nei classici, e chi volesse moltiplicare gli esempii potrebbe
facilmente riempierne un volume. Sant'Aldelmo, nato verso il 640,
conosceva molto bene gli autori latini, come del resto chiaramente
appare dai suoi scritti; e il suo biografo Faricio dice di lui: _Latinæ
quoque scientiæ valde potatus rivulis_. Degli ecclesiastici della
corte di Carlo Magno non è mestieri fare particolareggiato ricordo. Nel
secolo X Raterio, vescovo di Verona, leggeva con amore i poeti; intorno
al 1061 Benzone vescovo di Alba, nel _Panegyricus ritmicus_ dedicato
a Enrico III imperatore, nomina Virgilio, Lucano, Stazio, Pindaro,
Omero, Orazio (_noster Horatius_)[313], Quintiliano, Terenzio, molto
compiacendosi nella ostentazione del proprio sapere. Gonzone da Novara
(sec. X), accusato e deriso dai monaci di San Gallo per avere usato
un accusativo dove ci voleva un ablativo, scrive per difendersi una
lunga epistola ai monaci di Reichenau, nella quale fa pompa di tutta la
sua erudizione. In quel medesimo secolo, Vulgario, prete napoletano,
usa metri insoliti, sparge di grecismi, infarcisce di classiche
reminiscenze le sue poesie latine[314]. Nella scuola claustrale di
Paderborn si leggevano Virgilio, Lucano, Stazio, l'Iliade compendiata
da Pindaro Tebano. Gerberto spiegava ai suoi discepoli Virgilio,
Lucano, Terenzio, Giovenale, Stazio, Persio[315]. A tutti questi
chierici, e ad altri molti che si potrebbero ricordare, la poesia
classica doveva sembrare, come ad Alcuino, _un vino inebbriante_,
d'altro sapore certo, ma non men gradito al palato che il _miele
delle Sacre Scritture_[316]. In generale, nei secoli IX e X, che, del
resto, sono giustamente considerati come i più tenebrosi di tutto il
medio evo, l'antichità fu amata e studiata e conosciuta assai più di
quanto comunemente si creda. Ratieri da Verona dichiarava di non voler
promuovere ai sacri ordini nessuno che non avesse qualche letteraria
coltura[317]. Nel secolo seguente, e negli altri che precedono il
Rinascimento, lo studio delle lettere classiche va mano mano crescendo.
Ma i classici non solamente si studiavano, si imitavano ancora; e gli
epici antichi servivano di modello agli epici nuovi, e i lirici ai
lirici, alcuna volta con danno grave del sentimento cristiano così
camuffato di vesti non sue. Come imitassero i dotti della corte di
Carlo Magno è noto abbastanza. Nella seconda metà del IX secolo il
Franco Otfrid, educato, come si crede, nella scuola celebre di Fulda, e
discepolo di Rabano Mauro, era mosso a scrivere il suo poema di Cristo,
oltre che dall'esempio di Giovenco, di Aratore, di Prudenzio, da quello
ancora di Ovidio, di Lucano, di Virgilio. L'autore del _Waltharius_
imitava Virgilio in argomento profano, ma altri facevano lo stesso
in argomento sacro; Hrotsvitha imitava Terenzio. Più tardi Bernardo
di Chartres imiterà Lucrezio, presso che ignoto al medio evo[318],
Giovanni Sarisberiense imiterà Ovidio, altri, senza numero, imiteranno
quando l'uno, quando l'altro degli antichi scrittori, e spesso ancora
parecchi insieme. Non di rado l'imitazione passa il segno, e persevera
quando dovrebbe cessare, introducendo in soggetti sacri nomi, epiteti,
immagini sconvenientissimi. Questa usanza era del resto assai antica.
Circa il mezzo del IV secolo, Aquilino Giovenco chiama Cristo _proles
veneranda Tonantis_. Alcuino chiama i santi _cives Olympi, gens diva
Tonantis_; nella Vita Caroli Magni del Poeta Sassone si trova nominata
la musa, Febo è detto _initium mundi totius et anni_, e il l. V
comincia col verso:
Pangite iam lacerae carmen lugubre Camenae.
