Ma dunque il Campanella potè mentire a tal segno? Eh sì, non c'è da

farne le meraviglie, e c'è da farle invece perchè si sia mancato di

riconoscerlo, mentre egli non mancò di dichiararlo, segnatamente

nelle sue Poesie; nè adoperò alcuna circumlocuzione nel dichiararlo,

e se i posteri non hanno voluto capirlo, la colpa senza dubbio non fu

sua. Egli disse nettamente che era «bello il mentire» in determinate

circostanze, appellandosi agli esempî della storia sacra e profana,

e non meno nettamente pure disse che i savii, per schifar la morte,

«furon forzati a dire e fare e vivere come gli pazzi, se ben _nel lor

segreto hanno altro avviso_»[463]. Nè fu propriamente lui che inventò

la trista massima «intus ut libet, foris ut moris est», bensì egli

fu costretto a seguirla; nè ci sorprenderebbe che si gridasse allo

scandalo, comunque pur oggi si tolleri con la più grande indifferenza

che quella massima sia seguita gloriosamente da tanti e tanti, senza

pur l'ombra delle condizioni del Campanella; basta considerare il

numero grandissimo degli spiriti forti in religione, e de' partigiani

de' cosi detti grandi principii in politica, che quasi sempre «nel

lor segreto hanno altro avviso» per onta e malanno dell'umanità. Ma

bisogna anche guardarsi dal comparare le cose grandi alle meschine,

e però aggiungiamo di non credere che possa rimanerne vulnerata la

fama del Campanella presso le persone non volgari. A niuno è venuto

in mente mai che la fama di Galileo Galilei sia rimasta vulnerata

dall'avere, con la sua abiura, affermato il contrario di ciò che

pensava: l'infamia è ricaduta su coloro che ve lo costrinsero, e pel

Campanella, travolto in un abisso di miserie che non ha riscontro

nella storia de' nostri uomini di lettere, non è possibile avere un

concetto diverso senza manifesta ingiustizia. Aggiungasi che egli si

credeva nato per una missione altissima, per «debellare i tre mali

estremi, tirannide, sofisma, ipocrisia», nè semplicemente con lo

scriver libri, come potrebbe supporsi dietro monche notizie della sua

vita; ed ebbe poi a provare, nel modo più efferato, «il senno senza

forza de' savii esser soggetto alla forza dei pazzi» non solamente

dall'alto, ma anche dal basso, non solamente da parte de' grandi,

ma anche da parte del popolo le cui sorti egli si era sforzato di

rialzare, ciò che gli diede amarezza infinita, come si rileva da più

punti delle sue poesie. Eppure non disperò nè si arrestò mai, ciò che

prova la ricchezza e la nobiltà della sua natura; ma necessariamente

tutte le maniere di astuzia doverono sembrargli accettevoli, anche

quelle che agli animi nostri, tanto distanti dal suo, recano molto

dolore. Così coloro i quali ebbero l'opportunità o la sagacia di

saperne o penetrarne i pensieri intimi, lo apprezzarono maggiormente

o lo vituperarono secondo i proprii umori diversi; e son note certe

qualificazioni denigranti assegnate specialmente a talune delle sue

opere più caratteristiche, certi epiteti ingiuriosi affibbiati alla sua

persona, quando non si volle o non si seppe intendere che egli aveva

idee riposte, nemmeno tenute addirittura sepolte ed erompenti sempre,

perfino mentre era obbligato ad esternare idee di tutt'altro colore

per uscire dalla sua tristissima condizione. Egli non tacque le sue

idee riposte in politica e in religione, che trovò modo di esporre con

un vero stratagemma, secondo una maniera non nuova ma più che ardita

nello stato suo, facendo la descrizione della immaginaria _Città del

Sole_; e poichè nella sua estrema vecchiezza ne curò la ristampa e

vi aggiunse ancora le _Quistioni sull'ottima repubblica_, composte

veramente da un pezzo e poi messe da parte, si ha motivo di ritenere

che a queste idee, con poche varianti, egli sia stato attaccato fino

alla morte. Intanto è costretto a salvarsi dall'ira universale, è

costretto a mostrarsi diverso da quel che è; non giunge per questo a

nascondere le sue interne credenze, e più volte anzi s'ingegna di farle

rilevare almeno a' savii, ma pur troppo i savii riescono vigilanti solo

tra' suoi avversarii o sonnecchiano affatto. Perfino nella lettera

che egli scrive in appello al Papa, lo si vede deplorare «l'ecclisse

di spirito» e che «bisogna credere o andar prigione», lo si vede

annunziare che il Cristianesimo è «la pura legge della natura, a cui

solo li sacramenti son aggiunti per aiutare la natura a ben operare»,

non lodando così certamente lo spirito della Curia, ed attribuendo a

Dio creatore una parte affatto preponderante su Dio salvatore. Nelle

opere poi, nello stesso _Ateismo debellato_, destinato a rappresentare

la sua rumorosa professione di fede atta a salvarlo, sia quando impiega

la maniera di esposizione _ad utramque partem_, sia quando adotta la

maniera di esposizione ordinaria ed _obiectionibus occurrit_, lo si

vede produrre con tanta larghezza gli argomenti degli avversarii, da

aggiungerne perfino molte volte taluni non prodotti mai e suggeriti

propriamente da lui. Il fatto trovasi notato da un pezzo quasi come

una scoperta, mentre, se fossero state sempre lette con attenzione

le cose del Campanella, si sarebbe visto che da lui medesimo non era

stato taciuto[464]: pertanto esso ti rimane molte volte incerto se

l'autore abbia veramente voluto convincerti appieno sull'opinione che

sostiene, o invece illuminarti meglio su quella che combatte; sempre

poi ti obbliga a riflettere su quello che espone e su quello che non

può esporre, su quello che spesso accenna doversi fare e che s'intende

non poter fare. Ma il nostro assunto ci trattiene dall'affisare lo

sguardo in questo orizzonte elevato, e ci richiama al penoso viaggio

pedestre che abbiamo intrapreso: solo dimandiamo di poter dichiarare

ancora una volta, che a nostro modo di vedere è indispensabile farlo

questo viaggio prima di librarsi a volo, in caso contrario si correrà

il rischio di una falsa strada[465].

IV. Noi potremmo fermarci qui, bastandoci di aver mostrato non senza

una certa larghezza le tre principali occasioni e maniere, nelle

quali il Campanella, dando un termine manifesto alla sua pazzia,

tentò successivamente ed infruttuosamente, presso lo Stato e presso

la Chiesa, di essere ascoltato per non rimanere sepolto nella fossa

di S. Elmo. Ci parrebbe tuttavia di non avere esaurito il nostro

còmpito, se non narrassimo anche il sèguito de' tentativi da lui fatti

ulteriormente ed a breve intervallo, non solo presso la Curia Romana,

ma anche presso la Corte di Madrid e presso le Corti Cattoliche di

Germania, con tutte quelle lettere e mediante tutte quelle persone che

abbiamo avuto bisogno di citare più volte.

Nello stesso anno 1606, quasi immediatamente dopo di essersi rivolto

al Papa, egli invocò l'aiuto del Card.^{le} d'Ascoli (fra Girolamo

Bernerio Domenicano, protettore dell'Ordine), e poi anche quello de'

Card.^{li} Farnese e S. Giorgio. Non è pervenuta fino a noi la lettera

diretta al Card.^{le} d'Ascoli, ma n'è rimasta soltanto la notizia

nelle altre dirette agli altri Cardinali. Queste furono scritte in

data del 30 agosto 1606, cioè 17 giorni dopo che era stata scritta

la lettera al Papa, ed offrono gli argomenti medesimi addotti al

Papa, con poche varianti ed un cenno fugace delle rivelazioni intorno

a Venezia. Sempre rifacendo la storia delle cose di Calabria in una

maniera adattata alla sua difesa, dichiarando di essersi salvato con la

stoltezza dove era odiosa la virtù e di aver finto contro la violenza

dietro l'esempio di David, annunziando grandi rivelazioni avute e le

grazie de' miracoli per beneficio della Chiesa, supplicò che fosse

ascoltato _de jure_ e che l'aiutassero a farlo chiamare a Roma anche

condizionatamente; aggiunse l'elenco delle promesse fatte ad utile del

Re e della Chiesa, come pure l'elenco dei libri fin allora composti per

dimostrare che egli era in grado di mantenere le sue promesse[466]. È

superfluo dire che non ottenne nulla; probabilmente non ebbe nemmeno

una risposta da qualcuno de' Porporati suddetti.

Ma ne' primi mesi del 1607 nuove e più forti speranze si destarono

nel Campanella, avendo già potuto acquistare la conoscenza di Gaspare

Scioppio oltre quella di Giovanni Fabre, spinti da' Fuggers in

aiuto suo. Qui alle notizie dell'Epistolario che diremo napoletano,

pubblicato in parte dal Centofanti e in più gran parte da noi, son

venute or ora ad unirsi le notizie dell'Epistolario romano del Fabre

dateci dal Berti, ma è a deplorarsi che la massa dei documenti di

quest'ultimo Epistolario giaccia pur sempre inedita, sicchè nemmeno si

è in grado di parlare del periodo in quistione con tutta l'esattezza

che si richiede[467]. Cristoforo Pflugh, che aveva eccitato in favore

del Campanella i Fuggers e tra essi principalmente Giorgio, eccitò pure

lo Scioppio, avendo con ogni probabilità già prima impegnato il Fabre.

La lettera autografa del Campanella allo Pflugh, da noi pubblicata,

ci mostra fuori contestazione che lo Scioppio venne eccitato da

Cristoforo: e possiamo ben dire che le relazioni tra il Campanella e

lo Scioppio cominciarono non prima del 1607. Per certo il brano di

lettera del Campanella allo Scioppio, posto dal Centofanti innanzi

tutte le lettere Campanelliane da lui pubblicate, perfino innanzi a

quella del 13 agosto 1606, fu così posto arbitrariamente, e non può

servire a dimostrare una relazione tra' due personaggi anteriore

al 1607: parlandosi, in quel brano, dell'impresa di convertire due

Principi non che di allettare i savii di Germania mercè le nuove

dottrine, risulta abbastanza chiaro che debba riferirsi al 1607, al

tempo in cui lo Scioppio era destinato a partire per la Germania

in missione presso la Dieta di Ratisbona[468]. Gaspare Scioppio

di Neumark, giovane grammatico eruditissimo, se ne stava da 8 o 9

anni in Roma, dove aveva abiurato il Protestantismo, e spiegando

un fervore rabbioso contro gli antichi correligionarii, scrivendo

successivamente panegirici al Papa e al Re di Spagna, Commentarii

sulla verità Cattolica, sull'Anticristo, sul primato del Papa ed anche

su' Priapei, era venuto in fama e al tempo stesso in molto favore

presso la Curia Romana, tanto che dovendosi mandare qualcuno invece

di un Nunzio alla Dieta di Ratisbona, Paolo V decise mandarvi lui con

la veste di Consigliere di casa d'Austria; e possiamo affermare che

già nel febbraio 1607 era Consigliere Austriaco, poichè con questo

titolo lo troviamo nominato appunto nella Disputa del Fabre «De Nardo

et Epithimo adversus Scaligerum, Rom. 1607» a lui diretta in data

del 1^o febbraio di tale anno. Quanto a Giovanni Fabre di Bamberga,

domiciliato in Roma dal 1600, egli era medico dell'Ospedale di S.

Spirito, lettore di Anatomia alla Sapienza, inoltre Prefetto dell'Orto

Vaticano onde s'intitolava Semplicista di N. S.^{re}; è noto poi che

venne più tardi ascritto alla famosa Accademia dei Lincei insieme col

Persio (1611), e divenutone Cancelliere (1614) ebbe a scrivere le

«Praescriptiones Lynceae» etc. etc. Lo scopo di Giorgio Fugger nel

proteggere tanto vivamente il Campanella, era sopratutto quello di

adoperarlo a' servigi del Cattolicismo in Germania, giudicandolo per la

sua dottrina, eloquenza ed attività, il più capace di combattere con

successo i Protestanti. Si sa che nelle feroci dissensioni religiose

di Germania i Fuggers erano tra' Cattolici più caldi, e che un Ottone

Enrico Fugger, giovinetto al tempo del quale trattiamo, distintosi poi

in molte fazioni militari sotto le bandiere di Spagna, fu quello che

in ultima analisi prese Augusta, vi depose il Senato Luterano e ve ne

istituì uno Cattolico. Non fa quindi meraviglia l'ardore di Giorgio

per liberare il Campanella, non conosciuto da lui come colpevole di

eresia ed invece stimato vittima di malevoli, onde lungamente tentò

tutti i mezzi per averlo in Augusta, lo soccorse in danaro e in

commendatizie, lo protesse e lo fece proteggere, lo fece visitare e

lo visitò egli medesimo, destinò una forte somma per farlo fuggire o

liberare: le promesse di miracoli, le affermazioni di possedere segreti

meravigliosi, le esagerazioni di ogni maniera, che il Campanella avea

poste innanzi per acquistarsi la grazia e l'interesse de' potenti, non

destavano allora le diffidenze di oggidì se non presso i ben pochi

spregiudicati; si può dire che esse giovarono più che nocquero, e

forse contribuirono sopra ogni altra cosa ad infervorare i Fuggers

nella protezione del Campanella. Lo Scioppio riusciva pel filosofo

un uomo provvidenziale, essendo confidente della Curia Romana e

destinato ad avvicinare l'Imperatore Rodolfo, l'Arciduca Massimiliano

di Baviera, l'Arciduca Ferdinando di Austria e tutti que' Principi di

Germania che erano impegnati con Spagna a sostenere gl'interessi del

Cattolicismo; il Fabre poi riusciva sempre un buono assistente ed un

utile intermediario per la corrispondenza, la quale era già avviata da

un pezzo tra i Fuggers residenti in Augusta e il Campanella, venendo

le lettere dirette a un Marco Velsero gentiluomo di molta levatura

ed influenza e non a' Fuggers, e d'allora in poi doveva allargarsi

comprendendo anche le lettere dello Scioppio. Motori di tutte queste

pratiche erano, come ben si vede, i Fuggers, e di essi specialmente

Giorgio, mentre in Napoli si prestava con tenera sollecitudine fra

Serafino di Nocera, che il Campanella chiamava suo «tutore»; per altro

Giorgio mandò talvolta anche qualche suo agente particolare, dapprima

forse un Sigismondo, che trovasi nominato nell'Epistolario napoletano

ma che potrebb'essere veramente un incaricato dello Scioppio, più

tardi poi un Daniele Stefano di Augusta, che trovasi nominato

nell'Epistolario romano e che deve dirsi con sicurezza un agente di

Giorgio.

