La leggenda è inoltre ricordata nel _Tristan_[205], nel _Le Blasme

des Fames_[206], nella _Bible Gulot_[207]. Enenkel la racconta nel

suo _Weltbuch_ con alcune particolarità che non si veggono altrove

accennate, e che probabilmente, son frutto della sua fantasia[208].

Costantino commette ad un suo cancelliere di far coniare monete con

l'effigie imperiale ad esempio di Augusto. Il cancelliere aveva un

fratello sbilenco, ma molto ardito, il quale abitava in un sottoscala.

Costui riesce ad ottenere i favori dell'imperatrice, e la loro tresca

dura finchè viene all'orecchio di Costantino. Questi li coglie sul

fatto; trafigge con la spada la donna e calpesta lo sbilenco sotto i

piedi del suo cavallo. Il cancelliere, udita la morte del fratello, fa

coniar monete rappresentanti un uomo in atto di trafiggere una donna,

e ciò a fine di perpetuare l'infamia di Costantino, poi si parte dal

regno[209].

Enenkel dice che in Roma si vedeva un gruppo di pietra il quale

rappresentava Costantino a cavallo in atto di calpestare lo

sbilenco[210]: questo mi dà naturalmente occasione a parlare del

_Caballus Constantini_ di cui feci già altrove ricordo.

Col nome di _Caballus Constantini_, ma non con questo nome soltanto,

si designava nel medio evo la statua equestre di Marc'Aurelio, che si

vede ora dinnanzi al palazzo del Senatore in Campidoglio, ma che per

più secoli sorse nella piazza di San Giovanni in Laterano[211]. La

prossimità della chiesa costruita da Costantino fu causa, senz'alcun

dubbio, che alla statua si desse quel nome, e in grazia del nome essa,

sola di tutte le statue equestri di Roma, giunse intera, o quasi,

insino a noi[212]. Il nome di _Equus_ o _Caballus Constantini_ era

ancora in uso ai tempi di Paolo II, come risulta da certi mandati

di pagamento per restauri fatti alla statua negli anni 1466 e

1467[213]. Ai tempi di Andrea Fulvio si dubitava se la statua fosse di

Marc'Aurelio, o di Lucio Vero[214], ma gli è probabile che il popolo

continuasse a chiamarla di Costantino. Enenkel non è il solo a dire che

la statua fosse di pietra; Giovanni d'Outremeuse afferma il medesimo,

e dice che essa era stata portata da Costantinopoli a Roma[215].

Bartolomeo della Pugliola sa che la statua è di metallo, ma incorre

in un ben più grave errore, se, come non pare che possa dubitarsi,

nel seguente passo della sua Cronica intende parlare della statua di

Marc'Aurelio[216]. «Clemente III di Roma fu fatto Papa, il quale fece

il Chiostro del Monastero di San Lorenzo fuori delle mura di Roma, e

fece un palazzo molto alto in Laterano, e molto ornato. Ancora fece un

cavallo grandissimo di rame». Clemente III tenne la sedia pontificale

dal 1187 al 1191.

Il presunto Cavallo di Costantino comparisce più di una volta nelle

storie della città. Giovanni XIII (965-972) vi fece appendere un

prefetto pei capelli. Nelle feste che si celebrarono in Roma l'agosto

del 1347, quando furono conferite a Cola di Rienzo le insegne

tribunizie, il Cavallo di Costantino ebbe la parte sua: «Ibi fuit

equus Domini Constantini Imperatoris de metallo coopertus de varo,

ita artificialiter ordinatus, quod ex naribus egrediebatur vinum et

aqua continuo, et nemo videbat quomodo poneretur»[217]. Ciò che qui

si dice della statua coperta di vajo in occasione di pubbliche feste,

rende intelligibile un luogo del _Roman de Rou_, dove Wace racconta che

Roberto I, duca di Normandia, vide a Roma la statua di Costantino e le

fece dono di un manto[218]:

Costentin vit, ki ert a Rome,

De quiure fait, en guise de home,

Cheual a de quiure ensement,

Ne muet pur pluie ne pur vent.

Pur la hautece et pur le honur

De Costentin l'empereur,

En ki num l'image est leuce

E par ki num est apelee,

La fist d'un mantel afubler,

Del plus riche qu'il pot trouer.

