più parti, le quali non hanno tutte la stessa origine e la stessa
antichità. La prima riflette la malattia, il battesimo, la guarigione
di Costantino. In essa non solo si narrano alcune cose che non si
trovano confermate dalla storia, ma parecchie ancora che alla storia
contraddicono formalmente. Costantino non fu mai ammalato di lebbra,
e non si fece battezzare da San Silvestro in Roma, ma in un castello
presso a Nicomedia, poco tempo prima della sua morte, da Eusebio,
vescovo ariano. Così, conformemente al vero, affermano Cassiodoro nella
_Historia tripartita_[137], San Gerolamo e Sant'Isidoro di Siviglia
nelle lor Cronache[138], Sant'Ambrogio[139], Prospero Aquitano[140],
Fredegario[141], ed altri più recenti. In Oriente Eusebio[142],
Socrate[143], Sozomene[144], Teodoreto[145], dicon del pari che
Costantino ricevette il battesimo solamente negli ultimi giorni di sua
vita in Nicomedia: alcuni spiegano un così lungo ritardo con dire che
desiderio di Costantino sarebbe stato di farsi battezzar nel Giordano.
La legenda che fa Costantino battezzato e guarito da San Silvestro
comparisce già, prima dell'anno 530, negli _Acta Silvestri_, giudicati
apocrifi nell'_Opus Carolinum_, dove Carlo Magno confutò le decisioni
del secondo concilio di Nicea[146]. Di questi atti esiste una
versione greca[147], la quale procacciò la diffusione della leggenda
in Oriente. Il Döllinger crede che la intera finzione, evidentemente
romana di origine, sia sorta verso il finire del secolo V, o in sul
principiare del VI, e indica del suo ritrovamento alcune ragioni
molto plausibili[148]. «L'avvenimento più importante e decisivo,
egli dice, dell'antichità, la conversione del dominatore del mondo
al cristianesimo, in qual altro luogo mai avrebbe dovuto succedere
se non nella stessa metropoli? Al supremo gerarca civile il supremo
gerarca ecclesiastico aveva dovuto aprire le porte della Chiesa. Non
si poteva credere che il pio Costantino, il figliuol di Sant'Elena,
il fondatore dell'impero cristiano, avesse lasciato spontaneamente
trascorrere l'intera sua vita senza ricevere il battesimo, rinunziato
al benefizio dei sacramenti, operato in guisa da non meritare nemmeno
il nome di cristiano». Questi presupposti della coscienza cristiana
erano già di per sè sufficienti a far nascere la leggenda; ma v'era pur
qualche fatto che poteva venir loro in ajuto. In Roma si mostrava un
Battisterio di Costantino, forse così chiamato in origine perchè fatto
costruire da lui: il popolo doveva facilmente immaginarsi ch'esso così
si chiamasse perchè Costantino v'era stato battezzato[149]. Alcuni
casi del pontificato di Simmaco, la contestazione fra il clero e
Teodorico, dovettero favorire il nascimento di una leggenda che tendeva
ad assicurare il primato e la inviolabilità del romano pontefice[150].
Eusebio, ed altri dopo di lui, raccontano che Costantino, essendo
infermo, andò a far certa cura di acque termali, prima di ricevere
il battesimo in Nicomedia, e questa notizia può aver dato occasione a
quanto la leggenda racconta della lebbra e del bagno di sangue.
