lasciato, cioè dagli 8 gennaio 1603, giorno in cui gli fu letta la
sentenza avuta nel processo di eresia. Egli continuò a rimanere per
circa sei mesi nelle carceri comuni del Castel nuovo, in relazione co'
frati, e segnatamente con fra Pietro di Stilo, unico suo confidente
oramai dopo la liberazione di fra Pietro Ponzio, in relazione del
pari con Felice Gagliardo, che da molto tempo bazzicava anche troppo
co' frati: ed abbiamo avuta occasione di dire che ebbe una visita del
Marchese di Lavello cui consegnò la sua opera della _Metafisica_, ma
dobbiamo aggiungere che dal 25 febbraio al 15 aprile di quest'anno
ebbe anche occasione di far la conoscenza di alcuni Signori tedeschi
venuti nelle carceri del Castello, uno de' quali divenne da tale data
suo amicissimo e caldo protettore. Il Conte Giovanni di Nassau avea
fatta in incognito un'escursione a Napoli per curiosare la città,
seguito da due gentiluomini, Cristoforo Pflugh e Geronimo Tucher, e
dal domestico Giovanni Winckes, inoltre accompagnato da Gio. Ottavio
Gonzaga che aveva al suo sèguito Uberto Caroni di Bozzolo. Visitata
la città i viaggiatori si trovavano oramai in partenza, quando un
dispaccio da Roma del Duca di Sessa avvertì erroneamente che un figlio,
o nipote, o fratello del Conte Maurizio di Fiandra ribelle al Re di
Spagna, con un sèguito di Cavalieri francesi era venuto in Napoli;
il Vicerè diede immantinente ordine di catturarli. Il Conte col suo
domestico era già partito in precedenza e fu raggiunto a Sessa, gli
altri furono rinvenuti ancora in Napoli, tutti furono tradotti nel
Castel nuovo[414]. Al Gonzaga, parente del Duca di Mantova, che
dimostrò essersi accidentalmente trovato in compagnia de' tedeschi
fu concesso di tenere per carcere, insieme col Caroni, la casa del
Principe di Conca; al Nassau col suo domestico fu assegnata nel
Castello una carcere separata, agli altri furono assegnate le carceri
comuni, ma certificato l'equivoco mediante un'informazione presa da D.
Pietro de Vera, furono poi rilasciati con molte cortesie equivalenti
a scuse[415]. Durante la prigionia il Campanella si strinse in grande
amicizia sopratutto con Cristoforo Pflugh, latinamente Flugio, il
quale parrebbe che appartenesse alla celebrata ed opulenta famiglia
de' Fuggers negozianti di Augusta e divenuti Baroni di Kirchberg e
Veissenhorn, più conosciuti in Italia col nome di Fuggheri e Foccari;
ma avrebbe dovuto rabberciare il suo cognome e dichiararsi Sassone per
rimanere incognito, e riesce allora notevole che perfino dopo molti e
molti anni, a tempo della redazione del _Syntagma_ il Campanella abbia
continuato a chiamarlo «Flugio», come riesce notevole che a tempo
della prigionia in Castel nuovo sia stato di religione protestante.
Da alcune parole che leggonsi nel Carteggio del Turaminis, Agente
Toscano, parrebbe che al pari degli altri suoi compagni di carcere egli
dimorasse allora in Siena, forse ad oggetto di studio, e questo nemmeno
si accorderebbe troppo coll'età del Cristoforo Fugger che conosciamo
dall'opera del Custos[416]. Ad ogni modo non sembra dubbio che egli
appunto abbia fatto conoscere il Campanella a' Fuggers, come certamente
lo fece conoscere a Gaspare Scioppio, onde queste poche notizie su'
Fuggers non saranno state inutili, avendo ancora ad incontrarli nel
corso della nostra narrazione. Una lunga lettera posteriore del
Campanella diretta allo Pflugh e da noi pubblicata, riferibile all'anno
1607, ci fa conoscere che tanto lo Pflugh quanto il Conte Giovanni
s'interessarono molto della sua sorte, e promisero di aiutarlo presso
i Principi di Germania, che lo Pflugh specialmente si affezionò a lui,
ascoltò le sue meditazioni filosofiche e religiose chiamandolo Mastro,
gli giurò che avrebbe avuto pensiero della sua libertà, ne ebbe l'opera
della filosofia (senza dubbio l'_Epilogo_, e probabilmente anche altre
opere tra le quali la _Monarchia di Spagna_); mostrò poi una volta al
Campanella un libro di spiriti che il Campanella derise, e videro anche
insieme certe donzelle, che dalle finestre invitavano il Campanella
a scherzi più che egli non avrebbe voluto (certamente le donzelle
abitanti ne' piani superiori del Castello, a taluna delle quali il
Campanella avea diretto e forse dirigeva ancora poesie più o meno
vivaci); infine liberato dalla carcere ed andato a Roma si convertì al
Cattolicismo, onde al Campanella balenò la speranza che glie ne sarebbe
derivato un gran bene presso la Curia, avendo lui influito su tale
conversione, e poi, col procurargli l'aiuto di altri suoi potenti amici
e più tardi anche quello dello Scioppio, diè motivo di fargli concepire
speranze sempre maggiori[417]. Le deposizioni di Felice Gagliardo,
fatte al S.^{to} Officio in punto di morte, compiono la conoscenza
di questo incidente. Lo Pflugh ed il Tucher andarono a stare nella
camerata del Gagliardo, il quale insegnò loro le orazioni cattoliche
poichè dubitavano di essere stati presi come eretici; ma fecero anche,
tutti insieme, certe pratiche di negromanzia per rendersi invisibili ed
uscire così dal Castello, secondo i precetti di Gio. Wierio, avendone
procurato il libro De Menomachia daemonum (_sic_) e trattane anche una
copia[418]. Fu questo certamente il «libro di spiriti», che lo Pflugh
mostrò al Campanella, e, come si vede, il Gagliardo trovavasi già molto
avanti negli sperimenti di negromanzia e nella evocazione de' demonii.
Ma dopo circa sei mesi il Campanella dovè essere separato dagli altri
frati e posto nel torrione del Castello, come risulta da più documenti.
In primo luogo le medesime deposizioni anzidette del Gagliardo ce ne
danno notizia precisa, rivelandoci in pari tempo fatti della maggiore
importanza, capaci d'illustrare non solo tale periodo della prigionia
ma anche il tema difficilissimo delle credenze riposte del Campanella
con qualche tratto della sua vita intima: e sebbene al Gagliardo non
si possa menomamente accordare una cieca fede, massime poi nelle
condizioni in cui si trovava al momento di deporre questi fatti, vedrà
ognuno se essi non concordino con le notizie che abbiamo da altri
fonti indubitabili[419]. Il Gagliardo disse, che essendosi già dato
alla negromanzia, esercitata pure con taluni de' frati prigioni ed
egualmente con altri, avea conosciuto il Campanella nel Castello, e
nella carcere dove il Campanella stava, «al torrione», aveva appresa
da lui segretamente l'astrologia, studiandola nelle Effemeridi del
Magino, nell'Almanach, nel Cardano, libri che con altri ancora, e con
gli scritti, un'amica a nome Oriana, dimorante sotto le carceri, con la
quale il filosofo «faceva all'amore», conservava e poi porgeva mediante
una cordicina dietro segnali convenuti, allorchè il filosofo li voleva:
aggiunse, riportandosi evidentemente ad un periodo anteriore, che il
Campanella non era affatto pazzo, ma tale si era finto per salvare la
vita, che quando veniva gente estranea egli faceva pazzie, e poi con
lui e con fra Pietro di Stilo, il quale gli era compagno, ridevano che
avesse fatto credere di esser pazzo. Riferì inoltre che avendo più
volte discorso da solo a solo col Campanella del testamento vecchio e
del miracolo di Mosè al mare rosso, egli avea detto «che ne credesse
solo quello che havea potuto essere naturalmente, et che l'altre cose
che non potevano essere naturalmente non bisognava crederle, ancor che
fussero scritte alla biblia» etc.; che poi gli aveva pure insegnato
in Castello come dovesse adorare Dio, facendoglielo scrivere ed anche
scrivendoglielo di sua mano, cioè a dire in piedi, col capo scoperto o
coperto a volontà, guardando al cielo e recitando alcuni determinati
salmi (ved. nel d.^{to} Doc.) ma senza terminare col Gloria Patri etc.,
non credendo alla 2^a e 3^a persona della Trinità, ed invece dicendo:
«Deo optimo maximo, potentissimo et sapientissimo, io te prego è
supplico per lo fato armonia et necessità, per la potentia sapientia et
amore et per te medemo, et per il cielo è per la terra et per le stelle
erranti è fisse...». E gli aveva insegnato egualmente come dovesse
adorare il sole e la luna, guardando in piedi, coperto o scoperto,
fissamente il sole al nascere o al tramontare, e dicendo, «O sacro
santo sole, lampa del cielo, patre della natura, portatore delle cose
à noi mortali, conduttieri dela nostra Simblea» etc. per poi dimandare
ciò che desiderava; ed alla luna, «Matre di tenebre» etc. etc. facendo
lo stesso anche verso ciascun pianeta, le quattro parti del mondo
e gli angeli che ad esse presedevano. Conchiuse poi il Gagliardo
affermando, che con tali preghiere non aveva mai ottenuto nulla, che le
eresie apprese dal Pisano e dal Campanella erano «capricci di huomini
bestiali, dissoluti, senza fondamento di ragione alcuna», che il
Campanella talora gli diceva certe cose e talora il contrario, e quando
egli dimandava il motivo di queste contradizioni, gli rispondeva non
essere stato inteso bene la prima volta. Naturalmente il Campanella,
con la solita astuzia, faceva la parte del distratto: ci toccherà poi
di vedere che alcuni cenni, datici da lui in qualche lettera ed anche
in qualche opera, confermano sufficientemente le notizie deposte dal
Gagliardo; ma già fin d'ora ognuno avrà senza dubbio ravvisato il
riscontro che esse offrono con la legge naturale lodata dal Campanella,
co' suoi principii metafisici, con le cose esposte nella _Città del
Sole_ ed anche cantate nelle _Poesie_[420]. Si ha quindi un gravissimo
argomento per non dubitare del racconto del Gagliardo, della relazione
del filosofo con D.^a Oriana, la quale evidentemente sarebbe la Dianora
che abbiamo visto celebrata da lui con un Sonetto, non che dell'essere
stati insieme contemporaneamente il Campanella e il Gagliardo «al
torrione»; gioverà d'altronde ricordarsi che il Gagliardo dovè passare
nel torrione appunto nel secondo semestre del 1603 e rimanervi fino
al 2 marzo 1604, essendo stato quello il tempo delle sue strette col
S.^{to} Officio, sicchè non ci manca nemmeno l'indizio della data.
Abbiamo poi anche un documento notevole raccolto in altre scritture
d'Inquisizione, che attesta del pari essersi il filosofo, nel periodo
anzidetto, trovato nel torrione del Castel nuovo separato dagli
altri frati: è la deposizione di un carcerato della Vicaria in una
Informazione presa contro fra Pietro di Stilo quando era già uscito dal
carcere. Un Ciommo ossia Girolamo dell'Erario, dimandato se fosse mai
stato in altre carceri oltre quelle della Vicaria, rispose di essere
stato, precisamente verso il marzo 1604, nel Castel nuovo; e «prima
(egli disse) fui posto in una fossa dove stetti per otto giorni, dopoi
fui levato da la fossa, et fui messo alo torrione dove stava uno che
si diceva fusse Campanella, et portava la chierica come portano li
frati, non intesi di che ordine fusse, et il Carceriero, et Campanella
dicevano che era Calabrese, et per un mese in circa dimorai à quello
torrione con lo Campanella, è ci venevano altri carcerati, è poi ne
erano levati. Et essendo stato con lo Campanella da un mese, fui
messo dopoi ad un altra carcere di castello, dove trovai uno monaco
che andava vestito da monaco con le veste bianche, che si chiamava
frà Pietro, uno mastro Marco scarpellino... _etc._, et alla carcere
di frà Pietro dimorai da un mese in circa, dopoi fui tormentato in
castello per la causa mia, è fui messo al civile del castello, dove
stavano diversi carcerati, tra li quali ci erano tre frati vestiti
di bianco, che uno havea nome frà Paolo, deli altri non mi ricordo
lo nome» etc.[421]. Questa separazione anche di fra Pietro di Stilo,
questa differenza di trattamento, più duro per fra Pietro e meno duro
per gli altri frati, meritano del pari di essere avvertite. Sorge
naturalmente il pensiero che fra Pietro, l'amico intimo del Campanella,
avesse dato motivo di richiamare sopra di sè l'attenzione del Governo:
rimanga intanto assodato che nel marzo 1604 il Campanella trovavasi nel
torrione, e non sembri puerile se facciamo avvertire che egli vi si
trovava tuttora in abito laicale, riconoscibile solo pel suo capo raso
e per la sua «corona»; qualunque fatto anche minimo della persona sua
ci apparisce sempre memorabile.
Nè questo è tutto. Rammentino i lettori que' duc.^{ti} 200 inviati
da' conventi di Calabria in sussidio de' frati, e la stentata
distribuzione che ne faceva il Prezioso dietro ordini successivi del
Vescovo di Caserta: un ordine del 2 settembre 1603 assegna duc.^{ti}
due a ciascuno de' quattro frati carcerati, non più 5, mancandovi il
Campanella: questo stesso si verifica in due altri ordini posteriori
(27 febbraio e 9 giugno 1604). Non sarebbe impossibile che specialmente
nel 1^o ordine del 2 settembre 1603 fosse corsa una pura e semplice
dimenticanza del Campanella da parte di quel Vescovo, che se ne curava
così poco e così male: egli vi dimenticò certamente fra Paolo della
Grotteria, ma ve l'aggiunse subito come il documento mostra, e così
avrebbe potuto aggiungervi nel tempo stesso il Campanella; laonde
bisogna dire che il 2 settembre era già accaduto qualche cosa di nuovo
per il povero filosofo, e non abbiamo bisogno di far notare come questa
data collimi più che sufficientemente con quella del luglio o agosto
che vedremo or ora da lui accennata. L'ultimo ordine di pagamento poi,
l'ordine del 9 giugno 1604, fu provocato da due memoriali de' frati,
e segnatamente uno di essi reca che «li poveri _quattro_ frati di
S.^{to} Domenico carcerati nel Regio Castello novo» si trovano ignudi
ed affamati, senza il denaro della Corte da più mesi e senza alcuno
indizio di prossima spedizione, onde supplicano che si dia loro quel
poco danaro rimasto e si parli a S. E. per la spedizione della loro
causa[422]; adunque nemmeno da questo lato figura più il Campanella,
e parrebbe veramente che soli quattro frati fossero rimasti in Castel
nuovo e che il Campanella non vi si trovasse più. Ma non è possibile
passar oltre alla deposizione di Ciommo dell'Erario sopra riportata; e
quindi persistiamo nel ritenere che il Campanella alle date suddette
trovavasi anch'egli nel Castel nuovo, bensì ristretto nel torrione,
toltagli qualunque comunicazione con gli esterni ed anche co' frati
suoi compagni; questi non ne parlarono ne' memoriali presentati,
essendo loro vietato di comunicare con lui, e forse pure avendo dovuto
persuadersi, che a voler fare causa comune con lui non sarebbero mai
più venuti a capo di nulla.