Ma già i _Mirabilia_ e la _Graphia_ negano che la statua sia di

Costantino: «Lateranis est quidam caballus aereus qui dicitur

Constantini, sed non est ita, quia quicumque voluerit veritatem

cognoscere hoc perlegat». E soggiungono la seguente singolarissima

istoria. Al tempo dei consoli e dei senatori, un potentissimo re

dell'Oriente, venne in Italia, e assediata Roma dalla parte del

Laterano, afflisse i Romani con asprissima guerra. Allora un cavaliere

di molta prudenza e valentia propose ai consoli e ai senatori di

liberare la città, a patto che, condotta l'impresa a buon fine, gli

si dessero in premio 30000 sesterzii, e gli si ergesse una statua.

Accettata da quelli l'offerta, egli raccomandò loro di armarsi, e di

tenersi, verso la mezzanotte, pronti ad ogni suo cenno. Per più notti

consecutive aveva egli veduto quel re venire per suoi bisogni corporali

appiè di un albero, ed ogni volta una civetta che su quello si stava,

s'era messa a cantare. Uscito di città all'ora opportuna, sopra un

cavallo senza sella, trovò il re, e rapitolo a forza, non curando

i seguaci di lui ch'erano poco discosto, si volse verso la città: i

Romani, da lui chiamati, uscirono alla lor volta, ed ebbero allora sui

nemici facile vittoria. Al cavaliere fu mantenuta la promessa; gli

si fece la statua, e sul capo del cavallo si pose la immagine della

civetta, e sotto le zampe quella del re, ch'era di piccola persona. Il

nome del cavaliere non è indicato. Ranulfo Higden descrive la statua

allo stesso modo[219]. La supposta immagine della civetta posta sul

capo del cavallo altro non è che il ciuffo dei crini annodati in fra

gli orecchi. La figura del re nano, che più non si vede al luogo suo,

rappresentava certamente un qualche popolo soggiogato. Questa figura,

di cui più non s'intendeva nel medio evo il vero significato, fu

senza dubbio cagione che s'immaginasse la storia narrata da Enenkel,

accennata dagli altri.

Il capitolo XIV del _Libro delle Storie di Fioravante_[220] contiene un

racconto che concilierebbe il nome di Costantino con la narrazione dei

_Mirabilia_. Costantino è assediato in Roma da Dinasor, figlio del re

di Sassonia. In una battaglia i Romani hanno la peggio, e Costantino

stesso è scavalcato. Alcuni fuggiaschi s'imbattono in un pastore,

che, saputo della rotta, li forza a seguirlo sul campo. Trovato quivi

il cavallo di Costantino, gli monta sopra, va incontro a Dinasor, lo

tragge a forza di sella, e prigioniero lo conduce in Roma; poi torna

addietro e con un bastone sconfigge e volge in fuga tutti i _Saracini_.

Se ne va allora alle sue faccende, ma non trova più nè i buoi, nè le

vacche, i quali aveva lasciato per andare a combattere. Torna a Roma,

ed è con gran festa accolto da Costantino, il quale da indi in poi

lo tiene molto onorevolmente con sè. «E sì fecie venire i migliori

orafi di tutta cristianità, e fecie fare un cavallo di metallo, e

fecievi far su il villano col bastone in mano e co' calzari legati

in piè, e ogni cosa fecie fare di metallo, e il cavallo fecie fare

senza sella. Ecchì va a Roma sillo potè vedere, e vedrà sempre che

'l mondo si basterà»[221]. Non è improbabile che questo racconto sia

stato messo insieme per far concordare fra loro le varie tradizioni;

ad ogni modo, tanto in esso, quanto in quello dei _Mirabilia_, e

nell'altro di Enenkel, abbiamo nuovi esempii di leggende nate da falsa

interpretazione di monumenti.

Ranulfo Higden dice che la statua era detta di Teodorico dai

pellegrini, di Costantino dal volgo, di Marco o di Quinto Curzio dai

chierici[222]. Forse la ragione di quella prima denominazione non

è da cercare molto lontano. È noto che Carlo Magno fece togliere da

Ravenna, per portarla in Aquisgrana, una statua equestre metallica di

Teodorico. Tale statua rimase, qual che ne fosse il motivo, in Pavia,

dove fu lungamente tenuta in gran pregio e chiamata con lo strano nome

di Regisol. Essa molto rassomigliava a quella di Marc'Aurelio[223].

