ROMA
NELLA MEMORIA E NELLE IMMAGINAZIONI
DEL
MEDIO EVO
DI
ARTURO GRAF
Prof. Ord. di Letteratura Italiana nella R. Università di Torino.
Roma caput mundi regit orbis frena rotundi.
Volume II.
CON UN'APPENDICE SULLA LEGGENDA DI GOG E MAGOG
TORINO
ERMANNO LOESCHER
1883.
ROMA e FIRENZE presso la stessa Casa.
Proprietà letteraria
_L'Editore si riserba il diritto di traduzione._
Torino — VINCENZO BONA, Tip. di S. M.
CAPITOLO XII.
Trajano.
Dante trova Trajano fra l'anime beate che nel cielo di Giove ricevono
premio e sono glorificate per avere amata ed amministrata la giustizia
nel mondo[1]. Un imperatore non battezzato, fatto partecipe della
felicità degli eletti, non è certo la meno strana fra le immaginazioni
e le favole di cui siamo venuti discorrendo sin qui, o discorreremo in
seguito. La storia autentica nulla ricorda che faccia parer degno di
tanta grazia Trajano; anzi narra di fatti che avrebbero dovuto renderne
odiosa alla Chiesa la memoria in perpetuo; giacchè egli fu persecutore
dei cristiani, e in molte cronache del medio evo si fa espresso
ricordo di ciò, e, con certa alterazione di verità, si dice che dalle
persecuzioni desistette più tardi per consiglio e per intercessione di
Plinio il Giovane[2]. Si sa inoltre ch'egli fu dedito al vino un po'
più dell'onesto, e non rifuggì da certi amori, in quel tempo non meno
latini che greci. Di ciò Dione Cassio non sembra fargli gran carico[3];
ma Gregorio Magno, se l'avesse saputo, l'avrebbe senz'alcun dubbio
lasciato stare all'inferno, d'onde, secondochè la leggenda racconta,
con perseverantissime preci gli venne fatto di trarlo. Più delle sue
colpe si ricordavano le sue virtù, e in particolar modo il grande amore
della giustizia[4]. Alessandro Neckam esprimeva un comune giudizio dei
tempi suoi quando diceva a tale proposito:
Trajanum superis aequat clementia summa[5].
La leggenda comincia a lavorare intorno a Trajano già sino dal terzo
secolo. Molti atti di bontà gli sono attribuiti de' quali egli non
ebbe merito, e di cui altri rimane spogliato in suo beneficio. Chi più
vi scapita è Adriano[6]. Così la fantasia, coadiuvando la storia nel
perpetuare ed accrescere la buona riputazione di Trajano, preparava la
via alla leggenda celebre della redenzione di lui dall'inferno[7]. Il
documento più antico in cui questa leggenda si trovi riportata è la
Vita che del santo papa Gregorio scrisse Paolo Diacono, come sembra,
in Roma stessa, corrente l'anno 787. Ecco in breve la sostanza di
tale racconto. Trajano partiva per una spedizione guerresca, seguito
da numeroso esercito, quando una vecchia vedova, cui era stato ucciso
ingiustamente il figliuolo, gli si fece incontro domandando giustizia.
Trajano prometteva di esaudirla quando fosse tornato; ma, ripreso da
lei di tal negligenza, si fermò, e non volle più oltre procedere finchè
non le ebbe fatta ragione. Passando un giorno San Gregorio per il
Foro Trajano, vide le testimonianze e udì narrare la storia di quella
giustizia, onde cominciò a lacrimare per la pietà e a pregare Iddio
che volesse usare la sua misericordia verso quell'ottimo principe.
Così giunse al sepolcro di San Pietro, dove continuando a pregare
si assopì, e nel sonno ebbe per rivelazione che la sua preghiera
era stata esaudita; ma perchè si guardasse da indi in poi di pregare
per chi era morto senza battesimo, ebbe a soffrire il castigo della
sua tracotanza[8]. che Paolo Diacono abbia composta una Vita di San
Gregorio è certo, poichè egli stesso ne fa poi ricordo nella _Historia
Langobardorum_, e che la Vita scritta da lui sia quella medesima che,
sotto il suo nome, è venuta sino a noi non si può ragionevolmente
mettere in dubbio, sebbene sia stato da parecchi negato. Ma non è
men vero che sono da considerare come una interpolazione i capitoli
17-23, dove si narrano i miracoli più insigni di Gregorio, tra gli
altri quello della salvazione di Trajano. Tale racconto contraddice
formalmente a quanto lo stesso Paolo Diacono afferma in questo medesimo
scritto, che, cioè, San Gregorio avrebbe agevolmente potuto fare
miracoli, se gli si fosse offerta occasione[9]. Questa interpolazione
dev'essere del resto assai antica, giacchè si ritrova in presso che
tutti i manoscritti.
Nel IX secolo la leggenda è raccolta da Giovanni Diacono, che la
narra nella _Vita Sancti Gregorii Magni_ da lui composta[10]. Questo
racconto, confrontato col precedente, presenta alcune particolarità
e differenze notabili, ma mostra di derivare da una medesima fonte
con quello. Paolo, o l'ignoto interpolatore del suo scritto, non dice
d'onde attinga; Giovanni accenna espressamente a documenti scritti e
divulgati per le Chiese d'Inghilterra: _Legitur etiam penes easdem
Anglorum Ecclesias_, ecc. Poi nel suo racconto comincia a prendere
maggiore svolgimento il dialogo fra la vedova e Trajano, dialogo
che non mancherà mai nei riferimenti posteriori della leggenda, e di
Trajano non si dice che, provveduto alla vedova, mandasse sciolti i
rei, com'è narrato nella scrittura di Paolo, e non si accenna a nessuna
punizione inflitta dal cielo a Gregorio[11]. Nella breve Vita di questo
pontefice pubblicata anonima dal Canisio[12] il miracolo è similmente
narrato, e con le stesse parole quasi di Giovanni Diacono[13]. Tuttavia
scostandosi da costui in sul principio del racconto, l'autore di essa
ricorda che Trajano perseguitò ferocemente i cristiani, e dice che
San Gregorio lo trasse bensì dall'inferno, ma non però gli aperse le
porte del paradiso. Più antico di questi sarebbe il racconto contenuto
nella omelia _De iis qui in fide dormierunt_ (XVI), attribuita a San
Giovanni Damasceno, se veramente questo padre ne fosse l'autore. Ma che
non sia dimostra fra l'altro quanto in un luogo di esso racconto si
afferma, cioè che il miracolo era noto in tutto l'Oriente e in tutto
l'Occidente, cosa che Giovanni Damasceno non avrebbe potuto affermare
a mezzo del secolo VIII, quando nel IX vediamo Giovanni Diacono non
conoscere ancora altre fonti della leggenda che la relazione sparsane
per le Chiese d'Inghilterra[14].