Vi sono infine i cenni datine dal Campanella medesimo in più lettere
ed anche nell'opera dell'_Atheismus triumphatus_, che scrisse dopo
questo periodo, sebbene, come abbiamo già detto, egli siasi ingegnato
di fondere insieme il passaggio al torrione e quello alla fossa di
Castel S. Elmo. In una sua lettera al Papa, in data del 13 agosto 1606,
egli scrisse cosi: «Hor sono tre anni (e quindi verso il luglio o
l'agosto 1603) havendo interrogato il demonio che si faceva angelo, e
compariva ad una persona da me instrutta a pigliar l'influsso divino,
al qual mi pareva disposto per la sua natività che mirai, rispose di
tutti i regni che dimandai... (_seguono molte rivelazioni singolari
specialmente intorno a Venezia e a Roma_). Io accorto che era diavolo
in molti segni, et avvisando quella persona dicendoli che dimandasse
segnali come Gedeone et altre industrie, promesse il diavolo darli
poi; ma comparse ad un signore in uno specchio, che trattava farmi
fuggire, e lo fè che mi tradisse e rivelasse; e fui posto in questa
fossa pur dal diavolo predettami». Ecco qui un disegno di evasione
trattato e scoperto, che vedremo affermato anche dal Nunzio e che,
naturalmente, ci occuperà di proposito; ma per ora lo mettiamo da
parte. Al Card.^l Farnese, pochi giorni dopo, il Campanella scrisse
pure: «M'occorse ver la natività d'una persona, li dissi ch'era
inclinata alla profezia, li donai il modo di disponersi all'influsso
divino, e perchè egli era scelerato, li comparse il diavolo e dicea
esser angelo, e ci donò avviso di molte cose future in molti regni
del mondo e del Papato e di Venetia ch'ha a rovinare. Io poi dimandai
segni come Gedeone; s'era Dio o angelo, ci li promesse, e perchè non
insegnassi a colui a scoprir il diavolo, esso diavolo mi fece ponere
in questa fossa con stratagemma stupenda che non posso scrivere».
Egualmente al Card.^l S. Giorgio riferì la cosa medesima, con poca
differenza di parole e con questa circostanza di più, che il diavolo
«fè capitar male quel pover'huomo», senza dirne altro[423]. Non occorre
poi riportare testualmente i brani dell'_Atheismus triumphatus_
allusivi allo stesso fatto, avendo avuta già da un pezzo occasione
di riportarli (ved. vol. 1.^o pag. 21 in nota). Il Campanella in
essi parla di «un astrologo moderato» spinto dalla superstizione di
Aly Aben ragel, avido di sperimentare la dottrina de' Santi, che
istruì un giovane incolto nel modo di pregare gli Angeli de' pianeti,
lo dispose con le orazioni e le cerimonie, e il giovane cominciò a
vedere cose mirabili, apparendogli uno spirito che si fingeva Angelo
o luna, o sole, o Dio: l'astrologo per mezzo di costui ebbe risposte
su cose gravissime, ma essendosi accorto che si trattava del demonio,
si vide il falso angelo con inganni incredibili separare il giovane
dall'astrologo e condurlo a morte violenta, oltrechè si vide un
altr'uomo, che aspettava certe promesse fatte prima del caso del
giovane, condotto a malanni atrocissimi etc. etc. Avremo in sèguito a
commentare tutto questo garbuglio, ma già si vede manifestamente che si
tratta qui delle relazioni passate tra il filosofo e il Gagliardo, con
le preghiere al sole, alla luna, alle stelle, e con tutte le altre cose
insegnategli mentre componeva appunto la sua opera di _Astronomia_,
essendo l'astrologo e l'altro uomo, posti in iscena nell'_Atheismus_,
una persona sola, il Campanella. Le lettere chiariscono i racconti
dell'_Atheismus_, ed esse, come abbiamo veduto, ci menano al luglio o
agosto 1603 quanto alle pratiche astrologiche fatte dal Gagliardo con
l'assistenza del Campanella; d'altro lato il processo del Gagliardo ci
mena al 2 marzo 1604 quanto alla separazione di lui dal Campanella,
giacchè appunto in tale data egli fu liberato dal carcere, per poi
tornarvi di nuovo ed essere condannato all'ultimo supplizio due anni
dopo. Manifestamente quindi la data del luglio e agosto 1603 è quella
del passaggio «nel torrione del Castello» dove il Campanella di certo
si trovava tuttora il 2 marzo 1604, giacchè il Gagliardo difficilmente
avrebbe mancato di dirne qualche cosa laddove ne fosse stato tolto
prima: risulta perciò ben giustificata anche l'affermazione di Ciommo
dell'Erario, d'averlo visto nel torrione in marzo 1604 separato dagli
altri frati, e come il non trovare il Campanella contemplato negli
ordini di pagamento della sovvenzione ai frati in data del 2 settembre
1603, e 27 febbraio 1604, non implica che egli fosse stato già tradotto
a S. Elmo, così non l'implica nemmeno il non trovarsi contemplato in
quello del 9 giugno 1604. Vedremo poi che non mancano altri argomenti
per farci dire che il Campanella dovè essere tradotto dal torrione
nella fossa di S. Elmo appunto verso il luglio 1604. E se vogliamo
indagare perchè sia stato posto nel torrione in luglio o agosto 1603,
ne troviamo facilmente il motivo, ricordando che appunto in tal tempo
giunse la notizia dell'imbarco di fra Dionisio sull'armata turca, con
le sue ciarle già narrate della prossima liberazione del Campanella.
Il fatto della conversione di fra Dionisio alla fede maomettana, che
recava un aggravio manifesto a' giudizii già gravi intorno alle imprese
disegnate in Calabria, fu sentito dal Campanella al punto, da vederlo
schermirsene con tutti gli argomenti, possibili ed impossibili, in
ciascuna delle lettere che scrisse nel 1606-1607, non appena vide
la necessità di far udire la sua voce direttamente ai personaggi
altolocati. Il fatto poi egualmente grave dell'imbarco sull'armata
turca, veleggiando verso il Regno, fu dissimulato dal Campanella
costantemente, e col proposito suo di volerlo dissimulare si spiega
benissimo l'aver confuso il passaggio al torrione del Castel nuovo,
il disegno di evasione scoperto, il trasporto a Castel S. Elmo, tre
avvenimenti affatto distinti e verificatisi in tre tempi diversi.
Veniamo appunto alla faccenda del disegno di evasione scoperto e del
passaggio a S. Elmo. Come dicevamo, il Nunzio ne fece menzione egli
pure nelle sue lettere a Roma. Dopo circa otto mesi di silenzio,
ripigliando la sua corrispondenza, nella lettera del 23 luglio 1604
egli ritesseva la storia delle peripezie avvenute per la spedizione
della causa; riproduceva il fatto del matrimonio di D. Pietro de Vera,
ricordava la risoluzione presa da S. S.^{tà} per tale circostanza,
esponeva le sue sollecitazioni continue per venire «a qualche
conclusione». E soggiungeva: «Ma l'essersi scoperto quà un certo Greco
che praticava di fare scappare di Castello Fra Tommaso Campanella,
come scappò Fra Dionisio Pontio et un'altro suo compagno, hà tenuto
il negotio sospeso in modo, che non si è potuto trattar della sua
speditione. Finalmente sabato passato fummo insieme, et quanto al
detto Campanella S. E. l'hà fatto condurre nel Castello di S. Elmo,
et non vuole che per ancora si tratti della sua speditione, crederò
io, per quanto scuopro, per non haver interamente chiarito questa
pratica che si teneva per la sua liberatone. Trattammo degli altri
quattro che restavano» etc.[424]. Se non c'inganniamo, dal contesto
della lettera del Nunzio appariscono due fatti non contemporanei, la
scoperta di certe pratiche per far fuggire il Campanella, la quale
avea per qualche tempo tenuto sospesa la spedizione della causa, e
il trasporto del Campanella a S. Elmo del tutto prossimo alla data
della lettera, per un motivo che il Nunzio mostra di supporre e che
difficilmente persuaderà alcuno, giacchè per continuare a chiarire le
pratiche dell'evasione non occorreva tradurre il Campanella a S. Elmo;
dovè quindi esservi un altro motivo che il Nunzio volle dissimulare, e
la cosa riuscirà confermata da quanto saremo per dire. Innanzi tutto
cerchiamo d'indagare chi mai abbia potuto avere tanta pietà pel povero
prigioniero da intavolare trattative di evasione, chi mai abbia potuto
essere quel Greco che praticava di farlo fuggire, come pure in che data
potè questo accadere.
Sappiamo dalle notizie sparse nel processo di eresia che molti
venivano nel Castel nuovo, ed entravano col carceriere nella stanza
del Campanella per vederlo quando era pazzo; ma evidentemente bisogna
guardare un po' in alto per la faccenda in quistione. Senza dubbio ebbe
a visitarlo più o meno spesso il Marchese di Lavello Gio. Geronimo del
Tufo, ed abbiamo visto che «nel 1603» ci fu una sua visita ricordata
nel _Syntagma_. Pertanto il Residente Veneto, in data del 3 febbraio
1604, riferiva al suo Governo, che pareva si andassero «risvegliando
novi pensieri del Campanella che si trova in Castello per li trattati
da lui maneggiati in Calabria», che era stato ultimamente di ordine
del S.^r Vicerè «carcerato il Marchese di Laviello, di casa del Tuffo,
sospetta alla Ecc.^{za} sua che tenesse le mani in simili negotii», e
che ad essi si attendeva con molta diligenza etc.[425]. Ecco un nome
ed una data che fanno volgere a buon dritto la mente sul progetto di
evasione stato scoperto: il Residente potè non essere informato della
cosa a fondo, e tutto il suo Carteggio mostra che davvero non lo fu
mai; ma non gli mancò la notizia di diligenze che si facevano, e di una
carcerazione, che riesce del tutto naturale credere motivata da qualche
indizio o sospetto di maneggio in tale faccenda. Anche il Gagliardo
nelle sue ultime deposizioni ricordò l'avvenimento senza accennare a'
motivi, ciò che mostra essere stato da lui pure ignorato il progetto
di evasione e la scoperta fattane: ma riescono sempre notevoli i
termini ne' quali si espresse, avendo ricordato che il Marchese «per
un tempo stette carcerato in detto Castello»[426]. Considerando che il
Gagliardo ne uscì nel marzo 1604, bisogna conchiudere che il Marchese
ne fosse già uscito a questa data, e però vi fosse rimasto un mese
o poco più: naturalmente tale circostanza mena a ritenere essersi
avuto per lui un semplice sospetto ben presto chiarito senza solida
base, oppure aver lui avuta una parte del tutto secondaria ed anche
inconsapevole ne' maneggi per l'evasione. Chi dunque potè provvedervi?
La mente ricorre subito a Cristoforo Pflugh, ed a' Fuggers de' quali
abbiamo già dato notizia a proposito dello Pflugh; le promesse di
Cristoforo, ed anche una parola del Naudeo, il quale nel Panegirico
ad Urbano VIII, enumerando i tentativi fatti per la liberazione del
Campanella, citò i «tot evanidos Fuggerorum ausus», ci aveano indotto
a ritenere che con ogni probabilità i potenti mezzi di questa famiglia
avessero potuto preparare l'evasione; le notizie poi dell'Epistolario
del Fabre ora pervenuteci col nuovo libro del Berti, mostrando che
in particolare Giorgio Fugger, dopo questo tempo, fissò perfino una
somma di 10 mila ducati per aiutare la liberazione del Campanella,
convalidano sempre più tale opinione[427]. Aggiungiamo inoltre che
non deve recar meraviglia l'intervento pure di quel certo Greco che
praticava di farlo scappare, secondo la notizia datane a Roma dal
Nunzio. Il Carteggio Veneto ci mostra che da un pezzo trovavasi nel
Castel nuovo un Pietro Lanza, bandito di Corfù, al quale facevano capo
i parecchi Greci che venivano in Napoli con progetti di imprese da
corsari contro i turchi. Il Lanza, già capo delle spie del Levante per
conto del Governo Vicereale, si era dilettato di simili imprese perfino
nell'Adriatico, che la Serenissima considerava come suo Golfo: dietro
richiami del Residente il Vicerè Conte di Lemos lo rinchiuse nel Castel
nuovo (6 novembre 1599), ma dandogli tutto il Castello per carcere e
speranza di prossima libertà. Egli propose allora alla Viceregina, e
costei accettò, di mandare due feluche in corso alla Vallona «nelle
viscere de i stati da mare di quella Serenissima repubblica», come
diceva lamentandosi il Residente, e nel marzo 1600 fu liberato per
tentare l'impresa, essendo stato il suo ufficio già dato a un Jeronimo
Combi: fatti i preparativi, il Lanza si unì con un Michele Protetri,
egualmente bandito di Corfù e corsaro, venuto in Napoli a rilevarlo,
e con lui si partì di notte segretamente (7 maggio 1602). Cercarono
insieme d'impadronirsi di una nave Buduana nelle marine di Otranto, ma
non riuscirono: il Lanza tornò a Napoli e dovè rientrare nel Castel
nuovo (7 agosto 1602). Quivi egli non cessò mai di far progetti contro
i turchi, lusingando le cupidigie spagnuole, e giunse a prevalere su
Jeronimo Combi e ad avere diversi incarichi di spedizioni segrete: nè
gli mancarono mai collaboratori levantini, specialmente Greci, che
venivano in Napoli e si dirigevano appunto a lui nel Castel nuovo,
con disegni di sorprendere senza pericolo, sicuramente, il tale o tal
altro Castello turco e farvi ottima preda[428]. Riesce quindi del tutto
verosimile che qualcuno di costoro siasi preso l'incarico di procurare
la fuga del Campanella, e che inoltre rappresenti quel Signore il quale
poi finì per tradirlo e rivelarne i disegni, secondo ciò che ne lasciò
scritto il Campanella medesimo.