Qualche pellegrino, che veniva da Pavia, cominciò forse a chiamare,

per ragione della rassomiglianza, Cavallo di Teodorico quello che più

comunemente in Roma si chiamava Cavallo di Costantino. Ranulfo narra

di Quinto Curzio la nota storia di Marco, e anche con essa pone in

relazione il Cavallo[224]; mentre, come abbiam veduto, attribuisce a

Marco la storia narrata nei _Mirabilia_.

Il nome di Costantino si trova impegnato in parecchi altri racconti

favolosi e romanzeschi, nel _Koenig Ruother_, nella storia di Seghelijn

van Jerusalem, nei _Reali di Francia_, nella _Storia di Fioravante_.

Nel _Koenig Ruother_, poema composto verso la fine del XII secolo, si

narra come Rotari (Ruother), re di Bari e di Roma, al quale obbedivano

settantadue re, riuscì ad avere in isposa la figlia di Costantino, che

puniva di morte chiunque glie la chiedesse. Da quelle nozze nacque

Pipino, padre di Carlo Magno[225]. Questo racconto ha strettissima

relazione con quello della Vilkinasaga, dove, per altro, l'azione è

sostenuta da altri personaggi, a cui solamente più tardi debbono essere

stati sostituiti quelli del poema tedesco. Nel poema neerlandese di

Seghelijn van Jerusalem, questo eroe sposa Florette, figliuola di

Costantino, trova insieme con lei la croce, diventa imperatore, uccide

inconsapevole il padre e la madre, si fa eremita, e dopo quindici

anni di penitenza in un deserto è eletto pontefice sotto il nome di

Benedetto I[226]. Questa storia deriva senza dubbio da fonte francese.

Era naturale che si volessero far risalire certe genealogie sino a

Costantino, per certi rispetti, il più illustre fra gl'imperatori. Nei

_Reali di Francia_, nel _Libro di Fioravante_, nella _Flocents Saga_ si

narra come Fiovo (Flovent), figlio, o nipote di Costantino, fuggito da

Roma per avervi ucciso un uomo di grande affare, conquistò la Francia,

fece battezzare tutto il popolo, e fu stipite dei Carolingi e di altri

lignaggi illustri[227].

Sulla morte di Costantino ben poche notizie raccolse la leggenda.

Giovanni d'Outremeuse lo fa morir di veleno[228]; secondo la cronaca di

Giovanni di Londra (cod. dell'Herald's College) il suo corpo fu trovato

a Cair Segeint da Eduardo I nel 1383, lo che riporta ad un'altra

leggenda già indicata di sopra e riguardante, o Costanzo padre, o

Costanzo figlio di Costantino.

Trasportando a Costantinopoli la sede dell'impero Costantino aperse per

Roma l'era della decadenza, e i posteri, di ciò consapevoli, più di una

volta ne lo biasimarono. Già in alcuni versi antichissimi riportati

in un precedente capitolo[229] si deplora il trasferimento degli

antichi onori di Roma ai Greci. Quando risorse in Occidente l'impero,

Costantinopoli dovette essere considerata come un'usurpatrice,

e l'operato di Costantino dovette parere a molti illegittimo e

dissennato. Gotofredo da Viterbo, nella seconda metà del XII secolo,

esce contra di lui in questa invettiva[230]:

Hunc alienigenam sibi Roma creavit alumnum,

Cui dedit imperii solium per secula summum,

Qui quasi morte ream post viduavit eam.

Fraude dolo procores subtraxit ab Urbe Latinos,

Et quasi captivos mox esse coegit Achivos,

Constituens Romam rebus et arte novam.

Transtulit imperium, Danais dedit ipse favorem,

Dans alienigenis, quem Roma tenebat honorem,

Romula destituens, Grecula regna colens.

Spurius hic fuerat, quem pretulit aurea Roma;

Interimens dominum, fertur rapuisse coronam;

Cum foret ante bona, nunc fama mala volat.

Non fuit augustus: minuit, non auxit honorem;

Roma suis studiis fertur caruisse decore,

Pressaque perpetuo Roma caduca dolet.

Costantino aveva data a Roma la fede, ma le aveva scemata la sovranità:

il danno quasi compensava il beneficio.

CAPITOLO XIV.

Giuliano l'Apostata.

