Dopo il tormento della veglia si ebbero le relazioni de' medici periti;

il 7 giugno fu scritta quella del magnifico Pietro Vecchione, il 15

quella del magnifico Giulio Jasolino. Costoro appartenevano alla più

elevata categoria de' medici allora in voga, e non sarà inutile darne

qualche notizia, onde riuscirà manifesto che le ricerche sulla pazzia

del Campanella, se vennero condotte con precipitazione, almeno in

quanto alle persone de' periti vennero prese certamente sul serio.

Pietro Vecchione da Nola, col suo esercizio d'insegnante privato,

secondo il costume napoletano, aveasi acquistato tanta riputazione,

che giovane ancora, di circa 33 anni, sulla proposta del Cappellano

maggiore era stato dal Conte di Lemos il 15 ottobre 1599 nominato

lettore della «theorica della medicina ordinaria», cattedra fra le più

stimate, alla quale sovente si chiamavano anche i non napoletani, e già

occupata da Filippo Ingrassia (insieme con la pratica) dal 1547 al

1553, da Giovanni Argenterio nel 1556, dal Covillas nel 1560, da Gio.

Geronimo di Cotrone da Nola (o viceversa) nel 1565, da Salvio Sclano

nel 1570, da Innocenzio Canti nel 1577, da Quinzio Buongiovanni nel

1579, da Latino Tancredi in qualità di straordinario nel 1589, tutta

una serie di uomini stimati altamente. Esercitava poi la pratica con

immenso successo, ma del resto era uno de' molti, anzi troppi, che

non avevano scritto mai nulla, facendo parte di quella beata falange

degli uomini illustri _inediti_, specialità non napoletana soltanto ma

italiana, ancor oggi niente affatto estinta, e prova sciagurata che

la sua è la via meno disputabile per ottenere la pubblica stima, le

alte cariche, i primi onori: il Vecchione infatti ebbe frequentemente

accresciuto il suo stipendio, nel 7 giugno 1612 passò alla lettura di

pratica, succedendo al Buongiovanni, morì Protomedico nell'aprile 1619.

Quanto a Giulio Jasolino, Jazzolino o Azzolino, calabrese[259], già

distinto allievo dell'Ingrassia, era un vecchio cultore di anatomia

e chirurgia assai accreditato, e basta dire che fu maestro di Marco

Aurelio Severino: non ebbe lettura pubblica essendo allora la cattedra

di chirurgia ed anatomia occupata da Giuseppe Perrotta di Fratta, che

fu il primo a riunire insieme nel pubblico studio in un modo definitivo

queste due branche d'insegnamento; ma scrisse alcuni opuscoli, tuttora

pregiati da que' pochissimi che si occupano di cose patrie, ed anche

illustrò le acque termominerali d'Ischia. Avea già circa 60 anni al

tempo di cui trattiamo, e stando in Ischia dettò la sua relazione

sul Campanella; morì vecchissimo nel 1633, e fu sepolto nella Chiesa

di S.^{ta} Chiara.--Ecco ora ciò che essi riferivano intorno al

Campanella[260]. Pietro Vecchione scrisse, che invitato a visitare

più volte fra Tommaso per riconoscere se fosse davvero desipiente e

melanconico o simulasse tale malattia, per quanto avea potuto esplorare

con la mente, con la conversazione e coll'opera, avea ben rilevato

che egli aberrava nell'immaginativa, nel discorso e nella memoria;

ma poichè non avea visto alcuno de' sintomi che sogliono trovarsi

negl'infermi di tale malattia e v'erano grandi cause per simulare, era

venuto nel dubbio che quella pazzia fosse simulata. Aggiunse che ad

esplorarla con maggiore certezza occorreva lungo tempo e gran diligenza

degli astanti, ciò che non si era potuto eseguire nelle carceri in cui

esso Campanella si trovava, ond'egli non poteva affermare nulla di

certo; ma conchiuse, «per quanto mi è dato scorgere congetturalmente,

giudico che colui simuli la malattia». D'altra parte Giulio Jasolino,

con un lungo scritto, venne nella medesima conclusione, ricingendosi

di alquanto maggiori riserve, ed appoggiandosi ad un nugolo di

citazioni d'Ippocrate e di Galeno. Ciò che fa riuscire notevole per

noi questa sua relazione si è qualche notizia che vi si rileva intorno

al modo tenuto nell'osservare il povero Campanella, e qualche motivo

di congettura che vi si adduce intorno alla persona del filosofo. Il

Jasolino osservò fra Tommaso e gli parlò, a quanto pare, una sola

volta, ma certamente in presenza del Nunzio, del Vescovo di Caserta e

del Vicario napoletano: ne ebbe risposte non a proposito, e lo vide

«melancolico» nell'abito del corpo e nel colore; ma dichiarò non

potersi giovare di quest'ultimo fatto, non avendo prima conosciuto il

Campanella e non sapendo se tale temperamento fosse il suo naturale

ovvero «acquistato per il lungo patimento delle carcere et per il

gran timore et mestitia» (non si parla di altre specie di sofferenze,

e questo mostra che la visita precedè la veglia). Invece notò che

«essendo costui persona malitiosa, come si dice, vafer, callidus, et

astutus, se hà da dubitare che la sua pazzia sia simulata»: ma aggiunse

che intorno a ciò non intendeva affermare nulla di certo, e dichiarò

che una lunga osservazione poteva farsi da' custodi, e questa avrebbe

voluto, conchiudendo «che cossi si potrà chiarire della verità della

fitta, che io stimo ò pure vera pazzia». Adunque, tra il sì e il no,

il Jasolino stava egli pure per la pazzia simulata, e il giudizio de'

periti in questo senso riusciva uniforme.

Più tardi, il 20 luglio, un'altra circostanza venne a provare a'

Giudici che la pazzia doveva essere simulata[261]. L'aguzzino che aveva

dato il tormento della veglia al Campanella e l'aveva anche riportato

nelle carceri, un Jacovo Ferraro di Trani, fu esaminato dal Vescovo

di Caserta ed interrogato sopra le «parole che si lasciò dire fra

Thomaso Campanella dopò che fu sceso dal tormento». Ed egli rispose:

«essendo io intervenuto come ministro dela gran Corte dela Vicaria à

dare lo tormento dela veglia à frà thomaso Campanella predetto, dove io

intervenni continuamente, havendomelo posto in collo per consegnarlo

allo carceriero delle carceri di detto Castello novo, et cacciatolo

cossì in collo dala camera dove hebbe lo tormento fino alla Sala

reale, detto fra thomaso Campanella mi disse da sè le formate ò simili

parole, che si pensavano che io era co...... (_int._ sciocco) che

voleva parlare? et à queste parole non ci fu nessuna persona presente».

A voler giudicare la cosa secondo quel che sappiamo della natura

del Campanella, bisognerebbe senz'altro ritenerlo del tutto vera;

ma l'essersi verificata dopo un tormento di 36 ore, in quello stato

descrittoci dall'Atto che ne fu raccolto, riesce sorprendente in modo,

da potersi perfino accogliere l'opinione di chi dicesse procurata dal

Sances l'assertiva dell'aguzzino; intanto, deposta sotto giuramento

da una persona disinteressata, essa aveva ad ogni modo un valore

incontrastabile.

Ma non ostante siffatte prove ed indizii, la giurisprudenza del tempo

accordava al tormento una forza tale, da annullare tutte le altre prove

e «purgare gl'indizii»; e giacchè il tormento era stato gagliardo e non

ordinario, tanto più l'inquisito veniva a giovarsi dell'esito avuto,

secondo le dottrine de' criminalisti più in voga. Così il Campanella

dovea giuridicamente ritenersi pazzo, quantunque tutti fossero persuasi

che egli simulasse la pazzia. E la conseguenza nel tribunale di S.^{to}

Officio non era indifferente: come «relapso» egli anche pentito

avrebbe dovuto essere degradato e consegnato alla Curia secolare, che

l'avrebbe fatto morire; essendo pazzo, non poteva più patire condanna,

e laddove fosse stato già condannato dovevagli essere risparmiata la

pena di morte, sul riflesso che avrebbe potuto un giorno rinsavire e

pentirsi[262]. Non occorre dire quanto siffatto principio sia degno di

nota, per valutare giustamente la risoluzione che da Roma venne presa

più tardi intorno al Campanella.

