des Fames_[206], nella _Bible Gulot_[207]. Enenkel la racconta nel
suo _Weltbuch_ con alcune particolarità che non si veggono altrove
accennate, e che probabilmente, son frutto della sua fantasia[208].
Costantino commette ad un suo cancelliere di far coniare monete con
l'effigie imperiale ad esempio di Augusto. Il cancelliere aveva un
fratello sbilenco, ma molto ardito, il quale abitava in un sottoscala.
Costui riesce ad ottenere i favori dell'imperatrice, e la loro tresca
dura finchè viene all'orecchio di Costantino. Questi li coglie sul
fatto; trafigge con la spada la donna e calpesta lo sbilenco sotto i
piedi del suo cavallo. Il cancelliere, udita la morte del fratello, fa
coniar monete rappresentanti un uomo in atto di trafiggere una donna,
e ciò a fine di perpetuare l'infamia di Costantino, poi si parte dal
regno[209].
Enenkel dice che in Roma si vedeva un gruppo di pietra il quale
rappresentava Costantino a cavallo in atto di calpestare lo
sbilenco[210]: questo mi dà naturalmente occasione a parlare del
_Caballus Constantini_ di cui feci già altrove ricordo.
Col nome di _Caballus Constantini_, ma non con questo nome soltanto,
si designava nel medio evo la statua equestre di Marc'Aurelio, che si
vede ora dinnanzi al palazzo del Senatore in Campidoglio, ma che per
più secoli sorse nella piazza di San Giovanni in Laterano[211]. La
prossimità della chiesa costruita da Costantino fu causa, senz'alcun
dubbio, che alla statua si desse quel nome, e in grazia del nome essa,
sola di tutte le statue equestri di Roma, giunse intera, o quasi,
insino a noi[212]. Il nome di _Equus_ o _Caballus Constantini_ era
ancora in uso ai tempi di Paolo II, come risulta da certi mandati
di pagamento per restauri fatti alla statua negli anni 1466 e
1467[213]. Ai tempi di Andrea Fulvio si dubitava se la statua fosse di
Marc'Aurelio, o di Lucio Vero[214], ma gli è probabile che il popolo
continuasse a chiamarla di Costantino. Enenkel non è il solo a dire che
la statua fosse di pietra; Giovanni d'Outremeuse afferma il medesimo,
e dice che essa era stata portata da Costantinopoli a Roma[215].
Bartolomeo della Pugliola sa che la statua è di metallo, ma incorre
in un ben più grave errore, se, come non pare che possa dubitarsi,
nel seguente passo della sua Cronica intende parlare della statua di
Marc'Aurelio[216]. «Clemente III di Roma fu fatto Papa, il quale fece
il Chiostro del Monastero di San Lorenzo fuori delle mura di Roma, e
fece un palazzo molto alto in Laterano, e molto ornato. Ancora fece un
cavallo grandissimo di rame». Clemente III tenne la sedia pontificale
dal 1187 al 1191.
Il presunto Cavallo di Costantino comparisce più di una volta nelle
storie della città. Giovanni XIII (965-972) vi fece appendere un
prefetto pei capelli. Nelle feste che si celebrarono in Roma l'agosto
del 1347, quando furono conferite a Cola di Rienzo le insegne
tribunizie, il Cavallo di Costantino ebbe la parte sua: «Ibi fuit
equus Domini Constantini Imperatoris de metallo coopertus de varo,
ita artificialiter ordinatus, quod ex naribus egrediebatur vinum et
aqua continuo, et nemo videbat quomodo poneretur»[217]. Ciò che qui
si dice della statua coperta di vajo in occasione di pubbliche feste,
rende intelligibile un luogo del _Roman de Rou_, dove Wace racconta che
Roberto I, duca di Normandia, vide a Roma la statua di Costantino e le
fece dono di un manto[218]:
Costentin vit, ki ert a Rome,
De quiure fait, en guise de home,
Cheual a de quiure ensement,
Ne muet pur pluie ne pur vent.
Pur la hautece et pur le honur
De Costentin l'empereur,
En ki num l'image est leuce
E par ki num est apelee,
La fist d'un mantel afubler,
Del plus riche qu'il pot trouer.
