E continua così fino all'ultima strofa, con vituperii ed insolenze

contro il povero morto, terminando coll'accertare che lo scaduto è

andato all'inferno e che sarà da tutti ringraziato colui che l'ha

ucciso; e il P.^e Cherubino, che in tutte le scritture del presente

gruppo non trova «nihil contra fidem vel bonos mores» definisce la

detta poesia «una facetia ridiculosa», mostrando bene che pure i

Teologi qualificatori sottostavano all'influenza de' gusti del tempo.

Seguono due lettere di un Don Gioseppe di Capoa al Gagliardo, l'una

scritta «dala per me oscura selva li 22 di xbre 1600», l'altra da

Reggio, convento di S. Francesco, gli 11 gennaio 1601: sono due lettere

brigantesche, atte a chiarire molto bene i procedimenti de' fuorusciti

di que' tempi, e massime a tal fine ci è parso bene riportarle tra'

documenti[297]. D. Giuseppe di Capoa, come si rileva dalle lettere, era

un capo di fuorusciti con 43 compagni, tra' quali Luzio fratello del

Gagliardo ed altri «amici sui et del Sig.^r Veronese che li comanda»,

tutti del resto in relazioni strette col Veronese, alla cui chiamata,

dopo il 12 10bre, partivano sotto il comando di D. Giuseppe per Gerace

senza saperne la causa; e D. Giuseppe, che avea pure nella banda un suo

parente Andrea, unitosi con lui per avere ucciso Carlo Barone e figlio,

teneva molto a non diventare un ladrone di strada, onde scriveva al

Gagliardo, «ho dato licenza a Caporale Giulio et compagni per haver

fatto un atto brutto, che si unirno con minichello et lutio il vostro,

et hanno boscato molti migliara di scuti et volevano dar parte a me, ma

per nessuno modo la volse, che tant'anni sono in campagna ho vissuto

con le mie intrate, ne habbia dio ordinato tal furfanteria». Poi agli

11 gennaio, dietro la persecuzione da parte di un Auditore che faceva

ogni sforzo per prendere que' fuorusciti, D. Giuseppe con tutti i 48

compagni erasi rifugiato nel convento di S. Francesco in Reggio, di

dove scriveva la sua seconda lettera; ed avea già raccomandato al

Gagliardo di scrivergli dirigendosi al cognato, ed allora raccomandava

la lettera propria ad un tale, che non è nominato, con queste parole

caratteristiche, «la gentileza d' V. S. et la protetione che come

Cavaliere Cristiano tine (_sic_) de miseri gentilhuomeni travagliati

attortamente dalla fortuna et dalla giustitia ne danno animo». Il

Gagliardo avea scritto a D. Giuseppe che presto sarebbe uscito dal

carcere, che un Cavaliere suo amico, in procinto di ottenere la

commissione di capitano, aveva offerta a lui l'insegna (il posto di

alfiere) per arrolar gente, che tutta la banda avrebbe potuto andarsene

con lui alla guerra; e D. Giuseppe si dichiarava in ordine con tutti i

suoi compagni, aspettandosi di essere guidato per questo, come allora

si usava, e faceva esibizioni al Gagliardo, e si disponeva a mandargli

sei canne di tabbì per un vestito da dovergli servire all'uscita dal

carcere, ma anche con la franchezza del bandito gli diceva, «tutto

quello che V. S. ha patuto lo meritava, per haver corso con il cervello

suo balzano et non con consiglio di amici»; poi, all'ultima data,

s'impazientiva e dichiarava di ritirare la sua parola se fra un mese il

Gagliardo non avesse l'insegna, sottoscrivendo la lettera insieme con

altri compagni, «Lutio Gagleardo suo fratello, Caporal Antonio Bregandi

alias il Siciliano, Gio. bennardo Sdragona et Minichello Mullura»[298].

Non sapremmo dire se la proposta di andare alla guerra, fatta dal

Gagliardo a D. Giuseppe fosse stata un'invenzione del cervello suo

balzano, ovvero un disegno fondato sopra un fatto positivo; ma dobbiamo

attestare esserci noto da altri fonti che a quel tempo si trovava pure

carcerato nel Castello dell'ovo Alessandro Piccolomini, 5^o Duca di

Amalfi, il quale dopo avere avuto già 12 anni di carcere per parte

del Governo Vicereale ed una condanna a 10 altri anni da doversi

espiare nel Castello di Aquila, dopo di avere avuto anche un processo

di S.^{to} Officio, per bestemmie ereticali e ricerche di segreti e

sortilegi, finito con la condanna all'abiura e ad un anno di carcere,

chiedeva allora appunto la grazia di uscire dal carcere coll'obbligo

di andare a servire nelle guerre di Fiandra; ed ebbe questa grazia

dal Conte di Lemos e gli fu commutata la pena da Clemente VIII con

rescritto del 6 gennaio 1600, sicchè riesce probabile aver lui appunto

offerto il posto d'alfiere al Gagliardo[299]. Ad ogni modo riesce

maravigliosa la fiducia del Gagliardo nella sua prossima liberazione,

mentre nulla veramente poteva fargliela supporre. In ciò bisogna

vedere un effetto della sua fantasia, della quale sono egualmente

un parto le sue poche altre scritture di questo gruppo che dobbiamo

ancora menzionare. E dapprima vi sono due prologhi di commedie (oltre

una storia di S. Agata e S.^{ta} Dorotea e un principio di racconto

mitologico), che si mostrano infiorati di concetti non ispregevoli,

certamente raccolti da trattati di siffatta materia, e che potrebbero

pure rappresentare semplici ricordi di prologhi composti da altri e

da lui recitati, ma sempre scritti col colore locale e con que' suoi

curiosi modi calabresi[300]. Vi è poi una Lettera in versi italiani,

in cui finge una Lucrezia o Cieca, (forse volea dire Ciecia da doversi

intendere Zeza, vezzeggiativo di Lucrezia) innamorata di lui per averla

udita recitare in una commedia, adoperatasi a trarlo in libertà, e

finalmente rimastane ingannata, perchè egli con la scusa di andare a

visitare le antichità di Pozzuoli se n'è partito per la Calabria; una

specie di Didone abbandonata, invano confortata dalla sua nutrice Tolla

(a que' tempi vezzeggiativo di Vittoria), che sfoga il suo affanno, e

narra e rampogna e prega il seduttore che ritorni, stemperandosi in

oltre 300 endecasillabi, qualche volta zoppi, non di rado privi di

senso ovvero sconnessi, ma quasi sempre più o meno sonori, e diretti

«Al S. F. G. dela C. di G.» (evidentemente Al Sig.^r Felice Gagliardo

dela Città di Gerace).

«Questi mesti sospiri è questi versi

da le mie proprie man vergt' e scritte (_sic_)

coss' cantando, e sospirando muore

del bel Meandro in su l'herbose rive

il bianco Cigno à la sua morte appresso

se cancellanti (_sic_) e malamente intesi

seranno i tristi miei dolenti versi

fia solo (oime) perche sarà la carta

dal proprio sangue mio machiata e lorda

allor dovean l'invidiose parche

che dispensan l' vite de i mortali

haver finito d'avoltare il fuso

lo stame di mia vita all'hor potei (_sic_)

chiudere in bella et honorata sera

i miei sì belli et honorati giorni

quando te vidi in quella Real Sala

rapresentare in detti versi belli

il pastor Ergasto».......

E così via via, prendendo raramente fiato e non giungendo neanche a

dire l'ultima parola con tanto diluvio di versi. Il P.^e Cherubino

dichiarò questa scrittura «litera amorosa,.. simpliciter enarratur

amor unius ad alterum, neque miscentur aliqua, quae aliquo modo

sapiant haeresim». Ci resta infine a menzionare ancora un'altra

lettera che dovè essere stata scritta al Gagliardo, in caratteri molto

grossi segnati con la matita o forse col carbone, da uno che stava

nella segreta, in questi termini: «Patron mio V. S. me mandi per il

Carceriero il suo pastor fido et la fida ninfa che non so quello mi

fare il giorno, mandatime si avete alcuno altro spassatempo, il grinto

voli ch'io amo scosse che vostra Matri ami o la cara del Carpio et il

carniero del barone (gergo di convenzione tra carcerati), avisatime

alcuna cosa et dite al Sig. Scipione (Scipione Moccia Auditore del

Castello), e al sig. Gio. Paulo (ignoto) che si adattano al favorirme

con il Sig. Castellano farne uscire de qua o farme unire con mio

Compare» (notiamo che Orazio S.^{ta} Croce dicevasi compare del

Gagliardo e trovavasi allora egli pure in segreta).--Così uno de'

«passatempi» del Gagliardo era la poesia, un altro la negromanzia, e

tutto ciò che di lui abbiamo potuto conoscere ci mostra che questo

giovane a 22 anni, audace, pieno d'ingegno e di fantasia, potè poi

realmente, nel trovarsi a contatto col Campanella in Castel nuovo,

di venirgli accetto, guadagnarne la confidenza, averne comunicazione

di cose le più intime che posteriormente si fece a rivelare in

punto di morte; ma pur troppo senza ombra di coscienza, capace di

tutte le improntitudini, egli può ispirarci fede limitatamente, e

le sue assertive dovranno sempre essere vagliate con la più grande

circospezione.

Non essendo le ultime scritture suddette del dominio del S.^{to}

Officio, con le deposizioni del Figueroa e del Moya chiudevasi la

lunga e noiosa informazione sulle scritture proibite. Noi abbiamo

voluto esporla in tutti i suoi particolari, non solo per dar notizia

di tutti gl'incidenti verificatisi durante il processo, singolarmente

poi di questo che ci fece avere le Poesie del Campanella, ma anche per

mettere in luce tutti gli elementi capaci di farci intendere le qualità

del Gagliardo. Aggiungiamo che i colpevoli delle scritture proibite

pervennero con le loro deposizioni a far cadere ogni cosa sulle spalle

precisamente del Gagliardo, sicchè costui ebbe a darne conto egli solo:

fu dunque stralciato questo carico dal processo principale e riunito

agli altri della ferita inflitta in rissa a fra Dionisio e delle

proposizioni eretiche, onde abbiamo veduto istituito quel processo

secondario contro il S.^{ta} Croce e lo stesso Gagliardo, che avrebbe

dovuto comprendere anche il Soldaniero e Ferrante Calderon (cfr. pag.

239-240). E per finirla intorno a questo processo, notiamo qui, che

contro il Calderon dovè aprirsi un processo speciale, poichè non lo

troviamo esaminato ulteriormente; contro il Soldaniero, non avendo lui

osservato l'obbligo di rimanere in Napoli ed essendosene partito per

la Calabria, si prescrisse una apposita informazione, si confiscò la

cauzione data, si ordinò a' Cursori quarumvis Curiarum di citarlo a

comparire fra tre giorni, sotto pena di essere dichiarato scomunicato

oltrechè confesso e convinto del delitto appostogli, e fu carcerato di

nuovo in Calabria ma dopo qualche tempo, sicchè avremo agio di parlarne

con comodo; relativamente poi al Napolella, essendo stato perdonato

dalla Marchesa della Valle, supplicò il Vescovo di Caserta per la sua

liberazione, impedita dall'_empara_ interposta dal S.^{to} Officio, e

l'ottenne (9 luglio 1602) con la fideiussione di 25 once d'oro prestata

da un Michele Cervellone palermitano[301]. In tal guisa rimasero

sotto il processo già istituito i soli S.^{ta} Croce e Gagliardo. Si

ripigliarono dunque gli esami, il 12 luglio, cominciando dal S.^{ta}

Croce, il quale si ricorderà che fin dal marzo era stato già esaminato

intorno alla rissa e alla ferita inflitta a fra Dionisio (ved. pag.

241-42). Egli fu questa volta esaminato intorno alle cose della

fede, e disse che si trovava «lo più maravegliato huomo del mondo»

per tale imputazione, negando ad uno ad uno tutti i capi di accusa e

qualificandoli invenzioni de' suoi nemici, vale a dire de' frati ed

anche del Martines, al quale egli avea «fatto perdere le chiavi» perchè

convivea pubblicamente con la cognata nel Castello ed angariava i

carcerati con le estorsioni; d'altra parte fece intendere che sebbene

in Calabria «li villani e rustici sogliono dire questa parola Santo

diavolo, tutta volta li gentil homini e persone civile non lo dicono»,

ed espose i buoni principii che professava e le divozioni che faceva,

ed affermò che prima della rissa pagava cinque grana alla guardia, come

le pagavano anche gli altri carcerati, per essere condotto alla Messa.

Ma nel giorno medesimo fu esaminato qual testimone il Bitonto, che

ribadì la maggior parte delle accuse e diè pure cattive informazioni

sul Gagliardo. Con tutto ciò il S.^{ta} Croce fu, come allora dicevasi,

«abilitato» ad uscire dal carcere, coll'obbligo di tenere per carcere

il domicilio che avrebbe indicato in Napoli e di dare per questo una

cauzione di 25 once d'oro, che fornì un Rev.^{do} D. Marcello Palermo

(18 e 23 luglio): in sèguito trovò più comoda per lui una casa «nel

fondico d'Eliseo alla carità dove si dice la pigna secca», e si rinnovò

l'obbligo impostogli e la fideiussione del Palermo; deve dunque dirsi

che per lui era finito egualmente con un'assolutoria il processo della

congiura. Gli fu poi dato per Avvocato, a sua richiesta, il solito D.

