Ma le imputazioni che sin qui abbiamo veduto fatte a Giuliano non

erano ancora pari all'odio che le provocava e le suggeriva; nuove e più

vergognose colpe gli si dovevano addebitare. L'imperatore che, volgendo

in beffa la dottrina evangelica della povertà, aveva spogliato dei loro

averi le chiese, doveva ben parer degno agli occhi dei credenti del

nome infame di ladro, ed era naturale che dello spogliatore pubblico si

facesse anche un ladro privato. Questa formidabile accusa negli storici

più antichi, per quanto inveleniti essi sieno, non è neppure accennata,

e non saprei dire quando nè dove primamente sia sorta; ma certamente

abbiamo anche qui uno di quei casi di arbitraria appropriazione di

racconti già popolari a persone cui essi innanzi erano interamente

estranei, che sono così frequenti nel mondo delle leggende. Si trattava

di addossar nuove colpe a Giuliano; se si trovava una storia che

paresse in qualche modo acconcia all'uopo, si prendeva e si trasponeva

di pianta. Giovanni da Verona e Giacomo da Voragine narrano, attingendo

dalla _Summa de officiis_ di Giovanni Beleth, che una ricca matrona,

angustiata da esazioni e vessazioni, dovendo partire, pose gran

copia d'oro in tre vasi di terra, e questi, coperto l'oro di cenere,

diede a Giuliano, ch'era monaco, in apparenza, di santa vita, perchè

glieli custodisse, con questa condizione che, s'ella tornasse, glieli

restituirebbe fedelmente, se non tornasse, elargirebbe il denaro ai

poveri. Partita la matrona, Giuliano toglie l'oro dai vasi, e vi mette

altrettanta cenere. Quella tornata in capo a certo tempo, Giuliano le

restituisce i vasi; accusato da lei d'averne sottratto l'oro egli nega,

e afferma d'averle restituito ciò che ha ricevuto, poi abbandona il

convento, e facendo uso delle male acquistate ricchezze si procaccia

fautori e ottiene il consolato. Ora, storie simili a questa sono molto

frequenti in tutte le letterature[244]. Del resto la favola è narrata

di Giuliano anche nella _Kaiserchronik_, ma con qualche diversità, come

vedremo tra breve, nella Cronaca di Sicardo, nel _Polychronicon_ di

Ranulfo Higden e altrove. Giovanni di Garlandia vi fa allusione in un

luogo del suo poema _De triumphis Ecclesiae_[245].

È naturale che nella leggenda Giuliano divenga assai più aspro ed

inumano persecutore dei cristiani che veramente non fu. Nel più antico

dei due romanzi siriaci testè ricordati egli è rappresentato quale

un persecutore ferocissimo sin dal principio del suo regno. L'_Alte

Passional_, che spende in narrare la sua vita circa seicento versi,

dice ch'egli ne fece morire moltissimi. In un mistero francese del

XIV secolo lo stesso Giuliano così ricorda ai suoi la persecuzione

esercitata contro ai seguaci di Cristo:

..... pour vostre loy

Essaucier, ce savez vous bien,

ay renoncie a crestïen;

Et savez bien a quel martire

je fas morir ceulx que j'oy dire

Qui delaissent la loy paienne

pour tenir la loy crestïenne;

Et croy que qui penser voulroit,

[qu'] esmerveiller moult se pourroit

Des orribles tourmens et paines

qu'a plusieurs personnes humaines

Ay fait souffrir, qui ne vouloient

croire en Jupiter, ains tenoient

Que loy crestïenne vault miex.

Vous l'avez véu a voz yex

Quieulx tourmens fis je a Quirrace,

a Gordïan et a Privache.

C'est horreur de les raconter;

et si vous dy bien sanz doubter

Quanque de tieulx gens trouveray,

mourir a martire feray;

Il n'y ara pas de deffault[246].