Altri così fatti esempii, come pure di emistichi, di versi, d'intere
sentenze, tolti da' poeti latini e introdotti in iscritture, sia
di argomento sacro, sia di profano, sono a dirittura innumerevoli.
Le favole e i miti classici sono conosciuti universalmente, e gli
scrittori non si lasciano fuggir l'occasione di ricordarli, di
adoperarli anche, come esempii, a proposito di qualche ammaestramento
morale. Alcuni fra i più reputati, come Alano de Insulis, Giovanni
d'Hauteville, Alessandro Neckam, Giovanni Sarisberiense, ecc., hanno
della favola antica cognizione amplissima e veramente meravigliosa.
In un poemetto latino del X secolo pubblicato dal Niebuhr[319] son
nominati Venere, le Parche, Nettuno: in un altro del secolo XII,
conservato in un codice Vaticano, Ganimede ed Elena contendono della
loro bellezza[320]. Nelle _Geste dei Pisani a Majorca_ di Lorenzo da
Verona[321] (XII sec.), e nell'_Eulistea di Bonifacio, da Verona ancor
esso[322] (XIII sec.),_ si trovano parecchie reminiscenze di mitologia
classica. Dei Goliardi non fa d'uopo discorrere.
Se alcuna storia famosa dell'antichità, per esempio quella di
Edipo, con la quale riscontra in tante parti la nota leggenda di
Gregorio Magno, si fosse conservata, variando più o meno, anche
tradizionalmente, è dubbio[323]; ma non è d'uopo ricordare come
durante tutto il medio evo si rifacessero in lingue volgari le storie
di Troja, d'Alessandro Magno, di Ercole, di Giasone, l'_Eneide_, la
_Farsaglia_, la _Tebaide_[324]. L'ignoto Romolo, Galfredo, Ugobardo
Sulmonense, Maria di Francia, altri, rimettevano in circolazione le
vecchie favole di Esopo e di Fedro[325]. In pari tempo le traduzioni si
moltiplicavano: nel XIII secolo Riccardo d'Annebaut in Francia giungeva
sino a mettere in versi le istituzioni di Giustiniano[326].
Ci furono nel medio evo uomini che possedettero dell'antichità classica
una conoscenza veramente meravigliosa, come Giovanni di Salisbury, il
primo fra tutti[327], Giuseppe Iscano, Guntero, autore del _Ligurinus_,
Bernardo Silvestro, Alano de Insulis, Vincenzo Bellovacense, nel
cui solo _Speculum Naturale_ si citano trecentocinquanta autori. Ma
oltre che la conoscenza loro è, per dir così, tutta esteriore, e si
ferma alla lettera, e non penetra lo spirito dell'antichità, non ve
n'ha quasi nessuno che, parlando degli scrittori classici, non cada
in errori gravissimi, e alcuna volta a dirittura ridicoli. Giovanni
Sarisberiense fa due distinte persone di Svetonio e di Tranquillo[328],
e Vincenzo Bellovacense divide similmente in due Sofocle, confonde in
un solo i due Seneca, fa di Cicerone un capitano d'eserciti, scrive
Scalpurnus invece di Calpurnius[329]. Altri, meno eruditi, incappavano
in ispropositi ancor più solenni. Alard de Cambray, autore del _Traité
sur les moralités des philosophes_, credeva che Tullio e Cicerone,
Virgilio e Marone fossero persone diverse[330]; e, quanto a Cicerone,
lo stesso errore aveva già commesso Ermoldo Nigello[331]. Ranulfo
Higden chiamava Plauto _rhetor et doctor_[332].