Attilio Cracco, e gli furono dati i capitoli del fisco col termine di

due giorni per formare gl'interrogatorii (29 agosto): ma egli espose

che tutto procedeva dalle inimicizie capitali contratte, con Alonso

Martines per avergli fatto perdere l'ufficio, co' frati in generale

a motivo della rissa, col Bitonto in particolare «perchè mandato da

fra Dionisio alla casa di esso comparente fu, insieme coll'altro,

autore di farlo trovare inquisito di ribellione»; e però dava la

ripulsa a tutti i testimoni e chiedeva essere spedito secondo gli Atti

medesimi (12 settembre). Ad istanza del fisco fu esaminato ancora

il Martines già carceriere, il quale confermò le accuse principali,

senza punto mostrarsi nemico del S.^{ta} Croce. Ma costui, prima che

la causa fosse spedita, pensò bene di partirsene per la Calabria,

come spessissimo facevano gli «abilitati», lasciando i fideiussori

alle prese col fisco, e dando a questo, per siffatta via, un cespite

ragguardevole di entrata. Furono allora esaminate dal Prezioso, per

commissione del Vicario, Lucrezia Papa l'albergatrice con altre due

donne (17 novembre), ed accertata la fuga del S.^{ta} Croce venne

«incusata» la cauzione e carcerato D. Marcello Palermo, il quale,

per la fideiussione prestata e per qualche altro conto che dovea

saldare, riuscì appena a liberarsi nel principio dell'anno successivo,

sborsando D.^{ti} 30, avuti, come egli disse, «per carità d'alcuno

timoroso d'Iddio».--Quanto al Gagliardo, le cose andarono molto più

in lungo, poichè si era commesso al Vescovo di Gerace l'esame di

quel D. Pietro Manno, che egli avea nominato qual suo confessore pel

tempo in cui trovavasi nel carcere di Castelvetere, (ved. pag. 255) e

gli Atti relativi a tale commissione, benchè compiuti con la maggior

sollecitudine, giunsero nelle mani del Vescovo di Caserta non prima

del 1603, ed il processo potè proseguirsi e terminarsi stentatamente

dal maggio 1603 al marzo 1604. Per tutto questo tempo non breve, il

Gagliardo continuò a rimanere in mezzo a' frati; intanto la commissione

data a Gerace risultò negativa, ed egli, esaminato dal Vicario Curzio

Palumbo per delegazione dei Commissarii della causa principale, non

mancò di profittare del trovarsi già fuori carcere, a quel tempo, fra

Dionisio e il Bitonto, e scovrendo specialmente quest'ultimo cercò di

scusarsi mercè una serie di garbugli sostenuti con una improntitudine

singolare[302]. Narrò che al tempo del suo primo esame que' due frati

gli consigliarono di negare ogni cosa, perchè altrimenti sarebbe

stato bruciato dal S.^{to} Officio, ma volendo ora manifestare la

verità, riconosceva che quelle scritture erano di mano sua nella

più gran parte, avendole copiate per conto del Bitonto ed anche del

Pizzoni (il morto), i quali gli davano in compenso un carlino al

giorno e gli dicevano che erano cose di filosofia; e mostrategli le

scritture, indicò specificatamente quali di esse, ed anche quali parti

di esse, erano state copiate da lui e quali dal Bitonto, affermando

di non sapere da chi fosse venuto ed a chi fosse stato poi restituito

l'originale; ammise che la carta data al Napolella era stata scritta

da lui, ma sotto la dettatura del Bitonto, il quale diceva essere un

segreto contro la corda che volea mandare ad un suo amico, e poi gli

«fece il tradimento» col sedurre il Napolella e suggerire a costui un

secondo esame in contradizione del primo, acciò apparisse che era un

segreto di tutt'altro genere avuto da esso Gagliardo, aggiunse che il

Bitonto gli era divenuto nemico, perchè amoreggiava con una donna la

quale stava sotto la loro carcere e corrispondeva con loro per un buco

fatto al pavimento, ed egli aveva anche lui le sue pretensioni verso

quella donna, e infine tutto era stato inventato da' frati, perchè egli

si era esaminato contro fra Dionisio, il Campanella e il Bitonto, nella

causa della ribellione. Negò poi di essersi vantato di aver segreti per

corrompere le donne, di aver conosciuto carnalmente la suocera e la

sorella della suocera trovando più dolce il concubito con le persone

parenti, di aver lodato per questo la legge di Mosè (giusta le accuse

originate dalla denunzia di fra Pietro Ponzio); negò inoltre di aver

mai aderito alle eresie che da Cesare Pisano erano state annunziate

nelle carceri di Castelvetere. Ed ebbe i capitoli del fisco, e gli

fu assegnato il solito Avvocato Cracco; ma rinunziò alle difese, ed

innanzi al Nunzio ed a' due Vicarii, Graziano e Palumbo, sostenne

un'ora di corda senza rivelar nulla, onde fattane relazione a Roma,

coll'assenso della Sacra Congregazione fu decretata per lui l'abiura

_de levi_, l'imposizione di alcune penitenze salutari, e il rilascio in

libertà dietro fideiussione, obbligandosi di non partire dalla città

di Napoli. Tutto ciò fu eseguito; diedero per lui cauzione di 50 once

d'oro Sigismondo Campo di Oppido e Tarquinio Granata di Tortorella, e

così il 2 marzo 1604 potè uscire dal Castello nuovo, dovendosi dire

già assoluto circa la congiura nel principio del 1602, dietro la grave

tortura sofferta con esito egualmente favorevole. È quasi superfluo

dire che senza licenza se ne partì per la Calabria. Ma avendo poi là

commesso un omicidio, fu ricondotto in Napoli e quivi giustiziato due

anni dopo, e in tale occasione venne a trovarsi di nuovo alla presenza

del S.^{to} Officio, avendo voluto fare una deposizione in disgravio

della sua coscienza; questa deposizione, molto importante per noi, ci

darà ancora motivo di parlare di lui.

Possiamo oramai tornare a' frati, e innanzi tutto ci conviene dire,

che durante l'informazione sulle scritture proibite giunse per loro

la sovvenzione prescritta da Roma a' conventi di Calabria, ed attesa

fin dal settembre dell'anno precedente; ma non ci volle poco per

ricuperarla, e ne fu pure distratta una parte. Si era in marzo 1602;

sapevasi che 200 Ducati erano giunti a Napoli con lettera di cambio

nelle mani di un frate del convento di S. Domenico, e questo frate

non compariva: il Vescovo di Caserta, in data 23 marzo, mandò un

precetto al P.^e Arcangelo da Napoli priore di S. Domenico, perchè

sotto pena di privazione del suo ufficio nel presente, e d'inabilità

a qualunque altra dignità e prerogativa nell'avvenire, carcerasse in

quel medesimo giorno il frate che avea ricevuto il danaro, e mandasse

una fede dell'eseguita carcerazione da doversi trasmettere a S.

S.^{tà} in Roma. Con tutto ciò non risulta che il danaro fosse stato

immediatamente ricuperato, giacchè, malgrado l'urgentissimo bisogno

che se ne sentiva, si cominciò a disporne solamente il 23 maggio. A

questa data il Vescovo di Caserta emise i primi ordini di pagamento,

ed il Notaro Prezioso li eseguì, essendo stata a lui girata tutta la

somma, posta in deposito nel Banco del Sacro Monte della Pietà; nella

stessa guisa continuò a farsi di tempo in tempo fino al 9 giugno 1604,

giorno in cui stava ancora in cassa un piccolo residuo della somma, e

i frati reclamavano, il Vescovo ordinava, Prezioso nicchiava, e vi fu

bisogno di un ordine al Prezioso sotto pena di scomunica _ipso jure

incurrenda_! Tutti gli ordini di pagamento, le copie delle polizze di

Banco, i ricevi di ciascuno de' frati co' nomi de' testimoni presenti,

ed anche i memoriali de' frati medesimi ogni qual volta reclamavano la

sovvenzione, furono riuniti in un fascicolo allegato al processo, che

rappresenta il conto reso dal Prezioso ed è per noi di un'importanza

grandissima: poichè esso non ci mostra solamente come e quando il

danaro sia stato distribuito, ma anche ci fa conoscere le miserevoli

condizioni de' frati e la condizione speciale del Campanella, il

quale fu sempre riguardato qual pazzo, sicchè dapprima fra Pietro

Ponzio e poi fra Pietro di Stilo riceverono per lui la rata che gli

spettava; inoltre ci fa conoscere la data delle vicende successive de'

frati rimasti in Castel nuovo, e così rilevare quando fra Dionisio e

il Bitonto riuscirono a mettersi in salvo, quando fra Pietro Ponzio

fu rilasciato, quando il Campanella fu segregato e posto in carcere

duro. Circa la distribuzione del danaro, dobbiamo dire che esso non

fu veramente impiegato tutto nei bisogni de' frati: per la massima

parte fu loro distribuito, dando a ciascuno dapprima 8 ducati, poi

2, 3, 1 ducato etc., e nella distribuzione di 1 ducato fra Pietro

Ponzio non volle ricevere tale miseria dicendo di non averne bisogno;

fu anche pagata in due rate una somma per medicinali forniti a fra

Dionisio infermo dallo speziale del Castello Ottavio Cesarano, ma una

somma di D.^{ti} 14 e tarì 2 fu data al Prezioso per la copia degli

Atti offensivi e difensivi mandati a Roma, ed anzi il primo ordine

di pagamento fu per questa somma. Un ordine simile da parte del

Vescovo di Caserta risulta indubitatamente biasimevole sotto tutti gli

aspetti: egli non prese in benefizio suo, come avea già fatto altra

volta fra Cornelio del Monte, ma destinò in benefizio altrui una somma

che doveva esser sacra e non mai distratta dallo scopo pel quale era

stata raccolta; d'altronde trasgredì le prescrizioni categoriche di

un decreto Papale, che era stato emesso appena nell'anno antecedente.

Le prescrizioni erano: che per le cause del S.^{to} Officio non si

esigesse nulla da nessuno, e che si mandassero anche _gratis_ a Roma

gli Atti de' Segretarii, Cancellieri etc.; il Vescovo di Caserta non

poteva ignorarlo[303].

Ma veniamo al processo, al cui compimento occorreva solo esaurire le

ultime difese di fra Dionisio. Abbiamo già detto che il tribunale non

lasciò di provvedere intorno a queste difese durante l'informazione

sulle scritture proibite: esso fin dal 19 gennaio 1602 aveva assegnato

a fra Dionisio un nuovo termine perentorio di 15 giorni; ma fra

Dionisio chiese che gli fossero prima date le copie degli esami de'

testimoni, come pure che gli fosse assegnato un Avvocato e procuratore,

che fosse esaminato di nuovo il Petrolo, che fosse presa informazione

sulla ritrattazione fatta dal Pizzoni in punto di morte. Il 6 marzo,

quando fu chiamato all'esame sulle scritture proibite, egli rinnovò

tali dimande con una comparsa e protesta scritta esistente in processo,

dimandando di più che prima si vedesse nel tribunale «caritativo e

santo dell'inquisitione» la falsità de' testimoni a suo carico, avendo

questi medesimi deposto falsamente nella causa della ribellione, ciò

che egli non avea potuto dimostrare in quella causa per la potenza del

fisco. Così dicendo egli alludeva anche al Soldaniero, contro cui nella

stessa seduta presentava le dichiarazioni scritte del Gagliardo, del

Bitonto, di fra Pietro di Stilo e del S.^{ta} Croce, attestanti quasi

tutte, che le scritture proibite erano state fatte trovare nella camera

di fra Dionisio per astuzia del Soldaniero. Il 27 marzo, il tribunale

assegnò per Avvocato il Rev.^{do} Attilio Cracco, ordinò la consegna

della copia degli esami testimoniali fatti in difesa di fra Dionisio

e prescrisse al Cracco un termine di 10 giorni per venire innanzi a'

Giudici, nel palazzo del Nunzio, _ad dicendum_. Il 30 marzo, non appena

intimato questo decreto a fra Dionisio, costui mandò un memoriale a'

Giudici, supplicando che facessero andare il Cracco presso di lui,

poichè altrimenti il termine passerebbe invano, trovandosi infermo

e povero, e non essendosi ancora vista la sovvenzione ordinata ai

conventi di Calabria. Ma senza dubbio l'informazione sulle scritture

proibite, riuscita più lunga di quanto potevasi credere, impedì a'

Giudici di andare innanzi speditamente; d'altra parte fra Dionisio, il

15 aprile, presentò una nuova comparsa, per chiedere copia di altri

esami che non trovava fra quelli consegnatigli (l'esame del Soldaniero

in Gerace, e quelli del Priore e del Lettore di Soriano), come pure

«lettere e monitorii contro coloro che tenevano o in qualsivoglia

modo conoscevano la ritrattatione fatta dal Pizzoni»; nè prima del 19

aprile furono da lui presentati gli ultimi articoli di difesa scritti

di sua mano, ma senza l'elenco de' testimoni da doversi esaminare sopra

questi articoli[304]. L'indomani, 20 aprile, i Giudici ordinarono che

fra Dionisio, o il suo Avvocato, tra due giorni presentasse la copia

degli esami consegnatigli, perchè verificata la mancanza di quelli

nuovamente richiesti ne fosse provveduto; inoltre che del pari fra due

giorni presentasse l'elenco de' testimoni, pe' quali avea dimandate

le lettere e i monitorii. Questo elenco fu presentato il 24 aprile, e

con esso dovè presentarsi ancora la copia degli esami già consegnati

e trovarsi vera la mancanza di quelli indicati: infatti si vede nel

processo registrata la consegna de' documenti mancanti, tra' quali

pure la confessione ultima di Cesare Pisano in punto di morte, che fra

Dionisio richiese posteriormente, ed inoltre si vede registrata una

seconda consegna finale di tutti gli esami raccolti a tempo del Vescovo

di Termoli; la prima consegna reca la data del 31 aprile, la seconda

quella del 18 maggio, sicchè solamente a tale data si potè davvero

esser pronti, e il 21 maggio si potè passare agli esami testimoniali.

