tradizione letteraria mostra il _Dolopathos_ di Giovanni di Alta
Selva, di cui fu pubblicato or sono pochi anni, il primitivo testo
latino[400]. Questo romanzo altro non è, come è noto, che una
versione del popolarissimo racconto dei _Sette Savii_, ma con proprie
particolarità, fra cui la introduzione di Virgilio nella favola
come uno dei personaggi principali. Il contenuto di esso è, in brevi
parole, il seguente. Dolopathos, re di Sicilia ai tempi di Augusto,
e sposo di una figliuola di Agrippa, ha un figlio per nome Luscinio,
la cui educazione affida a Virgilio, _famosissimo poeta_, il quale,
_nativo di Mantova in Sicilia_, fioriva in Roma a quel tempo. Virgilio
comincia ad insegnare al discepolo i primi elementi del sapere, compone
per esso un libretto in cui, in forma compendiosissima, è raccolta
tutta la dottrina delle Sette Arti, gli fa conoscere certe regole in
virtù delle quali, osservando i pianeti, e i mutamenti dell'aria, può
conoscere qualunque cosa avvenga nell'universo, e nulla insomma gli
lascia ignorare di quanto egli sa. Fatto pari al maestro, il discepolo,
usando dell'acquistata sapienza, conosce i secreti pensieri degli
uomini, e in grazia di tale conoscenza scampa da grave e imminente
pericolo; ma questo passato, un altro già ne prevede Virgilio, il
quale a scongiurarlo, impone al discepolo, che si accinge a far
ritorno nella casa paterna, di serbare il più rigoroso silenzio fino
a che egli stesso, Virgilio, non l'abbia raggiunto. Il nuovo pericolo
doveva venire dalla stessa matrigna di Luscinio, la quale Dolopathos,
perduta la prima moglie, aveva di fresco sposata. Luscinio osserva il
comandamento del suo maestro. Giunto in corte del padre non pronunzia
parola checchè gli si dica. La nuova regina, innamoratasi di lui,
lo conduce nelle sue stanze, sotto pretesto di volerlo togliere al
suo ostinato silenzio, e gli confessa la propria passione. Respinta
dal giovane, ella, indispettita, lo accusa di averle voluto usare
violenza, di che sdegnato altamente il padre lo vuol far morire.
Ma per sette giorni consecutivi sette savii, raccontando ciascuno
ogni giorno una novella, riescono a ritardare l'esecuzione della
sentenza, finchè sopraggiunto l'ultimo giorno Virgilio proscioglie
il giovane dall'obbligo del silenzio, e fatta palese la verità, la
regina è bruciata viva. La storia seguita dopo ciò narrando la morte
di Dolopathos e di Virgilio, la venuta di Cristo, la conversione di
Luscinio, che prende nel battesimo il nome di Prisco, e lasciato per
sempre il regno, se ne va in pietoso pellegrinaggio a Gerusalemme.
L'autore chiude il racconto pregando il lettore di non pensare ch'egli
abbia scritte cose incredibili od impossibili, e invitando chi ciò
pensasse a dire egli stesso come potessero i maghi di Faraone mutar le
verghe in serpenti, e far uscire dalle paludi le rane, e mutar l'acque
del Nilo in sangue, come potesse la Pitonessa suscitar Samuele, e come
Circe mutare in bruti i compagni di Ulisse.
Qui Virgilio non è ancora il facitor di miracoli e il fabbricator di
telesmi della leggenda più matura, ma presenta già molti dei caratteri
del mago, e di magia sa più particolarmente quanto l'autore narra di
lui morente, che per tal modo strinse nel pugno quel suo libretto, ove
tutta era chiusa la dottrina delle Sette Arti, che nessuno fu poi buono
a strapparnelo[401]. Anche questa favola avrà più tardi svolgimenti
curiosi, come vedremo. Giova intanto notare che il carattere mostrato
qui da Virgilio si è quello dell'uomo virtuoso che adopera la scienza
sua e il più che naturale potere in difesa della virtù e della
giustizia, carattere che poi lungamente conserva nella leggenda, e
che solo poteva accordarsi con la riputazione di lui, quale dalla
tradizione letteraria era stata consacrata. E che qui noi ci troviamo
veramente di fronte alla tradizione letteraria non può nascer dubbio;
anzi tutto perchè quella introduzione di Virgilio in un racconto che
aveva già la sua forma fissata tradisce a primo aspetto l'arbitrio
letterario, mentre attesta una volta di più la celebrità del poeta;
poi ancora perchè il monaco autore del libro si rivela ad ogni passo
uomo sufficientemente provveduto della comune coltura del tempo suo. Il
Comparetti fa giustamente osservare che nel _Dolopathos_ «il concetto
di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea letteraria
che più si approssima al livello popolesco»[402], ma, in pari tempo,
che è tanto reale la conoscenza che l'autore di esso ha di Virgilio
«che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata,
secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in essa»[403].