Ma già i _Mirabilia_ e la _Graphia_ negano che la statua sia di
Costantino: «Lateranis est quidam caballus aereus qui dicitur
Constantini, sed non est ita, quia quicumque voluerit veritatem
cognoscere hoc perlegat». E soggiungono la seguente singolarissima
istoria. Al tempo dei consoli e dei senatori, un potentissimo re
dell'Oriente, venne in Italia, e assediata Roma dalla parte del
Laterano, afflisse i Romani con asprissima guerra. Allora un cavaliere
di molta prudenza e valentia propose ai consoli e ai senatori di
liberare la città, a patto che, condotta l'impresa a buon fine, gli
si dessero in premio 30000 sesterzii, e gli si ergesse una statua.
Accettata da quelli l'offerta, egli raccomandò loro di armarsi, e di
tenersi, verso la mezzanotte, pronti ad ogni suo cenno. Per più notti
consecutive aveva egli veduto quel re venire per suoi bisogni corporali
appiè di un albero, ed ogni volta una civetta che su quello si stava,
s'era messa a cantare. Uscito di città all'ora opportuna, sopra un
cavallo senza sella, trovò il re, e rapitolo a forza, non curando
i seguaci di lui ch'erano poco discosto, si volse verso la città: i
Romani, da lui chiamati, uscirono alla lor volta, ed ebbero allora sui
nemici facile vittoria. Al cavaliere fu mantenuta la promessa; gli
si fece la statua, e sul capo del cavallo si pose la immagine della
civetta, e sotto le zampe quella del re, ch'era di piccola persona. Il
nome del cavaliere non è indicato. Ranulfo Higden descrive la statua
allo stesso modo[219]. La supposta immagine della civetta posta sul
capo del cavallo altro non è che il ciuffo dei crini annodati in fra
gli orecchi. La figura del re nano, che più non si vede al luogo suo,
rappresentava certamente un qualche popolo soggiogato. Questa figura,
di cui più non s'intendeva nel medio evo il vero significato, fu
senza dubbio cagione che s'immaginasse la storia narrata da Enenkel,
accennata dagli altri.
Il capitolo XIV del _Libro delle Storie di Fioravante_[220] contiene un
racconto che concilierebbe il nome di Costantino con la narrazione dei
_Mirabilia_. Costantino è assediato in Roma da Dinasor, figlio del re
di Sassonia. In una battaglia i Romani hanno la peggio, e Costantino
stesso è scavalcato. Alcuni fuggiaschi s'imbattono in un pastore,
che, saputo della rotta, li forza a seguirlo sul campo. Trovato quivi
il cavallo di Costantino, gli monta sopra, va incontro a Dinasor, lo
tragge a forza di sella, e prigioniero lo conduce in Roma; poi torna
addietro e con un bastone sconfigge e volge in fuga tutti i _Saracini_.
Se ne va allora alle sue faccende, ma non trova più nè i buoi, nè le
vacche, i quali aveva lasciato per andare a combattere. Torna a Roma,
ed è con gran festa accolto da Costantino, il quale da indi in poi
lo tiene molto onorevolmente con sè. «E sì fecie venire i migliori
orafi di tutta cristianità, e fecie fare un cavallo di metallo, e
fecievi far su il villano col bastone in mano e co' calzari legati
in piè, e ogni cosa fecie fare di metallo, e il cavallo fecie fare
senza sella. Ecchì va a Roma sillo potè vedere, e vedrà sempre che
'l mondo si basterà»[221]. Non è improbabile che questo racconto sia
stato messo insieme per far concordare fra loro le varie tradizioni;
ad ogni modo, tanto in esso, quanto in quello dei _Mirabilia_, e
nell'altro di Enenkel, abbiamo nuovi esempii di leggende nate da falsa
interpretazione di monumenti.
Ranulfo Higden dice che la statua era detta di Teodorico dai
pellegrini, di Costantino dal volgo, di Marco o di Quinto Curzio dai
chierici[222]. Forse la ragione di quella prima denominazione non
è da cercare molto lontano. È noto che Carlo Magno fece togliere da
Ravenna, per portarla in Aquisgrana, una statua equestre metallica di
Teodorico. Tale statua rimase, qual che ne fosse il motivo, in Pavia,
dove fu lungamente tenuta in gran pregio e chiamata con lo strano nome
di Regisol. Essa molto rassomigliava a quella di Marc'Aurelio[223].