Gli ultimi articoli presentati da fra Dionisio non furono più di

tre[305]. Col 1.^o egli affermava che il Pizzoni venendo a morte, per

disgravio di sua coscienza, avea detto in presenza di più e diverse

persone aver deposto il falso contro fra Dionisio ed altri in materia

di S.^{to} Officio e di ribellione, ed avere solamente aspettato,

per ritrattarsi, che fosse posto in carceri ecclesiastiche. Col

2.^o affermava che il Petrolo avea dichiarato ad infinite persone

volersi ritrattare su quanto avea deposto contro fra Dionisio ed

altri in materia di S.^{to} Officio, voler mostrare tutta la radice

della falsità del processo, ed avere perciò fatto due volte istanza

a' Sig.^{ri} ufficiali di essere riesaminato. Col 3.^o affermava

che Giulio Soldaniero «per dar credenza alle falsità da lui deposte

contro esso fra Dionisio» avea fatto mettere scritture proibite in

una cassetta dentro la sua camera e poi fatta fare la ricerca dagli

ufficiali, onde egli era stato chiuso in un torrione per sei mesi

e il Soldaniero l'avea diffamato dovunque. Con questi tre articoli

semplicissimi evidentemente fra Dionisio giocava una grossa partita;

ed ecco i testimoni che egli dava per comprovarli. Sul 1.^o, Alonso

Martines _olim_ carceriere (era stato licenziato, come si è detto

altrove, appunto nel maggio), il dot.^r Michele Caracciolo, D.

Francesco di Castiglia, il clerico Masillo Blanco (Gio. Tommaso

Blanch), il clerico Cesare d'Azzia, Gio. Francesco d'Apuzzo: ma il

D'Azzia era stato già liberato dal carcere, e con diversi altri fu

scartato dal Vescovo di Caserta, rimanendo solo il Castiglia, il

Blanch, il D'Apuzzo, ai quali vennero poi aggiunti d'ufficio il Curato

del Castello D. Gaspare d'Accetto e il Sagrestano D. Francesco della

Porta, che aveano dovuto vedere il Pizzoni vicino a morire. Sul 2.^o

articolo, oltre i suddetti, erano dati fra Antonio Capece (il cav.^{re}

gerosolimitano), il Bitonto, fra Pietro di Stilo e il Petrolo; ma tra

questi ultimi il Vescovo di Caserta accolse solamente il Petrolo e

il Capece. Sul 3.^o articolo era riprodotta la dichiarazione scritta

di Felice Gagliardo ed altri, coll'istanza che fossero esaminati

i dichiaranti nel caso in cui non lo fossero stati ancora; ma il

Vescovo di Caserta li ritenne già esaminati (la qual cosa era vera

per alcuni e non per tutti) sicchè di tale articolo non si parlò

più.--Vogliamo intanto, giusta il nostro costume, dar qualche notizia

delle persone de' testimoni accettati, ciò che riesce indispensabile

in questo momento di tanta importanza: trasanderemo quelli altra volta

conosciuti, e diremo qualche cosa del Blanch e del D'Apuzzo, come pure

del D'Accetto e del Della Porta che abbiamo bensì conosciuti ma un po'

troppo alla sfuggita. Cominciando da D. Gaspare d'Accetto, le scritture

della Cappellania maggiore che si conservano nel Grande Archivio, ed

egualmente i libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo, ci fanno

conoscere i punti più notevoli della sua vita. Era di Massa Lubrense

nel Sorrentino, ed a 50 anni, nel 1591, ebbe l'ufficio di Sagrestano

della Chiesa del Castello, ufficio perduto da un D. Cesare Boffa,

dietro un processo fattogli nel tribunale della Cappellania maggiore

col titolo _De raptu et fuga uxoris Francisci Alugia militis_: pertanto

nell'anno medesimo D. Gaspare fu sottoposto anch'egli a processo, per

l'omicidio in persona di un D. Gio. Carlo Coppola, che dovea sposare

una nipote di D. Gaspare, non avea voluto più sposarla e fu trovato

ucciso; ma ne riuscì assoluto, e nel 1592 trovasi già in funzione di

P.^e Cura ne' libri parrocchiali. D'intelletto molto limitato, come lo

mostrano gli Atti del processo del Campanella ne' quali prese parte,

non apparisce punto inframmettente, e nel tempo di cui trattiamo tirava

innanzi con una licenza annuale di poter confessare e amministrare

gli altri sacramenti nel Castel nuovo, al pari di tutti gli altri

ecclesiastici dello stesso ordine, mentre anche il Cappellano maggiore,

D. Gabriele Sances fratello di D. Giovanni, sottostava a riconoscimenti

temporanei da parte di Roma, in seguito di una fiera lotta

giurisdizionale allora sorta. D. Gaspare tenne l'ufficio fino all'anno

seguente, anno in cui morì. Quanto a D. Francesco della Porta, costui

era della Diocesi di Oria, più svelto di D. Gaspare, e forse per questa

ragione meno gradito: infatti non divenne P.^e Cura che verso il 1609,

mentre alla morte di D. Gaspare, per decreto del Cappellano maggiore

in data del 3 agosto, lo divenne D. Alessio de Magistro napoletano,

«precedente (dice il decreto) la nomina nobis fatta da Maria de

Mendozza moglie e procuratrice di D. Alonso de Mendozza Castellano

del d.^o Castello»; fino a tale punto si estendevano le ingerenze

delle mogli de' Castellani[306]. Veniamo a Masillo Blanco ossia Gio.

Tommaso Blanch, come leggesi sotto la sua deposizione. In questa egli

si disse figlio del Barone di Olivito (_int._ Oliveto) dell'età di 19

anni, carcerato da oltre 13 mesi per un «preteso insulto» in persona

di Ottavio Stinca (l'insigne avvocato che abbiamo avuto occasione di

menzionare in questa narrazione); gli scrittori di cose nobiliari e

sopratutto il Carteggio del Nunzio, ci dicono il resto[307]. Era uno

de' più giovani figli di Francesco Blanch, 2^o Barone di Oliveto, e

di Lucrezia Capecelatro, la cui discendenza brillò moltissimo nella

carriera militare: il terzogenito di costoro, Alfonso Blanch, si

distinse più di tutti nelle guerre del Piemonte e morì in Fiandra,

nell'assalto di Capelle, avendo sotto i suoi ordini il fratello Mario

cavaliere gerosolimitano, che fu poi ucciso da' vassalli in Oliveto;

il De Lellis non parla di questa brutta fine di Mario, ma ne parla

il Nunzio nel suo Carteggio, perocchè il principale tra gli uccisori

fu un clerico, ed opponendo le solite difficoltà delle prerogative

ecclesiastiche il Vicario della diocesi non volle consegnarlo per più

anni, finchè il Governo, stanco delle tergiversazioni, lo fece prendere

e sommariamente impiccare. Forse nella difesa di questo clerico ebbe

parte lo Stinca, onde i due fratelli Vincenzo e Gio. Tommaso Blanch,

entrambi clerici per poter godere delle prerogative ecclesiastiche,

gli fecero «un brutto assassinamento con ferite et in casa propria»

secondochè scrisse il Nunzio a Roma; e il disgraziato dottore, un

po' troppo tardi, si munì di licenza d'arme «con 4 suoi creati» come

si legge ne' Registri _Sigillorum_[308]. Vincenzo Blanch riuscì a

mettersi in salvo, ma Gio. Tommaso fu preso, e penò molto ad ottenere

la remissione al foro ecclesiastico. Aggiungiamo che tanto Vincenzo,

quanto Gio. Tommaso medesimo ed anche l'altro fratello Michele,

finirono con abbracciare la carriera militare e vi si distinsero tutti.

Vincenzo morì in Fiandra alla presa di Ostenda, Gio. Tommaso, divenuto

Capitano d'infanteria, si segnalò nell'assedio di Vercelli, fu promosso

Sergente maggiore nel Barese e sposò D. Anna Gattola: ma al tempo

del quale trattiamo, essendo giovanissimo e spensierato, non farebbe

meraviglia se si fosse accordato co' frati per assumere la parte che

rappresentò nell'informazione della quale andiamo ad occuparci. Rimane

a parlare di Gio. Francesco d'Apuzzo. Egli era di Acerra, avea 23

anni, trovavasi imputato nientemeno che di parricidio, ed avea già

due volte avuta la tortura: nel Grande Archivio non manca intorno a

lui un documento che conferma la specie dell'imputazione fattagli, la

quale imputazione senza dubbio non lo raccomandava presso i Giudici

menomamente[309].

Il 21 maggio, dal Vescovo di Caserta e dal Peri vennero esaminati

tutti i testimoni[310]. D. Francesco di Castiglia depose aver veduto

il Pizzoni poco prima che morisse, chiamato dal carceriere Martines

insieme col Blanch e con un altro (il d'Apuzzo), ed avere udito dal

Pizzoni che volea sgravare la sua coscienza, essendosi esaminato

contro fra Dionisio e il Campanella perchè così gl'impose un monaco

di cui esso deponente non ricordava il nome (fra Cornelio), a fine di

declinare la giurisdizione laica e liberarsi; che perciò ne avessero

fatta testimonianza scritta, avendone lui già discorso col Curato e

con altre persone, ma esso deponente non volle intrigarsi in questa

faccenda, tanto più che il Pizzoni diceva esservi altre persone che

lo sapevano. Dietro dimande aggiunse che non era stato ricercato da

fra Dionisio nè da alcuno de' fratelli Ponzii per tale testimonianza,

e non ignorava quanto importasse far testimonianza falsa specialmente

in materia di S.^{to} Officio. Nulla gli fu dimandato intorno alle

dichiarazioni di volersi ritrattare fatte dal Petrolo.--Si passò

al Blanch, il quale depose esser andato presso il Pizzoni infermo,

richiesto dal Martines insieme con Gio. Francesco dell'Acerra, perchè

il Pizzoni volea dichiarare di aver deposto il falso in Calabria

e in Napoli contro fra Dionisio e il Campanella per sottrarsi al

foro temporale; aver trovato nella camera del Pizzoni il Castiglia,

ed aver udito dal Pizzoni che erano attesi perchè volea si facesse

detta scrittura, la quale fu distesa da Gio. Francesco (d'Apuzzo) e

sottoscritta da lui, dal Martines e dallo stesso Pizzoni ma con la

mano sinistra, essendo storpiato a destra. Dietro dimanda aggiunse

aver conosciuto il Petrolo, che più volte gli avea dichiarato voler

ritrattare le sue deposizioni contro il Campanella e fra Dionisio, le

quali erano false, ed aver presentato per questo un memoriale al Nunzio

ed un altro al Papa; aggiunse pure esser morto il Pizzoni pochi giorni

dopo fatta quella scrittura, la quale rimase in potere dello stesso

Pizzoni, che volea darla al suo confessore perchè fosse presentata.

È da notarsi che i Giudici non lo interrogarono sul contegno del

Castiglia in quella circostanza.--D. Gaspare d'Accetto depose non aver

mai trattato nulla col Pizzoni nè prima nè dopo l'infermità da cui

fu colto; essere stato a Massa (suo paese nativo) ed al ritorno aver

trovato il Pizzoni senza la favella; esser possibile che Don Francesco

della Porta, il quale lo sostituì nell'ufficio di Curato, sapesse

qualche notizia della dichiarazione per cui veniva interrogato.--Gio.

Francesco d'Apuzzo disse essere stato condotto dal Martines presso

il Pizzoni insieme col Blanch, e non ricordarsi bene se il Castiglia

fosse venuto con loro o si fosse trovato già nella camera del Pizzoni;

avergli il Martines detto che il Pizzoni si volea ritrattare per

disgravio di coscienza e che ne facesse scrittura, ond'egli si pose a

scrivere quanto il Pizzoni diceva, ed infatti diceva di ritrattare ciò

che avea detto contro il Campanella e fra Dionisio, così in materia

di eresia come di ribellione, avendolo detto per isfuggire il foro

temporale; essere stata quella carta sottoscritta da lui, dal Blanch

e dal Pizzoni (non più anche dal carceriere), «atteso francesco de

Castiglia non ci si volse intromettere», ed essere rimasta quella carta

in potere del Pizzoni, che diceva volerla dare al suo confessore.