Nel _Gallicanus_ di Hrotsvita, nella _Rappresentazione di San Giovanni

e Paolo_ di Lorenzo il Magnifico, Giuliano fa la solita figura del

tiranno tormentatore dei Cristiani.

Naturalmente ancora si doveva esagerare l'empietà di Giuliano: Ranulfo

Higden ne reca un esempio assai curioso[247]. «Item apud Antiochiam

vasa sacra et pallas altaris colligens sordibus ani sui foedavit; mox

vermes inde scaturientes posteriora Juliani adeo corroserunt ut quoad

viveret liberari non posset». Poi ne reca uno del prefetto di lui:

«Ejus quoque praefectus dum super vasa ecclesiae mingeret dixit — «Ecce

in quibus vasis Mariae filio ministratur!» — et repente os ejus versus

est in anum ejus, et egestionis organum effectum est». Con l'empietà di

Giuliano e con le sue tristi conseguenze si pose in relazione la festa

della purificazione della Vergine. In una delle tante raccolte dei

miracoli di costei si legge[248]: «Julianus imperator, cum inceperat

prius esse humanus et catholicus, postea factus est hereticus et

crudelis et ita inhumanus quod, ut creditur, propter eius perfidiam

et crudelitatem tellus exaruit, seges pauca, messis nulla et inedia

atque fames magna fiebat, unde immensa hominum multitudo subito mortua

cadebat». La Vergine allora fu larga agli uomini del suo soccorso, e in

ricordanza di ciò s'instituì la festa della purificazione.

Nella _Kaiserchronik_ la leggenda di Giuliano è narrata per disteso in

503 versi[249], con alcune particolarità curiose che non si riscontrano

altrove: prima di passar oltre fermiamoci alquanto ad esaminarne

il racconto. Si comincia con dire come Giuliano acquistò il regno.

