ESITI DE' DUE PROCESSI, FINE DELLA PAZZIA E CONCHIUSIONE.
(dal settembre 1602 al novembre 1604 e seg.^{ti})
I. Nel settembre 1602, ritornando a Napoli, il Vescovo di Caserta
giusta gli ordini avuti dovè riunirsi col Nunzio e col Vicario Palumbo,
procedere con loro a' voti su ciascuno de' frati, e poi partecipare
questi voti a Roma. Egli avea fatto redigere un completo «Sommario del
processo», sulla base di quello formato in Roma dal Monterenzio con
l'aggiunta delle cose raccolte posteriormente, ed anche un «Riassunto
degl'indizii» per ciascuno degl'inquisiti, in fine del quale si
registrò di poi il voto di ciascun Giudice. Queste scritture, composte
quasi tutte dal Segretario del Vescovo D. Manno Brundusio, insieme con
le bozze e con le copie de' Riassunti fornite di numerose postille di
carattere del Vescovo, sono pervenute in mano nostra: esse non fanno
parte del processo propriamente detto, ma ne compiono molto bene la
conoscenza[362]. Il Vescovo medesimo scrisse di suo pugno un elenco de'
giudicabili in testa delle Copie de' Riassunti, e segnò queste con un
numero progressivo in corrispondenza dell'elenco suddetto: naturalmente
dobbiamo credere che nell'ordine medesimo si procedè alle votazioni; e
siccome troviamo in primo luogo fra Pietro Ponzio, sul quale certamente
nella 2^a metà di agosto non si era votato ancora (ved. pag. 282),
possiamo desumere che le votazioni cominciarono al più presto in
settembre, verosimilmente nella 2^a metà di settembre.
Si votò dunque dapprima su fra Pietro Ponzio. Il Riassunto contro
costui recava: non essere stato nominato nel processo di Calabria ma
carcerato d'ordine del Visitatore e per detto di D. Carlo Ruffo come
germano di fra Dionisio: essere stato più volte accusato dal Pizzoni
di minacce fatte nelle carceri da parte del Campanella, perchè esso
Pizzoni si ritrattasse, ma avere ciò negato fra Paolo citato per
conteste; essere stato sorpreso in colloquio notturno col Campanella
che fingevasi pazzo, dal quale colloquio risultava «non lieve sospetto
di familiarità lasciva e disonestissima tra di loro, sebbene fra
Pietro fosse innanzi negli anni, rilevandosi dalla sua deposizione,
e dall'aspetto, di maggiore età, di anni trenta»; infine non essere
stato nè reputato nè esaminato come reo dal Vescovo di Termoli e da'
colleghi (si sarebbe dunque potuto e dovuto lasciarlo in pace da molto
tempo). Il Nunzio, il Vescovo medesimo ed il Vicario Palumbo, a voti
uniformi giudicarono dover essere rilasciato per ciò che spettava
al S.^{to} Officio, ma con fideiussione, potendo forse risultare
qualche cosa contro di lui nel progresso delle cause del Campanella
e fra Dionisio.--Da questo primo Riassunto può già rilevarsi l'animo
e l'andamento del Vescovo di Caserta; preciso nella esposizione de'
fatti, come del rimanente ci consta per tutti i Giudici di S.^{to}
Officio la cui opera abbiamo potuto studiare, ma feroce e senz'ombra
di carità nella valutazione ed interpetrazione de' fatti esposti,
ad un grado che ben raramente ci è accaduto d'incontrare. I lettori
conoscono il colloquio notturno del Campanella e fra Pietro che il
Vescovo citava (ved. pag. 88); come mai costui potè dargli quella
brutale interpetrazione? È la cosa che più ci offende da parte di
questo Vescovo, e che mostrerebbe veramente in lui un'anima abietta al
maggior segno: si può solo perdonargli, conoscendo come fra tutte le
grandi soddisfazioni, che altrettali soggetti possono godere, è del
tutto negata loro quella di una tenera e sentita amicizia, onde debbono
finire col perderne assolutamente ogni senso.
Si venne poi a fra Paolo della Grotteria. Recavasi contro di lui
essergli stato trovato un libercolo di segreti e sortilegi, scritto non
di sua mano, pel quale avea prodotto scuse varie e non mai accertate;
essere stato nominato tra' complici del Campanella dal Pizzoni, dal
Soldaniero, dal Petrolo, ma da una parte averlo poi fra Dionisio
negato, e d'altra parte avere il Pizzoni chiarito che non dovea dirsi
complice ma familiare, ed anche avere il Petrolo chiarito che lo
conosceva amico del Campanella solo per detto altrui. Considerando che
il libercolo, per relazione del P.^e Cherubino, conteneva semplici
superstizioni soltanto, e per diretta ispezione, appena due volte
mostrava abuso di parole sacre, tutti e tre i Giudici, a voti uniformi,
decisero doversi fra Paolo rilasciare con fideiussione, pel medesimo
motivo detto innanzi, valutando qual pena il carcere sofferto.--Così
verso questo frate de' più fangosi, e già galeotto, il tribunale fu
piuttosto benigno, tanto che vedremo la Sacra Congregazione di Roma
giudicare necessaria per lui qualche pena spirituale.
E si passò al Bitonto. Ricordavasi per costui la sua amicizia
intrinseca col Campanella e fra Dionisio attestata da diversi, la
visita da lui fatta al Campanella, la dichiarazione del Pizzoni di
essere complice del Campanella; inoltre l'essere stato preso in abito
secolare, l'avere conversato con secolari di pessima vita, tra gli
altri con Cesare Pisano; principalmente poi venivano messe in mostra
le ripetute deposizioni del Pisano, il viaggio fatto con lui a Messina
e le molte eresie formali dette in tale occasione, rilevate anche
nell'altro foro innanzi allo Sciarava, senza sapersi con quale autorità
raccolte da costui, confermate poi in punto di morte, ratificate col
tormento, e non invalidate da una deposizione di Giuseppe Grillo.
I Giudici, del pari a voti uniformi, decisero doversi al Bitonto
amministrare la tortura per un'ora, e non risultando altro doversi
rilasciare con fideiussione.--Venne poi notato, dopo la discussione
sul Bitonto, che gl'indizii medesimi constavano tutti anche per fra
Giuseppe di Jatrinoli, contro cui non erasi mai proceduto ad Atto
alcuno, forse perchè non si trovava preso, ignorandosi anche se ne
fosse stata mai ordinata la cattura o la citazione; e però i Giudici
emisero il voto che fosse carcerato e si procedesse contro di lui.
Contro fra Pietro di Stilo rammentavasi la sua familiarità ed amicizia
intrinseca col Campanella fin dalla puerizia; la testimonianza del
Lauriana, che il Campanella ne faceva gran capitale e parlava con
lui delle eresie; la testimonianza del Soldaniero che fra Pietro era
venuto presso di lui a sollecitarlo perchè andasse a visitare il
Campanella; l'aver lui portata una lettera al detto Soldaniero, ciò che
lo dimostrava consapevole de' segreti del Campanella. Inoltre il non
aver denunziato il Campanella, mentre ne conosceva alcune eresie, e
come religioso e come Vicario del convento era strettamente obbligato
a denunciarlo e a fuggirlo; averlo invece continuato a commendare
per uomo dotto e sapiente, ed essersi poi negato a deporre, nel 1^o
processo, ciò che egli ne conosceva. E qui, accennate le divergenti
opinioni de' dottori intorno al doversi o no ritenere veementemente
sospetto di eresia lo sciente e non rivelante, concludevasi per
l'affermativa, aggiungendo che tale veemente sospetto di eresia veniva
comprovato dall'avere fra Pietro più volte dichiarato di volere
ammogliarsi, benchè si fosse poi scusato allegando di averlo detto
in via di scherzo. E però il Vescovo di Caserta emetteva il voto che
gli si dovesse amministrare la tortura per purgare gl'indizii: ma
il Vicario Palumbo opinò che dovesse prima sottostare ad un nuovo
interrogatorio più diligente e poi darglisi una lieve tortura, e
non risultando nulla, dovesse abiurare come lievemente sospetto di
eresia ed essere rilasciato, ma col bando dalla Calabria; il Nunzio,
da parte sua, si uniformò al voto del Palumbo.--Così questa volta la
maggioranza del tribunale non seguì la foga del Vescovo di Caserta, il
quale evidentemente potea riuscire tollerabile come accusatore ma non
come Giudice. Egli confondeva nel più basso modo curialesco i fatti
concernenti la ribellione con quelli concernenti l'eresia, non teneva
conto dell'essere stato il Lauriana dimostrato falso testimone, non
teneva conto dell'essere stato il Soldaniero dimostrato di pessime
qualità e forzato da fra Cornelio a dire quel che disse, non teneva
conto degli esecrabili procedimenti di fra Cornelio, onde fra Pietro
non avea creduto di dover rispondere nell'esame al quale costui l'avea
chiamato. I Sommarii de' processi offrivano capitoli speciali contro
il Lauriana, contro il Soldaniero, contro fra Cornelio e lo stesso
Visitatore, ma questi capitoli pel Vescovo di Caserta rimanevano
inavvertiti. Eseguita poi la votazione, il Vescovo aggiungeva che le
lettere di fra Pietro ultimamente scoverte (le lettere alle Sig.^{re}
Prestinaci etc.) aumentavano i sospetti contro di lui (quasi che quelle
lettere alludessero ad eresie)! Poteva e doveva fra Pietro ritenersi
colpevole, ma molti degli argomenti addotti dal Vescovo potevano e
dovevano tralasciarsi.
Contro il Petrolo allegavasi l'amicizia, conversazione intrinseca e
confidenza col Campanella, di cui era discepolo; la fuga insieme presa
in abito secolare; la comunicazione fattagli dal Campanella di più e
diverse eresie oltrechè del segreto della ribellione, come esso Petrolo
avea confessato, senza mai allontanarsene e senza denunziarlo, avendo
appena deposto tali cose sotto le minacce e i terrori da parte del
Visitatore. Inoltre la confessione ultima di Cesare Pisano ratificata
in tortura, che rivelava molte eresie dette da fra Dionisio essere
state confermate dal Petrolo; la testimonianza del Lauriana che egli
fosse complice nella ribellione; la sua stessa condotta variabile
tenuta nell'affermare, nel ritrattarsi, nel dichiarare falsa la sua
ritrattazione. Laonde il Vescovo di Caserta opinava che gli si dovesse
amministrare due volte la tortura, e non risultando altro, si dovesse
farlo abiurare come veementemente sospetto di eresia e bandirlo dalla
Calabria rilasciandolo sotto fideiussione; il Nunzio si uniformò a
questo voto, ma il Vicario Palumbo votò per una tortura sola bensì
gagliarda, accettando tutto il resto.--Come si vede, erano sempre messe
in fascio la ribellione e l'eresia; e quantunque ciò accadesse ora in
un campo più generale e più comportabile, non si può non riconoscere
che il tribunale sconfinava, ed ammetteva un fatto, il quale non
gli constava direttamente, e non era nemmeno passato ancora in cosa
giudicata nelle persone de' frati. D'altronde pel Petrolo bastavano le
proprie confessioni, rivedute e corrette con quelle del Pisano, ma il
Vescovo di Caserta si credeva in obbligo di raccogliere tutto il peggio
possibile, senza curarsi troppo di farne la scelta.
Contro il Lauriana ponderavasi la sua qualità di discepolo e confidente
del Pizzoni «indiziato e quasi convinto delle eresie e degli altri
delitti del Campanella»; la testimonianza del Soldaniero, che fosse
uno degli eletti a predicare; l'avere udite eresie dal Campanella e
dallo stesso Pizzoni senza averle rivelate; l'aver suonato la campana
all'armi quando si andò a carcerarlo, con che mostrava «aver avuto
coscienza e partecipazione de' delitti del Campanella». Inoltre il
non aver deposto in giudizio se non dopo di essergli state comminate
pene più gravi; e poi l'aver variato nelle deposizioni, l'aver cercato
per lettere intorno ad esse consigli al Pizzoni e scuse a Ferrante
Ponzio, negando in sèguito questi fatti e rimanendo convinto di
mendacio; l'aver menato vita criminosa con costumi riprensibili etc.
E però il Vescovo di Caserta espresse anche per lui il voto che gli
si dovesse dare due volte la tortura, e non risultando nulla, dovesse
abiurare come veementemente sospetto di eresia ed essere rilasciato
con fideiussione: il Nunzio acconsentì a questo voto, ma il Vicario
Palumbo votò per una tortura sola e per l'abiura come lievemente
sospetto.--Senza dubbio contro questo abietto frate si sarebbe stato
assai più nel vero procedendo per falsa testimonianza; ma non si
usava, senza evidentissime ragioni, passar sopra alla quistione
dell'eresia.
Con la votazione sul Lauriana chiudevasi la discussione sui frati i
quali aveano rinunziato alle difese, e per tutti costoro i Giudici
concordemente emisero pure il voto, che dovessero essere esiliati da
entrambe le provincie di Calabria, e tenuti in monasteri ne' quali
i loro Superiori potessero osservarne la vita e i procedimenti.
Notiamo qui che non ci è pervenuta alcuna notizia di votazione fatta
intorno al Campanella, e che verosimilmente non ce ne fu, a motivo
della sua pazzia legalmente accertata, la quale facea sospendere ogni
Atto ulteriore contro di lui. Ma non deve sfuggire che ne' Riassunti
degl'indizii sopra riferiti, e basta guardare quello del Lauriana,
trovasi espresso in termini non equivoci il giudizio di colpabilità
sul Campanella, e così pure sul Pizzoni defunto. Notiamo ancora che in
tutte le votazioni fatte il Nunzio non mostrò mai un'opinione propria,
mentre pure egli che sedeva al tempo stesso nel tribunale della
congiura, e conosceva intimamente molte e molte cose estragiudiziali,
avrebbe potuto e dovuto tenerla; ma indubitatamente egli non avea
studiato nè seguito con premura lo svolgimento del processo, fu quindi
obbligato a rimettersene a' colleghi, e pur troppo preferì quasi
sempre uniformarsi al voto del collega peggiore. Invece il Vicario
Palumbo mostrò sovente un'opinione propria: i motivi da lui addotti per
sostenerla non furono registrati, ma possono intendersi agevolmente da
quanto sappiamo intorno al processo, e bisogna dire che questa opinione
riuscì molto più giusta; vedremo che la Sacra Congregazione di Roma la
preferì costantemente.