Dietro dimande aggiunse essersi lui offerto di fare questa deposizione,

ed esserne stato quindi ricercato da fra Dionisio; aggiunse inoltre

avere più volte udito dire dal Petrolo che si volea ritrattare di

quanto avea deposto, e che avea dato più volte memoriali a questo

fine.--D. Francesco della Porta disse aver confessato il Pizzoni

solamente pochi giorni prima che morisse, avergli anche amministrata

l'estrema unzione, ma non essersi mai parlato di ritrattazione tra

loro, essersi invece parlato pel Castello di una scritta fatta dal

Pizzoni vicino a morire; aggiunse aver udito che il confessore di

questi frati Domenicani era un Domenicano vecchio.--Fu poi esaminato

il Petrolo circa la sua pretesa volontà di ritrattarsi, espressa e

comunicata a più persone, ed ecco l'importantissima deposizione che

egli fece: «Signori, la verità è che io non posso vivere in queste

carceri alle persecutioni che mi fanno li frati, non solo li carcerati,

et altri dela religione, mà hanno sollevato tutta la Calabria contra

di me, con dire che io habbia infamata la provintia è la religione con

quello che hò deposto, et che per ciò io per defendermi et mantenermi,

vado dicendo con li carcerati è con altri per posser vivere con poco

di quiete, et per non essere offeso, che mi voglio retrattare sempre

che haverò commodità, per mantenerli così in speranza perche non mi

offendano, mentre stò quà, et anco che non facciano offendere li miei

in Calabria, mà la verità è che non lhò ditto mai con animo di volerlo

mettere ad effetto, perche quanto hò deposto avanti di Monsignor

Vescovo di termole bona memoria è stata la pura è semplice verità. Et

per questo non hò di che retrattarmi, et per amore di Iddio vi prego

che questo negotio stia secreto, perche altrimente pericolaria dela

vita et dell'anima». E i Giudici ordinarono che di questa deposizione

non si rilasciasse copia[311].--Infine fu esaminato il Capece sul 2^o

articolo, sul quale era stato dato per testimone, vale a dire sulla

volontà di ritrattarsi espressa dal Petrolo a più persone; e il Capece

depose non saperne nulla.

Così quest'ultima difesa di fra Dionisio, che sarebbe stata utilissima

egualmente al Campanella, non riusciva punto bene. Il 3.^o articolo

non era neanche messo in discussione; il 2.^o articolo provocava

la deposizione del Petrolo tanto brutalmente esplicita; il 1.^o

articolo veniva infermato notabilmente dalle deposizioni del Curato

e del Sagrestano male a proposito citati dal Castiglia. Da questo

lato dobbiamo rilevare che il Castiglia, il quale veramente avrebbe

potuto fare impressione su' Giudici, si mostrò abbastanza impacciato

nella sua deposizione; ma ad ogni modo attestò il fatto essenziale,

e non si comprende come i Giudici non si fossero creduti in obbligo

di udire su quel fatto il Martines ed anche il Domenicano confessore

del Pizzoni, che avrebbero potuto recarvi luce grandissima. Tuttavia

bisogna ricordare che si era avuta una dichiarazione scritta per

conto del Pizzoni vicino a morire, avendo lui voluta sgravare la sua

coscienza per quegli scritti di fra Dionisio che si aveva appropriati

(ved. pag. 200); e non avrebbe dovuto allora sgravare la sua coscienza,

se veramente questa gli rimordeva, sul fatto tanto incomparabilmente

più grave che era la sua falsa deposizione? E non avrebbe dovuto fra

Dionisio dare per testimone quel Domenicano confessore del Pizzoni,

che dicevasi avere avuta la dichiarazione scritta intorno a quel

fatto? Relativamente al Petrolo, ben si apponeva fra Pietro di Stilo,

che ne dubitava in modo assoluto nello scrivere alle persone di casa

Prestinace; il Petrolo non ebbe neanche bisogno del tormento per

confermare quanto avea deposto. Temè d'incorrere nell'accusa di falsa

testimonianza col disdirsi, o veramente la sua coscienza non gli

permise di disdirsi? Tutto sommato, riesce difficile non abbracciare

questa seconda opinione; ad ogni modo egli non si disdisse nè sulla

ribellione nè sull'eresia come si era sperato. Quando le copie degli

esami raccolti furono date a fra Dionisio, costui, non trovando quella

dell'esame del Petrolo, potè capire come la cosa fosse andata: non di

meno il Campanella, dapprima nelle sue Lettere tanto spesso citate, più

tardi nella Narrazione ed anche nell'Informazione, scrisse che «fatto

poi processo nel S. Officio... tutti li testimoni si ritrattaro in

utraque causa», come pure che «li monaci fur in S. Officio ritrattati o

convinti di falsità». Per lo meno il Campanella non fu bene informato:

solamente il Lauriana fu sufficientemente provato falso testimone, ma

il Pizzoni e il Petrolo, i due testimoni davvero gravi per lui, non si

poterono dimostrare ritrattati niente affatto, ed è superfluo notare

quanto la cosa debba dirsi importante.

Il 24 maggio, il Vescovo di Caserta decretò che fossero consegnate

a fra Dionisio le copie degli ultimi esami, ma tale consegna non fu

eseguita prima del 18 giugno[312]. Per l'abitudine poi di quel Vescovo

di trattenersi fuori Napoli durante i forti calori estivi, la causa

de' frati non progredì nel luglio e nell'agosto. Soltanto si procedè

a qualche Atto per Valerio Bruno, il quale con un primo memoriale al

Vicario Palumbo, e poi con un secondo al Vescovo di Caserta (20 e

28 agosto) reclamò contro l'_empara_ interposta dal S.^{to} Officio

alla sua liberazione mentre era stato «liberato dalle altre cause», e

supplicò di essere spedito e abilitato. Il Vicario emise l'opinione che

fosse di nuovo interrogato e poi spedito, e il Vescovo emanò da Caserta

un decreto per l'abilitazione, la quale fu accolta anche dal Nunzio e

dal Vicario generale Graziano e subito eseguita, con la fideiussione

prestata dal padre del Bruno, e con l'obbligo di non partire da Napoli

sotto pena di D.^i mille e della galera ad arbitrio de' Giudici: nella

quale fideiussione una circostanza degna di nota si è, che dal Bruno

venne indicata per domicilio legale la casa di Carlo Spinelli a S.^{ta}

Lucia a mare, donde si scorge che lo Spinelli non abbandonava coloro i

quali gli aveano reso servigi. E stando pur sempre in Caserta, il 30

agosto, il Vescovo spedì un ordine in nome suo e dei suoi colleghi,

perchè fosse citato fra Dionisio _ad dicendum_ nel palazzo del Nunzio,

dove coll'Avvocato di lui sarebbe stata spedita la causa nella sua

prossima venuta a Napoli[313]. Quest'ordine singolare, con l'assegno

di un giorno non determinato, era un modo di mostrarsi obbediente alle

ingiunzioni che venivano da Roma dietro le sollecitazioni che il Nunzio

riceveva in Napoli dal Vicerè. Abbiamo infatti dal Carteggio del Nunzio

che il Governo Vicereale non cessava di tener d'occhio l'andamento del

tribunale di S.^{to} Officio, ed ogni qual volta ne vedeva sospese

le sedute, ricominciava le sue lagnanze. Così il 2 agosto il Nunzio

scriveva al Card.^l Borghese (successo nelle cose dell'Inquisizione al

Card.^l di S.^{ta} Severina morto il 1.^o giugno 1602), che più volte

il Vicerè gli avea ricordata la spedizione de' frati inquisiti di

eresia «per che poi si potesse spedir anche il negotio della Ribellione

trattato son già circa due anni», e il giorno precedente gli avea

pure fatto scrivere dal suo Segretario Lezcano un biglietto in tale

proposito; laonde pregava che si desse ordine a Mons.^r di Caserta di

mandare a Roma le scritture e quanto si era fatto per la spedizione

della causa. Il 9 agosto ripeteva le istanze, dietro sollecitazioni

avute da D. Gio. Sances «Fiscale di permissione di N. S.^{re} nella

causa della rebellione di Calabria»; e nella stessa data il Card.^l

Borghese gli facea sapere, che scriveva contemporaneamente al Vescovo

di Caserta di mandare «il resto delle scritture co' voti de' signori

Congiudici», sicchè verso la metà di agosto pervenivano finalmente

gli ordini di concludere, e il Vescovo di Caserta era obbligato ad

occuparsene senza ritardo.

Dobbiamo aggiungere che in questo tempo fra Pietro Ponzio supplicò di

nuovo S. S.^{tà} perchè la sua causa fosse spedita, non essendosi in

lui trovata alcuna colpa[314]. Il 17 agosto il Card.^l S. Giorgio lo

partecipava al Nunzio, richiedendolo a nome di S. S.^{tà} che desse

informazione sul caso di fra Pietro, e mandandogli perciò una copia del

memoriale. In esso fra Pietro dolevasi di aver sofferto innocentemente

tre anni di carcere, di essere più volte ricorso al Vicerè, al Nunzio,

a D. Pietro de Vera senza aver mai ottenuto nulla, di trovarsi in

carcere solamente perchè fratello di fra Dionisio, concludendo col

supplicare S. S.^{tà} che si degnasse «ordinare à Mons.^r Nuntio,

et altri Giudici, che debbano con effetto provederlo di giustitia,

giudicandolo secondo la sua propria colpa ò innocenza, et non secondo

la ragion di Stato di Ministri temporali, la quale dopo tanto tempo

dovria cessare». E il Nunzio, il 23 agosto, rispondeva come già altra

volta (ved. pag. 212), che veramente fra Pietro era stato carcerato

«più per essere fratello di fra Dionisio... che per delitto che si

pretendesse contra di lui», ma «pe' suoi ragionamenti molto domestici»

avuti di notte col Campanella, era stato ritenuto conscio del fatto e

quindi da dover rimanere in carcere fino a che la causa fosse spedita:

«intanto (egli aggiungeva) il Campanella si scoperse matto, et si

fermò il negotio ne termini che si trovava, che veramente è alla fine,

et si potrebbe ogni volta spedire, ma si è soprasseduto per la causa

dell'Inquisitione»; questa si era protratta tanto che i Ministri Regii

ne aveano molte volte fatto rumore, ma già al Vescovo di Caserta era

stato ingiunto di procurarne la fine, e alla venuta di lui in Napoli

dovea ripigliarsi, ed allora egli avrebbe procurata la spedizione di

fra Pietro[315].

In fondo pel povero fra Pietro non c'erano che buone parole. Come

già una prima volta nell'anno precedente, così anche questa volta il

Nunzio promise e non attenne: benchè riconosciuto innocente, fra Pietro

aspettò invano un provvedimento speciale per lui, e dovè rassegnarsi a

vedere prima terminata la causa di eresia per tutti gl'inquisiti, tra'

quali apparve egli pure compreso, mentre neanche il Nunzio nella sua

lettera a Roma avea mostrato di essersene mai avveduto! Fortunatamente

si era già ordinato di venire alla conclusione intorno all'eresia, per

poi passare alla conclusione intorno alla congiura, ciò che ci resta

appunto a narrare esponendo gli esiti de' processi.

V. Sarà bene pertanto occuparci delle opere scritte dal Campanella in

questo lungo periodo di tempo, che comprende oltre due anni, dal maggio

1600 al settembre 1602: potremo così dare anche un qualche sollievo

all'infinita noia inflitta a' lettori coll'esposizione del processo

di eresia, inflitta veramente non per colpa nostra, ma per colpa de'

Giudici. Come avea cominciato fin da' primi momenti dell'arrivo nelle

carceri di Napoli, egli continuò a comporre poesie e prose, e per

determinare nel miglior modo la data rispettiva, sarà bene dividere

in due il periodo anzidetto. Nel 1^o, che va dal maggio 1600 al 2

agosto 1601, data della ricerca di scritture fatta dagli ufficiali

del Castello, egli senza dubbio compose tutte le Poesie che furono

trovate presso fra Pietro Ponzio, all'infuori di quelle che abbiamo

veduto costituire un primo gruppo riferibile al periodo antecedente;

inoltre compose o meglio ricompose il libro della _Monarchia di

Spagna_. Nel 2^o, che va dal 2 agosto 1601 in poi, egli pose mano alle

opere filosofiche, cominciando dal portare a compimento l'_Epilogo di

Filosofia_, o la Filosofia epilogistica, che si ricorderà essere stata

trovata sotto la finestra del suo carcere, buttata giù al momento in

cui vi entravano gli ufficiali del Castello.

Al libro della _Monarchia di Spagna_ egli attese certamente con

la maggiore assiduità, avendolo ritenuto molto giovevole per la

difesa della causa della congiura: dopo gli _Articoli profetali_,

probabilmente dalla 2^a metà del maggio 1600, dovè esser questa la sua

unica occupazione seria, onde potè poi aggiungere di seconda mano il

ricordo del libro nelle Difese già ricopiate. Noi ci siamo spiegati a

lungo altrove intorno alla data della composizione della _Monarchia_

(ved. vol. 1^o, pag. 146-47) e ne abbiamo anche detto qualche altra

cosa parlando delle Difese (ved. qui pag. 99 e 113); non sentiamo

quindi la necessità di discorrerne ulteriormente. Solo diremo, che

prima del giugno 1601, data in cui fra Pietro di Stilo presentò le

Difese al tribunale, il libro dovè essere stato già scritto e mandato

a Stilo, per farlo trovare in quel posto e farne menzione appunto

nelle Difese. Nè ci dissimuliamo che siffatto termine di un anno,

impiegato nella ricomposizione di un libro da parte di un uomo come il

Campanella, sapendosi non averne allora scritto alcun altro, riesce

estremamente lungo, sicchè tanto più si avrebbe motivo di pensare che

il libro sia stato davvero composto, non già ricomposto nel carcere; ma

ricordiamo pure che per tutto l'anno il Campanella fu guardato di molto

a causa della sua pazzia, finchè poi non ebbe a provarla col tormento

della veglia. Del resto, come abbiamo già fatto notare altrove, importa

poco che il libro sia stato composto nella fine del 1598 o nel 2^o

semestre del 1600, non essendovi gran differenza tra l'essere stato

scritto quando si meditava una congiura o quando si voleva dimostrare

che non c'era stata congiura; importa solo sapere che non fu composto

dopo dieci anni di prigionia, e che fu ad ogni modo un libro di

occasione, destinato ad addormentare od a placare la Spagna, onde

non gli si può dare la significazione che gli è stata data, e bisogna

trattenersi dal vedervi il saggio di una delle grandi aspirazioni del

Campanella.