Qualche pellegrino, che veniva da Pavia, cominciò forse a chiamare,
per ragione della rassomiglianza, Cavallo di Teodorico quello che più
comunemente in Roma si chiamava Cavallo di Costantino. Ranulfo narra
di Quinto Curzio la nota storia di Marco, e anche con essa pone in
relazione il Cavallo[224]; mentre, come abbiam veduto, attribuisce a
Marco la storia narrata nei _Mirabilia_.
Il nome di Costantino si trova impegnato in parecchi altri racconti
favolosi e romanzeschi, nel _Koenig Ruother_, nella storia di Seghelijn
van Jerusalem, nei _Reali di Francia_, nella _Storia di Fioravante_.
Nel _Koenig Ruother_, poema composto verso la fine del XII secolo, si
narra come Rotari (Ruother), re di Bari e di Roma, al quale obbedivano
settantadue re, riuscì ad avere in isposa la figlia di Costantino, che
puniva di morte chiunque glie la chiedesse. Da quelle nozze nacque
Pipino, padre di Carlo Magno[225]. Questo racconto ha strettissima
relazione con quello della Vilkinasaga, dove, per altro, l'azione è
sostenuta da altri personaggi, a cui solamente più tardi debbono essere
stati sostituiti quelli del poema tedesco. Nel poema neerlandese di
Seghelijn van Jerusalem, questo eroe sposa Florette, figliuola di
Costantino, trova insieme con lei la croce, diventa imperatore, uccide
inconsapevole il padre e la madre, si fa eremita, e dopo quindici
anni di penitenza in un deserto è eletto pontefice sotto il nome di
Benedetto I[226]. Questa storia deriva senza dubbio da fonte francese.
Era naturale che si volessero far risalire certe genealogie sino a
Costantino, per certi rispetti, il più illustre fra gl'imperatori. Nei
_Reali di Francia_, nel _Libro di Fioravante_, nella _Flocents Saga_ si
narra come Fiovo (Flovent), figlio, o nipote di Costantino, fuggito da
Roma per avervi ucciso un uomo di grande affare, conquistò la Francia,
fece battezzare tutto il popolo, e fu stipite dei Carolingi e di altri
lignaggi illustri[227].
Sulla morte di Costantino ben poche notizie raccolse la leggenda.
Giovanni d'Outremeuse lo fa morir di veleno[228]; secondo la cronaca di
Giovanni di Londra (cod. dell'Herald's College) il suo corpo fu trovato
a Cair Segeint da Eduardo I nel 1383, lo che riporta ad un'altra
leggenda già indicata di sopra e riguardante, o Costanzo padre, o
Costanzo figlio di Costantino.
Trasportando a Costantinopoli la sede dell'impero Costantino aperse per
Roma l'era della decadenza, e i posteri, di ciò consapevoli, più di una
volta ne lo biasimarono. Già in alcuni versi antichissimi riportati
in un precedente capitolo[229] si deplora il trasferimento degli
antichi onori di Roma ai Greci. Quando risorse in Occidente l'impero,
Costantinopoli dovette essere considerata come un'usurpatrice,
e l'operato di Costantino dovette parere a molti illegittimo e
dissennato. Gotofredo da Viterbo, nella seconda metà del XII secolo,
esce contra di lui in questa invettiva[230]:
Hunc alienigenam sibi Roma creavit alumnum,
Cui dedit imperii solium per secula summum,
Qui quasi morte ream post viduavit eam.
Fraude dolo procores subtraxit ab Urbe Latinos,
Et quasi captivos mox esse coegit Achivos,
Constituens Romam rebus et arte novam.
Transtulit imperium, Danais dedit ipse favorem,
Dans alienigenis, quem Roma tenebat honorem,
Romula destituens, Grecula regna colens.
Spurius hic fuerat, quem pretulit aurea Roma;
Interimens dominum, fertur rapuisse coronam;
Cum foret ante bona, nunc fama mala volat.
Non fuit augustus: minuit, non auxit honorem;
Roma suis studiis fertur caruisse decore,
Pressaque perpetuo Roma caduca dolet.
Costantino aveva data a Roma la fede, ma le aveva scemata la sovranità:
il danno quasi compensava il beneficio.
CAPITOLO XIV.
Giuliano l'Apostata.
