Le prime leggende sorgono intorno alla culla di Costantino, anzi

già involgono i suoi genitori Costanzo ed Elena. Il luogo della sua

nascita, del quale non si aveva certa contezza, e il modo del suo

nascimento, su che si avevano più disparate opinioni, esercitarono

per tempo le fantasie, e porsero il tema a parecchie finzioni e a

parecchi racconti romanzeschi: e se in questi, ajutando le oscurità

della storia, volentieri si ammise che Elena non fosse unita a Costanzo

con legittimo nodo, e che Costantino fosse un figliuolo naturale, si

può credere che non avvenisse senza la cooperazione di quella curiosa

tendenza che mostra spesso nelle sue leggende il popolo a dare agli

uomini insigni illegittimi natali.

Nel Contes dou roi Coustant l'Empereur (XIII secolo) si narra di

Costanzo, padre di Costantino, la seguente curiosa istoria[83]. Un

imperatore di Bizanzio, a nome Muselins, vagando una notte con alcuni

suoi cavalieri per la città, s'imbatte in un uomo, il quale, occupato

in pregar Dio, chiede alternatamente ad alta voce due grazie, l'una

all'altra contraria: la prima, che gli faccia sgravare felicemente la

moglie, soprappresa dalle doglie del parto; la seconda, che non conceda

a costei di partorire. L'imperatore interroga lo sconosciuto, il quale

risponde la sua contradditoria preghiera essergli stata suggerita dalla

scienza astrologica ch'egli possiede, e che gli mostra quali sieno

i buoni e i maligni influssi degli astri, e quale il punto del tempo

propizio o infausto al nascere. Soggiunge poscia d'avere ottenuto che

il suo figliuolo nasca in punto felicissimo, e che però questi sposerà

la figlia dell'imperatore e gli succederà nel dominio. L'imperatore

sdegnato si parte; poi manda un suo cavaliere a involare il bambino.

Avutolo, gli fende il ventre dallo stomaco all'ombelico, dopodichè si

accinge a strappargli il cuore; ma, ad istanza del cavaliere nol fa,

e ordina che così mezzo morto, sia gettato nel mare. Il cavaliere,

cui non regge l'animo di eseguire il crudele comando, depone il

bambino davanti la porta di un convento, e quivi lo lascia. I frati,

trovatolo ancora vivo, lo portano all'abate, e questi, fa chiamare

i medici, e domanda loro quanto vogliano per curarlo e guarirlo. I

medici chiedono cento bisanti, l'abate ne offre ottanta. La cura riesce

a bene, il bambino guarisce, e l'abate lo battezza ponendogli nome

Costante (Coustans) in considerazione degli ottanta bisanti che gli era

costato. Il fanciullo cresce in bellezza. Si dà caso che l'imperatore

viene a conoscerlo e a sapere chi egli è. Risolve novamente di farlo

morire, e dovendo partire per una spedizione contro i suoi nemici,

gli dà una lettera da recapitare al governatore di Bizanzio, la

qual lettera contiene una sentenza di morte. Prima di recapitarla

il giovinetto entra nel giardino imperiale e vi si addormenta. La

figliuola dell'imperatore lo vede, se ne innamora, legge la lettera,

e pensando di salvare il giovane e di soddisfare in pari tempo al suo

amore, a quella un'altra ne sostituisce, scritta da lei, con la quale

s'ingiunge al governatore di fare sposare al giovane la principessa.

Il governatore obbedisce agli ordini. L'imperatore, al suo ritorno,

trova il matrimonio già celebrato, e allora, rinunziando ai suoi tristi

propositi, riconosce Costante per figliuolo. Più tardi Costantino,

figlio di Costante, diede a Bizanzio il nome del padre[84].

Abbiamo qui un esempio della tendenza che ha la leggenda a propagarsi

in linea ascendente e in linea discendente, verso gli antenati, e verso

la progenitura dei suoi eroi; tendenza che così vigorosa si manifesta

nei cicli epici. Il nome di Costanzo è assai spesso scambiato con

quello di Costantino e di Costante; ancora si confonde spesso Costanzo

Cloro con Costanzo figliuolo di Costantino[85].

Non so a quale leggenda accenni Nennio nel seguente passo della sua

_Historia Britonum_: «Quintus Constantius Constantini Magni Pater

fuit, et ibi moritur, et Sepulchrum illius monstratur juxta urbem,

quæ vocatur Cair Costaint, ut literæ quæ sunt in lapide tumuli ejus

ostendunt; et ipse seminavit tria semina in pavimento superdictæ

Civitatis, ut nullus pauper in ea remaneret unquam, et vocatur alio

nomine Mirmantum[86]».