L'autore poi dovè certamente rivedere in sèguito questo libro, e

per lo meno ritoccarne il proemio e la conchiusione, là dove, negli

esemplari manoscritti che tuttavia se ne hanno in gran copia, esso

reca l'indirizzo ora semplicemente a un D. Alonso, ora al Reggente

Marthos Gorostiola, ed ora è sfornito di provenienza e di data, ora

reca la provenienza dal conventino di Stilo e la data del dicembre

1598, aggiuntavi talvolta anche l'età dell'autore. Nel _Syntagma de

libris propriis_ troviamo registrato che egli compose la _Monarchia_

dapprima in italiano, e poi essa «giunse nelle mani di tutti,

nella lingua italiana e nella latina, dalle collezioni di Gaspare

Scioppio e di Cristoforo Flugio». Vedremo più in là che il Flugio

fu presso di lui nel 1603 e ne ebbe certamente la Filosofia che

il Campanella finì di scrivere dopo la _Monarchia_; non ci sembra

quindi arrischiato l'ammettere che abbia avuta anche la _Monarchia_

in siffatta occasione; lo Scioppio poi ebbe egli pure la _Monarchia_

con diverse altre opere verso la metà del 1607. Volendo prestar fede

al _Syntagma_, bisognerebbe dire che il Campanella abbia voltata in

latino la _Monarchia_ innanzi il 1607: ad ogni modo ci pare che le

due date diverse della consegna di questo libro, il 1603 e il 1607,

dieno la ragione del trovarlo indirizzato una volta semplicemente

a D. Alonso, e un'altra volta al Reggente Marthos con tutte quelle

altre sfolgoranti circostanze della provenienza e della data. Giacchè

appunto nel frattempo, alla fine del gennaio 1604, come si rileva

anche dal Carteggio del Residente Veneto, era trapassato il Marthos;

avea quindi potuto il nome di lui esser posto in luogo di quello di

D. Alonso, rimanendo così eliminata ogni reminiscenza del De Roxas,

e fornita una prova più limpida dell'affezione dell'autore agli

spagnuoli, se non presso il Governo Vicereale che lo conosceva bene,

presso la Curia Romana, l'Imperatore, gli Arciduchi di Austria e il

medesimo Re di Spagna, presso tutti i potenti Principi a' quali il

povero filosofo ebbe a rivolgersi. Ma non vennero fatte nel libro

altre innovazioni, e si può dire che le piccole varianti introdottevi

sieno piuttosto dovute a' cattivi amanuensi, giacchè per lungo tempo

l'opera, assai ricercata, corse solamente manoscritta tra gli eruditi;

del resto un confronto qualunque de' diversi esemplari non è stato

mai fatto, e varrebbe la pena di farlo così per questa come per ogni

altra opera del Campanella rimasta lungamente manoscritta, poichè nelle

varianti potrebbe rilevarsi meglio la mano dell'autore e scoprirsene

anche l'animo o piuttosto i bisogni ne' diversi tempi successivi. Si

conosce che la _Monarchia_ fu pubblicata per le stampe dapprima in

tedesco, senza indicazione di luogo, nel 1623, a cura di Cristoforo

Besoldo, il quale l'ebbe certamente dal suo amico Tobia Adami cui fu

consegnata dal Campanella con le altre opere sue nel 1613; molto più

tardi fu pubblicata in latino, scorso un anno dalla morte dell'autore,

in due luoghi e con più edizioni a breve intervallo (Hardevici 1640,

Amsteleodami 1640 e poi ancora 1641 e 1643); quindi fu tradotta anche

in inglese da Ed. Chilmead con pref. di Wil. Prinae in Londra 1649,

ma nell'originale italiano fu pubblicata solamente a' giorni nostri

a cura del D'Ancona in Torino 1854[316]. Una lettera inedita del

Campanella, che noi pubblichiamo, ci mostra che l'autore fino agli

ultimi anni della sua prigionia desiderò vivamente che l'opera, insieme

con un'altra analoga, fosse data alle stampe, e ne fece dimanda al

Vicerè[317]; ma sicuramente, allorchè fu libero, non dovè più gradirne

la pubblicazione. Pertanto in Italia, durante la vita dell'autore

ed anche dopo, se ne fecero molte copie manoscritte, ed ancora ne

rimangono parecchie in varie Biblioteche, non meno di quattro in Napoli

(tre nella Bibl. naz. ed una nella Bibl. de' PP. Gerolamini), una in

Firenze, una in Lucca; e non meno di tre ne passarono a Parigi (Bibl.

Naz. Ital. num. nuov. 875, 984 e 985) e una ne giunse pure a Londra

(Mus. Brit. Egerton-collection n^o 10,689) che reca essere stata

eseguita «anno 1634 a quinto di Septembre». Non paia eccessiva tutta

questa discussione, trattandosi della _Monarchia di Spagna_, che per lo

meno riguarda troppo da vicino l'argomento nostro.

Aggiungiamo che si potrebbe credere essersi il Campanella in questo

periodo occupato pure della revisione de' «Discorsi a' Principi

d'Italia» etc. che tanta attinenza aveano col libro della _Monarchia

di Spagna_ e che furono menzionati egualmente nella sua Difesa. Ma

ricordiamo che egli ne fece menzione dicendoli inviati a Massimiliano,

e d'altronde, così come li possediamo, offrono la citazione di qualche

opera scritta ancora più tardi; bisogna quindi rimandarne l'avvenimento

della revisione a una data posteriore.

Venendo alle _Poesie_, innanzi tutto dobbiamo dire che non può non

recar maraviglia la loro quantità con indirizzi anche a persone

diverse, taluna delle quali persona veramente ufficiale, come

p. es. la Sig.^{ra} D.^a Anna che vedremo dover essere stata una

parente di D. Alonso il Castellano, in un tempo in cui il Campanella

mostravasi pazzo! Possiamo in verità rimandare le poche poesie con

siffatto indirizzo al tempo posteriore all'amministrazione della

veglia; ma neanche possiamo rimandarle tutte come vedremo, e dobbiamo

ricordare che quel tempo non raggiunse due mesi, essendo circoscritto

dal 4 giugno al 2 agosto, e la Musa doveva mostrarsi allora ben

riluttante, sicchè un numero molto tenue è lecito assegnarne al

detto bimestre; d'altronde sono anche troppe le poesie indirizzate a

persone, specialmente del bel sesso, in rapporti più o meno diretti

con la famiglia del Castellano, nè poi il Campanella dopo la veglia

avea peranco cessato di mostrarsi pazzo. Bisogna dunque conchiudere

che nel Castello, perfino presso il ceto autorevole, non mancarono

persone pietose e ben disposte verso il prigioniero; nè egli mancò

di procurarsene la benevolenza e mostrarsene grato, esaltandone le

virtù, carezzandone anche la vanità, abbandonandosi perfino al genere

erotico e lascivo, sempre col gusto de' tempi, non senza comporre versi

egualmente per conto di altri, spesso per procurarsene qualche favore

e sovvenzione nella squallida miseria in cui si trovava. Non farà

quindi maraviglia se queste poesie riescano quasi tutte scadenti, di

niun valore letterario, ma in compenso di molto valore storico; nè farà

maraviglia se in quelle poche, le quali trattano soggetti più elevati,

si notino principii politici e religiosi comuni, mentre l'autore avea

bisogno di giustificarsi, e le sue poesie doveano circolare tra persone

sovente attaccate al Governo, più sovente attaccate alla religione nel

senso volgare. Si comprende agevolmente, che non potremmo fare una

rassegna minuta di tutte queste poesie senza allungar troppo la nostra

narrazione, ma si comprende pure che non possiamo passarcela di volo,

dovendo rilevarne specialmente ciò che può chiarire la vita intima del

Campanella, ed anche la vita riposta per quanto è possibile, in questo

notevole periodo della sua prigionia.

Poniamo in primo luogo alcuni Sonetti profetali, che si trovano

disseminati nel presente gruppo di poesie, come ne abbiamo visto

disseminati anche nel gruppo appartenente al periodo anteriore, e

menzionati nel _Syntagma_ quali Ritmi consolatorii, diretti a dar

vigore agli amici. Uno di essi comincia col verso

«La scola inimicissima del vero»

e l'altro col verso

«Mentre l'aquila invola e l'orso freme»[318].

Entrambi ebbero l'onore della stampa per cura dell'Adami, ma non senza

mende, come del pari l'ebbe un terzo, che mostra quanto il Campanella

tornasse volentieri su questo tema, per ricordare «il fine instante

delle cose umane»: esso fu dettato ad occasione di una richiesta avuta

di scrivere qualche Commedia, e comincia col noto verso

«Non piaccia a Dio che di comedie vane» etc.[319].

Chi mai potè fare tale richiesta al Campanella? Oseremmo dire Felice

Gagliardo, che si è visto avere scritti più Prologhi di Commedie.

Un altro Sonetto consolatorio di genere diverso è quello poco

convenientemente intitolato «Al Principe di Bisignano», che è veramente

un ricordo dell'essere stato il Principe rinchiuso nella medesima

prigione, e dell'esserne poi finalmente uscito, onde il poeta ha motivo

di dire

«Gran forza e speme tanto essempio adduce»[320]:

vi si possono fare varie osservazioni circa il numero di anni passati

dal Principe in prigione, circa i motivi della prigionia, ed anche

circa i motivi del ritorno in libertà, ma a' poveri calabresi la sola

«cessata ragione di Stato» dovea sembrare un motivo soddisfacente.

Passando alle Poesie politiche, ne troviamo solamente cinque,

intitolate all'Italia, a Genova, a Venezia, a Roma, e «Roma a

Germania»[321]. Le tre prime furono poi pubblicate, le altre due

furono scartate; ma quella all'Italia fu pubblicata sotto la forma di

Canzone, mentre originariamente era stata composta in forma di Sonetto

con appendici, e fu anche intitolata «Agl'italiani che attendono a

poetare con le favole greche», mentre originariamente non aveva titolo

determinato; nè sarà superfluo far avvertire, che le prime notizie

delle proprie Poesie date dal Campanella nella lettera al Card.^l

Farnese del 1606, seguita dalle altre al Card.^l S. Giorgio e al Re

di Spagna, poi anche nel Memoriale al Papa del 1611, fanno distinta e

principale menzione di tali poesie politiche[322].

Quella all'Italia può dirsi un vero Inno al primato italiano, nel quale

son pure notevoli diversi concetti generali e particolari: l'essere

cioè «sepoltura de' lumi suoi, d'esterni candeliere», il ferir sempre

di nuovi affanni «lo stilense» il quale «quella patria honora che poi

lui dishonora», il non cessar mai «di servir chi la paga d'ignoranza,

discordia e servitute» alludendo certamente a Spagna ed a' Principotti

italiani. Non parliamo poi del Sonetto a Genova nè di quello a

Venezia, permettendoci solamente di ricordare ancora una volta, che

da quest'ultimo, e non da ciò che dovè scrivere in certi momenti

tristissimi, conviene desumere i convincimenti del Campanella intorno a

quella mirabile repubblica, fondata sul sapere e sul potere, condotta

senza fiacchezze sentimentali, e perciò durata tanti anni. Circa il

Sonetto a Roma, conviene notarvi quel concetto osservabile

«Deh non pianger l'Imperio, Italia mia,

ch'hoggi l'hai vie più certo e venerando»,

mentre nel primissimo Sonetto all'Italia, composto in altre

circostanze, il poeta si era doluto che non si vedeva già più

«vergognarsi per l'onor di Dina» nè Simeone nè Levi. Ecco dunque uno

spiccato ritorno indietro, e non di poco momento: ma non deve sfuggire

che il Sonetto fu scartato quando si venne alla pubblicazione delle

poesie, e si può anche osservare, che mentre ne' versi originarii della

poesia menzionata più sopra e diretta «Agl'italiani» etc. si leggeva

«...... la gran Roma

dove anche ha Dio suo tribunal costrutto»,

ne' versi rifatti posteriormente e così dati alle stampe si lesse

«E del cielo alle chiavi alfin pervenne»;

cioè a dire, fu sostituito un encomio di abilità politica ad un

riconoscimento di dono soprannaturale. Circa il Sonetto «Roma

a Germania», esso segna il passaggio alle poesie religiose,

rappresentando una tirata contro la riforma, e questo veramente

non è affatto nuovo nell'ordine delle idee del Campanella, cui la

dissociazione nella fede cristiana riuscì sempre assai molesta: ma è

nuovo quel tuono da pergamo accompagnato da vaticinii d'immancabile

rovina, e bisogna tener presente che questo Sonetto fu pure scartato,

e manifestamente uno studio dello scarto fatto riescirebbe davvero

istruttivo.--Citiamo qui, al sèguito degli anzidetti, il Sonetto «Sovra

il monte di Stilo»[323], poesia di niun valore, ma espressione di un

caro ricordo del povero prigioniero, e passiamo subito a' Sonetti

religiosi. Essi sono al numero di sei, de' quali furono poi pubblicati

quattro, e riflettono la morte di Cristo, il sepolcro di Cristo, la

Croce, l'Ostia consacrata[324]. In tutti brilla la professione di

cristianesimo senza riserve, il concetto di Cristo vero figliuolo di

Dio, ciò che il processo mostrava essere stato da lui negato; intorno

alla Croce, egli spiega la sua poca simpatia verso la tendenza a

mettere in mostra Cristo crocifisso invece di Cristo trionfante, ed

anche in ciò si trova una giustificazione riferibile alle cose emerse

dal processo. De' due, che non furono poi pubblicati, l'uno tratta

ancora del sepolcro di Cristo ma in tuono assolutamente predicatorio,

l'altro rappresenta un fervorino sull'Ostia consacrata, e risulta esso

pure una giustificazione. Si direbbero tutti questi Sonetti composti

nella Pasqua del 1601.

