Quale fosse il tipo di Virgilio per cotal modo formatosi nella

tradizione letteraria mostra il _Dolopathos_ di Giovanni di Alta

Selva, di cui fu pubblicato or sono pochi anni, il primitivo testo

latino[400]. Questo romanzo altro non è, come è noto, che una

versione del popolarissimo racconto dei _Sette Savii_, ma con proprie

particolarità, fra cui la introduzione di Virgilio nella favola

come uno dei personaggi principali. Il contenuto di esso è, in brevi

parole, il seguente. Dolopathos, re di Sicilia ai tempi di Augusto,

e sposo di una figliuola di Agrippa, ha un figlio per nome Luscinio,

la cui educazione affida a Virgilio, _famosissimo poeta_, il quale,

_nativo di Mantova in Sicilia_, fioriva in Roma a quel tempo. Virgilio

comincia ad insegnare al discepolo i primi elementi del sapere, compone

per esso un libretto in cui, in forma compendiosissima, è raccolta

tutta la dottrina delle Sette Arti, gli fa conoscere certe regole in

virtù delle quali, osservando i pianeti, e i mutamenti dell'aria, può

conoscere qualunque cosa avvenga nell'universo, e nulla insomma gli

lascia ignorare di quanto egli sa. Fatto pari al maestro, il discepolo,

usando dell'acquistata sapienza, conosce i secreti pensieri degli

uomini, e in grazia di tale conoscenza scampa da grave e imminente

pericolo; ma questo passato, un altro già ne prevede Virgilio, il

quale a scongiurarlo, impone al discepolo, che si accinge a far

ritorno nella casa paterna, di serbare il più rigoroso silenzio fino

a che egli stesso, Virgilio, non l'abbia raggiunto. Il nuovo pericolo

doveva venire dalla stessa matrigna di Luscinio, la quale Dolopathos,

perduta la prima moglie, aveva di fresco sposata. Luscinio osserva il

comandamento del suo maestro. Giunto in corte del padre non pronunzia

parola checchè gli si dica. La nuova regina, innamoratasi di lui,

lo conduce nelle sue stanze, sotto pretesto di volerlo togliere al

suo ostinato silenzio, e gli confessa la propria passione. Respinta

dal giovane, ella, indispettita, lo accusa di averle voluto usare

violenza, di che sdegnato altamente il padre lo vuol far morire.

Ma per sette giorni consecutivi sette savii, raccontando ciascuno

ogni giorno una novella, riescono a ritardare l'esecuzione della

sentenza, finchè sopraggiunto l'ultimo giorno Virgilio proscioglie

il giovane dall'obbligo del silenzio, e fatta palese la verità, la

regina è bruciata viva. La storia seguita dopo ciò narrando la morte

di Dolopathos e di Virgilio, la venuta di Cristo, la conversione di

Luscinio, che prende nel battesimo il nome di Prisco, e lasciato per

sempre il regno, se ne va in pietoso pellegrinaggio a Gerusalemme.

L'autore chiude il racconto pregando il lettore di non pensare ch'egli

abbia scritte cose incredibili od impossibili, e invitando chi ciò

pensasse a dire egli stesso come potessero i maghi di Faraone mutar le

verghe in serpenti, e far uscire dalle paludi le rane, e mutar l'acque

del Nilo in sangue, come potesse la Pitonessa suscitar Samuele, e come

Circe mutare in bruti i compagni di Ulisse.

Qui Virgilio non è ancora il facitor di miracoli e il fabbricator di

telesmi della leggenda più matura, ma presenta già molti dei caratteri

del mago, e di magia sa più particolarmente quanto l'autore narra di

lui morente, che per tal modo strinse nel pugno quel suo libretto, ove

tutta era chiusa la dottrina delle Sette Arti, che nessuno fu poi buono

a strapparnelo[401]. Anche questa favola avrà più tardi svolgimenti

curiosi, come vedremo. Giova intanto notare che il carattere mostrato

qui da Virgilio si è quello dell'uomo virtuoso che adopera la scienza

sua e il più che naturale potere in difesa della virtù e della

giustizia, carattere che poi lungamente conserva nella leggenda, e

che solo poteva accordarsi con la riputazione di lui, quale dalla

tradizione letteraria era stata consacrata. E che qui noi ci troviamo

veramente di fronte alla tradizione letteraria non può nascer dubbio;

