Ma la leggenda si trova ricordata o indicata anche altrove. Negli

atti greci di Sant'Artemio[114] si fa dire a Giuliano l'Apostata che

Costantino era nato da una donna volgare, in nulla dissimile dalle

meretrici, quando Costanzo non era ancor Cesare. Nella _Contextio

gemmarum_ di Eutichio, vescovo di Alessandria (m. 940), si narra

che Costanzo _sposò_ Elena in Mesopotamia, e che Elena era già

stata convertita al cristianesimo da Barsica, vescovo di Roa, e

che Costantino la lasciò gravida e se ne tornò a Bizanzio[115].

Quest'ultimo fatto, il quale mal si concilia con l'altro del

matrimonio, riporta senza dubbio alla tradizione più antica, dove

Costanzo avuta, senza nessun impegno da parte sua, la fanciulla,

se ne va poi liberamente. In Occidente Sant'Ambrogio, già citato,

e Sant'Aldelmo, non narrano la leggenda, ma vi alludono. Nella

orazione recitata l'anno 395 per la morte di Teodosio alla presenza

di Onorio, Sant'Ambrogio dice di Sant'Elena: «Stabulariam hanc

primo fuisse asserunt, sic cognitam Constantio seniori qui postea

regnum adeptus est. Bona Stabularia quae tam diligenter praesepe

Domini requisivit»[116]. Per Sant'Aldelmo Elena è già di Bretagna,

ma non ancora una principessa, anzi una concubina: «Dum Constantinus

Constantii filius in Britannia ex pellice Helena susceptus sceptris

imperii potiretur»[117].

Ricapitoliamo e concludiamo[118]. La leggenda che fa nascere Costantino

d'illegittimo commercio, e narra del suo riconoscimento da parte del

padre, dopo molti anni, per virtù di certi casi e di certi segni,

leggenda che forma una delle due parti del racconto dell'Anonimo, è

greca di origine, e risale, come dalle parole di Santo Ambrogio par che

si possa legittimamente dedurre, sino al quarto secolo. Tale leggenda

è molto diffusa in Oriente, dove si svolge, e si arricchisce via via

di elementi romanzeschi; ma passa poi anche in Occidente, e qui, meno

cognita e popolare, o si offusca, o si piega a nuove tendenze. Mentre

nella tradizione orientale Elena è una ostessa, nella tradizione

occidentale assorge a poco a poco al grado di patrizia e di regina.

Sant'Ambrogio ricorda la opinione di coloro che credevano Elena essere

stata una _stabularia_; ma questa opinione egli sembra più inclinato a

respingere che ad accogliere. Sant'Aldelmo nel secolo settimo traspone

già i fatti in Bretagna; e di Elena dice bensì che fu concubina di

Costanzo, ma non fa motto della sua condizione: nell'VIII Cinevulfo

ignora, o tace che Elena fosse Britanna. Più tardi Elena appare

come figlia di un re; ma la tradizione antica del suo concubinato la

perseguita ancora, come si vede dalle asserzioni contraddittorie degli

scrittori rammentati di sopra. Anzi la tenacità di quella tradizione

dà luogo nella nuova leggenda che si viene formando a incongruenze

curiose. Almanno nel secolo IX, così comincia a narrare la vita della

Santa[119]: «Beata igitur Helena, oriunda Trevirensis, tantae fuit

nobilitatis secundum honestatem et dignitatem praesentis vitae, ut pene

tota ingentis magnitudinis civitas computaretur in agrum sui praedii».

Soggiunge che il palazzo magnifico di lei esisteva ancora a' suoi

tempi incorporato nella chiesa di San Pietro Apostolo, e non gli pare

impossibile ch'ella traesse la origine da Elena greca, cui superava

grandemente di pregio. Poi, senz'avvedersi della contraddizione

gravissima, volgendosi a parlare di Costanzo, esce in queste precise

parole: «Interim dum ille feliciter et fortiter administraret belli

negotia, comperta incomparabili nobilitate, pulchritudine et potentia

Helenae in oculis Domini tam beatae, meditabatur ejus obtinere

coniugium, desiderans si forte posset, ex ea suscipere filium,

multaque illam, _licet in officio concubinali_, tractavit reverentia

ed honestate, cor regis in hoc Domino reparante». Data a Elena la

nobiltà del sangue, doveva sentirsi il bisogno di anticipare il tempo

della sua conversione, o di farla nascere a dirittura cristiana.