Giungiamo alle poesie con indirizzo o menzione di persone diverse,

talora non determinate, talora più o meno determinate, delle quali,

potendo, c'ingegneremo sempre di dare qualche notizia, massime

allorchè si tratti di persone benefattrici del povero prigioniero. Ci

liberiamo dapprima di due Sonetti, l'uno per l'entrata di un alunno

incognito nell'ordine monastico de' Somaschi, l'altro per l'entrata

di un'Artemisia del pari incognita in un convento[325]. Citiamo poi

due Sonetti indirizzati a due persone delle quali già abbiamo fatto

conoscenza[326]: l'uno al Sig.^r Cesare Spinola «splendor d'Italia,

difensor di virtù», che l'autore encomia e ringrazia

«Del Campanella per la defensione

contro lo stuol traditoresco e rio»,

e manifestamente esso deve dirsi scritto poco dopo il 15 novembre

1600, giacchè a questa data lo Spinola lo difese mentre era chiamato

qual testimone dal Pizzoni; l'altro, senza dubbio di pari data e per

la stessa circostanza, indirizzato a D. Francesco di Castiglia, che

l'autore loda molto anche come poeta, cantore di donne sante, di

cocenti amori, e perfino di Antiochia vinta. E forse egualmente al

Castiglia, seguace del Tasso, deve dirsi indirizzato il Sonetto che

nella Raccolta vien subito dopo[327]: esso rappresenta una gentile

ammonizione al seguace del Tasso, cui addita una meta più alta e

abbastanza notevole per l'argomento della nostra narrazione, quella

meta per la quale, il poeta dice, gioverebbe avere a guida Dante e

Petrarca, scaldarsi al «fuoco de' lor petti», sentirsi il cuore punto

«da giuste ire», elevarsi ed elevare

«Al degno oggetto dell'umana mente».

Ricordiamo inoltre qui il Sonetto indirizzato a un Sig.^r Aurelio[328],

un «canoro Cigno» tra' molti che si riunivano nelle Accademie

napoletane, tanto più pullulanti quanto più avversate da Spagna. Non

sapremmo, tra' mille Accademici di quel tempo, chi abbia potuto essere

questo Sig.^r Aurelio: ad ogni modo egli dovè vedere il Campanella ed

eccitarlo a cantare di Cesare, e il Campanella se ne scusò adducendo le

sue tristi condizioni,

«Che in atra tomba piango i miei dolori

sol pianto rimbombando il ferro e il sasso».

Ecco ora un Sonetto al Sig.^r Troiano Magnati[329], un cavaliere

del quale possiamo dare qualche notizia sicura. Primogenito di D.^a

Ippolita Cavaniglia, che vedremo tra poco celebrata egualmente, egli

faceva parte della Compagnia de' così detti Continui, una specie di

Guardia del corpo del Re, e per esso del Vicerè, composta per metà

di spagnuoli e per metà di napoletani, scelti sempre tra le persone

nobili, e ne' primordii dell'istituzione tra le persone nobili di

prim'ordine: una cedola di pagamento del soldo per l'anno 1596, ed una

dimanda di licenza al Vicerè per l'anno 1610, che si leggono nelle

scritture dell'Archivio di Stato, ci hanno fatto conoscere questa

sua condizione di Continuo[330]. Il Campanella, dopo lodi enfatiche

e seicentesche, gli chiede umilmente protezione per sè e pei suoi

compagni:

«. . . . . . vendichi l'onte

fatte a tanti virtuosi e a me meschino».

Veniamo a D.^a Ippolita Cavaniglia, la più alta benefattrice del

Campanella e de' frati; a lei sono indirizzate non meno di tre

poesie[331]. Un documento, da noi rinvenuto nell'Archivio di Stato, ci

mostra questa Signora esser figliuola di D. Garzia Cavaniglia Conte di

Montella, ma forse figliuola naturale, già vedova fin dal 1593 di Fabio

Magnati, e madre di Troiano, Flaminio, Gio. Battista e Geronimo[332].

Si sa che i Cavaniglia, gente valorosa e fida e di sangue regio,

vantavano l'essersi stabiliti nel Regno col 1.^o D. Garzia, venuto da

Valenza in Napoli con Alfonso d'Aragona, fatto Conte di Troia nel 1445

e celebrato dal Sannazzaro (la Contea di Montella sopraggiunse più

tardi, nel 1477, con D. Diego, l'amante della sorella di Ferdinando

Aragonese): ne abbiamo un trattato scritto dal Sarrubbo, oltre le

notizie registrate dal De Lellis nei suoi ms. che si conservano nella

Bibl. nazionale di Napoli; ma le donne non figurano mai nel Sarrubbo,

e il De Lellis ricorda solamente, quali figlie del 2.^o D. Garzia,

Cornelia e Fulvia monache; e tuttavia il documento suddetto non lascia

dubbio sulla origine di D.^a Ippolita, mentre d'altra parte i libri

parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo fanno spesso menzione di

lei e de' suoi[333]. Quanto a Fabio Magnati, il Capaccio mostra la

famiglia de' Magnati proveniente da Bologna, dove essa era una delle

40, venuta in Napoli con Carlo 1.^o, e dichiara Fabio «dottore di

leggi, gentil' huomo virtuosissimo»[334]: non è improbabile che egli

fosse Auditore del Castel nuovo, ma ad ogni modo là abitava con la sua

famiglia. Nel corso di questa narrazione abbiamo visto raccomandata a

D.^a Ippolita la lettera inviata da Sertorio del Buono a fra Dionisio,

che fu poi trovata il 2 agosto 1601 dagli ufficiali del Castello.

Nelle poesie, oltre la sua nobiltà affermata con le nozioni storielle

suddette, oltre la maestosa bellezza e tanti altri pregi, vediamo

esaltata la sua

«Generosa pietà, man liberale»

e sempre col maggior rispetto, e con una impronta di serietà sovente

lasciata da parte nelle altre poesie dirette al bel sesso; onde si vede

che effettivamente il Campanella sentiva per lei quanto le esprimeva

nel verso

«L'altre femine son, tu donna sei».

Ma nella terza delle poesie, che è un Madrigale, il Campanella rivela

tutta l'intensità della sua gratitudine:

«. . mille grazie e benefizii farmi

volesti ancor; felici ferri e sassi,

che stringete i miei passi,

ringraziar non poss'io

nè gioir del sol mio,

ringrazio voi e di voi più non mi doglio» etc.

Abbastanza analoga a codeste poesie, comunque meno fervorosa, è l'altra

seguente, indirizzata a una Sig.^{ra} Olimpia[335]: non ci è riuscito

interpetrare chi abbia potuto esser questa Signora e parrebbe che non

abitasse nel Castello, poichè i libri parrocchiali non fanno alcuna

menzione di un nome simile; il Campanella ne loda essenzialmente

«l'umanità». Lo stesso dobbiamo dire della Sig.^{ra} Maria, della quale

il Campanella esalta la grande bellezza ed invoca la cortesia e la

pietà, mostrando pure che glie ne avesse dato prova una volta e poi si

fosse posta in contegno[336]: tali circostanze ci hanno fatto per un

momento pensare che potesse trattarsi della Castellana medesima, cugina

e moglie di D. Alonso, che varii documenti e perfino il Carteggio

dell'Agente Toscano attestano sovranamente bella, e che per la sua

posizione sarebbe stata veramente in grado di giovare il Campanella con

la pietà; ma non può ritenersi punto consentaneo all'indole de' tempi

veder chiamata la Castellana di casa Mendozza col nome di «Sig.^{ra}

Maria», e difatti «D.^a Maria» o semplicemente «Maria» si trova sempre

chiamata ne' libri parrocchiali del Castello. Potrebbe essere stata una

Maria Gentile o una Maria Spinola, e piuttosto quest'ultima, poichè le

si vede anche indirizzato ad istanza del Sig.^r Francesco Gentile un

Madrigale tutto smancerie e peggio secondo il gusto de' tempi; e vi

sarebbe una Maria Spinola Centurione da potersi supporre quella di cui

qui si tratta, ma non vale la pena di sciupare il tempo in supposizioni

troppo vaghe. Giungiamo alla Sig.^{ra} «D.^a Anna». Qui il titolo è tale

da dover fare ammettere senz'altro una Signora di casa Mendozza, ma,

secondochè insegnano i libri di materie nobiliari e i libri parrocchiali

del Castello, vi furono non meno di tre Signore di questo nome; 1.^o

D.^a Anna di Toledo figlia di D. Pietro il Vicerè, maritata a D. Alvaro

di Mendozza già Castellano e madre di D.^a Maria la Castellana moglie

di D. Alonso, rimaritata a D. Lope di Moscoso Osorio 4.^o Conte di

Altamura, onde ne' libri parrocchiali trovasi anche detta «Anna

Moscosa»; 2.^o D.^a Anna sorella del predetto D. Alvaro, quindi zia

di D.^a Maria ed anche dello sposo di lei D. Alonso il Castellano che

le era cugino, maritata a Lelio Carafa e rimaritata al Conte di S.

Angelo, lungamente vedova e fondatrice della Chiesa di Pizzofalcone,

spesso detta ne' libri parrocchiali Contessa di S. Angelo; 3.^o D.^a

Anna ultima sorella di D. Alonso il Castellano, malamente detta

Claudia dal De Lellis, maritata nel 1594 a D. Ferrante de Bernaudo e

dimorante senza dubbio nel Castello, detta sempre «D.^a Anna» ne' libri

parrocchiali[337]. Forse a quest'ultima, forse anche meglio alla prima

D.^a Anna, la quale era tuttavia una delle belle, fu indirizzato il

Sonetto dal filosofo; ma a qualunque delle dette Signore sia stato esso

indirizzato, si tratterebbe sempre di persone in parentela stretta col

Castellano, ed in ciò precisamente risiede la singolarità del fatto,

mentre il filosofo mostravasi a quel tempo nel colmo della sua pazzia.

Quanto ai concetti espressi nel Sonetto, vi si trova lodata la bellezza

e nobiltà di D.^a Anna, se ne vede invocato l'amore, con quegli spasimi

a freddo che è maraviglioso come abbiano potuto regnare in poesia tanti

e tanti anni senza nauseare[338]: lo stesso si trova egualmente in più

composizioni del Campanella, delle quali dobbiamo ancora discorrere,

onde si rileva che pure da questo lato egli abbia sacrificato al gusto

e alla necessità de' tempi senza esitazione.

Ed eccoci all'ultimo gruppetto di poesie, nelle quali generalmente

il pessimo gusto signoreggia sovrano. Le facciamo cominciare dal

Sonetto che fra Pietro Ponzio trascrisse senza titolo, ma che mostrasi

indirizzato ad un Gentile[339]. Non è dubbio che si tratti qui del

Sig.^r Francesco Gentile, per conto del quale fra Pietro raccoglieva

le poesie del Campanella nel libretto che gli fu poi trovato dagli

ufficiali; e possiamo affermare di non aver risparmiato assolutamente

nulla per sapere chi fosse questo Sig.^r Francesco Gentile, ma pur

troppo senza esservi riusciti. Dalle poesie egli apparisce parente di

una Sig.^{ra} Giulia Gentile, alla quale il Campanella non manca di

scrivere un Sonetto e un Madrigale, innamorato di una Flerida, alla

quale il Campanella scrive poesie per conto di lui e poi anche per

conto proprio, e spesso e vivacemente: ad istanza di lui ancora il

Campanella scrive il Madrigale alla Sig.^{ra} Maria già ricordato qui

sopra, e crediamo che per conto egualmente di lui sieno state composte

molte poesie di amore anche lascivo, mentre alcune altre dello stesso

genere appariscono pure indubitatamente scritte dall'autore per conto

proprio. Avevamo dapprima pensato che potesse essere Francesco Gentile

da Barletta, nipote della Sig.^{ra} Giulia Gentile, presso la quale

stava ritirata D.^a Ilaria Sifola sposata a D. Andrea de Mendozza

figlio di D.^a Isabella Marchesa della Valle con grandissimo sdegno di

costei (confr. pag. 258): questo D. Francesco, nobile di prim'ordine

ed amico delle buone lettere come lo provano due Commedie che di lui

ci rimangono[340], avea potuto venire con la sua zia in Napoli, per

placare la Marchesa e cercare un accomodamento nella lite di nullità

intentata da lei a proposito del matrimonio di suo figlio. Ma al tempo

del quale trattiamo egli doveva essere molto giovane, e la Marchesa

trovavasi nel maggior colmo de' suoi furori: abbiamo infatti visto che

il povero Nicolò Napolella ne soffrì le conseguenze fino ad una parte

del 1602, e i libri parrocchiali del Castel nuovo ci mostrano D.^a

Ilaria riunita a D. Andrea non prima del 1618. D'altronde fra Pietro

Ponzio nel principio di dedica della Raccolta delle poesie lo dice

Patrizio Genovese, e il processo dell'eresia ci mostra nel 14 novembre

1600 dato per testimone dal Pizzoni nelle sue difese un D. Francesco

di Genova che verosimilmente è il Gentile, inoltre ci mostra dopo il 2

agosto 1601 dato per testimone da fra Pietro nella denunzia contro gli

offensori de' frati il Sig.^r Francesco Gentile, di cui il Mastrodatti

dice, «è stato carcerato e liberato...» etc. (ved. pag. 241). Dovè

dunque essere compagno di carcere de' frati, forse uno della famiglia

de' Gentili che tenevano Banco in Napoli, del quale Banco esistono

tuttora nel Grande Archivio tre libri che vanno dal 1592 al 1599; e

ne' libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo egli figura qual

padrino in un Battesimo del 18 aprile 1601. Ad ogni modo egli non

era persona volgare, e nel Sonetto già citato, dicendosi pazzo, il

Campanella gli chiede aiuto per sè e pe' suoi in nome dell'amore che

egli porta a Flerida,

«Ond'io m'inchino a lei e per lei ti priego

ch'a lei, et a te, et a noi Gentil ti mostri

il fatal pazzo Campanella aitando».