anzi tutto perchè quella introduzione di Virgilio in un racconto che

aveva già la sua forma fissata tradisce a primo aspetto l'arbitrio

letterario, mentre attesta una volta di più la celebrità del poeta;

poi ancora perchè il monaco autore del libro si rivela ad ogni passo

uomo sufficientemente provveduto della comune coltura del tempo suo. Il

Comparetti fa giustamente osservare che nel _Dolopathos_ «il concetto

di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea letteraria

che più si approssima al livello popolesco»[402], ma, in pari tempo,

che è tanto reale la conoscenza che l'autore di esso ha di Virgilio

«che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata,

secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in essa»[403].

Il suo tipo di Virgilio è quale poteva risultare «dall'idea scolastica,

veduta dal punto di vista liberamente fantastico del romantismo»[404],

talchè sotto quella figura così travestita del poeta «c'è il Virgilio

delle scuole medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di

compendii delle sette arti»[405].

Quando il Comparetti recava tali giudizii conosceva del _Dolopathos_ la

sola versione francese fatta nel XIII secolo da Herbers, e inclinava

a credere che il testo latino, di cui il Mussafia aveva già fatto

conoscere l'esistenza, potesse essere una riduzione del francese[406].

Ch'esso sia, non riduzione, ma originale, è ora fuori di dubbio, e la

composizione sua si può con molta probabilità far risalire all'anno

1184 o 1185[407], che è quanto dire ad un tempo in cui la leggenda di

Virgilio mago propriamente detta, non era ancora largamente diffusa

in Europa. Il Virgilio del _Dolopathos_ non mostra d'aver ricevuto in

nessun modo gl'influssi della leggenda popolare, la quale anzi, a più

di un segno, si vede essere stata interamente ignorata dal monaco di

Alta Selva. Per non allungar troppo il discorso mi basterà di recarne

una sola, ma convincentissima prova. La leggenda popolare, d'accordo

con la tradizione letteraria, colloca il sepolcro di Virgilio in

Napoli, dove porge argomento a più di una favola; Giovanni d'Alta Selva

dice invece che l'urna d'oro che raccoglieva le ossa di Virgilio, fu da

Luscinio posta in quella Mantova di Sicilia di cui il poeta era nativo.

Gli è inutile di andare a ricercare per quale strano errore Giovanni

d'Alta Selva ponesse Mantova in Sicilia; ma ciò prova abbastanza

ch'egli non conobbe la leggenda popolare, di cui quella parte appunto

dove si parla della sepoltura di Virgilio, ebbe tale notorietà che nel

XII secolo un trovatore di Provenza poteva fare intendere che parlava

di Virgilio con solo dire:

. . . . . cel que jatz on la ribeira

lai a Napols[408].

La tradizione letteraria poteva dare il Virgilio del _Dolopathos_, ma

poteva anche dare, e diede probabilmente, un Virgilio più meraviglioso

e più simile al Virgilio mago della leggenda. Su di ciò avrò a tornare

quanto prima; ma facciamoci ora a considerare la leggenda in una nuova

sua fase, che è quella della immaginazione popolare, e vediamo quali

nuove finzioni essa ci presenti, e sino a che punto meriti il predicato

di popolare, e sia da distinguere e da separare dalla tradizione

letteraria. Le finzioni che più rigorosamente si tengono dentro i

limiti di questa, o non si localizzano, oppure derivano da sorgenti,

dirò così, non localizzate: nascono un po' qua un po' là, fluttuano

nell'ambiente letterario del tempo, e non escono, in generale, dai

libri. Ma ecco che ad un tratto noi vediamo penetrare nella leggenda

una forte corrente di finzioni nuove, le quali mostrano fra loro

una certa continuità, si distinguono per certi caratteri speciali

e spiccati, e provengono da un unico luogo. Questo luogo è Napoli,

ed esse costituiscono quella che più particolarmente il Comparetti

addimanda leggenda popolare di Virgilio. Vediamo anzi tutto quali

sieno le finzioni in discorso; la storia loro ci presenta, fra l'altre,

questa singolarità, che, nate in Italia, esse sono, assai prima che da

Italiani, raccolte e divulgate per l'Europa da stranieri.