La critica più recente ha risollevato il nome dell'imperatore Giuliano,
prostrato nella polvere dalla esecrazione di cinquanta generazioni
di credenti[231]. Se noi non possiamo lodare la sua disavveduta ed
intempestiva politica, specialmente poi quando la paragoniamo con
quella accortissima ed opportuna di Costantino, se non possiamo non
deplorare l'errore che gli fece credere possibile la restaurazione
di un ordine di cose irrevocabilmente condannato a sparire, possiamo
tuttavia scorgere ed apprezzare le cause molteplici che lo fecero
tale quale egli fu, e riconoscere, con imparziale giudizio, ch'egli
fu illuso assai più che colpevole, e che, ad ogni modo, l'infamia
che lo incolse è di troppo sproporzionata alla colpa. Le concordi
testimonianze di scrittori cristiani quali San Gregorio Nazianzeno,
Filostorgio, Rufino, Socrate, mostrano che Giuliano, se non impedì,
come avrebbe potuto, che altri commettesse violenze in suo nome, non
usò egli stesso violenza ai cristiani, e che, conformemente ai suoi
principii di tolleranza e di universale benevolenza, egli cercò di
attirare novamente all'antica religione i seguaci di Cristo più con
argomenti morali che con provvedimenti politici, più con lo scherno
che col rigore; magnanima moderazione in chi aveva la forza, ed era
continuamente da mille stimolato a farne abuso. Non si può negare che,
negli ultimi tempi del suo regno, egli, indispettito della lunga ed
ostinata resistenza, non abbia alquanto aggravata la mano sopra coloro
che frustravano le speranze da lui con lungo amore nutrite; ma gli è
pur vero che la Chiesa, nel tempo del suo maggiore rigoglio, avrebbe
da lui potuto apprendere quella solenne e santa verità, troppo spesso
da lei dimenticata, che le credenze religiose non debbono essere
imposte, e che una religione cessa di essere tale dal momento che non è
spontaneamente professata.
Da altra banda, non si può pretendere che la Chiesa, massime nascente,
facesse di Giuliano quel medesimo giudizio che la critica spassionata
ed imparziale dei giorni nostri ne viene ora facendo. La Chiesa
cominciava appena a raccogliere il frutto della sua lunga ed operosa
perseveranza, e a godere la pace comperata col sangue dei martiri,
quando, col salire di Giuliano al trono, si vide repentinamente
decaduta dal nuovo suo stato, e minacciata di nuovi e forse maggiori
pericoli. Certo, nel fondo degli animi viveva la fede che Cristo non
lascerebbe perire la sua sposa, e che il trionfo della verità fosse
irrevocabilmente segnato nei decreti della provvidenza; ma non si
sapeva quanto fosse per durare quell'era nuova di prove, e queste
dovevano ora tornar più amare ad uomini che avevano già gustata una
serena e placida securtà, e in cui la reazione, che moveva dall'alto,
offendeva, non più solamente un sentimento, ma ancora un diritto
acquistato e riconosciuto. La reazione stessa doveva considerarsi
come un ultimo tentativo degli spiriti tenebrosi per rovesciare la
Chiesa di Cristo, e risprofondare nell'errore il mondo, e l'uomo, che
se ne faceva promotore, doveva apparire come un loro vicario, e come
un figlio predestinato della perdizione. Storici e padri della Chiesa
dovevano chiudere gli occhi a quanto potesse naturalmente spiegare, o
scusare in parte i fatti, per non veder altro che un'opera di meditata
e diabolica iniquità, e Giuliano doveva apparire negli scritti loro, e
passar poi alla posterità più remota col nome infame di Apostata.
La leggenda, che s'affrettò dietro ai passi di Costantino, doveva
affrettarsi ancor più dietro a quelli di Giuliano; e condotta, com'era,
e governata da un solo pensiero, riuscire più unita e più omogenea,
sebbene non tanto copiosa. Essa nacque vivo ancora il protagonista;
e i lineamenti suoi principali già si veggon fermati nei primi
che la riferirono. In una perduta Vita di San Basilio, scritta da
Elladio[232], vescovo di Cesarea, essa era già probabilmente quale si
vede nelle orazioni famose di Gregorio Nazianzeno, poi si allargava e
variava passando in altre scritture ed altri autori, nella Vita di San
Basilio, attribuita ad Anfilochio, nelle Storie di Rufino di Aquileja,
di Filostorgio, di Socrate, di Sozomene, di Teodoreto, nei cronisti
bizantini, latini, volgari, ecc. Nel secolo VI se ne facevano due
romanzi in siriaco[233]. Come più scende e più la fiumana ingrossa.
