NOTE:

[146] Questa lettera del S.^{ta} Severina non si trova nel Carteggio

esistente in Firenze, ma è citata nelle due lettere del Nunzio al S.

Giorgio e al S.^{ta} Severina degli 11 febbraio (ved. Doc. 87 e 88,

pag. 63). L'assenza del Vescovo di Caserta dal Regno rilevasi dalla

lettera precedente del Nunzio del 16 novembre 1599 (vedi Doc. 54, pag.

51).

[147] Fontana, Sacrum Theatrum Dominicanorum, Rom. 1666, pag. 589 e 544.

[148] Ughelli, Italia Sacra, Venet. 1720, t. 8, p. 37.--Quétif et

Echard, Scriptores ordinis Praedicatorum, Lutet. Parisior. 1721, t. 2,

p. 343-44.

[149] Nella sua Narrazione il Campanella lo nomina due volte, dicendolo

Tragagliola, e il Capialbi lo corregge sempre dicendo «leg. da

Firenzuola»; inoltre il Capialbi lo dice di Firenzuola in Toscana, ma

anche l'Ughelli l'avea già dichiarato «Insuber».

[150] Vedi i Registri _Comune_ vol. 29 (an. 1599-1603) fol. 28 t.^o,

dove il Vescovo è cognominato «tragaiolo», e i Registri _Sigillorum_

vol. 37 (an. 1600), data 8 marzo, dove si legge: «Exequotoria de bulle

apostolice del Vescovato della città di termole in persona del Rev.

frate Alberto tragarola taxato nihil solvat» etc. Anche nel processo

del Campanella non di rado il cognome del Vescovo trovasi scorretto;

ma nel Carteggio del Nunzio (Lettere dal 1597 al 1598, Filza 210)

può vedersene la firma autografa sotto una Fede rilasciata per aver

ricevuto un frate prigione inviato da Napoli, e del pari se ne legge

molto esattamente il cognome ne' preziosi documenti del processo di

Giordano Bruno raccolti dal Berti.

[151] Vedi Doc. 308, pag. 256.

[152] Anche nel Carteggio del Nunzio si trovano parecchie notizie sul

Prezioso, ma posteriori al periodo di cui ci stiamo occupando. Egli

era in continui contrasti con Giacomo Protonotaro, altro Mastrodatti

della Curia, invadendone senza posa le attribuzioni; e fu precisamente

lui, che alcuni anni più tardi, per una quistione intorno a un processo

di bigamia, essendosi negato di consegnare il processo all'autorità

civile, fu senz'altro preso e mandato in galera, onde ne nacque la

scomunica al Reggente de Ponte ed una delle più rumorose controversie

giurisdizionali.

[153] Ved. Doc. 309, pag. 258.

[154] Ved. Doc. 310, pag. 260.

[155] Ved. Doc. 331, pag. 284.

[156] Ved. Doc. 311, pag. 261.

[157] Ved. Doc. 312, pag. 263.

[158] Ved. Doc. 313, pag. 264.

[159] Ved. Doc. 314, 315, 316, pag. 265 e 266.

[160] P.^e Fiore, Della Calabria illustrata, Nap. 1691, vol. 2^o, pag.

394.

[161] Ved. Doc. 328 e 329, pag. 281 e 282.

[162] Si rilevano dalla risposta del Card.^l di S. Severina; ved. Doc.

330, pag. 284.

[163] Ved. la nostra Copia ms. de' processi eccles. tom. 1.^o, fol.

111-1/2.

[164] Ibid. fol. 362-1/2-63.

[165] Ved. Doc. 317 a 321, pag. 268 a 273.

[166] Ved. Doc. 322 a 326, pag. 274 a 277.

[167] Ved. Doc. 327, pag. 279.

[168] Ved. la nostra copia ms. de' processi eccles. tom. 1.^o fol.

96-1/2.

[169] Ved. Lett. del Nunzio del 16 giugno 1600 filz. 230.

[170] Cioè al Monastero di Monte Vergine propriamente detto, sul

monte Partenio presso Avellino. Chi scrive questa narrazione serba

dolorosissimi ricordi familiari di fatti dello stesso genere, avvenuti

in questi nostri tempi sul detto monte.

[171] Ved. la nostra Copia ms. de' processi eccles. tom. 1.^o fol.

98-1/2; così pure per gli esami seguenti.

[172] Ved. Doc. 332, pag. 284; quivi anche gli esami seguenti di fra

Dionisio.

[173] Ved. Doc. 333, pag. 295.

[174] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Stilo (vol. 1385 della collez.)

fasc. dell'anno 1636, l'elenco «veteris numerationis (1596) per

comprobationem», oltre Giulio figlio di Paulo Contestabile di an. 26

sotto il n.^o 200, reca anche: «n.^o 256, Giulio Contestabile a. 35,

Caterina uxor an. 20, Lucretia filia a. 2». Ne' Registri _Partium_

vol. 1390 fol. 28 (an. 1596) si trova «Giulio Contestabile de Theseo»;

invece nel processo leggesi «di Lucio».

[175] Ved. Let. del Nunzio al Vescovo di Nardò, del 28 giugno, e Let.

del Nunzio al Vicerè del 4 luglio; Doc. 103 e 104, pag. 67.

[176] Ved. Doc. 334, pag. 296.

[177] Per la lettera del S.^{ta} Severina ved. Doc. già cit.^{to} 330,

pag. 284. Per l'atto del tormento del Campanella ved. Doc. 335, pag.

298.

[178] Ved. Doc. 336 e 337, pag. 300 e 301.

[179] Ved. Doc. 338, pag. 301.

[180] Ved. la nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.^o fol. 130 e

seg.^{ti}

[181] Pel D'Amico ved. la nostra Copia ms. de' processi tom. 1.^o fol.

134 e 137; pel Polistina ved. Doc. 339 pag. 302.

[182] Ved. Doc. 340, pag. 303.

[183] Ved. Doc. 351 a 355, pag. 329 a 337.

[184] Ved. la nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1^o fol. 308 e

seg.^{ti}

[185] Ved. Doc. 341, pag. 306.

[186] Ved. Doc. 343, pag. 309.

[187] Ved. Doc. 342, pag. 306.

[188] Ved. Doc. 344 a 349, pag. 311 a 326.

[189] Ved. Doc. 358, pag. 340.

[190] Ved. nel Carteggio del Nunzio, Doc. 105, pag. 68.

[191] Ricordiamo che questa odiosità o inimicizia capitale avea sempre

una importanza particolare nelle cause di S.^{to} Officio; ved. la nota

a pag. 260 del 1^o volume di questa narrazione.

[192] Quando negli esami difensivi si vede interrogato un testimone

sopra una serie di articoli, e poi sopra altri, saltatine alcuni con

la formola «omissis aliis de voluntate producentis», s'intende che

questa omissione non è fatta per volontà di persona presente, ma per

volontà espressa dall'inquisito, d'accordo col suo Avvocato, nel dare

la lista de' testimoni, avendo indicato che quel testimone doveva

essere udito sopra determinati articoli. L'Avvocato dunque non era

presente agl'interrogatorii. Circa le Difese scritte, anche tra' MS.

della Biblioteca Nazionale di Napoli c'è una così detta «Collezione

di processi per carcerati nel S.^{to} Officio della Curia Napolitana»

(XI, B, 34), che veramente è una Collezione di Difese per carcerati nel

S.^{to} Officio e in piccola parte anche per cause civili e criminali

del foro ecclesiastico. Naturalmente in ogni Difesa, spesso intitolata

«Tutamen pro...» etc., la «enucleatio facti» dà una certa contezza

sommaria del processo. Le Difese per cause di S.^{to} Officio, riunite

in quella Collezione, vanno dal 1673 al 1680 ed appartengono quasi

tutte a un D. Clemente Ferrelli avvocato de' poveri: i testimoni vi

si veggono indicati con lettere A, B, C, talora anche l'inquisito,

specialmente se è sacerdote, è indicato con N. N. Possediamo poi una

Difesa anche stampata per causa di S.^{to} Officio, ed è la sola che

abbiamo incontrata fra tanti opuscoletti da noi veduti.

[193] Ved. la Copia ms. tom. 1^o, fol. 267. Il Memoriale, scritto dal

Lauriana e degno di lui, vedesi firmato appunto da' frati affidati

alle difese del Montella e poi dello Stinca, ed attesta la bontà del

Vescovo di Termoli per que' frati. Fu inserto nel processo a lato di

una comparsa di fra Pietro di Stilo del 17 novembre, con la quale fra

Pietro rinunziava alle difese. Ma essendovi nel memoriale, con cui si

dimandava un Avvocato, la firma anche di fra Pietro di Stilo, è chiaro

che la data di tale scrittura deve riferirsi a un periodo anteriore, e

verosimilmente a' primi di ottobre.

[194] Ved. Doc. 357, pag. 339.

[195] Ved. Toppi, De origine omnium tribunalium etc. Neap. 1655-66,

vol. 3^o p. 29.

[196] Questo elenco annuale de' Cappellani Regii fu redatto in quel

tempo per la franchigia del pagamento del «grano a rotolo» ed inviato

a' Deputati della pecunia dal Cappellano maggiore. Vi si legge: «Rev.

dot.^r Scipione stinca con doi servitori». Notiamo che dall'anno 1604

in poi non fu inviato un elenco nominativo, e però non si trova più

registrato il nome dello Stinca.

[197] Ved. i _Certificati de' lettori_, che il Cappellano maggiore

inviava allo Scrivano di razione pe' pagamenti. La provvisione

raddoppiata, concessa al Dello Grugno, raggiungeva appena D.^i 80

annui; così poco costava a que' tempi un buon lettore.

[198] Ved. Doc. 359 e 360, pag. 341 e 342.

[199] Ved. Doc. 362, pag. 359.

[200] Ved. Doc. 356, pag. 339.

[201] Ved. Doc. 361, pag. 344.

[202] Questo è il significato della espressione che si legge nell'art.

53, che cioè «non l'aveva mandato a Roma per penitenza», modo volgare

ancor oggi abbastanza usato nel mezzogiorno d'Italia.

[203] Ved. Doc. cit. pag. 356.

[204] Costoro sappiamo certamente essere stati già carcerati, poichè se

ne fa menzione in diverse parti del processo. Su molti altri, compresi

nella medesima categoria de' testimoni dimoranti in Napoli, non abbiamo

uguale certezza: potrebbe supporsi che fossero stati anche carcerati,

poichè fra Dionisio li dà per testimoni precisamente sull'art. 58,

vale a dire sulla sua condotta «da tutto il tempo in qua che è stato

carcerato»; ma riesce notevole che non abbia dato alcuno di loro per

testimone anche su qualche fatto avvenuto nel carcere, come si verifica

in persona di quelli che sappiamo essere stati certamente carcerati.