Le copie di tutti questi Atti processuali erano inviate mano mano

a Roma, secondochè mostrano le note di tempo in tempo inserte nel

processo dal Notaro Prezioso: ma dopo tanto movimento si ebbe una

lunga fermata, sicuramente perchè i forti calori della stagione estiva

solevano tenere lontano da Napoli il Vescovo di Caserta, e poi più

tardi perchè la malattia la quale afflisse il Vicerè, e finì per trarlo

alla tomba, fece mancare un assiduo ed istancabile sollecitatore della

causa. Appena un solo altro Atto fu compiuto nel resto dell'anno, e con

molta fiacchezza, per un novello incidente sorto in questo tempo.

Il 2 agosto avveniva tra frati e laici carcerati una rissa, della

quale non si potrebbero in modo assoluto affermare le particolarità

precise, poichè fu seguita da fatti ne' quali dovè intervenire il

tribunale, e naturalmente ogni inquisito si fece a narrare le cose a

modo suo: ne diremo quanto si potè raccogliere intorno ad essa dalle

migliori testimonianze non soltanto degl'inquisiti ma anche degli

ufficiali del Castello. Quello spirito irrequieto di Felice Gagliardo

era stato dapprima in compagnia di Orazio S.^{ta} Croce nel Castello

dell'ovo per 17 mesi, ed ivi, oltre al mantenere corrispondenza co'

banditi delle vicinanze di Reggio, che stavano in relazioni col

padrigno suo Pietro Veronese, oltre al comporre prose e versi, un po'

per bizzarria un po' per bisogno si diede a coltivare la negromanzia:

il Castellano D. Melchiorre Mexia de Figueroa, che già l'avea fatto

rinchiudere in un criminale, avvertito da' carcerati, e tra questi

anche da Jacobo Moretto, che presso di lui si trovavano molte carte di

negromanzia e già molte altre dello stesso genere ne avea lacerate,

fece egli medesimo una ricerca e prese tutte le carte che trovò, delle

quali alcune trasmise a D. Giovanni Sances, altre tenne presso di

sè, altre lasciò prendere da Scipione Moccia Auditore del Castello.

Tradotto poi nel Castel nuovo, il Gagliardo venne posto in una medesima

camera con Orazio S.^{ta} Croce, con fra Paolo della Grotteria, fra

Giuseppe Bitonto e Giuseppe Grillo, di poi insieme col S.^{ta} Croce

passò a stare col Soldaniero, più tardi fu di nuovo allogato nella

camera in cui si trovavano fra Paolo e il Bitonto, e con essi il

Petrolo e fra Pietro Ponzio: naturalmente egli si strinse subito in

amicizia con fra Paolo, che sappiamo amatore di segreti e sortilegi, e

col Bitonto, che già conosceva e che si mostrò egualmente proclive a

questo genere di cose; un altro carcerato Cesare d'Azzia napoletano,

li aiutò grandemente ne' loro studî, prestando una copia manoscritta

della così detta Clavicola di Salomone, ancor oggi tenuta in onore

dagl'imbecilli che si occupano di divinazioni segnatamente pel giuoco

del lotto, inoltre un libro manoscritto di segreti, ricette, scongiuri

ed artifizii magici[263]. Il Gagliardo e il Bitonto si diedero subito

a trarre una copia di tali scritture, e s'intesero tra loro al punto,

che o per amicizia o piuttosto dietro qualche piccolo compenso, facile

ad assumere ogni maniera di responsabilità quasi bravando i rigori del

tribunale, il Gagliardo rilasciò al Bitonto una dichiarazione scritta

in presenza del Curato del Castello ed altri testimoni; con questa

affermava non esser vero quanto in processo leggevasi deposto da lui

contro il Bitonto, cioè che costui gli avea detto di stare in ordine

perchè presto vedrebbe succeder guerre, ma esservi stato falsamente

inserto da quelli che formarono il processo. Tali scritture, con altre

ancora, si conservavano in una cassa appartenente al Bitonto, e questa

cassa, non molto tempo prima dell'avvenimento che dobbiamo narrare,

fu portata dal Bitonto nella camera di fra Dionisio, ritenutane la

chiave in poter suo, pel motivo o pel pretesto che nella camera in

cui stava erasi verificato qualche furto. Ora appunto il 2 agosto fra

Pietro Ponzio disse al carceriere che facesse uscire il Gagliardo

dalla camera dove trovavasi in compagnia di loro frati, e gli suggerì

di allogarlo in un'altra camera in cui si trovava Camillo Adimari col

Marrapodi, Conia, Soldaniero e S.^{ta} Croce. L'Adimari uscito fuori

sulla loggetta del corridoio, se ne risentì, perchè già stavano troppi

letti in quella camera, e venne alle mani con fra Pietro il quale gli

diede uno schiaffo. Accorsero allora i laici da una parte e i frati

dall'altra, gli uni in difesa dell'Adimari e gli altri in difesa di fra

Pietro: segnatamente il Soldaniero, il S.^{ta} Croce e il Gagliardo, si

azzuffarono col Petrolo, col Bitonto ed inoltre con fra Dionisio uscito

dalla sua camera per quel rumore, avendo i frati «sarcene alle mani e

seggiolelle di paglia» (fascetti di legna da ardere e sedie comuni), e

servendosi i laici de' loro cinturoni di cuoio come allora si usavano.

I soldati del Castello e il carceriere intervennero e separarono i

contendenti, cacciandoli nelle rispettive camere; ma fra Dionisio fu

trovato ferito alla fronte, e dapprima disse che l'aveano ferito il

S.^{ta} Croce e il Gagliardo, poi, venuto nel Castello l'inframmettente

Padre Mendozza, disse a costui che l'avea ferito il Soldaniero.

Nella sera dello stesso giorno, da un lato il Soldaniero si presentò

al luogotenente del Castello D. Cristofaro de Moya, d'altro lato il

S.^{ta} Croce e nientemeno anche il Gagliardo si presentarono al

sergente Francesco Alarcon, dicendo che per servizio di Dio e di S.

M.^{tà} facessero fare una ricerca nella camera di fra Dionisio,

rovistando tutta la camera ed una cassa che là si trovava, perchè

sarebbero venute fuori «scritture e carte triste e prohibite»; e

quegli ufficiali, insieme con due soldati e col carceriere Martines,

si portarono a fare la ricerca non solo nella camera di fra Dionisio,

facendolo stare presente, ma anche nella camera degli altri frati e in

quella del Campanella. Presso fra Dionisio fu trovata qualche lettera

e segnatamente una lettera di un Sertorio del Buono da Fiumefreddo a

lui diretta; fu trovata inoltre la cassa di pioppo bianco ma senza la

chiave, e fattala trasportare alla camera del Castellano ed avuta la

chiave dal Bitonto, ne furono estratte le «carte di fattocchiarie»,

la dichiarazione rilasciata dal Gagliardo in favore del Bitonto ed

anche le scritture concernenti la persona di fra Dionisio nella

causa di eresia, vale a dire gli articoli del fiscale contro di

lui, gli articoli suoi in sua difesa, e dippiù una «Consideratione

dell'essamina et lettura del processo de pretensa rebellione». Presso

fra Pietro Ponzio fu trovato «dentro uno marzapane grande tondo»

(canestro tondo di vimini fornito di coverchio) un libretto di Poesie

rivestito di pergamena, «con zagarelle di seta pavonazze e rangiate»

per fermagli; erano le poesie del Campanella che fra Pietro si occupava

di raccogliere e divulgare. Presso gli altri frati la ricerca riuscì

infruttuosa, ed unicamente sotto il capezzale del letto del Gagliardo,

che stava con loro, furono trovate scritture di magia con circoli e

segni; ma più si sarebbe trovato se la ricerca fosse stata condotta con

maggior diligenza, e difatti più tardi ne vennero fuora altre carte di

sortilegi. Infine presso il Campanella fu trovata qualche altra cosa,

e ne lasciamo il racconto al sergente Alarcon che così si espresse

quando fu poi esaminato più tardi su tale incidente: «Andassemo ancora

à cercare la camera di frà Thomaso Campanella, et non vi trovai altro

eccetto che una lettera serrata, non mi ricordo à chi era diretta, et

perche lui stava malato in letto, ce stava un suo fratello dentro la

camera, non mi ricordo il nome, et il patre stava fuori la camera,

et mentre si faceva la cerca, se accorse lo tenente che il fratello

di Campanella era stato alla cancella, et entrò suspetto che non

havesse buttato alcuna cosa dala fenestra, et quando fummo à basso

al reveglino trà le due porte del Castello, trovassemo una scrittura

di diece ò dodici fogli in circa scritti, quali anco io pigliai è

portai al Sig.^r Castellano»[264]. Vedremo più tardi cosa fosse

questo scritto del Campanella: diremo intanto che il Castellano D.