Una onorata matrona romana aveva allevato Giuliano come suo proprio

figliuolo. Rimasta vedova, ella gli consegnò tutto il suo avere, perchè

glielo dovesse rendere a tempo opportuno; ma quando lo ridomandò,

Giuliano negò d'aver nulla ricevuto. Indarno la povera donna ricorse al

papa, nella cui corte, mercè l'oro non suo, Giuliano aveva acquistato

l'affetto di molti; ridotta all'indigenza ella dovette, per guadagnarsi

la vita, mettersi a fare la lavandaja, impastare il pane, e cucinare

per gli altri. Recatasi una sera a lavar certi panni nel Tevere,

trovò nell'acqua un idolo, che i pagani avevano tratto colà perchè i

cristiani non lo distruggessero, e a cui essi facevano preghiera ogni

mattina. La donna prese a lavare e a battere i panni sopra il capo

dell'idolo; ma il diavolo che in esso aveva ricetto, la pregò di non

fargli quello sfregio, le disse che egli era il dio Mercurio, e le

insegnò in che modo avrebbe potuto ricuperare il suo tesoro. Seguendo

il ricevuto consiglio, la matrona tornò dal papa, e accusò Giuliano,

che dello stesso papa era cappellano, e domandò giustizia. Il papa

impose a Giuliano di giurare; ma la donna chiese che il giuramento si

facesse in presenza e nel nome del dio Mercurio. Concedutole quanto

chiedeva, Giuliano, insieme con molti principi, si recò al luogo

indicato, e introdusse la mano nella bocca dell'idolo, che subitamente

stringendogliela provò esser vera l'accusa. L'idolo trattenne Giuliano

a quel modo fino alla sera, e quando tutti gli altri furono partiti,

lo rilasciò, e in compenso della sofferta vergogna gli promise

l'impero, con che egli rinnegò la fede cristiana, e si diede anima e

corpo a Mercurio. Morto l'imperatore, il diavolo cominciò a correre

tra i Romani, e a suggerir loro di eleggere Giuliano; e i Romani,

credendo che il consiglio venisse loro dal cielo, così fecero. Eletto

imperatore, Giuliano tolse dal Tevere l'idolo di Mercurio, e ordinò

che tutti l'adorassero: due duchi, per nome, l'uno Paolo, l'altro

Giovanni, avendo rifiutato di obbedire, furono per volere del tiranno

martirizzati. Dopo ciò, Giuliano con un poderoso esercito passò in

Grecia, e giunse presso a un convento, di cui era abate san Basilio, ed

essendo le sue genti strette dalla fame mandò a dire all'abate che gli

provvedesse vettovaglie. San Basilio, non avendo altro, mandò cinque

pani d'orzo; ma Giuliano indignato, promise che al suo ritorno farebbe

morire lui e i suoi frati, e devasterebbe il paese; dopodichè si partì.

Grande fu la costernazione e il turbamento dei monaci quando riseppero

le minacce di Giuliano, e San Basilio pregò molto fervidamente di ajuto

la Vergine. Giuliano aveva fatto martirizzare un principe chiamato

Mercurio, perchè cristiano, e San Basilio l'aveva fatto seppellir nel

convento. Ivi stesso si conservavano la lancia e lo scudo del martire.

La Vergine Maria apparve a San Basilio e lo riconfortò; poi a un suo

comando San Mercurio balzò fuor dal sepolcro, imbracciò lo scudo,

brandì la lancia, montò a cavallo, e raggiunto Giuliano gli trafisse

con un colpo il ventre. Giuliano cadde morto: il suo cadavere è a

Costantinopoli, immerso nella pece e nello zolfo, e vi starà fino al dì

del giudizio. Mercurio rientrò nella sua tomba, e San Basilio vide la

lancia ancor bagnata di sangue. Giuliano regnò due anni e cinque mesi;

tutta la cristianità si rallegrò della sua morte, e l'anima sua fu

trascinata dai diavoli all'inferno.