Questa leggenda, di cui abbiamo veduto la prima forma e le
testimonianze più antiche, era destinata ad avere per tutto il medio
evo una grande e crescente celebrità. Parecchie ragioni cooperavano
a procacciarle favore; anzi tutto la qualità dei personaggi che vi
sono introdotti; da una parte un imperatore romano, dall'altra un
pontefice famosissimo e che porse argomento d'altre leggende alla
fantasia popolare; poi la stessa curiosità della favola; finalmente
la esemplarità sua. In tempi di fede assai viva, quando le coscienze
erano senza posa affaticate, o almeno molto spesso ricorse dal
pensiero dell'altra vita, e l'uomo era del continuo richiamato alla
considerazione delle mille pratiche e de' mille espedienti onde poteva
giovarsi per conseguire l'eterna salute, la storia di un principe
pagano, a cui era fatta grazia di uscire dall'inferno e di salire
tra i beati, non poteva non trovare avidi ascoltatori e ricordatori
fedeli. Quale prova più trionfale della efficacia della preghiera, che,
secondo la bella espressione di Dante, fa forza alla stessa divinità,
e quale più chiara dimostrazione che l'esercizio di una sola virtù può
ricomprare tutta una vita di colpe? I leggendarii abbondano di esempii
d'uomini sceleratissimi che riuscirono a salvarsi, o perchè in mezzo
a tutte le sceleraggini loro durarono devoti di Maria, o perchè con un
atto di pietà o di giustizia interruppero il corso delle loro nequizie.
Oltre a ciò la storia di Trajano, a cui un atto di giustizia acquista
il cielo, poteva essere ricordata come esempio illustre a quanti
hanno in terra il grave carico di reggere i popoli e di amministrar
la giustizia. Il medio evo ebbe dello stato un concetto essenzialmente
etico, e pose la giustizia primo fondamento della politica.
Legem servare, hoc est regnare.
dice Vipone in uno de' suoi Proverbii composti nel 1027, o 1028,
e dedicati ad Enrico III. Dante pone in Giove i principi che
esercitarono la giustizia, e Calandre avverte nella sua Cronaca rimata
degl'imperatori:
Tant faz je les princes savoir
Que nus n'a tresor ne avoir
S'il n'a justise et verite.
Però è da meravigliare che quello esempio della giustizia di Trajano
non si trovi ricordato in alcuno di quei trattati di cui ebbe copia il
medio evo, intesi a instituire i principi nella virtù e nelle dottrine
del buon governo, come sarebbero il _De regimine principum_ di Egidio
Colonna, e il _De regimine rectoris_ di Fra Paolino Minorita. Ma nel
poema francese di Girart de Roussillon, composto fra il 1330 e il
1348[15], si narra il fatto della giustizia di Trajano, e si dice
espressamente che il valoroso Gerardo, il quale nell'esercizio di tutte
le virtù cercava di seguire gli esempii degli uomini eccellenti, come
Romolo, Giulio Cesare Augusto, non dimenticò quello che aveva lasciato
al mondo Trajano:
Trop bien li sovenoit de Trajain l'emperiere[16].
Dopo il riferimento fattone da Giovanni Diacono, che dovette scrivere
la sua Vita di San Gregorio tra l'872 e l'882, noi non troviamo, per
lo spazio di quasi tre secoli, altra testimonianza della leggenda di
Trajano, sino a giungere a quella che si trova nel _Polycraticus_ di
Giovanni Sarisberiense, finito di scrivere nel 1159. Questo è un fatto
molto importante, perchè dimostra che la nostra leggenda stentò gran
tempo a ottenere il favore che poi più tardi le fu così universalmente
consentito, e non si diffuse da prima fuori di quella Inghilterra
d'onde Giovanni Diacono l'aveva ricevuta, e dove ora la vediamo
novamente raccolta ed esposta da uno scrittore celeberrimo[17].
Giovanni Sarisberiense, dopo aver dichiarato di porre Trajano al di
sopra di Cesare, di Augusto e di Tito, entra a narrare la leggenda in
questa forma[18]: «Ut vero in laude Trajani facilius aquiescant, qui
alios ei praeferendos opinantur, virtutes ejus legitur commendasse
sanctissimus papa Gregorius, et fusis pro eo lachrymis inferorum
compescuisse incendia, Domino remunerante in misericordia uberi
justitiam, quam viduae flenti exibuerat Trajanus. Quum enim memoratus
Imperator jam equum adscendisset, ad bellum profecturus, vidua
apprehenso pede illius, miserabiliter lugens, sibi justitiam fieri
petiit, de his qui filium ejus optimum et innocentissimum juvenem
injuste occiderant. Tu, inquit Auguste, imperas, et ego tam atrocem
injuriam patior? Ego, inquit imperator, satisfaciam tibi quum rediero.
Quid, inquit illa, si non redieris? Successor meus, ait Trajanus,
satisfaciet tibi. Et illa: Quid tibi proderit si alius benefecerit?
Tu mihi debitor es, secundum opera mercedem recepturus. Fraus utique
est nolle reddere quod debetur. Successor tuus injuriam patientibus,
pro se tenebitur. Te non liberabit justitia aliena. Bene agetur cum
successore tuo, si liberaverit se ipsum. His verbis motus imperator,
descendit de equo, et causam presentialiter examinavit, et condigna
satisfactione viduam consolatus est. Fertur autem beatissimus Gregorius
Papa tamdiu pro eo fudisse lachrymas, donec ei in revelatione nunciatum
sit Trajanum a poenis inferni liberatum sub ea tamen conditione, ne
ulterius pro aliquo infedeli Deum sollicitare praesumeret».
In questo racconto si nota anzi tutto il maggiore svolgimento dato alle
ragioni con cui la vedova stringe Trajano a farle pronta giustizia:
esso è senza dubbio dovuto allo stesso Giovanni Sarisberiense, il
quale, discorrendo, in quella parte del suo libro, della epistola
indirizzata da Plutarco a Trajano, e del buon reggimento degli stati,
trovò opportuno d'insistere alquanto più sulla virtù capitale del
principe, che è la sollecita amministrazione della giustizia. Quanto al
rimanente del racconto Gaston Paris crede che Giovanni Sarisberiense
l'abbia composto traendone gli elementi, così dal racconto di Paolo,
come da quello di Giovanni[19]. Ma su ciò si può muovere un dubbio.