Il suo tipo di Virgilio è quale poteva risultare «dall'idea scolastica,
veduta dal punto di vista liberamente fantastico del romantismo»[404],
talchè sotto quella figura così travestita del poeta «c'è il Virgilio
delle scuole medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di
compendii delle sette arti»[405].
Quando il Comparetti recava tali giudizii conosceva del _Dolopathos_ la
sola versione francese fatta nel XIII secolo da Herbers, e inclinava
a credere che il testo latino, di cui il Mussafia aveva già fatto
conoscere l'esistenza, potesse essere una riduzione del francese[406].
Ch'esso sia, non riduzione, ma originale, è ora fuori di dubbio, e la
composizione sua si può con molta probabilità far risalire all'anno
1184 o 1185[407], che è quanto dire ad un tempo in cui la leggenda di
Virgilio mago propriamente detta, non era ancora largamente diffusa
in Europa. Il Virgilio del _Dolopathos_ non mostra d'aver ricevuto in
nessun modo gl'influssi della leggenda popolare, la quale anzi, a più
di un segno, si vede essere stata interamente ignorata dal monaco di
Alta Selva. Per non allungar troppo il discorso mi basterà di recarne
una sola, ma convincentissima prova. La leggenda popolare, d'accordo
con la tradizione letteraria, colloca il sepolcro di Virgilio in
Napoli, dove porge argomento a più di una favola; Giovanni d'Alta Selva
dice invece che l'urna d'oro che raccoglieva le ossa di Virgilio, fu da
Luscinio posta in quella Mantova di Sicilia di cui il poeta era nativo.
Gli è inutile di andare a ricercare per quale strano errore Giovanni
d'Alta Selva ponesse Mantova in Sicilia; ma ciò prova abbastanza
ch'egli non conobbe la leggenda popolare, di cui quella parte appunto
dove si parla della sepoltura di Virgilio, ebbe tale notorietà che nel
XII secolo un trovatore di Provenza poteva fare intendere che parlava
di Virgilio con solo dire:
. . . . . cel que jatz on la ribeira
lai a Napols[408].
La tradizione letteraria poteva dare il Virgilio del _Dolopathos_, ma
poteva anche dare, e diede probabilmente, un Virgilio più meraviglioso
e più simile al Virgilio mago della leggenda. Su di ciò avrò a tornare
quanto prima; ma facciamoci ora a considerare la leggenda in una nuova
sua fase, che è quella della immaginazione popolare, e vediamo quali
nuove finzioni essa ci presenti, e sino a che punto meriti il predicato
di popolare, e sia da distinguere e da separare dalla tradizione
letteraria. Le finzioni che più rigorosamente si tengono dentro i
limiti di questa, o non si localizzano, oppure derivano da sorgenti,
dirò così, non localizzate: nascono un po' qua un po' là, fluttuano
nell'ambiente letterario del tempo, e non escono, in generale, dai
libri. Ma ecco che ad un tratto noi vediamo penetrare nella leggenda
una forte corrente di finzioni nuove, le quali mostrano fra loro
una certa continuità, si distinguono per certi caratteri speciali
e spiccati, e provengono da un unico luogo. Questo luogo è Napoli,
ed esse costituiscono quella che più particolarmente il Comparetti
addimanda leggenda popolare di Virgilio. Vediamo anzi tutto quali
sieno le finzioni in discorso; la storia loro ci presenta, fra l'altre,
questa singolarità, che, nate in Italia, esse sono, assai prima che da
Italiani, raccolte e divulgate per l'Europa da stranieri.