Volendo dunque determinare la data della scoperta delle pratiche
di evasione, non ne avremmo altra più verosimile che quella della
carcerazione del Marchese di Lavello, cioè il gennaio 1604; e sarebbe
pure, naturalmente, di poco anteriore la data della comparsa del
diavolo con le sue rivelazioni, e dello spavento incusso a quel
Signore che rivelò il disegno della fuga. Potrebbe sembrare una grossa
obiezione la difficoltà di una riunione di più individui, perfino
con qualcuno estraneo, in una carcere dura: ma bisognerebbe non aver
mai conosciuto la curiosità de' carcerieri, prigioni e visitatori di
ogni genere, in fatto di cose soprannaturali, sempre supposte feconde
di grandi guadagni, in grazia de' quali non c'è nè compromissione nè
rischio che valga a trattenere. E se è certo che nel marzo 1604 il
Campanella trovavasi tuttora nel torrione del Castel nuovo, bisogna
dire che la scoperta delle pratiche di evasione non abbia avuta
influenza sul mutamento di Castello, e bisogna trovare un altro motivo
per ispiegare il passaggio a Castel S. Elmo. Ritenendo che questo
passaggio sia avvenuto nel luglio 1604, in un tempo del tutto prossimo
alla data della lettera con la quale il Nunzio faceva conoscere la
avvenuta riunione del tribunale Apostolico, troviamo facilmente il
motivo del trasporto a S. Elmo nell'essersi voluto dal Governo che il
tribunale si riunisse per la spedizione della causa degli altri frati
senza potersi occupare del Campanella, tanto più dopochè il Nunzio
aveva insistito nel voler sentenziare egli solo; con ciò ci spieghiamo
pure che il Nunzio abbia voluto dissimulare questo avvenimento
rincrescevole, compiuto in dispregio di lui e della Curia. È chiaro
infatti che dovendo il tribunale riunirsi, qualora il Campanella fosse
anch'egli rimasto nel Castel nuovo, non si sarebbe potuto evitare,
senza recriminazioni e contrasti, che il Nunzio lo avesse fatto almeno
venire alla sua presenza, mentre egli trovavasi là rinchiuso qual
suo prigione, a sua istanza e sotto la sua autorità, secondochè fin
da principio era stato convenuto con Roma. C'imbatteremo poi, nel
progresso di questa narrazione, in parecchie circostanze che riescono
a confermare la data del luglio 1604, e non mancheremo di notarle a
misura che si presenteranno. Vogliamo intanto far avvertire che la
scoperta del progetto di evasione non diede propriamente motivo di far
finire il processo del Campanella nella barbara guisa in cui finì, ma
diede soltanto occasione di giustificare in qualche modo il sistema
dell'inerzia che era stato deciso ed attuato già da molto tempo; quando
vi fu pericolo di vedere questo sistema compromesso, si venne nella
determinazione di allontanare il Campanella ordinandone il trasporto a
S. Elmo.
Come abbiamo avuta occasione di dire, i quattro frati minori, mal
ridotti, insistevano vivamente per la spedizione della loro causa, e
tolta di mezzo la persona del Campanella, vennero finalmente i Giudici
a riunirsi e ad occuparsene nella 2^a metà di luglio 1604. D. Pietro de
Vera, che per tanti e tanti mesi non si era prestato, si decise allora
a prestarsi, ma sarà bene rilevare dalle parole testuali del Nunzio
in qual modo: «Trattammo degli altri quattro che restavano, et l'uno,
Fra Domenico da Stignano, come più colpevole, fummo d'accordo che si
condennasse per tre anni in Galera, gli altri che restavano, attesa la
purgatione fatta da loro con li tormenti, si licentiassero, con questo
però che non potessino tornare in Calabria per tempo à beneplacito di
S. S.^{tà} Et quando si cominciorono à dettare le sentenze, scoprendo
che in esse il Sig.^r D. Pietro di Vera voleva esser nominato come
prima, contradissi, et gli mostrai la lettera che tenevo. Rispose che
non voleva risolversi sopra questo, senza parlarne prima con S. E., et
se bene gli replicai che questo non serviva à niente, toccando à N.
S.^{re} il risolver sopra ciò, stette pur nel proposito, e mi chiese
copia della lettera, et io glie la diedi, parendomi necessario metterla
anche nel processo». Così veramente D. Pietro discusse e fu d'accordo
col Nunzio, il quale si attenne all'interpetrazione che avea data
alla risoluzione Papale; e fra Domenico Petrolo fu condannato a tre
anni di galera «come più colpevole», sicchè fino all'ultimo momento
venne ammessa la colpa; gli altri poi furono rilasciati solamente
coll'obbligo dell'esilio dalla Calabria, ad arbitrio di S. S.^{tà}
«attesa la purgatione fatta da loro con li tormenti». Si vede qui
ancora una volta con quanto poca attenzione il Nunzio si era occupato
e si occupava di questa causa: per la congiura il solo Petrolo aveva
avuto il tormento, gli altri non ne avevano avuto punto, siccome
mostrano anche due loro comparse altrove ricordate (ved. pag. 242);
l'avevano bensì avuto per l'eresia e neanche tutti, essendone rimasto
esente fra Paolo, ed il Nunzio confondeva insieme l'una e l'altra
causa. Ma riesce notevolissimo quell'atteggiamento di D. Pietro nel
voler figurare come Giudice, dopo che si era tanto parlato della
risoluzione contraria di S. S.^{tà}, come del pari l'atteggiamento del
Nunzio nel volerglielo impedire. D. Pietro, Commissario Apostolico,
per tanto tempo non si era curato di leggere la risoluzione Papale che
lo riguardava, ed in ultima analisi volle prender consiglio dal Vicerè
intorno ad essa: in tal modo egli mostravasi quello che realmente
era, e che un Breve Papale non valeva a far cessare di essere, il
rappresentante del Governo. Ed il Nunzio continuava a dar prova di
una sorprendente ingenuità, obiettandogli che il parlarne al Vicerè
«non serviva a niente, toccando a N. S.^{re} il risolver sopra ciò».
Fin allora dunque il Nunzio non aveva capito ancora, che i vincoli
effettivi di D. Pietro col Governo erano ben superiori a quelli
fittizii col Papa creati dal Breve, e tanto meno avea capito che le
tergiversazioni di D. Pietro, negli ultimi tempi, non erano state
spontanee ma prescritte dal Vicerè.
Quale fosse davvero l'opinione del Vicerè su quell'incidente, non
si potè sapere prima di un altro paio di settimane. D. Pietro non
si affrettò a parlare al Vicerè, o forse meglio, sollecitato dal
Nunzio, il Vicerè diede ad intendere che D. Pietro non gli avea
parlato ancora, e giunse fino a promettere, che non appena gli avrebbe
parlato, la spedizione della causa sarebbe stata commessa «conforme
a quello che comanda S. S.^{tà}»; ma intorno al Campanella disse di
nuovo, «bisogna lasciarlo star così per buon rispetto, per il tempo
che sarà necessario».--Queste notizie trasmesse a Roma non vi fecero
punto cattiva impressione; bastava che il comandamento di S. S.^{tà}
fosse per trionfare, il resto non importava nulla. Il 30 luglio[429]
il Card.^l Borghese partecipava al Nunzio, che a S. S.^{tà} era
piaciuta la risoluzione sua di non ammettere a congiudice il de Vera
e farne capace il Vicerè, che ordinava si regolasse tuttavia conforme
alle lettere scritte ne' mesi passati, nè gli occorreva altro. E pel
Campanella? Nè S. S.^{tà}, nè alcuno de' Cardinali componenti la
Sacra Congregazione, innanzi a' quali la lettera del Nunzio era stata
letta, si diedero il menomo pensiero di lui: al contrario di quanto
si è finoggi creduto, a nessuno di loro importava che quell'infelice
rimanesse a languire nelle carceri di Castel S. Elmo e la spedizione
della sua causa fosse sospesa indefinitamente. Se vi era qualche
ragione per la quale non conveniva tenerlo nel Castel nuovo, perchè mai
non poteva il tribunale riunirsi nel Castel S. Elmo?
Ma verso il 7 agosto, dietro nuove sollecitazioni del Nunzio,
il Vicerè non tenne più oltre nascosta la sua vera opinione
sull'incidente. A questa data[430] il Nunzio faceva sapere a Roma,
che avendo parlato di nuovo al Vicerè, l'avea trovato «diverso» da
quello di prima, perchè gli avea detto che non potendo D. Pietro de
Vera intervenire come Giudice, avrebbe scritto a Roma e nominato un
altro il quale potesse intervenire. Aggiungeva che invano egli avea
replicato al Vicerè non esser questo necessario, «perchè il fine
principale di N. S.^{re} era stato che intervenisse qualch'uno de'
Ministri di S. M.^{tà} acciò vedesse come passava la causa, la qual
cosa era fatta» (!); dimandava quindi nuovo ordine, poichè aveva
saputo dal Notaro della causa che gli Atti, le minute e le sentenze
erano in mano del medesimo D. Pietro, nè egli poteva andare oltre
«senza qualche turbatione», che non gli era parso di dover eccitare
mentre la faccenda poteva avere altro rimedio.--Ma il rimedio non
poteva essere altro oramai che quello di cedere, poichè si aveva
manifesto torto: e nessuno vorrà ritenere che il Vicerè fosse stato
mai diverso in cuor suo. Il Conte di Benavente aveva adottato un modo
di procedere del tutto opposto a quello del suo antecessore Conte di
Lemos. Per quanto costui si era mostrato attivo, insistente, premuroso,
personalmente impegnato, altrettanto egli aveva preferito mostrarsi
freddo, inerte, distratto, poco informato; e lusingando a tempo la
vanità della Curia, mezzo di riuscita sempre sicuro, avea scansato i
richiami sulla gravissima decisione da lui presa intorno al Campanella,
e fatta anche essenzialmente terminare la causa per gli altri frati,
rimanendo perfino le minute delle sentenze nelle mani della persona di
sua fiducia. Così, salvata la sostanza, occorreva solo provvedere alla
forma, ed egli poteva finalmente scovrirsi ed anche non aver fretta,
mentre al Nunzio non rimaneva che zittire. Costui avrebbe potuto e
dovuto gridare quando il Campanella venne tradotto al Castel S. Elmo
a sua insaputa, ed avrebbe potuto e dovuto ricordarglielo la Curia
vedendo che egli non se n'era dato pensiero: ma per appellarsi alle
convenzioni stabilite col Governo Vicereale, bisognava non pretendere
di trasgredirle.
I frati non cessavano d'insistere per la spedizione della loro causa,
ed il 20 agosto[431] il Nunzio ne dava conto a Roma, partecipando
essergli stato detto dal Vicerè, in risposta alle sue sollecitazioni,
che avrebbe fatto nominare in Roma la persona che desiderava in luogo
di D. Pietro de Vera.
E qui, nel Carteggio del Nunzio, cessa ogni altro documento intorno
alla causa ed intorno alla persona del Campanella. Vero è che bisogna
ammettere senza esitazione qualche lacuna nelle Lettere di Roma, e
notare una lacuna evidente di tre registri delle Lettere di Napoli,
da' primi di ottobre 1604 al 14 gennaio 1605. I soli documenti di
questo periodo, che ci rimangono, son quelli pervenutici con gli
Atti processuali inserti nel noto Codice Strozziano: 1^o il Breve
Papale del 27 ottobre 1604, calcato sull'altro precedente, col quale
si ricorda la concessione fatta già al Conte di Lemos, si menziona
la lettera ricevuta dal Conte di Benavente circa il matrimonio di D.
Pietro de Vera, che «lo stesso Nunzio pretende» aver fatto spirare
la facoltà accordatagli, e si nomina D. Giovanni Ruiz de Baldevieto
in luogo del De Vera, accordandogli identica facoltà[432]; 2^o le
note marginali, apposte nell'Elenco degl'incriminati a' nomi de'
quattro frati de' quali si dovea spedire la causa, ed esprimenti le
sentenze per loro emesse, cioè pel Petrolo un triennio in galera, per
gli altri il rilascio[433].--Si può dunque ritenere che il Vicerè
presentò direttamente a Roma il nome di colui che volea sostituito al
De Vera, onde il Nunzio non ebbe ad occuparsene nel suo Carteggio,
e che venuto il Breve potè il tribunale tener seduta tutt'al più a'
primi di novembre, e senza discussione emettere le sentenze secondo le
minute già fatte e ne' termini stabiliti fin dal luglio precedente.
Aggiungiamo qui che D. Giovanni Ruiz de Baldevieto o Baldeviescio (come
si trova talvolta nominato nelle scritture dell'Archivio di Napoli) era
anch'egli membro del Sacro Regio Consiglio al pari di D. Pietro de Vera
e di D. Giovanni Sances, ma entrato in ufficio da più fresca data, nel
1602[434]. È superfluo poi far avvertire che doveva esser clerico; ed
avendo di certo funzionato coll'apporre solo il suo nome alle sentenze,
possiamo dispensarci dal discorrere ulteriormente di lui. Intanto la
causa del Campanella rimase tuttavia sospesa. Non sappiamo se, ad
occasione delle sentenze emesse per gli altri frati, il Nunzio si sia
tenuto obbligato di spendere qualche parola col Vicerè intorno a lui:
la lacuna sopraindicata, esistente nel suo Carteggio, non ci permette
di affermar nulla su tale proposito, ma è un fatto notevolissimo che
dal 14 gennaio fino al 16 dicembre 1605, data in cui egli lasciò il suo
ufficio, nessuna parola fu spesa intorno al Campanella, sicchè bisogna
dire che il povero filosofo rimase e dal Nunzio e dalla Curia Romana
affatto dimenticato.