Giacchè Paolo e Giovanni derivano da una fonte comune i loro racconti,
non avrebbe potuto da questa medesima fonte derivare il suo Giovanni
Sarisberiense? Sarebbe così più semplicemente spiegato il fatto dei
riscontri di concetti e di parole che Gaston Paris viene notando.
Ai tempi in cui Giovanni Sarisberiense scriveva è molto probabile
che in qualche chiesa d'Inghilterra si conservassero ancora le
relazioni antiche a cui Giovanni Diacono accenna, per modo che non
fosse necessario ad uno scrittore inglese l'andare ad attingere
in libri di stranieri la notizia del miracolo; e d'altra parte mi
ripugna di ammettere che l'autore del _Policratico_, uso a conversare
coi classici, volesse torsi la briga di confrontar fra di loro due
scritture quali sono quelle di Paolo e di Giovanni, e studiarsi di
scegliere in ciascuna di esse le parole che meglio gli si affacevano.
Se alcuni tra i narratori che vengono dopo si attengono alla versione
di Giovanni Diacono[20], come fanno, fra gli altri, l'autore
degli Annales Magdeburgenses[21], Giovanni Bromyard[22], Teodoro
Engelhusio[23], Gotofredo da Viterbo[24], il numero di coloro che
seguitano la versione di Giovanni Sarisberiense è di gran lunga
maggiore. Quella per contro di Paolo Diacono ebbe pochi seguaci,
benchè lo scritto che la contiene fosse conosciutissimo. Tuttavia
da essa par che tragga principio quanto in alcuni racconti di tempo
posteriore si narra di un castigo toccato a San Gregorio, poichè di un
castigo sì fatto Giovanni Diacono e Giovanni Sarisberiense non dicono
parola. La narrazione di Paolo è inoltre recata per intero da Bonino
Mombrizio nella _Vita Sancti Gregorii papae_, la quale fa parte del
suo _Sanctuarium_. Il racconto di Giovanni Sarisberiense fu da Elinando
inserito nella sua cronaca, d'onde Vincenzo Bellovacense lo recò nello
_Speculum historiale_[25]. Gli è probabilmente dopo essere entrata in
questa celebre compilazione, e per suo mezzo, che la leggenda ottenne
maggiore diffusione ed entrò nel numero delle finzioni più famose del
medio evo. Dalla cronaca di Elinando, o dallo _Speculum_ di Vincenzo,
passa la favola nel _Fiore di filosofi_, attribuito contr'ogni ragione
a Brunetto Latini[26], e poi dal _Fiore_ passa nel _Novellino_[27].
L'autore del _Dialogus creaturarum_ che, come Dante, pone il fatto
di Trajano fra gli esempii di umiltà, cita, (cap. LXVIII), per una
delle due versioni che reca, Elinando: _Helinandus in gestis Romanorum
narrat_. Venuto in sulla prima balza del monte del Purgatorio Dante
trova una ripa _di marmo candido e adorno_, dove sono con arte
mirabile intagliati alcuni solenni esempii di umiltà, e con la scena
dell'Annunziazione, e con quella di Davide danzante davanti all'arca
santa, quella ancora di Trajano e della vedova. I versi impareggiabili
in cui tale scena è ritratta, benchè cogniti a tutti, vogliono essere
riportati per intero.
Quivi era storïata l'alta gloria
Del roman principato, il cui valore
Mosse Gregorio alla sua gran vittoria:
Io dico di Traiano imperadore;
Ed una vedovella gli era al freno,
Di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parca calcato e pieno
Di cavalieri, e l'aquile nell'oro
Sovr'esso in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
Parea dicer: «Signor, fammi vendetta
Di mio figliuol ch'è morto, ond'io m'accoro».
Ed egli a lei rispondere: «Ora aspetta
Tanto ch'io torni». E quella: «Signor mio,»
Come persona in cui dolor s'affretta,
«Se tu non torni?» Ed ei: «Chi fia dov'io
La ti farà.» E quella: «L'altrui bene
A te che fia se il tuo metti in obblio?»
Ond'egli: «Or ti conforta, che conviene
Ch'io solva il mio dovere, anzi ch'io mova:
Giustizia vuole e pietà mi ritiene»[28].
Della seconda parte della leggenda dov'è narrata la salvazione di
Trajano, qui il poeta non fa che un cenno; ma egli poi trova, com'è
noto, l'anima dell'imperatore in Giove, tra quelle che hanno premio di
maggior gloria[29]. Il racconto che Benvenuto da Imola introduce nel
suo Commento, al c. X del _Purgatorio_, lascia dubbio se provenga dallo
_Speculum_, oppure dal _Polycraticus_.
Nei varii documenti passati in rassegna sin qui abbiamo veduto la
leggenda, o almeno la prima parte di essa, conservare la forma sua
primitiva; ma già molto prima di Dante, prima ancora, senza dubbio,
dello stesso Giovanni Sarisberiense, il lavoro di lenta e progressiva
alterazione che a mano a mano viene trasformando tutte le leggende, era
cominciato anche dentro di questa. Nella _Kaiserchronik_, composta,
com'è noto, verso il mezzo del XII secolo, i lineamenti principali
della leggenda rimangono immutati, ma la narrazione si allarga e si
arricchisce di alcuni particolari curiosi. Precede l'elogio di Trajano,
Trâjânus was ein helt kuone
unde milde genuoge[30]:
egli giudicava con pari giustizia il signore e il servo, non accettava
doni, e puniva di morte chiunque tentasse corromperlo con ricchezze;
er hete ein kuniclîch leben[31].
Un giorno vennero messi ad annunziare a Trajano che i Normanni avevano
uccise le sue genti, erano penetrati nelle terre dell'impero, rubando
e incendiando, e tenevano il mare con le loro navi. Trajano raccolse
il suo esercito per passare il mare; in quella che stava per mettere
il piede nella staffa ecco farglisi incontro una vedova che con alte
strida gli domanda giustizia. Segue il consueto dialogo; ma in esso,
più che in altri racconti non si vegga, spiccano l'arditezza della
vedova e l'umiltà di Trajano: quella minaccia all'imperatore l'eterno
castigo, questi prega la vedova di lasciarnelo andare. Vinto poscia
dalle ragioni di lei, egli scavalca, fa cercare il colpevole per tutta
_Roma e Laterano_, lo fa condurre alla sua presenza. Costui non è
senza scusa: egli ha ucciso il figliuolo della vedova per vendicare il
proprio fratello che da quello gli era stato morto. Ma tale scusa non è
ammessa per buona da Trajano, che dice al reo: Se t'era stato ucciso il
fratello, tu dovevi ricorrere a me, dappoichè i Romani mi hanno scelto
a loro giudice. Tu hai sostituito il tuo al mio giudizio. Dopo di ciò
fa decapitare l'uccisore, e presenta il capo alla vedova che loda e
benedice l'imperatore. Questi allora si rimette in cammino, passa il
mare, sconfigge i Normanni, fa prigione il loro re e torna glorioso e
trionfante in Laterano[32]. Segue la narrazione del miracolo operato
a intercessione di San Gregorio, e qui appajono nella leggenda alcune
particolarità nuove sulle quali tornerò or ora.