Corrado di Querfurt, nella già citata sua epistola ad Arnoldo di
Lubecca, scritta nel 1194, ne riferisce parecchie. Corrado aveva
ricevuto dall'imperatore Arrigo VI suo signore, l'ordine di smantellar
Napoli, ciò che fu da lui puntualmente eseguito. Nella citata epistola
egli accenna al fatto, e dice come a scongiurarlo non avesse giovato
certa ampolla in cui, per arte magica, Virgilio aveva rinchiusa
una immagine della città da lui fondata. I Napoletani tenevano quel
talismano in gran conto, e credevano che durando esso intero, nessun
danno poteva incogliere la loro città. Corrado che afferma d'averla
avuta tra mani, soggiunge che l'ampolla aveva forse perduta la sua
virtù in causa di una piccola fenditura che vi s'era fatta. Ma nella
città di Napoli altri miracoli di Virgilio si vedevano: un cavallo di
bronzo che mentre durava nella sua integrità aveva virtù di preservare
i cavalli dal fiaccarsi la groppa; una mosca pure di bronzo che teneva
lontane da Napoli tutte le mosche; una porta detta Ferrea, dietro la
quale Virgilio aveva chiuso tutti i serpenti, copiosissimi in quella
regione, la quale porta egli, Corrado, aveva temuto di distruggere,
dubitando che i serpenti non uscissero a molestare di bel nuovo la
popolazione; un macello in cui la carne si serbava fresca lo spazio di
sei settimane; una statua di bronzo con l'arco teso, la quale, prima
che certo villano le facesse scoccar la freccia, frenava le eruzioni
del Vesuvio. Corrado fa anche ricordo dei bagni costruiti da Virgilio
in vicinanza di Baja, i quali guarivano da tutte le infermità; e delle
ossa di Virgilio, custodite nel Castel dell'Ovo, dice che, esposte
all'aria, avevano virtù di far turbare il cielo, sconvolgere il mare, e
provocare improvvisa procella, cosa da lui medesimo sperimentata[409].
Gervasio di Tilbury, il quale fu a Napoli nel 1190, parla ancor egli
di Virgilio e dei miracoli da lui operati in pro' di quella città, nei
suoi _Otia imperialia_[410], scritti nel 1212. Egli omette le favole
del palladio della città e del cavallo di bronzo, riportate da Corrado,
ma altre ne narra, da costui ignorate, o taciute, mentre nel riferire
le rimanenti s'accorda col suo predecessore, salvo qualche variante
di maggiore o minore rilievo, su cui non importa che io mi trattenga
altrimenti, ma che dimostra come l'uno e l'altro scrittore attingesse
direttamente dalla tradizione popolare, mutevole sempre ed incerta. Le
favole da lui riferite, e di cui non si trova traccia nell'epistola di
Corrado, riguardano due teste di marmo pario poste da Virgilio ad una
delle porte della città, l'orto di Virgilio sul Monte Vergine, e la
famosa Grotta di Pozzuoli. Quanto al primo miracolo l'autore assicura
di averne fatto sperimento egli stesso. La testa di destra aveva
aspetto ilare e ridente, quella di sinistra addolorato e torvo; chi,
varcando la porta, passava a destra, menava a prospero fine tutte le
sue faccende; chi per contro passava a sinistra, scapitava in tutte le
cose sue e rimaneva defraudato d'ogni speranza. Nell'orto di Virgilio,
posto fra aspri dirupi sul Monte Vergine, erano molte qualità di erbe,
fra cui l'erba Lucia (_herba Lucii_), che aveva virtù di restituire la
vista alle pecore cieche; ivi stesso era una statua di bronzo con una
tromba in bocca, la quale respingeva le ceneri e i vapori vomitati dal
Vesuvio. Nella Grotta di Pozzuoli, in grazia dell'_arte matematica_ di
Virgilio, nessun nemico poteva nuocere all'altro.