Dove tali errori erano possibili, la fantasia, che volentieri si
esercita intorno alle cose di cui l'uomo non ha cognizione retta e
sicura, aveva buon giuoco. I grandi scrittori dell'antichità, presenti
sempre alla memoria del medio evo, non potevano sottrarsi al suo
potere. Si avevano i libri loro, ma s'ignoravano molte particolarità
della loro vita, e quanto maggiore era l'ammirazione che si professava
per essi, tanto più irresistibile doveva essere la tentazione di
supplire con la finzione al vero che s'ignorava. Spesso ancora una
immaginazione popolare, un concetto morale espresso in forma di
parabola, o altrimenti, si legava al nome di alcuno di quegli illustri,
senz'altro motivo che il desiderio di procacciare alla immaginazione
o al concetto, mediante quel connubio, più larga diffusione e maggior
credito. Gli è a questo modo che Socrate, Platone, Ippocrate,
Aristotile, Virgilio, ed altri, di cui farò parola a suo luogo,
entrarono in leggende, più o meno, secondo i casi, confacenti al loro
carattere, e non è a stupire se tra le fantasie che si spacciarono,
alcune se ne trovano assai stravaganti. Omero passa generalmente per
un mentitore, il quale, o non conobbe a dovere, o travisò i fatti
della guerra trojana[333]. Socrate in greco vuol dire _osservatore
di giustizia_[334]. Le due mogli che egli aveva lo picchiarono un
giorno per modo che poco mancò non ci lasciasse la vita. Allora riparò
con alcuni discepoli in un luogo campestre, e quivi scrisse di molti
libri[335]. Nella novella 61 del _Novellino_ (testo Gualteruzzi)
Socrate è fatto di Roma, e il consiglio della città commette a lui di
rispondere a certi ambasciatori di Grecia che domandavano dispensa dal
tributo[336]. Nei _Gesta Romanorum_[337] e altrove, si racconta che
l'imperatore Claudio diede la propria figliuola in isposa a Socrate,
a condizione che se quella fosse poi morta, egli, Socrate, si sarebbe
tolta la vita. Alcun tempo dopo la celebrazione del matrimonio, la
figliuola di Claudio inferma gravemente; ma, seguendo i consigli di un
vecchio, Socrate la guarisce, ed è dall'imperatore colmato di ricchezze
e di onori. Platone, il cui nome vuol dire _compito_, si piaceva molto
nei luoghi deserti, e quando piangeva la sua voce si udiva due miglia
lontano. Egli fu uno degli otto maggiori medici dell'antichità[338].
Era ricchissimo. Diogene andò un giorno alla casa di lui, e trovativi
letti sfarzosi, cominciò coi piedi imbrattati di fango a insudiciarne
le coltrici di porpora; poscia, partendosi, disse a Platone: Così
la tua superbia è abbattuta da un'altra superbia. Allora Platone
si ritrasse insieme coi suoi discepoli in un luogo deserto e
pestilenziale, «acciò che l'asprità del luogo rompesse la volontà della
lussuria della carne»[339]. Morì, secondo alcuni, per non aver saputo
risolvere certo enigma che gli era stato proposto[340]. Aristotile vuol
dire perfetto in bontà[341]. Da alcuni Aristotile fu creduto figlio del
diavolo, ma egli non fece contro alla teologia: morendo volle fossero
seppelliti con lui i suoi libri, dei quali si servirà l'Anticristo.
Alcuno diceva che egli fosse morto per non aver potuto intendere il
fenomeno del flusso e del riflusso del mare: giacchè, diss'egli, io
non posso comprendere te, tu comprendi me; e si gettò nell'acqua[342].
Non fa mestieri di ricordare qui la famosa storia di Aristotile
innamorato[343], nè la leggenda parimente notissima d'Ippocrate.
Tolomeo il Cosmografo è creduto un re, errore di cui facilmente si
scopre la causa[344].
