Chi si fa a narrare della fortuna di Virgilio nel medio evo deve porre

studio a due fatti, e cioè, prima alla celebrità impareggiata ed alla

ammirazione di cui egli fruì in quella età, poscia alla successiva

formazione della leggenda. La celebrità di Virgilio è quella che porge

al nascere della leggenda la occasione principale, come la opinione

del suo ineguagliato e più che umano sapere le porge, presso che

sempre, la base. Nella leggenda stessa sono da sceverare più parti,

le quali differiscono tra loro, non solamente per la diversità dello

spirito che le informa, e per la varia natura delle finzioni in che

si esplicano, ma ancora per la diversità delle cause da cui traggono

l'origine. Anzi tutto è da distinguere la parte che più propriamente

concerne Virgilio profeta e quasi cristiano, da quella che più

propriamente concerne Virgilio mago, e in questa seconda parte sono

da sceverare due diverse e contrarie tendenze, secondochè Virgilio è

considerato in essa come mago benefico che usa di una scienza giusta e

legittima, tuttochè soprannaturale, oppure come mago maligno, stretto

in riprovevole colleganza con le potestà tenebrose. In generale questa

seconda tendenza si manifesta posteriormente alla prima, e segna la

degenerazione della leggenda. Gli è quasi superfluo avvertire del resto

che le finzioni della prima parte della leggenda, spesso si compongono

e si legano con quelle della seconda.

Nella storia pertanto delle vicende a cui va soggetto Virgilio nel

medio evo, sono quattro diversi temi di studio che vogliono essere

successivamente esaminati: 1º la riputazione dello scrittore e la

fortuna delle opere di lui; 2º la leggenda di Virgilio profeta di

Cristo; 3º la leggenda di Virgilio mago; 4º la degenerazione della

leggenda virgiliana.

Nelle poche pagine serbate al presente capitolo io non posso dar

luogo ad una tale trattazione del primo tema quale dall'importanza

sua sarebbe richiesta, e però, per quanto vi si riferisce, rimando il

lettore al primo volume dell'opera del Comparetti, dove esso è trattato

con tale un'ampiezza di dottrina, e con tanta sicurezza di critica da

disanimar chicchessia dal ritentare la difficile impresa. Mi contenterò

pertanto di alcuni cenni più necessarii.

La fortuna di Virgilio nel medio evo è intimamente connessa con quella

degli studii profani, ed è, in sostanza, la stessa di tutti gli altri

scrittori latini, salvo che, primeggiando egli su tutti, ed essendo,

in certo qual modo, il più autorevole e legittimo rappresentante

dell'antica coltura, in lui, e nell'opere sue, viene a sperimentarsi

più risoluto quel contrasto degli spiriti, quell'urto di simpatie e

di avversioni, in che il medio evo cristiano si travaglia di fronte

all'antichità pagana. Durante ancora il miglior tempo di Roma la gloria

di Virgilio aveva oscurato quella di tutti gli altri poeti, e quello

passato, e sopravvenuta la decadenza, non era punto venuta meno;

che anzi, sebbene ormai fossero in tutto mutate le condizioni della

coltura, e venisse mancando sempre più la retta e viva intelligenza

dell'arte antica, egli tuttavia soprastava alle tenebre che salivano,

ed era universalmente considerato quale colonna della scuola, maestro

sommo di grammatica e di retorica, principe d'ogni sapere. Con tale

riputazione massima acquistata mentre ancor sussisteva il mondo romano,

Virgilio passa nel medio evo, e la conserva, e per alcuni rispetti

l'accresce: egli è fra tutti gli scrittori pagani il più letto. Le

ragioni di tale fortuna sono certamente parecchie. In parte è da dire

che il medio evo seguitava obbediente la tradizione, in parte che esso

serbava ancora aperto il senso alle lusinghe di quell'arte squisita e

sovrana; ma, senza dubbio, alla riputazione del poeta conferiva ancora

in grande misura il soggetto stesso dell'Eneide, l'opera maggiore di

lui. L'Eneide è l'epopea di Roma. Sia qual esser si voglia il giudizio

che di essa reca la critica, nessuno potrà negare che in uno dei suoi

maggiori difetti, quello che le viene dalla origine essenzialmente

erudita, o dall'essere, come altri dice, epopea artificiale anzichè

naturale, non istia pure la ragione precipua della sua vera grandezza.