Come si vede, in questo racconto la storia della vedova che affida a

Giuliano il suo tesoro è notabilmente diversa da quella che abbiamo

più sopra esaminata. Le fonti a cui può aver attinto l'autore della

_Kaiserchronik_ non sono conosciute, ma è certo che le varianti della

favola non sono opera sua. Un racconto, che in molte parti riscontra

perfettamente col suo, si trova nel secondo romanzo siriaco, ancor

esso, come il primo, composto probabilmente nel secolo VI, e ad ogni

modo contenuto in un manoscritto che è sicuramente del VII. Eccone

in breve la sostanza. Giuliano ha frodato il patrimonio ad Eleutera,

figlia di Licinio, che già era stato avversario dell'imperatore

Costanzo. In qual modo ne la frodasse non si sa, perchè al romanzo

manca il principio. Eleutera accusa Giuliano all'imperatore; ma

quegli giura sul crocifisso e sull'ostia d'essere innocente, talchè

Costanzo minaccia dell'ira sua chiunque sarà tanto ardito di rinnovar

quell'accusa. Un giorno, entrata in una chiesa, Eleutera vi si

addormenta, e dorme sino a notte: destatasi, ne esce sola, e mentre va

per via, piangendo la sua sciagura, ecco venirle innanzi un demonio,

che le promette di farle riavere quanto ha perduto, purchè ella ottenga

dall'imperatore di far prestare a Giuliano un nuovo giuramento, in

presenza della statua che sta a custodia del pubblico oriuolo. Egli

allora, il demonio, ghermirà lo spergiuro, e più non lo lascerà finchè

non abbia tutto confessato. Eleutera, col favore dell'imperatrice,

ottiene da Costanzo che quel nuovo esperimento si faccia. Udita la

cosa, Giuliano ne informa il suo amico Magno il negromante, e tutt'e

due, di notte tempo, vanno a trovare la statua. Appena vede comparire

Giuliano, il demonio comincia a gridare, accusandolo di furto e

assicurandolo che avrebbe fatta palese a tutti la sua tristizia; ma

il mago riesce ad ammansarlo, tanto che da ultimo quegli promette a

Giuliano di farlo signore di tutta la terra, a patto che gli offra

incenso e lo adori. Giuliano acconsente, e tornato dopo tre giorni,

come dal demonio gli era stato prescritto, in compagnia di Magno,

questi fa comparire gran moltitudine di diavoli, che Giuliano,

spaventato, volge in fuga facendosi il segno della croce, ma che,

richiamati da Magno, tornano con a capo Satana. Giuliano si prosterna

dinnanzi ad essi. Satana ricorda ai suoi com'egli fosse già signore di

tutto il mondo, come Costantino avesse rinnegata la fede dei padri,

come per racquistare il perduto egli intende conferire la dignità

imperiale a Giuliano, che regnerà cento anni. Proclamato imperatore

Giuliano sacrifica, e i diavoli si prosternano dinnanzi a lui. La

notte seguente Magno e Giuliano vanno a un tempio di Belzebub, fuori le

mura della città, e quivi sventrano una schiava che avevano condotta

con sè, le traggon vivo di corpo un bambino di nove mesi, evocano gli

spiriti sotterranei, poi ripongono il bambino nel ventre della madre e

con incenso e legno di alloro abbruciano i due corpi sopra l'altare.

Eleutera insiste intanto perchè Giuliano presti il novo giuramento;

ma insorta una guerra coi barbari, l'imperatore affida a Giuliano il

comando de' suoi eserciti. Questi, con l'ajuto dei demonii, trionfa, e,

morto Costanzo, è fatto imperatore. Dopo ciò la storia racconta alcuni

fatti, in parte meravigliosi, i quali già molto tempo innanzi avevano

lasciato intendere quale mostro d'iniquità dovesse essere Giuliano.

Anche qui dunque, come nella _Kaiserchronik_, la storia della frode

si lega strettamente a quella delle diaboliche promesse. Senza dubbio

l'intera leggenda nacque in Oriente, d'onde, passata in qualche

racconto latino, si diffuse per l'Occidente; ma qui si scisse, si

alterò, e una delle sue parti, la storia del furto, stette da sè,

come abbiam veduto nei racconti di Giovanni da Verona e di Giacomo

da Voragine. Tuttavia, l'avventura dell'idolo che morde la mano

di Giuliano può darsi che sia d'invenzione del poeta tedesco, non

trovandosene cenno altrove: nei _Mirabilia_ si ricorda bensì, per

incidente, che Giuliano fu ingannato da un idolo, ma non si spiega

in che consistesse l'inganno. Eccone il passo: «Ad sanctam Mariam in

fontana templum Fauni, quod simulacrum locutus est Juliano et decepit

eum». La prova della mano introdotta a testimonio della verità nella

bocca dell'idolo, ha, del resto, numerosi riscontri. Nel portico della

chiesa di Santa Maria in Cosmedin, a Roma, si vede ancora una ruota di

pietra forata, che s'immaginò opera magica di Virgilio, o fu chiamata

Bocca della Verità, perchè si credette un tempo che chi, giurando il

falso, introduceva in essa la mano, non poteva più ritirarnela[250].

Secondo la leggenda, Virgilio fabbricò anche un serpente di metallo che

mordeva la mano agli spergiuri. Di immagini che in varii altri modi

scoprivano l'altrui colpa si trovano molti ricordi. Codino parla di

una statua munita di quattro corna, la quale girava tre volte intorno

a se stessa se avvicinata da un uomo che avesse la sposa infedele, e di

una statua di Venere che alle donne impudiche faceva scoprire le parti

vergognose[251]. Non sono rare le leggende in cui si narra di sante

immagini che fecero testimonio della verità: molto più raro certamente

quelle in cui tale officio è commesso al diavolo. Lutero racconta nei

_Tischreden_ la storia di un soldato che, frodato da un oste, riuscì ad

avere il suo mercè la testimonianza del diavolo in giudizio.