Alonso de Mendozza, viste le carte, il giorno dopo ordinò che fossero

rinchiusi nel torrione del Castello, in due criminali separati, fra

Pietro Ponzio primo motore della rissa e fra Dionisio ritenuto autore

delle carte proibite; ordinò inoltre che tutte le carte trovate nella

ricerca fatta fossero portate al Vicerè dallo stesso luogotenente De

Moya. Con ogni probabilità allora appunto, nell'essere fra Dionisio

preso e tradotto al torrione, vennero trovate ancora nella camera di

costui quattro lettere di fra Pietro di Stilo, in data del 3 agosto,

scritte pochi momenti prima da fra Pietro a persone amiche e parenti

di Gio. Gregorio Prestinace. Ecco ora quanto accadde delle carte

portate al Vicerè, secondochè narrò il De Moya quando fu poi chiamato

a deporre: «Le fici portare... à sua Eccellenza del vicerè di questo

Regno, che stava alhora à chiaya alle case è giardino di Don Pietro

di toledo, et io proprio in nome di detto Sig.^r Alonso castellano le

consegnai al vicerè alla presentia di Don Pietro Castelletta Regente

di Cancellaria, è di Don Giovanni sanges de luna, dandoli conto

come si erano trovate è dove, et in particolare dissi che alcune di

quelle scritture erano state trovate dentro di una cassetta di detto

fra Dionisio pontio, et detto Don Pietro et Don Giovanni le veddero è

lessero, et alhora medemo il vicerè ordinò fussero date sicome foro

date al detto Sig.^r don Giovanni sanges de luna, il quale se le

pigliò in suo potere, e ben vero che tre à quattro di quelle carte

restorno in potere del vicerè, il quale ordinò che se notassero che

scritture fussero, et credo che don Giovanni le notasse, et quali

foro quelle che si pigliò il vicerè io non le so, è mi ricordo che

io ci viddi una carta nella quale era una mano pinta, ò fatta con la

penna et inchiostro, altro in particolare non mi ricordo, è poi io mi

licentiai dal vicerè et me n'andai»[265]. Probabilmente le scritture

che il Vicerè tenne presso di sè furono quelle di segreti, ricette

e sortilegi, le quali destavano curiosità: ad ogni modo doverono

certamente destare curiosità sopra tutte le altre quelle della difesa

di fra Dionisio nella causa di eresia, per le quali si potè avere una

notizia abbastanza precisa di detta causa. Riesce poi notevole che il

Vicerè non abbia fatto trasmettere al S.^{to} Officio le carte che

cadevano sotto il dominio di quel tribunale: è impossibile ammettere

che egli non vi avesse dato importanza, ma si può meglio ritenere

che egli non le abbia trasmesse per evitare un motivo di ulteriori

lungaggini. Invece se ne diè moltissima cura fra Dionisio, che non

quietò, finchè non venne ordinato di pigliare informazione su questa

faccenda delle scritture.

Non appena potè, fra Dionisio mandò al Vescovo di Caserta un memoriale,

supplicandolo di venire in Castello «per cose importantissime di

S.^{to} Officio»; e il 26 agosto, innanzi al Vicario Arcivescovile e

al Rev.^{do} Antonio Peri, trovandosi impedito il Nunzio ed assente il

Vescovo di Caserta, fu interrogato circa il memoriale mandato[266].

Egli disse che coloro i quali gli si erano esaminati contro, in

materia di eresia e di ribellione, avevano assaltato lui ed il germano

fra Pietro, l'avevano ferito alla fronte con effusione di sangue, e

poco dopo, fatta una ricerca nella sua camera, erano state trovate

scritture proibite in una cassa, la quale apparteneva al Bitonto,

che l'avea portata presso di lui perchè la conservasse; e ne' giorni

seguenti aveva visto quelle scritture in mano del Barrese, venuto in

Castello per dimandargli se fossero sue, e credeva che il Bitonto gli

avesse «fatto il tradimento» d'accordo col S.^{ta} Croce, Soldaniero

e Gagliardo, tanto più che fra Pietro, il quale si trovava, come egli

stesso, in un criminale, avea minacciato costoro di volerli denunziare

al S.^{to} Officio per cose gravissime. Chiese quindi che si pigliasse

informazione intorno a quelle scritture, che ne fossero gastigati gli

autori o possessori, che si desse a fra Pietro suo germano il modo di

poter presentare i capi di accusa contro que' suoi nemici, che fossero

costoro «separati e posti in clausura», tanto perchè potesse scovrirsi

la loro perversità, quanto perchè erano incorsi nella scomunica.

Dietro dimande, disse che avea conosciuto essere quelle scritture di

carattere del Gagliardo, aggiungendo che insieme con esse avea veduto

in mano al Barrese anche le sue scritture di difesa e i capi del fisco

in materia di S.^{to} Officio (così profittava dell'occasione, se pure

non l'aveva egli stesso provocata, per giustificare i suoi ritardi e

prender tempo ulteriormente): disse ancora che tutti e tre que' ribaldi

l'aveano percosso, ma il S.^{ta} Croce l'avea ferito, mostrando la

ferita, medicatagli «dal chirurgo del Castello nomine Scipione» di

cui non sapeva il cognome (Scipione Camardella). Diede l'elenco de'

testimoni, e dichiarò causa della rissa l'aver voluto fra Pietro Ponzio

discacciare dalla camera sua il Gagliardo «per alcuni furti et perche

haveva inteso che andava vendendo magarie»; aggiunse che la cassa del

Bitonto era stata solamente circa otto giorni in camera sua.--Verso lo

stesso tempo, Camillo Adimari sporse querela al Vicario Arcivescovile

contro fra Pietro Ponzio, perchè aveva insultato esso querelante

pacifico e quieto, e gli avea dato uno schiaffo in presenza della

maggior parte de' carcerati, onde chiedeva una diligente informazione

su questa insolenza e un provvedimento di giustizia. Naturalmente

fra Pietro non poteva starsene tranquillo, dovea rispondere alla

provocazione e già avea mostrato, per mezzo di fra Dionisio, che non

gli mancava la materia per la risposta. D'altra parte ancora, non

si saprebbe dire perchè, il Lauriana mandò al Rev.^{mo} Vicario un

memoriale, supplicando di essere riesaminato. Ma il tribunale non

si riscaldò menomamente, non diè segno di vita per tutto il resto

dell'anno, nè ripigliò poi le sedute senza una sollecitazione del

Card.^l di S.^{ta} Severina. Evidentemente le sollecitazioni efficaci

dalla parte del Governo di Napoli erano venute meno.