La critica più recente ha risollevato il nome dell'imperatore Giuliano,

prostrato nella polvere dalla esecrazione di cinquanta generazioni

di credenti[231]. Se noi non possiamo lodare la sua disavveduta ed

intempestiva politica, specialmente poi quando la paragoniamo con

quella accortissima ed opportuna di Costantino, se non possiamo non

deplorare l'errore che gli fece credere possibile la restaurazione

di un ordine di cose irrevocabilmente condannato a sparire, possiamo

tuttavia scorgere ed apprezzare le cause molteplici che lo fecero

tale quale egli fu, e riconoscere, con imparziale giudizio, ch'egli

fu illuso assai più che colpevole, e che, ad ogni modo, l'infamia

che lo incolse è di troppo sproporzionata alla colpa. Le concordi

testimonianze di scrittori cristiani quali San Gregorio Nazianzeno,

Filostorgio, Rufino, Socrate, mostrano che Giuliano, se non impedì,

come avrebbe potuto, che altri commettesse violenze in suo nome, non

usò egli stesso violenza ai cristiani, e che, conformemente ai suoi

principii di tolleranza e di universale benevolenza, egli cercò di

attirare novamente all'antica religione i seguaci di Cristo più con

argomenti morali che con provvedimenti politici, più con lo scherno

che col rigore; magnanima moderazione in chi aveva la forza, ed era

continuamente da mille stimolato a farne abuso. Non si può negare che,

negli ultimi tempi del suo regno, egli, indispettito della lunga ed

ostinata resistenza, non abbia alquanto aggravata la mano sopra coloro

che frustravano le speranze da lui con lungo amore nutrite; ma gli è

pur vero che la Chiesa, nel tempo del suo maggiore rigoglio, avrebbe

da lui potuto apprendere quella solenne e santa verità, troppo spesso

da lei dimenticata, che le credenze religiose non debbono essere

imposte, e che una religione cessa di essere tale dal momento che non è

spontaneamente professata.

Da altra banda, non si può pretendere che la Chiesa, massime nascente,

facesse di Giuliano quel medesimo giudizio che la critica spassionata

ed imparziale dei giorni nostri ne viene ora facendo. La Chiesa

cominciava appena a raccogliere il frutto della sua lunga ed operosa

perseveranza, e a godere la pace comperata col sangue dei martiri,

quando, col salire di Giuliano al trono, si vide repentinamente

decaduta dal nuovo suo stato, e minacciata di nuovi e forse maggiori

pericoli. Certo, nel fondo degli animi viveva la fede che Cristo non

lascerebbe perire la sua sposa, e che il trionfo della verità fosse

irrevocabilmente segnato nei decreti della provvidenza; ma non si

sapeva quanto fosse per durare quell'era nuova di prove, e queste

dovevano ora tornar più amare ad uomini che avevano già gustata una

serena e placida securtà, e in cui la reazione, che moveva dall'alto,

offendeva, non più solamente un sentimento, ma ancora un diritto

acquistato e riconosciuto. La reazione stessa doveva considerarsi

come un ultimo tentativo degli spiriti tenebrosi per rovesciare la

Chiesa di Cristo, e risprofondare nell'errore il mondo, e l'uomo, che

se ne faceva promotore, doveva apparire come un loro vicario, e come

un figlio predestinato della perdizione. Storici e padri della Chiesa

dovevano chiudere gli occhi a quanto potesse naturalmente spiegare, o

scusare in parte i fatti, per non veder altro che un'opera di meditata

e diabolica iniquità, e Giuliano doveva apparire negli scritti loro, e

passar poi alla posterità più remota col nome infame di Apostata.

La leggenda, che s'affrettò dietro ai passi di Costantino, doveva

affrettarsi ancor più dietro a quelli di Giuliano; e condotta, com'era,

e governata da un solo pensiero, riuscire più unita e più omogenea,

sebbene non tanto copiosa. Essa nacque vivo ancora il protagonista;

e i lineamenti suoi principali già si veggon fermati nei primi

che la riferirono. In una perduta Vita di San Basilio, scritta da

Elladio[232], vescovo di Cesarea, essa era già probabilmente quale si

vede nelle orazioni famose di Gregorio Nazianzeno, poi si allargava e

variava passando in altre scritture ed altri autori, nella Vita di San

Basilio, attribuita ad Anfilochio, nelle Storie di Rufino di Aquileja,

di Filostorgio, di Socrate, di Sozomene, di Teodoreto, nei cronisti

bizantini, latini, volgari, ecc. Nel secolo VI se ne facevano due

romanzi in siriaco[233]. Come più scende e più la fiumana ingrossa.