Non rimaneva che procedere alla discussione e votazione su fra
Dionisio. Il 20 settembre i Giudici emisero l'ordine di citarne
l'Avvocato D. Attilio Cracco, perchè l'indomani comparisse nelle
case loro a dire ed allegare quanto volesse, a voce ed in iscritto,
avvertendolo che avrebbero spedita la causa anche senza la sua
comparsa. E subito dopo doverono imprendere la discussione de' meriti
della causa, poichè nel Riassunto degl'indizii troviamo affermato
essersi i Giudici più volte riuniti a tale oggetto, e nel processo
troviamo registrata la loro decisione in data del 24 settembre[363].
Ben lungo e circostanziato fu il Riassunto degl'indizii, scritto
interamente dal Vescovo di Caserta, contro fra Dionisio: e poichè esso
da tanti lati riguarda anche la persona del Campanella, contro cui non
abbiamo un'analoga scrittura, lo riporteremo per quanto è possibile
minutamente, accompagnandolo pure con qualche appunto; del resto
raccomandiamo di consultare il documento originale[364]. Rammentavasi
contro fra Dionisio la 1^a deposizione del Pizzoni in Calabria ed anche
la ripetizione del medesimo in Napoli; la deposizione del Lauriana, e
quelle del Soldaniero, del Pisano, del Conia; la sua fuga dal convento
di Pizzoni mentre procedevasi all'arresto del Pizzoni, e la sua cattura
avvenuta in Monopoli mentre cercava mettersi in salvo con Maurizio; la
sua amicizia strettissima e piena confidenza col Campanella, durata
anche dopo che lo zio P.^e Pietro Ponzio glie l'aveva inibita sotto
pena di maledizione; la sua lettera al P.^e Vincenzo Rodino, in cui
parlava di molti segreti che non conveniva affidare alla penna, la
sua qualità e i suoi costumi di poco buono odore, le vanterie di
brutti peccati commessi, l'irrequietezza e il continuo vagare per la
provincia anche «in compagnia de' giovanetti Cesare Pisano e Alfonso
Grillo» (evidentemente il Vescovo aveva una speciale tendenza a vedere
certi vizii da per tutto); infine l'ultima rivelazione di Maurizio,
che non avendo mai confessato nulla con 70 ore di tortura, volle poi
sgravare la sua coscienza, e «comportandosi abbastanza sobriamente,
disse soltanto ciò che avea saputo dal suo cognato Gio. Battista
Vitale» (era proprio certo che dovesse saperne di più). Allegavasi poi
e combattevasi ciò che fra Dionisio si era sforzato di dimostrare nelle
sue difese contro le persone e i detti de' testimoni a suo carico. E
circa il Pizzoni, notavasi che gli era stato nemico e gli avea rubati
alcuni scritti, ma osservavasi che già si erano riconciliati tra loro
onde conversavano sempre insieme e si trovarono riuniti anche nel
momento dell'arresto del Pizzoni; notavasi che il Pizzoni avea pessimi
costumi, ma con una classica frase osservavasi che in ciò «nulla avea
da dire Catilina a Cetego»; notavasi che era stato vario in certi fatti
ed avea osservato molte cose essere state inserte falsamente negli
esami da fra Cornelio, ma osservavasi che si erano avute «correzioni
piuttosto che varianti», e si dovea credere a quel testimone tanto
più, perchè in fondo avea sempre persistito nella prima deposizione
malgrado i tanti esami fatti e rifatti dal Vescovo di Termoli (e qui un
calcio d'asino al suo predecessore); nè doveasi prestar fede all'ultima
assertiva di ritrattazione scritta dal Pizzoni in punto di morte e
consegnata al suo confessore, poichè questa non s'era trovata e il
confessore P.^e Pietro Peres (forse Gonzales) non era di buoni costumi
ed avea confessato di nascosto, senza il permesso de' Commissarii
e del Curato, e poi per comune sentenza de' dottori non si dovea
tener conto delle dichiarazioni de' morenti, estorte da confessori
e confortatori, non essendo neanche ogni morente un S. Giovanni
Battista (ma in tutti i modi, lasciando in pace S. Giovanni Battista,
bisognava cercarla quella confessione e non essere verso i costumi del
confessore più severo che verso quelli del Pizzoni, del Lauriana e del
Soldaniero). Circa il Lauriana notavasi esserne stata messa in mostra
l'intima amicizia col Pizzoni, la mala vita, l'opinione acquistata
di testimone falso; ma osservavasi che queste ragioni erano frivole,
e bisognava tener conto della diffamazione procuratagli da' Ponzii
medesimi e dagli altri frati; che anzi le sue deposizioni erano assai
verosimili, mentre già da un pezzo prima, quando non vi era sospetto
d'inquisizione, per iscrupolo egli aveva attestato qualche cosa contro
fra Dionisio, e poi non risparmiò neanche il suo maestro Pizzoni, e
catturato con lui all'improvviso, senza precedente concerto, si trovò
d'accordo con lui, nè cedè alle minacce de' Ponzii, «i più furbi ed
astuti tra' calabresi» (e le suggestioni di fra Cornelio provate
per tante vie? e le incertezze posteriori e i mendaci provati dallo
stesso Pizzoni?). Circa il Soldaniero notavasi essere stata allegata
la seduzione per parte de' Polistina, sotto promessa dell'indulto
che poi gli fu concesso dallo Spinelli, le sue molte varianti con sè
medesimo e con Valerio Bruno suo domestico, il mendacio provato con le
deposizioni del priore e lettore di Soriano sulla circostanza dell'aver
fatto cacciare fra Dionisio e il Pizzoni dal convento: ma osservavasi
che nulla constava della pretesa seduzione (pertanto il nome di fra
Cornelio figurava nell'indulto), e il Soldaniero era stato dichiarato
dal Pizzoni già anteriormente consapevole di tutto, per comunicazione
fattagli dal Campanella mediante fra Dionisio, ciò che era del pari
provato dal priore e lettore di Soriano, e poi il Campanella medesimo
gli avea mandato per fra Pietro di Stilo una lettera, come era
confessato da fra Pietro ed attestato dal priore e dal lettore che la
videro (ma la lettera non parlava di eresia, e si trovano qui sempre
studiatamente confuse l'eresia e la congiura); nè le differenze tra
lui e Valerio Bruno erano sostanziali, e Valerio, scorso un anno, avea
potuto dimenticare qualche cosa ed anche mentirla, sussistendo non di
meno una conformità tra il Soldaniero ed altri testimoni non sospetti.
Circa il Pisano, si era allegata un'antica inimicizia per la parte
da lui presa nella causa di fra Dionisio contro i Polistina, e la
deposizione del Bitonto e del Petrolo, come pure di Giuseppe Grillo,
attestanti non essersi fatti discorsi di eresia nella casa del Grillo:
ma l'inimicizia era senza dubbio estinta, mentre fra Dionisio era
andato col Pisano fino a Messina, e più tardi, insieme col Campanella,
era andato a visitarlo nelle carceri di Castelvetere, per procurarne la
liberazione, come aveva anche scritto al P.^e Rodino; nè poteva tenersi
conto delle deposizioni negative del Bitonto e del Petrolo, essendo
costoro complici e socii nel delitto, nè di quella del Grillo, essendo
inverosimile che i frati avrebbero parlato di cose tanto gravi in
presenza di persone non sicure, e d'altronde la deposizione del Pisano
era stata convalidata pure in punto di morte e ratificata in tortura.
Circa il ì, si era allegata una fede del Cappellano della galera su
cui fu confortato a ben morire, attestante aver dichiarato false le
cose da lui deposte contro monaci, in materia di ribellione e di
eresia, essendogli state estorte con le torture dategli dallo Sciarava:
ma questa fede non aveva alcun valore, perchè non rappresentava una
deposizione giurata, perchè citava come contesti i P.^i Ministri
degl'infermi ed uno di essi nella sua fede parlò del Vitale e non del
Caccìa, perchè riguardava le deposizioni fatte innanzi allo Sciarava
e non quelle fatte spontaneamente innanzi al Vescovo di Gerace etc.
Aggiungevasi che erano state pure prodotte fedi di alcune università
che attestavano avervi fra Dionisio predicato con edificazione
dottrine cattoliche, ma, naturalmente, ciò non bastava. E ricordata
una quistione trattata dal Pegna nelle sue aggiunte all'Eimerico, che
cioè essendo i testimoni legittimi e degni di fede, ma diversi per
luogo e per tempo, non si aveva una convinzione piena e tale da fare
assegnare la pena ordinaria per l'eretico negativo ed impenitente (vale
a dire la degradazione e la morte), ricordata d'altro lato la gravità
degl'indizii, presunzioni e congetture, segnatamente la circostanza del
trovarsi «pienamente convinto nella connessa causa della ribellione»,
si veniva a' voti. Ed uniformemente tutti e tre i Giudici votarono la
doppia tortura, seguita dall'abiura per veemente sospetto di eresia,
aggiungendovi la relegazione, dopo scontata la pena per la causa della
ribellione che doveva ancora essere spedita, in un convento fuori la
provincia, a scelta de' Sig.^{ri} Cardinali supremi inquisitori, con
l'obbligo di alcune penitenze salutari vita durante.
Gli appunti sparsamente fatti nell'esporre questo Riassunto ci
dispensano da ogni ulteriore commento sopra di esso. Principalmente
fra Dionisio era più che colpevole in eresia, ma il Vescovo di Caserta
spiegava contro di lui insinuazioni su tutto e su tutti, equivoci
volontarii, interpetrazioni doppie, giudizii benignissimi sui testimoni
a carico e severissimi su' testimoni a discarico, premura nel trovare
la colpa più che la verità, indifferenza per gli odii ferocissimi delle
fazioni fratesche e per la nequizia de' primi inquisitori, che avevano
tanto influito nella formazione del processo: insomma, l'abbiamo detto
altra volta, i frati erano colpevoli, ma meritavano migliori Giudici;
un solo ne ebbero veramente buono, il Vescovo di Termoli, e fu tolto
loro dalla morte, e il Vescovo di Caserta non risparmiò le insinuazioni
nemmeno verso di lui. Giova conoscere testualmente ciò che egli ne
disse: «ognuno che si faccia a guardare rettamente il modo tenuto dal
predetto Vescovo nel ripetere tante volte i testimoni del processo
offensivo, benchè debba piamente credere che il Vescovo l'abbia usato
per investigare e ricercare la verità, pure vi trova non saprebbe
dirsi quale umano desiderio di voler cogliere in falso i testimoni
del fisco e distruggere il processo di Calabria». Non era umano ma
divino desiderio quello di legger chiaro in un processo nato sotto
tanti maligni influssi e brutto per tante irregolarità; il Vescovo
di Caserta, scrivendo a quel modo, mostrava bene che il senso della
giustizia non era in lui molto sviluppato. Il Campanella, nella sua
Narrazione, come deplorò la morte del Vescovo di Termoli così giudicò
il Vescovo di Caserta, e disse che costui «con dar tormenti et esser
troppo fiscale non provò altro»: la qualità di «troppo fiscale» era
il meno che potesse dire, e bisogna tener presente che nelle sue
condizioni il Campanella dovea mostrare i più grandi riguardi alle
persone e alle cose di S.^{ta} Chiesa.
Esaurite le discussioni e le votazioni, doverono mandarsi a Roma
i Riassunti degl'indizii co' voti de' Giudici, ed una copia, con
le relative bozze, ne rimase presso il Vescovo, ed è quella a noi
pervenuta: ma dobbiamo notare che il Riassunto contro fra Dionisio vi
si trova solamente in bozza, non ricopiato, donde si desumerebbe che
tutto questo lavoro durò fin oltre il 16 ottobre, e che il Riassunto
contro fra Dionisio forse non fu mandato, come non dovè essere
mandato nemmeno quello contro il Bitonto, poichè costoro a quella
data riuscirono a mettersi in salvo.--Intanto deve notarsi che nel
processo fu registrata la decisione presa su fra Dionisio con la data
de' 24 settembre: questo fatto riesce singolare, poichè i voti de'
Giudici servivano solamente per proposte da sottomettersi alla Sacra
Congregazione Romana de' Cardinali Inquisitori, dalla quale poi veniva
presa la risoluzione che doveva essere seguita da' Giudici nella
spedizione della causa. Noi crediamo assai verosimile che la decisione
su fra Dionisio sia stata inserta nel processo molto più tardi,
quando tutto fu esaurito, per far trovare un ricordo e non lasciare
addirittura senza conclusione la causa di un soggetto principalissimo,
su cui si aggirava la più gran parte del voluminoso processo.