Come abbiamo avuta occasione di accennare, il Vicerè fu in questo

tempo afflitto da una malattia che lo condusse alla tomba. Fin dal

giugno erasi recato a Pozzuoli, con la speranza di guarire da certi

edemi che gli erano comparsi e che si dicevano «pienezza di carne»;

quindi era tornato a Napoli prendendo stanza a Chiaia. Ma a' primi

di settembre già susurravasi essere la malattia dell'intestino retto

e dover finire con una «fistola penetrante»; se ne indicava anche

la cagione, attribuendola alla intemperanza dell'infermo, per la

proclività ad accettare i banchetti offertigli continuamente da' Nobili

e forse graditi alla sua Signora più che a lui. I medici erano in

moto, e come faceva sapere il Residente Veneto al suo Governo, il 18

7bre ritenevasi ottenuto un miglioramento, per una medicina che «una

parte de' medici si era arrischiata a dargli dopo molti dispareri». Una

insignificante relazione sullo stato dell'infermo, con richiesta di

consiglio e rimedio, fu inviata dalla casa del Vicerè al dottor Diaz

a Pisa, e leggesi in quel grande emporio di notizie che è l'Archivio

di Firenze[267]: ma un medico di provincia, che abbiamo già avuta

occasione di nominare, Giacomo Bonaventura, predisse francamente

male, e questo esatto pronostico gli valse l'onore di esser chiamato

al servizio di Clemente VIII, avendo Gio. Geronimo Provenzale dovuto

recarsi all'Arcivescovado di Sorrento, che gli era stato concesso nel

1598 e che si godè fino al 1612[268]. Dopo di aver molto penato, «con

febbre, flusso, siero e fistola penetrante», il 19 ottobre il Vicerè

venne a morte; a 57 anni di età, dopo 57 giorni di malattia, come

notarono gli studiosi de' numeri di quel tempo, calcolando il principio

della malattia dal giorno in cui pel suo aggravamento si divulgò; essi

notarono ancora che a breve intervallo venne a morte anche il fratello

suo da lui tanto stimato, l'Arcivescovo di Taranto. Il Parrino ci ha

tramandato le notizie delle pompe funebri, con l'elenco de' distinti

personaggi che portarono sulle loro spalle la salma del Vicerè, tra

i quali Carlo Spinelli; così pure le lodi dell'estinto, il compianto

dei cittadini etc. etc. e questa volta bisogna dire che abbia ragione,

poichè dopo la condotta per lo meno scempiata del Conte Olivares

suo predecessore, la condotta del Conte di Lemos apparve tanto più

degna di encomio. Non mancarono a' canti delle vie, come già in certi

altri momenti del suo governo, le così dette pasquinate e i cartelli

infamatorii, sfogo abbastanza frequente e per lo più espresso in modi

goffi, ma che pure gioverebbe e non sarebbe sempre difficile conoscere

rovistando le antiche scritture: bisogna pertanto notare che p. es.

il Residente Veneto biasimò sempre tali manifestazioni contro il

Lemos, e talora con parole estremamente acerbe[269].--Successe come

Luogotenente generale D. Francesco de Castro secondogenito del Lemos,

il quale pure altra volta, in assenza del padre andato a Roma, avea

governato il Regno con lo stesso titolo. Già sappiamo che allora non

mancò d'insistere perchè il negozio de' frati avesse un termine, ma non

apparisce che avesse fatto sollecitazioni in questo periodo del suo

governo, avendo invece cominciato a farle molto più tardi.

Intanto i frati languivano già da un pezzo e continuarono a languire

nella più squallida miseria, circostanza da notarsi per comprendere

alcune delle poesie del Campanella, che a suo tempo dovremo passare a

rassegna. Una lettera del Nunzio, scritta fin dal 7 7bre al Provinciale

de' Domenicani di Calabria[270], ci fa sapere che da' conventi di

quella Provincia erano stati una volta mandati danari perchè fossero

distribuiti a' carcerati, ma che appunto il Campanella, il quale ne

avea «bisogno più che gli altri come malato, non hebbe nulla»; e

però il Nunzio aveva ordinato che fosse risarcito con la somma che

allora si diceva pronta per lo stesso oggetto, e che tutti i danari

rimanessero in mano di un corrispondente del Campanella in Napoli, il

quale l'avrebbe provveduto di quel che gli fosse occorso, ed avrebbe

badato, «sendo mentecatto», che non gli fossero rubati; aggiungeva

poi il Nunzio che di tempo in tempo avrebbero dovuto mandarsi altre

somme. Ma non apparisce che i danari, i quali si dicevano allora

pronti, fossero stati così presto disponibili; essi doveano passare per

varie mani e poteano per lo meno incagliare per via. Difatti vedremo

più in là che una somma di D.^{ti} 200 inviati da Calabria, con ogni

probabilità quella medesima per la quale avea scritto il Nunzio, ebbe

a patire la detta traversìa ed anche qualche cosa di peggio. Nè ci

mancano documenti da' quali si desume che i poveri carcerati, nel tempo

cui siamo pervenuti, doverono reclamare più volte a Roma e poi anche a

Napoli, perchè si provvedesse alle cose necessarie pel loro vitto.

IV. L'anno 1602 cominciò con una sollecitazione del Card.^l di S.^{ta}

Severina al Vescovo di Caserta, per la quale si vide presto cessata la

sospensione della causa[271]. Il 4 gennaio, a nome della Congregazione

de' Cardinali colleghi il S.^{ta} Severina scriveva che non si era

saputo più nulla intorno alla causa, che oramai per la morte del

Vescovo di Squillace, pel lungo tempo trascorso etc. non c'era nulla da

attendersi sulle informazioni commesse in quella diocesi, che infine

si voleva conoscere se fosse stato provvisto al vitto de' carcerati,

come più volte erasi da Roma ordinato a' loro superiori.--E gli 11

gennaio i carcerati dirigevano anch'essi un memoriale al Vescovo[272]

facendogli sapere che in quel giorno si era recato presso di loro lo

scrivano dell'Inquisizione (forse il Prezioso) per intendere i loro

bisogni, ma avea «dimostrato non troppa intentione di charità», e

quindi supplicavano che si provvedesse. Tutti i frati apposero la loro

firma a quel memoriale, ma pel Campanella l'appose il carceriere Alonso

Martines, e da ciò ben si rileva che egli continuava sempre a mostrarsi

pazzo.

Il 13 gennaio, innanzi al Vescovo di Caserta e al pro-Vicario

generale Curzio Palumbo, che a questo periodo del processo sostituì

definitivamente il Vaccari nell'assistenza alle sedute, fu esaminato

di nuovo fra Dionisio e gli fu dimandato se volesse dire altro,

poichè le risse e le inimicizie da lui deposte non erano materia di

S.^{to} Officio. Fra Dionisio rispose che aveva inteso deporre sulle

scritture trovate in camera sua e mostrategli dal Barrese, per le quali

voleva essere punito se mai fosse risultato colpevole. Aggiunse poi

che il Soldaniero, comunque scomunicato per averlo percosso, e già

prima scomunicato anche dal Vescovo di Tropea per violata immunità

ecclesiastica, non se n'era mai curato nè se ne curava, continuando

ad ascoltare la Messa nella Chiesa del Castello.--Certamente il

tribunale dovè allora rivolgersi a S. Eccellenza per avere le scritture

in quistione, giacchè poco oltre un mese dopo, per ordine di S.

Eccellenza, le scritture gli furono inviate: ma non credè di dover

ritardare per questo la spedizione della causa principale, non si curò

dell'avere fra Dionisio esposto che gli erano state tolte anche le

scritture di difesa e i capi del fisco, procedè agli atti ulteriori e

poco dopo abilitò, come allora si diceva, il Soldaniero ad uscire dal

carcere. Fra Dionisio ebbe a sentirsene gravemente offeso, e pensò

allora di rivolgersi al S.^{to} Officio di Roma, dal quale vedremo in

sèguito ordinato di procedere alla debita informazione sulla faccenda

delle scritture. Non meno ebbe a sentirsene offeso fra Pietro Ponzio,

il quale poco tempo prima avea potuto finalmente presentare i suoi capi

di accusa, una denunzia formale in materia di S.^{to} Officio contro i

laici intervenuti nella rissa e qualche loro aderente, tra gli altri

contro il Soldaniero. Entrambi i Ponzii erano stati tenuti quattro mesi

ne' criminali del torrione, e può intendersi facilmente come fossero

anche per questo divenuti furiosi.