L'Eneide è l'epopea di una matura civiltà e di una società venuta nel

pieno rigoglio della sua vita storica, di una società che con piena

coscienza di sè e vivo sentimento degli alti destini a cui è chiamata,

celebra se medesima e le origini proprie. In nessun'altra epopea del

mondo si trova una simile fusione delle memorie supposte di un popolo,

con l'attuale e vivo pensiero di esso. Si disse che nella Eneide

fanno difetto, insieme con lo spirito popolaresco, anche gli elementi

della tradizione popolare; su ciò non è possibile, credo, far certo

giudizio; ad ogni modo è innegabile che l'idea reggitrice di tutto

il poema è un'idea altamente nazionale, l'idea romana per eccellenza.

Nel medio evo, quando Roma ridiventa centro a tutta la vita dei tempi,

il poeta che aveva cantato le origini dell'eterna città, e celebrato

quell'Enea che dalla Provvidenza era stato eletto a padre dell'impero,

e a preparare il santo luogo al successor di S. Pietro, non poteva

non esser fatto segno di culto speciale; e quando Dante lo sceglie a

guida nella prima parte del meraviglioso suo viaggio, noi intendiamo

di leggieri che tale dimostrazione di onore è da lui data, non solo

al profeta supposto di Cristo, ma ancora al poeta sapiente che narrò

i gloriosi principii di Roma, di Roma, sede dell'impero, culla della

Chiesa.

Chi volesse ricercare nelle letterature del medio evo, e più

specialmente nella latina, le prove dell'ammirazione di cui godette

allora Virgilio, si porrebbe a un lavoro senza fine, tante sono le

reminiscenze, tanti sono gli esempii manifesti d'imitazione che

si trovano per entro agli scrittori[377]. Qualche esempio della

irresistibile attrattiva che le poesie di lui esercitavano sugli animi

abbiamo già veduto nel capitolo precedente, alcun altro ne vedremo in

seguito. La imitazione amorosa di esse comincia già nella letteratura

latino-ecclesiastica più antica, sussistente ancora l'impero, e si

prosegue poi per tutto il medio evo. I poeti della corte di Carlo

Magno imitavano, oltre all'Eneide, anche l'ecloghe e le Georgiche.

Di tratto in tratto i vecchi scrupoli della coscienza cristiana

si palesavano anche contro di esse, e si ripetevano i biasimi già

espressi da San Gerolamo, ma più per mostrare l'irresolutezza degli

spiriti, il contrasto della fede e del sentimento, che non per venire

a qualche effetto nella pratica. Alcuino sconsigliava ai suoi giovani

discepoli la lettura di Virgilio, ma era egli stesso un discepolo del

poeta pagano, e in parecchi suoi scritti le reminiscenze virgiliane

non iscarseggiano. Del resto due ragioni concorrevano a mitigare

l'avversione che altri, come cristiano, potesse avere contro Virgilio;

la prima, che da molti veramente si credeva avere il poeta annunziata

nella quarta sua ecloga la venuta di Cristo redentore; la seconda,

che era opinione non meno diffusa l'Eneide contenere, sotto il velo

dell'allegoria, sublimi verità morali. Abbiamo già veduto come la

coscienza cristiana si giovasse di questi due espedienti, supposizione

di una fede più o meno esplicita negli scrittori, interpretazione

allegorica delle opere loro, per giustificare lo studio delle lettere

classiche. L'interpretazione allegorica dell'Eneide si comincia a

fare dagli stessi pagani e si seguita poi dai cristiani; l'altre

opere di Virgilio contengono anch'esse arcane e riposte verità[378].