Come dicevamo, fra Dionisio ed il Bitonto riuscirono a mettersi
in salvo il 16 ottobre; essi fuggirono dal Castello insieme col
carceriere, e senza dubbio tale fuga dovè essere preceduta da
lunghi concerti, pe' quali probabilmente occorsero tutte quelle
tergiversazioni, tutti quegl'incidenti fatti nascere da fra Dionisio
negli ultimi tempi, non esclusa forse la rissa medesima con tutte
le sue conseguenze prevedute e calcolate. Il Nunzio, il Vescovo di
Caserta, e parimente il Card.^l Gesualdo Arcivescovo di Napoli, tutti
mandarono a Roma la notizia della fuga, che appunto dal Carteggio del
Nunzio si rileva nella sua data e qualità precisa. In Roma se n'ebbe
dispiacere, come si rileva da una lettera del Card.^l Borghese in
risposta a quella del Nunzio, al quale fu raccomandato caldamente di
adoperarsi per riavere nelle mani i frati fuggiaschi[365]. In Napoli
se n'ebbe «universale meraviglia», come si rileva da una lettera
del Residente Veneto Anton Maria Vincenti[366]; e sicuramente il
Vicerè dovè ordinare un'apposita inchiesta, ma di tale ordine non
c'è riuscito trovare alcuna traccia. Abbiamo bensì trovato ordini
vigorosi in questo senso, venuti da Madrid non appena vi giunse la
notizia della fuga, e con essi menzionata una carta di avvertenze da
doversi tener presenti, la quale carta per altro non fu trasmessa
all'Archivio di Stato: con ogni probabilità le avvertenze principali
riflettevano la convenienza e la maniera di conoscere se Roma avesse
tenuto mano in tale faccenda. Abbiamo trovato inoltre che lo Xarava,
recatosi a Madrid per sollecitare la sua nomina a Consigliere, profittò
dell'avvenimento per offrirsi ad «impinguare», come allora si diceva,
l'inchiesta, e finqui la cosa riesce naturale: ma ciò che riesce
strano si è l'essersi offerto pure nientemeno che a procedere nella
causa di eresia tanto di fra Dionisio quanto del Campanella, siccome
bene informato di tutti i loro disegni, e l'essersi da Madrid ordinato
al Vicerè di vedere cosa convenisse fare circa l'intervento dello
Xarava; decisamente la fuga di fra Dionisio avea fatto volgere la più
viva attenzione verso Roma. Questo si può argomentare da due Lettere
Regie esistenti nell'Archivio di Stato[367]; ma anche senza di esse,
si comprende che, dopo le lungaggini verificatesi nello svolgimento
della causa, il Governo Vicereale dovè rimanerne tanto più diffidente
e sospettoso. Nulla poi conosciamo intorno a' particolari della fuga,
la quale del resto non era un fatto assolutamente straordinario; basta
ricordare che ne abbiamo già citato un altro esempio in persona del
cav.^{re} gerosolomitano fra Antonio Capece. Non potremmo nemmeno
dire con certezza chi fosse stato il carceriere che se ne andò co'
fuggiaschi. Senza dubbio non fu il Martines, che avea già da un pezzo
perduto l'ufficio; ma tutto induce a credere che sia stato Antonio
de Torres detto «sotto-carceriero» nella denunzia e ricorso di
Camillo Adimari contro fra Pietro Ponzio, e successo interinalmente
al Martines, perchè ne' libri parrocchiali della Chiesa del Castel
nuovo, dopo di aver figurato più volte a motivo di paternità dal 7 8bre
1587 al 4 7bre 1601, egli scomparisce affatto senza lasciare alcuna
traccia di sè, e d'altra parte Onofrio Martorel, che dovrebb'essere
l'Onofrio sotto-carceriere citato nel processo e nella Narrazione del
Campanella, dopo di avervi figurato del pari assai sovente fin dal
1583, è registrato nell'elenco de' morti in data del 14 gennaio 1605;
aggiungiamo poi che nel processo, fin da' primi giorni del 1603, poco
dopo la data di cui qui si tratta, incontrasi il nome di un nuovo
carceriere, Martino Sances. Conosciamo per altro che fra Dionisio
se ne andò a Costantinopoli e quivi abbracciò la fede Maomettana:
ma le ricerche da noi istituite nell'Archivio Veneto, rovistando il
grandioso Carteggio de' Baili, ci han fatto sapere che egli giunse a
Costantinopoli nel maggio dell'anno seguente, essendosi trattenuto
segretamente sulle galere di Malta, ed avendole lasciate nel trambusto
di una fazione vittoriosa di quelle galere contro il castello di
Lepanto. Avremo campo di parlarne più in là: per ora notiamo che questo
incidente faceva peggiorare moltissimo la causa del Campanella.
Apparve allora un ordine di cattura «a' cursori, aguzzini ed
inservienti di qualsivoglia Curia, tanto ecclesiastica quanto secolare,
in qualsivoglia luogo, ecclesiastico, secolare, regolare ed anche
di Monache comunque dotato di esenzione, non ostante qualunque
privilegio», venendo dal tribunale accordate le veci e le voci
proprie, ed inculcato a tutti e singoli, ecclesiastici e secolari, di
dare aiuto, consiglio e favore necessario ed opportuno all'effetto
predetto[368]. Quest'ordine si trova in processo senza data, ma non
è dubbio che dovè essere emanato propriamente il 17 ottobre; poichè
vi si rileva questa circostanza, che al momento in cui fu scritto,
vi si parlò solamente della cattura di fra Dionisio fuggito, e poi,
con una postilla in margine, vi si aggiunse anche il Bitonto; e non
ci manca nemmeno un documento fuori il processo, che attesta essere
dapprima venuta al Vescovo di Caserta la notizia della fuga del solo
fra Dionisio[369]. Un'altra circostanza dobbiamo notare nell'ordine
suddetto. Esso fu emanato a nome del Nunzio, del Vescovo di Caserta e
del Vicario Alessandro Graziano: era costui il nuovo Vicario generale
successo al Vaccari, e da questo momento in poi trovasi in quasi tutti
gli Atti co' quali ebbe termine il processo principale.
Ma finalmente con lettera del 29 novembre il Card.^l Borghese
partecipava la risoluzione della Sacra Congregazione de'
Cardinali[370], ed ecco quanto alla presenza di S. S.^{tà} si era
risoluto. Pel Campanella, «che sia condannato alle carceri di questo
santo Uffitio (_int._ di Roma) ove perpetuamente sia ritenuto senza
speranza alcuna di esserne liberato»; pel Lauriana e fra Pietro di
Stilo, «che si dia loro la corda moderatamente... et non sopravenendo
cosa che gli aggravi, si facciano abiurare come leggiermente sospetti
di heresia, con impor loro alcune penitenze salutari»; pel Petrolo,
«che se gli dia la corda più acremente... et non risultando altro, si
faccia abiurare come sospetto vehementemente di heresia con imporgli
alcune penitenze salutari»; e si aggiungeva per questi ultimi tre
frati «l'essilio da tutto cotesto Regno» e l'assegnazione «da' loro
superiori» in conventi ne' quali si vivesse con maggiore osservanza,
notando essere «mente di N. S.^{re} che per le dette pene... non si
pregiudichi nè si ritardi la speditione della causa della pretensa
ribellione da farsi da' giudici sopra ciò deputati da S. S.^{tà}».
Quanto a fra Paolo, si era risoluto: «che sia rilasciato con imporgli
alcune penitenze salutari»; e quanto a fra Pietro Ponzio, «che sia
rilasciato liberamente dalle carceri per quello che spetta al santo
Uffitio».
Ben si vede che in Roma furono accolti i voti de' Giudici nel senso più
mite; solo per fra Paolo furono aggiunte le penitenze salutari, e per
gli altri fu accolto propriamente il voto del Vicario Arcivescovile,
che si era mostrato mite più di tutti. Ma pel Campanella, pel quale non
vi furono o non giunsero fino a noi i voti de' Giudici, si prese una
risoluzione abbastanza difficile a spiegarsi. Secondo la giurisprudenza
del S.^{to} Officio che abbiamo già altra volta avuta occasione di
ricordare, come pazzo, quale era legalmente riuscito a dimostrarsi
col tormento della veglia, il Campanella non avrebbe dovuto essere
_condannato_, ma ritenuto in carcere, fino a che o rinsavisse o
morisse, potendo solo in uno di questi due casi avere una condanna (è
noto che in materia di eresia anche i morti non venivano risparmiati);
invece come sano di mente, per la sua qualità di relapso, avrebbe
dovuto essere condannato alla degradazione e consegna alla Curia
secolare, dalla quale sarebbe stato giustiziato. Il carcere perpetuo ed
irremissibile, ovvero la così detta «immurazione» che avea lo stesso
significato, era la pena dell'eretico pentito, e più propriamente,
secondo una prescrizione del Concilio Tolosano, la pena dell'eretico,
che _pel timore della morte_ o per qualunque altro motivo, ma non di
spontanea sua volontà, era tornato in grembo alla Chiesa: posto che
_pel timore della morte_ il Campanella si fosse finto pazzo, egli non
avea però dato alcun segno di ritorno in grembo alla Chiesa. D'altronde
la condanna al carcere perpetuo avrebbe dovuto sempre essere preceduta
dall'abiura pubblica ed anche dalla degradazione, almeno verbale se
non attuale, come ordinava un rescritto di Urbano IV; e di ciò, a
proposito del Campanella, non si fece alcuna parola, nè realmente si
vide poi alcun Atto in sèguito. Bisogna del resto ricordare ancora che
nè il carcere perpetuo, nè l'irremissibile, importavano assolutamente
la ritenzione vita durante, come dalla loro denominazione si potrebbe
inferire; il S.^{to} Officio non isconosceva del tutto la massima del
foro laico, che cioè il carcere doveva servire a custodia e non a
pena, e quindi soleva condonare il carcere perpetuo dopo tre anni, ed
il carcere irremissibile dopo otto anni[371].--Queste considerazioni
non poterono certamente sfuggire al Governo Vicereale, che a simili
argomenti attendeva con molta premura in que' tempi, ma non ci pare che
siano state fatte da coloro i quali si sono occupati del Campanella;
e però si sono avuti giudizii veramente un po' strani sullo spirito
della condanna che il Campanella ebbe da Roma, sull'atroce condotta
del Governo Vicereale verso di lui, sulla stessa determinazione
presa in Roma, quando, dopo tanti anni di ritenzione in Napoli, il
Campanella giunto nelle carceri Romane finì per acquistare la libertà.
Certamente il Campanella fu da Roma giudicato colpevole in eresia, e
non sapremmo punto ammettere che il S.^{to} Officio gli avesse dato
una condanna al carcere irremissibile senza motivo, o per semplice
finzione con lo scopo di trarlo a Roma: se i compagni del Campanella
furono sottoposti a tortura ed obbligati ad abiurare come sospetti
leggermente o veementemente di eresia, come mai si può concepire
che egli non sia stato giudicato eretico? Forse potè non essere
ritenuto plenariamente convinto, come si era riconosciuto dai Giudici
per fra Dionisio; ma anche ammesso ciò pel Campanella, il cui caso
era veramente più grave di quello di fra Dionisio, rimane sempre a
spiegarsi come mai potè avere la condanna che ebbe. Se ci è lecito
esprimere una nostra opinione, essa è, che da Roma si volle dare a
questa faccenda un termine ad ogni costo, poichè con la semplice
ritenzione nel carcere, per aspettare il rinsavimento o la morte del
Campanella e poi venire alla condanna, la faccenda sarebbe durata
indefinitamente, e questo era divenuto impossibile: si mutò quindi la
ritenzione continua in carcere perpetuo _sine spe_, senza prescrivere
l'abiura e la degradazione, che nello stato in cui il Campanella si
trovava, o più veramente fingeva di trovarsi, non si sarebbe nemmeno
riusciti ad effettuare, e con tale ripiego si apriva la via di dare
un termine anche alla causa della congiura, essendo esaurita quella
dell'eresia. La condizione poi del doversi la pena scontare nel carcere
di Roma non fu nemmeno speciale, perocchè trattandosi del giudizio
di un tribunale non diocesano, l'andata a Roma era di regola, e se
si credè conveniente di esprimerla nella risoluzione, ciò si fece
per evitare ulteriori controversie col Governo Vicereale, oltrechè
per affermare quella «superiorità ecclesiastica» sempre ambita da
Roma più di ogni altra cosa e non del tutto riconosciuta dal Governo
in tale faccenda: d'altronde l'andata a Roma si sarebbe effettuata
dopo la spedizione della causa della congiura, che non doveva essere
«nè pregiudicata nè ritardata», e se per questa causa il Campanella
avesse riportata la condanna della degradazione e consegna alla Curia
secolare, come D. Giovanni Sances avea già chiesto, egli non sarebbe
andato a Roma certamente. Adunque la risoluzione della Congregazione
Romana non avea punto lo scopo di trarre il Campanella da Napoli
a Roma: essa facilitava solamente, e di molto, ciò che il Governo
Vicereale bramava, la spedizione della causa della congiura; essa
dava modo di far proferire una condanna in quella causa, come una
condanna era stata proferita nella causa dell'eresia, senza tener conto
della pazzia legalmente accertata! Con ciò non diremo che il Governo
Vicereale avesse dovuto rimanerne contento e soddisfatto. Si comprende
che esso avrebbe preferita una condanna di degradazione e consegna
alla Curia secolare, essendo il Campanella relapso in eresia, come D.
Giovanni Sances non avea mancato di ricordare nella sua Allegazione:
d'altronde non poteva fargli un'ottima impressione quella condanna di
ripiego ad un carcere irremissibile che tale non era di fatto, quel
ricordo di doversi codesta pena scontare in Roma, dopo «la speditione
della causa della pretensa ribellione da farsi da' giudici sopra
ciò deputati da S. S.^{tà}», quasi che tale causa potesse terminare
con una condanna a pena insignificante o con un semplice rilascio.
Quando vi erano già state tante ragioni od occasioni di sospetti
e diffidenze, riesce ben naturale ammettere che tutto ciò venisse
ad aggiungere qualche cosa a' sospetti e alle diffidenze. Eppure
non abbiamo alcuno indizio che il Governo Vicereale fosse rimasto
irritato dalla risoluzione di Roma: se ne rinverrebbe qualche traccia
nel Carteggio del Nunzio, come la si rinviene ogni qual volta vi era
stato un positivo scontento da parte del Governo. Invece se dovessimo
credere a ciò che ne disse poi il Campanella nella sua Narrazione,
tutto fu fatto per compiacere il Governo; e per verità, quanto a sè,
egli aveva ragione di dirlo, poichè Roma avea mostrato di non ritenerlo
pazzo, mentre egli avea comprovata col più solenne de' tormenti la
sua pazzia. Non sarà inutile ricordare qui le parole del Campanella.
«Dopo questo (dopo il suo tormento) fuggio F. Dionisio dalli carceri,
e li altri fur liberati; ma solo li frati furo esiliati dal regno
per soddisfar alli regi Fiscali, el Campanella in perpetuo carcere
del S. Officio in Roma _sine spe_. Ma perchè li frati condannati a
compiacenza d'officiali regi subito in Napoli et altri in Roma fur
aggratiati e diventaro priori et officiali nella Religione, e si vide
che questa condanna era _ad ostentationem_ fatta dalli ecclesiastici;
e sapendo ch'il Campanella senza esser esaminato fu condannato, e la
sentenza è nulla per questo e per le appellationi secrete che prima e
poi mandò a Roma, non volsero mai permettere che andasse alli carceri
di Roma; nè che si facesse la causa sua di ribellione a Napoli» etc.