Nei racconti di Corrado di Querfurt e di Gervasio di Tilbury, Napoli
ci si presenta come un gran focolajo di leggende virgiliane; ma se
questi due scrittori furono i primi a diffondere largamente per
l'Europa quelle favole, non furono però i primi a conoscerle e a
registrarle. Nel suo _Polycraticus_[411], messo in luce nel 1159,
Giovanni di Salisbury, il quale aveva viaggiato tutta l'Italia, narra
per disteso la storiella della mosca di bronzo, non senza alcune
particolarità importanti, su cui mi converrà ritornare, e nel 1180
allude alla medesima storiella l'autore di una poesia satirica contro
gli ecclesiastici[412]. Alessandro Neckam nel suo trattato _De naturis
rerum_[413], compilato, secondo ogni probabilità fra il 1180 e il
1190, ricorda, oltre al macello che conservava illesa la carne, alcuni
altri miracoli operati da Virgilio, de' quali non si trova fatto il
benchè minimo cenno nè da Corrado, nè da Gervasio, il che dimostra
quanto la leggenda fosse copiosa, e lascia luogo al dubbio che di
altre finzioni, per non essere state raccolte da nessuno scrittore,
siasi perduta ogni traccia. Egli dice che essendo Napoli infestata da
infinite sanguisughe, Virgilio la liberò immergendo in un pozzo una
sanguisuga d'oro, e soggiunge che dopo molti anni, estratta questa
dal pozzo, l'antico flagello ricominciò ad affliggere la città; parla
poi dell'orto di Virgilio, cinto da un muro di aria immobile, e di un
ponte aereo di cui il poeta si serviva a suo senno. Ricorda i bagni
di Salerno e di Montepulciano, da lui costruiti, e del macello dice
che per virtù di certa erba postavi da Virgilio, la carne che v'era
stata rinchiusa cinquecento anni fu trovata freschissima ed ottima al
gusto, mentre Corrado non parla che di sei settimane, e Gervasio non
fissa nessun termine di tempo, e attribuisce la virtù miracolosa ad un
frusto di carne dallo stesso Virgilio chiuso in una parete del macello.
Finalmente, cosa di non poca importanza in tale argomento, Alessandro
Neckam è, degli scrittori di quella età le cui opere sono insino a noi
pervenute, il primo a riportare la tradizione che faceva costruire
da Virgilio la _Salvatio Romae_, di cui ho lungamente parlato a suo
luogo[414].
Alessandro Neckam non pare che sia mai stato a Napoli, e nemmeno
in Italia; ma appunto per ciò la sua testimonianza ha un valore
particolare, perchè prova che la leggenda di Virgilio mago, se non
era ancora così universalmente nota come ebbe ad essere poi, tuttavia
era già uscita dall'Italia, e per raccoglierla non era più necessario
di venir sino a Napoli. Corrado di Querfurt e Gervasio di Tilbury non
narravano dunque cose in tutto nuove, ma cose ancora imperfettamente
e da pochi conosciute. La sua testimonianza, del resto, si accorda
pienamente con quella più antica di Giovanni di Salisbury, e con
quelle più recenti di Corrado e di Gervasio, per mostrar Napoli teatro
principalissimo della operosità magica di Virgilio, giacchè, se si
tolgono i bagni di Montepulciano, il ponte aereo, di cui non è detto
dove fosse, e la _Salvatio Romae_, le altre meraviglie sono da lui
tutte collocate in Napoli.
Ma a questo punto può nascere un dubbio. Le leggende che pongono in
Napoli le meraviglie operate da Virgilio sono esse stesse napoletane,
oppure sono leggende nate un po' qua e un po' là per l'Europa, le quali
solamente localizzano in Napoli i fatti che narrano? c'è veramente una
leggenda popolare di Virgilio, o le favole che di lui si narrano altro
non sono che immaginazioni di letterati? La opinione del Comparetti,
che fermamente crede ad una leggenda popolare napoletana, raccolta
e poi diffusa dagli scrittori in Europa, ma distinta e indipendente
dalla tradizione letteraria, fu impugnata da Guglielmo Vietor[415], ma,
secondo ch'io penso, in parte almeno, a torto. La leggenda napoletana
popolare ci fu, ma non fu per avventura così sciolta dalla tradizione
letteraria come sembrò al Comparetti, e non è provato che sia stata
tutta popolare sin dalle origini, mentre alcuna particolare finzione
potè nascere nell'ambiente letterario e passar quindi a dimesticarsi
tra il popolo.
Esaminiamo un po' più attentamente la questione.