È più probabile quindi che si tratti di frequentatori del carcere per

ragione di visite, come si ha per Aquilio Marrapodi compreso nella

stessa categoria, frequentatore del carcere per ragione di servizii;

e così ci è parso doverli escludere dall'elenco de' carcerati che ci

siamo ingegnati di compilare (ved. nel vol. III, Illustraz. IV, pag.

644). Diamo tutte queste spiegazioni perchè la cosa rifletterebbe

individui di conto, tra gli altri il Dot. Gio. Vincenzo Serra e il Dot.

Ottavio Serra, sul quale ultimo dal documento inserto nel processo si

ha che trovavasi Sindaco di Nicastro quando fra Dionisio fu inviato al

Papa per la faccenda dell'interdetto, e molti altri documenti potremmo

produrre esistenti nel Grande Archivio.

[205] Ved. Doc. 382, pag. 395.

[206] Ved. i Reg.^i _Partium_ vol. 1165 bis e 1181 fol. 126; 1244

bis fol. 6; 1271 fol. 193; 1275 fol. 205 etc. etc. Inoltre i Reg.^i

_Privilegiorum_ vol. 91 folio 137; e gli stessi Reg.^i _Partium_ vol.

1317 fol. 100 t.^o, e vol. 1508 fol. 133.

[207] Ved. Reg. _Sigillorum_ vol. 35 (an. 1599), sotto la data 21

giugno. Quivi si legge: «Licentia d'arme a Cesare Spinola affittatore

de S.^{to} Nicola, Massari e garzoni, taxato tarì uno».

[208] Ved. Reg. _Officiorum Viceregum_ vol. 6 (an. 1593-96) fol.

75, e vol. 7 (an. 1595-98) fol. 155. Quivi si legge: «Expedita fuit

provisio Patens officii Capitaneatus. Hostuni in personam mag.^{ci}

Don Francisci de Castiglia pro uno anno integro, et deinde in antea ad

beneplacitum, cum provisione, lucris, gagiis, et emolumentis solitis,

et consuetis, et cum clausulis in forma Regiae Cancellariae, qui etiam

praestitit Juramentum in posse mag.^{ci} et circumspecti D. Petri de

Castellet regii Collateralis Consilii ac Regiam Cancellariam Regentis.

Neapoli die 31 mensis Januari m.^o d.^o nonagesimo octavo. El Conde

de Olivares».--Per l'esecutoria ved. Reg.^i _Sigillorum_ vol. 34 (an.

1598) sotto la data 20 febbraio.

[209] Non mancavano frattanto in favore di questo pessimo soggetto

commendatizie perfino da Cardinali come il Bellarmino; ed il Nunzio,

dopo la fuga e la ripresa di lui in Gaeta, scriveva che il suo negozio

era «aggravato con intiera sua colpa, che s'è lassato ripigliare», nè

seppe far di meglio che consegnarlo nel 1605 alla Religione di Malta

che lo reclamò. Il Vicerè fin da principio avea fatto istanza che fosse

giudicato dal Nunzio coll'intervento di un ufficiale Regio (come si

fece pel Campanella più tardi), ma S. S.^{tà} non volle concederlo,

benchè si trattasse di un così volgare assassino. Ved. il Carteggio del

Nunzio in Firenze: Lett. da Roma del 5 maggio 1595, 8 novembre 1600,

14 giugno 1602, 12 novembre 1604; e Lett. da Napoli 3 marzo 1598, 17

marzo e 5 maggio 1600, 17 maggio e 22 giugno 1602, 14 e 30 luglio e

28 ottobre 1605. Inoltre i Reg.^i _Curiae_ in Napoli: vol. 40 (an.

1595-99) fol. 181, 12 marzo 1598; e vol. 47 (an. 1599-600) fol. 15

t.^o, 31 agosto 1599.

[210] Ved. Doc. 363 e 364, pag. 360 e 361.

[211] Ved. Doc. 365, pag. 364.

[212] Ved. Doc. 366, pag. 366.

[213] Ved. Doc. 367, pag. 367.

[214] Ved. Doc. 368, pag. 369.

[215] Ved. Doc. 369, pag. 370.

[216] Ved. Doc. 370 a 372, pag. 371 a 379.

[217] Esclamazione comunissima tra' calabresi.

[218] Ved. Doc. 373, pag. 381.

[219] Ved. Doc. 384, pag. 397.

[220] Ved. Doc. 385 a 391, pag. 402 a 414.

[221] Ved. Doc. 392, pag. 415.

[222] Intendi Scanderbeg; nel volgare napoletano dicevasi

Scannaribecco, e del resto «Scannalibec» e «Scandalibechi» leggesi

anche in molte scritture pubbliche, p. es. ne' processi della Sommaria.

[223] Ved. Doc. 106, pag. 68. La ricevuta del processo fu da Roma

annunziata il 16 10bre, ved. Doc. 107, ibid.

[224] Ved. Doc. 377 a 381, pag. 388 a 394.

[225] Ved. Doc. 376, pag. 386.

[226] Ved. Doc. 374 e 375, pag. 383 e 384.

[227] Ved. Let. del 6 aprile 1601, Doc. 120, pag. 71.

[228] Ved. Doc. 394, pag. 448, 455, 456, 449. Per le parecchie altre

proposizioni ved. la nostra Copia ms. tom. 1^o, fol. 362-1/2, 363,

380-1/2, 377, 394, 398, 392-1/2. Son questi tutti gl'importanti brani

del Carteggio del Vescovo.

[229] Ved. Doc. cit. pag. 457.--Molte ricerche abbiamo fatte su tale

negozio di Bitonto (nota città della Puglia), ed abbiamo trovato

questi tre documenti, che ci sembrano riferibili al negozio cui

allude il Vescovo di Termoli: essi si leggono ne' Reg.^i _Curiae_

vol. 34, fol. 216, 270 e 277 t.^o--1^o «Al m.^{co} giodice di butonto

(_sic_). Havemo visto quanto ci scrivete per la vostra delli 14 del

mese passato intorno al particolare della carceratione fatta per lo

Rev.^{do} Vicario di quessa città della donna fattocchiara contra la

quale pretende procedere nella sua corte ecclesiastica prosopponendo

che il sortilegio fatto per detta donna sia hereticale et per voi si

pretende procedere nella vostra corte per le cause et raggioni che

in detta vostra ci allegate dandoci del tutto aviso acciò havessimo

ordinato quello havessivo dovuto exequire, al che respondendo vi

dicimo che essendosi per noi ben considerato quanto ci scrivete ci è

parso di ordinarvi che non vi debbiate intromettervi in quella causa

ma in quella lassarete procederci dal detto vicario nella detta sua

corte Ecclesiastica, et cossi l'essequirete non facendo lo contrario

per quanto se hà cara la gratia della predetta M.^{ta} Dat. neap.

die 8 aprilis 1593. El c. de Miranda».--2.^o «Al m.^{co} Jodice de

bitonto... Per la vostra de li XI de febraro che havete scritta

all'infrascritto mag.^{co} et circumspetto Reg.^{te} Moles havemo visto

l'aviso che li date deli sortilegii, et magarie che si fanno in quessa

terra. In resposta dela quale vi decimo che havete fatto bene a dar

l'aviso predetto et vi ordinamo che da mano in mano ci debiate donar

particolare aviso di quello che accaderà in simili negotii acciò per

noi se possa provedere et ordinare quello che più meglio ci parerà che

convenghi et cossi lo debiate exequire che tal è nostra voluntà. Dat.

neap. die 24 mens. martii 1594. El c. de Miranda».--3.^o «Al Capitano

della città de Bitonto... Nelle carcere della Viscoval corte de questa

città de Bitonto sa ritrovano ritenute alcune donne e un giovanetto

vaxallo del stato ecclesiastico per cause gravi de apostasia dalla

santa fede impietà magarie et altre cose spettanti al santo officio

del inquisitione, et per che conviene per il servitio de nostro Signor

iddio che quelli se mandino in questa fidelissima città de Napoli nel

miglior modo che si potrà, o con sicurta o pleggiaria se l'haveranno o

vorranno dare, overo non dandola o volendola dare con farli condurre

preggioni secondo sarà giudicato per il Rev.^{do} Vescovo de questa

predetta città, per ciò ci e parso farvi la presente per la quale ve

dicimo, et ordinamo che al ricevere d'essa parendo al d.^{to} Rev.^{do}

Vescovo dare quella pleggiaria che al d.^{to} Rev.^{do} Vescovo parirà

doversi dare, la quale per quella quantità sia buona et sufficiente de

venire retto tramite et presentarsi nelle carcere della Vicaria etc.

Dat. Neap. die 23 augusti 1594. El Conde de Miranda». Sembra manifesto

che gl'imputati venuti a Napoli sieno stati mandati a Roma, dove le

imputazioni furono poi trovate insussistenti.

[230] Engenio, Napoli sacra, Nap. 1623, pag. 151-152.

[231] Ved. Doc. 108, pag. 68.

[232] Ved. Doc. 108 a 115, pag. 68 a 70.

[233] Ved. Doc. 116, pag. 70.

[234] Vedi l'Ughelli loc. cit.--La data dell'_exequatur_ fu il 25 feb.

1594, come si rileva da' Reg. _Sigillorum_, vol. 27 (an. 1586-95) fol.

213 t.^o.

[235] Ved. l'Engenio, Napoli sacra, Nap. 1623, p. 562; Silos,

Historiarum clericorum regularium t. 2. Rom. 1655, p. 67 e 156.

[236] Ved. Doc. 396, pag. 470.

[237] Ved. Doc. 396 e 398, pag. 461 e 473.

[238] Ved. vol. 1^o, pag. 70.

[239] Ved. Doc. 117, pag. 70.

[240] Ved. Doc. 398 b, pag. 473.

[241] Ved. Doc. 118 pag. 70, e Doc. 407 pag. 507.

[242] Ved. Let. del 18 maggio 1601; Doc. 122, pag. 72.

[243] Ved. Doc. 119, pag. 71.

[244] Ved. il cit. Doc. 122, pag. 72. In questa lettera si parla anche

di patenti e licenze da trasmettersi al Pittella e al Contestabile: non

riesce agevole intendere di che si tratti, ma parrebbe trattarsi di

fornir loro i permessi di andare a deporre in Squillace circa le nuove

diligenze ordinate da Roma, poichè per la condanna avuta essi dovevano

rimanere «extra provinciam Calabriae».