Già un esempio di ciò ci mostra in Oriente il racconto di Eutichio;

un'altra tradizione orientale racconta che Elena, la quale era nativa

di Edessa, fu, sino dall'infanzia, convertita al cristianesimo dal

vescovo di quella città. In pari tempo si dovette pensare a mutare la

scena dei fatti, e a togliere ad Elena la mala taccia di concubina,

divenuta incomportabile con la nobiltà del suo lignaggio e col fervore

della sua fede. Elena, Britanna, o Trevirense, va a Roma per ragion

di pietà, ed è quivi forzata dall'imperatore. Tale è la forma della

leggenda, tale il grado di svolgimento a cui essa si mostra pervenuta

nel racconto dell'Anonimo, e in quelli di Giovanni da Verona e di

Giacomo da Acqui. Che qui noi siamo in presenza dell'antica tradizione

orientale combinata con nuovi elementi, e piegata, in parte, a nuove

fantasie, non si può dubitare, chè a troppi segni vien fatto di

riconoscerla per quella medesima. Basti qui rilevare una particolarità

caratteristica. Mentre Giovanni da Verona, Giacomo da Acqui, Pietro

de Natalibus e Nicola Manerbi dicono che Elena, col figlio e la nuora,

andò ad abitare in un sontuoso palazzo e si diede a vivere nobilmente,

l'Anonimo dice invece che Elena comperò una casa e si mise a fare

l'ostessa: ora è questo un particolare evidentemente derivato dalla

tradizione orientale, e la sua presenza può, sino ad un certo punto,

dare argomento alla congettura che la versione dell'Anonimo sia più

antica che non quella degli altri narratori. Ma qui si vuole insistere

sopra un fatto già più sopra avvertito. La tradizione che, senza badare

alle differenze delle particolari versioni, ho chiamata orientale, nota

a Sant'Ambrogio, nota forse a Sant'Aldelmo, non sembra essere stata

molto diffusa in Europa, dove per lungo tempo non se ne trova più fatto

ricordo. La dimenticanza in cui essa si giacque agevolò senza dubbio di

molto il sorgere delle tradizioni occidentali che fecero Elena Britanna

o Trevirense, e sempre di nobilissima prosapia; il che non sarebbe così

facilmente accaduto se si fosse avuta in memoria la fanciulla pagana

trovata da Costanzo in un albergo, secondo il racconto di Sant'Eusigno,

o la figlia dell'ospite di Drepano, di cui parla Niceforo, o solamente

la _stabularia_ di Sant'Ambrogio. Parecchi storici parlano della figlia

del re Cloel, o della principessa di Treviri, moglie, o concubina di

Costanzo, assai prima di Giovanni da Verona, e di Giacomo da Acqui,

e dello stesso Anonimo, di cui del resto non si può con precisione

assegnare l'età; ma non ve n'ha nessuno che faccia il più piccolo cenno

di una leggenda circa la nascita e il riconoscimento di Costantino.

Quando questa leggenda ricomparisce nelle scritture dell'Occidente,

ricomparisce congiunta con un'altra finzione del tutto estranea ad

essa; e questo connubio non può essere l'opera della fantasia popolare,

ma bensì quella di un favoleggiatore solitario a cui occorse di

conoscere, o a Costantinopoli, o in alcuna scrittura greca, o forse

anche in alcuna scrittura latina andata perduta, o rimasta ignota sin

qui, la tradizione orientale.

La finzione nuova che si aggrega alla leggenda di Costantino, è da

questa al tutto indipendente in origine. Essa si trova separata, e

porge l'argomento alla _Storia o Leggenda di Manfredo imperadore di

Roma_[120]. Se si trovi anche in altre letterature del medio evo oltre

l'italiana, e se in questa medesima ve ne sieno stati altri racconti

oltre a quello qui ricordato, non si può nè negare nè affermare, ma

non è punto improbabile. Finalmente la leggenda complessa, quale si ha

nell'Anonimo e negli altri, forma il soggetto dell'_Urbano_ attribuito

al Boccaccio, e della storia di Selvaggio che si legge nel _Libro

Imperiale_, mutati per altro i nomi dei personaggi, ampliata la tela

del racconto, alterati in qualche parte gli avvenimenti.