Invece sappiamo che se ne ricordarono gli aderenti suoi, ai quali egli
stava realmente a cuore: essi presentarono al Nunzio un memoriale che
cominciava con le parole «Ill.^{mo} e Rev.^{mo} Signore, Noi amici, e
parenti e discepoli di Fr. Tommaso Campanella Sacerdote della Religione
di S. Domenico carcerato in S. Ermo». Questo documento citato dal
Nicodemo, e così pure dal Cipriano, dietro una nota rimessa loro dal
Magliabechi intorno alle opere manoscritte del Campanella a quel tempo
esistenti nella Magliabechiana, può dirsi oramai irreparabilmente
perduto[435]; e la perdita non sarà mai abbastanza deplorata, massime
perchè le sottoscrizioni apposte al memoriale, oltre al far conoscere
i nomi de' coraggiosi cittadini che soli si diedero pensiero del
Campanella, avrebbero anche fatto rilevare il primo nucleo di quella
scuola, che andò crescendo più tardi e rappresentò in gran parte
la cultura napoletana del secolo 17^o, secolo più calunniato che
conosciuto. Ignorando la data del memoriale, non si saprebbe nemmeno
dire se esso sia stato presentato poco dopo il luglio 1604, allo scopo
di reclamare contro i pessimi trattamenti che il Campanella soffriva
senza ragione, ovvero sia stato presentato nella fine di ottobre 1604
ed anche più tardi, quando il tribunale era prossimo a riunirsi o si
era già riunito per la definitiva spedizione della causa de' quattro
frati, allo scopo di ottenere che la causa del Campanella fosse
egualmente spedita. Ma quest'ultima ipotesi è la meno plausibile, ed
anzi veramente da rigettarsi. Avremo infatti occasione di vedere più in
là che a questa data, e fin qualche anno dopo, il Campanella non voleva
menomamente che la sua causa terminasse in Napoli, e i suoi aderenti
non avrebbero mai agito in controsenso. Ad ogni modo il memoriale
rimase tra le carte inutili del Nunzio, verosimilmente con esse andò
poi a Firenze, di dove è in sèguito scomparso.
Adunque mentre i frati uscivano di carcere, all'infuori del Petrolo
che dovè essere tradotto nello Stato ecclesiastico per servire sulle
galere di S. S.^{tà}, il Campanella rimaneva in Castel S. Elmo,
indefinitamente carcerato. Nella Narrazione egli disse, che i frati
«subito in Napoli et altri in Roma fur aggratiati e diventaro priori
et officiali nella religione..,» mentre in quanto a lui «non volsero
mai permettere che andasse alli carceri di Roma, nè che si facesse
la causa sua di ribellione a Napoli, perchè non poteano condannarlo
in altro, e perchè non andasse a Roma dove sapean c'havea d'esser
liberato. Però con crudeltà et astutia grande lo posero in Castel
Santelmo dentro a una fossa oscura 23 gradi sottoterra, sempre alla
puzza oscuro et acqua, et quando piovea s'empia d'acqua, e mai ci
entrava luce, stava inferrato sopra uno stramazzo bagnato con appena
mezzo reale di vitto malamente». Che il Petrolo abbia dovuto essere
graziato della galera in Roma, e gli altri dell'esilio in Napoli,
bisogna ritenerlo senz'altro, tale essendo il costume della Curia in
quel tempo, e ne abbiamo pure veduta qualche cosa in persona di Giulio
Contestabile. D'altronde le anzidette deposizioni ultime del Gagliardo,
in data del 12 luglio 1606, ci danno notizia che fra Pietro di Stilo
nella 1^a metà di quell'anno era già nel suo convento in Stilo, non
sappiamo se in carica o no; ed un'Informazione presa contro fra Pietro
Ponzio in Nicastro in data di dicembre 1604, ci dà notizia che fra
Pietro trovavasi allora nel convento dell'Annunziata di Nicastro ed
era divenuto abbastanza audace, avendo in Chiesa, ed in presenza del
Vicario capitolare, del Clero e di un numerosissimo pubblico, osato
d'interrompere e protestare durante la predica di un Cappuccino che
sosteneva la credenza dell'Immacolata Concezione[436]. Che poi il
Campanella sarebbe stato liberato in Roma non possiamo menomamente
dubitare: abbiamo veduto qual'era la giurisprudenza del S.^{to} Officio
intorno a ciò, ed abbiamo fatto avvertire che il Governo Vicereale non
poteva non preoccuparsi di questa circostanza, e tanto più ricorrere
ad ogni mezzo per non lasciarsi sfuggire di mano l'infelice filosofo.
Ma che non sia stato permesso di far la causa della congiura, «perchè
non poteano condannarlo in altro», deve ritenersi un assurdo, e nel
tempo stesso una delle tante affermazioni equivoche, alle quali il
Campanella fu troppo sovente obbligato a ricorrere nel resto della sua
vita: la causa era stata già fatta, rimanendo solo il dover formulare
la sentenza; e dopo la condanna da lui avuta per l'eresia, con la
quale egli non era stato riconosciuto pazzo, dopo la condanna per la
congiura avuta dagli imputati di second'ordine, dal Contestabile, dal
Pittella ed in ultimo luogo dal Petrolo, il Nunzio non avrebbe potuto
non condannarlo, nè occorre dire che l'altro Giudice, compagno del
Nunzio, non avrebbe esitato un momento ad emettere un voto conforme.
Infine quanto all'essere stato cosi duramente trattato in Castel S.
Elmo, ed anche all'esservi stato tradotto con crudeltà ed astuzia
grande, bisogna accettarlo pienamente. Senza dubbio si diè prova di una
grande astuzia, per riuscire a tenere il Campanella nelle mani eludendo
i dritti di Roma, e di altrettanta crudeltà nel farlo macerare in
quella specie di carceri senza un motivo ragionevole, mentre anche il
disegno di evasione era un fatto già vecchio di alcuni mesi. Nè si può
dubitare delle pessime condizioni in cui egli ebbe a trovarsi, poichè
qualche notizia contemporanea intorno alle carceri gravi di Castel S.
Elmo ce le mostra appunto a quel modo. In sostanza quindi, menzionando
i suoi patimenti, egli non esagerò di molto, così nelle poesie e nei
libri, che sappiamo aver sempre continuato a comporre coll'assistenza
di fra Serafino di Nocera malgrado i rigori che soffriva, come pure
nelle parecchie lettere, che conosciamo avere scritte al Papa, a'
Cardinali etc. dopochè si era già da qualche tempo deciso a smettere
apertamente la sua pazzia: non esagerò menzionando «il Caucaso»
in cui si trovava qual Prometeo novello, la fossa nella quale era
sepolto, l'acqua che lo bagnava ne' giorni di pioggia, il giaciglio
fradicio, il puzzo e il freddo, il vitto poco e sporco da provvedersi
con 17 tornesi (40 centesimi), l'inverno e la notte continua «con tre
hore sole di luce la sera et il giorno un poco a 22 hore per dire
l'officio» sicchè invidiava «alle mosche et a' serpi la mirabile gratia
della luce»[437]. Egli mostrò allora di attribuire questi crudeli
trattamenti al Capitano del Castello amico de' suoi nemici, cioè Carlo
Spinelli, Principe della Rocella, Barone di Gagliato, Barone di Bagnara
e D. Loise Sciarava, amico de' «Satrapi» che avevano tanto guadagnato
coll'ammettere la congiura. Sappiamo che Castellano di S. Elmo era
D. Garzia di Toledo, già tornato in quel tempo dalla missione di
Governatore di Calabria ultra, e poi, nell'aprile 1605, mandato a Porto
Longone qual Commissario della fabbrica di una fortezza, onde talvolta
il Campanella si dolse non più del Capitano ma del Luogotenente del
Castello[438]. D. Garzia dunque, co' suoi «50 leopardi» (i soldati
spagnuoli) si sarebbe permesso di trattare così male il Campanella,
impedendogli anche di parlare al Vicerè, com'egli avrebbe voluto, e
ciò per suggestione de' Satrapi, i quali consigliavano il Vicerè «di
non darlo al Papa e non lasciare che si difendesse secondo i canoni e
la ragion naturale»: ma è chiaro che D. Garzia obbediva agli ordini
ricevuti, e verosimilmente li eseguiva con un eccesso di zelo, facendo
egli pure, secondo la curiosa espressione del Campanella, «come quelli
che son pagati a piangere i morti, che gridano più che li figli e
mogli che si doglion davero»; nè c'era da fare col Vicerè nuove difese
secondo i canoni e la ragion naturale, quando un Breve del Papa aveva
definito il modo di trattare la sua causa e questa era stata già
trattata, oltrechè una decisione egualmente del Papa avea mostrato
chiaramente che non c'era da ritenerlo pazzo.
III. Nel Castel S. Elmo si chiuse finalmente alla scoperta il
periodo della pazzia del Campanella, e si chiuse col suo rivolgersi
dapprima al Vicerè per mezzo di fra Serafino di Nocera, mandando ad
esporgli taluni suoi concetti che costituivano promesse mirabili
pel bene del Regno e quindi in favore del Re; poi col rivolgersi al
Nunzio e al Vescovo di Caserta, procurandosi una visita di costoro
ed esponendo in essa gli studii fatti e certi suoi concetti intorno
alla fine del mondo, gl'inganni avuti dal diavolo e poi le grazie
avute da Dio con le rivelazioni vere, onde potea far cose mirabili
ad utile del Cristianesimo, delle quali cose presentava l'elenco in
un memoriale. A queste prime mosse tenne poi dietro più tardi il suo
rivolgersi al Papa, ad alcuni Cardinali ed anche all'intero Senato
Cardinalizio, quindi al Re di Spagna, all'Imperatore, agli Arciduchi di
Austria, segnatamente dopochè gli venne procurato l'aiuto di Gaspare
Scioppio, inviando lettere che ritessevano la storia delle cose sue,
giustificavano la pazzia pregressa, ripetevano le promesse delle cose
mirabili in vantaggio della Chiesa e dello Stato, presentavano l'elenco
delle opere fin allora scritte, conchiudevano col supplicare che fosse
udito e posto alla prova. Indubitatamente ciascuna delle dette mosse
del Campanella fu coordinata a certi suoi pensieri, che egli andava
esprimendo in varie e successive opere di occasione, alle quali attese
col maggiore impegno comunque sepolto in una fossa tanto orribile; e
diciamo opere di occasione, perocchè esse furono scritte con lo scopo
manifesto di procurarsi grazia presso gli arbitri della sua sorte,
presso il Vicerè e gli Agenti del ramo temporale e spirituale della
Curia Romana, infine anche direttamente presso la Curia e tutti i
potenti capaci di aiutarlo, sforzandosi di far acquistare di sè un
miglior concetto nel campo politico e nel religioso, di mostrare quali
e quanti servigi egli avrebbe potuto rendere laddove fosse posto in
libertà. Riuscirà quindi utilissimo vedere in precedenza le opere che
compose, con tutti gli accidenti della composizione di esse, in questo
periodo che comprende gli esiti de' processi e che dalla fine del 1602
può protrarsi al 1605-1606, data almeno del termine della pazzia,
giacchè il termine del processo della congiura non si vide per lui mai
più.
Cominciamo dunque dal ricordare che il 1602 era stato impiegato dal
Campanella per una piccola parte nella composizione della _Città del
Sole_, e per la massima parte nella composizione della _Metafisica_,
la quale verosimilmente fu compiuta ne' primi mesi del 1603 (ved. pag.
305). D'allora in poi egli dovè subito metter mano a' _4 libri di
Astronomia_ contro Aristotile, Tolomeo, Copernico e Telesio, indicati
anche col titolo _De motibus astrorum juxta physica nostra_ e forse
indirizzati alla memoria di Giulio Cortese, come abbiamo detto altrove
potersi desumere da un brano dell'opera «Del Senso delle cose» che
ha richiamata la nostra attenzione[439]. Sulla data di composizione
dell'Astronomia non cade dubbio: la troviamo infatti registrata fra
le altre opere negli elenchi inviati il 1606 a' Card.^{li} Farnese e
S. Giorgio; la troviamo del pari nell'elenco inviato il 1607 al Re di
Spagna coll'altro titolo _De nova astronomia libri 4_ etc., aggiuntovi
che erano rimasti «imperfetti», la quale ultima circostanza, motivata
con ogni probabilità da' nuovi travagli sopravvenuti, dovè impedirgli
di mandare l'opera allo Scioppio nel 1607. D'altra parte la cosa ci
è confermata abbastanza dalle deposizioni ultime del Gagliardo, per
le quali abbiamo già veduto che nel 1603 il filosofo si occupava di
Astrologia e certamente ancor più di Astronomia, avendo per le mani,
con quel singolare ripostiglio, il Magino, l'Almanach, il Cardano,
senza il quale aiuto non avrebbe in verità potuto trattare una materia
simile; e secondo lo stesso Gagliardo ne avrebbe trattato così nel
carcere ordinario come nel torrione, vale a dire dal febbraio o marzo
al luglio o agosto 1603 ed anche da questa data in poi, fin verso il
tempo dell'uscita del Gagliardo dal carcere, vale a dire fin verso il
marzo 1604. È verosimile poi, che se non all'entrare nel torrione,
almeno quando vide scoperto il disegno di evasione, carcerato il
Marchese di Lavello e poi protratta tanto la spedizione della causa
della congiura, penetratosi delle circostanze evidentemente aggravate,
egli abbia interrotto la composizione della pura Astronomia, e posto
mano al trattato _De Symptomatis mundi per ignem interituri_; infatti
questo trattato si vede sempre menzionato come annesso a' libri di
Astronomia nelle lettere del 1606-1607 e seguenti, e fu inviato esso
solo allo Scioppio nel 1607, senza i libri di Astronomia, col titolo di
_Prognosticum astrologicum de his quae mundo imminent_. Il Campanella
poteva servirsene per difesa, essendo ricominciato ad apparire il
bisogno di ulteriori difese, e così come già si è visto aver fatto
altre volte, egli passava immediatamente a comporre opere adatte a'
suoi bisogni: aggiungiamo che il trattato potrebbe ancora trovarsi
in qualche Biblioteca, essendo stato mandato allo Scioppio, ma per
l'autore andò certamente perduto insieme co' libri di _Astronomia_,
che gli furono tolti dietro una perquisizione ordinata dal Nunzio
il 1611, come apparisce dal _Syntagma_, nel quale per altro la data
di composizione di questi libri si mostra esposta in una maniera
impossibile. S'intende poi che il Campanella in tutto questo tempo
continuò a comporre poesie, e che esse ci furono conservate solamente
in parte, rimanendo eliminate le poesie confidenziali. È molto
verosimile che debbano assegnarsi alla prima metà del tempo trascorso
nel torrione le tre Salmodie, che vennero riportate in ultimo luogo
nella scelta data alle stampe, dicendosi nel _Syntagma_ che ve ne
furono di quelle servite a rinvigorire gli amici ne' tormenti; esse
sarebbero state composte a' primi del gennaio 1603, quando tre de'
frati suoi compagni furono tormentati, e bisogna dire che veramente
poterono servire pel solo fra Pietro di Stilo. Negli elenchi delle
opere inviati a' Cardinali ed al Re si trova anche citata tra le
Rime la «Salmodia della legge naturale e divina in tutte cose», ma
essendo stati quegli elenchi compilati il 1606-1607, parecchie altre
Salmodie poterono essere indicate sotto quella dicitura così generale;
tuttavia le tre sopradette appariscono Inni suggeriti dalla speranza
di un termine de' travagli, che a quella data poteva sembrare davvero
imminente.