Dobbiamo qui dire che nella stessa data, 13 gennaio 1602, fu iniziato

un processo secondario contro Orazio S.^{ta} Croce continuato poi

contro Felice Gagliardo, sulla base appunto della denunzia presentata

da fra Pietro Ponzio, la quale veramente, oltre il S.^{ta} Croce e il

Gagliardo comprendeva anche Giulio Soldaniero e un Ferrante Calderon

dottore spagnuolo del pari carcerato[273]. I lettori intenderanno che

riuscirebbe impossibile seguire tutti i particolari di questo processo,

condotto a sbalzi per due anni interi, senza intralciare orribilmente

la narrazione del processo principale ed anche correre il rischio di

non finirla più; ma non possiamo dispensarci dal darne alcuni cenni,

i quali veramente sono necessarii a chiarire certi fatti del processo

principale, senza contare che ci fanno apprendere come si passava la

vita nel Castel nuovo quando c'era il Campanella. La denunzia di fra

Pietro mandata al Card.^{le} Arcivescovo di Napoli, recava le seguenti

cose, illustrate ed ampliate poi nel corso del processo a questo modo:

1^o Contro il S.^{ta} Croce; che era un pubblico bestemmiatore e diceva

anche continuamente «santo diavolo» (esclamazione calabrese ancor oggi

comunissima); che giocando a dadi col carceriere avea detto «Dio, non

ti credo, se la prima volta ch'io giocarò con Martines non mi farai

uscire da questo Castello con un Crocifisso alle mani et un chiappo in

canna» (un laccio al collo per essere appiccato), e poi avea seguitato

a giocare col Martines; che avea detto essere «il diavolo assai più

potente di Dio, perchè Dio non aiuta gl'innocenti e il diavolo aiuta li

suoi vassalli li tristi»; che non dava alcun segno di devozione, non

andava a Messa nè recitava officio nè rosario, e ne' giorni solenni

era visitato da una certa Delia sua antica concubina, con la quale

stava di giorno e di notte, mangiava e giaceva in presenza anche de'

frati, ed essendogli stato ciò proibito avea proferita una laidissima

proposizione (la quale perciò sarà meglio non ripetere); che avea

ferito fra Dionisio nella rissa, e trovandosi scomunicato non se n'era

dato mai pensiero, anzi alle osservazioni fattegli avea risposto con

un proverbio calabrese, «meglio essere scomunicato che comunicato

all'imprescia» (comunicato in fretta). 2^o Contro il Gagliardo; che

era un pubblico mago e disegnava circoli con nomi di demonii, ed un

libro con circoli disegnati trovavasi nelle mani degli ufficiali del

Castello, anzi una volta un soldato con una gamba di legno, che stava

al Castello dell'ovo, venuto ad esigere danari da lui avea detto che

in quel Castello gli erano state trovate carte contro Dio; inoltre

che nel Castel nuovo un certo Marcantonio Buono calabrese veniva a

visitarlo per cose magiche, ed un giorno rimasti soli fecero insieme

suffumigi con zolfo «e una pignatella piena di mill'imbroglie», e

Geronimo Campanella entrando nella camera se n'uscì subito spaventato e

cacciato dal puzzo gridando che là «ci erano cento mila diavoli», che

in presenza de' carcerati si era vantato di rapporti carnali avuti con

la suocera e la sorella della suocera, dicendo che era più dolce avere

di tali rapporti con le parenti, e bene avea fatto Mosè a prescriverli;

che pubblicamente ritenevasi aver lui scritto col proprio sangue

una carta al diavolo donandogli anima e corpo; che era ladro, e in

tutte le sue azioni avea sempre mostrato poco timore di Dio. 3^o

Contro il Soldaniero; che da due anni scomunicato per Cedoloni affissi

alla Cattedrale di Tropea, e poi incorso nuovamente nella scomunica

per aver percosso sacerdoti _suadente diabolo_ non si era curato

dell'assoluzione, continuando a udir la Messa e conversare con tutti

_absque resipiscentia_. 4^o Contro il Calderon; che avendo chiesto

a fra Pietro su che si fondava il Campanella per sostenere prossimo

il dì del giudizio, ed avendo udite citazioni della scrittura e de'

Padri, e tra esse qualcuna di Esdra, si era lasciato dire essere Esdra

semplice storico e non profeta; che avendo udita la citazione di S.

Vincenzo Ferreri, cui Cristo aveva ordinato di predicare nell'occidente

la prossima ora del giudizio, come leggevasi nel Breviario, si era

lasciato dire queste essere ciarle fratesche per accrescere onore alla

religione; che discorrendo della fede ne' beati ed in noi viatori,

si era lasciato dire altro essere ciò che noi crediamo ed altro ciò

che quelli vedono, ed esservi differenza non solo nel principio e

nel mezzo, ma anche nelle conclusioni della fede; che infine si era

lasciato dire la fede vera procedere dall'esperienza e non dall'udito,

nè voler credere se non ciò che vedeva.