Ma alla Sig.^{ra} Giulia il poeta chiede nè più nè meno che amore e in

un Sonetto la dice

«Gioia, idea, vita, luce, idolo, amore»,

e in un Madrigale ne loda la bellezza al punto, che dichiarandola

superiore a Lia e Rachele egli si compiacerebbe di essere schiavo

per sette e sette anni[341]. Intanto ad istanza del Sig.^r Francesco

Gentile scrive un Madrigale per Flerida, forse anche il Sonetto che

segue, più probabilmente ancora un altro Sonetto posto nella Raccolta

dopo quello indirizzato a lui[342]; e scrive inoltre il Madrigale alla

Sig.^{ra} Maria, dal quale si vede che il Gentile si compiaceva di fare

il cascante a dritta ed a manca[343]. Vogliamo credere che egualmente

per lui egli indirizzi a Flerida un Madrigale, da cui si rileverebbe

essere stati ammalati entrambi ed essere ciò accaduto alla fine

dell'anno, naturalmente alla fine del 1600[344]; dippiù il Sonetto col

quale ne loda i nèi sul labbro e sul ginocchio, da' quali il poeta si

lascia trasportare perfino

«. . . . . sul consecrato fonte

dell'immortalitate all'appetito»[345],

onde poi riesce di comprendere quel Madrigale, in cui si accenna a un

certo fiasco fatto e spiegato non senza sufficiente industria[346];

finalmente anche il Sonetto in cui ringrazia Amore, l'altro

sull'inestricabile laberinto d'Amore, e poi le Ottave e il Sonetto di

sdegno, che dinotano una rottura completa e perfino villana[347].

Ma non siamo sicuri che tutte le poesie amorose dirette a Flerida

siano state scritte per conto del Gentile, e una parte di esse ha

potuto essere stata scritta per conto dell'autore, massime dopo la

rottura anzidetta: è certo d'altro lato che l'autore credè egli pure

dilettevoli o piuttosto comodi simiglianti passatempi, onde abbiamo

almeno sei Sonetti di relazioni amorose indubbiamente sue, non mancando

nemmeno nel titolo di alcuni fra essi indicato specificatamente

«l'Autore». Forse presso Flerida ed anche qualche altra fanciulla egli

trovò distrazioni, come di sicuro ne trovò presso una Dianora, al cui

indirizzo la Raccolta ci offre un Sonetto; vedremo poi, nel sèguito

della nostra narrazione, attestato da lui medesimo in una sua lettera

il ricordo di scherzi a' quali certe donzelle lo invitavano dalle

finestre, ed attestato dal Gagliardo in alcune sue deposizioni il

ricordo di una certa Oriana, o secondo l'uso del paese D. Oriana, nome

ingarbugliato che risponde bene a quello di Dianora, la quale abitava

sotto la prigione e gli conservava libri e scritti, fornendoli ad ogni

sua richiesta mediante una cordicina. La Dianora parrebbe una suora

francescana, a giudicarne da' versi co' quali comincia il Sonetto

«Donna che in terra fai vita celeste

sotto la guida di colui che in Cristo

amando trasformossi»:

a lei il Campanella fa ringraziamenti, ma si dichiara nel tempo stesso

devoto abbastanza intimo co' versi

«Stella DIAN, ORA al mio fragil legno

che solca un mar d'affanni, onde non parte

l'occhio del mio desire e della mente»;

nè ci manca ne' Reg.^i _Partium_ la notizia di una «Sore Elionora

Barisana», e, ciò che vale dippiù, ne' libri parrocchiali del Castel

nuovo la notizia di una «Sore Dianora Barisciana di Barletta»[348].

Per questa donna, che potrebbe supporsi appartenente alla famiglia

del «torriero» come allora si diceva il guardiano della torre, o per

Flerida e altre fanciulle che potrebbero supporsi appartenenti alla

bassa famiglia de' Mendozza, egli dovè scrivere i rimanenti cinque

Sonetti ne' quali canta il suo intrigo amoroso, un laccio di capelli

da lui dimandato ed avuto, un presente di pere inviatogli, un bagno

fornitogli in sollievo de' suoi dolori, ed anche una scena erotica

abbastanza vivace accaduta a traverso il muro della prigione[349].

Mettendo da parte siffatta scena che i lettori potranno rilevare col

loro comodo, notiamo quella singolare dichiarazione che il Campanella

fa nel Sonetto sul presente di pere

«Che solo Amor può darci il sommo bene

lo qual filosofando io non trovai»[350];

notiamo poi con tanto maggiore interesse la circostanza, che

l'avvenimento del bagno fornitogli dalla sua donna si deve riferire al

tempo che scorse dopo il tormento della veglia, onde il povero filosofo

si sentì ristorato ed anzi poeticamente risanato,

«Tolsi l'acqua, applicaila al corpo mio

già fracassato dopo lunga guerra

per gran tormento ch'ogni forte atterra,

del medesmo liquor bivendo anch'io»[351].

Abbiamo dunque un Sonetto composto certamente dopo la veglia, a tempo

de' bagni, vale a dire in luglio secondo il costume del paese: ma esso

non fu il solo, e possiamo con ogni probabilità aggiungervi anche

con precedenza due altri Sonetti indirizzati a un «Sig.^r Petrillo»;

nè ci trattiene il rinvenirli a capo di tutto il gruppo delle poesie

appartenenti al periodo di cui discorriamo, giacchè questo potrebbe

significare solamente una speciale distinzione[352]. Dal primo de'

due Sonetti questo Sig.^r Petrillo apparisce un fanciullo, o più

verosimilmente un giovanetto, leggiadro e riservato, che consola il

povero filosofo con la sua presenza, e l'eccita a scrivere nuovamente

qualche poesia,

«Il vecchio canto a ripigliar m'invita»;

e il filosofo dicendosi pazzo ed incapace di poetare con gusto,

apparisce addolorato e affranto addirittura,

«Carme ti rendo d'ogni gusto parco,

ch'esce da bocca di dolcezza lungi,

ch'agli ultimi sospiri è fatta varco»;

ci parrebbe impossibile riferire simiglianti espressioni, e tutto

il resto, ad un tempo diverso da quello che seguì immediatamente la

veglia. Con l'altro Sonetto il filosofo loda la bellezza del fanciullo

e gli comunica eccellenti riflessioni morali, ma continua sempre ad

apparire profondamente mesto, ed anche oppresso dal pensiero dei

tradimenti che nella vita si patiscono; e chi era dunque questo Sig.^r

Petrillo? I libri parrocchiali del Castel nuovo ci dànno un po' di

luce anche in questa come ce l'hanno data in altre circostanze: vi era

un «Petrillo» figlio dello speziale del Castello Ottavio Cesarano e

di Polissena Cammardella; nato nel 1583, egli morì nel 1603, ed avea

quindi poco più di 17 anni allorchè comparve al filosofo, e doveva

essere leggiadro come uno di que' fiorellini i quali, al vederli, fanno

temere che ben presto piegheranno il capo[353]. Grande meraviglia ci

avea recato il non trovare qualche poesia diretta dal filosofo al

suo migliore aiuto, al chirurgo Scipione Cammardella; ma ecco che

lo vediamo onorato in persona del nipote, il quale verosimilmente

l'accompagnò in taluna delle prime visite e poi più tardi, quando

il filosofo era sempre assai sofferente, e in principio tuttora non

fiducioso al punto da fargli comprendere la simulazione della pazzia,

in sèguito divenuto fiducioso in modo da mostrarglisi un vero e buono

sapiente.

Furono queste le poesie che il Campanella compose dal maggio 1600 al

2 agosto 1601, e tutt'al più una sola di esse potrebbe dirsi apocrifa

nella Raccolta fattane da fra Pietro, quella intitolata «Sonetto di

Horatio di G.» etc.[354]. Sicuramente dopo il detto periodo egli non

cessò dal poetare, ed anzi allora appunto compose le maggiori sue

poesie, che si leggono nella Scelta pubblicatane più tardi dall'Adami:

cercheremo a tempo e luogo di determinare, se sarà possibile, la data

almeno di taluna di esse.

Veniamo alle opere alle quali il Campanella attese consecutivamente,

e per ora a quelle composte dall'agosto 1601 fin verso la fine del

1602, cioè fino a che si compì il processo dell'eresia. Gioverà qui

avvertire una volta per sempre che i fonti migliori, per determinare

in un modo meno fallace le date di quanto egli compose negli anni più

difficili della prigionia, saranno sempre le sue Lettere del 1606-1607

a' Card.^{li} Farnese e S. Giorgio e al Re di Spagna, alle quali

egli annesse l'elenco delle opere fin allora composte; meglio ancora

la lettera allo Scioppio, egualmente del 1607, posta come proemio

all'«Ateismo» e pubblicata dallo Struvio, nella quale citò ad una ad

una con un certo ordine, ma nemmeno con un ordine cronologico esatto,

le opere che realmente teneva a sua disposizione e che infatti gli

mandò, avendole rivedute, ritoccate, ovvero composte di pianta, e

facendo menzione anche di taluna che avea composta e perduta o stava

componendo e non potea mandare ancora; inoltre il Memoriale del 1611

al Papa pubblicato dal Baldacchini, al quale fu pure annesso un elenco

delle opere, e in generale tutte le lettere del Campanella scritte

durante la prigionia. Ma ad un grado limitatissimo potrà servire il

_Syntagma de libris propriis_, pubblicato tanti anni dopo su note

confusamente raccolte dal Naudeo, e manifestamente disordinato intorno

alle opere scritte nel carcere, come si può rilevare dalle notizie che

fornisce il processo dell'eresia, da quelle che forniscono i documenti

anzidetti, non che dalla lettura medesima del libro[355]. Pel momento

il processo dell'eresia è ancora il fonte certo, su cui si può contare

senza riserva, e da esso sappiamo che il 2 agosto 1601 il Campanella

già metteva mano a compiere l'_Epilogo di Filosofia_, o la _Filosofia

epilogistica_.

Rammentino i lettori il manoscritto buttato giù dalla finestra del

carcere del Campanella il 2 agosto, mentre venivano a visitarlo gli

ufficiali del Castello. Oggi ancora vi sono in Italia due Manoscritti

col titolo di «Epilogo...» o «Epilogo magno di quello che della natura

delle cose ha filosofato e disputato fra Thomaso Campanella servo

di Dio»: analogamente al manoscritto buttato giù dalla finestra del

carcere, l'uno, della Magliabechiana, comincia con le parole, «Perchè

teco menar la vita non posso Signore, come il desiderio _suo_ grande

della virtù vorrebbe», l'altro, della Casanatense comincia con le

parole, «Perchè menar teco la vita non posso Signore» etc.; entrambi

finiscono con le parole, «quel che ne fece poi voi lo sapete», alle

quali parole nell'esemplare della Magliabechiana succede un epigramma

latino in lode del Campanella, e nell'esemplare della Casanatense

succede un piccolo numero di brevissime note e postille. L'opera poi in

latino, stampata a cura dell'Adami nel 1623 col titolo di «Philosophiae

realis epilogisticae partes quatuor», comincia con le parole, «Quoniam

tecum vitam ducere, charissime, non datur, ut avidissime cupis» etc.,

e nella sua 2^a parte, che rappresenta l'_Etica_, finisce con le

parole tradotte alquanto liberamente, «quid autem subinde fecerit,

historia docet». Come si vede, trattasi qui dell'opera che sappiamo

cominciata in Roma verso la fine del 1594 col titolo di «Compendio di

Fisiologia», quando il Campanella non potea «menar la vita» con Mario

del Tufo cui la mandò, continuata poi in Napoli nel 1598 con l'aggiunta

anche dell'_Etica_. Dopo due mesi dal tormento della veglia, stando

sempre a letto, il Campanella già attendeva a rivedere quest'opera e

ne meditava il compimento: perduta la copia che ne aveva avuta senza

dubbio da Mario del Tufo, è naturale ammettere che se n'abbia procurata

un'altra, ma intanto, senza sospendere il suo lavoro, compose gli

_Aforismi politici_ e l'_Economica_, poi ritoccò l'_Etica_ e compose

ancora la _Città del Sole_ menando così a termine tutta l'opera.