Il cristiano Fabio Planciade Fulgenzio, non posteriore, come sembra,

al VI secolo, nello strano suo scritto intitolato _De continentia

Vergiliana_, si fa dichiarare, in una maniera di visione, dallo stesso

Virgilio, il soggetto proprio dei dodici libri dell'Eneide, il quale

è la rappresentazione della vita umana e il figurato trionfo della

sapienza e della virtù sull'errore e sulle passioni. Bernardo di

Chartres e Giovanni di Salisbury serbano presso a poco la medesima

interpretazione, e la serba ancora Dante, e la serbano in pieno

Rinascimento Leon Battista Alberti e Cristoforo Landino. Poteva

pertanto, senza incorrere in troppo solenne stravaganza, il famoso

gesuita Hardouin, che dichiarava apocrife presso che tutte le antiche

scritture, affermare nel secolo XVII l'Eneide essere fattura di un

benedittino del trecento, e l'avventuroso viaggio di Enea figurare il

viaggio di S. Pietro a Roma.

Virgilio regnava sovrano nelle scuole dove si attendeva agli studii

di grammatica e di retorica, e fuori di quelle scuole, a chi si

piccava di più peregrino sapere, porgeva argomento di speculazioni che

usurpavano il nome di filosofiche. Letto, commentato, interpretato,

Virgilio personificava in sè, non solo la grammatica e la retorica,

ma tutto ancora il sapere dei tempi. Già Macrobio lo celebra come

autore enciclopedico, _tanto profondo nella scienza quanto ameno

d'ingegno_[379]. Donato assicura che egli attese allo studio della

medicina e della matematica, e pieno di ogni scienza lo dice Servio.

Questa riputazione di onniscienza vien via crescendo nel medio evo, e

se per Dante Virgilio è il _savio gentil che tutto seppe_, e il _mar di

tutto il senno_, nel _Dolopathos_ è il maestro amoroso e prudente che

col suo sapere educa e in pari tempo salva il discepolo.

La grande opinione che si aveva del sapere di Virgilio conferiva

naturalmente a rafforzar la credenza che il poeta avesse presentito

alcun che della venuta di Cristo. Nè, in fatti, si poteva ammettere che

un uomo qual egli era, versato in tutte le discipline più arcane, fosse

rimasto interamente al bujo di un avvenimento che doveva rinnovare

il mondo. Aggiungasi che una comune tendenza degli spiriti portava ad

ammettere, come già notammo, che non pochi fra gli antichi, o per una

speciale grazia del cielo, o per virtù del proprio ingegno, avessero

indovinato qualche parte della verità bandita poi dal cristianesimo, e

questa parrà certo ragione più che sufficiente a spiegare come i versi

sibillini della IV ecloga, dove si parla della nascita di un fanciullo

divino e del rinnovamento del mondo, potessero essere considerati

quali una profezia circa la nascita di Cristo e il diffondersi della

nuova fede[380]. «L'autorità somma», dice il Comparetti, «di cui

godeva Virgilio come scrittore di un sapere straordinario, come primo

fra gli antichi poeti ed anche come il migliore sotto il rapporto del

buon costume, fece impressione su molti teologi cristiani, i quali

trattarono a fidanza con lui meglio che con altri poeti pagani, e

non isdegnarono citar la sua parola, sia in appoggio di taluni grandi

principii del cristianesimo, sia a dimostrare che egli era fra i pagani

colui che meglio a queste verità si era avvicinato»[381]. Lattanzio

ammette che Virgilio abbia annunziata la venuta di Cristo[382]. Nella

_Oratio ad Sanctorum coelum_[383], l'imperatore Costantino, o forse

Eusebio sotto il nome di lui, si studia di provare che nella quarta

ecloga Virgilio ha veramente profetizzato quella venuta; e tale

opinione, contraddetta da San Girolamo, e più tardi da Sant'Isidoro,

è accolta da Sant'Agostino[384]. Prudenzio fa suoi in parte i versi

famosi contenenti il vaticinio[385]. Nel medio evo quella opinione

è universalmente accettata, e Virgilio, insieme con la Sibilla e coi

profeti, comparisce nei Misteri, specialmente della Natività, a fare

contro la Sinagoga testimonianza della divinità di Cristo. In un

mistero latino, dell'XI secolo, il _Praecentor_ dice a Virgilio:

Vates Maro gentilium

Da Christo testimonium.