Veniamo ad Elena e al nascimento di Costantino. Suida, il quale fiorì,

come pare, nel X secolo, dice nel Lexicon (s. v. Κωνσταντῖνος ὁ μέγας)

che il fondatore di Bizanzio nacque di madre oscura, e che il padre lo

riconobbe a certi segni, e lo designò imperatore, posti in disparte gli

altri figliuoli, che aveva avuti da Teodora[87]. Egli accenna assai

più che non narri; ma dalle sue parole si rileva l'esistenza di una

tradizione, secondo la quale Costantino, nato d'illegittimi amori,

avrebbe vissuto alcun tempo lungi dal padre, ignorato, o dimenticato

da lui, e ne sarebbe poi stato riconosciuto, in forza di certi casi

che non son ricordati. Suida soggiunge di non voler ripetere le favole

che di Costantino aveva narrate Eunapio, parendogli che sconvenissero

a tant'uomo. Eunapio nacque {el 347, e sarebbe importante di poter

rintracciare sino a lui alcuna tradizione circa i natali di Costantino;

ma nei frammenti che delle storie di lui ci son pervenuti non si trova

più nulla intorno a questo imperatore. Lo storico pagano Zosimo, il

quale scriveva a Costantinopoli verso il 434, dice che Costantino

nacque da commercio che Costanzo ebbe con una donna non onesta, e non

isposata da lui secondo la legge[88]: prima di Zosimo, Eutropio s'era

contentato di dire che Costantino aveva avuto origine da un più oscuro

matrimonio[89], e Sant'Ambrogio aveva indicata la condizione della

madre dicendo costei ostessa, _stabularia_. Quest'ultima particolarità,

di cui non pare sia fatto cenno negli scrittori bizantini, riappare

poi più tardi negli svolgimenti della leggenda. Una tradizione di tale

natura non poteva essere fortuita, nè di origine in tutto fantastica;

essa doveva aver principio nel vero. La storia di Sant'Elena è ne'

suoi cominciamenti assai oscura. Si ammette comunemente ch'ella sia

nata a Drepano, città di Bitinia, in umile condizione, e che sposata da

Costanzo, divenne madre di Costantino, e fu poi ripudiata dal marito,

innalzato da Diocleziano alla dignità di Cesare[90]. Ma si capisce

che lo stesso Costantino prima, poi gli scrittori, specialmente quando

cominciò a formarsi la leggenda che attribuiva a Sant'Elena la gloria

immortale d'aver ritrovata la croce, siensi studiati di far dimenticare

certi fatti, o di colorirli altramente. Tuttavia la tradizione antica

che Costantino fosse figliuolo spurio di Costanzo non si perdette; anzi

passò d'Oriente in Occidente, dove porse argomento a nuove leggende.

Essa è riportata nel _Chronicon paschale_[91], ma è formalmente

contraddetta da Teofane Isaurico[92] e da Cedreno[93].

La gloria d'aver dato i natali a Sant'Elena fu ambita da varie province

e città. In Oriente Edessa, Drepano, la Giudea; in Occidente Treviri,

la Bretagna e l'isola di Sardegna[94] se la disputarono. Treviri andava

superba di parecchie reliquie insigni da Sant'Elena appunto, come si

credeva, donate alla sua Chiesa. La leggenda della invenzione della

croce, di cui io non intendo discorrere di proposito, antichissima

di origine, è narrata nel secolo VIII da Cinevulfo[95], nel IX da

Almanno[96], nell'XI o XII da Ildeberto Cenomanense, se pur così

s'ha da credere[97], nel XIII dal Voragine[98], ecc. Come più questa

cresceva e si diffondeva, più si sentiva il bisogno di purgare la

tradizione di quanto potesse direttamente o indirettamente offuscare

la riputazione della Santa; e da prima se ne levò ogni imputazione di

mal costume, poi si sostituirono al concubinato le legittime nozze,

finalmente si fece della povera _stabularia_ la figlia di un re. La

tradizione che faceva Sant'Elena nativa di Treviri, era già formata

nel IX secolo, giacchè il citato Almanno la riporta, ed ebbe poi,

più particolarmente in Germania, molto favore. La _Kaiserchronik_

racconta[99] che Costanzo sposò in Treviri la regina Elena, dalla quale

ebbe un figliuolo adorno di molte virtù, che fu Costantino. Costanzo

avrebbe poi voluto ripudiarla; ma vinto dallo amore del figlio,

le mandò ambasciatori e la invitò a raggiungerlo in Roma. Elena,

sdegnata, da prima rifiutò; ma poi si lasciò piegare dalle ragioni e

dalle istanze di Costantino, e andò a Roma, ove le fu fatto solenne

ricevimento.