Corrado di Querfurt parla come testimonio oculare di alcune almeno
delle meraviglie che descrive; egli dice di avere avuto tra le mani
l'ampolla, in cui Virgilio aveva per arte magica chiusa una immagine
della città, e di essere stato spettatore della turbazione degli
elementi che provocavano le ossa del poeta esposte all'aria: Gervasio
di Tilbury si fa narrare da un arcidiacono napoletano, Giovanni
Pignatelli, la favola delle due teste di bronzo ricordata pur ora. Ma
tanto Corrado, quanto Gervasio, non sono scrittori nelle cui parole si
possa avere gran fede, giacchè, non solo essi accettano alla cieca,
e rinarrano qualsiasi fanfaluca più stravagante, ma spesso ancora
mentiscono per conto proprio nel modo più grossolano e palese[416]. A
rigore può dunque nascere il dubbio che Corrado siasi sognata l'ampolla
magica, della cui esistenza egli è, del resto, unico mallevadore, che
Gervasio abbia inventato il suo colloquio coll'arcidiacono Giovanni
Pignatelli, e forse l'arcidiacono stesso, e che nè l'uno nè l'altro
abbia mai veduto nè il famoso macello, nè il cavallo di bronzo, nè la
Porta Ferrea, nè l'altre meraviglie di cui raccontano, per la ragione
semplicissima che tali meraviglie non esistevano altrove che nelle
favole in cui se ne parlava, e che, per ipotesi, avevano potuto essere
immaginate da uomini i quali non conoscessero Napoli altrimenti che di
nome. Ora, se alcune almeno di tali meraviglie non fossero veramente
esistite in Napoli, bisognerebbe senz'altro rinunziare alla congettura
di una leggenda popolare: giacchè, se le favole di origine letteraria
ed erudita possono reggersi da sè, senz'altro appoggio, nella fantasia,
le finzioni veramente popolari amano di legarsi a qualche cosa di
reale, e il più delle volte anzi traggono appunto la origine da una
realtà, sotto l'impero di una credenza, o di un sentimento, malamente
veduta o malamente interpretata. Il Vietor dice a tale proposito[417]:
noi non dobbiamo considerare le singole leggende «come legate, in
generale, a capi d'arte napoletani, ma bensì come fondate sul concetto
che i letterati avevano del soprannaturale sapere di Virgilio,
specialmente in matematica e in medicina». A questa affermazione se
ne può contrapporre un'altra più probabile e più legittima, e dire
che quella grande opinione del sapere di Virgilio, scontrandosi con
certi capi d'arte esistenti in Napoli, dava origine a quelle leggende.
E l'esistenza di alcuni almeno tra i capi d'arte in discorso non si
può ragionevolmente mettere in dubbio. Il cavallo di bronzo esisteva
veramente, e la testa di esso conservasi ancora nel Museo Nazionale
di Napoli. Le due facce di pietra, ricordate di sopra, un vecchio
scrittore napoletano che fioriva nella prima metà del XVI secolo,
Giovanni Scoppa, assicura di averle vedute. I bagni di Pozzuoli furono
un tempo celebri per tutta l'Europa[418]. E per la stessa ampolla
descritta da Corrado si ha qualche buona ragione di credere che non
fosse cosa di pura invenzione[419].