Come s'è veduto, Giovanni da Verona dice di attingere il suo racconto

da una _Historia Britonum_, e Giacomo da Acqui dice di attingere il

suo da una _Cronica Trevirensis_. Che è da credere di tali asserzioni?

Le citazioni di fonti false, o immaginarie, sono così frequenti negli

autori del medio evo, che il dubbio circa la loro autenticità è,

generalmente parlando, sempre legittimo. Nota il Coen che di quante

opere posson cadere sotto la designazione di quei titoli non ve

n'ha nessuna che contenga la leggenda in discorso. Alcune ricerche

infruttuose da me fatte a tal uopo in Germania e in Inghilterra

avvalorerebbero l'opinione che nessuno storico inglese o tedesco

la narrò mai. Da altra banda, nel caso particolare, non v'è ragione

di mettere in dubbio l'autenticità delle citazioni di Giovanni e di

Giacomo, ma specialmente di Giovanni, il quale in questa parte è molto

esatto. Se non che nulla vieta di credere che essi abbiano avuto tra

mani storie interpolate, e interpolate forse qui in Italia stessa,

in pochi codici, d'onde la interpolazione non ebbe tempo, o non ebbe

occasione di propagarsi. Giovanni e Giacomo avrebbero in sostanza

narrata una leggenda italiana credendo narrare una leggenda inglese o

tedesca. Ho detto una leggenda italiana; ecco in breve le ragioni che

mi fanno propendere a crederla tale.

1º Per tutto il tempo che precede l'apparizione della leggenda

complessa narrata dall'Anonimo e dagli altri, noi non troviamo

nell'Occidente d'Europa che un solo scrittore il quale mostri di

conoscere la tradizione orientale che poi entra a far parte di quella,

e questo scrittore è un arcivescovo di Milano, Sant'Ambrogio. 2º Dei

tre manoscritti che si conoscono, contenenti il racconto dell'Anonimo,

due sono in Germania, conservati, l'uno nella Biblioteca Regia di

Dresda, l'altro nella Biblioteca del Ginnasio Albertino di Freiberg

(Sassonia); ma noi non ne conosciamo l'origine: il terzo si conserva

a Roma nella Chigiana. 3º Gli altri autori che narrano la leggenda

sono tutti italiani. 4º La finzione avventizia che in tutti questi

racconti si trova intrecciata con la tradizione più antica non occorre

separatamente che in un racconto italiano. 5º La leggenda complessa,

riferita ad altri personaggi, non si trova che in narrazioni italiane.

Ma lasciamo oramai questo tema, che ci ha trattenuti anche troppo, e

volgiamoci ad altre parti della ricca e varia leggenda costantiniana.

Nei racconti passati a rassegna sin qui Costantino, figlio di madre

cristiana, è naturalmente cristiano sin dalla nascita; ma se la ingenua

leggenda popolare, non d'altro curante che di piegarsi agl'impulsi del

sentimento e della fantasia, poteva a questo modo mentir sul viso alla

storia, altre leggende meno ingenue, e meno disinteressate, dovevano

andar più caute, e adoperare in modo che la storia potesse in qualche

parte almeno confermare le loro menzogne. Queste leggende racconteranno

come Costantino si convertì alla religione di Cristo, e circonderanno

questa conversione di fatti mirabili che per molti secoli terrannosi in

conto di storia autentica ed incontrastabile.

Non tocca a me rifare la storia dell'avvenimento memorabile che

s'intitola dalla conversione di Costantino, dire quanta parte nel

cristianesimo di questo imperatore abbia avuto il sentimento e quanta

la politica, discutere la significazione di certi suoi atti, come

l'editto di Milano, la convocazione del concilio di Nicea, la ingiusta

persecuzione onde ebbe a dolersi Sant'Atanasio. Tutto ciò porse già

da gran tempo, e porgerà ancora argomento a controversie da cui è

difficile escludere in tutto lo spirito di parte[121], ed è interamente

estraneo al proposito mio: io non debbo far altro che notare le

infondate credenze e le finzioni a cui la conversione di Costantino,

sino da tempo assai antico ebbe a legarsi, avvertendo che insisterò

meno su quelle che hanno carattere assai più di simulazioni storiche,

fatte, starei per dire, a caso pensato, che non di vere e proprie

leggende.