Quanto alla promessa d'impero che il demonio fece a Giuliano, l'autore

della _Kaiserchronik_ non è solo a parlarne; una promessa simile è

ricordata anche da Martino Polono, da Gobelino de Persona, da Giovanni

d'Outremeuse, da altri[252].

Ciò che nella _Kaiserchronik_, e in altre innumerevoli scritture, si

narra di San Basilio, e della morte miracolosa di Giuliano per opera

del santo martire Mercurio, non è punto accennato dagli scrittori

più antichi. Gregorio di Nazianzo si contenta di dire che sulla morte

dello scelerato varie voci erano corse; nel V secolo Socrate ricorda

il racconto, andato perduto più tardi, di un Callisto, secondo il quale

Giuliano sarebbe stato ucciso da un demone[253], fine solita poi di chi

vendeva l'anima al diavolo. Altri dubitava se l'uccisore fosse stato un

uomo od un angelo. Teodoreto, ricordando le varie opinioni accreditate

circa la morte di Giuliano, non dice verbo, nè di San Basilio, nè di

San Mercurio[254]. Eutropio che, secondo afferma egli stesso, prese

parte alla spedizione di Persia, dice che Giuliano fu ucciso da uno dei

nemici[255], e ciò è ripetuto da Orosio[256] e da altri. Il sofista

Libanio, suo amico e panegirista, asserisce ch'egli fu ucciso dagli

stessi cristiani ch'erano nel suo esercito[257]. Parecchi poi narrano

la visione di un Didimo[258] e la predizione di un monaco Giuliano[259]

riguardanti la morte del malvagio imperatore. Nel IX secolo la leggenda

di San Mercurio probabilmente non era ancora passata in Occidente,

giacchè Floro, diacono di Lione, non ne fa cenno nell'_Hymnus in Natale

Sanctorum Joannis et Pauli_, dove, quanto alla morte di Giuliano,

accoglie una delle tradizioni meno meravigliose e meno accette al medio

evo[260].

La leggenda di San Mercurio uccisore di Giuliano appare per la prima

volta nella vita di San Basilio attribuita ad Anfilochio[261]. Quivi

si narra che San Basilio andò co' suoi compagni incontro a Giuliano

quando questi, passando con l'esercito in Persia, si fermò a Cesarea.

Avendogli Giuliano detto: O Basilio, io ti superai nella filosofia; San

Basilio rispose: Così fosse che tu operassi da filosofo; e gli offerse

tre pani che aveva recati con sè. Giuliano, stimando quell'offerta

un insulto, ordinò che fosse dato in cambio al sant'uomo del fieno,

e giurò che al ritorno farebbe radere al suolo la città. San Basilio

fece note a' suoi concittadini le minacce dell'imperatore, e li esortò

a tutte raccogliere insieme le loro ricchezze, affine di placarlo

offerendogliele quando fosse tornato. Ordinò in pari tempo che tutto

il clero ed il popolo salissero sul monte Didimo, ov'era una chiesa in

onore della Vergine, e vi stessero tre giorni in digiuno e in orazione.

Una notte, mentre si esegue il suo comandamento, San Basilio vede in

sogno la Vergine sedente in un trono sul monte, in mezzo a numerosa

milizia celeste, e ode com'ella ordina a San Mercurio, che tutto armato

le compare dinnanzi, d'andare ad uccidere Giuliano. In quella medesima

notte ha tale visione anche il sofista Libanio. Destato, San Basilio,

con un solo compagno, scende in città, va al luogo dov'era seppellito

il martire Mercurio, e non vi trova più nè il corpo nè l'armi sue.

In capo di sette giorni Libanio stesso viene ad annunziare la morte

di Giuliano, si converte alla vera fede, e diventa compagno di San

Basilio.