Ma altre ragioni si possono addurre in appoggio dell'opinione del
Comparetti, circa l'esistenza di una leggenda popolare e napoletana
di Virgilio. Supponiamo per un momento che tale leggenda non sia mai
esistita: ecco, subito viene alle labbra una domanda: com'è che la
leggenda letteraria, nata non si sa dove, ma certamente in luoghi
diversi, inventata non si sa da chi, ma certamente da parecchi,
giacchè in nessuno degli scrittori citati sin qui trovasi intiera,
come va che così ostinatamente si rivolge a Napoli, e fa Napoli sede
di tutte le sue meraviglie? Perchè, risponde il Vietor, nella Vita
di Virgilio si leggeva che il poeta andava assai di rado a Roma,
e a Napoli attendeva a' suoi studii di matematica e di medicina, e
quivi era stato sepolto[420]. La ragione è assai debole. Più che alla
Vita si sarebbe posto mente all'Eneide, dove Roma si vede stare in
cima a tutti i pensieri del poeta; e se la leggenda letteraria fosse
proceduta tant'oltre, quant'era mestieri, le finzioni concernenti
Virgilio mago si sarebbero senza dubbio legate alla città da lui
celebrata nell'immortale poema. Si guardi inoltre all'indole comune
delle leggende che fanno capo a Napoli; uno solo è il pensiero che
le inspira. In esse tutte Virgilio apparisce quale il protettore,
il genio tutelare di quella città; e un tal fatto, quanto riesce
naturale a chi ammette l'esistenza di una leggenda popolare formatasi
appunto in Napoli, altrettanto deve parere strano a chi non ammette
altra leggenda che la letteraria, parto di fantasie interessate alla
maggior glorificazione di Virgilio, ma indifferenti alla salute di una
città che forse nemmen conoscevano. La preoccupazione costante della
sicurezza e della prosperità di Napoli, così manifesta in tutte le
finzioni ricordate di sopra, par tanto più caratteristica, quanto più
si vede scemare nelle finzioni di tempi posteriori, dove la potenza
magica di Virgilio non solo si esercita sopr'altro teatro, ma spesso
ancora è adoperata con tutt'altri intendimenti e volta a tutt'altri
fini. A ragione dice però il Comparetti la parte più antica della
leggenda di Virgilio mago dover essere «l'idea di un protettorato che
Virgilio esercitò in vita sua sulla città di Napoli»[421]. Che se noi
vogliamo andare a cercare la ragione e l'origine di tale idea, non
dobbiam molto dilungarci per questo, e il Comparetti ben si appone
senza dubbio quando afferma «che la presenza a Napoli del sepolcro
di Virgilio, è uno dei fatti principali che spiegano la permanenza
del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano»[422]. Una
opinione d'ignota origine, ma riferita sino dal 1136 da Alessandro
di Telese, secondo la quale, in premio di quel distico che comincia
_Nocte pluit tota_, Virgilio ebbe in feudo da Augusto Napoli e la
Calabria, contribuiva per parte sua a confermare quella idea del
protettorato[423].
Il sepolcro di Virgilio in Napoli godette nell'antichità di grandissima
nominanza. Stazio lo chiama un tempio, e vanto di Napoli lo stima
ancora nel V secolo Sidonio Apollinare. È assai probabile che tale
nominanza continuasse lungo il medio evo, e che in Napoli si mostrasse
un sepolcro, a ragione o a torto detto di Virgilio. Fatto sta che
a mezzo del XII secolo le ossa del gran poeta, o quelle che per
tali passavano, erano ricercate come preziosa reliquia. Giovanni
di Salisbury parla di un Ludovico, da lui conosciuto, il quale dopo
molte vigilie e digiuni e fatiche, avrebbe voluto in premio del suo
inutile esilio, riportare in Francia, non lo spirito, ma le ossa di
Virgilio[424]. Gervasio di Tilbury narra per disteso il fatto accennato
appena da Giovanni, ma aggiungendovi, senza dubbio di suo capo,
molte particolarità romanzesche[425]. Certo maestro inglese, uomo di
straordinario sapere, ottiene dal Re Ruggiero di Sicilia di potersi
impadronire delle ossa di Virgilio _in qualunque luogo del regno si
trovino_. Va a Napoli, scopre per arte magica il sepolcro del poeta,
sconosciuto al popolo, e vi trova, insieme colle ossa un libro di
_arte notoria_. Ma il popolo, pensando _alla speciale affezione che
Virgilio aveva avuto per la città, temendo che dalla sottrazione delle
ossa di lui possa venirgli qualche gran danno_, non vuole gli sieno
tolte, e solo concede al maestro il libro. Richiesto costui che cosa
volesse fare dell'ossa, risponde che voleva per incantesimi forzarle a
rivelargli tutto il sapere di Virgilio. Le reliquie del poeta furono
messe in un sacco e custodite dietro una grata di ferro nel Castello
di mare, o Castello dell'Ovo. Gervasio assicura di aver veduto alcuni
estratti del libro. In questo racconto è certa la domanda delle ossa,
probabile la ragione di essa, ma falsa certamente l'asserita ignoranza
del popolo napoletano circa il luogo dove era, o si credeva sepolto
il poeta[426]. Ad ogni modo esso concorre a provare che tra il popolo
Virgilio passava già per una specie di genio tutelare e benefico, e
questa credenza appunto era quella che dava origine alla leggenda.