L'esecrazione e l'orrore, invece di temperarsi col passar del tempo,
imperversano e crescono tuttavia. La coscienza cristiana del medio evo,
assai più che non quella dei primi tempi, preoccupata del diabolico,
assai più angustiata e più cupa, tende a far emergere dall'uomo il
mostro, e ad annerirne più sempre la vita. Giuliano quasi fa spallidire
Nerone. Nel poema _De inventione Sanctae Crucis_, attribuito a
Ildeberto Cenomanense, si dice di lui:
Hic Costantino subiit, corvinus ovino:
Hic lupus, hic agnus; hic Rex pius, illo Tyrannus;
Hic datus est bellum fidei, paleisque flagellum:
Quondam promissus grano, nunc tundere missus;
In Judam siquidem Draco, spondens praelia pridem,
Hunc presignavit, hunc pertulit, hunc stimulavit.
Et vitiis totus constans et crimine fotus,
Jam quasi portentum, jam Daemonis est monimentum.
E così di seguito per molti altri versi, fra' quali anche questi:
Sed depravatur Julianus, sed cruciatur,
Sed debucchatur, sed anhelat, sed superatur
Hic vir inhumanus, hic pessimus, hic Julianus.
Nelle due già citate omelie di Gregorio Nazianzeno[234] i fatti
principali, parte storici, parte leggendarii, che si riferiscono
sono i seguenti. Giuliano e Gallo suo fratello, serbati da Costanzo
all'impero, sono educati in corte, attendono in particolar modo allo
studio della dottrina cristiana, e abbracciano lo stato ecclesiastico.
Ma in Gallo la fede è sincera, mentre è mentita in Giuliano; di che si
ha prova nella costruzione di certo tempio dai due fratelli intrapresa
in comune, dove l'opera del primo riesce a bene, ma non così quella
del secondo. Gallo è creato Cesare, e Giuliano comincia a coltivare
studii perversi, e a odiare i cristiani; il quale odio si fa maggiore
e si palesa senza ritegno quando, morto Gallo, egli è a sua volta
innalzato alla dignità di Cesare. Ottenuto l'impero, il tristo si
abbandona interamente a' suoi malvagi istinti e non serba più misura
nell'empietà. Una croce coronata gli appare miracolosamente nelle
viscere di una vittima, ma non per ciò egli si ravvede; dedito alle
arti inique della magia, scende, in compagnia di un filosofo o mago, in
una orrenda spelonca per consultare i demonii, i quali poi, spaventato
alla lor vista, volge in fuga con un segno di croce. Perseguita i
cristiani, favorisce gli Ebrei, e vuole sia ricostruito il lor tempio,
il che da varii prodigi è impedito. È incerto chi uccidesse Giuliano,
e varie credenze corsero a tale riguardo; ma, ad ogni modo, la morte
sua fu una punizione del cielo. Nella omelia XXI (c. 33) Gregorio dice
essergli stato riferito da alcuno come la terra non volesse ricevere,
ma rigettasse, il corpo di Giuliano, sorte toccata, com'è noto, a molti
altri insigni scelerati. Non ho bisogno di ricordare che Gregorio fu
compagno di studii di Giuliano, e poi avversario acerrimo. Le due
omelie, in cui egli dichiara di voler esporre, non tutte, ma solo
alcune sceleraggini di Giuliano, riboccano d'odio, e tradiscono un
animo assai mal preparato a recar delle cose sereno e giusto giudizio.
Nessuno dei fatti narrati o accennati da Gregorio di Nazianzo si
perde nei racconti di tempo posteriore: ma tutti, qual più, qual
meno, vanno soggetti a certe alterazioni, le quali, com'è naturale,
tendono sempre ad esagerarne la gravità, a farne spiccare vie più
gli aspetti caratteristici. È una delle operazioni capitali della
leggenda questa di far rilevare, di sopra un dato fondo di notizie o
di credenze, certe parti più importanti. Che alle favole più antiche
altre poi se ne dovessero aggiungere mano mano s'intende di leggieri.