[245] Il fatto è registrato anche dal Campanella nella sua

Informazione, ed interpetrato naturalmente così: «fra Cornelio era

di mala conscienza, poi c'ha venduto il sangue di suoi fratelli, et

andò fin a Spagna per la paga allo ingannato Re». È da notarsi che il

Campanella non aggravò mai la mano sopra fra Marco e lo disse perfino

«huomo buono ingannato da loro, che stava tanquam idolum et pastor»,

mentre tutto il processo, ed anche la parte del Carteggio del Nunzio

di cui ci stiamo occupando, mostrano il contrario; parrebbe che al

Campanella premesse di non tirarla troppo.

[246] Ved. Doc. 118, pag. 70, e 120-121, pag. 71-72.

[247] Ved. Doc. 400, pag. 475.

[248] Ved. Doc. 399, pag. 474.

[249] Ved. Hippolyti De Marsiliis Bononiensis, In nonnullos ff. et

C. titulos Comment. et Repetit. etc. Venet. 1635 p. 45: «Aliud est

tormentum, quo saepe usus sum contra obstinatos et contra non timentes

tormenta, et vere nemo ita ferox invenitur qui huic tormento possit

resistere, et est tormentum non laedens corpus, tamen est maximae

potentiae, et antequam de ipso fecissem experientiam, videbatur mihi

potius res ridiculosa quam tormentum, quod tormentum tale est. Nam

ponitur reus super uno scamno ad sedendum, et ibi adsunt duo qui eum

custodiunt ut non dormiat, nec de die nec de nocte, et cum ipse reus

inclinet caput in una parte propter somnum, ille famulus qui est ibi

ab illa parte dat cum manu sibi in capite, et excitat eum et elevat

sibi caput, et idem faciat alter famulus quando inclinat caput ab alia

parte versus eum, et quando illi duo sunt fessi et volunt dormire,

alii duo novi subrogantur in locum illorum, et non permittunt unquam

dictum reum dormire nec quiescere, in tantum quam ad tardius in duabus

noctibus et uno die, reus omnia confitebitur promissa sibi quiete...»

etc.--Grillandus Paulus Castilioneus, Tractatus de hereticis et

sortilegiis omnifariam coitus etc. Lugd. 1536 fol. 94 t.^o. «Profecto

vidi ea quae prius non credebam, quod illud affert maximum tormentum

et fastidium in corpore, absque aliqua membrorum lesione».--Ambrosini

Tranquilli Senogalliensis Processus informativus; acced. Bernardini

Franc. Mediolanensis Scholia, et Farinacei Prosp. Decisiones de

indiciis et tortura Venet. 1649, pag. 348: «Quomodo haec duo tormenta

dentur (ignis et Vigilia) consule alios, ego enim non sum apparitor

aut birruarius». E pag. 237: «Tormentum vigiliae est scamnum quoddam

altum a terra per septem vel octo palmos in circa tribus inhaerens

hastis tanquam fulcris, non planum sed paulum acclive et in medio

elevatum, conficiens angulum sed obtusum, super quo angulo manet reus

ano denudato. Dixi angulum obtusum, quia si esset acutus, ut quandoque

vidi, posset tortum ipsum fractis et foratis sibi inferioribus

partibus interimere».--Zacchia Paul. Quaestiones Medico-legales,

ed. 4.^a Avenion. 1655, t. 1, pag. 411: «Secundum tormentum, quo in

praesentiarum utuntur, illud est quod tormentum Vigiliae nominant,

quod quidem ex nonnullis conditionibus atrocius multo videtur quam

tormentum funis; est autem hoc tormentum hujusmodi. Reus in totum

denudatus, illique pilis omnibus etiam reconditarum partium derasis,

brachiis versus spinam retro contortis, ut in tormento chordae,

alligatur tanquam fune torquendus. Tripes tum scamnum in promptu est,

quod Capram, vel Equum, vel vulgo il Cavalletto nuncupant, sexipedalis

altitudinis, cujus summitas ex quadrangulari tabula lignea est

pollicaris crassitudinis, latitudinis undique bipalmaris: ejus tabulae

superficies plana quidom in totum non est, sed sensim paulatimque

versus medium ex singulis latibus sese elevans, in obtusum angulum

desinit seu potius obtusam planitiem efformat. Reus eo modo chordae ex

trochlea pendenti alligatus hic sedens sistitur. Lata insuper fascia

ad pectus inditur, ac retro in proximo pariete firmatur; uterque

humerus muris hic inde a lateribus existentibus longo funiculo medius

deligatur; tum ad pedes longus inditur baculus ipsos pedes divaricans,

ne eos Reus jungere possit; hic baculus per alium funiculum, quo

medius ligatur, sursum elatus pedes etiam, et crura Rei attollit,

adversoque parieti firmatur. Hoc modo relinquitur misellus per decem,

duodecim, quindecim, aut viginti, et plures horas ad Judicis libitum,

nisi delicta confiteatur, ea tamen cautela adhibita, ne brachia retro

contorta per crassiorem funem trochleae appensam nimis extendantur; fit

enim, ut miseri Rei multum extensis brachiis de vita periclitentur» etc.

[250] Ved. Eymerici Nicol. Directorium Inquisitorum etc. Rom. 1578, p.

136: «Saepe contingit huic fictae insaniae remedium afferre torturam;

nam dolor non facile patitur jocum et fictionem, atque in hoc casu

nullum videtur periculum ad explorandum animi morbum..... cum nullum

hic mortis periculum timeatur».

[251] Intorno a questo fra Raimo ved. nell'Archivio di Firenze il

Carteggio del Nunzio; Lett. da Napoli 19 febb. 1593; 1^o giugno e

28 10bre 1601; 25 febb.^o e 20 9bre 1602; e Lett. da Roma 16 feb.^o

1602; 28 mag. e 4 giugno 1604. Fra Raimo non confessò nulla nemmeno

alla veglia e fu mandato alle galere Papali; ma giunse a farsi credere

inabile e quindi a farsi liberare dal Generale delle galere; di poi fu

nuovamente carcerato per indebita liberazione. Può servire per esempio

del come andassero le cose a que' tempi.

[252] Ved. Doc. 402, pag. 498. Per le frequenti parole in dialetto

ed anche per l'abbondanza del latino, onde l'Atto potrebbe riuscire

oscuro ad alcuni lettori, ci crediamo obbligati ad esporlo qui senza

restrizioni, mentre avremmo tanto volentieri fatto il contrario.

[253] Ved. Doc. 168 e 169, pag. 86.

[254] Nella lettera al Card.^l Farnese del 30 agosto 1606 pubblicata

dal Centofanti si legge: «Quello Altissimo Dio, che mi liberò di sette

tormenti horrendi»; e in quella al Papa e Cardinali del 12 aprile 1607:

«bis tormentum eculei sustinui; semel torturam brachiorum; et 40 horas

suspensus fune et funiculis ad ossa penetrantibus, insidens acutissimo

ligno quod devoravit carnes meas ad duas libras, et sanguinem ad octo

sextertia exhausit plagis decurrentibus».--Nella Lett. al Papa del

1607 pubblicata da noi: «oltre li tormenti asprissimi di corda, e dui

polledri, et 40 hore di veglia con funicelli sin'all'ossa, et sedendo

sopra un acutissimo legno, chi mi secaro più di due libre di carne

e più che vinti di sangue in diverse volte»; e in quella a Mons.^r

Querengo dell'8 luglio 1607: «per sapientiam et per stultitiam 7

volte dalla presentissima morte il Senno eterno mi liberò; et inanti

à questi 8 anni stetti in carcere più volte, che non posso numerar un

mese di vera libertà se non di relegatione: hebbi tormenti inusitati

e li più spaventosi del mondo cinque fiate e sempre in timore e

dolore»; (non contemplandosi qui il solo caso dell'ultima prigionia

di Napoli, le cinque fiate darebbero motivo di sospettare che vi sia

stato anche un tormento in Roma nel 1591, ma bisognerebbe ammetterne

dippiù un altro in Padova nella 1^a prigionia della fine del 1592,

altrimenti il conto non tornerebbe, e non abbiamo criterii bastevoli

a chiarirlo).--Nelle _Poesie filosofiche_, ediz. d'Ancona a p. 110,

si legge: «Cinquanta prigioni, sette tormenti Passai...»; e a pag.

117, «Il corpo sette volte tormentato».--Nella Lett. allo Scioppio

posta come proemio al ms. dell'Atheismus triumphatus e pubblicata

dallo Struvio, a pag. 6: «Vide quaeso simne asinus ipsorum qui quidem

jam in quinquaginta carceribus huc usque clausus, afflictusque fui,

septies tormento durissimo examinatus, postremumque perduravit horis

quadraginta, funiculis arctissimis ossa usque secantibus ligatus,

pendens manibus retro de fune super acutissimum lignum, qui carnis

sextertium in posterioribus mihi devoravit, et decem sanguinis

libras tellus ebibit. Tandem sanatus post sex menses divino auxilio

fossa demersus sum».--Nelle _Disputationum_ in quatuor partes suae

philosophiae realis, _Quaestionum moralium_ pag. 8: «Id ego expertus

sum 40 horis pendens de fune tortis brachiis ligatus et funiculis

simul usque ad ossa adstrictis; super acuminatum lignum insidens,

ita ut si velim brachiis me subtinere contortis, nimis affligerentur

brachia scapulae, et pectus, et collum, si me demitterem a ligno nates

devorabantur: quae distentae usque ad vessicae collum et radices

genitalium, sanguinem multum emittebant, donec tanquam mortuum post 40

horas torquere cessarunt. Homines alii me maledicebant, et intendebant

dolores, funem excutiendo: alii laudabant clanculum fortitudinem».--E

ne' _Medicinalium_ juxta propria principia lib. 6, pag. 58: «Mihi autem

et venas et arterias disrupit nedum carnes laceravit cruciatus equulei

in posterioribus partibus, et tamen diligentia Chirurgi Scamardelli,

optimi viri, sanitatem adeptus sum».

[255] Nelle _Cedole di Tesoreria e Cassa Militare_ vol. 439 (an. 1610),

fol. 869 si legge: «a ultimo de maggio 1610... a Bonifatio del Castillo

medico Cirugico del r.^o castello di Sant'Elmo per suo soldo de mesi

ventidue etc. a ragione de d.^{ti} 3 il mese, D.^i 72,3,--». Pel medico

Orabona ved. segnatamente i _Processi della Cappellania maggiore_.