Al tempo trascorso nella fossa di Castel S. Elmo appartengono di certo
molte opere e la massima parte delle poesie che furono pubblicate;
nè si può dubitare che fin dal primo momento il Campanella abbia
dovuto porre mano alla composizione delle opere, giacchè il numero
di esse riferibile a' primi anni della dimora in S. Elmo è davvero
sorprendente; e però crediamo che egli abbia dovuto ben presto trovar
modo di ottenere da' «leopardi» un maggior numero di ore di luce, alla
qual cosa provvidero verosimilmente gli aiuti di fra Serafino di Nocera
ed anche le risorse sue proprie, essendo stato sempre stimato tale
da comandare al diavolo. Una delle poesie, che apparisce la prima di
questo periodo, ce lo mostra rassegnato, come d'altronde era naturale,
dovendosi stare a vedere dove la cosa andrebbe a riuscire: alludiamo al
«Sonetto nel Caucaso», in cui il Campanella professa inutile il credere
la morte un rimedio a' guai, giacchè «per tutto è senso», e conchiude:
«Filippo in peggior carcere mi serra
or che l'altr'ieri: e senza Dio no 'l face,
stiamci come Dio vuol, poichè non erra»[440].
Non abbiamo bisogno di dire che il carcere dell'«altr'ieri» sarebbe
il torrione del Castel nuovo. Ma la fossa non consentiva una calma
rassegnazione: ben presto egli dovè comporre ancora la «Lamentevole
orazione profetale» e un po' più tardi le «Quattro Canzoni in dispregio
della morte», così indicate nell'edizione Adami. Infatti la Lamentevole
orazione tra gli altri dolori esprime quello per la separazione dagli
amici tuttora in carcere, ciò che può riferirsi solamente a' frati
lasciati nel Castel nuovo, ed ancora esprime l'apparizione di mostri e
di draghi, ciò che fino ad un certo punto accenna all'apparizione de'
diavoli, da' quali in più luoghi il Campanella affermò di aver ricevuto
travagli nella fossa:
«Qui un mar di guai confuso
pien di mostri e di draghi
sopra di me si aduna,
e 'l tuo furor spirando aspra fortuna».
. . . . . . . . . . . . . .
«Da gli amici disgiunto
sono, e obbrobrio al mio sangue».
. . . . . . . . . . . . . .
«La gente del mio seme
m'allontanasti, e preme
duro carcer gli amici,
altri raminghi vanno ed infelici»[441].
Nelle Canzoni poi in dispregio della morte c'è l'affermazione esplicita
di aver visto il diavolo, di gustare già la dottrina di Cristo, di
essersi fatto certo dell'immortalità dell'anima, de' futuri premii e
pene etc., e nelle note si dice che allora l'autore compose questa
Canzone (la 4^a) e «scrisse l'Antimachiavellismo», la qual cosa
vedremo avvenuta in una data non molto lontana da quella dell'entrata
nella fossa:
«Or ch'han visto i miei sensi
non più opinante son ma testimonio,
nè sciocche pruove ho di secreti immensi,
già gusto quel che sia di Cristo il pane.
Deh sien da noi lontane
quelle dottrine che 'l celeste conio
non ha segnato; ch'io vidi il Demonio.
Credendosi i Demon malvagi e fieri
indiavolarmi con l'inganni loro,
benchè con mio martoro,
m'han fatto certo ch'io sono immortale,
che sia invisibil più d'un concistoro,
che l'alme uscendo van co' bianchi e neri» etc.[442].
Ben si rileva che il Campanella s'infervorava assai nelle dottrine
della Chiesa, e come nelle poesie così vedremo pure nelle prose; ma il
lato singolare del fatto è che questo venne determinato propriamente
dal diavolo, e potrebbero anche dirsi abbastanza singolari i modi
usati da lui nell'esprimere i concetti nuovamente acquistati; vale la
pena di farvi attenzione. Non apparisce intanto che egli abbia scritte
altre Salmodie nel periodo in esame. La Salmodia metafisicale è assai
posteriore, giacchè vi si parla di «sei e sei anni» di pena, di «dodici
anni d'ingiurie e di stenti»[443]; e per verità le prose l'occupavano
anche troppo.
Nel tenersi rassegnato ed in aspettativa, egli non rimase certamente
in ozio, e ben presto dovè attendere alla ricomposizione dell'opera
_Del Senso delle cose_, che questa volta scrisse in italiano, come ci
mostrano i Codici della Nazionale di Napoli e della Casanatense, la
lettera del 1607 allo Scioppio da noi pubblicata, nella quale disse
voler tradurre in latino il _Senso delle cose_ e la _Metafisica_[444],
da ultimo anche un brano dell'opera medesima, riprodotto del pari nella
traduzione fattane, che venne poi stampata il 1620[445]. È verosimile
che il Campanella siasi deciso a questo lavoro, perchè era di semplice
reminiscenza, avendolo già una prima volta fatto in Napoli il 1590,
nè esigeva essenzialmente l'aiuto di altri libri. Ad ogni modo non
dubitiamo di assegnargli la data dell'ultimo quadrimestre 1604, poichè
vedremo or ora il Campanella nel gennaio 1605 occupato in un lavoro
di altro genere, poi lo vedremo ancora occupato in altri lavori, ed
intanto troviamo il _Senso delle cose_ già inserto negli elenchi
delle opere compilati il 1606, quindi lo troviamo pure inviato allo
Scioppio il 1607; d'altro lato, percorrendo l'opera, vi troviamo citata
principalmente la _Metafisica_ e i _libri Astrologici_, le ultime
opere composte dall'autore, ma non l'Antimachiavellismo e del pari i
Machiavellisti, citati in due brani dell'opera che fu poi stampata,
d'onde si rileva che l'Antimachiavellismo fu composto veramente più
tardi. Così un confronto tra i manoscritti e l'opera stampata, mentre
ci conduce a determinare la data di questa ricomposizione in un modo
abbastanza esatto, ci mostra pure che i manoscritti debbono dirsi
realmente la ricomposizione originaria dell'opera, non una traduzione
dal latino fatta per conto di qualcuno poco versato nelle lingue
antiche. Abbiamo detto che ci son due manoscritti di quest'opera, in
Napoli e in Roma; aggiungiamo che del 4^o libro di essa, costituito
dalla «Magia naturale», vi sono inoltre più copie, una in Firenze nella
Magliabechiana, due ancora in Parigi, nella Bibl. dell'Arsenale n.^o 14
e in quella di S.^{ta} Genoveffa n.^o 15. La dicitura italiana vi si
mostra oltremodo rozza; alcune parole esprimenti gli organi sessuali
e gli atti generativi non si potrebbero ripetere, e si direbbe aver
l'autore sentita l'influenza del linguaggio dell'ergastolo nel torrione
e in S. Elmo. Il Berti, ispiratosi senza dubbio alla lettura della
Monarchia di Spagna, degli Aforismi etc., ha giudicato che «queste
_versioni italiane_... fatte per lo più con correzioni e purgatezza si
potrebbero raccogliere e pubblicare»[446]; ma si tratta in realtà di
_composizioni originarie_, ed alcune tra esse, in particolare quella
_Del Senso delle cose_, sono tutt'altro che purgate. Notiamo poi
nell'opera, sotto il punto di luce del nostro argomento, il ricordo di
fra Pietro di Stilo più volte e quasi sempre in termini affettuosi;
il ricordo analogo di D. Lelio Orsini due volte; fino ad un certo
punto il ricordo anche de' Ponzii, là dove, recando un esempio, dice,
«et così nel senso che quando vedo Pietro mi pare vedere Dionisio
perchè simigliano». Notiamo ancora il ricordo indiretto del trovarsi
carcerato, là dove, parlando della calamita, dice, «non sò se miri al
polo antartico, che non mi lice parlare a' naviganti» (nella trad.
lat. «non licet misero navigantes interrogare»); dippiù il ricordo
dell'essere a lui pure riuscito, come all'Orsini, di atterrire con lo
sguardo e con la voce coloro i quali lo teneano preso, alludendo con
ogni probabilità ai momenti più acuti della sua pazzia; e da ultimo il
ricordo che «li profeti hoggi si chiamano brabanti (_leg._ birbanti)
et sciagurati dall'empio volgo», alludendo in modo chiarissimo alle
condizioni proprie. Ma sopratutto crediamo notevoli varie affermazioni
che si direbbero ostentati ripudii delle accuse mossegli nel processo
di eresia, e in ispecie le ripetute affermazioni dell'esservi angeli
e diavoli indubitatamente, dell'essere «empia» l'opinione che non
esistano demonii ma solo esorbitanze d'umore melanconico, dell'essere
«una sfacciataggine» negare che l'uomo comunichi con gli angeli e
demonii e con Dio; alle quali affermazioni si trovano associate le
altre, che «per esperienza propria» avea conosciuto solamente diavoli,
i quali gli erano apparsi e si erano sforzati di fargli credere la
trasmigrazione delle anime e la mancanza di libero arbitrio, oltrechè
gli avevano predette cose vere e false, ed egli avea pregato Dio che
gli facesse vedere angeli buoni e non l'avea «mai impetrato», ma era
diventato per la malignità del diavolo «più huomo da bene». Taluna
di queste proposizioni, così spinte, fu poi alquanto smussata nella
traduzione, e così «la sfacciataggine» fu detta «imprudentia»: ma
l'essere «divenuto più huomo da bene» si elevò a «sanctior evasus»; e
in tutti i conti il Campanella aggiunse con asseveranza, «nè questa
è esperienza de sciocco nè di bugiardo, che dell'uno et dell'altro
sempre mi guardai più che del diavolo stesso», ciò che fu tradotto
«nec experientiam narro imperiti, timidi, vel mendacis hominis,
utrumque enim vitavi semper sicut pestem diram». Intanto nell'ultimo
libro dell'opera si trova notata un'altra circostanza, ma in modo
assai oscuro: «Porfirio e Plotino aggiungono che vi siano gli Angeli
buoni et perversi, come ogni dì si vede esperienza et io ne ho
visto manifesta prova, non quando la cercai, ma quando pensava ad
altro (_lat._ non quando investigatione avida id tentavi sed quando
aliud intendebam); però non è meraviglia se al curioso Nerone non
sono comparsi»: ignoriamo a quale momento il Campanella alluda, ma
parlandosi della curiosità di Nerone non soddisfatta, e sapendosi che
Nerone volle vedere i diavoli senza potervi riuscire, è certo che
finqui il Campanella, ripetendo quanto cantava nelle Poesie, non aveva
ancora progredito al punto da essergli comparsi angeli, come poi gli
comparvero più tardi, essendosi sempre più ingolfato nelle dottrine de'
Santi. Da ciò rimane anche chiarita la data di questa ricomposizione in
italiano dell'opera _Del Senso delle cose_[447].
In gennaio 1605 abbiamo ragione di credere che il Campanella siasi
occupato de' due opuscoli intitolati _Del Governo del Regno_ e
_Consultazione per aumentare le entrate del Regno_. Lo argomentiamo
dal fatto che in questo tempo appunto, dopo di avere aspettato
invano qualche provvedimento intorno alla sua persona, dovè uscire
dal raccoglimento, non far più un mistero delle sue buone facoltà
intellettuali, e sotto gli auspicii di fra Serafino di Nocera
trasmettere proposte e promesse mirabili al Vicerè, naturalmente per
conquistarne la grazia ed essere chiamato innanzi a lui. Certamente le
proposte doverono essere analoghe a quelle espresse negli opuscoli, e
naturalmente questi non si potevano ancora presentare, senza svelare
e compromettere la comodità di scrivere di cui il prigioniero godeva;
mentre poi era pure necessario che fra Serafino, il quale dovea
presentare tali proposte, ne avesse avuto un cenno scritto, vale a dire
avesse avuto gli opuscoli, i quali ne trattavano. D'altronde sappiamo
che almeno la _Consultazione_ fu poi data allo Scioppio separatamente
dalle altre opere, ma nello stesso periodo di tempo, un poco prima o un
poco dopo della data in cui le opere furono inviate, come apparisce da
una delle lettere del Campanella pubblicate da noi[448]; sicchè laddove
sia corso un qualche intervallo tra l'aver ventilate le proposte e
l'averle scritte, esso sicuramente non fu molto lungo. L'opuscolo _Del
Governo del Regno_ non è pervenuto sino a noi; la _Consultazione_ col
titolo di _Arbitrio o Discorso primo sopra l'aumento dell'entrate del
Regno di Napoli_, fu scoperta dal Dragonetti nella Casanatense e poi
con accurato lavoro pubblicata dal D'Ancona. Quantunque relativa ad un
tema niente affatto biblico, il Campanella, pur facendo proposte non
indegne di considerazione, vi fa campeggiare la Bibbia largamente e
vi si mostra un fervido religioso: e dev'essere notato che malamente
nel _Syntagma_ fu scritto essere stata diretta «al Conte di Lemos»,
ciò che rimanderebbe la cosa al 1610. Fin dalle prime parole
dell'opuscolo si vede che l'autore si dirige ad un Vicerè tenerissimo
dell'annona, e sappiamo che il Conte di Benavente se ne occupò davvero
con un'attività e severità straordinarie: nell'ultima pagina poi,
evidentemente aggiunta con alcune altre dopo che si riuscì a far
accogliere l'opuscolo dal Vicerè, è detto che il Torres Segretario di
S. E. lesse l'opuscolo; e sappiamo dal Capaccio, come dal Parrino, che
D. Baldassare Torres fu Segretario del Conte di Benavente con autorità
eccessiva, tanto che le popolazioni assai se ne dolsero, ma assai più
si dolsero poi di averlo perduto.--Lo stesso dobbiamo dire di due altri
_Discorsi_, qualificati _secondo e terzo_, che abbiamo trovato nella
Casanatense al sèguito del precedente e che diamo oggi alla luce,
essendo parte integrante della _Consultazione_, siccome mostra anche
il cenno fattone dallo Scioppio in una delle sue lettere pubblicate
non ha guari dal Berti[449]. Mentre il _primo_ tratta propriamente
dell'annona, il _secondo_ tratta della moneta scadente o falsa, e il
_terzo_ della pena di morte. Da ognuno di questi articoli il Campanella
intende trarre un utile di 100 mila ducati pel Governo, 300 mila in
tutto, mercè provvedimenti benefici in pari tempo alle popolazioni;
ma l'_aumento dell'entrate_ è il suo scopo principale, sicchè le sue
proposte riescono vere proposte di occasione, fatte per rendersi
propizii i potenti, come già abbiamo annunziato fin da principio
verificarsi ampiamente nelle opere del periodo attuale. Il Dragonetti
non pose mente a questo fatto nel giudicare il Discorso primo relativo
all'annona, e però tanto più crediamo necessario farlo rilevare.