Ma i frati, nella più gran parte, furono liberati dopo tortura e
solenne abiura, e se furono di poi graziati dell'esilio, ciò accadeva
sempre nelle condanne del S.^{to} Officio, e sarebbe del pari accaduto
per lo stesso carcere perpetuo del Campanella: e dopo tutto quello
che abbiamo visto, potrebbe mai ritenersi che le condanne con le
torture fossero state date a compiacenza degli officiali Regii e _ad
ostentationem_? A noi basta assodare che non vi fu, come non vi poteva
essere, una grave dispiacenza del Governo Vicereale per quella specie
di condanne, e che esso non ne rimase irritato più di quanto lo era
già per molti altri fatti, ed in ultimo luogo pel lunghissimo tempo
impiegato nello svolgimento della causa e per la fuga di fra Dionisio;
vedremo in sèguito che la sua irritazione crebbe veramente più tardi
per qualche altro fatto, il quale esacerbò la diffidenza e il sospetto,
aggiungendovi il risentimento e il puntiglio della peggiore specie.
Pervenuta in Napoli la risoluzione di Roma, non rimaneva che spedire la
causa secondo il dettato di essa. Si sarebbe potuto farlo in pochissimi
giorni, ed invece, non sapremmo dire per quale motivo, scorse oltre un
mese, e le sentenze e gli atti ultimi non si compirono che al principio
dell'anno seguente: lo stesso fra Pietro Ponzio, per lo quale era stato
ordinato il rilascio semplice, e già il Nunzio avea più volte dato a
Roma promesse formali di sollecita spedizione, non si vide libero e
dovè attendere ancora. Il Nunzio si limitò a partecipare al Card.^l
Borghese di aver ricevuta la risoluzione presa intorno alla causa del
S.^{to} Officio, e di aver fatto sapere al Vescovo di Caserta, che era
sempre pronto ad intervenire nella spedizione di detta causa[372].
L'8 gennaio 1603 si venne finalmente alla spedizione della causa.
Secondo lo stile del S.^{to} Officio, le sentenze furono prima scritte,
e quindi promulgate e lette dal Notaro della causa agl'interessati,
non essendo lecito fare altrimenti sotto pena di nullità. Si cominciò
dal Campanella[373]. La sentenza, sottoscritta da' tre Giudici,
diceva che, viste le informazioni e gli Atti, visto il tenore della
lettera del Card.^l Borghese scritta il 29 novembre 1602 d'ordine
de' Cardinali sommi Inquisitori, in esecuzione di detta lettera
essi Giudici provvedevano e decretavano, che per le cause di eresia
per le quali trovavasi carcerato e detenuto il Campanella doveva
essere condannato, come con quel decreto era condannato, sua vita
durante alle carceri formali della S.^{ta} Inquisizione in Roma etc.
etc., ripetendo la condanna e la pena ne' termini precisi da Roma
trasmessi. Nel medesimo giorno suddetto il Prezioso, chiamato il
Campanella con l'intervento di due testimoni, i Rev.^{di} D. Antonio
Peri e D. Vincenzo Pagano, gl'intimò e lesse la sentenza _audiente et
intelligente_, e ne rogò un Atto appunto in questi termini. Dunque il
Campanella udiva e comprendeva, e non tenevasi più conto della sua
pazzia, circostanza di cui non avea da dolersi certamente il Governo
Vicereale: intanto, in una ricevuta di piccolo sussidio tratto dalla
somma venuta di Calabria, alla data del 30 marzo 1603, trovasi che
la parte spettante al Campanella era ancora esatta da fra Pietro
di Stilo, il quale dichiarava di aver «pensiero» della persona del
Campanella, naturalmente perchè pazzo[374]. Si venne poi a fra Paolo
della Grotteria, per lo quale la sentenza, scritta con lo stesso
formulario, decretava il rilascio dalle carceri con l'indicazione
delle penitenze impostegli (recitare in giorni determinati l'ufficio
de' morti, il Credo, i Salmi penitenziali e le Litanie, recitare ogni
giorno il Rosario, digiunare il sabato) «riservatane la moderazione,
la mitigazione e la commutazione a' Cardinali sommi Inquisitori». Ed
egualmente il Prezioso, con le cautele medesime, gli lesse la sentenza
_audiente et bene intelligente_, _et omnia acceptante_; più tardi poi,
scorse oltre due settimane, gli consegnò la copia delle dette penitenze
salutari, rogandone un altro Atto innanzi a due altri testimoni,
uno de' quali era Martino Sances carceriere. Ma bisogna notare che
il rilascio di fra Paolo rifletteva le cause di S.^{to} Officio, e
poichè egli era inquisito anche della ribellione, continuò a rimanere
in carcere.--Si passò quindi a fra Pietro Ponzio, cui fu decretato
il rilascio per le cause spettanti al S.^{to} Officio, sempre in
esecuzione della lettera di Roma; e il Prezioso gli lesse la sentenza
_audiente et intelligente_. Fra Pietro fu veramente posto in libertà:
non abbiamo notizia della data precisa in cui uscì dalle carceri, ma
verosimilmente ciò accadde senza molto ritardo, non essendovi empara
per lui; possiamo solamente dire con certezza che nell'ordine di
pagamento del piccolo sussidio menzionato sopra, alla data del 22
marzo, egli non era più computato tra' frati esistenti in Castello e
non figurava di poi nella ricevuta. Lo troveremo in sèguito nel suo
convento di Nicastro, poichè ci darà ancora occasione di parlare di lui.
Nello stesso giorno 8 gennaio, innanzi al Nunzio, al Vescovo di Caserta
e al Vicario Graziano, si amministrò la tortura, prima a fra Pietro
di Stilo e poi a fra Silvestro di Lauriana[375], tortura moderata,
di poco più di mezz'ora, dimandando loro se fossero vere le cose che
aveano deposte contro gli altri, e se avessero aderito all'eresie che
avevano udite (precisamente come in Roma era stato risoluto). Possiamo
dire che l'uno e l'altro si mostrarono quali li abbiamo visti finora
in tutto il processo. Fra Pietro di Stilo, lettogli il testo della sua
deposizione fatta in Gerace, dichiarò vere le cose che avea deposto
avere udite dal Campanella in Calabria, e quanto all'avervi aderito,
disse che egli non avea nemmeno capito tutto quello che il Campanella
diceva, anche perchè come Vicario del convento non gli riusciva star
sempre fermo e poter udire tutto il discorso: incalzato dalle domande,
se avesse creduto a ciò che aveva udito intorno a' miracoli, che era
manifesta eresia, e se sapesse che un cristiano avea l'obbligo di
farne denunzia a' superiori ecclesiastici, disse che non vi aveva mai
creduto, che non aveva nemmeno immaginato essere quella un'eresia, che
aveva appreso l'obbligo della denunzia solamente dopo di essere stato
carcerato (sempre la parte dell'ignorante). Posto allora alla corda,
fra le solite grida di dolore confermò ad una ad una le risposte date,
ed avendogli i Giudici domandato se volesse scendere per poter dire
più comodamente la verità, disse «io non voglio scendere et non sò
altro che dire, è la verità è detta». Poi oppresso dall'atrocità del
dolore si fece a dire, «scenditimi, scenditimi che dirrò la verità»;
ma mentre i Giudici ne davano l'ordine gridò, «non mi scenditi, non mi
scenditi, perchè la verità l'hò ditta» (il povero fra Pietro diffidava
di sè medesimo, e si sforzava in tutti i modi di non lasciarsi andare
a dire cose compromettenti). Infine non potè più resistere e volle
scendere, ma disse «per Dio che non hò da dire niente, nè posso dire
altro per Dio»; e più volte mantenuto in alto, più volte sceso, dicendo
sempre che la verità l'avea detta, con segni di grandi sofferenze,
essendo scorsa oltre mezz'ora, fu lasciato definitivamente.--Quanto al
Lauriana, lettogli il testo della deposizione fatta in Monteleone alla
presenza di fra Cornelio, e dimandatogli se le cose quivi deposte erano
vere, disse, «io sono stato essaminato un'altra volta in Napoli dinanzi
al Vescovo di Termoli» (sempre un appello a deposizioni anteriori);
circa poi l'avere aderito all'eresie, lo negò con gravissimi
giuramenti; dimandatogli se sapesse che c'era l'obbligo della denunzia,
disse di sì, ed osservatogli che non avea subito fatta la denunzia
a' superiori disse «mi riferisco all'essamine». Posto alla corda,
emettendo le solite grida, deplorando di aver conosciuto quelle persone
che aveano proferito eresie, rispondendo sempre di aver detto la
verità, fra le angosce del suo dolore esclamò, «Monsignore aiutatemi,
Frà Campanella è luterano marcio, abrusciatelo»! Ed allora gli venne
domandato in che fosse luterano fra Tommaso Campanella, ed egli «me
rimetto alle mie essamine» (sempre ignorante e brutale). Infine,
essendo anche per lui trascorsa mezz'ora e più, fu fatto scendere.
Gli 11 gennaio, del pari innanzi a tutti e tre i Giudici, si amministrò
la tortura a fra Domenico Petrolo, secondo le prescrizioni di Roma,
più acremente e rivolgendogli le solite dimande[376]. Con molti
particolari, come era suo costume, egli disse avere udito le cose
deposte non tutte in Stilo, dalla bocca del Campanella, ma averne udite
anche in Castelvetere, quando fra Tommaso gli persuase di imitare il
Pizzoni, di farsi leggere la deposizione di costui e deporre alcune
delle cose che costui avea deposte ad oggetto di scampare dalle mani
de' secolari: ond'egli così fece, e fra Cornelio scrisse aggravando
la deposizione, ed egli non si curò di questo aggravamento perchè fra
Tommaso gli avea detto che così gli piaceva; ma poi, innanzi al Vescovo
di Termoli, avea corretto il primo esame, spogliandolo di tutto ciò che
fra Cornelio aveva aggiunto. E lettegli le deposizioni fatte innanzi al
Vescovo di Termoli, egli dichiarò che le cose in esse contenute erano
vere, ed aggiunse che non aveva mai aderito alle proposizioni eretiche,
ed aspettava che il Campanella le avesse proferite alla presenza di
altri, per poterlo denunziare e far constare le cose da testimoni.
Fu allora posto alla corda, sempre in esecuzione di quanto era stato
ordinato con la lettera di Roma, che venne costantemente ricordata
in tutti questi Atti. Le sue sofferenze furono vivissime, le sue
esclamazioni strazianti continue: rivolgevasi al Nunzio, rivolgevasi
al Vicario, diceva loro che si sentiva aprire il petto e si protestava
che moriva; al Nunzio ricordò pure che compivano appunto allora tre
anni, ed era egualmente giorno di sabato, quando aveva altra volta
avuta la corda (per la congiura). Del rimanente confermò sempre che le
cose deposte erano vere, e che non aveva aderito all'eresie udite: ed
essendo scorsa un'ora intera, fu ordinato, come per tutti gli altri,
che lo scendessero, lo slegassero, gli accomodassero le braccia, lo
rivestissero e lo riponessero nel suo carcere.
Immantinente si passò a dar fuori le sentenze già scritte, e a
promulgarle e leggerle, procedendo anche alla consegna delle copie
delle penitenze, agli Atti dell'abiura e a quelli dell'assoluzione
dalla scomunica, tanto pel Petrolo quanto per fra Pietro di Stilo
e pel Lauriana successivamente; sicchè tutto venne esaurito nello
stesso giorno 11 gennaio 1603[377]. Le sentenze furono questa volta,
secondo il rituale, scritte con maggiore solennità ed in lingua
volgare. I Giudici, dichiarandosi speciali delegati de' Cardinali
sommi Inquisitori, e rivolgendo la loro parola all'inquisito, gli
ricordavano la sua causa: trovarsi lui nel tribunale del S.^{to}
Officio per avere udito «da alcuni religiosi» proferire eresie formali
e non averle denunziate, avere avuto un termine per le difese senza
averle fatte, essersi proposta e discussa la causa e fattane relazione
a' Cardinali sommi Inquisitori, e dietro loro risoluzione essersi
proceduto all'esame rigoroso (la tortura) con le debite proteste
del Procuratore fiscale, e visti e considerati i meriti della causa,
essersi deliberato di venire alla spedizione e alla sentenza anche
d'ordine particolare di detti Cardinali. Invocato quindi il nome di
Gesù Cristo e di Maria Vergine, nella causa vertente tra il Procuratore
fiscale e lui «reo, inquisito et processato», sedendo _pro tribunali_,
dicevano, pronunziavano, sentenziavano e dichiaravano essere stato lui
giudicato sospetto di eresia (veementemente o lievemente) e perciò
incorso nelle censure: ed affinchè togliesse dalle menti loro e di
altri fedeli questo sospetto contro di lui concepito, ordinavano che
avanti di loro, nella Chiesa del Castello, pubblicamente e in giorno
festivo abiurasse, maledicesse, detestasse ed anatemizzasse questa
ed ogni altra eresia nella forma che da loro sarebbe stata data,
contentandosi, dopo ciò, di assolverlo dalla scomunica incorsa. E per
non far rimanere que' gravi errori totalmente impuniti e dare esempio
agli altri, lo condannavano all'esilio fuori Regno vita durante o pel
tempo che parrebbe a' detti Cardinali, e alla permanenza in un convento
assegnato dal suo superiore regolare, dando cauzione di 25 once d'oro
per l'osservanza dell'esilio, e in difetto obbligandosi a servire
«per un remigante alle galere della S.^{ta} Sede» per un tempo ad
arbitrio di detti Cardinali. Gl'imponevano poi per penitenze salutari
la confessione una volta la settimana, la frequente celebrazione della
Messa e il Rosario ogni giorno, dichiarando che questa condanna non
dovea ritardare nè impedire la spedizione della causa della ribellione,
e riservando la moderazione, commutazione e mitigazione delle dette
pene e penitenze a' Cardinali sommi Inquisitori. Conchiudevano: «Et
così dicemo, pronontiamo, sententiamo, condanniamo, penitentiamo, et
riserviamo in questo et in ogn'altro miglior modo et forma che di
raggione potemo et dovemo», sottoscrivendosi ognuno col suo titolo
e con la qualità di Commissario Apostolico.--Una simile sentenza di
veemente sospetto fu dal Notaro della causa promulgata e letta dapprima
al Petrolo, _audiente et intelligente_, alla presenza di 7 testimoni, e
subito dopo, avuta anche la copia delle penitenze salutari impostegli,
tutto addolorato com'era, il Petrolo fu tradotto nella Chiesa del
Castello, ed ivi inginocchiato innanzi ai Giudici pronunziò la solenne
abiura, secondo la scritta già preparata, e vi appose la sua firma.