Degli scrittori latini sarà parlato nei capitoli seguenti: qui basterà
riportare qualcuna delle stranezze che si spacciarono intorno ai meno
celebri. Sallustio era un gran signore non meno ricco che sapiente e
valoroso[345]. Cornelio Nepote, poco noto del resto nel medio evo,
sapeva tutti i linguaggi[346]. Macrobio, del cui sepolcro andava
superba la città di Parma[347], notissimo nel medio evo pel suo
commento al Somnium Scipionis, vestì sempre di bianco[348], ecc. Tanto
del resto i filosofi, quanto i poeti pagani, erano generalmente tenuti
in conto di astrologi[349], e non pochi passarono per maghi. Che a
qualcuno dei libri loro si attribuissero virtù meravigliose, non deve
parere troppo strano: nella Eneide si ricercarono oracoli; Enea Silvio
Piccolomini racconta che la lettura di Quinto Curzio guarì Alfonso di
Aragona re di Napoli da una grave malattia[350].
Un'altra fantasia la quale merita d'essere qui ricordata, era quella
che consisteva nell'attribuire qualità di cristiano al tale o tale
altro antico scrittore. Di questa vedremo in seguito alcuni esempii
assai notabili. Essa, oltre che soddisfaceva un sentimento assai
naturale in chi non poteva cessar di ammirare i pagani illustri,
riusciva praticamente assai utile, spuntando l'avversione della
Chiesa, e togliendo gli scrupoli alle coscienze timorate. La Chiesa
non poteva più ragionevolmente vietare, nè i credenti dovevano più
temere, la lettura di uno scrittore antico, quando questo scrittore
passava per cristiano. Le leggende in cui tale fantasia si figurava
erano di leggieri credute, nè la Chiesa aveva poi grande interesse a
sbugiardarle, chè anzi a lei doveva tornare gradito che fra i pagani
più celebri si moltiplicassero i testimoni della verità. In ogni tempo
insigni scrittori ecclesiastici ammisero che, assai prima della venuta
di Cristo, alcuni pagani eletti poterono, per divina grazia, avere come
un presentimento della redenzione, e una anticipata conoscenza delle
maggiori verità della fede. Giustino Martire, nell'Apologia prima,
rappresenta Socrate, Platone ed altri filosofi dell'antichità quali
cultori e seguaci dell'unica verità[351]. Sant'Ambrogio, Sant'Agostino,
San Giovanni Crisostomo pensarono che Socrate fosse salvo. San Tommaso
ammetteva che parecchi tra i filosofi pagani avessero avuto la fede
implicita. Chi più si avvantaggiava di questi sentimenti era Platone,
verso le dottrine del quale tanti Padri si sentirono istintivamente
attirati. Sant'Agostino ribatte in un luogo del trattato _De Civitate
Dei_[352], la opinione di coloro che credevano Platone avesse
conosciuto Geremia, o lette le scritture dei profeti, la quale opinione
aveva egli stesso precedentemente seguitata[353]; ma dice che il
filosofo greco divinò la Trinità[354]. Una divinazione così fatta fu
poi ammessa anche per Aristotile. Pietro di Blois credeva ancora che
Platone avesse studiato le scritture, e attintane la verità che nella
dottrina di lui si ritrova[355]. Nelle _Quaestiones_ pubblicate dal
Gretser sotto il nome di Anastasio Sinaita si dice, con riferimento
alla visione di certo Scolastico, che Platone fu salvo[356], e così
ancora si disse di Aristotile. Anche Abelardo ammetteva che molte
verità del cristianesimo fossero state note in anticipazione ai
filosofi antichi[357]. In un poema di Pietro di Vernon (XII sec.),
intitolato dal Roquefort _Les enseignements d'Aristote_, il filosofo
di Stagira ammaestra Alessandro Magno nella fede cristiana[358].
Nel _Dit d'Aristotle_ di Rutebeuf, Aristotile ammaestra Alessandro
Magno invocando la Vergine[359]. Di Socrate non si fa un cristiano a
dirittura, ma si dice che morì perchè non voleva adorare gl'idoli[360].