Una delle variazioni presentate dal racconto della _Kaiserchronik_
non è senza importanza: il figliuolo della vedova non è più il
giustissimo ed innocentissimo giovane delle versioni più antiche;
ma è egli stesso un omicida; e Trajano punisce l'uccisore di lui,
non tanto perchè si sia lordato le mani di sangue, quanto perchè si
arrogò di farsi giustizia da sè, recando offesa per cotal modo alle
prerogative imperiali. Il motivo dell'azione di Trajano è più politico
che morale, e con esso assai malamente può conciliarsi la presentazione
che del capo del secondo uccisore è fatta alla vedova. La leggenda è
dissestata, e le varie sue parti non si raffrontano più come prima. In
questa medesima forma è essa narrata da Heinrich von München, il quale
segue verso a verso il racconto della _Kaiserchronik_[33].
Ma a tale punto una variazione di molto maggior rilievo, di cui si
hanno testimonianze del mezzo del secolo XIII, appare nella leggenda.
Dacchè la fantasia e degli eruditi e del popolo si era venuta
rappresentando Trajano come un tipo perfetto di principe giusto, voleva
la logica consueta della leggenda, e richiedeva in certo qual modo il
sentimento morale, che si esagerasse la gravità della prova per far
più bella la vittoria del principe e più luminoso l'esempio. Nella
tradizione più antica Trajano, con piegarsi ai prieghi della vedova
non incorre in danno alcuno, ma solo ritarda la sua mossa contro ai
nemici. L'uccisore ch'egli punisce gli è estraneo, ed anzi nel racconto
della _Kaiserchronik_ è reo anche verso di lui. La leggenda fa un salto
e mostra a un tratto nella persona dell'omicida lo stesso figliuolo
di Trajano. La nuova versione appare qua e là diversa, quando con
una, quando con altra movenza, ma nella forma sua più comune svolge
il seguente fatto: Il figlio di Trajano, trascorrendo col cavallo
per la città, uccide involontariamente il figliuolo della vedova;
Trajano vuol punire il suo proprio figliuolo di morte; ma richiestone
da colei, a lei lo concede, perchè le sia in luogo di quello che ha
perduto. Questa versione si trova nella cronaca di Giacomo Twinger di
Könighofen (XIV sec.) nella _Cronica von der hilliger Stat Cöllen_
(versione tedesca degli Annales Colonienses maximi) nelle Vite
dei Santi di Hermann von Fritslar[34], nel commento in prosa allo
_Speculum Regum_ di Gotofredo da Viterbo[35], in uno dei due racconti
compendiati da Giacomo da Voragine[36], in uno dei due compendiati
nel _Dialogus creaturarum_[37], nel Commento di Jacopo della Lana[38],
nel _Romuleon_[39], nella Cronaca di Giacomo da Varignana[40], nella
_Historia Imperialis_ di Giovanni da Verona[41], nel Commento di
Guglielmo Capello al Dittamondo[42], in certe redazioni più recenti dei
_Mirabilia_[43].
Di una versione strettamente affine a questa, ma nella quale, con più
rigorosa giustizia, Trajano faceva eseguire nella persona del proprio
figliuolo la pronunziata sentenza sono rimaste alcune scarse vestigia.
In una romanza spagnuola del secolo XIII si leggono questi versi[44]:
Acuérdate de Trajano
En la justicia guardar,
Que no dejó sin castigo
Su único hijo carnal:
Aunque perdonó la parte,
El no quiso perdonar.
Essi hanno un assai curioso riscontro nel racconto del _Novellino_
secondo la lezione del cod. Panciatichiano-Palatino, dove si dice: «Lo
Imperadore rivenne lo malificio; trovò che llo suo figliuolo l'avea
morto correndo lo cavallo isciaghuratamente. Fecene giustizia et non
volse pregho, poi cavalcoe et isconfisse li nimici».
Ma qui accade avvertire un fatto, il quale per la storia della leggenda
nostra non è senza importanza. La versione testè esaminata, dove
il figliuolo dell'imperatore è dato in compenso alla vedova, appare
già nel _Dolopathos_ latino di Giovanni di Alta Selva[45], salvo che
qui del principe giusto non si dice che sia Trajano, ma solamente un
re dei Romani, _quidam Romanorum rex_. Lo stesso silenzio quanto al
nome fu osservato nel _Dolopathos_ francese d'Herbers. Ora Giovanni
d'Alta Selva compose il suo libro negli anni fra il 1184 e il 1212,
e potrebbe nascer dubbio se la storia che egli racconta, e che altri
poi attribuiscono a Trajano, non fosse in principio del tutto estranea
a questo imperatore. Ma tale dubbio può essere facilmente dileguato
confrontando il racconto suo con quello di Giovanni Diacono, giacchè
il riscontro evidente di alcuni luoghi mostra che noi qui abbiamo
veramente dinnanzi l'antica leggenda di Trajano, tuttochè profondamente
variata e scompagnata dal nome di costui[46].
Corrente dunque il XII secolo la leggenda circolava sotto tre diverse
forme: quella del _Polycraticus_, quella della _Kaiserchronik_, quella
del _Dolopathos_. La seconda ebbe poca fortuna; molta n'ebbero per
contrario la prima e la terza; e questa, forse perchè ricevuta in
libri di minore autorità, palesa, a fronte di quella, maggior tendenza
alla variazione. In un racconto di Enenkel[47] l'unico figlio di
Trajano stupra una fanciulla; la madre di costei lo accusa e chiede
giustizia. Trajano, sopraffatto dal dolore, ma risoluto di compiere
il dover suo, si strappa i capelli e la barba, parla teneramente, ma
fermamente al figliuolo, gli annunzia la morte che lo aspetta. Indarno
s'inframmettono gli uomini di corte; indarno la vedova dice di voler
per denari rinunziare alla sua vendetta; Trajano si rimane nel suo
proposito; ma poi con un sottile ragionamento si persuade che senza
tor la vita al figliuolo può soddisfare alla giustizia togliendogli
gli occhi; e poichè padre e figlio sono una carne, fa strappare un
occhio al figlio e l'altro a sè. Questa variante nacque senza dubbio,
come fu già notato dal Massmann[48], per influsso della nota storia di
Zaleuco, che, narrata primamente da Valerio Massimo, trovasi ripetuta
in numerose scritture del medio evo.