Sant'Aldelmo[151], lo Pseudo-Beda[152], il _Liber Pontificalis_[153],
narrano la leggenda del battesimo romano, che, passata in Oriente, è
quivi accolta e difesa da parecchi scrittori, fra gli altri da Teofane
Isaurico, morto nell'817, o 818[154], e da Cedreno[155]. Il racconto
storico e vero si ritiene allora una calunniosa invenzione[156],
oppure si cerca di conciliarlo con la leggenda, ammettendo che, dopo
essere stato battezzato da San Silvestro, Costantino, inclinatosi
all'arianesimo, si facesse ribattezzare da Eusebio vescovo di
Nicomedia. Ma una conciliazione così fatta, di cui può vedersi a mo'
d'esempio un ricordo nella Cronaca di Eccardo Uraugiense, composta
verso il 1100[157], è dai più risolutamente respinta[158]. Parlando
di Costantino, Gotofredo da Viterbo dice nella particola XXII del
_Pantheon_, e X della _Memoria sæculorum_[159]:
Baptizavit eum Silvester, idemque fatemur;
Arrius hunc post hec corrupit, et inde dolemus,
Scismate namque suo conmaculavit eum.
Hoc fuit in villa, quam rite vocant Aquilonam,
Quando rebabtizatus fedaverat ipse coronam:
Scripta tripertita testificantur ita.
E Fazio degli Uberti[161]:
Nell'acqua de la fe bis fu costui
Lavato.
Finalmente è da ricordare un'altra, ma meno diffusa e meno importante
leggenda, secondo la quale Costantino sarebbe stato battezzato dal
papa Eusebio, leggenda evidentemente immaginata per far vacillare con
la uguaglianza dei nomi la tradizione storica che Costantino diceva
battezzato da Eusebio di Nicomedia. In appoggio di tale leggenda s'era
foggiata ed attribuita a quel pontefice una decretale, che esisteva
ancora nel XII secolo, ma che poi sembra sia andata perduta[162].
Questa leggenda, fra gli altri, accetta anche Pietro de Natalibus[163].
Alla conversione di Costantino, Giovanni Colonna fa immediatamente
succedere la conversione dei Romani[164]. Ricevuto il battesimo,
Costantino fece un discorso ai senatori e al popolo, udito il quale
e popolo e senatori gridarono: _Qui Christum negant male pereant,
quia ipse est verus deus. Et iterum iube qui thurificant diis urbi
pellantur_. Ma Costantino rispose, la fede non potersi imporre con
la forza, anzi dover essere spontanea. Qui abbiamo senza dubbio
una reminiscenza di quelle concioni che, se si deve prestar fede
ad Eusebio, più di una volta Costantino tenne al popolo. Ma nella
leggenda comune si narra, come abbiam veduto, di una disputa fra i
dottori ebrei e Silvestro, dopo la quale molti si convertirono al
cristianesimo. Questa disputa è già riferita nei documenti più antichi
della leggenda; la stessa conversione di Elena si fa dipendere da
essa[165]. Noi abbiamo veduto altre leggende fare Elena cristiana
sin dalla giovinezza; ma oltre che Eusebio dice esplicitamente Elena
essere stata convertita dal figlio, la leggenda che veniva raccogliendo
e inventando i titoli di benemerenza della Chiesa e le prove della
gratitudine di Costantino, non poteva concedere che costui avesse
ricevuto l'inestimabile benefizio della fede, anzichè dalla Chiesa,
dalla propria sua madre. Del resto una disputa consimile si ha nella
leggenda di Barlam e Josafat, dove Barlam dimostra a dottori caldei,
greci, egizii ed ebrei la falsità delle loro religioni.
Il miracolo del drago si trova già nei racconti più antichi, e ha
molti, ma molti riscontri nell'agiografia cristiana[166]. Nelle
numerose narrazioni che se ne hanno si trova spesso qualche variazione
rispetto al riferimento più antico. Amalrico Augerio dice, per esempio,
negli _Actus Pontificum_, che il drago aveva ucciso seimila persone, e
che San Silvestro lo legò _cum catenis aereis et fortissimis ferris_.