Parrebbe che lo Scioppio avesse già letto qualche opera del Campanella,

con ogni probabilità avuta da Cristoforo Pflugh, e che ne fosse rimasto

altamente sodisfatto: così, dietro le sollecitazioni de' Fuggers, che

doveano equivalere a comandi atteso l'enorme credito ed influenza di

quella famiglia, dirigendosi al Campanella gli manifestava ammirazione

per la prestanza sua apparsagli ne' libri suoi, gli prometteva di

adoperarsi per la sua liberazione presso i Principi del Cristianesimo,

gli esprimeva il desiderio di averlo a socio contro gli eretici;

questo si può argomentare da un brano della lettera pubblicata poi

dallo Struvio, con la quale più tardi il Campanella accompagnò l'invio

di una copia delle sue opere dimandate dallo Scioppio. Naturalmente

costui apparve al Campanella un Angelo, un Liberatore, un Redentore,

e così trovasi chiamato sempre nelle lettere del filosofo. I nuovi

documenti rinvenuti dal Berti mostrano che il 26 aprile 1607 egli era

in Napoli, e scriveva al Fabre, «De Campanella in bona spe sum fore ut

ei loquar, et quae velim ab eo auferam: interque coetera disputationem

adversus Venetos, quam Pontifici gratissimam fore confido». Questa è

la sola notizia datane finoggi, e da essa non risulta che lo Scioppio

abbia visto il Campanella, ma risulta che sperava di vederlo e di

carpirne tutto ciò che volesse, accennando agli _Antiveneti_ che

diceva dover riuscire assai graditi al Papa, e mirando senza dubbio

agli _Articoli profetali_ che sarebbero riusciti graditissimi a lui

medesimo; troveremo infatti che egli li desiderò e li chiese per lungo

tempo e per tutte le vie, mentre il Campanella, tutt'altro che facile

ad essere superato in avvedutezza, l'aveva ben capito e se ne schermì

fin da principio. Lo Scioppio si era impegnato nell'astrusa quistione

dell'Anticristo e de' futuri eventi della fine del mondo[469], e ciò

forse, più di ogni altra cosa, gli fece apparire il Campanella tanto

interessante; poichè, quanto agli scritti contro Venezia, il Papa

trovavasi già in via di accomodamento per mezzo del Card.^l di Gioiosa,

che mandato da Errico IV era stato in Venezia ed era poi giunto a Roma

fin dal 22 marzo, la qual cosa lo Scioppio non poteva ignorare. È

posto intanto fuori controversia che lo Scioppio sia venuto in Napoli

nell'aprile 1607, non già nel 1608; ma è posto in pari tempo fuori

controversia che egli sia venuto per parlare al Campanella e carpirne

le opere, d'accordo col Fabre, e che non abbia menomamente avuta una

missione del Papa per trattare la libertà del prigioniero, come finora

si era creduto dietro una delle tante erronee notizie registrate nel

_Syntagma_, che noi abbiamo recisamente oppugnata; ci riserbiamo per

altro di tornare più in là su tale quistione, di cui ognuno intende la

grande importanza.

Come dicevamo, rimane tuttora ignoto se in Napoli lo Scioppio abbia

visto il Campanella; ma non sarebbe meraviglia che non avesse potuto

vederlo, mentre era tanto rigorosamente guardato, e le premure di

un noto faccendiere della Curia Romana doveano piuttosto riuscire a

farlo guardare maggiormente. Forse in tale occasione, se pure la cosa

non sia accaduta un po' prima per via epistolare, lo Scioppio ebbe

le copie delle lettere già dirette dal Campanella al Papa ed a' due

Cardinali nell'agosto 1606, acciò rimanesse informato de' passi fatti,

ed ebbe poi quella lettera al Papa da noi pubblicata; la quale mostra

bene di essere del 1607, dicendovisi il Campanella carcerato da otto

anni, ed oltrechè attesta l'invio delle lettere antecedenti con le

parole «scrivo tremando et altre lettere mandai», accenna pure in modo

manifesto allo Scioppio che si era offerto a favorirlo con le parole

abbastanza notevoli, «et mò io stava piangendo com'Helia sotto il

Junipero, dimandando la morte, et ecco venir quest'Angelo Samaritano,

dopò che mi sprezzaro li Leviti e li Sacerdoti, e _me tradiderunt in

manus tribulantium et in animam inimicorum meorum_, questo dico mosso

da spirito di Sapienza... _et vult alligare vulnera mea_». Tutta la

lettera rappresenta un 2^o appello al Papa, come è attestato fin dalle

prime parole, «Io di novo appello la causa mia al Tribunal proprio

di V. B.» etc.; e del resto vi si trovano ripetute le solite cose,

essersi in procinto di veder le meraviglie, avendo parlato di segni

e profezie essere stato ritenuto ribelle, aver sofferto tormenti e

malanni gravissimi, voler essere ascoltato nel tribunale romano, poter

mostrare cose mirabili, aver visto e toccato ne' suoi guai i misteri

della fede e le cose celesti[470]. Ma ancora in data del 7 aprile

1607, non sapremmo dirne il motivo, scrisse quella lettera latina

solenne al Papa ed a tutto il Senato de' Cardinali che fu pubblicata

dal Centofanti, e in essa, tra umili supplicazioni e audaci rampogne,

si dolse che non aveano voluto ascoltarlo, mentre «spesso li avea

avvertiti di voler mostrare innanzi a' Principi del suo popolo ed alle

tribù d'Israele secondo le sacre decretali, mercè le autorità della

Scrittura come Giovanni Battista, e con miracoli da non potere essere

imitati dal diavolo, come quelli di Mosè alla presenza di Faraone,

che per volontà di Dio egli era chiamato alla salute de' popoli»;

e dicendo che «se era pazzo lo liberassero» (proposizione degna di

esser notata), ricordando le imputazioni ingiustamente sofferte per

l'addietro e poi quelle degli ultimi tempi, accennando alle opere che

avea composte, esponendo i segni della prossima fine del mondo e le

relative profezie, difendendosi dalle accuse, mostrò la necessità di

esser tradotto a Roma, citò i casi analoghi ne' quali si era fatto

lo stesso, si dolse di non vedere esaltata la giustizia. Lo Scioppio

avrebbe dovuto presentare questa lettera, ma da' documenti che finora

possediamo emerge essersi rifiutato a presentarla, consigliando che

non si parlasse di miracoli e si facessero semplici supplicazioni,

al quale consiglio il Campanella non si piegò; e forse apparve per

questo uno stravagante, come del resto apparve anche a parecchi in

sèguito, mentre i tanti garbugli prodotti in sua difesa, le scene non

brevi di simulazione di pazzia, gli sforzi continui per farsi credere

ispirato, e le vicende tutte di una così lunga prigionia doverono

fargli acquistare un portamento tale da rendere plausibile un giudizio

di quella fatta. Ma si converrà che specialmente presso Paolo V, il

quale negli ultimi tempi del suo Cardinalato avea tenuto il suggello

dell'Inquisizione, e presso il Card.^l S. Giorgio, il quale avea

tenuto il suggello dello Stato, e però buoni conoscitori entrambi

degli avvenimenti di Calabria e relativi processi, il Campanella nel

1606 non avrebbe potuto sperar nulla senza prendere un atteggiamento

straordinario; e naturalmente presolo una volta, egli non si poteva

più smentire senza suo danno, e doveva ad ogni costo mantenersi nella

condizione d'ispirato. Lo Scioppio non poteva capacitarsene, perchè

in realtà non conosceva ancora, o meglio conosceva solamente in

parte lo stato vero delle cose del Campanella: per altro continuò a

mostrargli stima grandissima, si attendeva di poter apprendere molto

da lui in poco tempo, oltrechè di ottenere la spiegazione delle cose

più recondite intorno all'Anticristo, nè cessò mai di dirigergli di

tratto in tratto quesiti, perfino dopo che avvenne qualche cosa per la

quale lo vedremo essersi ritenuto offeso: e il Campanella prometteva

che gli avrebbe insegnate tutte le scienze durante un solo anno, si

offriva a fargli la natività, ne secondava ed ampliava i disegni di

voler convertire i Protestanti e i Gentili, dava sollecite risposte

a' quesiti di lui non appena gli pervenivano, affaticandosi anche a

menare a termine l'_Ateismo_ e que' _Profetali_ che erano sommamente

desiderati da lui. L'Epistolario napoletano ci mostra tutte queste

cose, e ci mostra pure che lo Scioppio inviava al Campanella qualche

sussidio, o del suo o del danaro de' Fuggers, per gli alimenti e per la

trascrizione delle opere, la quale, come abbiamo dimostrato con l'esame

delle copie pervenute fino a noi, venne fatta da un amanuense non

napoletano.

Secondo una notizia tratta dall'Epistolario romano, il Fabre avrebbe

accompagnato lo Scioppio o meglio sarebbe venuto poco dopo lo Scioppio

in Napoli, e, nientemeno, avrebbe ottenuta l'uscita del Campanella

dalla fossa di S. Elmo! Egli lo fece sapere a Marco Velsero, e costui,

in data del 9 maggio 1607 gli scriveva, «grand'obbligo debbe tener il

Campanella a V. S. di essere stato trasferito et accomodato come lei

dice». Siamo tentati di credere che per lo meno debba esservi qui un

errore di data, parendoci molto strano che il Fabre abbia potuto far

credere una cosa simile, mentre non solo sappiamo che il Campanella

il 26 giugno e l'8 luglio 1607 (nella sua lettera sulla peste di

Colonia e nell'altra a Mons.^r Querengo) disse trovarsi ancora nella

fossa in ceppi, ma sappiamo pure dal medesimo Epistolario romano che

vi fu bisogno di far scrivere al Vicerè dall'Arciduca Ferdinando, nel

gennaio 1608, che volesse far trasferire il Campanella «dalla fossa di

S. Elmo, dove giaceva, nel Castel Nuovo» (così si esprime il Berti).

Vi fu poi un'altra venuta del Fabre abbastanza più tardi, dopo che

avea pubblicata la disputa «De Nardo et Epithimo» e coll'occasione di

dover raccogliere piante per l'Orto Vaticano: queste due circostanze

si trovano ricordate da Giulio Cesare Capaccio che vide il Fabre in

Napoli[471], e ci fanno comprendere lo scopo della venuta ed anche la

data di essa; poichè basta guardare la disputa anzidetta, per vedere

che questa fu diretta allo Scioppio in data del 1^o febbraio, ma fu

dedicata all'Archiatro Pontificio Vittorio Merolli in data del 1^o

agosto 1607. Vedremo che la venuta di cui parliamo si deve riportare

propriamente all'anno 1608. Notiamo pertanto non essere dimostrato

davvero che il Fabre e lo stesso Scioppio, venendo a Napoli, si siano

adoperati in favore del Campanella nel senso di avere direttamente

procurato dal Vicerè mitigazione di custodia, miglioramento di vitto,

e tanto meno avviamento alla libertà: in obbedienza alle premure di

Giorgio Fugger essi doverono recar sussidii e procurare facilitazioni

per questa via; ma finoggi possiamo affermare che realmente il solo

fra Serafino, il meno nominato, si presentò una volta al Vicerè per

parlargli del Campanella.

Assai più del Fabre, per quanto sappiamo, lo Scioppio diresse quesiti

al Campanella. Ve ne furono _Sul modo di evitare il freddo_, come pure

_Sulla sordità e l'ernia_, a' quali il Campanella rispose prima che

agli altri, secondochè rilevasi dal _Syntagma_ e in parte anche da

qualcuna delle risposte a' quesiti successivi; ma le risposte a' detti

quesiti non sono pervenute fino a noi. Ve ne fu un altro _Sul modo di

far cessare la peste in Colonia_, trasmesso mediante fra Serafino, e il

Campanella vi rispose il 24 giugno 1607: un esemplare della risposta

si trova anche nella Magliabechiana, ma scorrettissimo e senza data;

quello che fu da noi pubblicato è sodisfacente, e dobbiamo notarvi la

premura del Campanella anche presso i Coloniesi per essere chiamato

colà a curarvi la peste, offrendosi perfino ad essere lapidato nel

caso d'insuccesso! Ancora ve ne fu un altro _Sul modo di evitare il

calore estivo_, e la risposta, da noi pubblicata, fu fatta l'8 luglio

1607: in essa si notano anche varie precauzioni da doversi adottare

durante il viaggio, accennandosi abbastanza al viaggio che lo Scioppio

dovea intraprendere, ed oltracciò si parla di lettere commendatizie

avute e di altre aspettate, a cura dello Scioppio; ci riserbiamo di

dirne i particolari più sotto, limitandoci qui a stabilirne la data.

Altri quesiti, come quello _Sul Peripateticismo_ che il Campanella

condannava, l'altro _Sul tempo successivo alla morte dell'Anticristo_,

che si riteneva dover essere di soli 45 giorni, così pure un altro _Sul

Pieno e sul Vacuo_ nell'interesse del Fabre, parrebbe che veramente

fossero stati diretti al Campanella nell'anno 1608: noi abbiamo

pubblicate le risposte, che recano la data del 13 giugno e del 7

novembre senza indicazione di anno, e vediamo ora tra i nuovi documenti

del Berti una lettera dello Scioppio, senza indicazione nè di luogo

nè di tempo, che rappresenta indubitatamente la proposta de' quesiti

suddetti; ma alludendosi in essa ad una lettera che il Campanella

avrebbe dovuto scrivere particolarmente all'Arciduca Ferdinando,

bisogna riferirla al 1608 e con ogni probabilità alla fine di maggio di

tale anno.--Dobbiamo intanto dire, che terminata oramai la trascrizione

delle opere, potè farsene l'invio allo Scioppio con quella lettera

notevolissima anche pel ricordo delle persecuzioni sofferte, posta

qual Proemio all'_Ateismo_ e pubblicata dallo Struvio con la data

del 1^o giugno; se non che trovandosi nella lettera citate come già

mandate le risposte circa il freddo, il calore e la peste di Colonia,

è evidente che la data di essa, quale fu letta dallo Struvio, riesce

errata, e invece del 1^o giugno si dovrebbe forse leggere p. es. 10

luglio 1607[472]. Ecco l'elenco delle opere trasmesse allo Scioppio in

tale data, essendogli stata la _Consultazione per aumentare i tribuni_

consegnata separatamente: la _Monarchia di Spagna_, i _Discorsi a'

Principi d'Italia_, il _Dialogo contro i Luterani_, l'opera _Del Senso

delle cose_, l'_Epilogo magno di Fisiologia_ seguito dagli _Aforismi

politici_ e dalla _Città del Sole_, la _Monarchia del Messia_ col

discorso _De' dritti del Re di Spagna_ etc., il libro _De Regimine

Ecclesiae_, gli _Antiveneti_, e la _Recognitio verae Religionis_ detta

poi _Atheismus triumphatus_: possiamo aggiungere ancora che talune

copie furono dal Campanella corrette ed altre no, come si rileva

da quelle pervenuteci, l'una degli _Aforismi politici_ fornita di

correzioni autografe, l'altra della _Città del Sole_ rimasta senza

correzioni. All'_Ateismo_ il Campanella diede la massima importanza,

evidentemente per le sue condizioni infelicissime: lo dichiarò «suo

monumento», lo dedicò allo Scioppio, mostrò desiderio che egli lo

traducesse in tedesco insieme col _Dialogo contro i Luterani_. Si

dolse pure di non poter mandare la _Metafisica_, perchè «un certo

Marchese discepolo ingrato la riteneva ad istigazione di Satana»,

alludendo senza dubbio a Francesco del Tufo successo al padre Gio.