Ma mentre varia nel modo che si è veduto la prima parte della leggenda,
dov'è narrata la giustizia di Trajano, varia anche la seconda, dov'è
narrato il miracolo; e come in quella si esagera il contrasto morale,
così in questa si esagera il meraviglioso. Non saprei dire chi sia
stato primo a narrare il nuovo miracolo a cui accenno; ma lo riferirò
con le stesse parole di Jacopo della Lana, che commentando il noto
luogo del canto X del Purgatorio così lo racconta: «Elli si legge
che al tempo di san Gregorio papa si cavò a Roma una fossa per fare
fondamento d'uno lavorio, e cavando li maestri, trovonno sotto terra
uno monumento, lo quale fu aperto, e dentro era in fra l'altre ossa
quello della testa del defunto, ed avea la lingua così rigida, carnosa
e fresca, come fusse pure in quella ora seppellita. Considerato li
maestri che molto tempo era scorso da quello die a quello, che potea
essere stato seppellito lo detto defunto, tenneno questa invenzione
della lingua essere gran meraviglia, e publiconno a molta gente. Alle
orecchie di san Gregorio venne tal novità, fessela portare dinanzi,
e congiurolla da parte di Dio vivo e vero, e per la fede cristiana,
della quale elli era sommo pontefice, ch'ella li dovesse dire di che
condizione fu nella prima vita. La lingua rispuose: io fui Traiano
imperadore di Roma, che signoreggiai nel cotale tempo, dappoi che
Cristo discese nella Vergine, e sono all'inferno perch'io non fui
con fede. Investigato Gregorio della condizione di costui per quelle
scritture che si trovonno, si trovò ch'elli fu uomo di grandissima
giustizia e misericordiosa persona; e tra l'altre novelle trovò, che
essendo armato e cavalcando con tutte le sue milizie fuori di Roma,
andando per grandi fatti una vedovella, ecc.». Francesco da Buti
ripete un po' più in breve questo stesso racconto; e il miracolo si
trova inoltre narrato nel _Fiore di filosofi_, nel _Novellino_, nel
già citato commento allo _Speculum regum_ di Gotofredo da Viterbo,
altrove. Ma esso non è nuovo tra le finzioni ascetiche, e prima di
apparire nella leggenda di Trajano aveva già avuto, senza dubbio, una
lunga storia. Di San Macario si racconta che andando una volta per
il deserto trovò un teschio, il quale, interrogato da lui, rispose, e
disse che al mondo era stato pagano, e gli diè contezza dell'inferno
dov'era relegata l'anima sua[49]. Werner Rolewing narra quanto
segue[50]: «Circa annum domini ut puto .M.CC. in Vienna repertum fuit
caput cujusdam defuncti, lingua adhuc integra cum labiis, et loquebatur
recte. Episcopo autem interrogante qualis fuisset in vita, respondit:
Ego eram paganus et judex in hoc loco, nec unquam lingua mea protulit
iniquam sententiam, quare etiam mori non possum, donec aqua Baptismi
renatus, ad coelum evolem, quare propter hoc hanc gratiam apud Deum
merui. Baptizato igitur capite, statim lingua in favillam corruit
et spiritus ad Dominum evolavit». Fra i miracoli della Vergine se ne
trovano due che narrano un fatto in tutto simile, salvo che il teschio
è non di pagano, ma di cristiano, e aspetta non il battesimo, ma la
confessione[51].
Del modo onde San Gregorio fu tratto a intercedere per l'anima di
Trajano si narra diversamente nelle diverse relazioni della leggenda.
I racconti più antichi di Paolo e di Giovanni accennano oscuramente a
qualche opera d'arte in cui fosse istoriato il fatto, e che sarebbesi
veduto nel Foro stesso di Trajano. Negli _Annales Magdeburgenses_
(_Chronographus Saxo_) composti in sul finire del XII secolo, ciò è
detto più chiaramente: «Nam in ejus foro, ubi cuncta Traiani insignia
facta espressa sunt, inter cetera hoc quoque mira celatura depictum
est, quod properanti sibi ad proelium, ecc.»[52]. I _Mirabilia_
nominano l'Arcus Pietatis, dinnanzi al Pantheon[53]. In un commento
alla _Divina Commedia_, il quale è in sostanza tutt'uno con quello
di Jacopo della Lana[54], si dice che San Gregorio vide la Storia
di Trajano dipinta in un tempio. In altri racconti si dice che San
{regorio lesse la storia di Trajano[55], oppure che se ne rammentò[56].
Già nella Vita di San Gregorio scritta da Paolo Diacono si fa
cenno di un castigo inflitto da Dio a quel pontefice per aver osato
d'intercedere per l'anima di un pagano, ma non si dice qual fosse. Nei
racconti posteriori anche di questo si volle avere più sicura notizia.
Gotofredo da Viterbo narra che, in punizione della sua petulanza,
Gregorio fu così malamente percosso dall'angelo che gli convenne poi
andar zoppo gran tempo. Fazio degli Uberti sa soltanto che Gregorio
_non fu dopo sano_[57]. Nel _Fiore di filosofi_ si dice[58] che «Dio
l'impuose penitenza o volesse istare due dì in purgatorio, o sempre
mai malato di febbre e di male di fianco. Santo Grigorio per minore
pena disse che volea stare sempre con male di febbre e di fianco».
Nella _Kaiserchronik_ l'angelo annunzia a Gregorio che la sua prece
è esaudita, che l'anima di Trajano gli sarà data in custodia sino al
dì del giudizio, ma che in pena della sua tracotanza dovrà soffrire
di sette diverse malattie e poscia morire; e come gli annunzia così
succede. Qui si ha un riflesso di qualche altra leggenda ascetica[59].