In sèguito, dal febbraio al luglio 1605, rivolgendo i suoi sguardi
al Papa, dopo di averli inutilmente rivolti al Vicerè, il Campanella
dovè porre mano alla _Monarchia del Messia_ coll'annesso capitolo _De'
dritti del Re di Spagna sul nuovo mondo_, ed ancora alla _Ricognizione
della Religione secondo tutte le scienze contra l'anticristianesimo
machiavellistico_, cui lo Scioppio volle poi dare invece il titolo di
_Atheismus triumphatus_. Lo argomentiamo dal fatto che appunto nel
luglio 1605 o qualche mese più tardi secondo i nostri còmputi che più
sotto esporremo, il Campanella si procurò la visita del Nunzio e del
Vescovo di Caserta dicendo di volersi accusare, e manifestò in essa i
principii che andava svolgendo nelle dette opere, essere sicuramente
venuto il tempo di «far una greggia et un Pastore», avere «esaminato
la fede con la filosofia Pitagorica, Stoica, Peripatetica, Platonica,
Telesiana e di tutte sette antiche e moderne» etc. etc., ed avere «con
tutte le scienze finalmente humane e divine assicurato se stesso et gli
altri che la pura legge della natura è quella di Christo a cui solo
li Sacramenti son aggiunti» etc.; con singolari affermazioni di aver
ottenuto da Dio rivelazioni e potestà di difendere il Cristianesimo
dopo di essere stato con altri ingannato dal diavolo, potestà perfino
di far miracoli etc. _La Monarchia del Messia_ fu scritta in italiano,
messa da parte una volta e ripigliata tra mano più tardi; molto più
tardi poi fu tradotta in latino. Ne esistono ancora in italiano una
copia in Lucca, nel codice 2618 più volte citato, due in Parigi, nella
Bibl. nazionale n.^o 985, e nella Bibl. di S.^{ta} Genoveffa n.^o 3,
inoltre una in Londra, nel Brith. Mus. n.^o 2255. Il non trovarsene
alcuna nelle Bibl.^e di Napoli ci ha tolto di poter vedere se e quali
differenze vi siano tra il manoscritto in italiano e il libro che fu
poi stampato in latino a Jesi nel 1633; ma crediamo bene che non vi
siano differenze contemplabili, sapendo per prova che il Campanella
nelle traduzioni è stato sempre fedele alle composizioni originarie
(salvo il caso in cui qualche brano fosse riuscito troppo spinto in
un senso o in un altro), forse perchè le composizioni originarie si
trovavano sempre già diffuse nel pubblico ed egli non volea mostrare
di aversi a correggere. Naturalmente nella _Monarchia del Messia_
la Bibbia campeggia in modo quasi esclusivo. Allorchè la diede alle
stampe, disse in una prefazione che il libro si connetteva agli
altri anteriori della Monarchia del Messia; e così dicendo ci pare
che abbia alluso alla «Monarchia de' Cristiani» e al «Governo della
Chiesa», mentre quando cita la prima di queste due opere nell'elenco
mandato il 1606 al Card.^l S. Giorgio, dice che essa offre i soli
primi fondamenti, poichè egli «anchora non haveva proceduto nelle
leggi e profezie, ma solo per historia politica e natura», e quando la
cita nella lettera latina al Papa, la chiama addirittura «Monarchia
del Messia». Ma la _Monarchia del Messia_ di cui qui parliamo non si
trova registrata negli elenchi mandati il 1606-1607 a' Cardinali e al
Re di Spagna, e si trova poi nell'elenco mandato in giugno o luglio
1606 allo Scioppio: ciò vuol dire che essa fu condotta a termine
solamente verso quest'ultima data, nè deve sorprendere che non si trovi
nell'elenco mandato al Re, che è quasi contemporaneo, poichè conveniva
poco nominarla al Re, al quale si vede anche la «Monarchia universale
de' Cristiani» annunziata col titolo di «Monarchia universale alli
Principi Christiani».--Quanto all'_Ateismo debellato_ (lo chiamiamo
fin d'ora così pel vantaggio della brevità), esso dovè essere scritto
fin dall'origine in latino, ovvero, se fu cominciato in italiano, dovè
essere presto tradotto e poi compiuto in latino acciò potesse meglio
servire allo Scioppio, per cui fu compiuto ed a cui fu dedicato; e
può dirsi che precisamente al tempo nel quale fu menato a termine,
il Campanella abbia abbandonato il costume di comporre dapprima in
italiano per poi tradurre in latino. Sicuramente fu menato a termine
del pari verso la metà del 1607, essendo rimasto interrotto per qualche
tempo: difatti esso si trova già chiaramente indicato nelle lettere
del 1606 a' Cardinali, ma quasi in un poscritto, non figurando negli
elenchi delle opere ad essi mandati, ed invece figura nell'elenco del
1607 mandato al Re, col titolo «La esamina di tutte le sette del mondo
a paragon del Vangelio con la ragion comune e di tutte scole» etc.;
la qual cosa contribuisce a dimostrare quanto abbiamo sostenuto nella
nostra precedente pubblicazione sul Campanella circa la data della
lettera al Re, assegnandole probabilmente quella del giugno 1607,
mentre appunto verso tale data l'_Ateismo_ fu certamente compiuto e
mandato allo Scioppio con tutte le altre opere disponibili. Dovrebbe
anzi dirsi che il Campanella vi abbia lavorato fino all'ultima ora, se
si trovasse realmente esatto quanto affermò lo Struvio, che cioè nella
copia mandata allo Scioppio tutta la materia dal cap. 7^o all'11^o fu
scritta di mano dell'autore. Senza pretendere menomamente di dare un
cenno qualunque di tale opera, meravigliosa per essere stata scritta
in una fossa e lungi dal corredo opportuno di libri che ad ogni altro
sarebbero stati indispensabili, ci limiteremo a far avvertire che
essa era destinata a mostrare come l'autore oramai, perfino co' soli
lumi della filosofia e della critica, fosse giunto a convincersi
profondamente della verità della fede di Cristo, e si sentisse tutto
fuoco e fiamme contro gli Atei, contro gli Anticristiani, contro
i Machiavellisti e il Machiavelli; che al tempo medesimo essa era
destinata a rappresentare la confutazione e la condanna delle tante
accuse mosse all'autore col processo di eresia, la sua professione
di fede ardente, in modo da farlo stimare capacissimo d'imprendere
e conseguire cose grandi, qualora, s'intende, fosse stato posto in
libertà. Dedicata poi allo Scioppio, che appariva l'unico aiuto
possibile e che era noto per la rabbia fanatica ed insolente contro i
suoi antichi correligionarii, l'opera riuscì forse anche per questo
assai piccante, e però venne a procurare giudizii molto ostili
all'autore da parte degli Acattolici, senza nemmeno conciliargli la
benevolenza del Capo del Cattolicismo. Per noi riescono notevoli
sopratutto alcune parti di essa, che offrono la confutazione di cose
particolarmente addotte nel processo di eresia e contemplate con
molta puntualità: così accade p. es. a proposito dell'Eucaristia, ove
si parla della «contumelia vermium, muscarum et murium», e si muove
la quistione «cur irrisa Eucharistia miracula non facit semper»;
egualmente a proposito della «religio colendi imagines», del «colere
Crucem in qua repraesentatur crucifixus», del «peccatum Adae», del
«transitus maris rubri», etc. etc. Notevoli riescono inoltre le
narrazioni circostanziate, ma pur sempre oscure, di quel tale astrologo
che istruì un giovane incolto ad invocare gli angeli de' pianeti,
d'onde si ebbe la comparsa di diavoli e una quantità di rivelazioni,
con la conclusione che essi separarono poi il giovane dall'astrologo
e lo trassero a morte violenta: non può qui non colpire che il
Campanella parli di un astrologo, e taccia delle posteriori comparse
di angeli con le rivelazioni e facoltà ottenute, mentre, al tempo in
cui il libro fu compiuto, già con le sue lettere del 1606 al Papa e
a' due Cardinali aveva affermato essere stato quel giovane istrutto
da lui medesimo, ed avere poi lui medesimo visto altri diavoli e da
ultimo angeli; si direbbe che nell'opera egli avesse avuto ritegno di
esprimere apertamente quanto si era permesso di esprimere nelle lettere
confidenziali[450]. E si sa che lo Scioppio non tradusse in tedesco
l'opera nè la pubblicò, come l'autore desiderava, e dovè l'autore
medesimo pensare a pubblicarla quando divenne affatto libero, nel
1630, ma fu obbligato ad aggiungervi in alcuni punti le autorità de'
S.^{ti} Padri, mutando lo stile filosofico in teologico; che più tardi,
perfino dopochè l'opera era stata ampiamente approvata e pubblicata,
vi si trovarono altri appicchi nè si consentì che fosse ripubblicata,
e in somma Roma finì per non rimanerne contenta. Si sa d'altro lato
che presso gli Acattolici l'avere spiattellato tutti gli argomenti
degl'increduli, come pure l'averla tirata troppo contro il Machiavelli,
diè motivo di far dubitare della sincerità dell'autore. Ma basta aver
chiarita l'occasione nella quale l'opera fu scritta, meritando senza
dubbio tale occasione di essere molto bene considerata.
Diremo ora in breve delle altre opere appartenenti a questo stesso
periodo, scritte fra le interruzioni delle precedenti, secondochè
le circostanze le facevano apparire all'autore più o meno atte a
procurargli la libertà. Dopo l'agosto 1605 egli ebbe verosimilmente ad
occuparsi de' due trattati, de' quali si trova fatta menzione negli
elenchi delle opere mandati a' Cardinali Farnese e S. Giorgio, col
titolo «_Cur sapientes et prophetae Nationum omnium in magnis temporum
articulis fere omnes rebellionis et heresis tamquam proprio simul
crimine notentur ac morti violentae subjaceant, et postmodum cultu et
religione reviviscant_»: l'esito del suo colloquio col Nunzio e col
Vescovo di Caserta spiega ad un tempo l'interruzione dell'_Ateismo_ e
la convenienza de' detti trattati; pertanto è notevole che essi non si
trovino registrati nell'elenco mandato in sèguito al Re. Forse l'autore
stimò più conveniente metterli da parte dirigendosi all'Autorità
civile, mentre vi si parlava della «morte violenta de' filosofi» come
di un affare ordinario e consueto; forse anche egli li fece presentare
appunto al Nunzio e al Vescovo di Caserta non appena li compose, e
così potrebbe pure spiegarsi che siano andati perduti; infatti non li
troviamo nemmeno nell'elenco delle opere mandate allo Scioppio.--Il
titolo medesimo de' detti trattati ci mena a ritenere che subito dopo
egli abbia posto mano alla ricomposizione degli _Articoli profetali_
con una maggiore ampiezza, quali son pervenuti, tuttora manoscritti,
fino a noi: essi figurano negli elenchi mandati così a' Cardinali
come al Re con la nuova intestazione, _De eventibus praesentis saeculi
Articuli prophetales 18_. La nuova intestazione e il numero degli
Articoli mostrano bene che non si tratta qui degli Articoli primitivi;
il numero medesimo mostra che al tempo in cui l'autore redigeva i detti
elenchi, gli Articoli non erano compiuti ancora, poichè egli credeva
che dovessero raggiungere il n.^o di 18, ed invece non oltrepassarono
il n.^o di 16, come si trovano in più Biblioteche[451]. D'altronde
sappiamo che nel giugno o luglio 1607 il Campanella non potè o non
volle ancora mandarli allo Scioppio, il quale vivamente li desiderava
trovandosi impegnato in una quistione circa l'Anticristo, provocata
da una sua opera su tale argomento; e una lettera posteriore del
Campanella, da noi pubblicata, mostra che in novembre 1608 erano già
pronti, sicchè per essi bisogna contare un anno iniziale 1605-1606
e un anno finale 1608.--Ma ecco ancora un'altra opera, per la cui
composizione dovè rimanere interrotta egualmente quella degli Articoli,
vogliamo dire i tre libri intitolati _Antiveneti_, a' quali è del
tutto naturale assegnare la data della fine di agosto e mesi seguenti
1606, non appena l'autore ebbe notizia dell'interdetto lanciato dal
Papa Paolo V contro Venezia, come si desume dalla 1^a e 2^a lettera al
detto Papa pubblicate dal Centofanti: a questa data il Campanella diè
fuori febbrilmente le rivelazioni del diavolo e quelle dell'angelo,
alle quali i fatti di Venezia si prestavano in un modo magnifico; gli
_Antiveneti_ doverono essere composti con ottima vena in un tempo
relativamente breve, e si trovano registrati nell'elenco delle opere
mandate allo Scioppio.--Inoltre, un po' più tardi, egli dovè senza
dubbio ricomporre ed ampliare i _Discorsi a' Principi d'Italia_, che
dapprima verosimilmente erano in una forma più ristretta; lo si può
argomentare anche vedendo che gli elenchi inviati a' Cardinali recano
«Un discorso a' Principi» etc., mentre le copie manoscritte che tuttora
ci rimangono in gran numero sono abbastanza voluminose recando 11 o 12
discorsi, e, ciò che più monta, citano tutte assai spesso non solo la
_Monarchia di Spagna_, ma anche la _Monarchia del Messia_, il _Discorso
de' dritti del Re Cattolico sul nuovo mondo_, gli _Articoli profetali_;
nè vi manca (alla fine del disc. 7^o od 8^o secondo le diverse copie)
una menzione dell' «empio Machiavello» che ricorda troppo l'_Ateismo
debellato_ appena compiuto e forse non ancora compiuto[452]. La
data di siffatto lavoro può dirsi quella de' primi mesi del 1607,
quando Cristoforo Pflugh fece acquistare al Campanella la conoscenza
dello Scioppio, che appunto allora fu nominato Consigliere Austriaco
e designato dal Papa ad andare invece del Nunzio al Congresso di
Ratisbona. Tutte queste circostanze di tempo di luogo e di persone,
che si vedranno giustificate più in là, fanno intendere le opinioni
manifestate dal Campanella ne' _Discorsi_, i quali doveano servire
a rendergli propizii il Re di Spagna, l'Imperatore e gli Arciduchi
di Austria. Aggiungiamo che specialmente dopo di avere acquistata la
conoscenza di Gaspare Scioppio, ed anche del medico Gio. Fabre di
Bamberga residente in Roma, nel corso del 1607 e in parte nel 1608, il
Campanella ebbe a scrivere diversi opuscoli epistolari, come quello
_Sul modo di evitare il freddo_, quello _Sulla sordità e l'ernia_, e
gli altri tutti da noi pubblicati, cioè _Sulla peste di Colonia_, _Sul
modo di evitare il calore estivo_, _Sul Peripateticismo_, _Sul tempo
successivo alla morte dell'Anticristo_, _Sul Pieno e sul Vacuo_; avremo
occasione di parlarne nel corso della nostra narrazione[453].