L'esecrazione e l'orrore, invece di temperarsi col passar del tempo,

imperversano e crescono tuttavia. La coscienza cristiana del medio evo,

assai più che non quella dei primi tempi, preoccupata del diabolico,

assai più angustiata e più cupa, tende a far emergere dall'uomo il

mostro, e ad annerirne più sempre la vita. Giuliano quasi fa spallidire

Nerone. Nel poema _De inventione Sanctae Crucis_, attribuito a

Ildeberto Cenomanense, si dice di lui:

Hic Costantino subiit, corvinus ovino:

Hic lupus, hic agnus; hic Rex pius, illo Tyrannus;

Hic datus est bellum fidei, paleisque flagellum:

Quondam promissus grano, nunc tundere missus;

In Judam siquidem Draco, spondens praelia pridem,

Hunc presignavit, hunc pertulit, hunc stimulavit.

Et vitiis totus constans et crimine fotus,

Jam quasi portentum, jam Daemonis est monimentum.

E così di seguito per molti altri versi, fra' quali anche questi:

Sed depravatur Julianus, sed cruciatur,

Sed debucchatur, sed anhelat, sed superatur

Hic vir inhumanus, hic pessimus, hic Julianus.

Nelle due già citate omelie di Gregorio Nazianzeno[234] i fatti

principali, parte storici, parte leggendarii, che si riferiscono

sono i seguenti. Giuliano e Gallo suo fratello, serbati da Costanzo

all'impero, sono educati in corte, attendono in particolar modo allo

studio della dottrina cristiana, e abbracciano lo stato ecclesiastico.

Ma in Gallo la fede è sincera, mentre è mentita in Giuliano; di che si

ha prova nella costruzione di certo tempio dai due fratelli intrapresa

in comune, dove l'opera del primo riesce a bene, ma non così quella

del secondo. Gallo è creato Cesare, e Giuliano comincia a coltivare

studii perversi, e a odiare i cristiani; il quale odio si fa maggiore

e si palesa senza ritegno quando, morto Gallo, egli è a sua volta

innalzato alla dignità di Cesare. Ottenuto l'impero, il tristo si

abbandona interamente a' suoi malvagi istinti e non serba più misura

nell'empietà. Una croce coronata gli appare miracolosamente nelle

viscere di una vittima, ma non per ciò egli si ravvede; dedito alle

arti inique della magia, scende, in compagnia di un filosofo o mago, in

una orrenda spelonca per consultare i demonii, i quali poi, spaventato

alla lor vista, volge in fuga con un segno di croce. Perseguita i

cristiani, favorisce gli Ebrei, e vuole sia ricostruito il lor tempio,

il che da varii prodigi è impedito. È incerto chi uccidesse Giuliano,

e varie credenze corsero a tale riguardo; ma, ad ogni modo, la morte

sua fu una punizione del cielo. Nella omelia XXI (c. 33) Gregorio dice

essergli stato riferito da alcuno come la terra non volesse ricevere,

ma rigettasse, il corpo di Giuliano, sorte toccata, com'è noto, a molti

altri insigni scelerati. Non ho bisogno di ricordare che Gregorio fu

compagno di studii di Giuliano, e poi avversario acerrimo. Le due

omelie, in cui egli dichiara di voler esporre, non tutte, ma solo

alcune sceleraggini di Giuliano, riboccano d'odio, e tradiscono un

animo assai mal preparato a recar delle cose sereno e giusto giudizio.

Nessuno dei fatti narrati o accennati da Gregorio di Nazianzo si

perde nei racconti di tempo posteriore: ma tutti, qual più, qual

meno, vanno soggetti a certe alterazioni, le quali, com'è naturale,

tendono sempre ad esagerarne la gravità, a farne spiccare vie più

gli aspetti caratteristici. È una delle operazioni capitali della

leggenda questa di far rilevare, di sopra un dato fondo di notizie o

di credenze, certe parti più importanti. Che alle favole più antiche

altre poi se ne dovessero aggiungere mano mano s'intende di leggieri.