L'abiura conteneva la notizia della causa e della condanna, calcata sul
formulario della sentenza. L'inquisito dichiarava che, inginocchiato
innanzi a' Giudici e toccando i Santi Evangeli, confessava e si doleva
di avere gravemente errato contro la Chiesa, perchè avendo da alcuni
religiosi udito proferire eresie formali non li aveva denunziati; ed
essendo stato giudicato veementemente sospetto di eresia, per rimuovere
dalla mente di tutti i fedeli questo veemente sospetto abiurava etc.
etc., promettendo e giurando di non mai più ascoltare eretici, di
denunziarli subito qualora gli accadesse di conoscerli e udirli per
l'avvenire, di adempiere a tutte le pene e penitenze impostegli, ed
infine ricercando il Notaro là presente di scrivere quella cedola di
abiura recitata parola a parola, non sapendo lui bene scrivere (!) e di
fare d'ogni cosa pubblico istrumento (ciò che per altro era stato già
preparato). Da ultimo il Curato D. Gaspare di Accetto, con le solite
cerimonie, procedeva alle assoluzioni dalla scomunica, censura e pene
incorse; ed anche di questo fu rogato un Atto.--Allo stesso modo si
fece di poi per fra Pietro di Stilo e pel Lauriana colpiti di lieve
sospetto: l'uno dopo l'altro adempirono agli Atti e formalità di cui si
è finora discorso.
Rimaneva intanto a compiersi ancora la parte più difficile pei poveri
frati, la fideiussione di 25 once d'oro per ciascuno. Naturalmente,
nella loro condizione, era quasi impossibile trovare anche uno degli
strozzini i quali solevano fare questa specie di affari, e i Giudici
l'aveano preveduto nella loro sentenza. Mandarono dunque un memoriale
con cui diceano volersi obbligare alla pena della galera invece di
dare la fideiussione, giacchè «per essere forastieri» non aveano
fideiussori. E il 16 marzo il Notaro Prezioso, andato in Castel nuovo,
rogò un Atto coll'intervento di cinque testimoni, e tra essi Felice
Gagliardo, pel quale i tre frati, «sciolti da' ceppi e dalle catene
e costituiti in libera libertà» secondo la formola solita in questi
casi, spontaneamente dichiararono che non avendo trovato fideiussori
si obbligavano a servire da remiganti sulle galere della S.^{ta} Sede,
per un tempo ad arbitrio de' Cardinali sommi Inquisitori, nel caso di
contravvenzione all'esilio fuori Regno vita durante, e alla permanenza
in un convento assegnato dal loro superiore giusta la sentenza[378].
Il 21 marzo la copia delle sentenze, decreti, abiure, ed obbligo della
galera fu mandata a Roma.
Così nel marzo 1603 ebbe veramente termine il processo di eresia del
Campanella e socii, durato, soltanto in Napoli, poco meno di tre anni,
dal 10 maggio 1600 al marzo 1603, e finito con sole quattro condanne di
frati propriamente per l'eresia: ve ne sarebbero state sei, qualora fra
Dionisio e il Bitonto non fossero riusciti a fuggire, e computandovi
anche il Pizzoni morto nel carcere, si sarebbero in tutto avuti, dopo
tanto scalpore, sette frati solamente più o meno eretici. Ecco a quali
proporzioni si riducevano le cose circa l'eresia, ed essendoci note
le condizioni di taluni di questi frati, sopratutto del Lauriana ed
anche del Petrolo, di fra Pietro di Stilo e del Bitonto, dobbiamo
assolutamente ridurre le cose sempre più, accordando a' soli tre
nominati nel processo in modo più spiccato, Campanella, fra Dionisio e
Pizzoni, la possibilità di una opera efficace nel senso di una riforma
religiosa, e riconoscendo unicamente nel Campanella la capacità di
concepirla ed insinuarla.--Pertanto i frati rimasti in carcere, cioè il
Campanella, il Petrolo, fra Pietro di Stilo, il Lauriana ed anche fra
Paolo della Grotteria, erano in grado oramai di saldare il loro conto
col tribunale per la congiura: ma vedremo che vi furono altri incidenti
e si andò incontro a lungaggini egualmente da questo lato, nè si potè
cominciare a prendere una risoluzione a loro riguardo che nel luglio
dell'anno seguente!
Dobbiamo aggiungere che il tribunale per l'eresia ebbe ancora a
compiere qualche altro Atto circa il Soldaniero e Valerio Bruno, mentre
per Orazio S.^{ta} Croce e Felice Gagliardo avea provvisto con quello
speciale processo secondario affidato al tribunale diocesano, le cui
vicende abbiamo anche già narrato. Circa Valerio Bruno, rammentiamo
che dietro due suoi memoriali, favorevolmente accolti dal Vicario
Palumbo e dal Vescovo di Caserta, egli fu abilitato con fideiussione
e coll'obbligo di non partire da Napoli, legalmente domiciliato
presso Carlo Spinelli, avendo il Vicario Palumbo opinato che dovesse
essere interrogato di nuovo e poi spedito. Fu quindi, il 19 luglio
1603, decretato un nuovo esame pel Bruno, ad oggetto di sapere se
veramente il Soldaniero avesse chiesta al priore e al lettore di
Soriano l'espulsione di fra Dionisio e del Pizzoni da quel convento,
per l'eresie che aveano manifestate. Costretto a ripresentarsi in
tribunale, il 19 agosto fu esaminato dal Vicario Palumbo «sostituto e
deputato», e nell'esame si ricordò solamente di aver conosciuto fra
Dionisio e il Pizzoni in Soriano, ma pel resto mostrò non ricordarsi
più di nulla, dicendo, «dopò che hebbi la corda (_int._ per qualche
incidente od anche per la sola ratificazione delle cose deposte nella
causa della congiura) hò persa la memoria, è da quà ad un Credo non
mi ricordarò di quello che V. S. me hà dimandato»[379]. Così il 19
novembre fu emanato per lui un decreto di rilascio ma pur sempre
con fideiussione; e questa volta, il 28 gennaio 1604, si trovarono
due disgraziati, un tessitore ed un calzolaio, che si obbligarono a
presentarlo ad ogni richiesta nelle carceri Arcivescovili sotto pena
di 50 once d'oro, obbligandosi il Bruno medesimo alla pena della
galera, e tutti e tre indicarono per domicilio legale la casa di
Carlo Spinelli, onde si vede che costoro erano tutti dipendenti dallo
Spinelli.--Circa il Soldaniero, rammentiamo che essendo nel marzo
1602 partito per la Calabria in contravvenzione all'obbligo assunto
di rimanere in Napoli, accertato il fatto con una informazione, venne
confiscata la cauzione data e prescritta la citazione a comparire
fra tre giorni sotto pena di essere dichiarato scomunicato oltrechè
confesso e convinto del delitto appostogli, onde finì poi per essere
carcerato di nuovo in Calabria. L'informazione eseguita dal Prezioso
nel domicilio del Soldaniero in Napoli, esaminando la sua albergatrice
Lucrezia Marmana bottegaia alla Carità, Beatrice d'Avanno maritata ad
un genovese e divenuta amante del Soldaniero, inoltre anche Agostino
S.^{ta} Croce clerico, fratello di Orazio ed albergato del pari in casa
della Marmana, avea fatto conoscere che il Soldaniero se n'era andato
in Calabria per arrolare soldati, avendo avuto l'ufficio di alfiere dal
capitano Gio. Paolo de Corduba; poichè i banditi davano un contingente
notevole all'esercito, come del resto dovunque, e nelle occorrenze
il Governo concedeva anche indulti agli assassini coll'obbligo di
servire alla guerra per un numero di anni determinato, facendo
desolare segnatamente le provincie di Fiandra e facendo maledire il
nome napoletano con altrettali soggetti. Il Soldaniero si schermì per
non breve tempo, ma cadde finalmente in potere delle forze Regie, e
venne chiuso nelle carceri dell'Audienza di Calabria a disposizione
del Vescovo di Caserta. Carlo Spinelli s'interessò allora anche per
lui, lo raccomandò a voce e scrisse di poi una lettera al Vescovo,
che fu perfino inserta nel processo e ne mostra la firma autografa,
presentando i nomi di varii individui capaci di fornire la cauzione pel
Soldaniero, tra' quali nientemeno che il nome di Valerio Bruno[380]. La
lettera fu scritta il 23 gennaio 1604, e il 26 il Vescovo di Caserta
emanò un decreto di rilascio pel Soldaniero dalle carceri della R.^a
Audienza di Calabria, con la cauzione di 50 once d'oro e l'obbligo di
presentarsi fra quindici giorni nelle carceri Arcivescovili di Napoli.
Una significatoria di tale decreto fu subito spedita al Governatore
e alla R.^a Audienza di Calabria, ma senza aspettarne l'esecuzione,
il 28 gennaio 1604, nella stessa data in cui rogavasi la fideiussione
per Valerio Bruno, fu rogata anche quella pel Soldaniero, rimanendo
accettato per fideiussore, insieme con due altri individui, appunto
Valerio Bruno, e sempre indicata per domicilio la casa di Carlo
Spinelli presso la Chiesa di S. Lucia a mare. Evidentemente lo Spinelli
e il Vescovo di Caserta erano due anime fatte per intendersi senza
la menoma difficoltà: abbiamo motivo di ritenere che il Soldaniero
sia stato lasciato in pace, non trovandosi alcun altro esame di lui,
e conviene dire che con tanta benignità verso due furfanti quali il
Soldaniero e il Bruno, dopo tanto rigore verso i poveri frati, il
Vescovo di Caserta nella fine della causa abbia emulato la condotta
tenuta nel principio da fra Cornelio. Ma conviene anche dire che non
dal tribunale, bensì dal solo Vescovo di Caserta, furono compiuti
questi ultimi Atti, co' quali rimase definitivamente chiuso il lungo
processo dell'eresia.
II. Passiamo all'esito del processo della congiura; e qui esporremo
dapprima le poche altre notizie che ci è riuscito raccogliere intorno
agli Atti ulteriori del tribunale pe' laici, il quale non cessò mai
di funzionare durante il lungo tempo in cui funzionò il tribunale
dell'eresia, ed anzi si tenne ancora aperto per qualche anno dopo.
Abbiamo già detto altrove, che secondo il costume del tempo si
sentenziava separatamente e successivamente per ciascuno inquisito
e per gruppi speciali d'inquisiti; vi furono quindi, di tratto in
tratto, sentenze non solo pe' catturati, ma anche pe' contumaci che con
pubblico bando erano stati dichiarati «forgiudicati». Possiamo dire
con certezza che non si ebbero altri supplizii, poichè conoscendo i
nomi de' principali inquisiti, li avremmo senza dubbio ravvisati ne'
Registri dell'Archivio de' Bianchi di giustizia: si ebbero invece gravi
condanne a parecchi anni di carcere, come per taluno degl'inquisiti
ci risulta da documenti che abbiamo trovati nel Grande Archivio; e si
ebbero ancora più numerose assoluzioni e rilasci, come ci risulta dalle
notizie autentiche, registrate nel processo dell'eresia, circa coloro i
quali figurarono egualmente in tale processo o vi furono semplicemente
nominati.
Cominciando da quest'ultima categoria, non abbiamo che a riassumere
le notizie sparsamente apprese dal processo di eresia. Ricordiamo
dunque, che verso la fine di settembre 1600 erano stati abilitati e
si trovavano pronti a partire per la Calabria tutti o quasi tutti
gl'inquisiti di Catanzaro, segnatamente Geronimo Marra, Francesco
Salerno, Nardo Rampano, e con costoro probabilmente anche il Franza,
il Flaccavento, gli Striveri etc., onde a tale data nel processo
dell'eresia fra Dionisio chiedeva che fossero interrogati di urgenza,
prima che partissero. Ricordiamo che Felice Gagliardo, già torturato
una prima volta in Calabria, ebbe un'altra tortura per la ribellione,
un po' prima del 19 marzo 1602, quando fra Pietro Ponzio ne fece
menzione come di un fatto non remoto[381]; e la tortura fu acre,
verosimilmente _tamquam in cadaver_ come allora si soleva prescrivere
ne' delitti gravi, onde il Gagliardo medesimo disse di aver avuto «a
morire», ma non confessò nulla e dovè essere assoluto, poichè non
trovò alcuno ostacolo all'uscita dal carcere quando finì di saldare i
suoi conti col S.^{to} Officio. Ricordiamo inoltre che tra il febbraio
e l'aprile 1602 erano già stati assoluti il Conia, il Marrapodi,
l'Adimari, probabilmente anche il S.^{ta} Croce, tutto il gruppo
degl'inquisiti che insieme col Gagliardo e col Pisano si trovarono
rinchiusi nelle carceri di Castelvetere; e i primi tre aveano pure
fatto ritorno in Calabria subito dopo l'assoluzione, mentre il S.^{ta}
Croce rimase in carcere essendo implicato nelle materie di S.^{to}
Officio. Ricordiamo infine che nel tempo medesimo era stato egualmente
assoluto Geronimo Campanella e forse anche Gio. Pietro Campanella (ved.
pag. 241): l'ultima notizia avuta intorno a Geronimo si fu l'assistenza
che egli faceva insieme con Gio. Pietro, il 2 agosto 1601, al povero
fra Tommaso ancora ammalato pel grave tormento sofferto; più tardi, tra
il febbraio e l'aprile 1602, egli era già tornato a Stignano.
Relativamente a' contumaci forgiudicati, dallo stesso processo di
eresia abbiamo appreso che Gio. Gregorio Prestinace nell'agosto 1601
voleva presentarsi, e fra Pietro di Stilo vivamente raccomandava che
se ne astenesse: nè altro sappiamo intorno alla fine di questo amico
intimo del Campanella, come pure dell'altro egualmente fuggiasco,
Fulvio Vua, mentre intorno a Tiberio e Scipione Marullo possiamo
ritenere che non patirono gravi molestie, poichè troviamo Scipione
registrato tra coloro i quali si dottorarono nell'aprile o maggio 1604,
e però bisogna ammettere che egli abbia potuto fare i suoi studii
negli anni precedenti[382]. Abbiamo appreso poi da documenti, che ci è
riuscito del pari trovare nel Grande Archivio, talune altre notizie sul
Baldaia, sul Dolce, sull'Alessandria, sul Tranfo, inscritti, come si è
veduto a suo tempo, in una lunga lista di forgiudicati.