Cristiano invece fu fatto Giuseppe Flavio, e cristiani Virgilio,
Seneca, Lucano, Stazio, Plinio il Giovane, Silio Italico, come per
alcuni vedremo più particolareggiatamente in seguito. Claudiano fu
fatto cristiano da Sant'Agostino e da Orosio. La dottrina cristiana
si trova in Macrobio secondo Abelardo[361]. In un Mistero francese
Tiberio tiene consiglio sulla questione della divinità di Cristo, in
favore del quale parlano Terenzio, Boccaccio, Giovenale[362]. Molti
antichi avevano annunziato l'incarnazione del Verbo e la nascita del
Redentore[363].
Ma anche chi non credeva alla ortodossia degli antichi scrittori
aveva modo di scusare, ed anzi di rendere plausibile la lettura dei
libri loro, immaginando che in questi fossero nascoste, sotto il velo
delle favole e sotto i poetici ornamenti, profonde ed ottime verità
morali. Il pensiero e il sentimento cristiano inclinano spontaneamente
all'allegoria e al simbolo. Sin dalle origini, l'arte delle catacombe
è tutta simbolica; la liturgia ecclesiastica è un complicato sistema di
allegorie e di simboli. Assai presto nelle Scritture si distinsero due
sensi, il letterale ed il mistico, suddiviso quest'ultimo in anagogico,
allegorico, morale. Secondo Occam gli Evangeli avevano quattro sensi,
istorico, allegorico, tropologico ed anagogico[364]. Esagerandosi
sempre più questa tendenza, si finì con interpretare allegoricamente
tutta la storia e tutta la natura, concepite oramai non altrimenti che
come un immenso sistema di segni e di simboli del soprassensibile.
Allora la poesia fu considerata anzi tutto come un linguaggio più
sottile e più nobile, il cui principale ufficio consisteva in velare
di acconce forme le auguste verità teologiche e morali. Per Alano de
Insulis la poesia è una verità recondita celata sotto una corteccia
di menzogna[365]. Sul limitare del Rinascimento Dante e il Petrarca
credono ancora che lo spirito della poesia stia essenzialmente
nell'allegoria. L'alto concetto che universalmente si aveva della
sapienza dei pagani, doveva indurre a credere che nei versi loro
fossero chiuse le più sublimi dottrine[366]. Di tale credenza vedremo
alcuni esempii più oltre: qui basterà ricordare che Dante e il Petrarca
e il Boccaccio intendevano nella Eneide anche un senso allegorico, e
che Dionigi da Borgo San Sepolcro, monaco agostiniano, volgeva a senso
tropologico parecchi scrittori pagani, tra gli altri Virgilio, Ovidio,
Seneca.
I poeti, cui si attribuiva tanta recondita sapienza, ragionevolmente
non si sarebbero più dovuti distinguere dai filosofi, e in fatto
molto spesso incontra che sotto il nome comune di filosofi, si
trovino compresi tutti gli scrittori pagani. Nel Romans de tous les
philosophes, Alars de Cambray pone tra i filosofi Terenzio, Lucano,
Persio, Orazio, Giovenale, Ovidio, Sallustio, Virgilio, Macrobio[367],
e in simile modo si trovano mescolati coi filosofi i poeti e gli
storici, in molti di quei numerosissimi trattati del medio evo, dove
si pretende di dare il fiore dell'antica sapienza[368]. In altri per
contro si nota una certa tendenza a raccogliere solamente i detti
e gli esempii di quelli che più precisamente possono addimandarsi
filosofi[369]. Chi non era troppo inclinato a scorgere per entro ai
versi dei poeti una risposta allegorica, non poteva, specie se di
sentimento religioso un po' austero, non fare una certa differenza
tra poeti e filosofi, e porre questi sopra quelli in dignità. Non
accade esaminare ora quale contegno la Chiesa tenesse di fronte alla
filosofia antica: esso non fu sempre di una maniera; ma ciò che si
può dire in generale si è che la prova filosofica ripugna all'indole
del cristianesimo, ch'è tutto fondato sulla fede. Sant'Agostino, che
fu da prima molto infervorato per la filosofia, finì che vi rinunziò,
e dichiarò i filosofi greci essere assai più meritevoli di riso
che di confutazione, e disse che la sola vera filosofia era la vera
fede. Atanasio il Grande confessava che, come più egli si sforzava
di speculare sulla divinità di Cristo, meno la intendeva, e ammoniva
di credere senza cercar le prove. Nel 1228 Gregorio IX rimproverava
ai dottori della Università di Parigi di essere piuttosto teofanti
che teologi, e li esortava a non adulterare il verbo divino con le
finzioni dei filosofi. San Bernardo chiama i filosofi vani e curiosi,
e cent'altri li giudicano nel medesimo modo e anche peggio. A voler far
troppo il _loico_ si correva pericolo di perder l'anima, come prova la
storia di quello scolare che, dopo morto, apparve al suo maestro con
una cappa tutta coperta di sofismi indosso, storia francese narrata
anche dal Passavanti. Ma, da altra banda, era già stato riconosciuto
sino dai primi apologeti, che la filosofia pagana conteneva parecchi
germi di verità, ed è indubitato che il pitagoreismo, il platonismo,
lo stoicismo hanno col cristianesimo qualche notabile relazione.