Corrado di Querfurt, nella già citata sua epistola ad Arnoldo di

Lubecca, scritta nel 1194, ne riferisce parecchie. Corrado aveva

ricevuto dall'imperatore Arrigo VI suo signore, l'ordine di smantellar

Napoli, ciò che fu da lui puntualmente eseguito. Nella citata epistola

egli accenna al fatto, e dice come a scongiurarlo non avesse giovato

certa ampolla in cui, per arte magica, Virgilio aveva rinchiusa

una immagine della città da lui fondata. I Napoletani tenevano quel

talismano in gran conto, e credevano che durando esso intero, nessun

danno poteva incogliere la loro città. Corrado che afferma d'averla

avuta tra mani, soggiunge che l'ampolla aveva forse perduta la sua

virtù in causa di una piccola fenditura che vi s'era fatta. Ma nella

città di Napoli altri miracoli di Virgilio si vedevano: un cavallo di

bronzo che mentre durava nella sua integrità aveva virtù di preservare

i cavalli dal fiaccarsi la groppa; una mosca pure di bronzo che teneva

lontane da Napoli tutte le mosche; una porta detta Ferrea, dietro la

quale Virgilio aveva chiuso tutti i serpenti, copiosissimi in quella

regione, la quale porta egli, Corrado, aveva temuto di distruggere,

dubitando che i serpenti non uscissero a molestare di bel nuovo la

popolazione; un macello in cui la carne si serbava fresca lo spazio di

sei settimane; una statua di bronzo con l'arco teso, la quale, prima

che certo villano le facesse scoccar la freccia, frenava le eruzioni

del Vesuvio. Corrado fa anche ricordo dei bagni costruiti da Virgilio

in vicinanza di Baja, i quali guarivano da tutte le infermità; e delle

ossa di Virgilio, custodite nel Castel dell'Ovo, dice che, esposte

all'aria, avevano virtù di far turbare il cielo, sconvolgere il mare, e

provocare improvvisa procella, cosa da lui medesimo sperimentata[409].

Gervasio di Tilbury, il quale fu a Napoli nel 1190, parla ancor egli

di Virgilio e dei miracoli da lui operati in pro' di quella città, nei

suoi _Otia imperialia_[410], scritti nel 1212. Egli omette le favole

del palladio della città e del cavallo di bronzo, riportate da Corrado,

ma altre ne narra, da costui ignorate, o taciute, mentre nel riferire

le rimanenti s'accorda col suo predecessore, salvo qualche variante

di maggiore o minore rilievo, su cui non importa che io mi trattenga

altrimenti, ma che dimostra come l'uno e l'altro scrittore attingesse

direttamente dalla tradizione popolare, mutevole sempre ed incerta. Le

favole da lui riferite, e di cui non si trova traccia nell'epistola di

Corrado, riguardano due teste di marmo pario poste da Virgilio ad una

delle porte della città, l'orto di Virgilio sul Monte Vergine, e la

famosa Grotta di Pozzuoli. Quanto al primo miracolo l'autore assicura

di averne fatto sperimento egli stesso. La testa di destra aveva

aspetto ilare e ridente, quella di sinistra addolorato e torvo; chi,

varcando la porta, passava a destra, menava a prospero fine tutte le

sue faccende; chi per contro passava a sinistra, scapitava in tutte le

cose sue e rimaneva defraudato d'ogni speranza. Nell'orto di Virgilio,

posto fra aspri dirupi sul Monte Vergine, erano molte qualità di erbe,

fra cui l'erba Lucia (_herba Lucii_), che aveva virtù di restituire la

vista alle pecore cieche; ivi stesso era una statua di bronzo con una

tromba in bocca, la quale respingeva le ceneri e i vapori vomitati dal

Vesuvio. Nella Grotta di Pozzuoli, in grazia dell'_arte matematica_ di

Virgilio, nessun nemico poteva nuocere all'altro.