Co' criterii odierni non si potrebbe comprendere come mai fosse stato

tratto in iscena questo povero dottore; ma bisogna sapere che nelle

cose di S.^{to} Officio non si transigeva facilmente in quel tempo, ed

al contrario di quanto generalmente si ritiene, lungi dall'essere il

tribunale della fede mal tollerato, vi si accorreva molto volentieri,

come lo dimostrano le «spontanee comparse» contro la propria persona,

numerose al punto da far rimanere stupiti allorchè si esamina una

collezione di scritture di questo genere. Ad ogni modo sulla denunzia

suddetta di fra Pietro Ponzio, cui si aggiunse la querela di Camillo

Adimari contro fra Pietro per lo schiaffo che costui gli avea dato,

querela del resto malamente diretta al tribunale della fede e però

inutile, si diè principio al processo in quistione. Funzionarono

quali Giudici il Vescovo di Caserta, Curzio Palumbo ed Antonio Peri,

nella sola prima seduta; poi Curzio Palumbo e D. Manno Brundusio

Fundano, clerico, Segretario del Vescovo di Caserta, nella 2^a seduta

e in qualche altra[274]; più tardi funzionò il solo Curzio Palumbo

qual deputato speciale, e talvolta senza questo titolo, che anzi

in qualche decretazione figurò il Cardinale Arcivescovo Gesualdo, e

il nuovo Vicario generale Alessandro Graziano. Un notevole elenco

di testimoni fu dato da fra Pietro ed anche dall'Adimari, e questo

riesce di molta importanza per noi. Oltre i frati, D. Francesco

Castiglia, il carceriere Martines e il sottocarceriere Antonio Ettorres

(_sic_), vi figuravano pure Francesco Gentile, Geronimo e Gio. Pietro

Campanella, il Marrapodi, il Conia, l'Adimari medesimo (dato da fra

Pietro); Geronimo Baldaia, Marcello Salerno: il Notaro Prezioso, che

dovea farne la ricerca, scrisse i nomi di questi ultimi, eccetto

quello di Gio. Pietro Campanella forse per dimenticanza, e vi segnò

a lato il rispettivo domicilio, onde si legge, «Geronimo Campanella

è in Stignano, Geronimo Conia à Castellovetere, Camillo Adimari è

d'altomonte non si sà dove sia» etc; quanto a Francesco Gentile si

legge, «è stato carcerato e liberato, non se sape dove habita», e

poi, «à mezzo cannone alla banda de la fontana, sagliendo ad alto

passata la fontana» (una via di Napoli molto conosciuta). Raccomandando

all'attenzione de' lettori questa notizia sul Gentile di cui avremo

ad occuparci più in là, osserviamo per tutti i calabresi suddetti

che erano già liberi nel tempo in cui fu scritta dal Prezioso quella

lista, ed anche l'Adimari era libero, onde aggiungevasi quest'altro

motivo perchè la sua querela rimanesse abbandonata: il processo della

congiura era dunque finito per essi prosperamente, nè il S.^{to}

Officio avea posta l'_empara_ per quelli che aveva esaminati in materia

di fede, vale a dire Marrapodi, Conia, Adimari e d'altra parte Geronimo

Campanella, sicchè avea lasciato cadere le imputazioni dapprima accolte

contro di loro. Ma la data in cui fu scritta la lista del Prezioso non

è determinata; si può solamente dire che dovè essere scritta tra il

febbraio e l'aprile 1602, e però tale sarebbe la data approssimativa

del rilascio della maggior parte di que' carcerati, mentre sappiamo che

taluni di loro, come il Baldaia ed anche il Salerno, erano liberi da un

pezzo; difatti dobbiamo ritenere essere stata scritta la lista quando

trovavasi ancora in ufficio il Martines, che dal processo sappiamo aver

patita l'esonerazione in maggio, mentre poi il processo fu avviato

realmente nel mese di marzo, e continuato a riprese in luglio, agosto,

settembre e novembre. Dapprima, il 13 e 19 gennaio, fu esaminato fra

Pietro Ponzio per lo svolgimento della denunzia presentata; di poi

si attese fino al 6 marzo per esaminare il Soldaniero, il quale già

trovavasi fuori carcere e ad ogni modo pervenne a giustificarsi,

affermando che nella rissa si era limitato a dividere i contendenti, e

che in Tropea non era stato scomunicato lui ma un Camillo di Fiore al

quale egli era subordinato; inoltre il 7 e 19 marzo furono esaminati

quali testimoni fra Pietro di Stilo e il Petrolo, che confermarono

i fatti asserti nella denunzia, e gl'illustrarono fornendo tutti i

particolari sopra esposti. Si effettuò poco dopo la pace tra i Ponzii

e il S.^{ta} Croce, e costui, assolto dalle censure, venne quindi

esaminato intorno alla rissa (28 marzo), nella quale affermò aver presa

parte solo per dividere i contendenti, ed essere la ferita di fra

Dionisio imputabile non a lui ma al Soldaniero. Dopo questo esame il

processo rimase lungamente interrotto, nè venne ripigliato che scorsi

quattro altri mesi, nel luglio; dobbiamo dunque anche noi interromperne

l'esposizione.

Dicevamo che il tribunale non credè di dover ritardare la spedizione

della causa principale per qualsiasi motivo, e difatti il 19 gennaio

1602 ordinò che fosse condotto alla sua presenza fra Dionisio, e gli

assegnò un termine preciso e perentorio di altri 15 giorni per fare

qualunque difesa se volesse farne; e fra Dionisio espose che non

aveva Avvocato, e che gli occorreva la copia delle difese sin allora

fatte. Nel giorno medesimo tenne lo stesso procedimento col Petrolo,

col Lauriana, con fra Pietro di Stilo, con fra Paolo, col Bitonto,

chiamandoli in massa alla sua presenza, e non ricordando che fra

Pietro di Stilo aveva già da un pezzo rinunziato alle difese.--Ma il

26 gennaio fra Paolo e il Bitonto presentarono egualmente la loro

rinunzia e dimandarono di essere spediti secondo gli Atti del processo

che ritenevano legittimamente compilato, dicendosi poverissimi ed

innocentissimi, cruciati da lungo carcere «per _la tentata ribellione_

pretesa e figurata in aria, con riverenza, e per l'eresia»: lo stesso

poi fecero, il 29 gennaio, il Lauriana e il Petrolo, dicendosi del pari

innocenti, innocentissimi, cruciati da lungo carcere e l'ultimo di

loro anche da un lungo tormento. Il tribunale allora, il 31 gennaio,

citò questi frati compreso fra Pietro di Stilo, ed il loro Avvocato

Stinca e Procuratore Montella, perchè dopo di essere stata intimata

tale citazione venissero sulle 19 ore (verso mezzogiorno) alle case de'

Giudici, per dire ed allegare su' capi spettanti al S.^{to} Officio ciò

che volessero, tanto a voce che in iscritto, nel diritto e nel fatto; e

l'intimazione fu eseguita il 2 febbraio. Certamente non si potè fare lo

stesso con fra Dionisio, poichè bisognava prima fornirlo de' documenti

che gli mancavano e che egli aveva indicati al tribunale per poter

fare le sue difese; e così forse accadde di dover procurare dall'altro

tribunale la copia dell'esame di Cesare Pisano innanzi allo Sciarava,

copia che trovasi inserta nel processo tra gli Atti del tempo al quale

siamo giunti, senza saperne il motivo[275].

Deliberavasi intanto l'«abilitazione» del Soldaniero, e il 12 febbraio,

fattolo venire alla presenza de' Giudici nel palazzo del Nunzio,

lo si avvertì che dovea tenere per carcere la città di Napoli, in

guisa da non poterne partire senza licenza ottenuta da' Giudici in

iscritto, sotto pena di D.^i mille in beneficio del fisco apostolico;

e il Soldaniero si obbligò alla detta pena dando in garanzia tutti

i suoi beni, ed indicò qual suo domicilio l'alloggio di Lucrezia la

bottegaia alla Carità.--Ma i frati già avevano concertato di far

cadere interamente sopra di lui la responsabilità delle scritture di

sortilegio, e senza alcun dubbio si diedero premura di far accedere

anche Felice Gagliardo al loro disegno. Così, fin dal 2 febbraio, fra

Dionisio potè presentare al tribunale una Dichiarazione in questo

senso, scritta da Felice Gagliardo e da fra Giuseppe Bitonto, a' quali

si aggiunse inoltre fra Pietro di Stilo e fino ad un certo punto anche

il S.^{ta} Croce: costoro, più o meno, dichiaravano che alla loro

presenza, mentre stavano sulla loggetta del Castello e il Bitonto

portava la sua cassa nella camera di fra Dionisio, Giulio Soldaniero

lo avea pregato di conservargli certe sue scritture d'importanza, le

quali erano chiuse e suggellate, e il Bitonto per fargli servigio

aveva aperta la cassa e rinchiuse in essa quelle scritture[276]. Il

Gagliardo, che n'era stato per lo meno il copista insieme col Bitonto,

con la solita disinvoltura aggiunse nella dichiarazione sua che quando

il Soldaniero, dopo la rissa, fece istanza al luogotenente e sergente

del Castello perchè procedessero ad una ricerca di carte presso fra

Dionisio, disse a lui Gagliardo, «non dubitare, ch'io cilo carricata

(_int._ ce l'ho caricata) a fra Dionisio, et adesso sì che lo farò

bruggiare, perche quelli scritture che me vedesti porre in quella

cassa sono pieni di negromantie et d'invocatione di diavoli, et sarà

il complimento della sua rovina, et poco li gioveranno le defensione

sue ch'ha fatte». Quanto al Bitonto, si capisce che cadendo su lui la

responsabilità principale in questa faccenda, avea tutto l'interesse

di fare e di procurare che altri facessero simili dichiarazioni: fra

Pietro di Stilo poi vi si prestava gentilmente nell'interesse di tutti

i frati, e si vede bene che i comuni pericoli aveano in lui cancellata

ogni traccia della ripugnanza che avea sempre sentita per la persona di

fra Dionisio. A questi tre venne ad aggiungersi ancora Orazio S.^{ta}

Croce, il quale per altro attestò solamente di aver veduto il Bitonto

portare la sua cassa in camera di fra Dionisio e là deporla: con ogni

probabilità egli dovè rilasciare questa dichiarazione, del resto

veridica, a fine di cattivarsi i Ponzii co' quali gli premeva di far la

pace, che difatti fu segnata tra loro nel seguente mese e gli procurò

l'assoluzione dalla scomunica in cui era incorso. Fecero da testimoni

nell'anzidetta dichiarazione il Curato e il Sagrestano del Castello,

D. Gaspare d'Accetto e D. Francesco della Porta, inoltre il sergente

Alarcon e due altri: essi certificarono le firme de' dichiaranti, ma

solo quelle de' primi tre, la qual cosa dà motivo di ritenere che il

S.^{ta} Croce dovè intervenire più tardi.