[256] Nel _Lib. I. Baptizatorum ab. an. 1544 usque 1600_ si legge:

«A di 3 de Agosto 1566 Lucretia Camardella fig. de Gio. Antonio

Camardella et Mad.^a lavina Camardella» etc. Nel _Lib. III Baptizatorum

et Mortuorum_, all'elenco de' morti si legge: «A dì 22 de febraro

1601 morse lavina madre de sipione (_sic_) camardella medico»;

inoltre «A dì 29 de luglio 1631 morì Scipione Cammardella Gerusico

del Castello sepolto alla sep.^{ra} de Sacerdoti nella Chiesa».--È

facile intendere che le parole scritte da fra Tommaso «diligentia

Chirurgi S. Camardelli (Scipionis Camardelli)» sieno state nella stampa

interpetrate «diligentia Chirurgi Scamardelli». Così nella stessa opera

_Medicinalium_ a p. 350 si parla di «Cioccio del Tupho», evidentemente

Ciccio ossia Francesco del Tufo; a pag. 378 si parla del «medicus

Santarellus nolanus», alludendo senza alcun dubbio al medico Antonio

Santorelli da Nola, celebratissimo in quell'età, lettore di pratica

nello studio pubblico dopo il Cannizales nel feb.^o 1613, poi lettore

di filosofia dietro il ritiro di Latino Tancredi nell'8bre 1617 etc.

etc. In somma è difficile avere un nome senza storpiatura, ciò che

s'incontra egualmente ne' non pochi libri italiani del tempo, dati a

stampare all'estero senza la revisione degli autori.

[257] Ved. il cit.^{to} Doc. 400, pag. 476.

[258] Questo Vincenzo Ubaldini non ci riesce ignoto. Era di Stilo e

insieme con tutta la famiglia dimorava in Napoli. Andato a Stilo col

fratello Francesco, fu carcerato insieme col fratello e tradotto in

Vicaria; l'Archivio di Stato ci fa conoscere la famiglia loro ed anche

il motivo della loro carcerazione; trovandosi in Vicaria ebbero più

tardi ad essere chiamati quali testimoni in una informazione di S.^{to}

Officio presa appunto contro fra Pietro di Stilo.--1^o _Numerazione de'

fuochi_, vol. 1385. Fuochi di Stilo della vecchia numerazione (1598)

estinti: «n.^o 39. Bartolo Baldino a. 48; Livia uxor a. 30; Vincenzo

f.^o a. 18; Francesco f.^o a. 15; Mutio f.^o a. 5; Dalfina Brescia

famula a. 18».--2^o Reg.^i _Curiae_ vol. 55 fol. 9 t.^o «All'Audientia

di Calabria ultra..... Da alcune Monache del Mon.^{io} di S. Maria

della gratia de' Vergini della città di Stilo ci viene scritto

dell'insulto, et parole ingiuriose fattoli, da Vincenzo et Francesco

baldini dell'istessa città in detto loro monasterio...» (segue l'ordine

di prendere informazione, assicurarsi delle persone ed avvisare) 29

maggio 1603.--3^o Contra fratrem Petrum Dominicanum etc. nella n.^a

Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2^o, fol. 267.

[259] Nei suoi scritti si disse sempre «Hipponiata», dando così luogo

ad interpetrazioni diverse, onde fu dichiarato di Monteleone, di S.

Eufemia, di Gerace, di Taverna. In un curioso documento da noi trovato,

del 1614, egli si dice napoletano, di circa 72 anni, figlio del q.^m

Mario e Lucrezia Galfuna. Intanto ci consta pure che dopo il Perrotta,

dal 23 8bre 1607 fino al 1622, tenne la cattedra di chirurgia ed

anatomia un Mario de Burgos y Azolin; potrebbe stare che questo Mario

fosse un parente di Giulio, accomodatosi a ripigliare l'originario

cognome spagnuolo per ottenere più facilmente la cattedra; se così

fosse, s'intende che riescirebbe accertata l'origine spagnuola di

Giulio Jasolino, ma è indubitabile che egli era nato in Calabria, e

ci consta da altri fonti che aveva due fratelli in Napoli, Orazio e

Ferrante, oltrechè vi fu contemporaneamente qualche altro dottore

Jazzolinus di Taverna in Calabria (ved. per quest'ultimo nel Grande

Archivio la _Collectio Salernitana_ vol. 170 fasc. 1.^o f. 47; il tom.

1.^o fasc. del 1588 della stessa Collezione ha un autografo di Giulio

Jasolino).

[260] Ved. Doc. 403, pag. 502.

[261] Ved. Doc. 404, pag. 503.

[262] Ved. Pegna, Scholia in Eymerici Directorium Inquisitorum, Romae

1578, Schol. XXV pag. 136; «Quid si revera haereticus in furorem

incidat,... quomodo ejus causa tractanda? Respondeo custodiendum esse

omnino, donec ad sanam mentem revertatur: nec potest damnari priusquam

in furore moriatur, quia fortassis resipiscet et reconciliabitur

Ecclesiae: nec ob id dicetur recedere impunitus, cum satis ipso furore

puniatur». Anche se l'eretico fosse divenuto pazzo mentre era già

condannato all'ultimo supplizio, bisognava sospenderne l'esecuzione:

«Minus malum videtur eum impunitum relinquere, quam puniendo animam

perdere; differendum est igitur aut etiam amovendum penitus omne

supplicium» (Ibid.).

[263] Su questo Cesare d'Azzia potremmo dare varie notizie, ma ci

basterà dire che era di famiglia nobilissima, bensì di costumi molto

tristi. Anche nell'Arch. di Stato in Torino, _Lettere-Ministri_ Due

Sicilie maz. 1^o, lett. dell'Agente Melchiorre Reviglione 28 mag. e 7

giugno 1602, trovasi qualche cosa intorno a lui; poichè egli era Cav.

di S. Lazzaro fin dal 1560 e possedeva le commende di Ariano, Barletta,

Venosa e Rocca-Rainola. Il Reviglione suggerì di farlo processare e

privare dell'abito dal Nunzio Pontificio, del quale il Duca di Savoia

si serviva in simili casi.

[264] Ved. Doc. 417, pag. 521. Si ricordi che dopo la veglia il

Campanella fu posto in una camera presso la Sala Reale, ed ora si badi

che lo scritto fu trovato nel reveglino tra le due porte del castello:

a chi conosce il luogo è chiaro che il Campanella dovea trovarsi nel

bastione che rimane tra i due torrioni, quello detto Bibirella e quello

detto del Castellano, ma più dappresso a quest'ultimo e nel 2^o piano.

[265] Ved. Doc. 423, pag. 528.

[266] Ved. Doc. 405, pag. 504.

[267] Ved. Filza 4089, _Lettere di particolari scritte da Napoli al

Sig.^r Lorenzo Usimbardi l'anno 1601 et 1602_. La relazione è senza

data, ma precede di poco l'annunzio della morte del Vicerè; per altro

le Lettere stanno in quella Filza assai disordinatamente.

[268] L'Ughelli, Italia Sacra t. 6^o p. 624, qualifica il Provenzale

«nobile Filosofo e Teologo» non già medico; ma dice che Clemente VIII

si servì dell'opera sua e cita i libri medici di lui.--Quanto al

Bonaventura, può leggersi il Carteggio del Nunzio, Let. di Napoli 2

9bre e 7 10bre, 4 8bre 1602 e 26 7bre 1603; e Lett. di Roma del 30 9bre

1601, 13 7bre 1602, 15 maggio 1604.--Notiamo che negli ultimi giorni

della malattia del Vicerè il Nunzio non si trovava in Napoli; avea

dovuto recarsi, con suo vivo dispiacere, a Larino, dove il popolo avea

chiuso le porte della città in faccia al suo Vescovo Mons.^r Vello, e

vi si era fatto accompagnare da 50 soldati a cavallo concessigli dal

Governo; ved. il suo Carteggio, Lett. da Napoli del 21 7bre, 5 e 15

8bre 1601 etc. e il Carteggio Veneto, Let. del 9 8bre 1601.

[269] Anche ne' Diurnali di Scipione Guerra, ms. della Biblioteca

Nazionale di Napoli (X, B, 11) si trova un Sonetto apparso al tempo

della morte del Lemos, che canzona la sua intemperanza e comincia così:

«Giungi roba al pignato Satanasso

vien teco a cena l'alma di un ghiottone

che andò mangiando per ogni pontone

con scusa di portar la moglie a spasso» etc.

Nel Carteggio poi del Residente Veneto, una volta in data del 7

7bre 1599, a proposito delle doglianze affisse pe' cantoni circa la

carestia, si biasima «la smoderata presunzione et superbia del popolo»;

un'altra volta in data del 19 8bre 1601, a proposito delle accuse che

si facevano al Lemos estinto, trovasi un'osservazione molto amara, ma

che è bene conoscere, perchè rimossa l'esagerazione potrebbe anche

offrire qualche cosa da apprendere, ed essa è, che i napoletani «per

natura danno sempre per fatto da altri quello che fariano essi se

havessero la potestà»!

[270] Ved. Doc. 123, pag. 72.

[271] Ved. Doc. 407, pag. 507.

[272] Ved. Doc. 406, pag. 506.

[273] Ved. la nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2^o, fol. 180 e

seg.^{ti}.

[274] D. Manno Brundusio di Fondi era stato dapprima Segretario del

Vescovo di Lucera, e poi divenne Segretario del Vescovo di Caserta;

secondo alcuni suoi reclami nè l'uno nè l'altro gli avrebbero dato mai

compenso; vedi nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini Lett.^e di Roma

del 1^o 7bre 1600 e 24 10bre 1604; e Lett.^{re} di Napoli del 21 genn.

1605. Suo fratello parrebbe che fosse stato quell'«Appio Brundusio

Fundano filosofo e medico preclarissimo» il quale diresse ad Antonio

Serra l'economista alcune poesie che si leggono in fronte all'opera

di costui intitolata: Delle cause che possono far abbondare gli Regni

d'oro et d'argento, Nap. 1613.

[275] Ved. Doc. 408, pag. 507.

[276] Ved. Doc. 415, pag. 519.

[277] Ved. Doc. 410, pag. 509.

[278] Ved. Doc. 411, pag. 510.

[279] Questa Sig.^{ra} Giulia fu poi moglie del medico e filosofo

celebratissimo a' tempi suoi, Francesco Leotta, di cui fanno menzione

il P.^e Fiore, il P.^e Elia de Amato etc. etc. Nella _Numerazione de'

fuochi_ di Stilo, fasc. del 1630 si legge: «n.^o 411. Dott.^r Francesco

Leotta (assente nella città di Roma); Giulia Prestinace moglie a. 62»

(con due serve).