E Virgilio risponde:

Ecce polo demissa solo nova progenies est[386].

Se non che la supposta profezia dava luogo a due diverse opinioni,

secondochè si credeva fatta dal poeta inconsapevolmente, in virtù

di una ispirazione divina della quale il poeta stesso altro non era

che il recipiente passivo, oppure si credeva fatta da lui con piena

consapevolezza, e come credente. A quella prima opinione, che è, come

vedremo, la seguitata da Dante, si lega un'altra curiosa credenza,

secondo la quale San Paolo avrebbe pianto sulla tomba del grand'uomo,

lamentando di non essere giunto in tempo per convertirlo. In certo

inno che, durante ancora il secolo XV, si usava di cantare in Mantova

ad onor di San Paolo, sono i seguenti versi, che esprimono il dolore

dell'apostolo:

Ad Maronis mausoleum

Ductus, fudit super eum

Piae rorem lacrymae;

Quem te, inquit, reddidissem,

Si te vivum invenissem,

Poetarum maxime![387]

Secondo l'altra opinione Virgilio fu egli stesso cristiano. Giovanni

d'Outremeuse, che ne fa anche un legislatore dei Romani, giunge a dire

che egli annunziò ai senatori la venuta e la passione di Cristo[388],

insegnò la dottrina della Trinità a certi egiziani, affermando

la propria fede, e si fece battezzare in punto di morte[389]. Ma

molto prima, senza dubbio, vi furono spiriti, i quali non seppero

capacitarsi, che il buono e gentile Virgilio non fosse salvo.

Bellissima, e a tale riguardo molto istruttiva, è la leggenda che si

narra in una vita di San Cadoco, diversa da quella pubblicata dai

Bollandisti (24 Gennajo). Una volta San Cadoco, il quale fiorì nel

V secolo, era in compagnia di San Gilda sulla riva del mare. Egli

teneva sotto il braccio il volume di Virgilio, nel quale era solito di

ammaestrare i suoi discepoli, e piangeva in silenzio. Perchè piangi?

gli chiese San Gilda. Piango, rispose quegli, perchè l'autore di questo

libro che io amo, e mi porge così vivo diletto, è forse dannato alle

pene eterne. Senz'alcun dubbio, soggiunse San Gilda. Dio non giudica

questi favoleggiatori diversamente dagli altri uomini. In quel punto

medesimo una folata di vento involò il libro e lo lanciò nel mare.

Grande fu la costernazione di San Cadoco, il quale fece voto di non più

mangiare nè bere finchè non gli fosse rivelato qual sorte serba Iddio a

coloro che nel mondo cantarono come cantano gli angeli nel cielo. Preso

dal sonno, egli udì una voce soave che diceva: Prega, prega per me; non

istancarti di pregare, affinchè io possa celebrare in eterno cantando

la misericordia del Signore. Il giorno seguente il santo ritrovò nel

corpo di un salmone il libro di Virgilio, e il poeta senza dubbio fu

salvo[390]. Non mancò, del resto, chi giudicò Virgilio un vero pagano

e un figlio del diavolo. Abbiam veduto già quali fantastici terrori il

suo volume potesse inspirare[391]: Enenkel dice di lui:

er was ein rechter heiden;

an rechtem glouben was er blint;

er was gar der helle kint[392].

Egual fortuna toccò ad Aristotile, da alcuni giudicato salvo, da altri

irremissibilmente dannato[393].