Ma prima di procedere oltre soffermiamoci a considerare un fatto che

non è fuori del nostro tema. Costantino non fu propriamente, secondo

la leggenda, il primo imperatore cristiano. Ebbi già occasione di

avvertire come dovesse essere un naturale istinto della coscienza

cristiana questo di far comparire cristiani quanti più imperatori fosse

possibile. Già Augusto aveva adorato il bambino redentore; già Tiberio,

Tito e Vespasiano avevano ricevuto il battesimo. Filippo, l'uccisor di

Gordiano, avrebbe abbracciato il cristianesimo, stando a quanto narrano

Eusebio, San Gerolamo, Orosio. Un tal fatto è assai poco credibile,

e diede luogo a molti dispareri[122]; ma il medio evo lo tiene in

conto di verità dimostrata, almeno nell'Occidente d'Europa. Certo

una così fatta leggenda avrebbe meritato assai più Alessandro Severo,

che nel suo Larario teneva, insieme con le immagini di Apollonio di

Tiana e di Orfeo, anche quelle di Abramo e di Cristo[123]. Nè parve

abbastanza farlo cristiano; si volle ancora farne un precursore di

Costantino nel donare liberalmente alla Chiesa[124]. In Oriente tali

leggende non ebbero fortuna. Efremio, che fiorì nella prima metà

del XIV secolo, dice che Filippo avrebbe voluto entrare nel grembo

della Chiesa di Cristo, ma i pastori di questa lo respinsero[125]; e

già prima Costantino Manasse (XII secolo) aveva affermato Costantino

essere il primo imperatore cristiano[126]. In Occidente la cristianità

di Filippo si provava con testimonianze e con fatti. Secondo Giacomo

Malvezzi al tempo di Filippo, _cristianissimo imperatore,_ fu dedicata

in Brescia la chiesa di San Pietro[127]. Ma anche altri imperatori

cristiani si ricordavano. A detta di Calendre, Adriano apprese le

verità del cristianesimo in un libro datogli da un Cadrasto, discepolo

degli apostoli, e Pompeo Pio, cioè Antonino Pio, fu istruito nella

fede dal filosofo Giustino[128]. A detta di Armannino Giudice _il primo

imperadore il quale fu cristiano fu uno ch'ebbe nome Giovanni._

Il fatto da cui prende le mosse la storia della conversione di

Costantino è la famosa apparizione della croce, narrata da Eusebio,

il quale afferma d'averne udito il racconto dalla bocca dello stesso

imperatore. Se l'uno o l'altro di essi abbia mentito non è qui luogo

d'andar ricercando: il fatto certo si è che, accingendosi contro

Massenzio al cimento delle armi, Costantino tolse per insegna, e fece

dipingere sugli scudi dei suoi soldati il così detto monogramma di

Cristo. Sulla significazione di un tale atto non insisto: avverto

solamente che il segno addimandato monogramma di Cristo si trova già

parecchi secoli prima del cristianesimo, che si ha qualche ragione

per credere ch'esso sia stato in origine un simbolo del sole, e che

Costantino professò un culto pel Sole, come tra l'altro si rileva

dalle monete[129]. Checchessia di ciò, la leggenda medievale, o

piuttosto una delle versioni di essa, mentre ricorda esattamente il

miracolo dell'apparizione, e narra del labaro e del santo segno dipinto

sugli scudi, perde di vista altri fatti di storia più consistente,

e sostituisce ad essi le sue proprie finzioni. Non è più contro le

milizie di Massenzio[130] che Costantino, fatto sicuro dell'ajuto del