[280] Il Principe di Conca, di cui qui si parla, non potrebb'essere

altri che quel Matteo di Capoa, «grande Ammirante del Regno» fin dal

1597, cav.^{re} del Toson d'oro etc. che abbiamo visto testimone a

carico di Colantonio Stigliola nel processo che costui ebbe dal S.^{to}

Officio (confr. vol. 1^o, pag. 95 in nota).

[281] Questo opuscoletto, di carte 11-1/2 non numerate, comincia così:

«Pithagoram, cum occultam musices rationem admiratum esse legeretur,

et ex fabrorum malleis juxta pondera invenisse: eumdem quoque ad

hominum natales et genituras descendisse videtur. Ideoque hominis

partum vitalem esse, quum armonias explesse (?) videtur: perfectiorem

vero nonimestrem, eo quod pluribus simphoniis confectum esse dicitur

(?): septimestris igitur ideo armonicus, quum id tempus ex triginta

quinque (?) per senarium ductum constat. Triginta quinque vero ex

sonoris numeris colligitur, quibus homo formatur in utero. Nam primis

sex diebus semen ut lac decoquitur, sequentibus octo erubescit in

sanguinem: subsequentibus 9 fit caro: postremis 12 organizatur et in

hominem formatur. Unde per armonias transit. Nam a primis sex ad octo

Diatesseron est: et ad novem Diapente: et ad duodecim Diapason: ex

quibus triginta quinque confiantur; cui si denarium adas, quatraginta

quinque conficies; quem si per senarium ducas efficies 270, quem

numerum, si in menses dividas, novem menses faciunt. Denarium si per

unum, duo tria et quatuor dividas totum decem faciunt: si binarium ad

unitatem comparabis Diapason videbis: Ternarius ad binarium Diapente:

Quaternarius ad ternarium Diatessaron: e contra vero Quaternarius ad

unitatem Bis diapason: Ternarius ad unitatem Diapason cum diapente.

Quae cum plures sint, nonimestris vitalis erit; Octomestris vero cum

nullas istas habeat proportiones, immusicus est, et non vivet quod in

eo nascitur mense, ut clarius in hoc exemplo schematis hujus patet».

Segue una tavola schematica, che lasciamo, come tutto il resto,

anche perchè la scrittura riesce di una lezione molto difficile; vi

scapiteranno solamente i Musici e i Fisiologi, che avrebbero forse

visto con piacere accomunati i più sublimi principii delle rispettive

discipline.

[282] Pare che debba leggersi: «a mucciari» che vuol dire «a

nascondere»; ma è scritto «amacciari».

[283] Veramente l'originale dice: «fingi chi mi vidi» etc.; ma non

andrebbe nè il senso nè il verso.

[284] Ved. Doc. 409, pag. 509.

[285] Ved. Doc. 417, pag. 521.

[286] Ved. Doc. 418, pag. 522.

[287] Ved. Doc. 419, pag. 524.

[288] Ved. Doc. 420, pag. 525.

[289] Eccola questa scrittura; è brevissima, e possiamo soddisfare chi

voglia un saggio di tali scempiaggini: «Aric sequi Cunaim Enamenìcon

Amael settantol Coniuro vos per Dom. nostr. Jes. Christ. et Mariae

(_sic_) Virginis matris eius ut statim talis in amore meo corrumpere

faciatis.» E poi: Abagator Amon Averamon canus masque pedasque

conturbant te [Illustrazione]

[290] Su questa faccenda del matrimonio di D. Andrea de Mendozza,

figlio di D. Isabella de Mendozza 2^a moglie e già vedova di D. Pietro

Gonzales de Mendozza 4^o Marchese della Valle Siciliana e Rende,

abbiamo trovato notizie quasi complete nel Carteggio del Nunzio,

notizie che non dà il De Lellis (Discorsi delle famiglie nobili del

Regno di Napoli 1654 part. 1^a p. 398); ed è bene saperne qualche cosa,

poichè madre e figlio abitavano nel Castel nuovo, e in questa faccenda

del matrimonio si trovano implicate certe persone che hanno potuto

aver relazione col Campanella. Adunque D. Andrea, essendo capitano

d'infanteria spagnuola in guarnigione a Bisceglie, s'invaghì di D.^a

Ilaria Sifola, che abitava in quella città con la madre Beatrice

Sassi, ed apparteneva a famiglia nobilissima e potentissima in quella

regione, tanto da far correre il proverbio notato dagli scrittori di

cose nobiliari, «pe' Sifoli e Palagani non si può vivere in Trani». D.

Andrea la sposò e vi si unì, ma la madre Marchesa della Valle montò in

tanta collera da far istituire un processo di rescissione di matrimonio

nel tribunale del Nunzio; D.^a Ilaria Sifola, contro la volontà

della Marchesa che avrebbe preferito vederla in un convento, venne

sequestrata presso una nobile Signora di Barletta D.^a Giulia Gentile,

certamente de' nobilissimi Gentili che vantavano nella loro famiglia

14 Conti di Lesina (ved. Zazzera, della nobiltà dell'Italia, Nap. 1625

t.^o 2.^o pag. 81) sorella di Michele 2^o Gentile e di Tommaso, che

da D.^a Eleonora della Gatta ebbe Francesco Gentile. Il Carteggio del

Nunzio offre alcuni memoriali della madre della Sifola ed anche di D.

Alonso de Mendozza il Castellano, che era fratello della Marchesa della

Valle e quindi zio di D. Andrea, diverse lettere di Roma e di Napoli

su questi memoriali, ed una lettera del Nunzio medesimo a D. Artuso

Pappacoda, che sappiamo essere anche parente della Marchesa della

Valle (marito della zia D.^a Caterina de Mendozza) ed inoltre a quel

tempo Governatore della Capitanata, onde avea voluto ingerirsi nella

quistione, tentando, a quanto sembra, far uscire D.^a Ilaria dalla casa

Gentile per ingarbugliare semprepiù la lite sul matrimonio (ved. Lett.

di Roma 13 7bre, 11 8bre e 1^o e 29 9bre 1602; e Lett. di Napoli 18

7bre, 25 8bre, 22 9bre e 6 10bre 1602). Ma il matrimonio fu da ultimo

dichiarato valido, sicchè D. Andrea si unì di nuovo a D.^a Ilaria e

n'ebbe figli e figlie, una delle quali si maritò ancora a un Gentile:

i libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo recano i nomi di

taluno de' discendenti di D.^a Ilaria e D. Andrea, cominciando peraltro

D.^a Ilaria a figurarvi non prima dell'anno 1618.

[291] Ved. Doc. 421, pag. 526.

[292] Ved. Doc. 422, pag. 527.

[293] Riportiamo qui la bozza de' cedoloni; vi apparisce anche

il fisco per pura e semplice finzione legale: «Hic auctoritate

Apostolica denuntiatur et publicatur Excomunicatus, et ab omnibus

christi fidelibus arctius evitandus Capitaneus Moya, qui fuit

locumtenens Regii Castri novi hujus Civitatis, ob non paritionem

mandatorum Apostolicorum eidem intimatorum, instante fisco et

petente.--.... locus sigilli.--Donnus Benedictus Episcopus Casertanus

et Commissarius.--Amoventes, et lacerantes, aut quomolibet (_sic_)

deturpantes sint etiam Excomunicati».

[294] Ved. Doc. 423, pag. 528.

[295] Nel Carteggio del Nunzio (Let. da Napoli filz. 230) trovasi la

seguente lettera del Nunzio al Card.^l di S.^{ta} Severina: «17 marzo

1600. Hò ordinato mi sia chiamato quel Melchiorre Mescia de Figueroa

che V. S. Ill.^{ma} mi scrive per la sua de' 10 del corrente che sta

in Castello dell'ovo et è scomunicato, acciò sappia che hò facoltà di

assolverlo, come l'assolverò tuttavia che venga conforme al suo ordine».

[296] Contrada nel territorio di Gerace.

[297] Ved. Doc. 435, pag. 547.

[298] Nel Grande Archivio non mancano notizie intorno ad alcuni di

costoro, e propriamente intorno a quelli che hanno maggiore attinenza

co' soggetti della nostra narrazione. Luzio Gagliardo finì ammazzato

con taglia promessa dal Governo, come si rileva dal seguente dispaccio

Vicereale all'Audienza di Calabria ultra: «Magn.^{ci} viri etc. Per

parte de Vincenzo Schinosi ci e stato fatto intendere come ritrovandosi

Cap.^{to} della città di S. Agata di quessa Prov.^a andando in

perseq.^{ne} di Banditi ammazzò lutio Gagliardo Capo di Banditi, la

testa del quale ha presentato a D. Garsia de Toledo olim Governatore

di quessa prov.^a et per tal causa li spettano D.^i cento in virtù

deli regii banni.....» (dietro la dimanda di pagamento il Vicerè

vuole informazioni) 14 10bre 1603. Ved. Reg. _Curiae_ vol. 55, an.

1603-1604, fol. 78.--Ed anche il Veronese dovè saldare qualche conto,

come si rileva da un altro dispaccio parimente diretto all'Audienza di

Calabria ultra: «Magn.^{ci} viri etc. Si è ricevuta l'informatione che

ci havete inviata con la vostra delli 4 di maggio prox.^o passato presa

di nostro ordine in Gerace ad instantia del Rev.^{do} Vescovo di quella

città contra alcuni particolari laici di essa, et essendosi vista per

noi et referitaci in questo regio Collaterale cons.^o ci è parso per

risposta di detta vostra dirvi sincome per questa ve dicimo et ordinamo

che al recevere di questa la debbiate (_sic_) incontinente con ogni

diligenza procurare de haver in mano Pietro Veronese inquisito tra

l'altri in essa et carcerato che l'havereti debbiate incontinentemente

mandarlo sotto buona e cauta custodia nelle carcere della gran Corte

della Vicaria con vostro aviso a noi, verum offerendove plegiaria di

venirsene à presentare fra termine di un mese dandola di d.^{ti} mille

debbiati liberarlo e permettere che venga inviandoci copia di detta

plegiaria et aviso del dì della sua scarceratione acciò che non venendo

fra d.^{to} tempo si possa procedere all'accusa di quella. Dat. neap.

die 30 junii 1612. El c.^{de} de lemos». Ved. Reg. _Curiae_ vol. 83,

an. 1612-1616, fol. 24 t.^o.