La _Kaiserchronik_ pone il drago in un monte Mendel (Mendelberg)[167];
Simeone Metafraste, Corrado di Würzburg[168], altri, nel Monte
Tarpejo, e qualcuno vi fu che volle anche narrare come il drago
fosse venuto a Roma[169]. I _Mirabilia_ e la _Graphia_ ricordano la
leggenda di San Silvestro e del drago immediatamente dopo quella di
Curzio, e ciò diede forse occasione a confondere l'una con l'altra,
come fa Armannino Giudice nella _Fiorita_[170]. _Infernus_ era il
nome, così della voragine di Curzio, come della caverna in cui si
credeva che San Silvestro avesse rinchiuso il drago. Senza dubbio
in origine la leggenda altro non fu che un'allegoria, dove il drago
stava a rappresentare il paganesimo, o fors'anche il demonio vinto
e reso impotente dal santo pontefice. Come in molt'altre religioni
e mitologie, così ancora nel cristianesimo il drago, o il serpente,
rappresenta il principio del male e delle tenebre; nelle tradizioni
religiose ed epiche di tutti i popoli lo spirito del male prende
volentieri la forma di serpente o di drago, e come uccisori di serpenti
e di draghi sono celebrati gli dei e gli eroi. Arimane assume forma
di drago, e così ancora molto spesso il diavolo[171]. Apollo uccide
il serpente Pitone, Odino uccide Fafnir; Giasone, Rustem, Siegfried,
Sigurd, Siegmund, Beowulf, Tristano, Gilles de Chin, altri eroi senza
numero uccidono draghi. Secondo una leggenda talmudica anche Salomone
vinse un drago. La leggenda di San Giorgio prese origine, senz'alcun
dubbio, da qualche pittura o altra rappresentazione allegorica. Eusebio
racconta che Costantino si fece ritrarre col segno della passione sopra
il capo e col diabolico drago precipitante nel mare[172]. Nella Vita di
San Silvestro, scritta da Simeone Metafraste, il drago è rappresentato
come una divinità in onor della quale i gentili celebravano esecrandi
misteri[173]. La leggenda fu nel medio evo fra le più celebri: Tommaso
di Stefano, detto il Giottino, ne fece soggetto di un affresco nella
cappella di San Silvestro in Santa Croce. Tutta del resto, la leggenda
di San Silvestro ebbe grandissima celebrità: verso il 1280 Corrado di
Würzburg la tolse ad argomento di un poema di 5220 versi[174].
Narrata la conversione di Costantino al modo che abbiam veduto,
e confermata con tanti miracoli la verità del cristianesimo, si
doveva necessariamente credere che la falsa religione non fosse più
tollerata nell'impero; e, in fatti, le storie, traviate dalla leggenda,
raccontano che Costantino fece chiudere, o addirittura abbattere,
i templi degl'idoli, e arricchì con le spoglie loro le chiese,
molte delle quali egli stesso veniva con lodevole zelo innalzando.
Ora, sebbene in ciò qualche cosa di vero vi sia, molto ancora si
esagerò[175]. Si attribuì a Costantino la costruzione delle sette
chiese più antiche di Roma[176], e, in generale, di ogni altra chiesa
di cui si ignorassero le origini; si ricordavano i doni ch'esse avevano
ricevuto da lui[177].
L'ultima parte della leggenda complessa che abbiamo esaminata sin
qui narra della cessione che di Roma e dell'impero d'Occidente fece
Costantino al Pontefice, e della traslazione della sede imperiale
a Bizanzio. La favola celebre della donazione, la quale è assai
più una falsificazione storica che non una leggenda, e di cui non
mi spetta parlare di proposito, dev'essere stata immaginata in
Roma, fra il 750 e il 754, quando i papi, avversarii acerrimi della
dominazione longobardica, cominciarono a nutrire il pensiero di
sostituire l'autorità propria a quella degl'imperatori d'Oriente,
la quale oramai altro non era che un'ombra[178]. S'inventò allora il
famoso Edictum Constantini, tante volte citato dai papi in sostegno
delle lor pretensioni, tante volle impugnato dai loro avversarii.