Possiamo oramai venire al racconto de' particolari di ciò che il
Campanella imprese per uscire dalla fossa di Castel S. Elmo e
riacquistare la libertà: egli medesimo ne parlò segnatamente nelle
lettere che scrisse più tardi, in agosto 1606, al Papa Paolo V e al
Card.^l Farnese; e da questi fonti possiamo attingere le principali
notizie ed anche argomentare le date approssimative degli avvenimenti,
alle quali siamo sempre usi di annettere molta importanza[454]. «Dopo
5 mesi di stento» (così egli si espresse) propose al Vicerè di fare in
servizio del Re cose mirabili, che importavano più che tre regni con
aver parole del cielo, ma il Principe non volle ascoltarlo nè cavarlo
da quella fossa orrenda, nè dargli agio di scrivere quelle cose nè di
difendersi; «dopo 6 mesi» ottenne con arte di parlare al Nunzio e al
Vescovo di Caserta, dicendo che si voleva accusare (vedremo tra poco
in qual maniera si accusò e quali risposte ne ebbe), ed erano scorsi
già «10 mesi» senza che potesse trovar credito (tale è il significato
della espressione volgare da lui adoperata, «aver udienza»). Fermandoci
dapprima alle date, ammesso il trasporto del Campanella a S. Elmo
nel luglio 1604, abbiamo che egli si sarebbe rivolto al Vicerè nel
gennaio 1605, e poi avrebbe ottenuto di poter parlare al Nunzio e al
Vescovo di Caserta nel luglio dello stesso anno; così il 13 agosto 1606
erano scorsi all'incirca dieci mesi, e diciamo «all'incirca» perchè
vi sarebbe una differenza di poco oltre due mesi, i quali del resto
avrebbero potuto essere scorsi dalla data dell'assentimento ad una
visita alla data della visita fatta; tenuto conto della stagione la
cosa riuscirebbe naturalissima, ed allora il colloquio dovrebbe dirsi
avvenuto in settembre od ottobre 1605. D'altronde non deve sfuggire
che se si ammettesse il trasporto a S. Elmo avanti il luglio 1604, il
conto non potrebbe tornare in alcun modo, e però le date anzidette sono
le approssimative unicamente possibili. In qual modo il Campanella
abbia fatte le sue proposte al Vicerè, emerge precipuamente da ciò
che sappiamo intorno a' suoi opuscoli _Del Governo del Regno_, e
_Consultazione sopra l'aumento delle entrate_. Dovè presentarsi fra
Serafino di Nocera, esporre principalmente i rimedii escogitati intorno
all'annona, che tanto teneva occupato il Conte di Benavente, poi anche
quelli intorno alla moneta scadente e alla pena di morte nel senso di
far guadagnare altri 200 mila ducati, ed indicare la provenienza di
ciò che aveva esposto mettendo fuori il nome del Campanella, capace
di queste e di molte altre cose mirabili; ma non dovè trovare buona
accoglienza, e così il Campanella potè poi dire che il Principe non
volle ascoltarlo. Parrebbe che fra Serafino avesse anche sollecitato
pel Campanella, ed inutilmente, il permesso di porre in iscritto le sue
idee; ma se così passarono realmente le cose, non potrebbe trarsene la
conseguenza che il Campanella non avesse già scritti questi rimedii
intorno alle entrate, ed anche altri libri, poichè conveniva tenere
tale fatto nascosto. Le sue «cose mirabili» furono ricordate egualmente
nelle lettere del 1606 ai Cardinali, nella lettera del 1607 al Re, e
tanto più tardi ancora nel Memoriale del 1611 al Papa che pubblicò
il Baldacchini, non senza un qualche miglioramento ed accrescimento
ulteriore: a capo di esse nel 1606-1607 troviamo sempre, e sotto pena
della mutilazione di una mano nel caso di menzogna, il far aumentare
le rendite nel Regno di 100 mila scudi oltre l'ordinario, appunto ciò
che si legge ne' primi versi della _Consultazione_; poi vengono altre
promesse, far guadagnare per una volta 500 mila scudi per una impresa
importantissima a tutti i negozii d'Europa, fare un libro ove si
mostri venuto il tempo di riunire tutte le genti sotto una sola legge
ed un principato felicissimo etc., fare un altro libro segreto al Re
ove si mostri il modo di arrivare a questa monarchia, e così tante
altre cose atte ad eccitare l'estro del soprannaturale e l'ingordigia
terrena[455]. Molte di queste cose erano evidentemente «parole di
cielo», e del resto la _Consultazione_ medesima si vede saper tanto di
cielo che è un piacere. Malgrado ciò, non fu possibile piegare l'animo
del Vicerè, come non fu possibile nemmeno di piegar l'animo del Papa in
sèguito. Intanto il Campanella mostrava che la sua pazzia era finita;
e siamo in grado di esporre l'esito finale delle dette pratiche,
poichè dagli ultimi brani di ciascun Discorso della _Consultazione_,
aggiunti come poscritti più tardi, se ne può rilevare qualche notizia.
Solamente dopo alcuni anni l'opuscolo venne accolto in Palazzo, ove fu
portato dal P.^e Pegna (un P.^e Gaspare Pegna forse Domenicano, del
quale non ci è riuscito finora saper altro), e il Segretario Torres,
che lo lesse, approvò taluni mezzi in esso suggeriti, contro altri
fece varie obiezioni alle quali il Campanella rispose. In particolare
circa l'annona il Torres comandò che l'autore scrivesse sopra un
altro punto: ma il Campanella fece sapere che ne avea scritto nella
_Monarchia_ già mandata al Re, appellandosi al Vescovo di Monopoli il
quale l'avea letta, e si rifiutò di scriverne ancora volendo essere
«inteso a bocca» da S. E., costante desiderio che non fu mai esaudito.
L'appello al Vescovo di Monopoli ci mostra che tutto ciò dovè accadere
non prima del 1608, quando già al Campanella erano state procurate
molte commendatizie presso il Vicerè, come sappiamo da altri fonti, e
il Vescovo di Monopoli P.^e Gio. Lopez Domenicano, rinunziata la sua
Chiesa per grave età, e giunto in Napoli, vi era trattenuto dal Vicerè
qual suo Consigliere intimo, sino a che gli fu concesso di ritirarsi a
Valladolid sua patria[456].
Fermandoci alle mosse del Campanella nel 1605, riuscita inutile quella
fatta in gennaio presso il Vicerè, dicevamo che in luglio ne fece
un'altra presso il Nunzio e il Vescovo di Caserta: e qui innanzi tutto
dobbiamo avvertire che Nunzio era ancora l'Aldobrandini, ma Vescovo
di Caserta era fra Diodato Gentile, successo già al Tragagliolo nel
Commissariato generale del S.^{to} Officio in Roma, e poi successo
al Mandina defunto nel Vescovato di Caserta, con _exequatur_ del 24
luglio 1604, occupando del pari la carica di Ministro della S.^{ta}
Inquisizione nel Regno. Senza dubbio per far uscire il Nunzio dalla
sua apatia verso di lui, il Campanella disse di volersi accusare,
onde il Vescovo di Caserta fu chiamato ad intervenire egli pure; e
così il Campanella potè anche dire di averli chiamati «con arte».
Naturalmente, più o meno presto, essi doverono recarsi a S. Elmo, ed
ivi in qualche sala ascoltare il Campanella, ma non videro la sua
prigione: questo leggesi in un altro brano della lettera a Paolo V, ove
il Campanella racconta che Mons.^r Nunzio vide il carcere di fuori, e
per non avere a contradire al Vicerè non entrò nè mandò a vederlo, e
disse che era buono, «nel modo ch'ogni sepoltura par buona di fuori».
Ecco ora il discorso del Campanella e le osservazioni de' due Vescovi;
sarà meglio far parlare il Campanella medesimo: «M'accusai come, per
mancanza dello spirito, che trovai tra' Cristiani molto difformi
dell'antichità e profession nostra, mi risolsi ad esaminar la fede con
la filosofia Pitagorica, Stoica, Epicurea, Peripatetica, Platonica,
Telesiana e di tutte sètte antiche e moderne, et con la legge delle
genti antiche e d'Ebrei, Turchi, Persiani, Mori, Chinesi, Cataini,
Giaponesi, Bracmani, Peruani, Messicani, Abissini, Tartari, et com'ho
con tutte le scienze finalmente humane e divine assicurato me stesso
et gli altri che la pura legge della natura è quella di Christo, a cui
solo li Sacramenti son aggiunti per aiutar la natura a ben operare
con la gratia di chi l'ha dati; et che son pur simboli naturali et
credibili: et vidi come Dio lasciò tante sètte caminare, e la mancanza
dello spirito in noi, e lo scompiglio della natura e suo fine. Onde
son fatto possente a difensar con tutto il mondo il Christianesmo;
che fui sentinella fin mò dell'opere di Dio. E come la divina Maestà
disegna in questo tempo far una greggia et un Pastore, e 'l giudicio
dell'errore di tante nationi, e quel che soprastà al Christianesmo: e
li sintomi celesti et terrestri del mondo morituro per fuoco, contra
li filosofi con S. Pietro et Heraclito. La difficoltà del mondo
nuovo, e dell'incarnatione et altri articuli difficultosi, l'esamina
delle profetie e miracoli veri e falsi d'ogni setta. Et com'io et
altri fummo ingannati dal diavolo aspettando scienza e libertà da
lui, credendoci che fosse Angelo, e poi Dio, secondo si fingeva; e
come, dopo lunga dieta, Dio benigno condescese al mio desiderio, che
mai non fu maligno, se fu erroneo: e presentai memoriale di questa,
e molti capi di cose faciende ad utile del Christianesmo. Nondimeno
Monsignore Nuntio rispose ch'io era poco humile. Non so se l'ha fatto
per provarmi: perchè ben so ch'è scritto nella Sapienza: _Qui intuetur
illam permanebit confidens_: et che l'humiltà è magnanima et non
vile, et io certo so che mai non ho bramato dignità nè honori, et a
tutti vilissimi servitii ho posto mani. _Sed neque me ipsum judico_.
Monsignor di Caserta fece conseguenza, ch'havendo io vagato per tante
sètte, e cercato li miracoli veri e falsi, e le profetie e la novità
del secolo, com'egli lesse nel mio processo in Roma, non havevo
cattivato _me ad ossequium Christi_: e che mò voglio far miracoli falsi
per scampare o allungar la vita. Ben fanno a non creder subbito; ma
negarmi l'esperienza, o scriver a V. B. che «non la voglia vedere,
è un negar lo spirito di Dio, che _ubi vult spirat_, et seguir lo
spirito degli huomini: _Venite cogitemus adversus Jeremiam_» etc. Così
il Campanella mostrava anche da questo lato che la sua pazzia era
finita e già da qualche tempo, tanto che avea visto anche con altri
il diavolo, e poi, dopo lungo aspettare in penitenza, Dio l'aveva
esaudito ed oramai si sentiva in grado di far cose mirabili ad utile
del Cristianesimo. Quali abbiano dovuto essere queste cose, delle quali
diè «molti capi», si può comprenderlo dagli elenchi più volte indicati,
estraendo da essi i capi relativi appunto all'utile del Cristianesimo:
dovè quindi promettere di far il libro in dimostrazione della prossima
fine del mondo coll'unione di tutte le genti costituendo una gregge
ed un solo pastore, far il libro contro i politici e Machiavellisti,
un libro per convertire i Gentili delle Indie orientali, un libro
contro i Luterani, ed andare in Germania ottenendovi la conversione
di due Principi protestanti e il discredito completo di Calvino,
fare al ritorno 50 discepoli contro gli eretici etc. etc. Di certo
egli dovè promettere anche di far miracoli, come non cessò poi di
prometterli più o meno esplicitamente fino al 1611; ed anche nella
sua prima lettera al Papa e in una lettera posteriore allo Scioppio,
pubblicate entrambe dal Centofanti, si dolse che il Nunzio e il Vescovo
di Caserta avessero chiamato finzioni, delirii od astuzie, per uscire
dal carcere, i suoi presagi, i suoi segni nel sole, luna e stelle, e
i miracoli che avrebbe fatto per costringere ogni anima a riconoscere
il Vangelo. Questo d'altronde emerge dalle osservazioni medesime fatte
da costoro, quali il Campanella le narrò al Papa, da doversi dire in
verità rispondenti a quanto sappiamo del carattere dell'Aldobrandini,
che ci è abbastanza noto, e del Gentile, che parecchi documenti ci
mostrano spietato ed esorbitante non meno del Mandina[457]. Secondo il
nuovo Vescovo di Caserta, il Campanella voleva «far miracoli falsi per
scampare od allungar la vita»; sicchè, nel concetto di questo Vescovo,
pel disgraziato filosofo si trattava sempre di avere a perdere la vita
più o meno presto. Dobbiamo intanto dire che il Vescovo di Caserta,
per parte sua, ebbe a scrivere qualche cosa a Roma intorno a tale
colloquio, ma il Nunzio non scrisse certamente nulla, come ci mostra
il suo Carteggio del 1605, ultimo anno di ufficio per lui: che anzi in
una sua lettera del 24 agosto 1605 al Card.^l Valenti, tenuto allora
provvisoriamente da Papa Paolo «nel luogo che si sogliono adoperare i
proprii nipoti», passando a rassegna, per sua giustificazione, i casi
di torto giurisdizionale da lui trattati, egli non citò punto il caso
del Campanella, e quindi dalla parte del Nunzio, non meno che dalla
parte di Roma, rimaneva non curato il torto ricevuto in persona del
povero filosofo, contentandosi che la sua causa non fosse spedita.