Geronimo Baldaia di Squillace verso la fine del 1603 scorreva la
campagna con comitiva di fuorusciti, ed aveva pur allora commesso un
omicidio, d'accordo, a quanto pare, col capitano di Petrizzi (tanta
era la confusione e corruzione amministrativa a que' tempi): la Corte
del Principe di Squillace lo catturò, e pretese di farne essa la
causa, ma l'Audienza di Calabria ultra si diede a raccogliere contro
di lui informazioni «de più delitti»; nel luglio poi 1604 il Vicerè
ordinò che queste informazioni gli fossero trasmesse, come pure che
il Baldaia fosse dalle carceri di Squillace tradotto a Napoli, senza
per altro fare alcun cenno della sua condizione di forgiudicato per
la causa della congiura, sicchè dovrebbe dirsi essere stata quella
condizione affatto dimenticata[383]. Quanto a Tolibio Dolce di
Satriano, nel giugno 1604 il Capitano di Stilo aveva già catturato
un Gio. Antonio Lucano, che gli avea dato ricetto mentre trovavasi
«forgiudicato per la causa di ribellione», e poi finì per essere
catturato egli medesimo, nell'ottobre di quell'anno, per opera di D.
Carlo di Cardines Marchese di Laino, Governatore di Calabria ultra
in quel tempo: il documento che lo riguarda non fa menzione di altri
delitti da lui commessi, ma lo dichiara solamente «forgiudicato nella
causa della pretensa ribellione», ed inviato a Napoli perchè quivi
«in detta causa... si procede per delegatione», onde il Vicerè loda
molto nel Marchese «la diligentia de un cossi accertato et signalato
servitio»[384]. Da ciò rilevasi che al cadere del 1604 il tribunale
speciale della congiura pe' laici era sempre aperto; ed aggiungiamo
che un altro documento ci mostra il Dolce tuttora nelle carceri del
Castel nuovo nel 1610[385]. Passando a Gio. Francesco d'Alessandria,
dobbiamo dire che egli continuava nella sua mala vita di fuoruscito
in compagnia pure di Antonio suo padre, e nel 1605 venne finalmente
catturato: un reclamo contro di lui lo dichiara «carcerato inquisito
per la causa della Rebellione», sottoposto ad informazione per un
omicidio in persona di un Antonio Lapronia e per «altri homicidii et
enormi delitti»; un reclamo poi contro l'Auditore Ferrante Barbuto,
successo all'Auditore Hoquenda come delegato a tale informazione,
rivela che il Barbuto ebbe per mezzo di Carlo di Paola, nostra vecchia
conoscenza, D.^{ti} 200 «acciò guastasse l'informatione presa»[386].
Entrambi questi documenti meritano di essere consultati per acquistare
una nozione de' tempi sempre più esatta, ma principalmente il secondo,
scritto dal figlio di Gio. Geronimo Morano, altra nostra conoscenza,
merita di essere consultato in tutta la sua estensione: poichè esso,
oltre l'Alessandria, menziona diversi inquisiti, tra' quali Paolo e
Scipione Grasso figli di Jacovo, presi con bando che concedeva indulto
a chi li consegnasse vivi o morti; ed anche Gio. Domenico Martino
famoso fuoruscito, probabilmente «il figlio di Nino Martino», che
insieme co' «figli di Jacovo Grasso» il Campanella nominò nella sua
Dichiarazione scritta come individui sui quali i Contestabili facevano
assegnamento per la ribellione. Nessuno di costoro trovasi qualificato
«inquisito per la causa della ribellione» come s'incontra in persona
del D'Alessandria; e notiamo qui che la cosa medesima accade pure per
altri fuorusciti egualmente nominati dal Campanella come amici di
Maurizio disposti alla ribellione, cioè per Carlo Bravo e pe' Baroni
di Reggio, secondochè ci mostrano altri documenti dello stesso tempo,
onde si può dire che essi nemmeno vennero perseguitati per questa
causa[387]. Infine quanto ad Alessandro Tranfo, un documento del
Grande Archivio ce lo mostra nel 1606 nella sua Baronia di Precacore,
ma non perseguitato, sibbene in conflitto con un altro individuo di
nostra conoscenza, quel furfantello di Aquilio Marrapodi figlio di
Gio. Angelo (ved. pag. 129). Verosimilmente egli si presentò e riescì
ad opporre qualcuna delle eccezioni consentite dalla giurisprudenza
del tempo anche a' forgiudicati, e dovè difendersi in modo da rimanere
assoluto: cosi, trovandosi nel luglio 1606 in compagnia del Capitano
di Precacore, ed essendogli passato arrogantemente dinanzi Aquilio
Marrapodi già divenuto contumace per cause criminali, diede ordine
che fosse preso, ma ne ebbe immediatamente minaccia di morte e dovè
lasciarlo andare; nè manca qualche documento che accenna alle violenze
ed omicidii commessi così da Aquilio come dal medesimo Gio. Angelo
Marrapodi suo padre[388]. Di Marcantonio Contestabile, del Famareda,
dell'Joy etc. non c'è riuscito trovare altra traccia; non ci farebbe
meraviglia che, dopo un'ecclisse durante qualche tempo, abbia ognuno
ripigliata la sua solita maniera di vivere, rimanendo nella mala vita
coloro i quali vi erano abituati; senza dubbio questo s'incontra
per parecchi già imprigionati e tormentati per la congiura, con
essersi in loro verificato un peggioramento di vita dietro i travagli
sofferti[389]. Ma in somma, per quanto finora sappiamo, col 1605
cessano le notizie intorno al processo della congiura pe' laici, e non
abbiamo motivo di ritenere che siasi ulteriormente proceduto per essa.
Ci resta solo la notizia di una relegazione del D'Alessandria all'isola
di Capri nel 1615, senza alcun cenno della causa; ma verosimilmente fu
questa una mitigazione della pena negli ultimi anni che dovevano ancora
scontarsi, secondo il costume del tempo[390].
Veniamo ora all'esito del processo della congiura per gli
ecclesiastici. Anche da questo lato dobbiamo dire innanzi tutto,
che il tribunale Apostolico non solo rimase aperto, ma tenne pure
altre sedute, dopo che ebbe liberati i 12 inquisiti presi per
sospetti senza fondamento, e trattate le cause di tutti gli altri
ecclesiastici incriminati, riservando la spedizione di esse fino a
che ciascuno, o come principale o come testimone, avesse esaurito il
suo còmpito nel processo dell'eresia. Così per Giulio Contestabile,
visto nel corso di quest'ultimo processo che egli risultava non più
incriminabile come principale ed era stato già più volte interrogato
qual testimone, dopo il suo ultimo esame del 15 novembre 1600 il
tribunale dovè immediatamente riunirsi per spedirne la causa della
congiura, e sappiamo che emanò una sentenza di condanna a cinque anni
di esilio da Napoli e da entrambe le provincie di Calabria. Tale esito
della sua causa trovasi notato in coda del Riassunto degl'indizii
compilato contro di lui[391]; e che la sentenza abbia dovuto essere
pronunziata appunto nel novembre 1600, si desume da' documenti relativi
all'espiazione della pena assegnatagli. Infatti una lettera del Card.^l
S. Giorgio al Nunzio, in data del 15 novembre 1602, fa conoscere
che il Contestabile avea supplicato S. S.^{tà} di rimettergli per
grazia tre anni di esilio che gli rimanevano da scontare, avendone
già _scontati due_, e S. S.^{tà} volea sapere qual fosse l'opinione
del Nunzio intorno a ciò[392]. Fermandoci un momento a questo punto,
dobbiamo indispensabilmente notare che circa tale condanna il tribunale
non chiese a Roma la risoluzione da doversi prendere, ed anzi non ne
diede nemmeno partecipazione alla Curia, come si può desumere dal non
vederne fatto alcun cenno in questo senso nel Carteggio del Nunzio:
eppure il Breve avea prescritto di procedere «usque ad sententiam
_exclusive_»; sicchè bisogna dire esservi stato un tacito abuso da
parte del tribunale e una tacita acquiescenza da parte di Roma. Ciò
forse diè poi motivo o pretesto al Campanella di credere che il Breve
avesse prescritto di procedere «usque ad sententiam _inclusive_», come
egli scrisse in una Lettera del 1624 a Cassiano del Pozzo pubblicata
dal Baldacchini, dolendosi perchè nella persona sua non aveano neanche
osservato il Breve che così prescriveva: ma invece è certo che il
Breve avea la parola _exclusive_ (noi l'abbiamo riscontrata tanto
nella copia che se ne conserva in Firenze quanto nella copia che se
ne conserva in Simancas), e bisogna pur dire che coll'abbandono di
tale riserva divenne tacitamente compiuto in fatto, mentre non stava
in dritto, l'abbandono degli ecclesiastici all'influenza del Governo
Vicereale, essendo questa predominante per l'apatia del Nunzio verso di
loro. Tornando ora alla grazia chiesta dal Contestabile a S. S.^{tà},
dobbiamo dire che il Nunzio, in data del 22 novembre 1602, rispondeva
che non stimava conveniente alcuna grazia prima che il negozio fosse
finito, «perchè, diceva, come viene rimproverato da questi Ministri
Regii la tardanza in tale speditione, non ne venisse rimproverato
anche questo»[393]: e per verità in Roma non si teneva abbastanza conto
dell'irritazione non del tutto ingiusta del Governo Vicereale, e deve
anzi notarsi che nella stessa Lettera suddetta del Card.^l S. Giorgio
il Contestabile era indicato al Nunzio quale «bandito da V. S. di
Calabria et di Napoli», come se D. Pietro De Vera non fosse esistito.
Nè l'opinione del Nunzio valse a nulla. Non appena deliberata da Roma
la sentenza da doversi pronunziare nella causa dell'eresia, il Card.^l
S. Giorgio nella data medesima scrisse al Nunzio essere cessato il
rispetto che si opponeva alla grazia chiesta dal Contestabile, poichè
nella Congregazione del S.^{to} Officio era stata «spedita la causa
del Campanella»; il Nunzio naturalmente rispose, che quando non si era
mostrato favorevole alla grazia perchè il negozio non era finito, aveva
inteso dire che dovesse aspettarsi la fine del processo della congiura,
nel quale il Contestabile era stato condannato, ma che poi se ne
rimetteva a quanto in Roma si stimasse meglio[394]. E si può ritenere
per fermo essersi in Roma stimato meglio accordare la grazia, poichè
troppo vive furono le insistenze del Card.^l S. Giorgio, troppo potenti
le raccomandazioni delle quali godeva il Contestabile; nè occorre
dire come il Governo Vicereale dovesse rimanere disgustato ed anche
sospettoso relativamente agli altri giudicabili, massime relativamente
al Campanella, vedendo che da un momento all'altro poteva esser
concessa da Roma una grazia la quale rendeva frustranea ogni condanna,
mentre esso avea tanto penato perchè alla determinazione di questa
condanna avesse preso parte un Giudice di sua fiducia.
Dopo il Contestabile venne la volta di D. Marco Antonio Pittella, che
scappato già in Calabria fu poi ripigliato e tradotto a Napoli verso
il marzo del 1601: in tale data il tribunale dovè riunirsi di nuovo
e procedere allo svolgimento di questa nuova causa, la quale compì
nell'aprile seguente, come rilevasi da una lettera del Nunzio che
abbiamo pure avuta altrove occasione di menzionare[395]. Potremmo dire
in breve che questa causa procedè e finì come quella del Contestabile,
cioè con una tortura e con una condanna a 5 anni di esilio; ma appunto
perchè si tratta di una causa finita con una condanna, gioverà sapere
come e perchè essa si ebbe. Oltre il Riassunto degl'indizii contro
il Pittella, ci è pervenuta pure la Difesa scritta per lui dallo
stesso Regio Avvocato de' poveri Gio. Battista de Leonardis che difese
il Campanella: questa Difesa del Pittella non solo ci fa intendere
le accuse del fisco, ma anche rischiara tutto lo svolgimento della
causa[396]. Si ricorderà che il Pittella a Davoli accoglieva in casa
sua Maurizio e poi il Campanella ed altri incriminati di congiura.
Esaminato affermò che Maurizio veniva in una casa la quale egli
avea data in fitto ad un Astolfo Vitale parente di lui, e quanto al
Campanella egli non lo conosceva: fu sottoposto ad oltre un'ora di
corda e non confessò nulla; infine ebbe il decreto per le difese. Il
fisco pretese che dovea dirsi colpevole di conversazione con Maurizio
e col Campanella e di ricetto di Maurizio, sciente la ribellione
e preparato a prendervi parte dietro la testimonianza del Vitale,
convinto sciente e non rivelante dietro le testimonianze del Vitale e
di Maurizio; e questa volta il Leonardis, avendo una buona causa per le
mani, fu piuttosto audace nel farne la difesa. Dopo di aver ricordato
che la conversazione e il ricetto si effettuarono in agosto e che il
Bando proibitivo fu emanato il 17 e 18 settembre, il Leonardis fece
anche notare che quel Bando, emanato da un Giudice laico, non poteva
colpire il Pittella clerico; che la deposizione del Vitale, testimone
unico e socio nel delitto, non provava nulla e non avrebbe dovuto
neanche bastare a far dare la tortura, tanto più che era stata fatta
innanzi ad un Giudice laico, tanto più che era controbilanciata da
un'altra testimonianza in contrario fatta da Maurizio capo di quella
fazione; che per altro il Pittella con la tortura sofferta si era
scolpato di tutto; che il Vitale e Maurizio, socii nel delitto ed
infami, non potevano convincere nemmeno nel delitto di lesa Maestà,
tanto più che erano stati esaminati in un foro laico ed incompetente,
non ripetuti nel foro ecclesiastico, nè poi il Pittella, clerico, era
obbligato a rivelare la ribellione contro il Principe di cui non era
suddito. Malgrado tutte queste ragioni, il tribunale lo condannò a
cinque anni di esilio da Napoli e da entrambe le provincie di Calabria,
come avea fatto pel Contestabile, verosimilmente ritenendolo del pari
sospetto di complicità nella progettata ribellione. Ognuno troverà
senza dubbio un po' grave questo giudizio e la relativa condanna,
poichè il Pittella avea per sè la testimonianza decisiva di Maurizio
in punto di morte, attestante che egli non era nella congiura come gli
altri, nè mostrava di goderne come gli altri; si vede bene quindi che
il tribunale Apostolico non avea punto smesso il suo rigore, comunque
il tempo trascorso avesse dovuto calmare i furori primitivi. Nè occorre
dire che esso riteneva sempre la tentata ribellione qual fatto vero
ed indiscutibile, mentre condannava il Contestabile e il Pittella a
quel modo, donde è facile desumere abbastanza chiaramente come avrebbe
trattato il Campanella e gli altri frati più compromessi. E possiamo
oramai occuparci appunto di costoro.