Giuliano ebbe veramente nella gerarchia ecclesiastica il grado di

lettore, grado che importava il conferimento degli ordini inferiori,

e se alcuna particolarità della sua vita si poteva dimenticare, non

si dimenticava già questa, che tanto aggravava e faceva più esecrabile

la sua apostasia. Anzi, per aggravarla ancor più, si disse ch'egli era

stato monaco, ed aveva un tempo fatta la vita del chiostro[235]. Questo

errore muove, senza dubbio, da Socrate e da Sozomene, i quali dicono

che Giuliano, prima di dichiararsi, conduceva vita monastica[236]. Nel

Passio di San Fabiano si legge che Giuliano fu da Pimenio presbitero

ordinato suddiacono della Chiesa Romana, e nel Passio dei Santi

Giovanni e Paolo lo stesso Giuliano dice come avesse ottenuto il

chiericato, e come avrebbe potuto, qualora gli fosse venuto in talento,

salire ai supremi onori ecclesiastici[237]. La _Kaiserchronik_ giunge a

dire ch'egli fu cappellano del papa[238].

Giuliano fu veramente dedito alle pratiche superstiziose della teurgia

neoplatonica; ma le accuse atroci che gli si mossero contro non hanno

fondamento di sorta, e convengono assai meglio a Massenzio che non a

lui[239]. La favola degli dei bugiardi, o dei demonii, volti in fuga

con un segno di croce, è ripetuta da molti storici, così antichi, come

del medio evo; se non che alcuni di questi, come per esempio Eccardo

Uraugiense[240], seguendo la tradizione più antica, raccontano che tal

caso seguì quando egli, già adulto, e smanioso d'impero, vagava per la

Grecia in cerca di responsi; mentre altri, come Sicardo e Giacomo da

Voragine, lo pongono ai tempi della sua fanciullezza, con l'intenzione

senza dubbio di mostrar lui sino dalla più tenera età in commercio

coi diavoli[241]. Già Gregorio Nazianzeno dice che i demonii avevano

promessa a Giuliano la signoria di tutto il mondo. In uno dei due

romanzi siriaci ricordati di sopra, Giuliano, il quale è amico di un

mago per nome Magno, stringe un patto col diavolo, che gli promette

tale signoria per cent'anni. Giacomo da Voragine ed altri raccontano

che Giuliano, movendo contro i Persiani, spedì un demonio in Occidente

per averne certo responso, ma che, trattenuto a mezzo il viaggio per

dieci giorni consecutivi da un monaco che passò tutto quel tempo in

orazione, il demonio dovette tornarsene addietro senza avere eseguita

la commissione. La guerra mossa alla Chiesa si fece più strettamente

dipendere dalle relazioni che Giuliano aveva con gli spiriti delle

tenebre. Quando, essendo ancora fanciullo, o già adulto, Giuliano volse

in fuga i diavoli col segno della croce, il maestro, o il jerofante,

gli disse causa della lor fuga essere non il timore, ma l'esecrazione

in che avevano quel segno. Fatto imperatore, dice Giacomo da Voragine,

volendo egli perseverare nell'esercizio dell'arti diaboliche, procacciò

che il segno della croce fosse, quanto più era possibile, cancellato e

distrutto, e perseguitò i cristiani, temendo che altrimenti i diavoli

non sarebbero per obbedirgli. Di orribili pratiche di magia osservate

da Giuliano, di donne sparate per ispecularne i visceri, di bambini

trucidati, parlano già gli scrittori più antichi[242]: Giovanni Colonna

dice nel _Mare historiarum_ che si trovarono arche ripiene di teschi

umani e pozzi colmi di cadaveri. Tali pratiche non erano estranee

ai costumi dei tempi: Ammiano Marcellino racconta che nell'anno 363,

regnante appunto Giuliano, fu uccisa in Roma una donna per iscrutarne

le viscere.

Ciò che San Gregorio racconta della tentata, ma non riuscita

ricostruzione del tempio di Gerusalemme, è similmente ripetuto da

molti: Gotofredo da Viterbo così enumera nella particola XI della

_Memoria sacculorum_ i prodigi avvenuti in quella occasione[243];

Templa tremunt, pavimenta ruunt et tigna sub illis

Ignibus e celis pereunt exusta favillis,

Exiliunt lapides, area sola manet.

Igneus extemplo globus est emissus in illos

Incendens homines vestes caput atque capillos,

Astantesque viri iure cremantur ibi.

Hec ne fortuitu mala provenisse putentur

Signa crucis confixa sibi gestare videntur

Gestant Iudei corpore signa dei.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 5 / 43 段