Costantino abbandonava Roma affinchè il papa potesse esercitarvi più
liberamente l'alto suo ministero[179], e partendo, poneva in sua balìa
tutto l'impero d'Occidente, e gliene trasmetteva l'insegne, e quella
corona che, così si dirà più tardi, egli aveva dallo stesso pontefice
ricevuta[180]. In Roma si mostrava il luogo dove l'imperatore e il
papa s'erano baciati e separati[181]. Tutti conoscono i versi in cui
Dante deplora la donazione ond'ebbe principio il pervertimento della
Chiesa[182]; ma altri infiniti la deplorarono al par di lui: secondo
una tradizione che credo tedesca, il giorno in cui Costantino cedette
Roma al Pontefice si udì in cielo una voce a gridare: Oggi nella Chiesa
è stato infuso il veleno[183].
Lasciata Roma, Costantino va a fondare Costantinopoli. Intorno a
questa fondazione parecchie leggende si raccolsero, le quali non
tutte s'accordano con la favola papale nel darne le ragioni. Nella
_Kaiserchronik_ si dice che Roma essendo afflitta dalla fame Costantino
prese la risoluzione di partirsi con molti dei suoi e lasciare la
città al papa[184]. Nel _Chronicon Salernitanum_ si racconta[185] che
Costantino, lasciando per divina ispirazione la città di Roma alla
Chiesa, si mise in mare insieme con la moglie, coi figli, con tutti gli
ottimati e con l'esercito, diretto a Bizanzio. Spinte da una burrasca,
due navi approdarono in Ischiavonia, e ottenutane licenza dagli
abitanti, i Romani fermarono loro stanza in Ragusa. Ma non potendo
soffrire l'oppressione dei Ragusei, tornarono indi a non molto in
Italia, e vennero a Melfi, onde poi furono detti Amalfitani. Parecchi
scrittori ecclesiastici narrano che Costantino erasi da prima accinto
a ricostruir Troja; ma una voce del cielo lo ammonì di non voler ciò
fare, e allora egli si volse a Bizanzio[186], o, secondo taluni, prima
a Calcedonia, poi a Bizanzio. Giraldo Cambrense dà come ragione del
divieto divino l'infame vizio della sodomia di cui Troja anticamente
sarebbe stata infetta[187]. Manasse racconta[188] che avendo Costantino
cominciato a edificare la città di Calcedonia, sopraggiunsero alcuni
grandi uccelli, i quali rapirono le pietre e le portarono a Bizanzio.
In certe _Vitae Cæsarum_ inedite, Gianmichele Nagonio dice[189] che
Costantino tentò di edificare una città, prima nell'agro Sardico,
poi nella Troade, da ultimo presso Calcedonia; ma quivi alcune aquile
rapirono le funi con cui gli architetti stavano spartendo l'area e le
portarono a Bizanzio.
Secondo altre tradizioni Costantino fu mosso a costruire, o per dir
meglio, a ricostruire Bizanzio, da certa visione ch'egli ebbe, e che
si trova narrata da parecchi. Ecco, in succinto, la narrazione che
ne fa Sant'Aldelmo[190]. Una notte, Costantino, che già si trovava
nell'antica Bizanzio, vide in sogno una vecchia decrepita, e che
all'aspetto pareva quasi morta. Così comandandogli San Silvestro,
Costantino la pregò di sorgere, e quella, alle sue parole, si mutò in
una bellissima e fiorente fanciulla. Costantino compiacendosi in lei,
la vestì della propria clamide, e le pose in capo la corona imperiale
sfolgorante di gemme; e udì la madre Elena dirgli: Costei sarà tua, e
non morrà sino che duri il mondo. Costantino, destatosi, non intendendo
il sogno, comincia per la preoccupazione dell'animo, e per la troppa
frugalità a macerarsi, finchè, trascorsa una settimana, preso da nuovo
sopore, vede in sogno San Silvestro che così gli parla: «La vecchia
decrepita è questa stessa città di Bizanzio, la quale è tutta ormai
una ruina. Sali in su quel tuo cavallo su cui, battezzato, visitasti
in Roma i santuarii degli Apostoli e dei martiri, prendi nella destra
il tuo labaro, e fitta la punta di esso in terra, allenta il freno al