cielo, va a combattere, ma bensì contro barbari invasori; e la pugna

avviene, non più sulle sponde del Tevere, ma su quelle del lontano

Danubio. Ottenuta la vittoria, Costantino, già cristiano d'animo, si fa

catechizzare e battezzare da San Silvestro, e manda sua madre Elena a

Gerusalemme a cercar della croce[131]. In un sermone a torto attribuito

a Beda, e su cui avrò da tornare, si fa accadere il miracolo, non

solamente quando Costantino era già battezzato, ma ancora dopo che

ebbe fondata Costantinopoli, e contro i Saraceni minaccianti la nuova

città. Altri, narrando altrimenti, cercavano di dare spiegazione di

altri fatti. In certe leggende francesi già citate si legge a questo

proposito[132]: «Or donques iassoice que Constantin eust eue si noble

victore par la vertu du signe de la croix, touteuoies il ne fist force

ne diligence d'enquerir de la vertu de ce signe, dont il aduint tantost

aprez qu'il deuint si meseau et si corrompu qu'il estoit horrible a

regarder». Ed ecco qui l'addentellato per la leggenda famosa che narra

di Costantino lebbroso, battezzato e guarito da San Silvestro, leggenda

religiosa e politica di capitale importanza, che s'impose in singolar

modo alla storia, e pesò non poco sui destini dell'umanità.

L'opinione di coloro che credono Costantino non mirasse ad altro che

a farsi della Chiesa un'utile ancella, pecca, senz'alcun dubbio, di

esagerazione; ma, nullameno, v'è in essa molto del vero. Chi dagli

editti di tolleranza, e poi, via via, delle nuove leggi, traeva più

visibile beneficio era, non già l'imperatore, ma la Chiesa; e mentre

questa, dalla sua stessa condizione di beneficata era costretta a dar

prova di deferenza e di sommessione, quegli era vie più sollecitato

ad esercitar su di lei un ufficio di patronato che, per quanto fosse

benevolo e rispettoso, pur tuttavia riteneva sempre, e non poteva non

ritenere, molti dei caratteri della sovranità. La Chiesa fece il poter

suo per uscire al più presto da quell'incomodo ed umiliante stato di

soggezione, e la leggenda si provò a far dimenticare che ci fosse mai

stato: secondo la leggenda il beneficato da prima fu Costantino, e non

la Chiesa; e quanto egli poi fece in favore di questa, e quanto più

s'immaginò che avesse fatto, non fu altrimenti considerato che come un

atto e una prova della sua riconoscenza.

La leggenda a cui qui accenno è molto antica e formata di più parti;

ma non tutte queste parti sono antiche egualmente. Vediamola anzitutto

nella sua forma piena e matura, quale si ha, per esempio, nella

_Legenda aurea_, e poi ricercheremo le sue origini, ed esamineremo le

sue attinenze e le sue variazioni.

Nel c. XII della _Legenda aurea_ Giacomo da Voragine racconta la

leggenda di San Silvestro. Comincia, secondo il solito, con dare

l'etimologia del nome del santo, e passa poi a dire dei suoi genitori,

di un primo miracolo da lui operato, della sua esaltazione al papato,

e di alcune altre cose che non importano ora al nostro soggetto.

Seguita la leggenda costantiniana. Costantino perseguita i cristiani,

e in punizione di ciò è colpito da una incurabile lebbra. I pontefici

degl'idoli gli consigliano di fare un bagno di sangue di bambini.