La leggenda di Trajano, considerata così nella sua forma più antica,
come nella più recente, ha parecchi riscontri fra le storie e le
leggende dell'antichità e del medio evo. Di atti di severa giustizia
compiuti da padri nella persona de' proprii figliuoli son troppi
esempii, e non accade qui di riportarne alcuno in particolare; ma
un qualche parallelo si può trovare anche al racconto di Paolo e di
Giovanni. Niceforo Patriarca (m. nell'828) narra il seguente fatto
avvenuto sotto il regno di Eraclio I[60]. Certo Vitulino viene a
contesa con una vedova sua vicina; nel tafferuglio uno dei figliuoli
di costei rimane ucciso dai servi di quello. Recando con sè le vesti
insanguinate del figlio, la donna va a Costantinopoli, incontra
l'imperatore per via, ferma il cavallo per le redini, e mostrando
le spoglie dell'ucciso domanda giustizia. Lo imperatore risponde
di volerci pensare. Dopo alcun tempo viene a Costantinopoli anche
Vitulino, e l'imperatore, esaminata la cosa, lo fa morire. Un fatto in
tutto simile a quello narrato nella prima versione della leggenda si
trova anche narrato di quel Saladino, il cui nome fu così popolare nel
medio evo. Qui probabilmente non d'altro si tratta che di una semplice
trasposizione.
Tale è, considerata nel suo svolgimento e nelle varie sue forme, la
leggenda di cui il medio evo venne circondando il nome di Trajano; ma
dal detto sin qui non si rileva nulla che valga a spargere un qualche
lume sulle origini e le ragioni di essa. Nel secolo VIII, o al più
tardi nel IX, ritenuto apocrifo il racconto attribuito a Paolo Diacono,
essa ci si mostra già interamente costituita; ma noi non sappiamo nè in
qual tempo, nè dove sia nata, nè quali idee, o quali sentimenti abbiano
influito nella sua formazione. Non sarà fuor di luogo il soffermarsi
alquanto a fare anche di ciò qualche indagine, sebbene non sia
possibile il venire ad altre conclusioni che di semplice probabilità.
Anzi tutto è da notare che nè Gregorio di Tours, nè Isidoro di
Siviglia, il quale da alcuno, benchè a torto, si pretese fosse stato
discepolo di San Gregorio, nè Beda, dicono nulla che neanche dalla
lontana accenni alla leggenda, sebbene tutti e tre parlino con molta
ammirazione, e qual più, qual meno diffusamente, del gran pontefice. Il
silenzio di Gregorio di Tours e d'Isidoro di Siviglia non proverebbe,
per ragioni che or ora vedremo, che la leggenda non fosse già nata;
ma non si potrebbe dire altrettanto del silenzio di Beda, se da altra
banda non si vedesse Beda aver taciuto, non il solo miracolo operato
in benefizio di Trajano, ma tutti gli altri ancora che si leggono nelle
posteriori Vite di San Gregorio.
La leggenda quale si ha nei racconti primitivi, è evidentemente
composta di due parti, l'una delle quali narra l'atto di giustizia
compiuto da Trajano, l'altra narra il miracolo della redenzione di
Trajano dall'inferno. Di queste due parti la prima è indubitabilmente
più antica, e nulla prova che abbia origine cristiana; la seconda
è molto più recente, e la sua origine cristiana è manifesta. Ciò è
provato ancora dagli stessi racconti di Paolo e di Giovanni, dove
si dice che, passando per il foro Trajano, San Gregorio apprese, o
ricordò, l'atto di giustizia dell'imperatore, e dove poi il fatto
stesso è narrato, secondo dice Giovanni, _sicut a prioribus traditur_.
Tutto ciò importa l'esistenza di una tradizione da lungo tempo fermata
ed universalmente conosciuta. Questa tradizione, che nei racconti
citati vedesi legata a un qualche monumento del Foro Trajano, esistente
ancora senza dubbio, ai tempi in cui Giovanni Diacono scriveva, doveva
essere nata in Roma stessa, dove risaliva forse a tempi molto remoti.
Non è improbabile che la sorgente prima di essa sia un passo delle
Istorie di Dione Cassio, il quale narra di Adriano un fatto molto
simile a quello attribuito poscia a Trajano. La sostituzione del nome
di questo a quello è cosa normalissima, secondo i processi generali
della leggenda; ma nel caso particolare, tenuto conto della riputazione
crescente di Trajano, appar quasi necessario. Se non che nel racconto
di Dione non trovandosi nulla che spieghi certe particolarità della
leggenda svolta e cresciuta, quali sarebbero la presentazione di
Trajano a cavallo, circondato dalle sue milizie, e in sul punto
di partir per la guerra, e il fatto stesso per cui si fa chiedere
giustizia dalla vedova, per aver ragione di tutta la tradizione bisogna
ricorrere ad altro. E gli è qui che si trae in mezzo la testimonianza
antica di quelle scolture nelle quali tutto il caso sarebbe stato
raffigurato, e in presenza delle quali fu di esso informato, o
si rammentò San Gregorio. Un bassorilievo rappresentante Trajano
vittorioso, cinto dai suoi cavalieri, e con la figura muliebre di una
provincia sottomessa inginocchiata dinnanzi al cavallo, figurazione
simbolica tutt'altro che insolita, suggerì senz'alcun dubbio le nuove
finzioni. Una congettura sì fatta, proposta già da parecchi, oltrechè
fondata nelle stesse testimonianze degli scrittori, è ancora sotto ogni
rispetto plausibile[61]. Ma il Foro Trajano, che, in parte almeno, si
conservò sino al secolo VIII, andò poscia soggetto a tali distruzioni,
che nell'XI e nel XII non se ne ricordava più nemmeno la situazione
precisa. Il bassorilievo in cui il popolo vedeva rappresentata
la storia di Trajano e della vedova, sparve insieme col resto; ma
poichè la leggenda era già formata, e la tradizione pertinacemente
la custodiva, il popolo stesso, senza dubbio, cercò tra le rovine
della sua città, un altro monumento, a cui novamente legarla. Ed ecco
introdursi nella leggenda l'Arco della Pietà, di cui fanno ricordo
recensioni meno antiche dei _Mirabilia_. Può darsi che il nome di Arcus
Pietatis fosse dato al monumento dopo appunto che la leggenda si fu
ad esso legata; ma si vuol notare tuttavia che in Roma sembra esservi
stato anche un altro arco dello stesso nome[62].
Sin qui della prima parte della leggenda; ma che si ha a dire della
seconda? dove e perchè prese essa nascimento? Notisi anzi tutto
che la credenza ivi espressa che un pagano possa esser salvo, non
è così singolare come potrebbe a primo aspetto parere. Senza voler
risalire sino ad Origene e ad alcuni de' suoi seguaci, da cui fu
considerata possibile persino la redenzione del diavolo, più e
più scrittori ecclesiastici si possono ricordare, che, come Glica,
Gabriele di Filadelfia, e Giorgio Coresio tra' Greci, credettero
i dannati potessero essere liberati per le preghiere dei fedeli.