Il Campanella e gli altri frati, avuta la condanna per l'eresia ed
esauriti tutti gli Atti relativi a questa condanna, nel febbraio o
tutt'al più nel marzo 1603 avrebbero potuto vedere spedita la loro
causa della congiura. Ma da una parte avvenne allora un mutamento
di Vicerè, succedendo il 3 aprile a D. Francesco de Castro D.
Alonso Pimentel d'Herrera Conte di Benavente, e sempre, fin dalle
prime notizie di prossima mutazione, gli affari d'ogni genere
solevano rimanere più o meno incagliati; d'altra parte sopraggiunse
direttamente, nello stesso tribunale per la congiura, una difficoltà
inaspettata. D. Pietro de Vera, già divenuto sin dall'aprile 1601
pro-Presidente del Sacro Regio Consiglio per morte di Vincenzo de
Franchis, poi dal 16 10bre 1602 passato a Presidente per la promozione
di Fulvio Costanzo a Reggente di Cancelleria[397], comunque in età
più che matura, era preoccupato del non aver discendenza e trattava
un matrimonio. Non era questa veramente la prima volta che a D.
Pietro fosse venuto tale pensiero; il Residente Veneto, che non si
lasciava sfuggir nulla ed anche di siffatte cose teneva informato il
suo Governo, nel 1598 (25 7bre) scriveva che D. Pietro era sul punto
di sposare la figlia di D. Hernando Mayorca già Segretario di più
Vicerè, il quale, egli diceva, «prima non avea che la penna» ed allora,
morendo, lasciava alla figlia 50 mila duc.^{ti} di dote, ad un figlio
15 mila duc.^{ti} di entrata. Ma poi non se ne fece nulla, ed al tempo
al quale siamo pervenuti, come accade col progresso dell'età, D. Pietro
non andava più in cerca di ricca dote ma di bellezza e gioventù, ed
aveva intavolate trattative con la figliastra appunto del Reggente
Fulvio Costanzo, D.^a Livia Sanseverino, sorella di D. Scipione che
abbiamo visto Marchese e poco dopo Duca di S. Donato (confr. pag. 115):
era questa, come dice un manoscritto di Ferrante Bucca che l'aveva
probabilmente conosciuta, «la più bella e bizzarra dama dell'età sua»,
e quasi non occorre dirlo, D. Pietro fu tutto occupato a vagheggiare la
sua Diva andando allegramente incontro alle solite conseguenze[398].
Un altro motivo tenne pure distratto D. Pietro in questo tempo, la
morte di suo zio Francesco de Vera, Ambasciatore di Spagna a Venezia,
ond'egli dovè partire per quella città: un documento rinvenuto
nel Grande Archivio ci fa conoscere che D. Pietro sottoscrisse il
contratto di nozze il 29 aprile, ed una lettera rinvenuta nel Carteggio
del Residente Veneto ci fa conoscere che partì per Venezia il 30
aprile[399]. Con queste circostanze e queste date si può intendere
una lettera del Nunzio, nientemeno del 18 luglio 1603, nella quale
faceva sapere a Roma (dove non apparisce punto che si pensasse tuttora
al Campanella) che subito dopo la spedizione della causa di S.^{to}
Officio egli non aveva mancato di sollecitare il suo collega D. Pietro
per la spedizione della causa della congiura, ma senza riuscirvi mai;
che avendo avuta notizia della partenza di lui per Venezia, l'aveva
sollecitato di nuovo ed aveva pure sollecitato il Vicerè, tanto più che
i frati ne facevano istanze continue, ma gli si era risposto non essere
possibile far nulla prima dell'andata, bensì tutto si sarebbe fatto al
ritorno; che infine essendo D. Pietro tornato, e trovandosi prossimo
a sposare, fra 10 o 12 giorni, la figliastra del Reggente Costanzo,
egli non avea mancato di muovergli il dubbio che siffatta mutazione di
stato poteva recare impedimento alla funzione di Giudice de' frati, e
gli si era risposto che non dicendo il Breve dover essere clerico non
coniugato, non appariva impedimento alcuno. Ora su tale quistione il
Nunzio chiedeva gli ordini di S. S.^{ta}[400].
Gli ordini, al solito, tardavano a venire da Roma, e per sollecitarli
il Nunzio scrisse ancora il 1^o, il 15, il 29 agosto, inoltre il 12
settembre, e a quest'ultima data aggiunse esser venuta nuova che fra
Dionisio trovavasi coll'armata turca; ma poi ebbe a sapere che in Roma
già aveano avuta da altro fonte una tale nuova, ed anzi l'avevano
partecipata al Duca di Sessa Ambasciatore di Spagna ed Agente di
Napoli[401]. Il fatto merita bene di essere considerato, ed importa
fermarci alquanto sopra di esso: un dispaccio del Bailo Contarini,
da noi trovato nell'Archivio di Venezia, ci mostra che n'era rimasto
anch'egli colpito, e torna impossibile immaginare che non ne dovesse
rimanere colpito il Governo Vicereale. Il Contarini scriveva, che
col Cicala si erano imbarcati due uomini del Regno, concertatisi con
lui per guidarlo a «svaligiare» un posto di quel paese; inoltre era
venuto un frate già carcerato col Campanella per complicità nella
congiura e poi fuggito di prigione. Costui, trattenutosi segretamente
sulle galere di Malta, nella fazione di Lepanto avea trovato modo di
venirsene a Costantinopoli, avea preso l'abito di turco «come haveva
anco il cuore», avea «havuto ricapito in casa del Cicala», diceva di
conoscere in Calabria oltre 300 affiliati alla setta maomettana e
tra essi alcuni di conto, predicava in italiano a' giovani rinnegati
«facendo assai danno con la sua lingua», affermava «che presto
uscirà anco di prigione il predetto Frate Campanella et ch'ancor lui
venirà qui; il che se riuscirà, per esser anch'esso molto litterato,
risulterà à grandissimo prejudicio della religione christiana»;
aggiungeva poi il Contarini, che «oltre di questi» si erano imbarcati
pure due soldati di Malta fuggiti in Lepanto, i quali fattisi turchi
offerivano al Cicala l'isola di Gozo etc.[402]. È agevole comprendere
quanto siffatte notizie dovessero aumentare nel Governo Vicereale il
sospetto e l'avversione pel povero Campanella. Possiamo affermare con
sicurezza, che il Governo Veneto trasmise a Napoli, come era solito,
le notizie della prossima venuta dell'armata turca con due uomini
del Regno accordatisi col Cicala, e non disse una sola parola del
frate già carcerato col Campanella, del quale d'altronde il Bailo
non avea distintamente detto che si era imbarcato del pari: questo
abbiamo rilevato dagli ordini de' Savii del Consiglio, registrati ne'
così detti Codici-Brera che si conservano nell'Archivio Veneto[403].
Ma il Governo Vicereale avea pure informazioni proprie direttamente
da Costantinopoli e in brevissimo tempo, onde non si può affatto
dubitare che gli fossero egualmente pervenute le notizie relative a fra
Dionisio, tanto più che era già preoccupato dell'amicizia intima di
lui col Cicala, siccome ci mostra una Lettera Regia da noi rinvenuta
nel Grande Archivio di Napoli[404]; nè occorre dire come per siffatte
cose dovesse sentirsi rimescolato. Esso era stato sempre persuaso che
questi frati aveano già iniziati i loro disegni di ribellione e di
eresia col mettersi d'accordo co' turchi, segnatamente col Cicala, ed
è facilissimo intendere l'impressione che dovea fargli il contegno di
fra Dionisio dopo la fuga, la sua andata tra' turchi, l'apostasia,
l'intimità col Cicala, la venuta con l'armata nell'ordinaria escursione
di essa verso il Regno, l'annunzio misterioso della prossima libertà
del Campanella che sarebbe andato del pari a Costantinopoli. Come
fin da principio, così anche adesso il Campanella era danneggiato
dall'imprudenza, dalla loquacità, dalle vanterie di fra Dionisio, il
quale non si smentì mai in tutta la sua vita; e bisogna sommare anche
queste circostanze con tutte le altre, per intendere il contegno del
Governo Vicereale verso il povero frate, ritenuto sempre pericoloso
per la sicurezza e la fede del Regno. Vedremo più in là che fin
dal momento in cui giunse la notizia dell'imbarco di fra Dionisio
sull'armata turca, il Campanella fu rinchiuso in un carcere molto più
duro.--Poniamo intanto qui che il Cicala in quest'anno, come ne' tre
precedenti, non potè compiere alcuna impresa contro la Calabria, ed
anzi fu notevolmente disgraziato: gioverà conoscere quanto avvenne tra
napoletani e turchi in detto periodo di tempo. Dopo l'inutile venuta
in Calabria nel 1599, egli uscì di nuovo da Costantinopoli in luglio
1600 con 30 galere, portando scale, zappe e badili, con l'intenzione,
per quanto fu riferito, di scendere a Cotrone, sicchè venne spedito a
quella volta il Priore di Capua D. Vincenzo Carafa: e il Cicala mandò,
come allora si diceva, «due lingue» cioè due galere a prender lingua,
a ricevere e dare notizie in Puglia e in Calabria, e scrisse anche al
Vicerè, il 14 settembre, che passerebbe nella fossa di S. Giovanni,
«quando non per altro, per sbarcare il Sig.^r Carlo suo fratello
escluso dal possesso del Ducato di Nixia»; ma un grosso temporale lo
colse alla Vallona, e lo costrinse a ritirarsi in Costantinopoli,
dove rientrò a' primi di dicembre. Anche Arnaut Memi, in settembre,
apparve con tre galere in vista di Brindisi, ma forse per la ragione
medesima non si mostrò più: invece Amurat Rais, uscito da Biserta
più presto, ebbe a soffrire la perdita di una galera presagli da D.
Garzia di Toledo, e tornò per vendicarsene e se ne vendicò pur troppo
in Calabria. D. Garzia, a' primi di agosto, scorrendo con sei galere
le coste del capo Bianco vi aveva incontrate tre galere di Biserta,
ne aveva presa una facendo 110 schiavi e liberandone altrettanti,
e secondo lui avrebbe preso anche la capitana se i suoi artiglieri
avessero fatto fuoco a tempo: Amurat, tornato con sei galere e con una
scorta di rinnegati calabresi, a' 23 settembre sbarcò a Cetraro presso
Scalèa, vi uccise il Principe di Scalèa nostra vecchia conoscenza
con altre 27 persone, e rimbarcò a suo comodo portando con sè 30
prigioni e il corpo del Principe[405]. Nel 1601 poi, al 1^o di luglio,
il Cicala uscì da Costantinopoli con 35 galere che giunsero per via
fino a 60, e con queste potè prendere qualche nave; ma avendo, il 22
ottobre, spedito da Navarino verso la Calabria tre galere per lingua,
ed essendo stato informato che la costa era molto ben munita, alla
fine di dicembre rientrò in Costantinopoli senza aver nulla tentato.
Nel 1602, parimente in luglio, uscì con 37 galere che sempre si
accrescevano per via, col proponimento di danneggiare la Calabria o la
Puglia, e però senza ritardo, fin da' primi di luglio fu mandato per
Governatore di Calabria ultra D. Garzia di Toledo: alla fine di agosto
apparve al capo di Otranto l'armata divisa in due squadre e diretta
verso la Calabria, ed a' primi di settembre, giunta nella fossa di S.
Giovanni, ne sbarcarono circa tre mila uomini, ma furono respinti con
la perdita di 5 de' loro; poi l'armata si diresse a Reggio e vi perdè
circa 100 uomini, si rivolse indietro e tentò di sbarcare al Bianco,
luogo del Principe della Roccella, e vi soffrì la perdita di circa
100 morti e 30 prigioni, infine spiccò 10 galere da quest'altra parte
della Calabria e vi furono incontrate dalle galere di Genova, sicchè
doverono anch'esse desistere da ogni impresa. Se ne tornò quindi il
Cicala anche prima del solito a Costantinopoli, in novembre, e vi fu
universalmente biasimato, tanto più che al tempo stesso giunse la
nuova che i napoletani aveano fatta una diversione in Algieri e presa
Bugia nell'ottobre. Da ultimo nell'anno presente 1603 egli uscì di
nuovo in luglio con 37 galere che poi si accrebbero sino a 60, ma dovè
in agosto liberarsi di parecchie di esse andate a male per vetustà,
ed impazientito le fece vendere in Negroponte, rinunziando a tutti i
suoi progetti e contentandosi di rimanere nell'Arcipelago a dar la
caccia alle navi che andavano in cerca di grani: così fra Dionisio non
giunse nemmeno a vedere le coste della Calabria, e il Cicala, compiuti
i servizii annuali in Salonicco, in Scio, in Alessandria, rientrò a'
primi giorni dell'anno seguente in Costantinopoli. Aggiungiamo che
quivi era pur allora morto il Gran Signore «senza precedente male»,
come scrisse il Bailo Contarini, e succeduto Achmet giovanetto a 13
anni; e con suo dispiacere il Cicala dovè abbandonare il capitanato
marittimo, inviare la moglie e la suocera al Serraglio e recarsi come
generalissimo in Persia.