Nei racconti di Corrado di Querfurt e di Gervasio di Tilbury, Napoli

ci si presenta come un gran focolajo di leggende virgiliane; ma se

questi due scrittori furono i primi a diffondere largamente per

l'Europa quelle favole, non furono però i primi a conoscerle e a

registrarle. Nel suo _Polycraticus_[411], messo in luce nel 1159,

Giovanni di Salisbury, il quale aveva viaggiato tutta l'Italia, narra

per disteso la storiella della mosca di bronzo, non senza alcune

particolarità importanti, su cui mi converrà ritornare, e nel 1180

allude alla medesima storiella l'autore di una poesia satirica contro

gli ecclesiastici[412]. Alessandro Neckam nel suo trattato _De naturis

rerum_[413], compilato, secondo ogni probabilità fra il 1180 e il

1190, ricorda, oltre al macello che conservava illesa la carne, alcuni

altri miracoli operati da Virgilio, de' quali non si trova fatto il

benchè minimo cenno nè da Corrado, nè da Gervasio, il che dimostra

quanto la leggenda fosse copiosa, e lascia luogo al dubbio che di

altre finzioni, per non essere state raccolte da nessuno scrittore,

siasi perduta ogni traccia. Egli dice che essendo Napoli infestata da

infinite sanguisughe, Virgilio la liberò immergendo in un pozzo una

sanguisuga d'oro, e soggiunge che dopo molti anni, estratta questa

dal pozzo, l'antico flagello ricominciò ad affliggere la città; parla

poi dell'orto di Virgilio, cinto da un muro di aria immobile, e di un

ponte aereo di cui il poeta si serviva a suo senno. Ricorda i bagni

di Salerno e di Montepulciano, da lui costruiti, e del macello dice

che per virtù di certa erba postavi da Virgilio, la carne che v'era

stata rinchiusa cinquecento anni fu trovata freschissima ed ottima al

gusto, mentre Corrado non parla che di sei settimane, e Gervasio non

fissa nessun termine di tempo, e attribuisce la virtù miracolosa ad un

frusto di carne dallo stesso Virgilio chiuso in una parete del macello.

Finalmente, cosa di non poca importanza in tale argomento, Alessandro

Neckam è, degli scrittori di quella età le cui opere sono insino a noi

pervenute, il primo a riportare la tradizione che faceva costruire

da Virgilio la _Salvatio Romae_, di cui ho lungamente parlato a suo

luogo[414].

Alessandro Neckam non pare che sia mai stato a Napoli, e nemmeno

in Italia; ma appunto per ciò la sua testimonianza ha un valore

particolare, perchè prova che la leggenda di Virgilio mago, se non

era ancora così universalmente nota come ebbe ad essere poi, tuttavia

era già uscita dall'Italia, e per raccoglierla non era più necessario

di venir sino a Napoli. Corrado di Querfurt e Gervasio di Tilbury non

narravano dunque cose in tutto nuove, ma cose ancora imperfettamente

e da pochi conosciute. La sua testimonianza, del resto, si accorda

pienamente con quella più antica di Giovanni di Salisbury, e con

quelle più recenti di Corrado e di Gervasio, per mostrar Napoli teatro

principalissimo della operosità magica di Virgilio, giacchè, se si

tolgono i bagni di Montepulciano, il ponte aereo, di cui non è detto

dove fosse, e la _Salvatio Romae_, le altre meraviglie sono da lui

tutte collocate in Napoli.

Ma a questo punto può nascere un dubbio. Le leggende che pongono in

Napoli le meraviglie operate da Virgilio sono esse stesse napoletane,

oppure sono leggende nate un po' qua e un po' là per l'Europa, le quali

solamente localizzano in Napoli i fatti che narrano? c'è veramente una

leggenda popolare di Virgilio, o le favole che di lui si narrano altro

non sono che immaginazioni di letterati? La opinione del Comparetti,

che fermamente crede ad una leggenda popolare napoletana, raccolta

e poi diffusa dagli scrittori in Europa, ma distinta e indipendente

dalla tradizione letteraria, fu impugnata da Guglielmo Vietor[415], ma,

secondo ch'io penso, in parte almeno, a torto. La leggenda napoletana

popolare ci fu, ma non fu per avventura così sciolta dalla tradizione

letteraria come sembrò al Comparetti, e non è provato che sia stata

tutta popolare sin dalle origini, mentre alcuna particolare finzione

potè nascere nell'ambiente letterario e passar quindi a dimesticarsi

tra il popolo.

Esaminiamo un po' più attentamente la questione.