Secondo la leggenda Santa Tecla liberò dall'inferno la propria madre
Falconilla. Dante pone in paradiso anche il pagano Rifeo, e Ugo da
San Vittore, che fu uno dei teologi più studiati dal poeta, dice che a
Dio non può mancar modo di salvare coloro che, senza peccato, vissero
prima di Cristo[63]. Il popolo che non si spaventa delle difficoltà
teologiche, va anche più oltre, e fa uscir dall'inferno e introduce
in paradiso tali che di tanta grazia non pajono in nessun modo
meritevoli. Mi basterà ricordare ciò che nel noto fabliau francese si
narra del giullare che perde, giocando con San Pietro, tutte le anime
dell'inferno, alla cui custodia era stato preposto, ed entra poi con
loro in paradiso; e ciò che la fiaba popolare racconta della madre
pessima di San Pietro, la quale sarebbe con l'ajuto del figliuolo
riuscita a salvarsi, se, per non poter soffrire che con lei si
salvassero anche gli altri dannati, non avesse stancata la misericordia
di Dio.
Gaston Paris crede che la seconda parte della leggenda possa trarre
la origine da un fatto veramente accaduto[64]. Non è improbabile, dice
l'illustre critico, che San Gregorio, ricordando le virtù di Trajano,
abbia provato vivo rincrescimento della perdizione di un così giusto
principe, abbia pregato per lui, ed abbia avuto una visione nella quale
gli parve di udire una voce dal cielo che gli annunziava esaudita
la sua preghiera. Certo un caso sì fatto non potrebbe dirsi nuovo
nella storia dell'ascetismo cristiano, nè la sentenza dallo stesso
San Gregorio pronunziata nel quarto libro dei suoi Dialoghi, che per
gli infedeli non si deve pregare, sarebbe argomento sufficiente per
escluderne in tutto la possibilità. Tuttavia la congettura mi sembra
poco probabile. Se Gregorio Magno avesse veramente avuto una visione
di tale natura, prima che in qualsivoglia altro luogo sarebbesi
risaputo in Roma, nè in Roma poi, dove l'altra leggenda di Trajano
era nata, se ne sarebbe così facilmente perduta memoria. Ora Giovanni
Diacono dice esplicitamente di desumere il suo racconto da documenti
divulgati per le Chiese d'Inghilterra, e soggiunge poi che mentre i
Romani aggiustavano fede a tutti gli altri miracoli che si narravano
del santo pontefice, di questo della redenzione di Trajano (_de hoc
quod apud Saxones legitur_) dubitavano fortemente. Gli è dunque in
Bretagna che ragionevolmente si deve cercare l'origine della seconda
leggenda; e quando si pensi che gli Angli andavano debitori a San
Gregorio della loro conversione al cristianesimo, e che la venerazione
per tanto benefattore doveva necessariamente accrescersi come più si
spandeva e si invigoriva la fede, non parrà strano che a costui fosse
tra essi, attribuito un nuovo miracolo, che le altre genti conobbero e
ammisero solo più tardi. Dico tra essi e non da essi; giacchè dell'atto
di giustizia per cui andava famoso in Roma il nome di Trajano nulla
potevano sapere i nuovi convertiti, mentre non lo potevano ignorare
l'apostolo Agostino e i compagni suoi che venivano da Roma. Dire con
sicurezza in quale occasione e per quali motivi il miracolo sia stato
immaginato non è possibile; ma se si ponga mente alle condizioni in
cui fu fatta quella missione, all'interesse che i missionarii potevano
avere di mostrare con un esempio luminoso quale fosse la potenza
spirituale di un pontefice, e di mostrare ciò particolarmente a re
barbari con l'esempio di un principe pagano salvato, per le preghiere
di un pontefice appunto, dall'inferno, si potranno forse scorgere
alcune delle ragioni della finzione. Se non che tutto ciò è semplice
congettura, e potrebbe anche darsi che la finzione avesse origini
molto più umili, e si dovesse tutta alla fantasia di qualche Sassone
pellegrino, che recatosi a Roma, piena la memoria delle virtù e dei
miracoli di San Gregorio, udita colà narrare la leggenda di Trajano, ne
togliesse argomento di un nuovo miracolo, e riportasse quindi ogni cosa
nel suo paese natale.
La leggenda di Trajano diede molto da pensare ai teologi; ma non è
questo il luogo di entrare in un minuzioso esame delle loro opinioni.
Già nei racconti di Paolo e di Giovanni si accenna ai dubbii che essa
suscitava negli animi. San Tommaso e Abelardo ammettevano il miracolo,
lo ammetteva Santa Brigida, lo ammettevano i teologi deputati dal
Concilio di Basilea (1431-1443) ad esaminare le famose _Rivelazioni_
di questa santa. Altri recisamente lo negavano, come lo negarono poi
il Bellarmino e il Baronio[65]. Coloro stessi poi che l'ammettevano
discordavano quanto al modo del suo compimento e circa la sorte toccata
a Trajano; e chi credeva che quest'imperatore non fosse veramente
mai andato all'inferno, ma fosse stato serbato alle preghiere di
San Gregorio; chi lo credeva in inferno tuttavia, ma pensava che
per misericordia di Dio egli non vi patisse più i tormenti a cui
sono soggetti tutti gli altri dannati; chi lo credeva bensì uscito
dall'inferno, ma non ammesso in paradiso; chi finalmente diceva che,
richiamato miracolosamente in vita, egli era stato battezzato da San
Gregorio, e, morto poi la seconda volta, era senz'altro salito alla
gloria celeste. Questa è l'opinione di Guglielmo di Auxerre e di Dante,
il quale fa dir di Trajano all'aquila simbolica in Giove:
dallo inferno u' non si riede
Giammai a buon voler, tornò all'ossa[66].
Questa opinione poteva essere confortata e confermata da molti esempii
di casi simili narrati nei leggendarii. Fra i miracoli della Vergine
figurano assai spesso storie di peccatori che, morti impenitenti, e
dannati, furono per la intercessione di lei richiamati in vita, e,
fatta debita penitenza, poterono salvarsi[67]. Gioverà finalmente
ricordare che San Gregorio, il quale, secondo un'altra leggenda
famosa del medio evo, nacque di amori incestuosi e diventò marito
della propria sua madre, ricomprato con asprissima penitenza e con
l'esercizio di ogni virtù il suo involontario peccato, riuscì a
salvare, oltre alla madre e a sè stesso, anche il padre dannato[68].