Dalla parte del Campanella poi ognuno avrà notato come, tanto presso il
Vicerè, quanto presso il Nunzio, egli non fece la menoma richiesta che
la sua causa fosse spedita; nè veramente espresse mai più un desiderio
simile per lungo tempo, se non sotto certe condizioni.
Scorsero non meno di 10 mesi dal detto colloquio, e il 13 agosto
1606 il Campanella si spinse a rivolgersi direttamente al Papa,
moltiplicando anche questa volta i reclami e le lettere in più sensi
e non trovando requie per molto tempo. Sicuramente tanto ritardo non
provenne dall'essersi rassegnato, e lo dimostrano i gridi di dolore
che sovente erompono nelle dette lettere; ma bisogna dire che egli
non nutriva alcuna speranza di essere ascoltato, e però non si mosse
di nuovo se non quando avvenne un fatto tale da tenere in agitazione
vivissima l'animo del Papa; fu questo l'interdetto scagliato a Venezia,
seguito dalla superba resistenza del Governo Veneto, e dall'abbandono
del Papa in una pessima condizione da parte di coloro medesimi che gli
aveano offerto aiuto. Allora appunto il Campanella tentò di profittare
dell'occasione e scrisse la sua lettera, nella quale comincia col
giustificarsi degli stratagemmi usati durante la causa (e certamente
del principale tra essi che era stato la pazzia, come risulta dal veder
citata l'autorità di S. Geronimo), si appella mostrando la necessità di
venir tradotto a Roma e l'impossibilità di consentire che il giudizio
della congiura ed anche dell'eresia termini in Napoli, fa un racconto
delle cose di Calabria e degli avvenimenti posteriori come può farlo un
giudicabile, riconosce commessa da lui la colpevole imprudenza di aver
servito alla «revelation presente» ed esservi stato un «voluto, non
fatto, eccesso», chiede per giudici il Bellarmino e il Baronio ma non
in Napoli, coll'affermare che ha cose grandi, parole di cielo, da dire
al Papa e alla Chiesa, ed aggiunge un poscritto in cui dichiara avere
avuto nuova delle cose di Venezia, occorrere una guerra spirituale e
la chiamata di tutte le persone sante a Roma, per parte sua obbligarsi
a mostrare con miracoli stupendi la verità del Vangelo ed allungare le
profezie laddove sia necessario. Questo poscritto apparisce l'occasione
vera della lettera, la quale è seguita poi da un'altra, o, se piace
meglio, da un allegato, in cui pel fatto di Venezia insiste sempre
più sulla necessità di venir tradotto a Roma, narra le rivelazioni
avute dal diavolo fintosi angelo tre anni prima, e per esse la caduta
di Venezia nel 1607 con la perdita di gran parte dell'autorità del
Papa, la caduta della dignità Pontificale e del Senato Cardinalizio
dietro uno scisma dopo il 1625; narra poi la comparsa successiva di
altri diavoli che l'afflissero, e in sèguito, dietro preghiere a Dio,
le rivelazioni vere che ebbe con gli avvertimenti da dover dare a S.
S.^{tà}, e suggerisce consigli, e cita profezie, e dichiara di voler
parlare a S. S.^{tà} e poi morire etc. etc.
Importa commentare quest'altra mossa del Campanella, sempre più degna
di attenzione comunque rimasta senza il menomo effetto. Non a torto
dovè sembrargli molto opportuna l'occasione per rivolgersi al Papa. Fin
da' primordii del suo Pontificato Paolo V si era mostrato assolutamente
deciso a far rispettare ad ogni costo l'immunità ecclesiastica, e
dopo di aver fatta e facilmente vinta una quistione con Lucca e poi
con Genova in condizioni davvero esorbitanti, avea voluto farne
un'altra anche con Venezia, che non si era mai adattata a riconoscere
l'immunità ecclesiastica negli Stati suoi[458]. Annunziato dapprima
con un Breve fin dal dicembre dell'anno precedente, emanato dappoi
nel solenne Concistoro del 17 aprile 1606 il gran Monitorio, che
dichiarava incorsi nelle scomuniche il Doge e il Senato Veneto per
essersi rifiutati a consegnare al Nunzio due scellerati malfattori,
il Canonico Saracino e il Conte Brandolino Abate di Narvese, Venezia
si era mostrata inflessibile, si che il Papa avea stimato opportuno
radunare un grosso esercito, e Venezia avea dovuto fare altrettanto.
Napoli, così vicina, non poteva rimanersi indifferente, e dal Carteggio
del Residente Veneto Agostin Dolce si rilevano, con le rispettive
date, i fatti avvenuti allora nella città. I Gesuiti, irritati anche
per essere stati espulsi da Venezia i frati del loro ordine insieme
co' Teatini e Cappuccini ossequenti al Papa, gridavano nelle scuole
contro Venezia e diffondevano per la città alcuni presagi tratti
specialmente dal libro di M.^o Antonio Arquato medico (in ciò i Gesuiti
s'incontravano col Campanella). Il Nunzio Mons.^r Guglielmo Bastoni
Vescovo di Pavia, successo all'Aldobrandini fin dal dicembre passato,
benediceva pubblicamente la capitana delle galere che partivano sotto
il comando del Marchese di S.^{ta} Croce per fare una dimostrazione
ostile a Venezia, mentre un inviato, Ugo de Moncada, andava a Roma per
dichiarare il Vicerè pronto a vendicare con la persona e col Regno
le offese che fossero fatte a S.^{ta} Chiesa, emulando le offerte
del Conte di Fuentes Governatore di Milano e de' Duchi di Modena e
di Urbino. Ma appunto a' primi di agosto si venne a sapere che il
Marchese di S.^{ta} Croce si era limitato a veleggiare nelle acque
di Brindisi, ciò che in realtà non era tollerato da' Veneziani, ma
avea finito poi col rivolgersi contro i pirati di Durazzo ed espugnare
questa città; che per armare le galere si era preso il danaro de'
privati dal Banco di S. Eligio; che bisognava pensare a provvedersi di
grano poichè quello promesso, da doversi estrarre dalla Marca d'Ancona,
non sarebbe più venuto; che mancando il danaro, ed essendo le gabelle
divenute insopportabili, già si pensava di sospendere il pagamento
degli interessi agli assegnatarii (creditori dello Stato) come poi si
verificò; che per tutte queste ragioni non si sarebbe passato alle
armi, e in ultima analisi da Spagna erano venuti anche ordini di non
passare alle armi[459]. Naturalmente il Campanella dovè giudicare che
oramai poteva provarsi presso un Papa tanto attaccato all'immunità da
pretenderla anche là dove non c'era mai stata, e tanto poco avveduto
da compromettere a quel modo l'autorità Pontificia, riducendosi poi
a supplicare almeno l'invio da Napoli di un'Ambasciata a Venezia
per trattare la pace, ciò che fu commesso a D. Francesco de Castro
accompagnato dal Duca di Vietri, due nostre vecchie conoscenze.
Egli credè pertanto necessario rannodare la sua mossa alle precedenti,
dare alla sua lettera l'impronta di un «appello», che secondo lui
dovea render nullo il giudizio compiuto, siccome disse tanti anni
dopo nella sua Narrazione, e credè anche necessario rifare la storia
delle cose di Calabria, spingendosi ad affermazioni che crediamo
inutile dimostrare insussistenti dopo tutto ciò che abbiamo visto nel
corso della narrazione nostra. Basterà citar quelle, che l'eresia fu
trovata da' frati, che il negozio de' turchi fu inventato da lui per
non morire, che furono appiccati sul molo uomini per altra causa, che
fecero confessare a Maurizio _sub verbo regio_ mille bugie, che tutti
morendo si ritrattarono. Ma gioverà notare due cose: l'una, il bisogno
che sentì sempre di non essere messo a fascio con fra Dionisio divenuto
maomettano, «di cane fatto lupo pe' gridi di mali pastori»; l'altra
il nessun desiderio ed anzi il rifiuto di vedere spedita la sua causa
in Napoli. Su quest'ultimo punto egli si espresse recisamente: non
consentirebbe in Napoli a giudizio alcuno, perchè era odiatissimo,
perchè non vi erano _aequa jura_, perchè avrebbero detto al Nunzio che
era finita la causa e lo condannasse senza ascoltarlo (così difatti
avrebbe dovuto accadere). Nè si trattenne dallo scrivere: «questi
giudici anche ecclesiastici più tosto mi vorrebber trovar nocente che
innocente, perchè... non si fidano nè ponno difensarmi la innocenza, se
in me la trovano, come Nicodemo non difese Christo; ma sendo colpevole
senza briga ponno starsi e gratificarsi con questi Signori», mentre
«non hanno alcuna autorità se non di farmi male, perchè son ligati al
farmi bene». In somma la sua causa era straordinaria e dovea trattarsi
in Roma, annullando, s'intende, ciò che si era fatto sin allora, ed
egli volea che si dimandasse la persona sua, anche con l'obbligo di
restituirla a Napoli qualora fosse trovata in falso. Più tardi poi
disse che non aveano potuto conchiudere la causa della congiura in
Napoli, perchè non aveano in che condannarlo: questa contradizione non
ha bisogno di commento.
Ma un po' di commento occorre al fatto della comparsa del diavolo tre
anni prima, invocato da una persona che egli aveva istrutta a pigliar
l'influsso divino (sicuramente il Gagliardo), delle rivelazioni avutene
anche circa Venezia e il Papato, e poi della comparsa di altri diavoli
nella fossa, col sèguito delle grazie ottenute per via di flagelli e
di studii, dell'avere avute altre rivelazioni, dell'esser divenuto
capace di far miracoli, o, secondochè disse poco dopo, dell'aver
visto angeli ed avuto autorità come quella di S. Giovanni a' farisei
e potestà di far miracoli più stupendi che quelli di Mosè[460]. La
frequenza ed asseveranza, con le quali il Campanella parlò in prosa ed
in versi della comparsa del diavolo, delle rivelazioni avute e delle
conseguenze di esse, non possono non fare un certo peso; e la cosa
riesce di tanto maggiore interesse, in quanto che segna il punto di
partenza del suo passaggio definitivo, reale o simulato, nel campo
delle credenze cattoliche pure, e quindi riflette il vero problema
difficilissimo della vita del Campanella, cioè l'essenza delle sue
intime convinzioni religiose. Potrebbe ammettersi un'allucinazione, ma
non mai la «lunga aberrazione mentale», che il Centofanti ha invocata
e che si vede ricordata ancora da altri, mentre il Campanella medesimo
non fece poi un mistero che la sua pazzia era stata simulata, e lo
ripetè egualmente in prosa ed in versi troppe volte, sebbene in qualche
determinata circostanza siasi contraddetto[461]. Ci sembra pertanto che
invece dell'allucinazione riesca più verosimile trattarsi di un fatto
molto semplice, dell'evocazione de' diavoli esercitata dal Gagliardo,
amplificata e messa innanzi dal Campanella così per premunirsi contro
qualche nuova denunzia al S.^{to} Officio specialmente da parte
del Gagliardo, come per procacciarsi qualche via di uscita nelle
sue tristissime condizioni, giustificando il suo ritorno nel retto
sentiero con un evento straordinario, ed eccitando la curiosità e
l'interesse del Papa, mentre poi, alla peggio, avrebbe potuto tutt'al
più acquistarsi una riputazione di stravagante, che sarebbe sempre
riuscita giovevole alla conclusione della sua causa. Benchè si possa
dire aver lui veramente professata l'esistenza di spiriti buoni e rei,
o «più o meno buoni», custodi de' pianeti e delle stelle ed anche
vaganti pel mondo, dal processo di eresia conosciamo che con gli amici
suoi avea sempre riso del diavolo nelle condizioni e forme comunemente
ammesse; e conosciamo che il Gagliardo si era occupato realmente di
diavolerie, con ogni probabilità sotto gli occhi del Campanella, ma
nemmeno possiamo dire che l'avesse fatto con quella larghezza e serietà
che dalle affermazioni del Campanella emergerebbero, poichè egli non
si sarebbe trattenuto dal farne parola nelle sue ultime deposizioni in
S.^{to} Officio, almeno per tentare di allungar la vita; forse egli
attese alle scene di comparsa del diavolo, secondo il suo solito,
per profitto, non che per acquistarsi la considerazione e l'ossequio
de' carcerieri, e fu in questo agevolato dal Campanella che ne avea
bisogno egualmente, laonde non dovè poi dare a quelle scene tanta
importanza, e riesce un po' duro ad accettare che invece abbia dovuto
darcela sul serio il Campanella. Conosciamo poi che non appena pose
mano a comporre poesie ed opere nella fossa di S. Elmo, il Campanella
attestò dapprima il fatto puro e semplice dell'apparizione _evidente_
di diavoli a lui occorsa, ma con la circostanza un po' singolare nel
fondo e nella forma, che per quel fatto era divenuto più uomo da bene
(come abbiamo visto in qualche poesia e nell'opera _Del Senso delle
cose_); più tardi, nell'_Ateismo_, tornò sul fatto corredandolo di
molti particolari misteriosi già più volte menzionati, nè si trattenne
dall'affermare nelle lettere che gli era stata con inganno promessa dal
diavolo scienza e libertà, e dall'affermare nelle poesie che gli era
stato pure promesso che «sarebbe esaudito», che «si canterebbe Viva
Campanella nel fine del suo carcere»[462]; d'altronde in un brano dello
stesso _Ateismo debellato_, lasciando chiaramente intendere essere
stato lui medesimo in relazione co' diavoli per mezzo del Gagliardo,
reca un'altra delle risposte avute là dove dice, «Astrologo per juvenem
interroganti de multis dixerunt, quod ipse scripsisset de libero
arbitrio, sed rectius Calvinum». Dopo tutto ciò si ammetta pure che tra
le bizzarrie del Gagliardo, durante l'evocazione de' diavoli, vi sia
stata quella di far pronostici su Roma e su Venezia; ma nessuno vorrà
credere che il Campanella abbia prese sul serio altrettali visioni,
e non le abbia rivedute e corrette, aggiungendovi del suo tante
singolari particolarità oltrechè una coda non indifferente, in vista
de' suoi gravi bisogni. Nè ci sembra punto temerario il ritenere che le
visioni consecutive degli angeli, e le facoltà ottenute da Dio, siano
del medesimo stampo; e tutto il garbuglio ci apparisce consentaneo
all'indole del Campanella, perpetuamente motteggiatrice anche nelle
circostanze più terribili, rimanendo vero soltanto che Dio gli avea
concesse facoltà intellettive ed operative straordinarie, atte a
costituirlo, secondo il suo concetto, condottiero della umanità con un
migliore indirizzo.