Abelardo poteva giungere a dire che il cristianesimo altro non è che un
volgarizzamento delle dottrine esoteriche dei filosofi antichi. Platone
e Aristotile pagani governano il pensiero cristiano, e di loro, e degli
altri antichi sapienti si parla con la più profonda ammirazione[370]:
non di rado si trovano ad essi attribuite sentenze tratte dalle Sacre
Scritture[371]. Nel XII e nel XIII secolo la riputazione dei filosofi,
e più specialmente di Aristotile, cresciuta oltremisura, offusca quella
dei poeti; i Cornificiani, contro di cui Giovanni Sarisberiense scrisse
il _Metalogicus_, disprezzavano i classici, e ogni altro studio che non
fosse di logica e di dialettica. Nella Bataille de septs arts di Enrico
d'Andely la Grammatica, raccolti i suoi campioni, Omero, Claudiano,
Donato, Persio, Prisciano, e altri poeti, va a combattere contro la
Logica e Aristotile[372].
Ma ciò che più monta qui di notare si è una certa distinzione di
carattere morale fatta tra i filosofi e i poeti, tra coloro che
avevano divinato qualche parte della verità rivelata e coloro che
avevano rivestito di tutte le seduzioni dell'arte gli errori del
gentilesimo. Abelardo, così largo verso i filosofi, era severissimo
contro i poeti[373]. Una delle miniature che nel manoscritto originale
accompagnavano l'_Hortus deliciarum_ della Badessa Herrad di Landsperg
(XII secolo) era, a tale proposito, molto istruttiva: e dico era,
giacchè quel manoscritto credo sia andato distrutto nell'incendio della
Biblioteca di Strasburgo, dove si conservava. In quella miniatura
erano rappresentate, tra due cerchi concentrici, da sette donne,
contraddistinte da opportuni emblemi, le sette arti. Dentro al cerchio
minore una figura sedente in trono e coronata rappresentava lo Spirito
Santo, tra le mani del quale un breve con la scritta:_ Omnis sapientia
a Deo est. Soli quod desiderant facere possunt sapientes_. La corona,
sopra la quale tre teste figuravano l'Etica, la Logica, la Fisica,
recava l'iscrizione _Philosophia_. Alla destra dello Spirito Santo si
leggeva: _Septem fontes sapientie fluunt de philosophia qui dicuntur
liberales artes_; alla sinistra: _Spiritus sanctus inventor est septem
liberalium artium que sunt grammatica, rethorica, dialectica, musica,
arithmetica, geometria, astronomia_. Sott'esso erano figurati Socrate
e Platone con la seguente scritta: _Naturam universe rei queri docuit
Philosophia; Philosophi primum ethicam, postea phisicam, deinde
rethoricam docuerunt; Philosophi sapientes mundi et gentium clerici
fuerunt_. Fuori dei due cerchi che rappresentavano il dominio delle
sette arti quattro figure erano designate quali _Poete vel magi spirito
immundo instincti_. A ciascuno parlava nell'orecchio un corvo, figura
del demonio, inspiratore di perverse dottrine. Li accompagnava la
scritta: _Isti immundis spiritibus inspirati scribunt artem magicam
et poetriam idest fabulosa commenta_[374]. Ma questi ed altri tali
giudizii, i quali movevano da una fede troppo angusta ed ombrosa, non
potevano prevalere contro il sentimento dei più, contro l'uso e la
tradizione. Le favole dei poeti serbavano tanta attrattiva che, da sè
sola avrebbe potuto vincere ogni ripugnanza religiosa e morale; ma la
ingegnosa leggenda veniva in ajuto, e con pietose menzogne procacciava
la conciliazione dei poeti e della Chiesa, ed apriva ai pagani le porte
del cielo.