cavallo, e lascia che vada dove l'angelo di Dio sarà per condurlo. Tu,
lungo la traccia che lascerà in terra la cuspide del vessillo, farai
costruire le nuove mura, e rinnovellerai la città, e la chiamerai
col tuo nome, e di tutte l'altre città la farai regina». Costantino,
svegliatosi, offre doni a Dio, si comunica, esegue punto per punto il
comandamento di San Silvestro, e costruisce la città, che dal suo nome
fu detta Costantinopoli. Lo stesso, salvo qualche leggiera diversità,
narra Guglielmo di Malmesbury, citando Aldelmo[191]. Un'altra leggenda,
più semplice, narrava che Costantino, mentre camminando, tracciava
la pianta della nuova città, era preceduto da un angelo[192]. Più
di un prodigio fece intendere che la nuova città era serbata ad alti
destini: alcuni narravano che al porre della fondamenta era apparsa
la Fenice. Nessuna città si costruì poi nel mondo che l'eguagliasse
in magnificenza: Nicolò Casola così racconta di Costantino e di
Costantinopoli nella sua Storia di Attila[193]: «Il se fist batisier
e fu granz ensuit e nos vos avons conte et puis s'en ala en Grece.
E portoit davant luy la saint croiz et toz cels qe a la sainte
cristientez voloient venir et vindrent furent sauvee de cois (_sic_)
e de voir e li autre furent danez e destruit. Il menoit avec lui si
grant chevalerie e si gran people qe la ou il venoit nuls ne li ousoit
contradire. Il fu sire e empereour en Grece. Il s'en aloit en (en)
Bisançe, et illec s'arestoit, illec il fist une citez la plus belle et
la greignor e la plus riche que de lors en avant fust faite ou secle.
Il la apeloit de son nom Constantinople. Qe vos diroge? illec fist il
son empire, e le tint de par l'apostoille de Rome e fu li pais apelle
Romanie por ce qe li Romains i remestrent». Attingendo a non so quali
fonti Bertran de Paris de Rouergue dice che Costantino consumò nella
edificazione di Costantinopoli centovent'anni;
Cen vint an obret c'anc als no fet[194].
La leggenda narra inoltre qual modo tenesse Costantino per far
rimanere a Costantinopoli i patrizii romani, vogliosi di tornarsene a
Roma. Prima di condurli a combattere contro i Persiani, dice Michele
Glica[195], egli si fece consegnare da loro le anella, e queste mandò
a Roma, fingendo che i mariti ingiungessero alle proprie mogli di
venirli a raggiungere. Vedute le anella dei mariti le donne obbedirono,
e vennero a Costantinopoli, dove Costantino fece costruire palazzi
in tutto simili a quelli di Roma, così che quegli furono contenti di
rimanere. Codino narra questa medesima favola, e dice che grande fu
la meraviglia dei maestri delle milizie e dei patrizii quando, tornati
a Costantinopoli, vi trovarono le famiglie e le case loro[196]. Altre
leggende narrano di un'altra astuzia volta al medesimo fine. Costantino
aveva promesso ai patrizii di ricondurli a Roma. Instando essi perchè
la promessa fosse loro osservata, egli fece venire da Roma grande
quantità di terra, e sparsala per le piazze di Bizanzio (secondo altri
sul suolo di un'isola), e convocati poscia i patrizii, si dichiarò
sciolto dall'obbligo suo giacchè essi trovavansi sulla terra di Roma.
Nella _Kaiserchronik_ questo fatto è legato con l'altro delle
anella[197]: in un testo italiano esso è narrato come segue[198]:
«....... e per ch'elli (_Costantino_) avea giurato ai suoi baroni e
promesso di ritornare in terra di Roma, consappiendo che altrimenti nol
voleno seguitare, fece torre le navi e caricare della terra di Roma, e
fecela ispargere per le piazze, e propriamente per una, ed ivi fece suo
parlamento, e disse come elli era sciolto del sacramento il quale egli
avea lor fatto conciossia cosa ch'elli era in terra di Roma, e sapiate
c'allora si votò Roma di molta buona gente[199]».