Ma prima forse di questa tradizione un'altra ne era sorta, la

quale, prendendo senza dubbio argomento dalla dimora di Costantino

in Bretagna, fece nativa di questo paese, poi anche figlia di un

re Choel (Cloel, Coclo, Hoel, ecc.), la madre di Costantino. Tale

tradizione deve essere nata nel paese stesso al cui nome si lega; ma

riappariscono in essa alcuni dei dubbii più antichi, che già si trovano

nella tradizione greca, circa alla qualità delle relazioni passate

fra Costanzo ed Elena, in quanto che alcuni scrittori fanno di costei

la legittima sposa, altri la concubina di quello[100]. Giacomo da

Voragine conobbe così questa, come l'altra tradizione; giacchè, dopo

aver riferito ciò che di Sant'Elena racconta Santo Ambrogio, soggiunge;

«Alii vero asserunt et in quadam chronica satis authentica legitur,

quod ipsa Helena fuit filia Clohelis regis Britonum, quam Costantinus

(l. Constantius) in Britaniam veniens, cum esset unica patri suo, duxit

uxorem, unde insula post mortem Clohelis sibi devenit. Hoc et ipsi

Britones attestantur, licet alibi legatur, quod fuerit Trevirensis».

Enenkel non dice di dove Elena fosse; dice solo che ella era la più

bella delle venti donne dell'imperatore Costanzo, e che Costantino fu

il frutto del loro illegittimo commercio[101]. Ma le due tradizioni

testè ricordate ebbero nella leggenda svolgimenti più larghi e più

romanzeschi[102]. In un racconto latino d'ignoto autore, d'incerta

età, essa si lega a una sequela di casi avventurosi che io riferirò

brevemente[103]. Ai tempi di Costanzo imperatore, una vergine per

nome Elena, di nobile famiglia Trevirense, venne a Roma, trattavi

dal desiderio di visitare i santuarii degli apostoli. Un giorno,

traversando il ponte sul Tevere, Costantino s'imbatte in lei, che

andava con altri pellegrini alla sua via, e vedutala bellissima,

subitamente se ne innamora, e ordina ad alcuni suoi satelliti di

seguirla, e di significare al padrone della casa ove albergava che

a nessun modo la lasciasse partire sinch'egli non ne avesse fatto il

piacer suo. I suoi comandamenti sono osservati. I pellegrini, compagni

di Elena, adempiuti i voti, si partono; ella, accusata di furto dal

padron della casa, è trattenuta in custodia. L'imperatore si affretta a

compiere il suo divisamento; trovata la fanciulla sola e senza difesa,

la sforza; ma prima di partirsi da lei, sentendo alcuna pietà de'

suoi pianti, le fa dono di una fibula preziosissima e di un anello di

gran valore. Rimasta incinta, Elena non ardisce di più fare ritorno in

patria, e si ritrae a vivere con alcuni cristiani dabbene, provvedendo

col lavoro delle mani al proprio sostentamento. Venuto il termine,

essa dà alla luce un bambino, cui pone nome Costantino, celando a tutti

quello del padre. Il fanciullo, educato dalla madre, vien su bellissimo

d'aspetto, pieno d'ogni buon costume, benvoluto da tutti. In quel tempo

si combatteva tra l'imperatore dei Romani e l'imperatore dei Greci una

furiosissima guerra. Avvenne che due ricchissimi mercanti, nei quali

l'imperatore dei Greci aveva piena fiducia, e a cui soli era lecito

approdare per ragione dei loro commerci in Grecia, trovandosi in Roma,

s'imbatterono un giorno in Costantino, che era allora d'età di circa

dieci anni. La sua leggiadria, i suoi modi li fecero meravigliare.