CAPITOLO XVI.
Virgilio.
Infra tutti i poeti dell'antichità il più celebre, il più ammirato nel
medio evo è Virgilio, e la leggenda sua è, tra quante se ne formarono
intorno agli scrittori pagani, la più complessa e meravigliosa[375];
meravigliosa per modo e, a primo aspetto, così disforme dall'uomo a cui
si è avvinta, così contraria a tutto quanto sappiamo di lui, che a più
d'uno venne dubbio non essere il Virgilio di cui vi si narra, quello
stesso che fu in ogni tempo salutato principe della poesia latina, ma
un altro, di tutt'altri tempi, e di tutt'altra condizione[376]. Ora un
tal dubbio non è più guari possibile. Certo, molti dei fatti riferiti
nella leggenda appartennero in origine ad altri personaggi leggendarii,
coi quali si può dire che il Virgilio favoloso siasi in una certa
misura confuso; ma il medesimo incontra in molt'altre leggende di
uomini illustri, ed è indubitato che nella intenzione di tutta intera
la favola, il Virgilio operatore di prodigi è quel medesimo che fu
famigliare di Augusto e scrisse l'Eneide. E gli è questa identità
per l'appunto che conferisce alla favola tanta attrattiva e tanta
importanza, e muta in degno soggetto di studio e d'indagine scientifica
quanto altrimenti non sarebbe che pascolo a una oziosa curiosità.
Si noti anzi tutto una cosa. La leggenda virgiliana non è nella storia
delle fantasie e delle finzioni cui porsero argomento, nell'età di
mezzo, gli scrittori pagani, un fatto unico, e nemmeno un fatto che
mostri insoliti caratteri, od abbia nelle origini sue alcunchè di
straordinario. Molti altri antichi scrittori patirono nella leggenda
trasformazioni simili a quella cui andò soggetto Virgilio, sebbene
per nessun altro la trasformazione sia proceduta tant'oltre. Ma la
differenza sta solamente nel grado, nella quantità, non nella qualità;
in fondo il fenomeno è sempre lo stesso; e si può dire con piena
sicurezza che tutti gli antichi scrittori sarebbero stati trasformati
in quella stessa misura che Virgilio, se tutti, nel medio evo, si
fossero trovati nelle condizioni in cui egli ebbe a trovarsi. Ciò
posto, rimane esclusa ogni idea d'arbitrio. La leggenda virgiliana è
pur sempre, come ogni altra leggenda, frutto della fantasia; ma questa
fantasia non lavora nel vuoto ed a caso, anzi si appoggia da ogni banda
alla tradizione, ai fatti, alla vita reale; il Virgilio taumaturgo
non è più il Virgilio poeta, ma discende da questo, e a questo pur
sempre ritorna, e se l'uno non avesse scritto l'Eneide, non si sarebbe
attribuita all'altro la fabbrica della _Salvatio Romae_. Nella leggenda
di lui, come in ogni altra leggenda consimile, si trova ancora, senza
dubbio, del fortuito, dell'accidentale, ma in cotal forma tuttavia che
il fortuito e l'accidentale è sempre contenuto dentro alla necessità
generale, e starei per dire storica dell'intera finzione. In questo
caso, come in cent'altri, bisogna ricordare che la leggenda è una
fiorita della storia.