Questa leggenda nacque senz'alcun dubbio in Oriente, e l'intendimento

suo principale è la glorificazione di San Basilio, che ha, come

s'è veduto, non piccola parte nel miracolo. Tuttavia essa non può

dirsi interamente nuova, perchè utilizza e trasforma in parte una

tradizione sicuramente più antica, ma molto meno diffusa. Sozomene

racconta[262] che un familiare di Giuliano, essendo in viaggio per

raggiungere il suo signore in Persia, si addormentò in una chiesa, e

vide in sogno molti apostoli e profeti, ragunati a consiglio, dolersi

delle molte ingiurie da Giuliano recate alla Chiesa, e discutere dei

provvedimenti da prendere contro di lui, e in capo di certo tempo

due di essi, confortati gli altri a star di buon animo, partirsi dal

consiglio; poi, il dì seguente, in un altro sogno, vide tornare quei

due e annunciare ai compagni che Giuliano era stato ucciso. L'idea

che suggerì questa finzione si è che uno scelerato come Giuliano non

poteva morire di morte naturale, anzi non poteva morire nemmeno di una

morte preordinata dalla provvidenza in forma, direi, generica e comune;

ma doveva morire per diretta intromissione, e per fatto personale

di qualche abitatore del cielo, mandatario, in certo qual modo, di

tutta la celeste famiglia, ed esecutore delle sue vendette. Affidare

pertanto a profeti e ad apostoli, a preparatori cioè, ed a fondatori

della Chiesa, il còmpito di levar dal mondo chi aveva posto ogni studio

a distruggere appunto la Chiesa, era, a tenore di leggenda, pensiero

sommamente logico, ma forse troppo alto e troppo sottile perchè dalla

comune dei credenti potesse essere facilmente compreso. Si ristrinse

allora l'orizzonte della finzione. L'ordine di uccidere Giuliano si

fece venire dalla Vergine, in luogo a lei sacro, per le preghiere

di un popolo a lei devoto, in occasione di un particolare pericolo

minacciato questa volta, non alla Chiesa propriamente, ma ad una città,

e il carico della vendetta si affidò a un martire, le cui ossa quella

città custodiva come preziosa reliquia, e che, essendo stato morto per

ordine di Giuliano, pareva naturalmente indicato per quell'ufficio,

e compieva in un tempo la propria vendetta e l'altrui. Oltre a

ciò, questa poetica e paurosa immaginazione di un morto che esce di

sepoltura, riveste l'armi sue, balza a cavallo, e insegue il suo nemico

finchè non l'abbia raggiunto ed ucciso, doveva cattivar gli spiriti e

perpetuarsi facilmente nella tradizione. Essa ci si perpetua in fatti,

e passata in Occidente, entra nella vivace famiglia delle leggende

celebri. Martino Polono, Vincenzo Bellovacense[263], Giacomo da

Voragine, Gobelino de Persona[264], Eccardo Uraugiense, l'autore dello

_Speculum exemplorum_[265], cent'altri, la ripetono; ma dipartendosi

spesso, come ben si può intendere, dalla tradizione primitiva. Così i

più tralasciano di dire che la nuova della morte di Giuliano fu recata

in Cesarea da Libanio, particolarità evidentemente immaginata per

acquistare maggior credito a tutta la favola[266]. In certo racconto

latino[267] si dice che la Vergine domandò prima agli angeli che le

stavano intorno chi volesse andare ad uccidere Giuliano, e nessuno

di essi rispondendo, ella comandò le si facesse venire Mercurio. Nel

_Chronicon Paschale_[268] la morte di Giuliano è narrata nel seguente

modo. Una notte, in sogno, costui vedo un uomo vestito d'abito

consolare ferirlo con un colpo d'asta in un tabernacolo, nella città di

Ctesifonte. Destato, si trova ferito sotto l'ascella e muore dicendo:

O Sole, tu hai ucciso Giuliano. Quella notte medesima San Basilio vide

nel cielo aperto Cristo comandare a Mercurio di uccidere Giuliano

e Mercurio obbedire. Giuliano aveva San Basilio in grande stima, e

si giovava de' suoi consigli e gli scriveva spesso. San Basilio fu

pregato dal clero di non divulgare ciò che aveva veduto[269]. Giovanni

Damasceno narra, attingendo da Elladio, che San Basilio si pose a

pregare dinnanzi a un dipinto in cui era figurata la Vergine insieme

con San Mercurio, e che così stando in orazione vide improvvisamente

sparire l'immagine del santo, e ricomparire poco dopo con l'asta

insanguinata[270]. Di solito si dice che quando succedette il miracolo

Mercurio era morto e seppellito da pochi giorni soltanto; secondo

Giacomo da Varignana invece egli era già morto da molti anni[271].