Interrogatolo, e saputo dei casi suoi, essi tosto si accordarono in

un divisamento, dalla esecuzione del quale parve loro di dover trarre

grandissimo guadagno; ed era, che avrebbero preso con sè il fanciullo,

l'avrebbero condotto in Grecia, presentatolo a quell'imperatore come il

figlio dell'imperatore Costanzo, offerta in nome di costui la pace, e

chiesta pel giovinetto la mano della principessa di Grecia. Con la dote

di costei si arricchirebbero, e in pari tempo farebbero danno e scorno

ai nemici dei Romani. I mercanti conducono Costantino nella propria

casa, lo vestono onorevolmente, lo educan fra gli agi, tanto che il

figliuolo non si ricorda più della madre; la quale, perduto l'unico

suo conforto, passa i giorni nel pianto. Trascorsi tre anni e più, i

mercanti, stimando giunto il tempo da porre in opera il loro pensiero,

partono con le lor navi e, insieme con Costantino, giungono al _porto

dei Greci_. Quivi approdati, vestono il giovane d'abiti regali, e

mandati innanzi i lor messi, vanno al palazzo dell'Imperatore, che

fa loro solenni accoglienze. La frode è coronata di pieno successo,

e Costantino sposa la principessa, la quale è assai contenta di lui,

com'egli di lei. In capo di certo tempo, passato tra feste e tripudii,

i mercanti, avuta la ricchissima dote, chieggono licenza di tornare

a Roma, e partono insieme con gli sposi, non ostante le lacrime e i

funesti presentimenti del vecchio imperatore e della sua donna. Corso

già molto mare, ed essendo prossimi alla _regione dei Romani_, i

mercanti pensano di condurre a termine la loro perfidia, e sbarazzarsi

degli sposi, di cui non altro agognano che i tesori. Approdano a

un'isola deserta e selvaggia, e sotto pretesto di volervi passare

la notte, scendono in terra, ed alzano un padiglione, e preparano un

letto, dove, di nulla sospettando, i giovani vanno a coricarsi; poi,

quando questi sono immersi nel sonno, uccisa la loro famiglia, essi

salpano l'ancore e proseguono rapidamente il viaggio. Destatisi la

mattina seguente, e trovatisi soli, i due giovani si danno in preda

alla disperazione, e Costantino svela tutto il tradimento alla sposa,

che non per questo cessa d'amarlo; ma certi naviganti, che per buona

ventura si trovavano a passare in vicinanza dell'isola, li raccolgono,

e, celando quelli per prudenza i nomi e i casi loro, li conducono

al _porto dei Romani_. Giunti a Roma, vanno in traccia di Elena, la

quale, riconosciuto non senza qualche fatica il figliuolo, abbracciata

la nuora, piangendo lacrime di tenerezza, passa dal più inconsolabile

lutto alla più viva letizia. L'imperatrice di Grecia aveva dato

di nascosto alla figliuola, poco prima d'accomiatarla, un giojello

preziosissimo, col quale, se mai per alcun caso ella avesse a trovarsi

in angustie, potesse sopperire ai proprii bisogni. Questo giojello è da

lei consegnato alla suocera, la quale, vendutolo, con parte del denaro

che ne ritrae mette su un'osteria, e decentemente si vive insieme

con la nuora e col figliuolo. Questi intanto, seguendo l'indole sua e

la nobiltà della natura, si dà alla professione dell'armi, e in poco

tempo s'acquista grandissima riputazione. Viene il giorno natalizio

dell'imperatore. Costanzo, volendo festeggiarlo secondo il consueto,

convoca i senatori, i tribuni, i centurioni, i militi, bandisce

giostre e tornei. Costantino ne porta la palma su tutti. Meravigliato,

l'imperatore lo chiama a sè, gli domanda chi sia, e non tenendosi pago

delle sue risposte, ordina che conduca in sua presenza anche la madre

e la sposa. Le donne, vestite dei migliori panni che s'abbiano, sono

condotte a palazzo. L'imperatore le interroga alla lor volta, e tanto

stringe Elena, che questa finalmente promette di tutto svelargli. Dopo

alcun giorno in fatti, presi con sè l'anello e la fibula, torna alla

sua presenza, e racconta la propria storia, mostrando, a testimonio

del vero, i donativi imperiali. Costanzo si persuade che sì mirabili

casi non sieno seguìti senza la volontà del cielo; abbraccia Elena,

riconosce il figliuolo, manda ambasciatori all'imperatore di Grecia,

e punisce i mercanti come si meritano. Ordinata e aggiustata ogni

cosa, celebra solennemente, per la seconda volta, le nozze del

figliuolo colla principessa di Grecia, e stabilisce che gli sposi

debbano succedergli nell'impero romano, a quello stesso modo che dagli

ambasciatori venuti appositamente da Oriente si stabilisce che essi

debbano succedere nell'impero dei Greci. Così fu che Costantino riunì

sul suo capo le due corone dell'Occidente e dell'Oriente.