Giungeva frattanto, il 19 settembre, la risoluzione di S. S.^{tà} circa
il dubbio sorto pel matrimonio di D. Pietro de Vera[406]. S. S.^{tà}
non credeva conveniente che un coniugato giudicasse cause di persone
ecclesiastiche; ordinava quindi al Nunzio che «per sè solo» conoscesse,
spedisse e terminasse per giustizia le dette cause, ma contentavasi
che D. Pietro lo assistesse nel conoscerle e spedirle, rimanendo «la
totale giuridittione» presso il Nunzio. Pur troppo Roma mostrava di
non avere il sentimento esatto della situazione, o piuttosto dava
un'altra fra le tante prove di voler mantenere senz'altro riguardo
«la superiorità ecclesiastica», con quella insistenza che sovente è
stata detta fermezza, ma che evidentemente si sarebbe dovuta dire
incorreggibilità. Vi era prima di tutto una notevole contradizione
con la teorica ogni giorno professata dai Vescovi e sostenuta sempre
da Roma, che i clerici coniugati dovessero ritenersi quali veri e
pretti clerici, con tutte le immunità e prerogative ecclesiastiche;
il Governo non aveva mai voluto riconoscerlo, ed avrebbe avuto torto
a pretenderlo in tale circostanza; ma poteva Roma sconoscerlo? In fin
de' conti poi, dopo sforzi non lievi, bene o male, da Roma si era
ottenuto che una persona di fiducia del Governo sedesse e giudicasse
nel tribunale Apostolico per la congiura; ed ora, nel momento decisivo,
profittando di una circostanza che non poteva punto menare a tale
conseguenza, si ordinava che quella persona sedesse ma non giudicasse,
mentre uno de' principali imputati, fuggito dalle carceri senza
sapersi come, si era unito a' turchi e veniva con essi ad offesa del
Regno, strombazzando che l'altro imputato sarebbe uscito dalle carceri
egualmente e presto! Ma qualora al Nunzio fosse parso bene assegnare al
Campanella una pena relativamente mite, si dovea perfino sottostare al
ludibrio che l'uomo di fiducia del Governo si trovasse presente a tale
decisione? Ci affrettiamo a dirlo: se il Governo si fosse seriamente
preoccupato di questa ipotesi, avrebbe avuto torto. Il Nunzio, come
si rileva da tutto il suo Carteggio, era pronto a dare mille volte il
Campanella al braccio secolare. Egli era convinto che il Campanella
fosse colpevole e non aveva per costui, al pari di Roma, il menomo
sentimento di pietà: gli fosse pure apparso innocente, per un Nunzio
il bisogno supremo era quello di mantenere le buone relazioni tra i
due Stati, attendere al ricupero delle grosse entrate della Camera
Apostolica e al riconoscimento della «superiorità ecclesiastica»
senza guardare troppo pel sottile in tutto il resto. Ma gli uomini di
Stato professavano allora strettamente la massima che abbiamo vista
enunciare dal Conte di Lemos, «per non errare, fa mestieri ritener
sempre il peggio». Il Campanella era pure una forza potente, come avea
ben dimostrato col riuscire ad eccitare in tanto poco tempo gli animi
di molta gente in Calabria; a Roma poteva essersi formato il pensiero
di tenere viva ed in mano sua questa forza per ogni evenienza futura,
e poteva esser questo il significato del volere che la pena inflitta
al Campanella per l'eresia fosse da lui scontata nell'alma città.
Varie altre ipotesi avrebbero potuto ancora affacciarsi alla mente
del Governo Vicereale, ammesso che faceva mestieri ritener sempre il
peggio. Ma poi, in ultima analisi, perchè doveva esso rinunziare alla
sua influenza con tanti sforzi conquistata in tale causa? Come potea
riconoscere in modo assoluto la superiorità ecclesiastica anche pe'
delitti di lesa Maestà, ciò che si era sempre negato a riconoscere?
Senza alcun dubbio, agl'incessanti motivi di sospetto e di diffidenza
venivano ad aggiungersi il risentimento e il puntiglio giurisdizionale,
e bisognerebbe dimenticare tutta la storia napoletana per credere
che questo risentimento e puntiglio avrebbero potuto rimanere senza
conseguenze; evidentemente c'era più che non bisognasse per far
ricorrere il Governo a' propositi più atroci, a fine di non lasciarsi
sfuggire di mano il Campanella.
Il Nunzio non tardò a comunicare al Vicerè la risoluzione di S.
S.^{tà}, ed il 26 settembre potè ragguagliare il Card.^l Borghese su
quanto avea fatto[407]. Egli avea mostrato a S. E., che la risoluzione
presa «non alterava quello che era stato fermato co' suoi antecessori
in tal negotio»; D. Pietro de Vera «doveva intervenire a tutto quello
che si trattava in detta causa; solo si voleva che non apparisse più
come giudice». Arrestandoci un momento su queste parole del Nunzio,
osserviamo che egli non interpetrava fedelmente la risoluzione
Papale, e la rendeva nel fatto assai meno amara; poichè ammetteva
che D. Pietro sarebbe _intervenuto a tutto_ e bastava che _non
apparisse giudice_, mentre S. S.^{tà} avea ritenuto _non conveniente
che giudicasse_, ed ordinato al Nunzio che _conoscesse spedisse e
terminasse la causa per sè solo_. Il Vicerè, che sicuramente avea
avuto notizia della risoluzione originale di S. S.^{tà}, mediante
gli ufficii non mai interrotti della fazione Cardinalizia attaccata
a Spagna, potè mostrarsi sereno, ma nel tempo medesimo dovè sentirsi
preso sempre più da diffidenza; d'altronde era per lui molto facile
vedere che a nulla avrebbe giovato il rinfocolare una quistione già
pregiudicata da un solenne pronunciato del Papa, e conveniva meglio
farlo cadere senza strepito, opponendovi la forza d'inerzia: ciò
spiega il suo contegno nel momento, quale lo espresse il Nunzio nello
scrivere a Roma, ed anche il suo contegno ulteriore, quale lo vedremo
nello svolgimento successivo della faccenda. Secondochè scrisse il
Nunzio, egli «mostrò di restare in pace», ma per non essere informato
del fatto richiese che glie ne fosse lasciata memoria; rappresentava
dunque la parte dell'ingenuo, e voleva intanto poste in iscritto le
parole del Nunzio che già costituivano un guadagno. Da parte sua il
Nunzio potè ancora scrivere a Roma, «non vedendo in questo quello
che si possa opporre, spero che il negotio andrà per i suoi piedi»:
con ciò egli mostravasi ingenuo davvero, mentre pure ricordava quale
fiera lotta giurisdizionale vi era stata per costituire il tribunale,
e sapeva che il Governo Vicereale non era punto avvezzo a cedere
facilmente in queste lotte; ma forse rappresentava egualmente la parte
dell'ingenuo con Roma, dando larghe speranze per non avere richiami
sul modo in cui aveva interpetrata la risoluzione di S. S.^{tà}. E
quasi sentisse il bisogno di far bene intendere la sua interpetrazione,
conchiudeva, che con D. Pietro aveva fin allora trattato _unitamente_
e così procurerebbe di trattare per l'avvenire, acciò il negozio si
tirasse avanti. Dalle quali parole può rilevarsi che egli intendeva un
po' meglio le circostanze, e può rilevarsi ancora che avrebbe fatto
terminare la causa condannando senz'altro il Campanella, giacchè D.
Pietro non si sarebbe certamente pronunziato per un'assoluzione.
L'indomani, 27 settembre, il Nunzio scrisse la memoria chiestagli
dal Vicerè: nel suo Carteggio n'è rimasta la minuta che noi
pubblichiamo[408]. Dopo di aver fatta la storia particolareggiata di
tutti i precedenti, egli terminava con lo specificare sempre meglio
che S. S.^{tà} si contentava che D. Pietro intervenisse ad ogni cosa
«eccetto che al sententiare» aggiungendo, «il che alla sustanza del
negotio non vuol dir nulla, perche saremo d'accordo come siemo stati
sin'adesso, et quello che concordemente si fermarà si esseguirà, sì
che l'effetto sarà il medesimo come le dissi à bocca; desidero dunque
che ella commetta al medesimo che intervenga quanto prima». Da tutto
ciò il Vicerè potea desumere anch'egli ben chiaramente, che per parte
del Nunzio il Campanella sarebbe stato senza alcun dubbio condannato;
ma o si serbò diffidente o non volle passar sopra alla quistione
giurisdizionale, e veramente si ha motivo di ritenere l'uno e l'altro
concetto, per intendere l'ultimo periodo del processo. Così tanto nel
Vicerè quanto in D. Pietro de Vera si vide una mollezza, una fiaccona,
da doversi dire che già si era deciso di opporsi a Roma col non far
nulla: e non è dubbio che D. Pietro trovavasi nello stadio più acuto
dell'«attender solo a star allegramente innamorato della propria
moglie» come ci lasciò scritto il Bucca; ma se il Vicerè avesse voluto,
D. Pietro avrebbe adempito all'ufficio suo.
Il 3 ottobre, e poi il 9, e poi ancora il 17, il Nunzio faceva sapere a
Roma, che il Vicerè avea commesso a D. Pietro di andare a vederlo, che
D. Pietro non era venuto ed il Vicerè avea detto che vi sarebbe andato
ad ogni modo, che poi D. Pietro avea mandato a fare le sue scuse con
l'assicurazione che sarebbe venuto nella prossima settimana[409].--Ma
in che modo fu appresa in Roma l'interpetrazione data dal Nunzio
alla risoluzione di S. S.^{tà}? Il 24 ottobre il Card.^l Borghese,
partecipando al Nunzio che la lettera del 26 settembre era stata letta
in Congregazione innanzi a S. S.^{tà}, diceva laconicamente, «in
risposta non mi occorre altro, se non ch'ella si regoli conforme a quel
che sopra di ciò per ordine della S.^{tà} sua le fù scritto». Riesce
impossibile vedere in queste parole un consentimento; tutt'al più vi si
potrebbe vedere un'acquiescenza, ma vi si trova ad ogni modo ripetuto
l'ordine di adempiere alla risoluzione quale era stata trasmessa[410].
Finalmente in data del 7 novembre il Nunzio fece sapere a Roma essersi
dato ordine che i frati, i quali avevano avuto il termine alle difese
avessero l'Avvocato e il Procuratore, per poter poi finire il negozio
coll'intervento del Sig.^r D. Pietro de Vera[411]. Non apparisce qui
chiaramente che D. Pietro abbia preso parte nella decisione di dare
quell'ordine, ma parrebbe piuttosto di no. È superfluo intanto ripetere
che l'Avvocato e il Procuratore occorrevano solamente per intimar loro
la citazione _ad dicendum_, necessaria nel momento in cui il tribunale
dovea riunirsi per sentenziare; ma le difese erano state già fatte pel
Campanella, rinunziate dagli altri rimanenti frati. Si potrebbe credere
che allora veramente l'Avvocato avesse dovuto cominciare l'adempimento
dell'ufficio suo, e perfino che la Difesa scritta del De Leonardis
abbia a ritenersi composta nel periodo al quale siamo pervenuti: ma
oltrechè la procedura del tempo non giustificherebbe tale credenza,
il titolo di _advocatus pauperum_ aggiunto al nome del De Leonardis
basta ad eliminarla; poichè abbiamo già visto l'Avvocato De Leonardis
promosso a Fiscale, e successivamente anche a Consigliere il 3 aprile
1602, sicchè egli era già Consigliere in tal tempo, e qui possiamo
aggiungere che l'ufficio di Avvocato de' poveri si teneva da Gio.
Geronimo di Natale, con esecutoria di Privilegio notata il 21 giugno
1602[412]. Adunque, come è stato detto altrove, le difese doveano dirsi
compiute, e l'intervento dell'Avvocato rappresentava una quistione di
forma più che di sostanza[413].
Dopo il 7 novembre 1603 si verificò una lunga interruzione perfino
nelle notizie riguardanti la causa: e questo non può spiegarsi in
altro modo, che ammettendo un'assoluta noncuranza di D. Pietro de Vera
nell'adempimento del suo ufficio, naturalmente col consenso segreto
del Vicerè. Le lettere del Nunzio non offrono più alcun cenno del
Campanella fino al 23 luglio 1604; manca veramente un registro ossia
un fascicolo di queste lettere, ma la mancanza si estende appena dal
4 maggio al 5 luglio 1604, e la lettera del 23 luglio, nella quale
si ricomincia a parlare del Campanella, è concepita in modo da fare
intendere che non se n'era mai più parlato da lungo tempo. Anche le
lettere di Roma non offrono nulla per tutto il suddetto periodo;
nè può supporsi che nella raccolta di esse vi sia qualche lacuna
concernente il Campanella, poichè se da Roma fosse venuta la menoma
richiesta di notizie intorno a lui od intorno alla causa de' frati
in generale, il Nunzio non avrebbe potuto mancare di rispondere, e
nel modo in cui sono registrate le lettere o meglio le minute delle
lettere del Nunzio, la risposta si sarebbe dovuta trovare. Ciò mostra
bene quanto pensiero si davano del Campanella in Roma, e quanto siano
andati lungi dal vero i biografi, i quali hanno ritenuto che in Roma
volevano assolutamente trarre il Campanella da Napoli, e che il S.^{to}
Officio con la sua condanna, concepita nel senso che conosciamo, aveva
avuto principalmente quello scopo. Frattanto è certo che un nuovo
aggravamento si era verificato nelle condizioni del Campanella. Il
silenzio serbato per tanto tempo dal Nunzio, e poi la solita necessità
d'ingarbugliare taluni fatti da parte del filosofo, hanno contribuito
del pari a rendere oscuro questo periodo della sua prigionia: ma
le deposizioni di Felice Gagliardo in punto di morte, e un altro
documento da noi trovato in altre scritture d'Inquisizione, ci mostrano
indubitatamente che il filosofo venne separato da' frati suoi compagni
e rinchiuso con maggiore durezza nel torrione del Castel nuovo; altri
documenti poi, allegati al processo di eresia, ed anche alcune notizie
date in sèguito dal filosofo medesimo, ci fanno argomentare che tale
trattamento più duro dovè essergli inflitto nel luglio o agosto 1603,
sebbene egli, per procurarsi la commiserazione di Roma e dissimulare
varie circostanze sfavorevoli, abbia esposte le cose in modo da far
intendere che l'avessero tradotto nel Castello di S. Elmo in una fossa,
la qual cosa accadde veramente più tardi, con ogni probabilità appunto
nel luglio dell'anno successivo.