Nel citato sermone indebitamente attribuito a Beda[200] si narra,
come già notammo, che quando Costantino ebbe costruita Bizanzio, i
Saraceni mossero contro di lui per combatterlo, e che egli, rassicurato
dall'apparizione della croce, venne con esso loro a battaglia, e ne
uccise moltissimi. Giovanni Lydgate ricorda nella sua versione metrica
del trattato del Boccaccio _De casibus virorum et feminarum illustrium_
una statua equestre tutta di bronzo, che sorgeva in Costantinopoli, e
rappresentava Costantino con una spada meravigliosa in mano in atto di
minacciare i Turchi[201].
Se le leggende di Costantino esaminate sin qui hanno tutte, qual
più qual meno, un appiglio nella storia, altre ve ne sono in tutto e
per tutto immaginarie, le quali non hanno con lui nessuna necessaria
attinenza, e non s'intende come e perchè siensi legate al suo nome.
Queste riflettono più particolarmente la sua vita privata di marito e
di padre, ad eccezione di una, che riferirò per la prima, nella quale
egli comparisce ancora come uomo pubblico, e più propriamente come
legislatore. Nel _Fiore di virtù_ la nota leggenda di Licurgo, che fece
giurare agli Spartani di osservar le sue leggi fino a che egli fosse
tornato, è attribuita a Costantino, e narrata ne' seguenti termini:
«Della virtù della constantia si legge nelle storie romane ch'el re
Constantino aveva ordinate certe lege al populo le quali gli pareva
troppo duro observare, et lo re pensava pure di fare che il populo
l'observassi perchè erano legge forte et giuste, et disse al populo: Io
voglio che giuriate d'osservare questo legge infino alla mia tornata:
in questo mezo io voglio andare et parlare a nostri iddei, et pregargli
che vi concedino licentia di mutarle secondo el vostro volere. Et
udendo questo el populo si gli giurò d'observare. Et allora lo Re si
partì et non tornò mai più acciocchè le leggi non si potessino ronpere,
ma sempre si observassino. Et quando egli venne a morte comandò che il
suo corpo fussi arso e facto in polvere et fussi gittato al vento accio
che il populo non si credessi mai essere absoluto di quello sacramento
che hauea facto se il corpo del re fussi stato riportato nella città.
Et così fu facto come lui comandò».
Nel Roman du Comte de Poitiers[202] si racconta in assai strano modo
come Costantino si ammogliò. Costantino è nipote di Nerone, trattenuto
prigioniero dall'ammiraglio di Babilonia. Egli vuole andare a liberare
lo zio; ma prima crede necessario di ammogliarsi, affinchè non manchi
un erede all'impero. Spedisce trenta messaggieri i quali debbono
percorrere tutte le terre soggette alla corona _dusques en la mer
Betée_, e avvertire tutti i cavalieri, re, principi, conti e duchi, che
vengano a Roma, senza fallo, entro la quindicina, recando ciascuno con
sè la sorella o l'amica, purchè sia vergine. All'ordine di Costantino
accorrono re e baroni con grandi cavalcate e sfoggiata magnificenza.
Tanta gente capita a Roma,
Que les rues encortinées
Furent à grant anui passées.
La città è piena di festa e di sollazzo:
Li palais sambloit embrasés
De cierges c'on ot alumés
Cil haut borgois ont dras de soie.
Ains mais à Rome n'ot tel joie.
Le fanciulle venute alla gara sono in numero di trenta. Costantino, il
quale giura per il suo _droit signor St. Pierre_, le fa entrar tutte
Dedens le fort lor principar
Que fist rois Juliiens César,
e ordina loro di spogliarsi ignude a fine di poter fare la sua scelta
Par jugement et por otroi.