Non mi soffermo ad esaminare le particolarità di questo racconto, nè a

discutere il suo intendimento, se tant'è che ne abbia qualcuno; ciò che

più importa di far notare si è, parmi, il suo carattere essenzialmente

romanzesco, e il difetto di ogni nesso storico, difetto che si fa

scorgere sin dal principio. Di storico veramente altro non v'è che i

nomi di Costanzo, d'Elena e di Costantino; a questi sostituite altri

tre nomi quali che sieno e il racconto procederà al medesimo modo,

senza che sia bisogno di farvi la più piccola mutazione. Esso si

appoggia solamente in tre punti, non alla storia, ma alla tradizione,

in quanto che fa Elena nativa di Treviri, e Costantino spurio; e narra

di Elena che mise su osteria, ricordatosi certamente il suo autore

della stabularia di Sant'Ambrogio. È curioso anzi a tale proposito che

non vi si dica nulla di un matrimonio seguìto, dopo il riconoscimento,

fra Costantino ed Elena. Giunto al termine della sua storia l'ignoto

autore accenna ad altre leggende circa Costantino, ma rimanda chi

le vuol conoscere ai libri che le narrano[104]. Letto il racconto,

nasce spontaneamente nell'animo un dubbio: queste finzioni furono esse

sino dall'origine loro congiunte coi nomi di Costanzo, di Elena e di

Costantino, o furono ad essi aggregate solamente più tardi, quando

già, unite o separate, avevano circolato un tempo nella tradizione

orale e nella letteratura, servendo ad altri personaggi, o storici, o

fantastici?

Anzitutto è da avvertire che il racconto anonimo testè analizzato, è

bensì il più prolisso, ma non il solo, e molto probabilmente non il più

antico documento in cui quelle finzioni sieno rapportate a Costantino

e ai suoi genitori. Giovanni da Verona, di cui più volte già ebbi a

citare la inedita _Historia Imperialis_, le raccoglie e ad essi nel

medesimo modo le riferisce, salvo che di Elena fa, secondo l'altra

tradizione notata di sopra, non una nobile fanciulla di Treviri, ma

la figliuola del re Cloel di Bretagna[105]. All'una e all'altra delle

due tradizioni occidentali circa la patria di Elena quelle finzioni

dunque si legarono; ma è in sommo grado probabile che, in principio,

nè all'una, nè all'altra, esse andarono congiunte. Il racconto assai

compendioso di Giovanni da Verona passa nel _Catalogus Sanctorum_ di

Pietro de Natalibus[106] e di quivi nella versione italiana della

_Legenda aurea_ che va sotto il nome di Nicola Manerbi[107]. Nel

_Dittamondo_ di Fazio degli Uberti la favola è pure ricordata[108],

ma in forma così sommaria e stroncata, che chi non ne avesse notizia

altrimenti, non verrebbe a capo d'intenderla. D'onde Fazio abbia

attinto rimane dubbio; ma si raccosta ancor egli ai precedenti nel

fare Elena figliuola di Coel. Giacomo da Acqui narra egli pure la

favola[109]; ma nel suo racconto Elena è figliuola del re di Treviri.

Questi varii racconti, sebbene tutti si accordino nella sostanza, pure

presentano, così fra di loro, come per rispetto al racconto pubblicato

dall'Heydenreich, alcune differenze già notate da altri[110], e di

cui io debbo contentarmi di accennare qui solamente due o tre fra

le principali. In tutti Elena è cristiana sin dal principio. Non

battezzata ancora, essa va a Roma, tratta dal desiderio di vedere

la città degli apostoli, e contro il volere del padre: in vesti di

ancella, secondo Pietro de Natalibus; per comandamento degli stessi

apostoli Pietro e Paolo ricevuto in sogno, secondo Giacomo da Acqui;

perchè inferma, secondo Fazio degli Uberti. Ancora secondo Giacomo

da Acqui il padre di Elena si chiamava Flavio, il Re di Bizanzio

Valerio, onde fu che Costantino si chiamò per tre nomi Flavio Valerio

Costantino: vendute le gemme della nuora, Elena va ad abitare in un

magnifico palazzo rimpetto a quello dell'imperatore, e quando le par

giunto il tempo opportuno svela a costui spontaneamente il suo secreto.