Tremila creaturine son raccolte a tal uopo; ma mentre Costantino

s'avvia al luogo preparato per il bagno, ecco farglisi incontro le

madri, co' capelli disciolti, e con pianti e con strida. Commosso,

Costantino fa fermare il carro che lo conduce, e dice agli astanti: la

dignità del popolo romano, la quale nasce dal fonte della pietà, non

permettere che si compia un atto così disumano; meglio essere per lui

morire, salvando la vita a tanti innocenti, che vivere ingiustamente

per la morte loro. Dopo ciò fa restituire i bambini alle madri, e

queste accomiata con doni. Tornato al palazzo, la notte seguente vede

in sogno San Pietro e San Paolo, che si dicono mandati da Cristo

per insegnare a lui, in premio dell'addimostrata pietà, il modo di

racquistar la salute. Faccia venire a sè Silvestro, il quale per paura

delle sue persecuzioni si sta nascosto nel monte Soratte, e Silvestro

gli mostrerà una piscina in cui immergendosi tre volte sarà guarito

d'ogni infermità. Quand'abbia ottenuta la grazia, distrugga i templi

degl'idoli, restauri le chiese di Cristo, e creda in lui. Svegliatosi,

Costantino manda i suoi militi a cercar di Silvestro, e inteso da lui

chi fossero i due che gli erano apparsi nel sonno, si fa catechizzare,

e dopo aver digiunato una settimana, e liberati i prigioni, riceve

il battesimo, dalle cui acque salutari è incontanente guarito. Allora

per sette giorni consecutivi promulga ogni giorno una legge in favor

della Chiesa e della fede; e la prima è che nella città di Roma Cristo

sia adorato qual vero Dio; la seconda, che chiunque bestemmia Cristo

sia punito; la terza, che chiunque fa ingiuria a un cristiano perda la

metà del suo avere; la quarta, che il Pontefice romano sia da tutti i

vescovi riconosciuto per capo; la quinta, che chiunque ripara in una

chiesa sia tenuto immune; la sesta, che nessuno possa costruir chiese

dentro le mura di una città senza averne ottenuta licenza dal vescovo;

la settima, che alla edificazione delle chiese si consacri il decimo

dei possedimenti imperiali. L'ottavo giorno l'imperatore va alla chiesa

di San Pietro, accusa le sue colpe, e dovendosi porre le fondamenta

della nuova basilica, prende a cavare con le proprie mani la terra, e

ne leva sulle proprie sue spalle dodici sporte. La madre di lui Elena,

udite tali nuove, da Betania, dove si trovava, gli scrive, lodandolo

d'avere rinunziato alla religione degli idoli, ma biasimandolo, perchè,

invece di adorare il vero Dio degli Ebrei, si è dato ad adorare un

uomo crocifisso. Costantino risponde, invitandola a condurre seco i

dottori ebrei, perchè possano disputar coi cristiani, e così si veda

chi ha la ragione e chi il torto. Elena viene, conducendo i suoi

dottori in numero di centosessantuno, fra cui ce n'ha dodici che di

eccellenza vincono tutti gli altri. A questi si oppongono Silvestro e

i suoi chierici, e giudici della disputa sono eletti di comune accordo

due gentili, assai giusti e onorati uomini, per nome l'uno Cratone,

l'altro Zenofilo. Dopo lunga ed ostinata contesa, rimasto vittorioso

Silvestro, Elena, gli Ebrei, i giudici, e molt'altri si convertono

al cristianesimo. Passati alcuni giorni, i pontefici annunziano a

Costantino che certo drago, il quale abitava in una profonda cavità

della terra, dacchè egli si era fatto cristiano uccideva ogni giorno

con l'alito più di trecento persone. Costantino chiede consiglio a

Silvestro; questi, dopo un'apparizione dello Spirito Santo, scende

con due compagni per centocinquanta gradini nella caverna, e lega

con un filo, e suggella col segno della croce la bocca del drago, che

aspetterà laggiù il ritorno di Cristo. Dopo di ciò tutto il popolo di

Roma si converte alla vera fede. Il racconto di Giacomo da Voragine

si ferma a tanto, ma altri racconti, su cui tornerò fra breve,

soggiungono che Costantino, per mostrar vie meglio la gratitudine

sua, e per lasciar più libera la Chiesa, cedette a Silvestro Roma e

tutto l'Occidente, con le insegne imperiali, e passò in Oriente, dove

ricostruì Bizanzio, e dal suo nome la chiamò Costantinopoli.

La leggenda narrata dal Voragine si trova più o meno diffusamente

riferita, nei Leggendarii di Pietro de Natalibus, di Bartolomeo

da Trento, di Bonino Mombrizio, e d'altri, entra a far parte delle

leggende di Sant'Elena e della invenzione della Croce, è ripetuta, o

ricordata, sin oltre il XVI secolo, da un infinito numero di scrittori.

Giovanni d'Outremeuse sa persino indicare il giorno preciso in cui

Costantino ammalò della lebbra, che fu l'ultimo del mese di Decembre

dell'anno 311[133]. Qualcuno poi aggiunge che a Costantino, guarito da

Silvestro, rimase in fronte una piccola macchia di lebbra a cagione di

certo idolo ch'egli continuava ad aver caro dopo la sua conversione:

distrutto l'idolo, la macchia disparve[134]. La leggenda, a narrar la

quale si spendono nella _Kaiserchronik_ non meno di 2800 versi, porse

anche argomento a misteri[135]. Dante le dava pienissima fede[136].

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 3 / 43 段