Geronimo, che le scritture dell'Archivio di Stato, da noi ricercate

appositamente, ci mostrano defunto il 17 luglio 1606. E dobbiamo dire

che a torto egli credè effetto d'ingratitudine il non aver avuta la

Metafisica, poichè essa, morto il Marchese Gio. Geronimo, era stata

rubata da un domestico cognominato Gallo e venduta a Gio. Battista

Eredio Pisano di Puglia, come il Campanella medesimo dovè sapere

più tardi onde se ne trova il ricordo nel _Syntagma_; dobbiamo dire

inoltre che verosimilmente reclamò l'opera sua quando seppe l'accaduto,

alcuni anni dopo, e così essa potè capitare nelle mani del Reggente

della Vicaria e del Vicerè, secondochè risulta da un documento che

abbiamo rinvenuto del pari nell'Archivio di Stato[473]. Ma non mandò

gli _Articoli Profetali_ e disse che li avrebbe mandati in sèguito:

forse non aveva potuto compierli, o invece volle tenerli in serbo (e

difatti non li mandò neanche quando poi disse di averli già pronti),

acciò lo Scioppio, rimanendo nell'aspettativa, non cessasse dal

favorirlo. Egli se ne attendeva l'adempimento delle promesse, cioè

«essere suo liberatore presso i Principi del Cristianesimo, e dargli

modo di essere suo commilitone contro le eresie de' figli di Abaddon».

Questo gli ricordò nella sua lettera, e fatta la rassegna delle opere

che gl'inviava soggiunse: «vedi, ho consegnato tutto nelle tue mani;

poichè mi prevenisti co' tuoi beneficii, non volli apparire ingrato».

Ma inoltre lo avvertì che molti, ricevute le opere, trascrivevano da

esse le proprie, e gli raccomandò di badare a non cadere con gli altri,

«poichè questo furto è peggiore di quello della fortuna e dell'onore

e di ogni altro delitto, venendo sottratti i figli non del corpo ma

dell'anima, e figli perenni....», ed allora potrebbe «volerlo estinto,

e il diavolo subito gli direbbe nel cuore bastare quanto avea fatto

intorno a ciò che avea promesso con giuramento, bastare averlo tentato,

essendo impossibile procurare la salvezza del Campanella... di cui ogni

male gli parrebbe provenire dalla giustizia di Dio». E finiva dicendo:

«Tibique commendo libros, sicut me Deus tibi, si forte non simulas, ut

coeteri»! Pare impossibile che un uomo come lo Scioppio non sia rimasto

offeso da simili parole; ma sappiamo con certezza che se ne mostrò

irritato in sèguito allorchè il Campanella, non vedendo pubblicare le

sue opere, gli fece intendere di nuovo la sua preoccupazione che egli

volesse servirsene, e non gli mandò i Profetali che egli desiderava

sempre più. Per altro c'è motivo di ritenere che lo Scioppio siasi

mostrato tollerante verso il Campanella molto al di là del solito suo,

per deferenza a' potenti Fuggers, che non cessavano di proteggerlo

accanitamente.

Abbiamo visto che il Campanella, nell'inviare le opere, diceva di farlo

per non sembrare ingrato. Egli ritenevasi obbligato allo Scioppio,

perchè era condisceso a favorirlo e si era impegnato a patrocinare la

sua causa: d'altronde sappiamo avergli lo Scioppio procurato alcune

lettere commendatizie dirette al figlio del Vicerè, altre averne

sollecitate mediante Mons.^r Querengo dal Card.^l Borghese dirette

egualmente al figlio del Vicerè, che le cronache ci dicono essersi

recato a Roma insieme coll'altro suo fratello non appena eletto Paolo

V, e però doveva essere stato conosciuto da molti della Curia; forse

lo Scioppio medesimo sollecitò le lettere dell'Ambasciatore Cattolico

e dell'Ambasciatore Cesareo, che il Campanella nella lettera dell'8

luglio 1607 diceva di attendere. Ma nessuna sollecitudine egli mostrò

presso il Papa; e non deve nemmeno sfuggire che egualmente Mons.^r

Querengo non si adoperò presso il Papa, mentre non solo era suo Prelato

domestico assai ben veduto, ma anche, secondo l'Eritreo, precettore

ed aio del nipote di lui Gio. Battista Vittorio. Sicuramente al Papa

non dovea piacere di udire a parlare del Campanella, e niuno osò

affrontarne il disgusto; ma è chiaro che vennero grandemente ridotte

le promesse di aiuto fatte dallo Scioppio, per le quali il Campanella

era condisceso a dargli nelle mani tutte le opere sue. Poniamo qui

che ad occasione delle commendatizie promesse dal Querengo dietro le

istanze dello Scioppio, il Campanella scrisse al Querengo una lettera

di ringraziamento notevolissima, con molti cenni della sua vita

passata, de' suoi studii e del suo modo di filosofare: verso il tempo

medesimo scrisse una lettera non meno notevole a Cristoforo Pflugh, per

rimoverlo da una tresca lasciva alla quale si era abbandonato in Siena,

ed eccitarlo ad andarsene con lo Scioppio che preparavasi a partire

per la Germania[474].--Ma importantissime riescono per la nostra

narrazione le lettere che in questo periodo il Campanella scrisse al Re

di Spagna, all'Imperatore, agli Arciduchi d'Austria, e che lo Scioppio

dovea far ricapitare o presentare personalmente. Esse vennero scritte

senza dubbio nel 1607, come risulta dal vedere che il Campanella vi

si dichiara sempre carcerato «da 8 anni»; e può dirsi anche essere

state scritte tra il giugno e il luglio, poichè quella diretta al Re,

scritta prima delle altre, reca nell'elenco delle opere «La esamina

di tutte le sètte» etc. ossia l'_Ateismo debellato_ allora appunto

condotto a termine. La lettera al Re fu scritta prima, giacchè trovasi

menzionata nelle altre. Prendendo sempre le mosse da' futuri eventi,

lusingando con la Monarchia universale che dovea verificarsi, rifacendo

come altre volte la storia delle cose di Calabria, non negando ed anzi

giustificando la simulazione della pazzia, dichiarando di trovarsi

aggravato dai vassalli di S. M.^{tà} che non volevano nè udirlo nè

consegnarlo al Papa, perchè «temevano che lo liberasse subito», si

appellava a S. M.^{tà}, e per la solenne occasione della nascita del

felicissimo Principe (_intend._ della futura nascita del Principe che

accadde in ottobre, venendo alla luce l'Infante Ferdinando che fu poi

il Card.^{le} Infante) chiedeva la grazia di essere ascoltato secondo

la legge. Ricordava di avere scritto la _Monarchia di Spagna_, i

_Discorsi ai Principi d'Italia_, la _Tragedia della Regina di Scozia_,

annunziava di avere autorità come S. Giovanni e miracoli più grandi

di quelli di Mosè; pregava quindi che lo facesse venire innanzi a

lui e al suo Consiglio, terminando con l'elenco delle promesse anche

accresciute, come pure con l'elenco delle opere che avea composte, ed

aggiungendo che lo lasciasse dar prove celesti degli avvisi celesti

almeno in Roma[475]. Poi dovè scrivere ancora le due lettere latine

all'Imperatore e agli Arciduchi di Austria, che lo Scioppio avrebbe

presentate mostrando in pari tempo le opere da lui avute, non che le

copie della lettera scritta al Re e di quella scritta al Papa e a

tutti i Cardinali, «da doversi consegnare, se il timore non trattenga

pure l'Angelo suo» (non aveva mai cessato di sperare che lo Scioppio

l'avrebbe consegnata, smettendo il «timore» che lo tratteneva). In

entrambe queste lettere egli press'a poco ripeteva le cose stesse

tante volte dette, i segni da lui studiati, le opere composte per tale

circostanza, le imputazioni avute di «volere usurpare il Regno» e di

essere eretico, l'aver trovato salvezza con la pazzia, l'essere stato

posto in una fossa, l'avere scritto cose mirabili e il doverne dire

a voce molte di più. In ultima analisi poi, all'Imperatore chiedeva

che lo facesse venire in ceppi innanzi a lui, dannandosi al fuoco se

si fosse trovato mendace, ovvero procurasse di farlo andare presso

il Papa o almeno presso il Re Cattolico; agli Arciduchi chiedeva di

adoperarsi presso il Re, perchè volesse udirlo o farlo udire dal Papa o

dall'Imperatore, sempre dannandosi al fuoco se fosse trovato mendace,

ed additando lo Scioppio che avrebbe mostrato le opere e le lettere da

lui scritte, e molte altre cose avrebbe esposte a voce. Ognuno avrà

notato, che dalla prima all'ultima sua mossa la dimanda continua del

Campanella fu sempre quella di essere ascoltato: anche dopo di avere

scritto tante opere che potevano farlo ben conoscere nel senso in cui

voleva essere conosciuto, egli non rifinì dal voler essere ascoltato;

e perfino in una delle sue lettere allo Scioppio[476], dopo di avergli

detto che i proprii libri di Metafisica gli sarebbero parsi scritti da

un Angelo e non da un uomo, essendo superiori a tutti gli altri «che

aveva già ricevuti», soggiungeva, «ma quando mi udrai faccia a faccia,

terrai a vile anche gli stessi miei libri di Metafisica» (ciò che prova

pure non aver mai avuto lo Scioppio tale occasione). Per intenderlo,

bisogna ricordarsi della prepotente efficacia del suo discorso,

attestata in ogni tempo e dalle persone più diverse, a cominciare dal

povero Maurizio, che lo provò in Calabria e disse, «quando parla,

ritira ognuno dove vuole», a finire a Vincenzo Baronio, che lo conobbe

negli ultimi anni in Parigi e scrisse, «maior fuit impetu ingenii,

quod in conversationibus eminebat, et in libris obscurum est et pene

extinctum»[477].

Nell'agosto o forse nel settembre 1607 lo Scioppio partiva per la

Germania fermandosi un poco in Venezia: l'Epistolario romano ha una

sua lettera da Venezia in data del 22 settembre d.^{to} anno, e poi

ne ha anche un'altra posteriore da Ratisbona, in cui egli dice aver

portato dall'Italia una malattia dell'intestino retto cagionatagli

dall'aver mangiato troppo melloni ed altre frutta in Roma; da ciò si

desume chiaramente che partì da Roma al cadere dell'està. In Venezia

egli affermò aver patito fastidii dal Magistrato de' Dieci avendo

portato nella sua valigia le opere del Campanella, e più volte poi

ripetè di averle _tutte_ date al libraio Gio. Battista Ciotti per

farle stampare, senza che costui avesse voluto più nè stamparle nè

restituirle, sicchè dovè poi reclamarle per mezzo dell'Ambasciatore

Cesareo, nè potè ricuperarle che dopo molto tempo[478]; ed inutilmente

anche reclamò gli _Antiveneti_, e dovè esserne inviata da Napoli

un'altra copia, e il Governo Veneto fece proposte volendo acquistar

l'opera acciò non si stampasse. Ma su questi fatti, asserti dallo

Scioppio e rilevati dal Berti ne' documenti dell'Epistolario romano,

accade di dover fare qualche osservazione. È notissimo che in Venezia

lo Scioppio fu imprigionato per due giorni ed obbligato a sfrattare,

sia perchè tentò di sedurre o spaventare fra Paolo Sarpi, sia perchè

venne accusato di essere l'autore di un libello a favore del Papa

contro Venezia intitolato «Nicodemi Macri Romani cum Nicolao Crasso

Veneto disputatio», siccome leggesi in una Vita di lui pubblicata da

lui medesimo col nome di Oporino Grabinio[479]: ponendo in rapporto

tale avvenimento co' fastidii avuti per le opere del Campanella, c'è

da sostenere che lo Scioppio abbia compromesse queste opere, assai più

che queste opere abbiano compromesso lui. Nè riesce facile intendere

il suo desiderio di dare alle stampe le opere del Campanella appunto

in Venezia e la sua determinazione di lasciarle lì, mentre si era

impegnato di mostrarle all'Imperatore e agli Arciduchi, e il Campanella

ne avea fatta menzione nelle sue lettere a questi personaggi. Finchè

altri documenti non chiariranno tutte queste cose, avremo sempre il

dritto di dire che il Campanella aveva ben capito lo Scioppio, e

non a torto si doleva di lui, avendolo in sospetto circa le opere

consegnategli.--Intanto nell'ottobre il Fugger avea mandato in Italia

Daniele Stefano di Augusta, perchè cercasse di far liberare o far

evadere da S. Elmo il Campanella a qualunque spesa. Il Fugger dovea

professare l'opinione dell'onnipotenza del danaro, e in ciò questa

volta s'ingannava. Lo Scioppio, meglio avveduto, stimava che siffatti

tentativi avrebbero potuto nuocere, e in realtà il Governo Vicereale

non era composto di dormienti; esso aveva le sue informazioni a

tempo e luogo, nè sarebbe arrischiato lo spiegare il tanto protratto

rigore di custodia del Campanella per qualche sentore di maneggi di

altrettali Papalini accaniti. Ma giova conoscere ciò che lo Scioppio

avrebbe preferito: come ci narra il Berti, egli «proponeva che

venissero espugnati i segretari col denaro, facendo forza sul loro

animo affinchè lo assolvessero, od anche, se non volessero venire

fino all'assoluzione, lo proscrivessero dal Regno, purchè finita la

causa non fosse poi consegnato all'Inquisizione». Da ciò si vede che

lo Scioppio avea già saputo essere stato il Campanella condannato nel

tribunale dell'Inquisizione, ma non avea punto capito da chi dovesse

venir sentenziato nel tribunale di Stato; poichè non i Segretarii

Vicereali avrebbero dovuto sentenziarlo, ma il Nunzio e il Consigliere

Baldovieto, nè il Nunzio avrebbe poi lasciato andare il Campanella

altrove che nelle carceri dell'Inquisizione di Roma.