Giovanni da Verona, Pietro de Natalibus e Nicola Manerbi dicono

ancor essi che Elena e gli sposi comprarono un palazzo e menarono

nobile vita: tutti affermano che Costanzo sposò Elena, particolarità

importante, taciuta, come s'è veduto, dall'Anonimo. Forse da un attento

studio comparativo delle differenze che i varii racconti presentano si

potrebbe trarre qualche argomento a congetturare in quale di essi sia

contenuta la versione più antica. Ma un tale studio condurrebbe assai

lungi, e il frutto che se ne avrebbe sarebbe assai scarso[111].

Ben più giova osservare come nella favola sieno due parti distinte,

l'una intercalata nell'altra, le quali non hanno necessaria connessione

fra loro, ma possono agevolmente separarsi, e furono senz'alcun

dubbio separate in principio: l'una, che narra della violenza fatta da

Costanzo ad Elena, del nascimento di Costantino, del riconoscimento

finale; l'altra che narra della frode ordita dai mercanti. Quella

certo assai prima di questa fu legata ai nomi di Costantino e dei

suoi genitori, e un documento assai antico ne fa testimonianza.

In una narrazione greca del martirio di Sant'Eusigno di Antiochia,

scritta, secondochè si può ragionevolmente presumere, non dopo l'VIII

secolo[112], è introdotto il santo in persona a raccontare il seguente

caso. Nel tempo che era ancora tribuno militare, tornando Costanzo

vittorioso da una spedizione contro i Sarmati, ebbe a sostare in

una locanda, dove trovò una fanciulla pagana, bellissima, per nome

Elena. Giacque con lei, e nel partirsi le regalò un peplo di porpora.

Tornato a Roma, dopo alcun tempo Costanzo fu incoronato imperatore.

Non avendo avuto dalla sua moglie legittima altri figliuoli che un

fanciullo imbecille, egli commise ai senatori di cercargliene uno

bello e intelligente da lasciare per suo successore. Per evitare

dissidii e gelosie i senatori mandano a cercare tale fanciullo fuori

di Roma. I messi giungono allo stesso albergo ove anni prima s'era

fermato Costanzo, e dove Elena, rimasta gravida di lui, aveva dato

alla luce un figliuolo bellissimo e di svegliato ingegno, fatto allora

già grandicello. Mentre essi si stanno a tavola, il fanciullo salta

sopr'uno dei loro cavalli. Per punirlo della sua tracotanza uno dei

messi gli dà uno schiaffo; ma allora la madre dice a costui: Non lo

percuotere, perchè è figlio dell'imperatore; e reca in prova di quanto

dice il peplo donatole da Costanzo. Meravigliati, i messi tornano

col fanciullo a Roma, il quale è dal padre riconosciuto per figlio,

e istituito erede dell'Impero. Niceforo Callisto, il quale fiorì,

come è noto, nel XIV secolo, reca nella _Historia ecclesiastica_[113]

un racconto da lui senza dubbio attinto a fonte molto più antica,

nel quale la parte storica è assai più copiosa che non nel racconto

posto in bocca a Sant'Eusigno, ma che, ad ogni modo, ha con esso

assai stretta attinenza. Costanzo giace con la figlia del suo ospite

a Drepano, mentre, per commissione degli imperatori Diocleziano e

Massimiano, va a procurare la pace coi Persiani, coi Parti, coi

Sarmati, ed altri popoli, che recano grave danno all'impero. La

fanciulla rimane incinta. In quella notte medesima Costanzo vede in

sogno il sole sorgere dall'oceano occidentale. Raccomanda all'ospite

suo di aver cura del bambino che sarà per nascere, e donato un peplo

alla fanciulla, si parte. Dopo alcuni anni, già fatto Augusto, Costanzo

manda ai Parti nuovi ambasciatori. Questi giungono a Drepano, e per

un caso molto simile a quello narrato da Sant'Eusigno, riconoscono

Costantino, la cui qualità è anche qui confermata dal peplo. Istruito

della cosa, Costanzo fa venire a Roma il figliuolo e la madre; ma

poi, per mettere quello al sicuro da ogni possibile insidia della

imperatrice Teodora, lo manda a stare con Diocleziano in Nicomedia.

Colà Costantino è educato nel palazzo imperiale, e abbraccia il

cristianesimo.

Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II · 第 2 / 43 段