Corrado di Querfurt parla come testimonio oculare di alcune almeno

delle meraviglie che descrive; egli dice di avere avuto tra le mani

l'ampolla, in cui Virgilio aveva per arte magica chiusa una immagine

della città, e di essere stato spettatore della turbazione degli

elementi che provocavano le ossa del poeta esposte all'aria: Gervasio

di Tilbury si fa narrare da un arcidiacono napoletano, Giovanni

Pignatelli, la favola delle due teste di bronzo ricordata pur ora. Ma

tanto Corrado, quanto Gervasio, non sono scrittori nelle cui parole si

possa avere gran fede, giacchè, non solo essi accettano alla cieca,

e rinarrano qualsiasi fanfaluca più stravagante, ma spesso ancora

mentiscono per conto proprio nel modo più grossolano e palese[416]. A

rigore può dunque nascere il dubbio che Corrado siasi sognata l'ampolla

magica, della cui esistenza egli è, del resto, unico mallevadore, che

Gervasio abbia inventato il suo colloquio coll'arcidiacono Giovanni

Pignatelli, e forse l'arcidiacono stesso, e che nè l'uno nè l'altro

abbia mai veduto nè il famoso macello, nè il cavallo di bronzo, nè la

Porta Ferrea, nè l'altre meraviglie di cui raccontano, per la ragione

semplicissima che tali meraviglie non esistevano altrove che nelle

favole in cui se ne parlava, e che, per ipotesi, avevano potuto essere

immaginate da uomini i quali non conoscessero Napoli altrimenti che di

nome. Ora, se alcune almeno di tali meraviglie non fossero veramente

esistite in Napoli, bisognerebbe senz'altro rinunziare alla congettura

di una leggenda popolare: giacchè, se le favole di origine letteraria

ed erudita possono reggersi da sè, senz'altro appoggio, nella fantasia,

le finzioni veramente popolari amano di legarsi a qualche cosa di

reale, e il più delle volte anzi traggono appunto la origine da una

realtà, sotto l'impero di una credenza, o di un sentimento, malamente

veduta o malamente interpretata. Il Vietor dice a tale proposito[417]:

noi non dobbiamo considerare le singole leggende «come legate, in

generale, a capi d'arte napoletani, ma bensì come fondate sul concetto

che i letterati avevano del soprannaturale sapere di Virgilio,

specialmente in matematica e in medicina». A questa affermazione se

ne può contrapporre un'altra più probabile e più legittima, e dire

che quella grande opinione del sapere di Virgilio, scontrandosi con

certi capi d'arte esistenti in Napoli, dava origine a quelle leggende.

E l'esistenza di alcuni almeno tra i capi d'arte in discorso non si

può ragionevolmente mettere in dubbio. Il cavallo di bronzo esisteva

veramente, e la testa di esso conservasi ancora nel Museo Nazionale

di Napoli. Le due facce di pietra, ricordate di sopra, un vecchio

scrittore napoletano che fioriva nella prima metà del XVI secolo,

Giovanni Scoppa, assicura di averle vedute. I bagni di Pozzuoli furono

un tempo celebri per tutta l'Europa[418]. E per la stessa ampolla

descritta da Corrado si ha qualche buona ragione di credere che non

fosse cosa di pura invenzione[419].