In Germania lo Scioppio potè presentare all'Imperatore le lettere

del Campanella ma non le opere, per la semplice ragione che non le

aveva; poi disse che pure avendole non gli sarebbe stato possibile

presentarle, per le proposizioni che contenevano; ma veramente

le proposizioni, che a lui parevano compromettenti, si trovavano

nelle lettere più che nelle opere. Ad ogni modo dovè persuadersi

che l'Imperatore era informato di cose gravi intorno al Campanella,

e però egli scrisse da Ratisbona il 19 10bre 1607, e ripetè il 27

febbraio 1608, che poco o nulla doveva attendersi da quel lato. Forse

l'Imperatore avea avuto notizia dell'esservi stato certamente un

disegno di ribellione coll'aiuto del Turco; e secondo lo Scioppio,

gl'italiani medesimi residenti in Praga gli aveano dato cattive

informazioni sul Campanella (miseria, come si vede, non nuova). Andò

poi ad Oetingen e presentò la lettera del Campanella all'Arciduca

Massimiliano, il quale scrisse una commendatizia al Vicerè; e non

potendo ancora recarsi a Grätz, mandò là la lettera del Campanella

all'Arciduca Ferdinando, il quale dapprima si negò, ma otto giorni

dopo scrisse anche lui una commendatizia al Vicerè. Questo affermò lo

Scioppio, ed affermò pure di aver mandata la lettera al Re, facendola

presentare alla Regina insieme coll'opera della Monarchia di Spagna.

Ma si dolse che le promesse fatte in quelle lettere toglievano credito

al Campanella, parendo favolose, e se non bugiarde, almeno dettate

dalla tetraggine del carcere; nè mancò di rammentare che egli le avea

sconsigliate. Maggior fiducia mostrò di avere nelle commendatizie

dell'Arciduca Ferdinando, che diceva «suo patrono»; ma conchiuse che

non dovesse concepire speranze, che non dovesse confidare, come soleva,

più nell'aiuto umano che nel divino; se Dio non voleva esaudirlo, si

uniformasse e gli dimandasse la morte! Queste cose lo Scioppio scrisse

al Campanella in data del 27 febbraio 1608, e ci sembra veramente che

a siffatta lettera abbia dovuto seguire quella del Campanella al Fabre

da noi pubblicata, che comincia con le parole, «Mi scrisse il mio

Angelo Scioppio ch'io attendessi all'oratione, che più devo sperar in

Dio che negli huomini...; ho fatto a Dio questa oratione, che le mie

peccata non sieno impedimento all'attioni Scioppiane» etc.[480]; ci

sembra pure che ad una lettera del Fabre allo Scioppio, esprimente il

dolore e il timore del Campanella per le dette parole, abbia dovuto

seguire quella dello Scioppio al Fabre pubblicata or ora dal Berti, che

evidentemente è del marzo 1608 e non 1607, leggendovisi tra le altre

cose, «Quod meum officium, quo ut ad mortem aequo animo subeundam se

compararet monui, sic interpetratur quasi qui charitatem et opem ei

praecidere ac negare voluerim, suo more facit». Lo Scioppio, nella

lettera di cui parliamo si mostra ristucco del Campanella e de' suoi

sospetti, perocchè il Campanella tornava a dolersi del non essere state

le sue opere nè date alle stampe nè presentate all'Imperatore (la qual

cosa pur troppo era vera); e ripete ciò che egli ha fatto, e manifesta

che il suo patrono Ferdinando ha scritto più efficacemente di quanto

era lecito sperare, avendo chiesto al Vicerè non il trasferimento

ma la libertà del Campanella. Aggiunge per altro che l'invio della

lettera è stato ritardato; che tutti dubitano se sia bene farlo mettere

in libertà, essendo lui andato tanto innanzi con la sua pazzia, da

credersi un nuovo legislatore del mondo e perfino da anteporsi a

Cristo, «perocchè Cristo ebbe soli 5 pianeti ascendenti ed egli ne ha

6; queste cose son ventilate dagli amici suoi nelle aule medesime de'

Principi, e non può dirsi quanto abbiano alienato da lui gli animi

loro». Infine non dispera, e vuole che sieno trascritte compiutamente

le opere della Metafisica e de' Profetali, acciò possano mandarsi

quanto prima al suo patrono, in cui ecciterà il desiderio di vederle,

proponendosi intanto di presentargli la Consultazione per aumentare i

tributi del Regno, che egli, lo Scioppio, ha gustato molto.--Ognuno

avrà qui notata la proposizione de' pianeti ascendenti favorevoli,

e si sarà rammentato di fra Pietro di Stilo, che deponeva averlo il

Campanella saputo da un astrologo delle parti di Germania, conosciuto

nel S.^{to} Officio di Roma: la cosa riesce quindi confermata, ma

risulta anche chiarito che il Campanella l'aveva invece detto lui a

quel tale astrologo (Gio. Battista Clario), forse dopo di essere stato

messo sulla via di farne la scoperta dall'astrologo Abramo in Cosenza

ed Altomonte. Gio. Battista Clario era tuttavia il Protomedico della

Stiria, residente in Grätz presso Ferdinando come si rileva dal libro

de' suoi Dialoghi, stampato nel 1606; riesce quindi naturalissimo

ammettere che costui principalmente tra gli amici del Campanella abbia

manifestate le dette cose nell'aula del Principe, e che molto abbia

agito egli pure nel determinare Ferdinando a scrivere in favore del

Campanella, mentre conosciamo che alle prime istanze dello Scioppio

Ferdinando si era già negato. Sarebbe puerile il credere che costui,

il quale attendeva egualmente la sua stella per ascendere al soglio

Imperiale, abbia davvero provato disgusto pel Campanella tanto protetto

da' pianeti, e non invece curiosità di fargli indagare anche i pianeti

Arciducali: vedremo tra poco lo Scioppio raccomandare al Campanella

di volergli manifestare qualcuno dei segreti suoi utili a Ferdinando,

perchè questo avrebbe giovato non poco alla sua liberazione, e vedremo

anche Ferdinando stesso scrivere al Vicerè di farsi dire dal Campanella

questi segreti; era dunque stato tutt'altro che balordo il Campanella a

far tante promesse, come lo Scioppio diceva. D'altronde gli Arciduchi

solevano annettere molta importanza ai frati predicanti nelle guerre

contro i Maomettani, ed anche in questi ultimi mesi, a proposito della

canonizzazione del P.^e Lorenzo da Brindisi, ci venne rammentato che

costui, fondatore de' conventi cappuccini in Praga, Vienna e Grätz,

predicò nell'esercito guidato dall'Arciduca Massimiliano contro i

turchi, e nella sua lettera agli Arciduchi il Campanella non mancò

di dire, «jam paro libellum ad Pannoniae filios contra Macomethum».

Aggiungasi che in Grätz gli eretici aveano pure dato molto da fare

a Ferdinando, sicchè egualmente da questo lato il Campanella poteva

essergli utile come e quanto il Fugger stimava che sarebbe riuscito

utile a tutta la Germania; e da un brano di una delle lettere dello

Scioppio al Campanella, per verità non molto chiaro, si avrebbe motivo

di ritenere che Giorgio Fugger temesse di non poter avere con sè il

Campanella qualora fosse stato liberato da Ferdinando[481]. In somma

un'idea di tornaconto non mancava in tutti questi protettori, e il

Campanella l'avea calcolato con la sua solita avvedutezza, come avea

pure previsto che durando a lungo il gioco sarebbe sfumato; ciò forse

aumentava la sua impazienza anche più del giusto.

La 1^a lettera dell'Arciduca Ferdinando al Vicerè, almeno finoggi,

non ci è nota testualmente: sappiamo solo che l'Arciduca scrisse nel

principio dell'anno 1608 da Ratisbona, avendolo ricordato egli stesso

nella 2^a lettera, e che dimandò la liberazione del Campanella, ma

l'invio della lettera fu ritardato da un tale che non conosciamo.

Tutto induce a credere che in conseguenza di essa, o forse meglio in

attesa di essa per prevenire le sollecitazioni, il Campanella sia

uscito dalla fossa, rimanendo per altro sempre in S. Elmo. Una lettera

dello Scioppio al Campanella senza indicazione di luogo nè di tempo,

ma evidentemente riferibile all'aprile o maggio 1608 come vedremo,

comincia col dire, «Godo che le tue cose vadano un pochino meglio»,

ciò che indica essere avvenuto un cambiamento nelle condizioni del

prigioniero in febbraio o marzo. Continua poi col suggerire che scriva

particolarmente all'Arciduca Ferdinando, rendendo grazie dell'aver

cominciato a gustare il frutto delle sue commendatizie, pregando di

richiederlo in ceppi al Re di Spagna, con la promessa di restituirlo

quando e dove al Re piacerebbe, e dichiarando che in tre mesi avrebbe

fatto molte e così grandi cose a vantaggio dell'Arciduca e di casa

d'Austria, da dover confessare che a niun altro egli era tanto debitore

quanto allo Scioppio che glie l'avea raccomandato. Aggiunge inoltre

voler essere spiegate due opinioni sue che venivano censurate: come mai

il Peripateticismo, che avea messo tanta radice nella Chiesa, poteva

dirsi empio al punto da ritenere Aristotile precursore dell'Anticristo;

perchè mai bisognava affaticarsi a propagare la Monarchia Austriaca,

se l'Anticristo era prossimo, e per opinione di molti, poggiata sopra

alcune parole di Daniele, appena 45 giorni doveano passare tra la morte

dell'Anticristo e il giudizio universale. Aggiunge da ultimo che assai

avrebbe giovato comunicargli qualcuno de' segreti che egli possiede in

beneficio dell'Arciduca. Come ben si scorge, lo Scioppio riconosceva

finalmente che le grandi promesse non alienavano niente affatto gli

animi de' Principi, ed anzi, furbo com'era, si disponeva a gustarne lui

pure i frutti, espilando sempre; coglieva al tempo stesso destramente

l'occasione per essere illuminato sulle maggiori quistioni relative

all'Anticristo, suo tentativo continuo di espilazione. In fondo

poi, il consiglio che dava al Campanella, circa il modo di scrivere

all'Arciduca Ferdinando, era identico a quello che il Campanella aveva

posto in atto presso l'Imperatore; non avea potuto riuscire presso

l'Imperatore, ma conveniva tentarlo presso Ferdinando.--A questa

lettera dello Scioppio dovè certamente seguire quella che reca la

data del 13 giugno senza l'anno, e poi ancora l'altra in data del 7

novembre egualmente senza l'anno, entrambe da noi pubblicate[482];

giacchè vi si trovano riprodotte intere frasi dello Scioppio, vi si

parla del doversi ricorrere del tutto all'aiuto del patrono Ferdinando,

vi si risponde a' quesiti proposti. Nella 1^a lettera il Campanella

dà la spiegazione de' tempi dell'Anticristo e del Peripateticismo che

considera come uno de' capi dell'Anticristo medesimo, distinguendo

in questo 7 capi, 7 corna, ed anche una coda rappresentata da Gog e

Magog, con molte altre particolarità atte a solleticare maggiormente

la curiosità dello Scioppio: ma non si occupa della quistione de' 45

giorni, che interessava personalmente il suo interrogante come si vide

in sèguito e come egli avea capito fin da principio; si duole del resto

di non aver potuto mandare i Profetali, facendone nascere sempre più

vivo il desiderio, e cerca infine qualche sussidio per gli alimenti

e la trascrizione de' libri. Ma l'importante per noi è che riconosce

doversi riporre ogni speranza in Ferdinando, per opera del quale

solamente vede farsi sempre più sereno, mentre da niun altro c'è da

sperare; e ripete che deve ottenersi da Ferdinando il suo trasferimento

in ceppi presso di lui per tre mesi, manifestando che il Papa non aveva

potuto ottenere nè il trasferimento suo a Roma nè la terminazione della

causa _de jure_ in Napoli (la quale notizia non saprebbe dirsi donde

gli fosse venuta). Nell'altra lettura poi si rileva qualche cosa di

più. Lo Scioppio, irritato, non rispondeva già a molte lettere del

Campanella, principalmente perchè il filosofo sospettava sempre che

egli volesse farsi bello con le opere sue; ma gli premeva di sapere

come dovesse interpetrarsi la faccenda de' 45 giorni successivi alla

morte dell'Anticristo, poichè il Re d'Inghilterra lo aveva confutato e

deriso circa tale fatto; si era quindi rivolto a fra Serafino di Nocera

perchè procurasse una risposta dal Campanella, dicendo con furberia che

la confutazione cadeva meno sopra di sè che sopra lo Squilla, il quale

ammetteva doversi verificare dopo l'Anticristo la Monarchia de' Santi,

e però, laddove non producesse argomenti capaci di sodisfare, egli ne

avrebbe deriso i Profetali (è manifesto che i Profetali gli aveano

toccato il cuore). Questa lettera a fra Serafino era stata scritta il

23 ottobre e giunse nelle mani del Campanella il 7 novembre, d'onde si

potrebbe desumere che lo Scioppio si trovasse pur sempre in Germania;

ma forse qualche circostanza estranea impedì un sollecito arrivo della

lettera, essendo ad ogni modo indubitabile, per notizia tratta da una

lettera dello stesso Scioppio scritta assai più tardi a Cassiano del

Pozzo e da noi pubblicata, che il 1608 egli tornò a Roma in qualità di

Ambasciatore Cesareo per menare innanzi la lega Cattolica, e siffatta

circostanza non deve sfuggire. Il Campanella, nella sua risposta, si

duole della freddezza dell'amico, e soggiunge, «abbastanza in addietro

hai fatto per me, se non vuoi far altro, nessuno ti costringerà»;

ma avendo lo Scioppio affermato essere facilissimo e spontaneamente

offerto dal suo patrono il trasferimento «ad urbem», dice che lo

gradirebbe assai, amando meglio morire in grembo alla Chiesa che essere

ben nudrito in mano di nemici, e soggiunge, «non dire di non poterlo

fare, poichè altrimenti riterrò essere stato uno scherzo quanto hai

professato di aver fatto per me» (forse si alludeva al trasferimento da

S. Elmo nella città di Napoli, ma piuttosto a quello da Napoli a Roma,

essendo oramai certo che lo Scioppio non credeva utile quest'ultima

maniera di trasferimento, perchè il Campanella sarebbe stato rinchiuso

nelle carceri del S.^{to} Officio, e ne sarebbe rimasto contrariato

il Fugger che lo voleva presso di sè). Del resto, quanto alla Curia

Romana, il Campanella dice con disdegno ed alterigia, «cessino di

augurarmi il peggio in Roma; la terra tollera più facilmente un Sole

che due» (parrebbe che in Roma avessero conosciuto gli sforzi che

si facevano in Germania per averlo colà, ma non li avessero punto

approvati, e il Campanella avea dovuto persuadersi non esservi per

lui alcuna simpatia nella Curia, ma invece una decisa avversione).