Se per un processo normale, e quasi necessario, della coscienza

cristiana Virgilio poeta pagano si trasforma in un profeta di Cristo,

per un processo consimile dello spirito romantico e fantastico che

domina tutta quanta la vita nel medio evo, il poeta si trasforma in

mago. La base su cui si fonda tutta la favola della magia di Virgilio

è la grande opinione che si ha del costui sapere. Per questo rispetto

è da dire che nella tela amplissima delle finzioni virgiliane non v'è

discontinuità, e che tutte, in ultima analisi, si possono ridurre

a uno stesso principio, ch'è quello della impareggiabile celebrità

di Virgilio. Mi duole di dovermi qui scostare dalla opinione del

Comparetti, il quale troppo recisamente separa, a mio credere, quella

ch'egli chiama la leggenda letteraria di Virgilio da quella che dice

popolare, alla quale ultima solamente attribuisce le finzioni tutte

che riguardano il mago[394]. «Chi domandasse», sono le sue proprie

parole, «se di per sè solo il tipo scolastico di Virgilio dovesse

senz'altra occasione, per trasformazione naturale e per associazione

d'idee, cambiarsi in quel tipo di mago che poi descriveremo, io non

esiterei a rispondere di no. Che l'antico _savio_ si cambi in _mago_

è fatto di cui rari sono gli esempi, e quando accade ha luogo per

puro cambio di nome e in modo momentaneo; non v'ha antico che arrivi

mai a quel largo e completo ciclo di leggenda biografica che ebbe

il Virgilio mago». Qui v'è luogo a più di una osservazione, e non

ispiacerà, spero, al lettore, che io mi vi soffermi alquanto, essendo

la questione di non picciol momento pel tema che ci occupa. Che nessun

antico abbia avuto mai il largo ciclo di leggenda biografica che ebbe

Virgilio è fatto innegabile, e che in parte si spiega con la maggiore

nominanza di questo, in parte con altre ragioni a cui verrò fra poco;

ma non mi pare si possa con egual sicurezza sostenere che il tipo

scolastico di Virgilio non avrebbe potuto per semplice trasformazione

naturale, e per associazione d'idee, cambiarsi nel tipo di Virgilio

mago, chè anzi credo si debba francamente affermare il contrario. Una

naturalissima associazione d'idee portò sempre gli spiriti nel medio

evo a confondere in uno il mago ed il savio, giacchè qualunque scienza

eccedesse allora i termini della più comune coltura, si stimava magia,

non solo dagl'intelletti più grossi, ma da quelli ancora più intendenti

e più colti. Gerberto, Ruggiero Bacone, Alberto Magno furono tenuti

in conto di maghi, e degli antichi troviamo aver corso la medesima

sorte nel medio evo, oltre ad Apollonio Tianeo, la cui leggenda

presenta non pochi tratti di somiglianza con quella di Virgilio, anche

Platone, Aristotile e forse altri. Nel _Libro Imperiale_ abbiam veduto

trasformato in _grande negromante_ lo stesso Giulio Cesare[395]. Nel

_Romans d'Alixandre_ si parla di una colonna eretta da Platone in

Atene, la quale colonna, alla cento piedi, aveva in cima una lampada

che rischiarava tutta la città[396]. Questo Platone fantastico, profeta

anch'egli di Cristo, come abbiam veduto, e operatore di meraviglie, è

un perfetto parallelo di Virgilio profeta e mago, salvo che la leggenda

di lui rimane per così dire in embrione, mentre quella di Virgilio si

svolge e si accresce. Di Aristotile si narrava, come ho già accennato,

che volle sepolti con sè i suoi libri, e perchè nessuno più potesse

giovarsene, rese il proprio sepolcro inaccessibile, storia narrata

poi con qualche diversità anche di Virgilio[397]. Qui pure la leggenda

prende argomento dalla gran fama del sapere di Aristotile, a cui nel

medio evo, quasi che le opere da lui veramente composte non paressero a

quella fama adeguate e sufficienti, altre strane scritture, secondo il

gusto dei tempi, si attribuivano. Il Mandeville racconta nel favoloso

suo libro che sul sepolcro di Aristotile i gentili avevano alzato un

altare e ogni anno vi celebravano una festa, stimando di avere da lui

la sapienza. Qui si tratta, non di leggenda popolare, ma di letteraria,

giacchè ogni sospetto di leggenda popolare è escluso dal nome stesso di

Aristotile[398]. Il poeta tedesco Rumeland nomina Platone, Aristotile,

Ippocrate e Virgilio quali maestri di meraviglie.