Ma altre ragioni si possono addurre in appoggio dell'opinione del

Comparetti, circa l'esistenza di una leggenda popolare e napoletana

di Virgilio. Supponiamo per un momento che tale leggenda non sia mai

esistita: ecco, subito viene alle labbra una domanda: com'è che la

leggenda letteraria, nata non si sa dove, ma certamente in luoghi

diversi, inventata non si sa da chi, ma certamente da parecchi,

giacchè in nessuno degli scrittori citati sin qui trovasi intiera,

come va che così ostinatamente si rivolge a Napoli, e fa Napoli sede

di tutte le sue meraviglie? Perchè, risponde il Vietor, nella Vita

di Virgilio si leggeva che il poeta andava assai di rado a Roma,

e a Napoli attendeva a' suoi studii di matematica e di medicina, e

quivi era stato sepolto[420]. La ragione è assai debole. Più che alla

Vita si sarebbe posto mente all'Eneide, dove Roma si vede stare in

cima a tutti i pensieri del poeta; e se la leggenda letteraria fosse

proceduta tant'oltre, quant'era mestieri, le finzioni concernenti

Virgilio mago si sarebbero senza dubbio legate alla città da lui

celebrata nell'immortale poema. Si guardi inoltre all'indole comune

delle leggende che fanno capo a Napoli; uno solo è il pensiero che

le inspira. In esse tutte Virgilio apparisce quale il protettore,

il genio tutelare di quella città; e un tal fatto, quanto riesce

naturale a chi ammette l'esistenza di una leggenda popolare formatasi

appunto in Napoli, altrettanto deve parere strano a chi non ammette

altra leggenda che la letteraria, parto di fantasie interessate alla

maggior glorificazione di Virgilio, ma indifferenti alla salute di una

città che forse nemmen conoscevano. La preoccupazione costante della

sicurezza e della prosperità di Napoli, così manifesta in tutte le

finzioni ricordate di sopra, par tanto più caratteristica, quanto più

si vede scemare nelle finzioni di tempi posteriori, dove la potenza

magica di Virgilio non solo si esercita sopr'altro teatro, ma spesso

ancora è adoperata con tutt'altri intendimenti e volta a tutt'altri

fini. A ragione dice però il Comparetti la parte più antica della

leggenda di Virgilio mago dover essere «l'idea di un protettorato che

Virgilio esercitò in vita sua sulla città di Napoli»[421]. Che se noi

vogliamo andare a cercare la ragione e l'origine di tale idea, non

dobbiam molto dilungarci per questo, e il Comparetti ben si appone

senza dubbio quando afferma «che la presenza a Napoli del sepolcro

di Virgilio, è uno dei fatti principali che spiegano la permanenza

del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano»[422]. Una

opinione d'ignota origine, ma riferita sino dal 1136 da Alessandro

di Telese, secondo la quale, in premio di quel distico che comincia

_Nocte pluit tota_, Virgilio ebbe in feudo da Augusto Napoli e la

Calabria, contribuiva per parte sua a confermare quella idea del

protettorato[423].

Il sepolcro di Virgilio in Napoli godette nell'antichità di grandissima

nominanza. Stazio lo chiama un tempio, e vanto di Napoli lo stima

ancora nel V secolo Sidonio Apollinare. È assai probabile che tale

nominanza continuasse lungo il medio evo, e che in Napoli si mostrasse

un sepolcro, a ragione o a torto detto di Virgilio. Fatto sta che

a mezzo del XII secolo le ossa del gran poeta, o quelle che per

tali passavano, erano ricercate come preziosa reliquia. Giovanni

di Salisbury parla di un Ludovico, da lui conosciuto, il quale dopo

molte vigilie e digiuni e fatiche, avrebbe voluto in premio del suo

inutile esilio, riportare in Francia, non lo spirito, ma le ossa di

Virgilio[424]. Gervasio di Tilbury narra per disteso il fatto accennato

appena da Giovanni, ma aggiungendovi, senza dubbio di suo capo,

molte particolarità romanzesche[425]. Certo maestro inglese, uomo di

straordinario sapere, ottiene dal Re Ruggiero di Sicilia di potersi

impadronire delle ossa di Virgilio _in qualunque luogo del regno si

trovino_. Va a Napoli, scopre per arte magica il sepolcro del poeta,

sconosciuto al popolo, e vi trova, insieme colle ossa un libro di

_arte notoria_. Ma il popolo, pensando _alla speciale affezione che

Virgilio aveva avuto per la città, temendo che dalla sottrazione delle

ossa di lui possa venirgli qualche gran danno_, non vuole gli sieno

tolte, e solo concede al maestro il libro. Richiesto costui che cosa

volesse fare dell'ossa, risponde che voleva per incantesimi forzarle a

rivelargli tutto il sapere di Virgilio. Le reliquie del poeta furono

messe in un sacco e custodite dietro una grata di ferro nel Castello

di mare, o Castello dell'Ovo. Gervasio assicura di aver veduto alcuni

estratti del libro. In questo racconto è certa la domanda delle ossa,

probabile la ragione di essa, ma falsa certamente l'asserita ignoranza

del popolo napoletano circa il luogo dove era, o si credeva sepolto

il poeta[426]. Ad ogni modo esso concorre a provare che tra il popolo

Virgilio passava già per una specie di genio tutelare e benefico, e

questa credenza appunto era quella che dava origine alla leggenda.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 10 / 43 段