Chiarisce poi la quistione de' 45 giorni successivi alla morte

dell'Anticristo, ed accenna che per lui questo tempo è di molti

secoli, facendo avvertire la necessità di distinguere i capi e la coda

dell'Anticristo, la necessità di bene interpetrare i tipi e i postipi,

il trigono nel tetragono, i fini latenti negli esordii (un mucchio

di particolarità astruse); ed aggiunge, «i Profetali potrebbero ora

servire, dì al Papa che comandi si portino a lui, e forse io pure sarò

trasferito con essi»; quindi cerca di rabbonirlo e dice, «ti aspetto

fra breve ed avrai ciò che desideri da me» (le quali circostanze

menerebbero tutte a far ritenere che lo Scioppio già si trovasse in

Roma), ed infine chiede che gli mandi il libro del Re d'Inghilterra,

perchè risponderebbe egli medesimo, e questo forse gli profitterebbe di

più (ma non manda niente affatto i Profetali).

Non conosciamo finoggi altre lettere del Campanella allo Scioppio,

comunque apparisca possibile che ve ne siano state ancora. Aggiungiamo

poi che nell'intervallo scorso tra gl'invii delle due lettere suddette,

nell'autunno 1608, dovè accadere la venuta del Fabre a Napoli, nella

quale egli «lasciò» al Campanella un quesito _Sul Pieno e sul Vacuo_; e

il Campanella vi rispose, e in fine della sua risposta, che fu da noi

pubblicata, disse che stava «più stretto di prima quanto allo scrivere»

e che sperava venisse una lettera da Ferdinando, per la quale potesse

andare presso di lui; tale circostanza fa determinare con esattezza la

data che nella risposta manca, e giova tener presente che a tale data

i rigori verso il Campanella non erano del tutto cessati[483]. Bisogna

anche dire, secondo le notizie tratte dall'Epistolario romano, che

tanto lo Scioppio in Germania quanto il Fabre in Roma aveano cominciato

ad occuparsi della traduzione delle opere del Campanella: il Fabre

faceva tradurre in latino e in tedesco il _Dialogo contro i Luterani_,

e lo Scioppio, che ne sollecitava l'invio al Fugger, faceva tradurre in

latino i _Discorsi a' Principi d'Italia_ ed anche il primo libro degli

Antiveneti; ma di tutte queste traduzioni non si vide mai la fine.

Del pari non si vide mai la conchiusione della mossa del Campanella

presso Ferdinando così come era stata concertata con lo Scioppio, vale

a dire che Ferdinando scrivesse al Re di Spagna di lasciar venire il

Campanella in ceppi presso la persona sua per tre mesi: invece se ne ha

una lettera al Vicerè in data di Grätz 3 ottobre 1608, con la quale,

accennando all'altra sua precedente inviata nel principio dell'anno,

dice che, sebbene non gli sia nota la causa della continuazione della

prigionia del Campanella, essendo informato che questo soggetto «per

la sua rara dottrina può far gran profitto nella religione Cattolica,

sì come massime in questi tempi simili persone sono molto necessarie»,

prega S. E. «di fare gratia al nominato Campanella, liberandolo quanto

prima della sua ritentione», ciò che sarà a lui «et a' principali

altri, che fanno la medesima instanza, di molto gusto». Come mai

Ferdinando desistè dal chiedere il trasferimento del Campanella presso

la persona sua? Forse egli seppe che questo non piaceva punto a Roma,

dove per lo meno si dovea pretendere che il prigioniero venisse a

scontare nel S.^{to} Officio la condanna riportata, onde il Campanella

ebbe poi a dire «cessino di augurarmi il peggio in Roma»; forse

anche il progetto di far dimandare quel trasferimento fu un semplice

artificio dello Scioppio per indurre il Campanella a rivelargli

qualcuno de' segreti, de' quali avea dapprima biasimata la promessa.

Forse vi fu l'una e l'altra cosa insieme, ma privi della lettura di

tutti i documenti noi non siamo in grado di tentarne l'interpetrazione:

solo possiamo dire che il Berti assicura essersi dalla lettera ottenuto

il semplice trasferimento del Campanella dal Castel S. Elmo al Castel

nuovo. Dobbiamo poi aggiungere che vi fu ancora un'altra lettera

di Ferdinando al Vicerè, scritta ad istigazione di Giorgio Fugger

in data di Grätz 10 maggio 1609, e in questa non si parlò più di

liberazione del Campanella, ma invece di due altre cose ben diverse,

che meritano di fermare l'attenzione. Ferdinando pregò S. E. in questi

termini: «di dar ordine et procurare affine che detto Campanella

finisca senza impedimento e dimora i suoi libri della Matematica,

d'Articoli profetali et anco della Metafisica. E tanto maggiore sarebbe

l'appiacere se mi fossero mandati essi libri, come spero non l' sarà

contrario. E poichè molti degni di fede rendono testimonianza et

affermano che l'istesso Campanella habbi per il rarissimo suo ingegno

et sottil intelletto molte cose di palesare che ridondano in utile et

beneficio della M.^{tà} Cat.^{ca} mio sig. cognato, e della nostra casa

d'Austria, sarebbe ben fatto che V. Ecc.^{za} lo facesse venir avanti

di sè, et intendesse quelli suoi secreti; si come la prego a farlo per

amor mio, et comunicarmi poi quel tanto che l' parerà necessario». A

questa lettera il Vicerè avrebbe risposto «che non era in sua facoltà

di far uscire il Campanella»: come ognuno vede, tale risposta non ha

alcuna relazione con la proposta, e potrebbe intendersi meglio in

relazione con la lettera antecedente. Ma ad ogni modo, con l'ultima

lettera, a che riducevasi infine la protezione accordata da tutti

questi Signori al Campanella? Ad una pura e semplice espilazione e su

tutta la linea, col riconoscimento di qualità superiori nell'uomo

di cui s'intendeva carpire le opere e i consigli; e ciò forma il più

grande elogio del Campanella, e dovrebbero riflettervi coloro i quali

trovano in lui tanti difetti, e cercano sparger dubbî perfino sulla

sua capacità e sulla sua dottrina. Con tanti difetti, con tanto poca

capacità e dottrina, per sì lungo tempo e con sì grande ardore egli fu

stimato in Germania quasi indispensabile per tener fronte agli eretici

di quell'età: non è a nostra notizia che parecchi individui siano stati

stimati altrettanto[484].

È inutile oramai per la nostra narrazione vedere come anche il Fugger

dopo altri tentativi presso la Corte di Madrid, venuto egli medesimo in

Napoli nel 1610, si fosse raffreddato definitivamente, e il Fabre e lo

Scioppio si fossero persuasi che il Campanella «stava bene dove stava»,

con accompagnamento anche di dileggi villani e spudorati da parte dello

Scioppio: la nozione chiara del disegno di congiura d'accordo col

Turco, e il convincimento che varie cose, e tra le altre le apparizioni

dì diavoli, fossero state simulate per uscire dalla prigione, tolsero

al Campanella ogni appoggio; ed è indubitabile che cessato questo

appoggio, i rigori del carcere furono per lui sempre più mitigati

dal Governo Vicereale. A noi importa qui principalmente mettere in

luce, che in tutti i maneggi per la liberazione del Campanella non

vi fu la menoma partecipazione della Curia Romana. Nella nostra

precedente pubblicazione sul Campanella avevamo combattuta la pretesa

«missione Papale avuta dallo Scioppio per trattare la liberazione del

prigioniero», ed anche negata la venuta dello Scioppio in Napoli che

dicevasi effettuata nel 1608, essendoci costui apparso senza dubbio un

protettore del Campanella ma col fine recondito di espilarne le opere:

i nuovi documenti datici dal Berti hanno provato che vi fu una venuta

dello Scioppio, ma nel 1607, ed hanno confermato appieno che la Curia

Romana non contribuì per nulla a' tentativi di liberazione ma forse li

contrariò, ne hanno affatto smentito che lo Scioppio fu principalmente

un espilatore. La missione Papale avuta dallo Scioppio fu già affermata

dal Naudeo, il quale nel _Syntagma_, a proposito de' libri inviati allo

Scioppio, fece dire dal Campanella «omnes jam dictos libros Scioppius

a me accepit anno 1608, cum venit missus a Paulo V meam tractaturus

libertatem, dedi etiam et Atheismum triumphatum»: e rimarrà sempre un

esempio di grande distrazione l'aver voluto trovare nella lettera del

Campanella con la data del 1607, posta qual Proemio dell'_Ateismo_

e pubblicata dallo Struvio, la conferma di una venuta che dicevasi

effettuata nel 1608; così pure l'avervi voluto trovare la conferma

della missione favorevole data allo Scioppio da Paolo V, mentre vi si

legge, «Levitae et Sacerdotes pertransierunt me absque benedictione...,

jacebam prastolans mortem sicut Elias sub junipero, tu autem tanquam

Angelus me ad vitam excitasti, sed subcineritium panem non attulisti,

in cujus fortitudine me usque ad Oreb faceres ambulare». Il Campanella

in una prefazione a nomo del tipografo, apposta alla ristampa

dell'opera _De Sensu rerum_ fatta in Parigi il 1637, disse che al pari

di Tobia Adami e Rodolfo di Bima venuti in Napoli il 1613, anche lo

Scioppio si aveva procurate dagli amici tutte le opere che egli avea

composte «in anno 1608»; ma in una data più vicina a questa di cui

trattiamo, nel 1631, quando potè pubblicare per la prima volta in Roma

l'_Ateismo debellato_, nella prefazione disse, «misi hunc libellum

amico ut proficeret in Germania, anno Domini 1607, multosque libros

meos»; nè in alcuno di questi due brani parlò mai della missione data

allo Scioppio da Papa Paolo. Il Naudeo, che fu il vero redattore del

_Syntagma_, venne forse tratto a scrivere ciò che scrisse, rilevando

l'anno dal primo de' due brani suddetti, ed aggiungendo la circostanza

della protezione del Papa pel gusto inopportuno di recar gloria al

Papato e vantaggio alla riputazione del Campanella: egli avea già fatto

lo stesso scrivendo il celebrato _Panegirico_ ad Urbano VIII, in cui

non solo esaltò questo Papa qual protettore del Campanella, ma anche

Gregorio XV, Paolo V, e perfino Clemente VIII, che aveva certamente

inaugurato l'abbandono del filosofo nelle mani degli spagnuoli. Ma,

al solito, lo stesso Naudeo parlò nuovamente della venuta dello

Scioppio a Napoli in una lettera privata diretta appunto a lui, che

fu pubblicata dopo la sua morte e che noi non mancammo di ricordare;

e in questa lettera parlò ben diversamente dello scopo della venuta a

Napoli, riducendolo alla semplice voglia di vedere il Campanella, senza

alcuna missione Papale. «Neapolitanum iter, quod _ejus tantum invisendi

gratia_ susceptum a te fuit»; e del resto per non mancare all'abitudine

dell'elogio continuo, vero o falso, il Naudeo aggiunse essere stato

dallo Scioppio procurato al prigioniero l'assegno di una non mediocre

quantità di danaro per vitto e la concessione di una somma libertà, i

quali beneficii sappiamo veramente essere stati goduti dal prigioniero

alcuni anni dopo[485].--Non paia eccessivo questo trattenerci a lungo

sul fatto della missione Papale: se ci fossero elementi capaci di

accreditarlo, il fatto riuscirebbe sufficientemente grave; e per esso

appunto siamo entrati ne' tanti e tanti particolari di ciò che avvenne

dal 1607 in poi, giacchè altrimenti ci sarebbe bastato dire che il

Campanella non trovò ascolto favorevole alle sue dimande nè in Roma nè

in Spagna, in nessuna delle due parti che avrebbero potuto realmente

dare un termine a' suoi guai. Qualora avesse dovuto accogliersi

il fatto di una missione di Paolo V «per trattare la libertà del

Campanella» od anche una partecipazione di Paolo V a' maneggi altrui

per farlo uscire in libertà, sarebbe apparso molto naturale essere

state mandate buone al Campanella le ragioni da lui addotte in difesa

presso la Curia, circa la congiura e l'eresia, essersi riconosciuta

ne' guai del Campanella una pura e semplice soperchieria di Spagna:

per verità questo non avrebbe scosso dalle fondamenta ciò che abbiamo

esposto massime intorno alla congiura, mentre la Curia mille volte

pretese essere stati calunniati i delinquenti sol perchè clerici;

ma avendo spesso abbandonato gl'imputati ecclesiastici anche appena

sospetti, ogni qual volta trattavasi d'imputati politici, sarebbe

sempre rimasto un motivo di dubbî e di perplessità. Invece è chiaro

che Paolo V, già guarito della mania dell'immunità ad ogni costo dopo

la faccenda di Venezia, avrebbe potuto solamente reclamare dal Governo

Vicereale che si pronunziasse una volta la sentenza nella causa della

congiura in persona del Campanella, la qual cosa nemmeno il filosofo

desiderava, ma non mai trattare perchè egli fosse posto in libertà.

Essendo stato dal suo antecessore, con un Breve in piena regola,

istituito un tribunale ecclesiastico speciale in Napoli, non avrebbe

potuto seriamente esigere che il Campanella fosse stato giudicato

dal tribunale Romano com'egli dimandava: è superfluo poi dire quanto

grave sarebbe riuscito l'accogliere l'altra dimanda del Campanella,

l'annullamento di un giudizio di eresia, menato innanzi con tutta

la solennità possibile, sotto l'ingerenza continua della rispettiva

Congregazione Cardinalizia preseduta dal medesimo Papa antecessore. Ed

appunto perchè vi era stata una condanna in siffatto giudizio, riesce

chiaro che il Papa avrebbe sempre dovuto esigere che il Campanella, non

appena uscito dal carcere di Napoli, l'espiasse, e non andasse già a

predicare contro gli eretici, mentre con quella condanna egli medesimo

era stato implicitamente dichiarato un eretico: sotto tale rispetto è

pure da notarsi che lo Scioppio, consapevole della condanna e tanto

svisceratamente attaccato al Papa e alle istituzioni Cattoliche, vi

si sia mostrato davvero tanto poco ossequente; ma vediamo anche oggi

dove vada per solito a parare lo sviscerato attaccamento al Papa e alle

istituzioni Cattoliche.