[299] I Registri _Curiae_ (vol. 30 an. 1581-1588, fol. 241) recano

solamente, in data del 21 gennaio 1587, l'ordine al dot.^r Vello,

Commissario di campagna contro fuorusciti e malfattori, di avere

in ogni modo nelle mani il Duca di Amalfi. Il processo di eresia,

che abbiamo potuto esaminare, reca la notizia della carcerazione

sofferta, secondo i diversi tempi, nella Vicaria, nel Castello nuovo,

nel Castello dell'uovo, e così pure quella della condanna avuta e

della grazia concessa, oltre tutti i particolari de' fatti in materia

di S.^{to} Officio. Vi abbiamo notato fra' testimoni «carcerati in

Castello» fin dal 1595, anche il Sig. Cesare d'Azzia (che fu in

relazione col Gagliardo nella faccenda delle scritture proibite)

insieme con altri nobili di primo ordine, come Alvise d'Aragona,

Arimanno Pignone, Francesco Loffredo. Il duca aveva posseduto egli

pure una copia della Clavicola di Salomone, e fin dai primi anni suoi,

nel 1579, passando per Venezia, con un monaco del convento de' Frari

si era occupato di sortilegi, continuati poi di tratto in tratto con

altri frati e preti in modi spesso curiosi. Abiurò il 21 agosto nella

Chiesa di S. Maria a Cappella, dove fu tradotto dal vicino Castello

dell'uovo. Il rescritto di abilitazione da parte di Clemente VIII, in

data del 6 gennaio 1600, fu firmato anche da fra Alberto (Tragagliolo)

Vescovo di Termoli Commissario generale del S.^{to} Officio; e la

commutazione dell'anno di carcere in penitenze salutari fu decretata

dallo stesso fra Alberto il 13 gennaio 1600. La rimozione dell'empara

fu fatta il 24 marzo 1600, e a questa data il Duca dovè uscire in

libertà, ma alla guerra andò nell'anno seguente e durò molti anni nella

vita militare.--Il Residente Veneto, effettuata l'abiura, la partecipò

al suo Governo in data del 7 7bre 1599 in questi termini: «Il Sig. D.

Alessandro Piccolomini Duca di Amalfi, che per antichità di titolo era

uno de' primi SS.^i di questo Regno, dopò havere alienato il stato et

consumato affatto ogni altro suo havere, et permesso che sua moglie

con potestà Pontificia si sia sacrata monaca, et essendo poi lui per

diverse colpe stato dal Conte d'Olivares confinnato xij anni in Castel

novo si è questi ultimi giorni nella Chiesa di Capella alle mure della

Città abiurato in valida forma di cose hereticali». Di poi, il 23

maggio 1600, partecipò il desiderio del Duca «già libero» di servire la

Repubblica Veneta. Infine, il 9 gennaio 1601, partecipò l'andata del

Principe di Avellino alla guerra con 24 compagnie e 43 capitani, tra'

quali il Duca di Amalfi.

[300] Ne diamo alcuni brani per saggio. «Prologho (_sic_). Se 'l verno

coprisse di continuo la terra di giaccio, e di neve, e gli estivi, et

tepidi soli non la disfacessero, come potrebono gli alberi e gli pianti

produrre i fiori et frutti? cossì se qualche breve riposo non iscemasse

tal volta la fatica, et alleggiasse il peso de' continui fastidj, et

de noiosi pensieri ch'agravano gli animi nostri, come potremmo noi

lungamente vivere? non à dubio che per ripararci dell'arma della morte

più che si può, ne fa bisogno d'alcun soccorso honesto, ò utile, ò

dilettevole, et che soccorso può dunque trovarsi più convenevole che

la Comedia, che à in se tutte questi tre parti, è honesta, perche

fu trovata per ritrarre gli huomeni dell'ampia strada de vitii, et

guidarli per lo stretto sentiero della virtù...» etc. «Ma all'età

nostra si prezzano si poco che rarissime si ne veggono a rapresentare,

nè so si di ciò debba incolpare l'avaritia o il poco amore che si

porta alla virtù, dall'un canto mi cade nel pensiero di darne cagione

all'avaritia poi che non e chi voglia scomodarsi di un mino danaro

(_sic_) per fare una scena, e dall'altro canto m'induco ad accusare il

poco amore della virtù, per che gli ascoltanti, vedendosi porgere a

gli occhi un vitio, del quale essi sono machiati, temono in presentia

dell'altri non arrosirse, et conferma questa mia oppinione il vedere

che non voglino in quelle poche comedie che si fanno, che si reprendino

vitii ma solo si dicano ciance et cose ridicole e di nisuna sostantia,

servendosi della Comedia per uno spasso et per un gioco, e non a quel

fine che fu ritrovata, et sono alcune persone che essendo elle degne di

riso, come sentonu una parte che move meraviglia à dolorore (_sic_) à

compassione ò ad altro effetto contrario o diverso dal riso si sentono

svenire, et bisogna apparechiare lo aceto per unger loro i polsi, et

stimano più una chiachiarata all'improviso et fori di proposito d'un

vecchio venetiano o di un trastullo accompagnata di quattro accione

disonesti et vili usati farsi da bagattellieri, che una Comedia grave

che si serra stentato tre anni a comporla et sei mesi a recitarla,

vedete a chi termine e ridotto il poeta Comico, che essendo stato

ripotato da ingegni eccellentiss.^{mi} più difficile a comporre che

lo Epico e 'l tragico, non mancano infiniti che non havendo pure una

minima notitia di poesia solo con un certo loro discorso naturale, o

per dir meglio materiale, et con l'osservanza secca c'hanno fatta in

leggere quattro o sei comedie, stimandosi dotti senza arte presummono

darne giudicio, et poi come sentono una protassis, una epitassis, una

catastrophe, o simil altra sorte di voci convien loro di ricorrere ogni

tratto al Calepino: et perciò (_intend._ se perciò) l'autore havesse

pensato di contentare tutti i cervelli non si sarrebbe mai messo a

durare questa fatica, perche non à tanta albaglia (_sic_) nel capo,

che presumma esser miglore di Plauto, e di terentio, et di gli altri

Autori moderni eccellenti, le Comedie de i quali non hanno potuto

passare senza reprensione per li mani di certi Maestri Aristarchi,

che con la barba quadra et col mantello lungo, col passo della picca,

col far carestia delle parole et non dire che non sieno sesquipedali

et preugne di sententie, aquistono credito appresso gli ignoranti et

fanno profissione di havere i nasi critici che sentono l'odore insino

al vetro, et non componendo essi mai, sono severissimi Giudici delle

compositione altrui...» etc. «La Comedia è nova non più recitata e

pur hora uscita di sotto il pennello del pittore e chiamasi torti

Amorosi, da torti grandi che fa Amore alle persone che ne intervengono,

facendole seguir chi le fugge scacciar chi li brama e i desiderii loro

difformi et non corrispondenti, ma acortosi al fine che la Comedia sì

rapresenta in Gerace che è questa che vedete, che è lugo (_sic_) dove

si puniscono severamente le ingiustitie et i torti ben che legerissimi,

et però temendo che costoro non ricorressero per gustitia (_sic_) al

tribonal dello sdegno, si risolve far raggione a ciascuno, et farlo

rimaner contento. Di silentio non ardisco ricercarvi, perchè mi

parrebbe far inguria (_sic_) alla cortesia et alla gentileza vostra

vedendove stare cossi chieti, attendeti che adesso si derra principio».

[301] Notiamo di passaggio che questo Michele Cervellone, propriamente

messinese, fu poi uno de' 4 principali imputati nella così detta

2^a congiura del Campanella, che finì col supplizio di fra Tommaso

Pignatelli il 1634.

[302] Ved. la nostra Copia ms. de' proces. ecclesiast. tom. 2^o, fol.

215-1/2.

[303] Il decreto leggesi nel Carteggio del Nunzio, Filz. 216. Esso è

stampato, e fu così trasmesso al Nunzio per farlo conoscere a tutti,

con lett. del 18 10bre 1602; bensì la sua data è anteriore, e rimonta

al 1601. Le ragioni del decreto sono espresse ne' considerandi: «Ut

causae et negocia quovismodo spectantia ad Sanctam Inquisitionem

cognoscantur et expediantur omni qua docet integritate, amotis

quibusvis sordibus ac pecuniariis solutionibus» etc. Vero è che la

Camera Apostolica non dava mai nulla e non compensava neanche il

Ministro Generale della S.^{ta} Inquisizione; si attesta infatti in una

lettera a proposito della morte di Mons. Carlo Baldino predecessore

del Vescovo di Caserta, che egli avea «servito 30 anni all'officio

dell'Inquisitione senza mercede» (Lett. di Roma del 10 aprile 1598,

Filz. 211). In che modo dunque dovea provvedersi alle spese? Ne'

tribunali Diocesani vi provvedeva il Vescovo con l'entrate del

Vescovado, e infatti in un'altra lettera, scritta a tempo della vacanza

della Chiesa Napoletana per la morte del Card.^l Gesualdo, si ordina

al Nunzio, amministratore temporaneo, che faccia pagare dall'entrate

dell'Arcivescovado «le spese del vitto et altre necessarie occorrenti

per li carcerati del S.^{to} offitio et speditioni delle loro cause»

(Lett. di Roma del 23 maggio 1603, Filz. 218): ma nel tribunale del

Ministro Generale dell'Inquisizione potevano sopperire alle spese

unicamente le confische delle cauzioni degli «abilitati»; ad ogni modo

non avrebbero mai dovuto sopperirvi l'elemosine raccolte in sollievo

de' poveri carcerati.

[304] Ved. Doc. 412, pag. 513.

[305] Ved. Doc. cit.

[306] Le scritture della Cappellania maggiore, dalle quali abbiamo

desunto i particolari suddetti, sono rappresentate da' _Processi della

Cappellania maggiore_, che avemmo a studiare nel far le ricerche sul

chirurgo Scipione Camardella.

[307] Ved. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di

Napoli, Nap. 1654-71, vol. 2^o, part. 3^a, pag. 349.--Carteggio del

Nunzio, Lett. di Roma 30 nov. 1601, 23 feb. 1602, 24 genn. 1603; e

Lett. di Napoli 14 10bre 1601, 25 gen. 1602, 21 marzo 1603, 24 marzo

1605.

[308] Ved. Reg. _Sigillorum_ vol. 38 (an. 1601) sotto la data 24 di

maggio.

[309] Ved. Reg. _Curiae_ vol. 52 (an. 1601-1603) fol. 17, ove leggesi

il seguente memoriale: «Gio. Francesco de Apuczo expone a V. Ecc.^{tia}

come sono octo mesi e più che se ritrova carcerato senza haver' fatto

male sotto pretesto fosse consapevole dela morte del q.^m notar' Gio.