Giuliano ebbe veramente nella gerarchia ecclesiastica il grado di
lettore, grado che importava il conferimento degli ordini inferiori,
e se alcuna particolarità della sua vita si poteva dimenticare, non
si dimenticava già questa, che tanto aggravava e faceva più esecrabile
la sua apostasia. Anzi, per aggravarla ancor più, si disse ch'egli era
stato monaco, ed aveva un tempo fatta la vita del chiostro[235]. Questo
errore muove, senza dubbio, da Socrate e da Sozomene, i quali dicono
che Giuliano, prima di dichiararsi, conduceva vita monastica[236]. Nel
Passio di San Fabiano si legge che Giuliano fu da Pimenio presbitero
ordinato suddiacono della Chiesa Romana, e nel Passio dei Santi
Giovanni e Paolo lo stesso Giuliano dice come avesse ottenuto il
chiericato, e come avrebbe potuto, qualora gli fosse venuto in talento,
salire ai supremi onori ecclesiastici[237]. La _Kaiserchronik_ giunge a
dire ch'egli fu cappellano del papa[238].
Giuliano fu veramente dedito alle pratiche superstiziose della teurgia
neoplatonica; ma le accuse atroci che gli si mossero contro non hanno
fondamento di sorta, e convengono assai meglio a Massenzio che non a
lui[239]. La favola degli dei bugiardi, o dei demonii, volti in fuga
con un segno di croce, è ripetuta da molti storici, così antichi, come
del medio evo; se non che alcuni di questi, come per esempio Eccardo
Uraugiense[240], seguendo la tradizione più antica, raccontano che tal
caso seguì quando egli, già adulto, e smanioso d'impero, vagava per la
Grecia in cerca di responsi; mentre altri, come Sicardo e Giacomo da
Voragine, lo pongono ai tempi della sua fanciullezza, con l'intenzione
senza dubbio di mostrar lui sino dalla più tenera età in commercio
coi diavoli[241]. Già Gregorio Nazianzeno dice che i demonii avevano
promessa a Giuliano la signoria di tutto il mondo. In uno dei due
romanzi siriaci ricordati di sopra, Giuliano, il quale è amico di un
mago per nome Magno, stringe un patto col diavolo, che gli promette
tale signoria per cent'anni. Giacomo da Voragine ed altri raccontano
che Giuliano, movendo contro i Persiani, spedì un demonio in Occidente
per averne certo responso, ma che, trattenuto a mezzo il viaggio per
dieci giorni consecutivi da un monaco che passò tutto quel tempo in
orazione, il demonio dovette tornarsene addietro senza avere eseguita
la commissione. La guerra mossa alla Chiesa si fece più strettamente
dipendere dalle relazioni che Giuliano aveva con gli spiriti delle
tenebre. Quando, essendo ancora fanciullo, o già adulto, Giuliano volse
in fuga i diavoli col segno della croce, il maestro, o il jerofante,
gli disse causa della lor fuga essere non il timore, ma l'esecrazione
in che avevano quel segno. Fatto imperatore, dice Giacomo da Voragine,
volendo egli perseverare nell'esercizio dell'arti diaboliche, procacciò
che il segno della croce fosse, quanto più era possibile, cancellato e
distrutto, e perseguitò i cristiani, temendo che altrimenti i diavoli
non sarebbero per obbedirgli. Di orribili pratiche di magia osservate
da Giuliano, di donne sparate per ispecularne i visceri, di bambini
trucidati, parlano già gli scrittori più antichi[242]: Giovanni Colonna
dice nel _Mare historiarum_ che si trovarono arche ripiene di teschi
umani e pozzi colmi di cadaveri. Tali pratiche non erano estranee
ai costumi dei tempi: Ammiano Marcellino racconta che nell'anno 363,
regnante appunto Giuliano, fu uccisa in Roma una donna per iscrutarne
le viscere.
Ciò che San Gregorio racconta della tentata, ma non riuscita
ricostruzione del tempio di Gerusalemme, è similmente ripetuto da
molti: Gotofredo da Viterbo così enumera nella particola XI della
_Memoria sacculorum_ i prodigi avvenuti in quella occasione[243];
Templa tremunt, pavimenta ruunt et tigna sub illis
Ignibus e celis pereunt exusta favillis,
Exiliunt lapides, area sola manet.
Igneus extemplo globus est emissus in illos
Incendens homines vestes caput atque capillos,
Astantesque viri iure cremantur ibi.
Hec ne fortuitu mala provenisse putentur
Signa crucis confixa sibi gestare videntur
Gestant Iudei corpore signa dei.