Inutili dunque riuscirono gli appelli, le suppliche, le lettere del

Campanella, e gli sforzi de' suoi protettori, compresi quelli attuati

per mezzo dello Scioppio, non approdarono a nulla: egli rimase nel

carcere, dove i rigori furono ulteriormente mitigati sempre, ma non si

venne mai più alla sentenza, essendosi poi col tempo perfino disperso

o bruciato il processo, sicchè, anche volendo, non si sarebbe potuto

sentenziare. E vogliamo dire che egli non cessò mai di serbare viva

gratitudine verso coloro i quali si adoperarono per lui, verso lo

stesso Scioppio, sebbene avesse avuto ragione di convincersi che

si era servito delle opere trasmessegli per comporre le proprie.

Appunto nella prefazione dell'_Ateismo debellato_ stampato nel 1631,

ricordando di aver mandato «ad un amico» quel libro con molti altri,

il Campanella aggiunse, «quibus ad suorum compositionem profecit», ed

augurò all'_Ateismo_ «meliores fructus apud veritatis et non propriae

gloriae cultores»: nella prefazione poi della ristampa parigina

dell'opera _De Sensu rerum_, nel 1637, lodando Tobia Adami che gli si

era mostrato fedele nell'aver procurata la pubblicazione delle opere

avute, e menzionando lo Scioppio ed altri tedeschi e francesi, che

avute le opere «nulla fecero per la gloria dell'autore», aggiunse

«nisi Scioppius pro vita in principio». Così fino agli ultimi anni

suoi il Campanella, ricordando il male, non dimenticò il bene, e ciò

prova la bontà della sua natura, la quale del rimanente è attestata

anche da varii altri fatti memorabili: basta considerare la difesa di

Galileo Galilei, che scrisse mentre si trovava tuttora nel carcere di

Napoli, e la difesa di Girolamo Vecchietti, che sostenne con pieno

successo quando se lo trovò a lato nel carcere del S.^{to} Officio

in Roma[486]. Le speranze di prossima liberazione lo tennero inerte

per molto tempo. Dopo di aver menato a termine febbrilmente le opere

da doversi trasmettere allo Scioppio, scrisse soltanto gli opuscoli

epistolari che abbiamo menzionati: gli ultimi tra questi, riferibili al

1608, furono gli opuscoli _Sul Peripateticismo_ e _Sul tempo successivo

alla morte dell'Anticristo_, che forse rappresentano le risposte al

Re d'Inghilterra delle quali si trova fatta menzione nel Syntagma, ed

inoltre quello _Sul Pieno e sul Vacuo_ diretto al Fabre. Al sèguito di

essi si può mettere quello _Per l'Abate Persio sull'uso della bevanda

calda_, che dovè essere di maggior mole e vedesi già preconizzato

nell'opuscolo antecedente _Sul calore estivo_: esso apparisce

riferibile a questo periodo, nel quale certamente il Campanella

trovavasi in assidua corrispondenza col Persio, come mostra l'ultima

sua lettera al Fabre tra quelle da noi pubblicate; ma bisogna anche

dire che vi furono molti opuscoli e lettere all'indirizzo de' Fuggers,

secondochè risulta dalla menzione fattane nel _Syntagma_. Compose

inoltre senza dubbio molte poesie di dolore o di sdegno pubblicate

poi dall'Adami, delle quali riesce di poter determinare talvolta la

data precisa e più sovente la data approssimativa, sia dietro qualche

circostanza che vi si vede notata, sia dietro qualche riproduzione di

pensieri che si trovano espressi nelle lettere e nelle opere di data

conosciuta. P. es. non si può dubitare che l'«Elegia al Sole», composta

quando stava ancora nella fossa, debba dirsi della fine di marzo 1607,

poichè vi si parla del sole in ariete e del tempo in cui Gesù risorse,

ciò che ci mena alla Pasqua di risurrezione del 1607, sapendosi che

in quest'anno veramente la Pasqua si celebrò col sole in ariete il

26 marzo, mentre nell'anno anteriore e nel posteriore si celebrò in

aprile; dippiù vi si trova quel pensiero che fu poi riprodotto nella

lettera a Mons.^r Querengo del luglio 1607:

«Le smorte serpi al tuo raggio tornano vive,

invidio misero tutta la schiera loro».

Ancora il pensiero che trovasi nella stessa lettera, l'esser cioè il

povero prigioniero «un meschino condannato dall'opinione popolare e

di Principi, come il più empio e malvagio che fosse mai stato nel

mondo», ci apparisce quello che ispirò i Sonetti «Della plebe» ed «A

certi amici, ufficiali e Baroni» etc.; ma perfino le lettere al Papa,

oltrechè l'_Ateismo debellato_, recano pensieri posti del pari in

versi quasi letteralmente, nè possiamo far altro qui che indicare tale

criterio per la ricerca delle date. E poichè abbiamo citati que' due

Sonetti, vogliamo pur dire che nell'uno «Della plebe» il sentimento

di un legittimo disgusto ci apparisce fin dal titolo predominante su

quello della compassione, e nell'altro «A certi amici» il contesto di

tutta la proposizione, là dove si dice che «un piccol vero gran favola

cinge», non rende queste parole applicabili propriamente alle imprese

tentate in Calabria, come è parso ad un egregio storico; nè sappiamo

poi resistere alla tentazione di ricordare qui l'aurea sentenza che vi

si legge, e che non è riferibile propriamente alla plebe, da cui il

Campanella professava non potersi trar nulla, bensì riferibile a coloro

che vanno per la maggiore:

«Nè il saper troppo come alcun dir suole,

ma il poco senno degli assai ignoranti

fa noi meschini e tutto il mondo tristo».

Ma ciò che qui principalmente c'interessa di ricordare si è, che tutte

queste poesie insieme con le altre scritte posteriormente fino al

1613, come pure le note delle quali vennero corredate dallo stesso

Autore, sebbene fossero state soggette ad una scelta e non col solo

criterio del merito filosofico e letterario, bensi con quello pure

della convenienza politica e giudiziaria, costituiscono pur sempre

un fonte prezioso di ricerche sugli atti e sugl'intendimenti veri

del Campanella, le notizie de' quali doverono sottostare a tanti

garbugli. Come da un lato la _Città del Sole_ mostra le idee riposte

del Campanella, così questa _Scelta delle Poesie filosofiche con

l'esposizione_, studiata con amore ed accorgimento, rivela notizie

importanti e testimonianze autentiche ben capaci di stare a fronte

alle testimonianze del pari autentiche ma in senso affatto diverso:

nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella, a proposito della

edizione Adami da noi trovata e studiata nella Biblioteca de' PP.^i

Gerolamini, ci si è offerta l'occasione di fare alcune considerazioni

su tale proposito, e ad esse rimandiamo i nostri lettori[487].

Abbiamo detto che secondo le notizie tratte dall'Epistolario romano

il Campanella sarebbe uscito dalla fossa di S. Elmo, rimanendo sempre

in quel Castello, verso il febbraio o marzo 1608, dopo che era stata

scritta la 1^a lettera dall'Arciduca Ferdinando nel gennaio: noi

eravamo pervenuti allo stesso risultamento con calcoli fatti sopra

una notizia, per altro poco chiara, che trovasi nella nota posta in

coda alla Canzone «Della Prima Possanza»[488]. Quivi si legge che egli

uscì dalla fossa, in cui stava quasi disfatto, otto mesi dopo di avere

scritta quella Canzone, «sebbene ci stette tre anni ed otto mesi»: il

«sebbene» rende poco chiara la notizia, ma ritenendo l'entrata nella

fossa avvenuta in luglio 1604 secondo i còmputi altrove esposti, e

aggiungendovi tre anni ed otto mesi, abbiamo che, mentre la Canzone

fu scritta in luglio 1607, l'uscita dalla fossa dovè accadere verso

il marzo 1608; ed è superfluo fare avvertire come rimanga provato

sempre meglio che la data dell'entrata nella fossa deve dirsi quella

da noi stabilita. Importerebbe poi conoscere con precisione la data

del trasferimento dal Castel S. Elmo al Castel nuovo, e finora si ha

in modo vago che il trasferimento sarebbe accaduto dopo la 2^a lettera

di Ferdinando, vale a dire dopo l'ottobre 1608: dal _Syntagma_ si ha

dippiù che nel 1611 era già accaduto un altro trasferimento dal Castel

nuovo al Castello dell'uovo. La conoscenza della data precisa del

1^o trasferimento, dal Castel S. Elmo al Castel nuovo, importerebbe

anche per fermare una circostanza fondamentale, capace di contribuire

al chiarimento di un fatto della vita intima del Campanella, che è

affermato dalla tradizione ma che potrebb'essere piuttosto leggendario.

Alludiamo alla nascita di quel grande che fu Gio. Alfonso Borrelli,

alla cui memoria si vedrebbe già elevato in Napoli un monumento, se vi

fosse, come vi dovrebb'essere, il culto della dottrina e della virtù;

è noto che verso questo tempo egli nacque nel Castel nuovo, e che una

tradizione vorrebbe fosse nato dal Campanella[489]. Aggiungiamo poi

che tanto nel Castel S. Elmo, quanto nel Castel nuovo e del pari nel

Castello dell'uovo, il Campanella, assomigliandosi a Prometeo, continuò

sempre a dire di trovarsi «nel Caucaso»; altre volte disse di trovarsi

«nella Ciclopèa caverna»; questo rilevasi dalle Lettere e dalle

Poesie. Perchè mai il Campanella si assomigliava a Prometeo? In molte

sue lettere egli si riconobbe colpevole di aver voluto servire alla

rivelazione de' tempi, e così essendo le cose dovrebbe intendersi avere

avuta la sorte di Prometeo per aver voluto scrutare ed annunziare agli

uomini i pensieri di Dio, gli eventi ordinati da Dio. Ma nella lettera

allo Scioppio pubblicata dallo Struvio parlò esplicitamente della sua

condizione di Prometeo, consegnando l'opera dell'_Ateismo debellato_

con queste parole: «Eia mi Scioppi, cape facellam hanc, in pectoribus

hominum interclude, si forte ex ruderibus fiant animalia, ex animalibus

homines; tibi debetur hoc munus, qui hujus saeculi es aurora; ego

tanquam Prometheus in Caucaso detineor, quoniam non rite hoc functus

sum munere, abusus sum donis ejus, ebibi indignationem ejus».

Intanto nella lettera medesima lo Scioppio era sospettato tutt'altro

che l'aurora del secolo, e quindi ognuno, tenendo presente l'alto

concetto che il Campanella aveva di sè e della sua missione nel mondo

(principale ragione di fargli desiderare la vita), ammetterà piuttosto

che siasi rassomigliato a Prometeo nel senso della trilogia di Eschilo:

aver concepito disegni divini, riflessi del Primo Senno, ed essersi

sforzato d'infonderli ne' petti umani; venir punito «per avere troppo

amato gli uomini»; aspettarsi un giorno la liberazione e il trionfo.

Su questo ultimo fatto non cade dubbio, sapendosi dalle sue Poesie che

egli sperava doversi al termine del suo carcere gridare «Viva, Viva

Campanella»; sicchè da tutti i lati emerge abbastanza chiara anche la

vera condizione sua per la quale ritenevasi punito, conforme a quella

dichiarata dal Prometeo d'Eschilo:

Τὸν Διὸς ἐχθρὸν, τὸν πᾶσι θεοῖς

δι' ἀπεχθείας ἐλθόνθ' ὁπόσοι

τὴν Διὸς αὐλὴν εἰσοιχνεύσιν

διὰ τὴν λίαν φιλότητα βροτῶν.

Certamente poi bisogna del pari intendere con le nozioni dateci da

Omero quell'arguta versione tra le tante, che lo stesso Campanella

fornì circa il termine della sua condizione di Prometeo o l'uscita

dalla Ciclopèa caverna: tale versione si legge nella sua lettera a

Pietro Seguier, posta innanzi all'opera intitolata _Disputationum

Philos. realis lib. quatuor_ Paris. 1637, ed essa, a parer nostro,

avrebbe dovuto fermare moltissimo l'attenzione de' biografi del

filosofo. Parlando degli ergastoli, ne' quali i persecutori,

«gl'ingrati padroni», l'aveano tenuto «gratis», il filosofo dice che

non avrebbe mai pubblicato le opere in essi composte, «nisi Deus per

miraculum longe mirificentius quam astutum facinus Ulyssis, quod de

antro Polyphemi fecit ut exiret, me liberasset». Si comprende che il

titolo d'«ingrati» dato a' padroni, naturalmente tanto laici quanto

ecclesiastici, è consentaneo all'atteggiamento preso dal filosofo

dopo la carcerazione e mantenuto per tutto il resto della sua vita;

ma in ultima analisi questi padroni rappresentavano per lui Polifemo,

e coll'aiuto di Dio egli ne scampò mediante un «astutum facinus longe

mirificentius» di quello di Ulisse, vale a dire che astutamente, e

in una sfera ben più elevata, egli li ubbriacò, li accecò, e riuscì

a salvarsi ponendosi in branco tra le pecore, aggrappato bravamente

agli egregi velli del pecorone massimo (storia che non ha bisogno di

commenti e che dice anche troppo):

ἀρνειὸς γὰρ ἔην, μήλων ὄχ' ἄριστος ἁπάντων,

τοῦ κατὰ νῶτα λαβὼν, λασίην ὑπὸ γαστέρ' ἐλυσθείς

κείμην· αὐτὰρ χερσὶν ἀώτου θεσπεσίοιο

νωλεμέως στρεφθεὶς ἐχόμην τετληότι θυμῷ.

Una simile proposizione, anche figurata, emessa quando già non c'era

più nulla a temere e tanto meno a sperare da tutti i lati, riesce degna

di fede incomparabilmente più di tutte le altre emesse in tempi ben

diversi: e questo criterio vale senza dubbio per giudicare le cose

dette sì dal Campanella che da' suoi più intimi amici circa le cause

delle sue sciagure; poichè non mancano neppure proposizioni di qualche

suo intimo amico, attestanti piena innocenza quando gravi riguardi

imponevano di parlare in tal modo, ed attestanti tentativi di nuovo

Regno e di nuova religione quando non c'era da usare riguardi e poteasi

dire la verità senza danni.