Carlo d'Apuczo suo padre per il che fu delegato per la felicis.^{ma}

memoria dell'Ecc.^{tia} del Conte di lemos in detta causa il giudice

Gio. Andrea Auletta, il quale come delegato procedè in detta causa

et hà tormentato atrocissimamente esso supplicante mediante il quale

(_sic_) è ridotto in tanta poca salute che si ritrova in pericolo di

morte senza posser' ricorrere à persona alcuna che lo proveda per non

haver' giodice...» etc. (supplica che gli si faccia giustizia, e S. E.

all'ultimo di ottobre 1601 delega per la causa il giudice Tirone).

[310] Ved. Doc. 413, pag. 514.

[311] Ved. Doc. 414, pag. 518.

[312] Ved. Doc. 416, pag. 520.

[313] Ved. Doc. cit.

[314] Ved. Doc. 127, pag. 73.

[315] Ved. Doc. 128, pag. 74.

[316] Da una lettera del Campanella del 10 agosto 1624 a Cassiano del

Pozzo, lettera pubblicata dal Baldacchini, apparisce che il Campanella

riteneva essere stata la _Monarchia_ tradotta anche in ispagnuolo e

che questo accresceva le sue speranze di liberazione: per lo meno

se fu tradotta in ispagnuolo, non fu stampata in questa lingua,

avendola noi invano cercata nella Bibl. naz. di Madrid e in quella

dell'Escuriale. Il Bosoldo poi ebbe cura di tradurla o farla tradurre

in tedesco, perchè la politica era uno de' suoi studii prediletti, ma

non si comprende perchè non l'avrebbe pubblicata in latino, se fosse

stata già tradotta in latino, e questo ci dà motivo di sospettare che

le affermazioni del _Syntagma_ sopra citate possano essere inesatte.

Quanto alla pubblicazione in italiano, essa fu condotta sulla copia

scorrettissima esistente in Firenze, e il D'Ancona dovè lavorarvi assai

e se la cavò con molto suo onore; ma ci sia lecito ripetere il voto,

che laddove abbia a rifarsene l'edizione si tengano presenti le copie

napoletane che si prestano tanto bene a' confronti.

[317] Ved. Doc. 524, pag. 604.

[318] Ved. Doc. 497 e 498, pag. 572 e 573.

[319] Ved. Doc. 494, pag. 571.

[320] Ved. Doc. 488, pag. 569.

[321] Ved. Doc. 504, 512, 515, 513, 517, pag. 575, 579, 580, 581.

[322] Nella lett. al Card.^l Farnese si legge: «un volume di sonetti

e canzoni a varie repubbliche regni et amici e salmodie...» etc.

Nel Memoriale al Papa, pubblicato dal Baldacchini e riprodotto dal

D'Ancona, si legge: «un volume di varie rime e Salmodie... morali e

politiche».

[323] Ved. Doc. 502, pag. 574.

[324] Ved. Doc. 507, 505, 506, 509, 510, 508; pag. 576-577.

[325] Ved. Doc. 495, pag. 571; e 511, pag. 579.

[326] Ved. Doc. 462, pag. 559; e 491, pag. 570.

[327] Ved. Doc. 492, pag. 570.

[328] Ved. Doc. 499, pag. 573.

[329] Ved. Doc. 463, pag. 559.

[330] Ved. le _Cedole di Tesoreria_ vol. 427, an. 1596, pagamento in

data 30 giugno di D.^i 150 per soldo de anno uno; e le _Carte diverse

del Governo dei Vicerè_, fasc. 2^o, an. 1610, dimanda in data 10

luglio, con la quale D. Troiano chiede licenza di poter rimanere un

anno fuori Napoli.

[331] Ved. Doc. 467, 468, 477; pag. 560, 561, 564.

[332] Ved. i Registri _Privilegiorum_ vol. 104, an. 1593-95, fol.

84. Sospettiamo che la madre di D.^a Ippolita non sia stata Porzia

Pignatelli moglie di D. Garzia, giacchè in questo documento, oltre

l'assegno in moneta fattole dal padre, si ricorda anche questa

promessa da lui avuta, «vita durante della madre di d.^{ta} D. Ipolita

consignarli ogni anno mensatim tomola ventiquattro di grano».

[333] Ved. Sarrubbo, Trattato della famiglia Cavaniglia, Nap. 1637,

e De Lellis, Famiglie nobili di Napoli, ms. della Bibl. naz. nap.

X, A, 3. fol. 263, e X, A, 8, fol. 175-193.--Negli stessi Reg.^i

_Privilegiorum_ vol. 86, an. 1587-88, fol. 96, trovasi la donazione

della parte legittima de' suoi beni fatta da Cornelia Cavaniglia nel

vestirsi monaca, e in essa si citano la madre Porzia Pignatelli e i

fratelli Troiano, Scipione, Fabrizio e Mario. Ne' libri parrocchiali

della Chiesa di Castel nuovo è citato più volte Fabio Magnati fino

al 1585, e Troiano Magnati due volte, nel 1596 e 1598; D.^a Ippolita

Cavaniglia poi è citata un grandissimo numero di volte, specialmente

come madrina, anche in compagnia di D.^a Anna e di D.^a Maria de

Mendozza, talora in compagnia del Principe di Bisignano quando costui

era carcerato; e da ultimo l'elenco de' morti reca, «A dì 29 de xbre

1615 morì D.^a Polita Cavaniglia, sepolta nel ihs vecchio» (_intend._

nella Chiesa del Gesù vecchio).

[334] Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634, pag. 774.

[335] Ved. Doc. 469, pag. 561.

[336] Ved. Doc. 465, pag. 560.

[337] D.^a Anna de Mendozza, figlia di D. Diego e D.^a Claudia de Caro

fu sposa a D. Ferrante de Bernaudo (ved. Reg.^i _Sigillorum_ 18 7bre

1595) e ne ebbe varii figli, Claudia, Francesco, Diego, Beatrice (ved.

i libri parrocchiali per gli an. 1595-98-99 etc.); era dunque figlia

e non moglie al Bernaudo, che fu poi creato Duca, la Claudia di cui

parla il De Lellis (Discorsi delle famiglie nobili etc. Nap. 1564 vol.

1^o pag. 399). Aggiungiamo che vi fu una Claudia Antonia de Mendozza,

ultima figlia di D.^a Isabella Marchesa della Valle e quindi nipote di

D. Alonso il Castellano, la quale nel 30 8bre 1614 sposò Alessandro

Ridolfi di famiglia fiorentina, generale del Papa, Ambasciatore

straordinario di Mattia Re d'Ungheria al Re di Spagna, divenuto in

Napoli Consigliere del Collaterale, pensionato con D.^{ti} 1000, ed

anche Marchese di Baselice: costui parecchi anni più tardi fu in

relazione col Campanella, il quale parlò appunto di lui in una Lettera

al Papa del 9 aprile 1635, che è tra quelle pubblicate dal Berti,

quando disse che co' fratelli Ludovico ed Ottavio (Ridolfi) stava «in

Castel di Napoli dove era accasato il Marchese et io carcerato».

[338] Ved. Doc. 466, pag. 560.

[339] Ved. Doc. 473, pag. 562.

[340] Ved. in Allacci Drammaturgia, Venez. 1775, pag. 522 e 779. Le

Commedie sarebbero: «La memoria di Dario e Grisante» e «I trastulli

d'Amore» Viterbo 1647.

[341] Ved. Doc. 470, pag. 561; e 478 pag. 564.

[342] Ved. Doc. 471, pag. 562; 472, ib.; e 474, pag. 563.

[343] Ved. Doc. 475, pag. 563.

[344] Ved. Doc. 479, pag. 564.

[345] Ved. Doc. 476, pag. 563. Pel Campanella la filoprogenitura è

una ingannevole tendenza naturale ad eternarsi o immortalarsi, come

si può rilevare anche da un brano della lettera al Flugio, che fu da

noi pubblicata; da ciò emerge chiaro quale sia il fonte consecrato

all'appetito dell'immortalità.

[346] Ved. Doc. 484, pag. 568.

[347] Ved. Doc. 483, pag. 567: 482, ib.; 480, pag. 564; 481, pag. 566.

[348] Pel Sonetto ved. Doc. 501, pag. 574. I Reg.^i _Partium_, volume

1420, an. 1597-1599, fol. 133, nell'elenco de' possessori di rendite

pagabili sull'arrendamento del vino recano, «Sore Elionora Barisana

D.^i 14»; i libri parrocchiali del Castel nuovo, nell'elenco de' morti,

fol. 93, recano, «A di ij de marzo 1620 morì Sore Dianora Barisana de

Barletta sepolta a Monte Calvario». Si sa che la Dianora del dialetto

vuol dire Eleonora.

[349] Ved. Doc. 516, pag. 581.

[350] Ved. Doc. 485, pag. 568.

[351] Ved. Doc. 486, ib.

[352] Ved. Doc. 460 e 461, pag. 558.

[353] Nel 1^o de' Libri parrocchiali si legge, «1583 12 marzo, se

battezò Gioseph Horatio figlio de Ottavio Cesarano e de pulisena

Camardella»; nel 3^o poi l'elenco de' morti reca, «a dì 16 de marzo

1603 morse petrillo Cesarano».

[354] Ved. Doc. 490, pag. 570.

[355] Percorrendo infatti l'art. 3^o del _Syntagma_, dove appunto si

parla de' libri composti o ricomposti nel carcere, non è difficile

scorgere che la cronologia in genere e in ispecie è stata addirittura

negletta. Lasciamo da parte le _Poesie_, sulle quali ci siamo già

spiegati nel trattarne fin da principio. Dopo le Poesie si parla degli

_Aforismi politici_ etc., che siamo per vedere essere stati scritti

non prima della 2^a metà del 1601; poi della _Monarchia di Spagna_,

che abbiamo veduta indubitatamente già ricomposta, se non composta,

prima degli Aforismi; poi si parla de' 15 _Articoli profetali_, che

sicuramente furono scritti anche prima della _Monarchia di Spagna_.