Questi particolari del modo in cui il lavoro fu condotto si rilevano

dal _Syntagma_, e fino ad un certo punto riescono confermati da ciò

che mostrano intorno all'opera gli elenchi annessi alle lettere del

1606-1607 ed anche del 1611, come ancora da ciò che mostra il confronto

dei Manoscritti in italiano con la parte corrispondente dell'opera

stampata in latino. Gli elenchi del 1606-1607 mostrano l'opera col

titolo di «Epilogo magno di ciò che ha filosofato» etc., e quello

del 1611 la mostra col titolo di «Epilogismo delle scienze naturali

e morali e politiche» etc., citando poi separatamente i libri degli

_Aforismi_ e della _Città del Sole_ o «De propria Republica»; il

confronto degli esemplari manoscritti in italiano coll'opera stampata

in latino mostra nell'_Etica_ molte varianti, sebbene vi si serbino

interi lunghi tratti della composizione originaria non che la chiusura;

e potremmo dare molti altri ragguagli, ma per lo scopo nostro ci pare

che queste poche cose bastino. Così l'«Epilogo» o «Epilogo magno», come

sono intitolati i Manoscritti della Magliabechiana e della Casanatense,

sebbene con titolo rinnovato, rappresentano sempre l'opera quale fu

continuata il 1598 in Napoli, e ci manca un manoscritto in italiano

con l'Etica nel modo in cui fu ritoccata verso la fine del 1601 nel

carcere; abbiamo bensi gli Aforismi e la _Città del Sole_ in italiano

separatamente, quali furono composti nel detto tempo ma con precedenza,

mancandovi ancora l'Economica. Tutte queste circostanze mostrano

in pari tempo che veramente al _Syntagma_ si può aggiustar fede in

quanto a' particolari della composizione, se non in quanto alle date,

mentre vi si legge: «Scrissi inoltre gli _Aforismi politici_, che poi

distinsi in capitoli, e così composi la scienza politica; e vi aggiunsi

l'_Economica_, utilissima; ed instaurai nuovamente l'_Etica_ secondo

la dottrina delle Primalità, e vi posi in ultimo un'idea di Repubblica

che chiamo _Città del Sole_, molto più eccellente della Platonica e di

qualunque altra» etc.

Adunque gli _Aforismi politici_, al numero di 150, furono composti

con molta probabilità nel medesimo mese di agosto, sicuramente non

più tardi del mese di settembre o ottobre 1601, mentre il povero

filosofo stava ancora a letto col corpo lacerato dal tormento della

veglia! Di poi fu scritta l'_Economica_, ed avuta forse un'altra copia

dell'«Epilogo» fu rimaneggiata l'_Etica_. Degli Aforismi intanto

molte copie si diffusero, prima che venissero ricomposti in capitoli

e tradotti in latino. Se ne hanno tuttora in Napoli, nella Biblioteca

nazionale, due copie, una delle quali è la copia già inviata allo

Scioppio che ha note e postille autografe del Campanella, con citazioni

di altre opere sue posteriori, come la Monarchia del Messia e i libri

Astronomici; ce n'è una in Lucca nella Bibl. pubblica (cod. 2618),

una in Firenze già nella Magliabechiana ed ora nell'Archivio di Stato

tra le scritture Medicee miscellanee[356], una in Torino nella Bibl.

dell'Università; ed anche a Parigi ne pervenne una copia nella Bibl.

dell'Arsenale. Le due copie napoletane, al pari della fiorentina,

hanno qua e là piccole aggiunte e specchietti in latino per taluni

aforismi; ed offrono poi un piccolo garbuglio di distribuzione della

materia, onde apparisce un numero di Aforismi un po' minore de' 150,

mentre la materia c'è tutta. Si conosce che siamo debitori al D'Ancona

della stampa degli Aforismi in italiano, così come furono composti

originariamente dal Campanella: egli si potè servire solamente di una

copia tratta da due Manoscritti parigini entrambi scorrettissimi,

e dovè lavorare di molto a ridurla; le copie napoletane potrebbero

ottimamente servire per qualche altra edizione.

Relativamente alla _Città del Sole_, la più importante per noi, di

certo essa non fu composta dal suo autore «avanti che entrasse nel

carcere» come è sembrato al Berti[357]: era bensì nella mente e nel

cuore di lui in quel tempo, ed anche sulle sue labbra a sprazzi, ma

fu posta in iscritto solamente nel carcere, durante il 1602. Con ogni

probabilità fu cominciata a' principii del 1602, scorsi i 6 mesi di

cura che sappiamo essergli stati necessarii dopo la veglia, quando il

suo corpo era tornato florido e il suo spirito trovavasi grandemente

confortato; giacchè sostenuta bene la veglia, provata giuridicamente

la sua pazzia, egli poteva reputarsi salvo, in forza di quel principio

che registrò di poi in una delle note annesse alle sue poesie, cioè

che «_de jure gentium_ i pazzi son salvi»[358]; ed oltracciò, vedendo

condotto così in lungo il processo dell'eresia, donde un ritardo sempre

maggiore nella conchiusione del processo della congiura, dovea trarne

la conseguenza che la ragion di Stato, della quale egli ritenevasi

vittima, si sarebbe trovata verso di lui già calmata. E per verità,

senza ammettere queste rosee speranze, non si potrebbe comprendere

il suo ritorno a' cari sogni di un tempo, nel quale doveva allora

sentirsi rivivere; non si potrebbe spiegare la sua audacia nel dar

fuori, anche nascostamente e in mano di fidi amici, l'idea «della

propria Repubblica» come egli l'intitolò di poi nelle sue Lettere a'

Cardinali e al Re ed egualmente nel suo Memoriale al Papa; imperocchè

grande davvero fu l'audacia sua nello scrivere un libro simile, mentre

era in carcere e la sua sorte pendeva tuttora indecisa. Anche i

biografi Campanelliani restii ad ammettere che il Campanella si fosse

mai spinto a cospirare, segnatamente il Berti, hanno riconosciuto che

nella _Città del Sole_ sia stata da lui adombrata la Repubblica che si

sarebbe fatta in Calabria, «nella quale esso si riprometteva non poca

autorità»[359]; il Nunzio, che tenea sott'occhio al tempo medesimo

i processi puramente ecclesiastici come p. es. quello di Squillace,

ove erano registrate tante particolarità ammesse poi nella _Città del

Sole_, potea formarsi un criterio gravissimo della colpabilità del

Campanella intorno alla congiura e intorno all'eresia, nè occorre dire

come dovesse ad ogni modo formarselo il Governo Vicereale, nel caso in

cui gli fosse rimasto qualche dubbio intorno alla congiura. Ma l'indole

del Campanella era appunto tale, da offrire una pieghevolezza eccessiva

ed una temerità a tutta prova.--Il libro, come tutti gli altri finquì

detti che vennero a costituire la «Filosofia epilogistica», fu scritto

in italiano secondo il costume adottato dal Campanella già da qualche

tempo, e fu da lui tradotto in latino più tardi, verso il 1613, quale

si vede nella pubblicazione fattane dall'Adami il 1623; più tardi

ancora fu ripubblicato egualmente in latino a cura dell'autore ormai

libero in Parigi il 1636. Ma si comprende che esso dovè eccitare la

curiosità al più alto grado, onde ne furono sin da principio fatte

molte copie, delle quali ne rimangono tuttora alcune, sovente annesse

agli Aforismi. In Napoli ve ne sono due, una delle quali è la stessa

già data allo Scioppio, non corretta dall'autore ma abbastanza

buona, e l'altra è d'altra mano e molto buona; una copia ve n'è pure

in Roma nella Casanatense, un'altra in Firenze, parte di un codice

Riccardiano, un'altra in Lucca parte del codice sud.^{to} della Bibl.

pubblica; ed anche in Madrid rammentiamo di aver preso nota di un'altra

copia là esistente senza il nome dell'autore. Le copie di Napoli,

che abbiamo avuto tutto l'agio di esaminare, ci hanno mostrato due

fatti importanti, non ancora avvertiti per quanto sappiamo: 1^o, che

esse rappresentano la composizione originaria del libro in una forma

molto rozza, ma robusta e ad ogni modo caratteristica; 2^o, che varii

ritocchi successivi furono fatti al libro quando venne tradotto in

latino nel 1613, e perfino quando ne fu preparata la ristampa, ciò che

deve riferirsi a dopo il 1629. E poichè questo libro offre un saggio

notevolissimo delle opinioni politico-religiose riposte dell'autore,

meritano di essere ponderate le modificazioni successive introdottevi

in tre date diverse, corrispondenti agli anni 1602, 1613, 1629; l'esame

di tali modificazioni, mentre rivela l'animo dell'autore nelle dette

date, rivela in pari tempo che le opinioni espresse in quel libro

non furono da lui abbandonate giammai non ostante tutte le apparenze

in contrario, come del resto si desume egualmente dalle _Quistioni

sull'ottima repubblica_ scritte in difesa della _Città del Sole_

tanto più tardi, e fino ad un certo punto anche dalla dedica della

2^a edizione del libro _De Sensu Rerum_ fatta nel 1637 al Card.^l

Richelieu, dal quale, niente meno, l'autore disse di attendersi

l'edificazione della Città del Sole[360]. Facciamo voti che questo

libro, di cui si sono eseguite diverse traduzioni e edizioni, sia

pubblicato anche con le varianti delle diverse date suddette. Più

edizioni sono totalmente esaurite: l'ultima del Daelli (Bibl. rara,

Milano 1863), che abbiamo non ha guari potuto avere, è stata condotta

sulla 2^a ediz. di Lugano 1850, analogamente a quella più diffusa del

D'Ancona, il quale non potè servirsi del codice Riccardiano perchè

scorrettissimo. Entrambe quindi rappresentano un volgarizzamento dal

latino, e per verità non ritraggono nel miglior modo la fisonomia

del Campanella, de' suoi tempi e de' suoi luoghi, come lo farebbe

l'italiano originale; basterebbe avere di esso almeno alcuni tratti,

e possono sotto tutti i rispetti servire molto bene per una nuova

edizione i codici napoletani.

Dopo la _Città del Sole_ il Campanella attese certamente a comporre la

sua _Metafisica_; e conoscendo essere stata questa un'opera voluminosa

possiamo ritenere che ebbe a lavorarvi per tutto il resto del 1602.

Essa andò poi perduta, almeno per un certo tempo come vedremo, e

non avendo altro fonte dal quale trarne maggiori notizie, dobbiamo

ricorrere al _Syntagma_, il quale per fortuna apparisce esatto in tale

circostanza. Ecco quanto vi si legge: «Poco di poi a Napoli scrissi

una _Metafisica_ in italiano, distinta in tre parti e quindici libri,

ove trattai de' principii dell'essere, del conoscere e dell'operare, e

posi allora le cause, i principii e le primalità dell'ente, sopra la

Necessità, il Fato e l'Armonia escogitati prima da me: e questa ricevè

dalle mie mani Geronimo Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603, nè

me la restituì più mai». Adunque il Marchese di Lavello ebbe a fargli

una visita in Castel nuovo il 1603, ed è verosimile che glie l'abbia

fatta ai principii dell'anno, quando il processo dell'eresia era

finito, ed anche la sentenza era stata comunicata al Campanella, ciò

che vedremo accaduto in gennaio 1603; non sarebbe quindi arrischiato

l'ammettere che a tale data la _Metafisica_ fosse stata già menata a

termine. Circa il non essergli stata restituita la detta opera, vedremo

che egualmente nella lettera del 1607 allo Scioppio il Campanella si

dolse di «un Marchese discepolo ingrato» che se la riteneva, e quindi

non a Gio. Geronimo, ma al figliuolo di lui che avea dovuto essergli

discepolo, il Campanella credevasi in dritto di muover rimprovero;

difatti nel _Syntagma_ medesimo si trovano registrate le peripezie

sofferte dal libro «essendo morto il Marchese», peripezie le quali con

ogni probabilità il Campanella non conosceva ancora allorchè scriveva

la lettera allo Scioppio.

Ci fermiamo qui per contenerci nel periodo che ci siamo prefisso.

Aggiungiamo solamente che di tempo in tempo il Campanella dovè scrivere

ancora altre poesie dopo quelle già menzionate, e fuori ogni dubbio una

gran parte di esse, di natura intima, dovè essere eliminata quando si

fece la scelta che fu poi pubblicata a cura dell'Adami: intanto, con un

poco di buona volontà, si può pervenire a riconoscere qualcuna delle

rimaste appartenente al periodo attuale. Ne indichiamo p. es. una che

si rivela del tempo in cui l'autore scriveva la _Città del Sole_; è il

Sonetto annoverato tra' Profetali che ha quella chiusa:

«Se in fatti di mio e di tuo sia il mondo privo

nell'util, nel giocondo e nell'onesto,

cangiarsi in Paradiso il veggo, e scrivo:

E il cieco amor in occhiuto e modesto,

l'astuzia ed ignoranza in saper vivo,

e 'n fratellanza l'imperio funesto»[361].

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 14 / 24 题