Senza punto uscire dalla tradizione letteraria, qualunque reputato

scrittore poteva giungere ad assumere carattere di mago, ma più, o

meno, secondo che mille diverse ragioni, o la fortuna portavano. A

mio credere, nel caso di Virgilio era assai difficile che, o prima

o poi, il gran concetto che si aveva del sapere del poeta non desse

luogo alla opinion di magia. Quanto della sua dottrina si leggeva negli

scrittori più antichi, in Macrobio, in Servio, in Donato, predisponeva

a tale credenza. Nel c. III della _Vita_ Donato mostra Virgilio

provveduto di una cognizione pressochè miracolosa dei pregi e dei

difetti degli animali; Apulejo afferma che nell'ecloga VIII Virgilio

mostra amplissima conoscenza delle pratiche di magia. Il nome stesso

del poeta pareva ai fantastici etimologi del medio evo contenere la

indicazione di una sterminata dottrina, e Marone si faceva venire dal

mare, cui quella dottrina era pari in vastità[399]. I prodigi che,

secondo antiche testimonianze, avevano accompagnato la nascita di

tant'uomo, dovevano ancor essi sollecitare gli spiriti a mettere costui

sempre più in alto, in una sfera a sè, dotandolo di virtù e di potenze

negate alla comune degli uomini, giacchè in tempi di grande scadimento

intellettuale quei prodigi dovevano parere soverchi se intesi solo a

segnare la nascita di un grande poeta, ma convenienti a qualcosa di

più straordinario e di men naturale. Il medio evo non era più in grado

di intendere perchè alla nascita di un semplice poeta, e fosse pure il

principe dei poeti, dovesse turbarsi l'ordine di natura, mentre gli

doveva parer ragionevole che ciò accadesse nascendo colui che sulla

stessa natura avrebbe poi esercitato il suo meraviglioso potere. Il

nome della madre Maja, quello supposto di Majus o Magius, avo materno

di Virgilio, nome che avrebbe anche assunta la forma Magus, potevano

facilmente far nascere l'idea che nella famiglia del poeta ci fosse

come una tradizione di magia; e il sesto canto dell'Eneide, dove si

descrive la discesa di Enea all'Inferno, doveva contribuire ancor esso

ad accreditare sempre più la credenza che Virgilio avesse relazione

col mondo degli spiriti, e dell'opera degli spiriti potesse a suo

talento giovarsi. Si sapeva inoltre che, prima di morire, egli aveva

lasciato l'ordine di bruciar l'Eneide; e poichè in tempi di barbarie

intellettuale non è agevole intendere, che un poeta voglia distruggere

l'opera propria per non avere in essa raggiunto la vagheggiata

perfezione, doveva nascere il dubbio che con quell'ordine Virgilio

avesse voluto privare la posterità della conoscenza de' suoi mirabili

secreti, cosa questa, come abbiam veduto, esplicitamente affermata

di Aristotile, ma affermata anche di altri maghi gelosi del proprio

sapere. Già appo gli antichi era venuto in uso di aprire, in casi

dubbii, i libri di Virgilio, e di considerare come un responso il primo

passo in che il lettore si abbattesse; e questa pratica, conosciuta

sotto il nome di _Sortes Virgilianae_, fu conservata nel medio evo,

insieme con altre pratiche simili, alle quali si facevano servire le

Scritture e le Vite dei Santi. Tutti questi fatti e queste ragioni mi

pare dovessero aver forza sufficiente a far nascere, dentro la stessa

tradizione letteraria, la leggenda di Virgilio mago, sebbene per condur

poi questa al grado di svolgimento che in effetto raggiunse, fossero

necessarii, come or ora vedremo, fatti e ragioni d'altra natura.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 9 / 43 段