In sèguito si parla de' libri _Medicinali_ e degli _Astrologici_, che

non sono nominati ancora negli elenchi del 1606; e passando sopra a'

libri _Astronomici_ e alle _Quistioni_, osserviamo che dopo tutto

ciò, con un notevole salto indietro, si legge, «poco di poi in Napoli

scrissi una _Metafisica_... e questa ricevè dalle mie mani Geronimo

Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603»! In sèguito si passa a parlare

de' libri di _Teologia_, del _Reminiscentur_, delle _Orazioni_ alle 4

grandi nazioni con la data del 1617 e 1618, e quindi, come aggiunte

a' libri anzidetti, si parla della _Monarchia della Sapienza eterna_

e del _Dritto del Re Cattolico sul nuovo mondo_, libri che si trovano

registrati tra quelli inviati allo Scioppio nella sua lettera del

1607! Tralasciamo la _Metafisica_ scritta nel 1611 e la _Consultazione

sulle entrate del Regno_ che vedremo scritta più anni prima, e

notiamo che a questo punto, essendo stati già citati libri perfino

con la data del 1618, si dice, «tutti i suddetti libri lo Scioppio

da me ricevè nell'anno 1608, quando venne mandato da Paolo V^o...

ed anche gli diedi l'_Ateismo debellato_»! Così mostrasi fuori ogni

dubbio mal fondato tutto ciò che è stato detto in tale materia sempre

con la scorta del _Syntagma_, il quale può servire pe' particolari

della composizione, non per la data di essa, verosimilmente perchè

fu redatto su note staccate. Aggiungiamo che negli elenchi annessi

alle lettere del 1606 sopra menzionate si dà talvolta per compiuta

qualche opera che ancora non l'era, p. es. i 18 _Articoli profetali_

(ultima composizione accresciuta), e si afferma anche essere le opere

«tutte salve» ciò che per alcune non era vero, e basta citare l'opera

«De rerum universitate», quella «De Philosophia Pithagoreorum»,

la «Tragedia della Regina di Scozia». Nella lettera allo Scioppio

poi si citano le opere con l'ordine seguente: Monarchia di Spagna,

Discorsi a' Principi, Dialogo contro i Luterani, Del senso delle

cose, Pronostici astrologici, Compendio (epilogo) di Filosofia etc.

etc.; e ben si vede che l'ordine cronologico non è serbato, e insomma

unicamente con accurati confronti, e tenendo sott'occhio le opere

stesse e tutto l'epistolario del Campanella dal momento in cui cominciò

a scriver lettere stando in prigione, si può venire a capo di questo

importantissimo lavoro.

[356] Avremo altrove occasione di vedere che questa copia fu involata

dalla Magliabechiana, e poi tornò nelle mani del Governo con altre

scritture, per le quali ebbe posto nell'Archivio. Ma vogliamo dire che

dal Magliabechi in qua si trova sempre citata col titolo di _Concetti

methodici_ etc., mentre veramente il suo titolo è _150 Concetti

methodici_ etc.

[357] Ved. Lett. inedite di T. Campanella e Catalogo de' suoi scritti,

Roma 1878, pag. 74.

[358] Ved. la nota alle Poesie Filosofiche nell'ediz.^e D'Ancona pag.

100.

[359] Ved. Berti, Tommaso Campanella, Nuova Antologia, luglio 1878, p.

217.

[360] La cosa è di un'importanza capitale per l'argomento che

trattiamo, e ci si permetterà di riprodurre qui taluni confronti già

notati nella 1.^a nostra pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle

lettere etc.) esprimenti certe differenze contemplabili, nella forma

e nella sostanza, tra la composizione originaria del libro fatta nel

1602 e rappresentata da' codici napoletani, la versione latina fatta

nel 1613 e pubblicata dall'Adami in Frankfort, la 2^a edizione della

versione latina preparata dopo il 1629 e pubblicata dall'autore in

Parigi; quest'ultima veramente differisce dalla penultima quasi sempre

per qualche aggiunzione, e volgarizzata a cura di un editore Luganese

fu poi riprodotta dal D'Ancona, sicchè possiamo citare l'edizione

D'Ancona nell'esporre i confronti, anche perchè essa è più diffusa

e popolare.--Circa la forma, si direbbe che con la magniloquenza

latina fosse apparso necessario magnificare perfino gl'interlocutori

del dialogo, i quali nella composizione originaria del libro erano

«Hospitalario, Genovese marinaro», col latino furono promossi ad

«Hospitalarius magnus, et Nautarum Gubernator Genuensis hospes», e col

volgarizzamento divennero «Il Gran Maestro degli Ospitalieri ed un

Ammiraglio Genovese di lui ospite». Oltracciò il Capo Supremo della

Repubblica, che dapprima era semplicemente O (con o senza un punto nel

mezzo, cioè a dire il _Sole_, come si mantenne nell'esemplare latino

dell'Adami) divenne in sèguito _Hoh_. Naturalmente anche la dicitura

italiana primitiva, convertita in latino e poi ritornata italiana, si

vede trasformata di molto. P. es.: (cod. nap.) «S'io havesse tenuto à

mente e non havesse pressa e paura, io te sfondacaria gran cose, ma

perdo la nave se non mi parto»; (ediz. D'Anc.) «Oh! se mi ricordassi

d'ogni cosa e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla

temessi, ti direi altro e ben più sorprendente, ma perdo la nave se non

mi affretto a prendere il largo». Ancora: (cod. nap.) «Nulla femina

si sottopone à maschio se non arriva a' 19 anni, ne il maschio si

mette à generatione innanzi il 21»; (ed. D'Anc.) «Alcuna donna prima

del decimonono anno non può consacrarsi à questo ministerio, e gli

uomini debbono aver passato il ventesimo primo». Così la forma venne

ingentilita, ma cessò di esser caratteristica, e ciò che è peggio

non sempre riuscì a serbare la precisione. P. es.: (cod. nap.) «Una

fiata mangiano carne, una pesce, et una herbe, e poi tornano alla

carne per circolo»; (ed. D'Anc.) «Dapprima mangiano carni, poi pesci,

infine erbaggi. Ricominciano poscia con le carni,»--etc. Ma ciò che

maggiormente interessa è la diversità nella sostanza in più luoghi.

Da una parte le cose relative a filosofia e religione sono più spinte

nella 1^a maniera e più attenuate nelle posteriori. P. es. (cod.

nap.) «Son nemici di Aristotile, l'appellano pedante»; (ed. D'Anc.)

«Sprezzano l'opinione di Aristotile, che chiamano logico non filosofo».

Ancora: (cod. nap.) «trovai Moisè, Osiri, Giove Mercurio Macometto

et altri assai, et in luoco assai onorato era Giesù Christo et li 12

Apostoli, che ne tengono gran conto. Ond'io ammirato come sapeano

quelle historie» etc.; (ed. D'Anc. con molto maggiori distinzioni e

qualificazioni) «ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo,

Pompilio, Pitagora, Zamolxi..... e moltissimi altri. Che più? Hanno

dipinto lo stesso Maometto che però reputano fallace ed inonesto

legislatore. Ma vidi l'immagine di Gesù Cristo essere stata collocata

in un posto eminentissimo, assieme a quelle dei dodici Apostoli da essi

altamente venerati e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i

portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale

ed altri sommi la maggior parte cittadini romani.... Ed avendo con

maraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie» etc.

Inoltre: (cod. nap.) «tengono per cosa certa l'immortalità dell'anima

et che s'accompagni morendo con spiriti buoni o rei secondo il merito;

ma li luochi delle pene e premii non l'hanno per tanto certo (_sic_)

ma assai ragionevole, pare che sia il cielo et i luochi sotterranei.

Stanno anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne ò nò.

Di più son certi che ci siano angeli buoni e tristi come avviene tra

gli huomini; ma quel che sarà di loro aspettano aviso dal cielo. Stanno

in dubbio, se ci siano altri mondi fuori di questo»; (ed. D'Anc.)

«credono all'immortalità dell'anime, ed alla loro associazione dopo la

sortita del corpo cogli angeli buoni o cattivi secondo le azioni della

presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili.

Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene

e de' premii. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro». Come

si vede, la prima composizione era ben cruda e molto più spinta, e le

attenuazioni venute in sèguito non furono lievi. D'altro lato poi per

un fatto risguardante la persona dell'autore troviamo tutta la riserva

possibile nella prima composizione, e l'abbandono di ogni riserva in

sèguito: 1^o (cod. nap.) «dicono che se in 40 hore di tormento un

huomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle

che inclinano con modi lontani ponno sforzare» etc.; 2^o (ed. D'Anc.),

«dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente

tormentato da' suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una

parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea

determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza

e con lentezza non possono costringerci» etc. Adunque scrivendo il

libro nel 1602 non palesò la faccenda della sua pazzia simulata, la

palesò invece nel 1613, quando diede il libro tradotto all'Adami; e per

verità sarebbe stata una pazzia vera il farlo prima. V'introdusse poi

varie aggiunzioni mano mano, ed anche, quando preparò l'edizione di

Parigi. Così, mentre nell'esemplare primitivo si trova notata soltanto

l'invenzione del volare (che nel libro de _Sensu rerum et Magia_ è

riconosciuta in un calabrese), in quello latino dato all'Adami si

trova notata anche l'invenzione degli strumenti oculari per vedere

le occulte stelle (riconoscimento delle cose del Galileo sulle quali

egli già cominciava a riflettere), e degl'istrumenti auricolari per

udire le armonie de' cieli (presagi del telefono ad un'altezza non

ancora raggiunta): ma è singolare che non vi si trovi l'invenzione sua,

attribuendola agli abitanti della città del Sole, del modo di navigare

senza vele e senza remi, ciò che pure avea già promesso con le lettere

del 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna. Invece essa si trova

nella 2^a ed ultima edizione della versione latina, dove è registrata

pure la scoperta del modo di _evitare il fato sidereo_, attribuita

sempre agli abitanti della città del Sole, da doversi riferire al

libro da lui composto _De fato siderali vitando_; ed in pari tempo

è registrata la proibizione dell'Astrologia da parte del Papa, ciò

che prima egli non reputava ben fatto e poi si credè in obbligo di

accettare e difendere col suo opuscolo _An Bullae Sixti V.^i et Urbani

VIII.^i contra judiciarios calumniam in aliquo patiantur_. Per le

quali ultime circostanze abbiamo detto che la 2^a edizione del libro

dovè essere preparata dopo il 1629; giacchè dal _Syntagma_ sappiamo

con certezza che il libro _De fato siderali_ etc. fu scritto nel S.

Ufficio di Roma dopo la liberazione dal lunghissimo carcere di Napoli,

vale a dire tra il 1626 e il 1629. Non è arrischiato l'ammettere che le

modificazioni successive introdotte dall'autore nel modo di esprimere

le sue opinioni circa Gesù, e circa i premii e le pene e l'eternità di

esse, rappresentino pure e semplici attenuazioni _pro bono pacis_: e

merita di essere considerata la sua persistenza in altrettali opinioni

fino agli ultimi anni della sua vita, benchè abbia contemporaneamente

abbondato nella composizione di libri di assolute credenze Cristiane

Cattoliche.

[361] Ved. Poesie, ed. D'Ancona, p. 95.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 15 / 24 题