Alla prima che ricusi taglierà il capo. Le fanciulle, vergognose e
spaurite, obbediscono tremando, ed egli le bacia in bocca una per una.
Loretta, che
Dame ert de Boulogne la crasse,
tra tutte la più bella e cortese, prima d'ogni altra domanda di potersi
rivestire, ed è prescelta da Costantino, il quale ammira non meno la
modestia che la bellezza di lei, ma dice, in pari tempo, che tutte
l'altre terrebbe assai volentieri, se fosse lecito il farlo. Si passano
in feste quindici giorni, e i baroni fanno ritorno alle case loro.
Ma giunge allora Sansone il Forte, insieme con sua sorella e cento
cavalieri. Costantino trova costei più bella assai di Loretta, e, tutti
andando d'accordo, la sposa, e Loretta sposa Sansone. I due matrimonii
si celebrano nella chiesa di San Pietro, e seguono altre feste, finite
le quali, Costantino parte da Roma con un poderoso esercito, prende
Babilonia, libera Nerone, occupa Gerusalemme, e conquista tutto
il paese sino all'Albero Secco. Costantinopoli gli apre le porte:
Parise, figliuola del morto imperatore dei Greci, s'innamora di Guido,
siniscalco di Costantino, e lo sposa. Guido diventa imperatore di
Costantinopoli, e Costantino se ne ritorna a Roma[203].
Ed ecco qui comparire una curiosa leggenda, la quale senza essere in
nessun modo connessa con la favola precedente, narra delle sciagure
domestiche di Costantino: Costantino fu ingannato dalla moglie,
ma prese dell'inganno aspra ed esemplare vendetta. Può darsi che
tale leggenda sia stata in una certa misura provocata dalla storia.
È noto che Costantino fece morire il proprio figliuolo Crispo ad
istigazione dell'imperatrice Fausta, che l'accusò di averla voluta
sedurre; scoperta più tardi la falsità dell'accusa, egli fece morir
lei soffocata in un bagno: ma alcuni padri raccolsero una tradizione,
secondo la quale Fausta, convinta di adulterio, sarebbe stata esposta
in un monte alle fiere. Tuttavia è ben più probabile che la leggenda
sia stata immaginata, o almeno appropriata a Costantino, in forza di
quella tendenza a denigrare il sesso più debole che è così largamente
espressa in tutte le letterature del medio evo, e per cui si fecero
apparire come ingannati, traditi, scornati da donne, uomini insigni,
quali, per non citare altri esempii, Aristotile e Virgilio. Nella
leggenda nostra l'imperatrice, di cui non è detto il nome, tradisce il
marito con un vile e mostruoso gobbo; scoperta la tresca, Costantino li
fa entrambi morire. Di questa favola occorre frequente il ricordo nei
poeti del medio evo. Bertran de Paris dice nel già citato _ensenhamen_
che, per dispetto di quello inganno, Costantino lasciò Roma e se ne
andò a Bizanzio. Egli rimprovera al giullare Guordo d'ignorare quella
storia:
De Costanti l'emperador m'albir
Que no sabetz com el palaitz major
Per sa molher pres tan gran deshonor,
Si que Roma 'n volc laissar e gurpir;
E per so fon Constantinobles mes
En gran rictat, car li plac que bastis,
Que cen vint ans obret c'anc als no fe;
E jes d'aisso non cug sapiat re.
Guiraut de Cabreira fa al giullare Cabra lo stesso rimprovero:
De Costanti
Non sabs c'on di.
Nell'_Auberi le Bourguignon_ si legge:
Par femme sont maint homo abatu:
Rois Constantine, qui tant estoit cremus,
En fu hounis, ce aues vous seu,
Par Segucon, qui moult ot court le bu;
Ce fu uns nains petis et moscreus;
.VII. ans la tint, ains qu'il fust parcheu[204].