosi della figliuola
dell'imperatore[453], la sollecitò perchè volesse accondiscendere
alle poco oneste sue brame. Colei fece mostra di consentire, e disse
al poeta di trovarsi la notte, alla tale ora, appiè di certa torre,
dove ella lo avrebbe fatto entrare per una finestra, tirandolo su
in un canestro. Non mancò alla posta Virgilio, ed entrato che fu
nel canestro, la fanciulla si mise a tirarlo in su; ma tiratolo un
tratto, legò la fune, e se n'andò pe' fatti suoi, lasciando il povero
innamorato sospeso in aria. La mattina seguente tutta Roma corse a
vedere così nuovo spettacolo, con iscorno massimo del buon savio,
il quale ricondotto a terra, pensò a trarre di così grave ingiuria
adeguata vendetta. E subito, ricorrendo alle arti sue, fece sì che in
Roma furono spenti tutti i fuochi, e annunziò al popolo che nessuna più
potrebbe aver fuoco nella città se non andasse a prenderne sulla stessa
persona e nelle parti più secrete della figliuola dell'imperatore. E
così come a lui piacque bisognò si facesse. La malcapitata fanciulla fu
posta in piazza e a spese del suo pudore rifornì di fuoco la città.
Non mi soffermo ad esaminare più da vicino questa notissima favola,
la quale ebbe nel medio evo grandissima voga, ricorre frequentissima
in tutte le letterature di quella età, e trovasi rappresentata assai
spesso dalle stesse arti figurative, e persin nelle chiese. Avvertirò
solamente, cosa che fu già notata dal Comparetti, essere essa
manifestamente composta di due parti diverse, di diversa origine, e che
in alcuni racconti compajono anche disgiunte. L'avventura del canestro,
prima forse che a Virgilio, si trova attribuita ad Ippocrate, e la
vendetta consistente nello spegnimento dei fuochi si trova, parecchi
secoli prima che se ne facesse autore Virgilio, narrata di un mago
Eliodoro vissuto nel secolo VIII in Sicilia. Le varianti sono, com'è
naturale assai numerose[454]. Un fatto strano, ma che dimostra appunto
come la leggenda sia composta di parti eterogenee, si è che Virgilio
nella prima di esse, lì dove patisce la burla, non si palesa per nessun
segno quel potentissimo mago che poi si mostra nella seconda[455].
Non è questa del resto la sola avventura d'amore che si attribuisca
al poeta; nei _Faictz merveilleux de Virgille_ si racconta come,
abbandonata la propria moglie, egli ebbe l'amicizia della figlia del
sultano di Babilonia[456].