Altre leggende intorno a Trajano nell'occidente d'Europa non si sono
formate; ma in Rumenia le gesta del conquistatore della Dacia diedero
argomento, come anche quelle di Aureliano, a canti popolari epici, i
quali, disgraziatamente, non furono insino ad ora da nessuno raccolti.
Sia qui notato di passaggio che il noto apologo dell'animale senza
cuore, apologo che risale insino ad Esopo, e in varie forme si trova
narrato in molte scritture del medio evo, è nei _Gesta Romanorum_
riferito a Trajano[69].
I _Mirabilia_, descrivendo i monumenti principali del Foro di
Trajano uniscono insieme i nomi di questo imperatore e di Adriano
suo successore: «Palatium Traiani et Adriani pene totum lapidibus
constructum et perornatum, diversis operibus laqueatum, ubi est
columpna mirae altitudinis et pulchritudinis cum celaturis historiarum
horum imperatorum, sicut columpna Antonini in palatio suo. Ex una parte
fuit templum Traiani, ex alia divi Adriani». Abbiam veduto da altra
banda, come la leggenda di Trajano si formasse a spese di Adriano: in
grazia di questa connessione sia lecito di notare qui il poco che la
leggenda venne immaginando intorno a questo secondo imperatore.
In una versione inglese dei _Gesta Romanorum_ si racconta la seguente
storiella, in più altri modi narrata altrove[70]. Adriano fa un editto
che ogni uomo non più valido alle armi emigri dall'impero, e, se
trovato nell'impero sia messo a morte. Un figliuolo nasconde il padre,
de' cui ammaestramenti giovandosi diventa il più savio consigliere
dell'imperatore. Accusato da' suoi nemici riceve dall'imperatore
l'ordine di venirsene il dì seguente insieme col suo maggiore amico, il
suo maggior conforto, il suo maggior nemico. Per suggerimento del padre
si presenta col cane, col figliuolo, colla moglie. Costei lo accusa
d'aver trasgredita la legge; ma l'imperatore gli perdona.
Un'altra storia si legò al nome di Adriano, ed è quella del filosofo
Secondo. Costui essendo ancora giovanetto, aveva udito dire in iscuola
non trovarsi al mondo femmina onesta. Tornato dopo molti anni in
patria, vuol provare l'onestà della madre. A mezzo di una fantesca la
fa richiedere d'amore, e colei, che non lo riconosce, acconsente. Dorme
con lei una notte, senza commettere peccato, e la mattina si scopre. La
madre muore di vergogna, e Secondo, per espiare la propria imprudenza,
risolve di serbare il silenzio per tutto il tempo che gli resta a
vivere. Adriano venuto in Atene, ode parlare di lui, lo va a trovare,
lo interroga; ma, nè per blandizie, nè per minacce, può indurlo a
parlare. Ordina a un cavaliere di condurlo, per mostra, al patibolo, ma
di troncargli veramente il capo se, vinto dal timore, rompa finalmente
il silenzio. Secondo va al patibolo e non profferisce parola. Trajano
allora, preso d'ammirazione, lo prega di rispondere per iscritto ad
alcune sue domande, al che il filosofo accondiscende.
Questo racconto, di cui non si conosce l'origine, appare primamente in
un testo greco[71], d'onde passa in versioni latine[72], francesi[73],
italiane[74], spagnuole[75], ecc. Esso godette durante tutto il medio
evo della più grande celebrità. Di Secondo, filosofo di Armenia,
non altro si sa se non il poco che ne dice Filostrato nelle _Vitae
Sophistarum_: Suida lo confonde con Plinio Secondo il Giovine. Un
dialogo fra Adriano ed Epitetto[76], somigliante al precedente, non
passò ch'io sappia nelle letterature del medio evo. La letteratura
inglese possiede, in verso e in prosa, un dialogo, indicato come
opera di San Giovanni Evangelista, dove un fanciullo, per nome Ypotis,
istruisce l'imperatore Adriano nelle verità della fede cristiana[77].
CAPITOLO XIII.
Costantino Magno.
Costantino, primo imperatore cristiano, doveva in ispecial modo
richiamare l'attenzione dei posteri e provocare la leggenda. Con lui
cominciava un'era nuova nella storia della Chiesa e dell'impero, con
lui pareva finalmente assicurato, e per sempre, il trionfo della verità
sull'errore, adempiute, o almeno avviate al loro adempimento finale
e glorioso, le promesse antiche di una rigenerazione della umana
famiglia. Il cristianesimo cessava di essere una pura forza morale,
e diventava ancora una forza politica, atta a tramutare tutti gli
aspetti della vita della umanità. I cristiani da lui favoriti ebbero un
sentimento assai vivo del rivolgimento che si veniva operando sotto i
loro occhi, e questo sentimento parrebbe quasi che la leggenda avesse
voluto significar per figura, narrando di Sant'Elena che ritrova e
trae novamente alla luce il santo legno della croce, rimasto sepolto
per secoli sotto alle zolle del Calvario. Il cristianesimo che ha già
vissuto sì gran tempo occulto, come un germe fecondo affidato alla
terra, lascia finalmente le catacombe, e si espande libero e rigoglioso
alla vista del sole.
Costantino, onorato, in qualità d'Augusto, nei templi dei pagani, fu
posto nel novero dei santi dalla Chiesa d'Oriente[78]; sua madre è
venerata sugli altari dovunque sono adoratori di Cristo. Filostorgio
racconta che una statua del glorioso imperatore, la quale sorgeva sopra
una colonna di porfido a Costantinopoli, era adorata dal popolo, e
di questo culto fa cenno anche Teodoreto (m. nel 547)[79]. Nel medio
evo si credeva ancora di possedere, e si conservava come una preziosa
reliquia, la spada di Costantino. Atelstano, re d'Inghilterra, la ebbe
in dono, chi dice da Ugo re di Francia, chi dall'imperatore Enrico, chi
dall'imperatore Ottone I[80]; sotto lo stesso re Atelstano un conte di
Warwyck, per nome Gidone, uccise con essa un gigante Calubrando[81].
Nel pomo della spada era rinchiuso uno dei chiodi che servirono a
crocifiggere Cristo[82]. Nel popolo la memoria di Costantino era
conservata da molte chiese, o da altri monumenti che, a torto od a
ragione, si credevano costruiti da lui.