Chi veramente fosse questo San Mercurio, e se sia mai esistito, non si

sa. Certo, esso fu più conosciuto in Oriente che in Occidente. Narra

Matteo Paris che dinnanzi ad Antiochia i crociati furono soccorsi da

San Giorgio, da San Demetrio e da San Mercurio, che con un esercito

scesero dai monti circostanti[272]. E forse perchè non abbastanza

conosciuto in Occidente, alcuni scrittori che riportarono la leggenda

gli sostituirono quel Giuda che ajutò Sant'Elena a ritrovare la croce,

più noto sotto il nome di San Ciriaco[273]. Michele Glica prova che il

preteso miracolo di San Mercurio altro non è che una favola[274]. Del

resto, di morti che uscirono dal sepolcro per compiere alcuna opera, e

che vi tornarono, l'opera compiuta, sono infinite leggende.

Non so a quali fonti attinga l'Anonimo Magliabechiano quando dice

che Giuliano morì fulminato in Roma[275]. Altri, confondendo Giuliano

con Valeriano, fecero morire l'Apostata scorticato da Sapore, re di

Persia. Narra Agatia Scolastico, nella sua continuazione delle Istorie

di Procopio, che Sapore fece scorticare e salare Valeriano, e la pelle

di lui, conciata e tinta in rosso, ordinò fosse appesa in un tempio a

perpetua vergogna dei Romani. Circa il mille, Benedetto di Sant'Andrea

racconta che Giuliano fu scorticato, e la sua pelle servì a coprire

il trono dei re di Persia. Gotofredo da Viterbo fa toccare tal sorte

all'Apostata già morto per mano di San Mercurio[276]; ma Sicardo,

riferita la leggenda di San Ciriaco, un'altra ne soggiunge, secondo

la quale Giuliano sarebbe stato scorticato vivo[277]. Altri ripetono

questa favola accomodandola a modo loro[278]. Qui può essere inoltre

ricordato ciò che Valerio Massimo racconta di Cambise, il quale fece

scorticare un mal giudice, e della pelle di lui coperse la sedia

giudiziaria, affinchè l'esempio stesse in memoria ai successori[279].

Fazio degli Uberti pare che accenni ad una versione meno truculenta

della leggenda quando di Giuliano l'Apostata fa dire a Roma[280]:

E di costui questa novella udío,

Che poi che da Sapor fu vinto e morto,

Il cor si sperse per disdegno rio.

Quanto alle parole pronunziate da Giuliano morendo, è noto che vi è

disparere tra gli scrittori. Alcuni narrano ch'egli, avventando il

proprio sangue verso il cielo, gridò: _Vicisti Galileae, vicisti!_[281]

altri che gridò: Saziati, o Nazareno![282]. Ma quella prima versione

rimase più popolare, e si ritrova nella _Legenda aurea_, nell'_Alte

Passional_, nella _Rappresentazione di San Giovanni e Paolo_, ecc.

Secondo Floro, Giuliano gridò:

Ebibe nunc nostrum quem quaeris, Christe, cruorem,

Atque avidus leto jam satiare meo.

Gotofredo è il solo che, insieme con queste, ponga in bocca di Giuliano

parole di pentimento e di preghiera:

_O Nazarene, vincis, rex magne, minorem;_

_Ecce triumphanti proprium tibi reddo cruorem;_

_Parce michi misero, parcere namque soles_[283].

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 6 / 43 段