Il nostro compito è esaurito; dobbiamo solamente fermarci ancora un

poco su due quistioni, che senza dubbio saranno sorte nell'animo de'

lettori, i quali per avventura abbiano seguito con interesse il corso

di questa narrazione. Perchè mai il Governo Vicereale volle comportarsi

così brutalmente col Campanella, costituendosi anche dal lato del

torto, mentre avrebbe potuto ottenerne dal tribunale Apostolico la

condanna all'ultimo supplizio? Perchè mai il Governo Vicereale volle

far soffrire al Campanella il martirio di oltre un quarto di secolo, e

la Curia Romana, tanto lesta ed ardita nell'esigere il rispetto delle

prerogative degli ecclesiastici, non ebbe alcun sentimento o per lo

meno alcun sentimento efficace della tutela di queste prerogative in

persona del Campanella?

Circa la prima quistione, a noi sembra evidente che sulla

determinazione del Governo abbiano avuto ad influire dapprima il

sospetto e la diffidenza, poi anche il puntiglio giurisdizionale, in

sèguito la sconvenienza assoluta di un supplizio tanto ritardato.

Coi criterii d'oggidì sarebbe quasi impossibile intenderlo, ma

è necessario riportarsi a' criterii del tempo. Il sospetto e la

diffidenza, che aveano sempre campeggiato in questa causa per una lunga

serie d'incidenti, doverono al termine di essa destarsi con maggiore

intensità. C'era il gusto della soverchieria anche tra' Governi, e

l'abilità si faceva consistere nel soverchiare. Poteva darsi il caso,

veramente improbabile ma non impossibile, che all'ultima ora da Roma

fosse stato insinuato al Nunzio il risparmio della vita del Campanella,

con la condanna p. es. alla galera in vita; l'altro Giudice, compagno

del Nunzio, si sarebbe invece pronunziato per la pena di morte;

chi avrebbe allora dovuto risolvere la discrepanza? E risoluta la

discrepanza nel senso della galera in vita, come si sarebbe scansata la

richiesta dell'invio del condannato a Roma, per remigare sulle galere

di S. S.^{tà}? Quanto al puntiglio giurisdizionale, bisogna considerare

le tendenze del tempo veramente incredibili in tale materia, la lotta

vivissima e continua, benchè non sempre appariscente, tra Napoli e

Roma. In questa lotta, anche più degli spagnuoli, si distinguevano

i napoletani, e il Vicerè medesimo, trattandosi di quistioni

giurisdizionali, difficilmente riusciva a sottrarsi all'influenza loro

nel Consiglio Collaterale; se si avesse, come sarebbe a desiderarsi

grandemente, una storia di questo Consiglio, riuscirebbe manifesto

che i Consiglieri napoletani, serbando tutte le possibili forme

di devozione e di ossequio, in sostanza erano i più diffidenti e

puntigliosi verso Roma; tra le scene di servilismo più abietto, le

quistioni con Roma avevano il potere di far lampeggiare in essi il

patriottismo più rovente. Così a ragion veduta, anche a proposito

degl'indegni trattamenti a' quali il filosofo venne sottoposto, noi

abbiamo parlato di Governo Vicereale più che di spagnuoli e Corte di

Spagna, contro cui sono stati sempre esclusivamente diretti i biasimi

e i vituperii, sapendo che il Vicerè dovè udire l'avviso del Consiglio

Collaterale negl'incidenti della causa del Campanella[490]. E pur

troppo Roma avea data occasione a' puntigli: durante la causa, i

superbi «comandamenti di S. S.^{tà}» erano venuti in campo abbastanza

sovente, ma l'ultimo di essi, quello di far sentenziare dal solo

Nunzio in una causa di Stato mentre si era pure convenuto altrimenti,

sorpassava davvero ogni limite. Bisognava dare una risposta a Roma, e

la risposta fu atroce, quantunque in forma più che modesta e affatto

calma. Roma la comprese perfettamente e non parlò più, ma bisogna pure

ammettere che essa venne ad accomodarvisi di buon grado: riuscirebbe

altrimenti inesplicabile l'aver potuto tollerare in pace, nè per breve

tempo bensì per anni, la violazione perfino di quanto si era convenuto

fin da principio, di doversi cioè tenere il Campanella in carcere,

egualmente che tutti gli altri ecclesiastici, a nome ed istanza del

Nunzio, come prigione di lui; e ciò mentre quotidianamente per ogni

menomo clerico, ancorchè malfattore de' più feroci, fioccavano i

suoi reclami laddove si fosse verificata la più lieve infrazione

dell'immunità ecclesiastica. Non occorre poi spendere molte parole per

dimostrare, che essendo scorsi già varii anni dal momento del reato e

della cattura del reo, al Governo doveva ripugnare l'esecuzione di una

pena capitale, massime in persona di un ecclesiastico. Trattandosi

di reati gravi, non appena il voluto reo era caduto nelle mani della

giustizia, per canone indeclinabile si abbreviavano i termini in modo

spietato, e si preferiva di andare incontro ad una condanna meno

giusta, anzichè ad una condanna tardiva: la prontezza ed esemplarità

della pena era ritenuta una condizione tanto necessaria, che quasi non

occorreva più pensare alla pena allorchè quella condizione mancava.

Un cumulo di circostanze, non provocate ma deplorate dal Governo

Vicereale, aveano prodotto un ritardo notevole, ed oramai alla pena

capitale non si poteva più pensare: si devenne a ciò che dapprima il

Campanella medesimo avea proposto come il migliore espediente, il

carcere per un tempo indefinito, il quale fu poi anche mitigato, sia

pure dietro le potenti commendatizie, e mitigato di certo ulteriormente

in modo niente affatto ordinario, ma senza dubbio facendo rimanere

negata la giustizia, calpestata ogni maniera di dritto. Tuttavia non

deve sfuggire che se in dritto il non essersi proceduto alla sentenza

fu una solenne ingiustizia, nel fatto solamente in tal guisa il

Campanella riuscì ad aver salva la vita, non potendo dubitarsi che la

sentenza del tribunale Apostolico, anche col nuovo Nunzio e col nuovo

Consigliere, sarebbe stata sempre la degradazione e la consegna alla

Curia secolare e quindi l'ultimo supplizio. Così bisogna pure guardarsi

dal maledire l'interruzione della causa, e bisogna piuttosto esser

grati alla lotta giurisdizionale, alle superbie, alle pretensioni, alle

diffidenze, a' puntigli, all'abbandono; perfino all'abbandono, poichè

se Roma avesse insistito su ciò che era veramente un suo dritto, la

cosa non sarebbe andata affatto meglio pel povero Campanella, e si è

visto che egli medesimo si protestava energicamente che la sua causa

non doveva terminare in Napoli.

Circa la seconda quistione, non ci pare dubbio che i due fatti

egualmente notevoli, cioè la pervicacia e crudeltà del Governo

Vicereale nel non desistere da un'ingiustizia, e l'indolenza e mollezza

della Curia Romana nel non reclamare seriamente un suo dritto per anni

ed anni, si spieghino solamente con l'opinione divenuta comune ad

entrambe le parti, che il Campanella fosse un uomo pericoloso per lo

Stato e per la Chiesa. Possiamo aggiungere senza esitazione, che più

si mostrava la rigogliosa vitalità del prigioniero, più si veniva a

manifestare la sua dottrina, la sua energia, la sua versatilità, la sua

vena inesauribile, più doveva egli essere giudicato pericoloso. La cosa

merita di essere ben valutata, e gioverà trattenervisi qualche momento.

Lo Stato, che avea veduto sorgere in breve tempo un disegno non lieve

di ribellione per la sola parola efficace del Campanella, non potè mai

rimanere tranquillo sul conto di lui; e per quanto egli si stemperasse

in proteste di devozione, e spiegasse nelle sue opere un grande

attaccamento a Spagna, non gli accordò mai fede. Vedendolo poi rivolto

a Roma assiduamente, con la teorica del dovervi essere una sola

greggia ed un solo pastore Sacerdote e Re al tempo medesimo, sospettò

sempre che una volta liberato avrebbe potuto riuscire nelle mani del

Papa una forza notevole. Così dopo una diecina di anni al più, sebbene

il Campanella avesse continuato a dire che si trovava nel Caucaso,

in realtà sappiamo che il Governo Vicereale lo tenne in carcere da

potersi veramente chiamare _cortese_, come il Baldacchini chiamò

il carcere di S. Officio sofferto più tardi in Roma, e con ragione

incomparabilmente maggiore, vista la qualità del Governo che a tanto

si piegava e il tempo in cui vi si piegava; ma di mandarlo via non

volle mai udire a parlare, presago che avrebbe avuto a pentirsene. Gli

concesse perfino di tenere insegnamento privato nelle carceri, oltrechè

scrivere a sua volontà, porsi in corrispondenza con chi gli piacesse,

ricever visite anche da illustri viaggiatori di passaggio per Napoli,

e quanto alle opere che componeva, si vide il Nunzio nel 1611 fargli

fare una perquisizione ed impossessarsi di quello che gli si trovarono,

mentre nulla di simile si vide da parte del Governo. I Vicerè che si

successero, il Conte di Lemos figlio, il Duca d'Ossuna, infine anche il

Duca d'Alba, ebbero per lui stima e riguardi, più che non ne ebbero i

Vicerè ecclesiastici, il Card.^l Borgia e il Card.^l Zapatta, e fin dal

3 novembre 1616, certamente pe' favori dell'Ossuna, il Campanella potè

scrivere al Galilei «sto quasi in libertà»; ma l'uscita dal Castello

non gli venne accordata, se non dopo che scorse oltre un quarto di

secolo, dopo che il processo si era già perduto da un pezzo, ed

un'ulteriore custodia del prigioniero non sentenziato nè sentenziabile

si potea dire, più che inumana, vergognosa. La preoccupazione del

Governo fu sempre che il Campanella avrebbe potuto riuscire una forza

notevole nelle mani del Papa: ce lo ha dimostrato tutto l'atteggiamento

da esso preso durante i processi, e ce lo conferma un prezioso

documento da noi rinvenuto in Madrid. Perfino poco tempo prima che

il Campanella fosse liberato, il Card.^l Trexo spagnuolo, ammiratore

suo e giudice competentissimo della posizione, gli ricordava le

condizioni del Regno a fronte di Roma, gli faceva riflettere che troppo

sovente egli aveva ne' suoi scritti lodato l'insolito governo di un

Principe che fosse Re e Sacerdote ad un tempo, e soggiungeva: «poni

mente a cancellare quest'articolo, o almeno a spiegarlo in un senso

tale, che l'animo del Re, il quale non è nè può essere Sacerdote,

e le orecchie de' suoi ministri non se ne offendano e ti abbiano

ancora in sospetto». Nessuno intanto, speriamo, vorrà supporre in noi

l'intenzione di scusare il Governo Vicereale, adducendo le concessioni

fatte al Campanella e la preoccupazione che gli vietava di accordargli

la libertà: noi, forse più di chiunque altro, siamo convinti che

il procedimento del Governo fu non solo iniquo ma anche letale

segnatamente pel Napoletano; poichè il colpo gravissimo, inflitto alla

cultura e al carattere di un uomo portentoso, ricadde sulla cultura e

sul carattere del paese. Colui che aveva iniziato la sua carriera con

la «Filosofia dimostrata co' sensi», ed aveva osato concepire un più

che audace progetto di riscossa nei campi dello Stato e della Chiesa,

non potè appunto profittare dei suoi sensi, dovè abbondare in fantasie,

abbondare anche pur troppo in simulazioni; e parecchi i quali emersero

di poi sulla folla degl'ignoranti, essendo accorsi al suo privato

insegnamento non appena mitigati i rigori del carcere, ne riportarono

naturalmente i molti pregi ma anche i gravi difetti. A noi però incombe

il debito di spiegare la condotta del Governo e di mostrare che essa

non fu capricciosa. Il Campanella era giuridicamente colpevole verso

lo Stato, e venne ritenuto inesorabilmente un pericolo continuo per

la Spagna: fu questa la maggiore delle sue glorie, e il Governo vi

provvide con quella ferocia che era la sua forza.

Ma al martirio del Campanella non contribuì solamente lo Stato. La

Chiesa aveva avuto occasione di conoscerlo già da un pezzo, nè poteva

non tener conto degli antecedenti; dapprima un grave sospetto di eresia

finito con una solenne abiura, poi varie altre imputazioni dello

stesso genere ma riuscite a vuoto, da ultimo un disegno di ribellione

d'accordo col nemico del nome Cristiano e un mucchio di eresie,

accertati con un processo Apostolico ed un processo Inquisitoriale;

c'era più di quanto occorresse, per rimaner sorda alle proteste

di devozione, e guardare con diffidenza le opere del prigioniero

ancorchè riboccanti di fervore religioso. Come abbiamo dimostrato,

la condanna pronunziata dalla Chiesa nel processo di eresia non fu

benevola pel Campanella, ma al contrario, e le ripetute istanze fatte

perchè si sentenziasse nel suo processo di congiura, dopo di aver dato

termine a quello di eresia, non erano dirette a salvarlo. Ignoriamo

quali pratiche Roma abbia veramente fatte dopo un lungo, lunghissimo

silenzio, a fine di ottenere il passaggio del Campanella almeno sotto

l'autorità del Nunzio, come essa esigeva per ogni ordinario delinquente

ecclesiastico, e come erasi convenuto fin da principio. Conosciamo

soltanto con sicurezza, che pur quando si seppe indubitatamente che il

processo della congiura non si trovava più essendo stato disperso o

bruciato, come accadde nel 1620 a tempo del Vicerè Card.^l Borgia il

quale volea vederlo e non lo potè avere, nessun reclamo efficace fu

sporto da Roma per uscire da una posizione tanto scandalosa. Conosciamo

inoltre che perfino dopo 25 anni di carcere, durante il Pontificato

di Urbano VIII, il Campanella chiedeva istantemente che il P.^e

Generale dell'Ordine facesse una dimanda al Re perchè lo concedesse

a' Superiori, come da Spagna si desiderava per uscire dall'imbarazzo:

e non avendo potuto ottenerlo, ed essendosi fatto raccomandare al

potentissimo Card.^l Barberini per questo, ebbe a provare che il

Cardinale si acquetò facilmente alla negativa del P.^e Generale, e

ripetendo una proposizione emessa già dal Fabre e dallo Scioppio disse

che il Campanella «stava meglio dove stava»[491]. Conosciamo infine

che dietro le insistenze di Mons.^r Massimi Nunzio in Ispagna, fautore

particolare del Campanella e carissimo al Re, venne una lettera Regia

per lui, e sopra un memoriale da lui presentato si decretò in Consiglio

Collaterale non la consegna al Nunzio ma la libertà provvisoria con

l'obbligo di risedere nel convento di S. Domenico in Napoli; che di

poi, in barba del Governo Vicereale, se ne fuggì travestito a Roma, e

quivi scontò tre anni di pena nel carcere del S.^{to} Officio, come

era solito farsi pe' condannati al carcere perpetuo, senza che fossero

veramente computati i 26 anni di carcere sofferti in Napoli; nè per

quanto mite sia stato il carcere di Roma, si può dirlo più mite di

quello di Napoli negli ultimi quindici anni, mentre in quest'ultimo era

stato permesso fin l'insegnamento, che non fu mai permesso in Roma,

non solo dentro, come era naturale, ma neanche fuori del carcere,

consecutivamente. Tutto ciò mena a far ritenere che durante la

prigionia di Napoli l'abbandono del Campanella fosse dipeso anche dalla

sua condizione di delinquente politico, giacchè di simili abbandoni si

ebbe pure un altro esempio più spaventoso sotto lo stesso Pontificato

di Papa Urbano: è noto come finì l'allievo del Campanella fra Tommaso

Pignatelli, reo di Stato in un ordine incomparabilmente inferiore a

quello del suo maestro, abbandonato al giudizio di un ecclesiastico

gradito al Vicerè nominato dal Nunzio per delegazione avutane dal

Papa; egli fu atrocemente strangolato, dopochè quell'ecclesiastico,

con la semplice assistenza di un Consigliere Regio, lo sentenziò reo

di lesa Maestà, e bisogna tenerlo presente quando si discute de' casi

del Campanella. Del resto la sola condizione di condannato per eresia

bastava a far sì che Roma si curasse poco o niente del Campanella

prigione, e sarebbe strano il pretendere che avesse dovuto mostrare

tenerezze per lui. Qui dunque, speriamo, nessuno vorrà attendersi da

noi vederci ingrossar la voce contro Roma: noi invece siamo dolenti

di ciò che accadde più tardi e che è da tutti glorificato, della

benevolenza mostrata al Campanella da Papa Urbano, la quale per

verità non fu punto disinteressata, e in ultima analisi finì con la

compromissione, con l'esilio, con l'abbandono spietato del filosofo

nella più affliggente miseria. Ma pel nostro assunto ci preme ora

solamente rilevare e spiegare la condotta di Roma verso il Campanella

durante la prigionia. Il Campanella era non solo giuridicamente

colpevole ma anche condannato dalla Chiesa, nè giunse ad ispirare

fiducia per l'avvenire, e Roma si comportò con lui non diversamente da

quanto doveva attendersi da essa. Così lo Stato e la Chiesa vennero a

trovarsi tacitamente d'accordo nel far soffrire al disgraziato filosofo

un martirio efferato.

In conclusione ci si permetta ancora di dire, che non solamente due

tribunali in regola, entrambi istituiti da Roma, aveano verificata e

punita la congiura e l'eresia ne' pochi ecclesiastici più indiziati e

non isfuggiti al Fisco, onde rimaneva del pari giustificata l'opera del

tribunale pe' laici, ma tutti veramente in quel tempo ammisero esservi

state pratiche dirette dal Campanella per fondare, aiutandolo anche

il Turco, un nuovo ordine di cose in Calabria, con nuove istituzioni

politiche e religiose. Nè solo pel tempo degli avvenimenti, ma anche

per più anni consecutivi questa fu l'opinione generale, partecipandovi

del pari senza riserva Agenti di altri Stati perfino in momenti di

forte irritazione verso Spagna, come si può rilevare da' Carteggi

de' Residenti Veneti che si successero nel Regno: se qualche volta

si disse, come il Campanella medesimo affermò, che la Calabria era

stata macchiata di falsa ribellione e straziata per questo, si volle

intendere che tutta quella regione era stata tenuta responsabile di

un fatto concepito e preparato da un gruppo d'individui, e con tale

falso giudizio se n'era abusato scelleratamente. Ma, oltrechè negli

avversi a Spagna, negli indifferenti medesimi non del tutto inetti,

venne mano mano a destarsi la più profonda pietà verso un uomo tanto

straordinario, che si vedeva indefinitamente prigione di Stato

senza alcuna condanna, mentre, dopo i primi supplizii e le estese

carcerazioni, già tutti i complici e in ispecie i frati si trovavano

in libertà. Vennero quindi le voci de' pietosi e degli ammiratori ad

unirsi alle franche denegazioni ed agli amari lamenti del prigioniero,

massime dopo che, mediante l'insegnamento, gli fu permesso un più largo

contatto co' migliori, e le corrispondenze, le visite, e sopratutto le

opere che si diffondevano manoscritte o si citavano con meraviglia,

diedero motivo a far parlare di lui diversamente dalla maniera in cui

se n'era parlato prima. Talora in buona fede, più sovente con lo scopo

di giovare al prigioniero, lo si disse candido ed ingenuo, vittima

del suo spirito d'innovazione scientifica, avversato dagl'invidiosi;

si accreditarono le sue discolpe, e fu agevole dimostrarle giuste

nominando certe opere da lui scritte; si diffuse che Spagna gli negava

la libertà per errore e per tirannia, che Roma l'avrebbe voluto e

l'avea voluto, che il Papa era tutto per lui. Cominciò quindi a

ritenersi, press'a poco come fino ad oggi i più gravi biografi del

Campanella hanno mostrato di ritenere, che egli avea solamente fatto

presagi e raccolto profezie per dimostrare la imminente fine del mondo

e il secolo d'oro da doversi godere prima di essa, che della congiura

era affatto innocente, che il Papa con la sua condanna in materia di

S.^{to} Officio aveva inteso trarlo a Roma per toglierlo dalle mani

di Spagna, che Spagna lo teneva violentemente prigione in Napoli non

avendo potuto trovare tanto che bastasse a farlo condannare, che era

infine stato disperso, celato o bruciato il processo, per impedire che

l'innocenza fosse riconosciuta e l'analoga sentenza fosse pronunziata.

Le denegazioni del Campanella sempre più spinte nel conoscere che il

processo non si trovava più, l'interesse spiegato per lui dal Massimi

Nunzio del Papa a Madrid, quindi la sua fuga a Roma non appena uscito

dalle mani del Governo Vicereale, la sua prigionia nel carcere del

S.{to} Officio in Roma per soli tre anni e non perpetuamente giusta

le consuetudini non a tutti note, di poi la benevolenza mostratagli

da Urbano VIII senza essersene capiti i veri motivi, tutti questi

fatti suggellarono l'opinione che egli era stato davvero innocente,

oppresso da Spagna, protetto da Roma; e vi furono allora, come vi sono

stati di poi e vi sono ancor oggi, ammiratori del filosofo credutisi

in obbligo di purgarlo dalle calunnie sofferte e di cantare le glorie

del Papato che spiegò tanto favore verso di lui[492]. Sappiamo che

perfino un cronista calabrese contemporaneo, Gio. Angelo Spagnolio la

cui conoscenza si deve al Capialbi, mentre avea dapprima, nel 1599,

affermata la congiura di Calabria e la parte presavi dal Campanella, si

fece poi a revocare almeno quanto concerneva il filosofo nel 1642[493].

Già in Napoli Antonino Marzio fin dal 1626 aveva scritta un'Elegia e

un Discorso a proposito della liberazione del Campanella facendone la

dedica a Urbano VIII e forse in buona fede, ma alcuni anni più tardi

in Roma Gabriele Naudeo scrisse uno sfolgorante Panegirico ad Urbano

VIII a proposito de' favori accordati al Campanella, e senza dubbio

artificiosamente; poichè in un'altra opera posteriore, destinata a

rimaner segreta, egli ingenuamente narrò che a breve intervallo il

Postel in Francia e il Campanella in Calabria aveano tentato di fondare

un nuovo stato di cose, ma non erano riusciti per non avere avuto

forze, «condizione necessaria a tutti coloro i quali vogliono stabilire

qualche nuova religione»; ed aggiunse, che «quando il Campanella ebbe

il disegno di farsi Re dell'alta Calabria, scelse molto a proposito per

compagno della sua impresa un fra Dionisio Ponzio che si era acquistata

riputazione del più eloquente e del più persuasivo uomo del suo

tempo»[494]. Questa testimonianza di un disegno del Campanella di voler

fondare una nuova religione e farsi Re in Calabria, con l'indicazione

del modo prescelto e del motivo per lo quale non riuscì, da parte

del Naudeo stato in intime relazioni col Campanella nell'anno 1631 e

seguenti, poi anche le lettere del Campanella pubblicate in piccola

parte dal Baldacchini e in più gran parte dal Berti, avrebbero dovuto

richiamare le menti a più esatti giudizii, far ricercare con diligenza

i documenti dell'accusa e non soltanto quelli della difesa, far

guardare un po' più addentro sulla condotta vera del Papato in genere e

di Urbano VIII in ispecie verso il Campanella.

Su quest'ultimo punto, ed anzi su tutte le tribolazioni patite dal

Campanella dopochè uscì dalle mani degli spagnuoli, nemmeno ci pare che

siasi profittato davvero de' documenti del tempo, studiandoli da tutti

i lati e con la necessaria equanimità. Si è riconosciuto oramai che il

Campanella non finì col godere un tranquillo ed agiato riposo, come del

tutto erroneamente era stato ammesso; ma si è posta anche troppo in

mostra la sua irrequietezza, la sua imprudenza, la sua testardaggine,

senza porre in altrettanta mostra la condotta di coloro che dapprima

lo trattarono con benevolenza pel gusto de' dispetti politici e pel

desiderio di trarne vantaggiosi consigli, e poi lo abbandonarono,

lo sprezzarono, lo lasciarono perseguitare fino alla morte da due

ribaldi invidiosi, il P.^e Generale dell'Ordine e il Maestro del

Sacro Palazzo, d'accordo con un altro ribaldo, il Card.^l Nipote, i

quali tutti avrebbero voluto vederlo assolutamente annullato. È certo

che Papa Urbano, quando gli parve giunto il momento di scovrirsi

partigiano di Francia, mostrò benevolenza ed accordò uno stipendio al

Campanella, per far dispetto a Spagna ed anche per averne conforti

nelle vive apprensioni circa la propria salute, essendo rimasto scosso

dalle varie predizioni astrologiche venute fuori contro di lui, e

poi dalle sciocche malie che Giacinto Centini con l'assistenza di un

frate e di un eremita eseguì per affrettarne la morte: allora egli

sentì il bisogno delle conversazioni del Campanella ed anche delle sue

contro-predizioni astrologiche, benchè avesse solennemente condannata

l'astrologia, onde molto si mormorò in Roma per questo, e il Card.^l

Nipote vide necessario allontanare un poco il Campanella dal Palazzo

Apostolico. È certo inoltre che quando i Card.^{li} di casa Barberini

crederono conveniente di non tirarla troppo con la Spagna, la quale

anche venne a rilevarsi di molto con la vittoria di Nordlinga, e

d'altro lato Papa Urbano giunse a rinfrancarsi intorno alla sua salute

mediante gli esorcismi del rinomato frate della Trinità de' monti, e

le predizioni astrologiche di un ebreo Abramo che gli assicuravano

24 anni di regno avendo il Sole nella 9.^a casa, il Campanella fu

abbandonato all'avarizia e alla perfidia del Card.^l Nipote, che

desiderava risparmiare lo stipendio accordatogli ed era collegato

col Generale de' Domenicani, il cui fratello Ludovico già trattava

segretamente col Vicerè di Napoli per conto de' Barberini: così, alla

richiesta del Vicerè che voleva riavere il Campanella nelle mani, si

facilitò l'andata di lui in Francia donde non sarebbe più tornato,

invece dell'andata a Venezia dove egli avrebbe voluto recarsi, e mentre

il povero esule era ancora in viaggio, il Card.^l Nipote commetteva

al Mazarini, Nunzio straordinario in Francia, di «screditarlo»[495].

È certo ancora che il Re di Francia lo accolse con benevolenza e gli

accordò una pensione per far dispetto a Spagna, ed anche per averne

consigli politici, come lo affermò un testimone irrecusabile, il

Foerstner, che vide più volte il filosofo in colloquio col Re e col

Card.^l di Richelieu su materie di Stato; ma poi la pensione non fu

più pagata, e rimasero i dileggi del Richelieu ed anche del Mazarini,

atti solo a provare una volta di più che in essi non c'era alcun

senso di onestà e di giustizia. È certo infine che ben presto gli fu

intimato da Roma di non stampare alcuna opera senza il permesso romano,

il quale non veniva mai, altrimenti lo stipendio gli sarebbe stato

tolto, esigendo pure che si fosse «quietato» a vedersi sospeso il

_publicetur_ per le opere già approvate e stampate, come l'_Ateismo_,

la _Monarchia del Messia_, i _Discorsi della libertà e felice

soggezione_ etc., e a vedersi sospeso l'_imprimatur_ per altre opere

da doversi stampare, come il _Reminiscentur_, il _Cento thomisticus de

Praedestinatione_ etc., con la circostanza aggravante del non vedersi

restituiti i manoscritti nè significate le proposizioni censurabili

in essi rinvenute. Insomma egli avrebbe dovuto annullarsi, veder

soppresse le opere sue benchè non condannate, vedersi trattato peggio

del Galilei, il quale assistè all'abbruciamento del suo libro ma dopo

che era stato condannato. E il Campanella non vi si piegò, e dategli

appena 900 lire-tornesi fino al 15 marzo 1636 lo stipendio gli fu

tolto, ed invano il povero vecchio, con una continua serie di lettere,

fece conoscere le sue condizioni infelici esclamando, «mi muoio di

necessità..; egestate premor..; non mi levate la lemosina che S. B. mi

donò perchè la levate a Dio crocifisso..; sono uscito della memoria di

V. B. in manera che mi lascia morir di fame e di necessità..; crepo

di fame..; sto mendicando». Qual meraviglia se in una persecuzione

simile siasi mostrato irrequieto, riottoso, imprudente? Sarebbe tempo

oramai di non guardare taluni portamenti del Campanella senza tener

conto degli strazii che gli furono inflitti, di non accogliere quasi

con compiacenza certi giudizii sul conto di lui emessi perfino da

chi non si fece scrupolo di trattarlo in un modo tanto abominevole,

di riconoscere che tutta la sua vita fu un martirio continuato, e che

ben pochi meritano quanto lui l'ammirazione e la gratitudine dovute a

coloro i quali fortemente vollero e grandemente patirono.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 18 / 24 题