E si ebbero finalmente le scritture che si aspettavano, verso il

20 febbraio. A questa data, secondochè si legge nella prima carta

del volume in cui quasi tutte furono riunite come allegati, D. Juan

Lezcano, segretario di S. Eccellenza, partecipò al Vescovo di Caserta

che S. E. aveva ordinato a D. Giovanni Sances di consegnare a S.

S.^{ia} R.^{ma} le scritture trovate nella cassa di fra Dionisio

Ponzio, ed insieme con esse una relazione di Marcello Barrese sul come

erano state trovate. Questa relazione o non fu fatta, o non rimase

nel processo, ciò che riesce più probabile; ma le scritture furono

consegnate tutte, per quanto è lecito giudicare dagli Atti processuali

che ne trattarono, comprese quelle trovate fuori la cassa, ed esclusa

soltanto la lettera trovata chiusa presso il Campanella, della quale

non si fece mai più parola. Alcune vennero senz'altro inserte tra gli

Atti, e queste furono: la lettera di Sertorio del Buono a fra Dionisio,

le quattro lettere di fra Pietro di Stilo a diversi, e la dichiarazione

di Felice Gagliardo a favore del Bitonto circa le cose che avea deposte

in materia di ribellione (ved. pag. 231); quest'ultima scrittura, se i

Giudici, e segnatamente il Nunzio, fossero stati più teneri del loro

dovere, avrebbe dovuto essere trasmessa al tribunale della congiura,

ma invece rimase nel processo dell'eresia. Tutte le altre scritture,

divise in due gruppi, vennero sottoposte al giudizio del P.^e Cherubino

Veronese Agostiniano, Teologo qualificatore della Curia Arcivescovile;

nel 1^o gruppo si contenevano quelle che sappiamo essere state

trovate nella camera di fra Dionisio e presso gli altri frati, e però

imputabili più o meno a' frati; nel 2^o gruppo si contenevano quelle

trovate presso il Gagliardo, secondochè rilevasi dal processo, e tale

distinzione, fatta sin da principio, mostrerebbe che ci dovè essere la

relazione del Barrese, quando le scritture furono consegnate. Vedremo

che al 2^o gruppo si aggiunse ancora un'altra scrittura, composta

dal medesimo Gagliardo nientemeno mentre il tribunale procedeva agli

esami su tale argomento; e poi si formò inoltre un 3^o gruppo con le

scritture appartenenti del pari al Gagliardo, trovate quando egli era

rinchiuso in Castello dell'ovo e consegnate più tardi dal Castellano D.

Melchiorre Mexia de Figueroa. Così il Padre Cherubino ebbe a fare tre

relazioni successive, le prime in data del 15 e del 17 marzo, e questa

con una aggiunta, la terza in data del 24 aprile; le scritture furono

messe insieme in un volume col titolo «Scritture o Segreti manoscritti

proibiti trovati nella cassa di fra Dionisio Ponzio in Castel nuovo

con le relazioni del Rev.^{do} Teologo sulle loro qualità», mentre

non tutte erano state trovate in Castel nuovo e nella cassa di fra

Dionisio, e già sapevasi che la cassa non apparteneva a fra Dionisio ma

al Bitonto.

Innanzi di procedere oltre, importa dar conto di tali scritture ed

anche della qualificazione espressa dal P.^e Cherubino su quelle

che egli ebbe ad esaminare. Cominciamo dalle scritture inserte

immediatamente tra gli atti del 4^o volume del processo, e dapprima

dalla lettera di Sertorio del Buono di Fiumefreddo in data del 9

luglio 1601[277]. Costui rilevasi un amico affettuosissimo di fra

Dionisio e del fratello Ferrante, dal quale avea pur allora ricevuto

canzonette spagnuole (anche Ferrante era virtuoso in poesia), e

promette una fede del Clero di Fiumefreddo in favore di fra Dionisio,

la quale difatti giunse e trovasi in questo volume del processo che

non brilla per l'ordine dato a' documenti in esso contenuti: spera

poi ardentemente la liberazione di tutti, manda un abbraccio al P.^e

fra Pietro «et all'amico», ricorda «la natività» e promette «alcuna

cosella»; sulla soprascritta si dice quella lettera «data in potere

della S.^{ra} Donna Ippolita cavaniglia al castel nuovo». Vedremo

che fu poi dichiarato essere appunto il Campanella l'amico, dal

quale il Del Buono si aspettava che consultasse l'oroscopo e desse

la natività di un suo figliuolo; e vuoi essere intanto notato il

nome di colei alla quale era raccomandata la lettera, D. Ippolita

Cavaniglia, pietosa Signora che troveremo esaltata nelle poesie del

Campanella come sua grande benefattrice, onde avremo ad occuparci

di lei debitamente.--Passiamo alle quattro lettere di fra Pietro di

Stilo[278]. Esse risultano scritte con la data del 3 agosto e dirette

tutte a Stilo, alla Sig.^{ra} Giulia Prestinace sorella di Gio.

Gregorio[279], alla Sig.^{ra} Porzia Vella suocera dello stesso, a

Suora Francesca Prestinace monaca di S.^{ta} Chiara altra sorella, ed

al P.^e Domenico Caristo vecchio frate ed amico comune. In sostanza,

più o meno, con parole coperte e sentenze curiose vi si ammonisce che

l'amico (Gio. Gregorio Prestinace) non si fidi nelle assicurazioni

del fratello, partito da Napoli credendo «di haver effettuato ogni

cosa à loro sodisfattione»; aspetti che la forgiudica sia tolta, la

qual cosa solamente il giudice Marc'Antonio di Ponte può sapere quando

accadrà, e non si piglino «viziche per lanterne» ma si ascoltino «li

consigli delli mal patiti»; e badi l'amico «che con vane speranze

se ne ritorni alla patria» e pensi che vi sono nemici «et massime

nci è illoco Giuda Scarioto» (forse Giulio Contestabile), e che nel

Castello «ci sono emoli... quali non cessano dalla loro anticha

perfidia» (certamente Geronimo di Francesco come fu poi dichiarato),

e finita ogni cosa ne darà avviso «et allora l'amico potrà far la sua

risolutione di appresentarsi». Contemporaneamente vi si dà speranza

di prossima fine della causa con buon esito, perchè il Campanella ha

vittoriosamente superato un grosso tormento e deve averne un altro, e

fra Dionisio pure dovrà averne un altro per le scritture di segreti

che si scoversero, ma un altro ne avrà anche il Petrolo, e su costui

non si può contare come su' due primi, e però bisogna stare a vedere:

questi concetti che esprimono i giudizii, le speranze e i timori, senza

dubbio divisi dallo stesso Campanella, meritano di essere testualmente

conosciuti. Fiero del suo fra Tommaso per l'ottima prova da lui data,

alla Sig.^{ra} Giulia fra Pietro dice: «Campanella hebbe quaranta

hore di tormento chiamato viglia, che fè stupir il mondo, et basta la

fè più di un lione scatinato, et speramo haver purgato le cose della

inquisitione; adesso aspetta un altro tormento di polledro chiamato,

pessimo tormento, quale sostenuto Campanella serà assoluto da ogni

cosa, per tanto vidiamo (_int._ aspettiamo a vedere) questo fine, de

più si hà di tormentare frà Dionisio per li secreti adesso si sebbero

(_int._ le scritture di secreti che adesso si seppero) et si scoversero

per vere, et si à questi dui non temeti come huomeni di honore, che

diremo di fra Domenico di Stignano, quale rovinò tutta questa causa,

quale harà di avere uno grave tormento?» E alla Sig.^{ra} Porzia:

«Campanella dopò lo tormento di quaranta ore, sostenuto valorosamente

come leone, si dice per verissimo che in materia di ribellione lui et

frà Dionisio haranno à esser tormentati un'altra volta et assoluti da

ogni male, al che non dovemo certo dubbitare, lo dubbio è che ha di

esser tormentato frà Domenico petrolo, rovina della causa si bene si hà

ritrattato, et per questo hà di esser tormentato, et per l'esperienza

fatta non li dovemo haver credito». E a suora Francesca: «Campanella...

queste settimane passate sostentò uno horribile tormento di quaranta

ore non senza grande honor suo et bene quanto alla inquisitione; ben

presto per materia di ribellione harà un altro pochetto di tormento

insieme con frà Dionisio, quali dopò questo tormento saranno liberi

et assoluti omnino da tutte le cose pretenze, et di questo non teneti

dubbio; lo dubbio è che hà di esser tormentato frà Domenico petrolo

di stignano, del quale la persona può dubitare et deve assai per la

sua mala riuscita et pazzia, ma più tosto viltà che iniquità». E si

adopera sempre a confortare ognuno, ed appunto a suora Francesca, dopo

di avere con delicata attenuazione parlato del «pochetto di tormento»

da doversi sostenere da' due principali inquisiti, scherzosamente

dice che al suo ritorno le darà gran penitenza, perchè non ha pregato

Dio per lui: confortatore egli che avrebbe pure avuto bisogno di

conforto, quantunque ignaro che un tormento era riserbato del pari

alla persona sua, questo frate dabbene non può non destare la più viva

simpatia. Pertanto interessa notare que' suoi giudizii sul Petrolo,

giudizii assolutamente confidenziali e quindi schietti: il Petrolo

è dichiarato da lui non già inventore delle cose di ribellione, ma

uomo di mala riuscita e di niuno accorgimento, vigliacco piuttosto

che iniquo.--Circa la dichiarazione rilasciata da Felice Gagliardo

in favore del Bitonto abbiamo poco da dire: essa risulta scritta in

data del 5 giugno 1601, ed oltre la firma del dichiarante reca quella,

scioccamente vergata, del Curato del Castello, ed anche quelle de'

due clerici assistenti la Chiesa. Come abbiamo già esposto altrove,

il Gagliardo con essa negava di aver detto ciò che trovavasi da lui

deposto contro il Bitonto in materia di ribellione: ed afferma che

è falsità «falsamente posta, con reverenza, da quelli che faceano il

processo»!

Veniamo alle scritture costituenti il volume di allegati e qualificate

dal P.^e Cherubino. Cominciando da quelle del 1^o gruppo appartenenti

a' frati o attribuite a' frati, si ha in primo luogo la così detta

Clavicola di Salomone in molti fogli e con la seguente nota: «fatta

experientia per il Re di franza, per il Gran Duca di fiorenza et altri

Signori, et hoggi in questo Regno un solo la tiene et il Prencipe di

Conca sta dando opera di far tal arte»[280]. Il carattere di tale

scrittura non è da per tutto uniforme, sia per essere stata copiata

in più volte, sia per essere stata copiata da diversi individui:

vedremo che il S.^{ta} Croce, molto competente, la disse di mano del

Gagliardo, ma costui la disse in parte di mano sua e in parte di mano

del Bitonto, avendo entrambi alternatamente lavorato per quella copia,

e così confermò pure in punto di morte, aggiungendo che ne aveano avuto

l'originale da Cesare d'Azzia egualmente carcerato, ed aveano data

quella copia a fra Dionisio perchè la conservasse nella camera sua,

dove poi fu trovata. Il P.^e Cherubino, nel qualificarla, riconosce che

è una copia, e rammenta che nell'Indice Romano allora stampato essa

è notata nella prima classe delle opere proibite di autori incerti,

risultando dichiarati veementemente sospetti di eresia coloro che la

leggono, la posseggono e si servono delle cose in essa contenute, e

formalmente eretici coloro che credono vere le cose in essa insegnate.

Si hanno poi diverse scritture di minor mole che recano quasi sempre

scongiuri, per trovare un tesoro, per rintracciare un furto, per

avere uno spirito in forma di cavallo, per rendersi invisibile etc.

etc. sovente tratti dalla Clavicola di Salomone; per taluna di esse

potrebbe dirsi che sia stata copiata dal Bitonto, ma generalmente il

carattere è quello del Gagliardo, e il P.^e Cherubino appone ad ognuna

il «sapit haeresim manifeste». Inoltre si ha un opuscoletto sulla

musica evidentemente di mano del Pizzoni, rimasto in potere di qualcuno

de' frati[281]. Ancora un grosso fascicolo con moltissime ricette e

«percantazioni» curiose; per non far dormire alcuni, per non esser

preso, per far divenire zoppo un cavallo, per indurre discordia, per

sciogliere un ligato o per chi non potesse stare con la moglie etc.,

tutto di mano del Gagliardo e qualificato dal P.^e Cherubino nel solito

modo; alla fine poi di questo fascicolo si trova una poesia in dialetto

calabrese distinta in due parti col titolo di «Amorosa» e «Partenza»,

di mano del Gagliardo e con ogni probabilità di sua composizione, non

vista o non curata dal Notaro e dal P.^e Cherubino. Sono 24 stanze,

alcune sufficientemente belle, e gioverà riportarne un saggio per

conoscere le qualità dell'autore. Dell'«Amorosa» scegliamo le seguenti:

«Quandu ti viju a sa fenestra stari

mi pari in celu un Angela vidiri

e poi mu ti viju amacciari[282]

mi piglu pena affannu e dispiaciri

ca chi raggiuni non mi voi parlari

chi ti haiju fattu lu vorria sapiri

poi ca lu mancu non mi voi guardari

fingi chi _non_ mi vidi e non fuijri[283].

Volsi provari lu luntanu stari

forsi di menti mi potevi usciri

l'amuri a autra banda volsi dari

e ijri arrassu per non ti vidiri

st'afflittu cori dissi nun lu fari

non ti scordari di lu ben serviri

mill'anni mi paria lu riturnari

cara patruna mia per ti vidiri.

Si vidi un'ursa in silva tetra et scura

aspra silvaggia, mansueta fari

si vidi un scogliu et una petra dura

spissu cadendu l'acqua arrimollari

e vui chi siti humana creatura

non vi potiti cu piantu placari

eccu chi siti ingrata di natura

essendo amata non voliti amari».

E queste altre della «Partenza»:

«Cori mi partu e mi ndi vogliu ijri

restati in guardia dilu miu sustegnu

e di lu pettu so mai ti partiri

ch'in cambiu la sua imagini mi tegnu

avisami per via dili suspiri

si illa ti tratta cu amuri o cu sdegnu

e si canusci chi mi ha da tradiri

ijetta un suspiru chi subbito vegnu.

Gula d'argentu cinta di ligustri

pettu chi si la bianca nivi equali

bucca suavi chi parlando mustri

vivi rubini e perni orientali

occhi sireni più di un suli lustri

. . . . . . . . . . . . . .»

Ma ciò basta per mostrarci l'ingegno e la fantasia del Gagliardo.

Finalmente tra le scritture di questo gruppo si ha un libretto

coperto di pergamena, contenente le poesie raccolte da fra Pietro

Ponzio, composte dal Campanella: esse si veggono, con un principio

di dedica, indirizzate da fra Pietro al Sig.^r Francesco Gentile

patrizio genovese, e ci dànno un quadro de' pensieri, delle azioni,

della vita intima del Campanella nel carcere fino al 2 agosto 1601,

vale a dire fino a 2 mesi dopo la veglia, laonde meritano di essere

diligentemente considerate ed illustrate; noi l'abbiamo già fatto in

parte e seguiteremo a farlo più in là, limitandoci per ora a notare

che il P.^e Cherubino le qualificò in latino ed italiano «Carmina in

laudem et improperium multorum, ad amorem alliciendum; in quibus sunt

multa quae videntur sapere idolatriam. Scrive a la donna da lui amata

chiamandola Sommo bene. Dicteria multa, quae videntur sapere libellum

infamatorium». Decisamente il P.^e Cherubino era disposto a trovarvi

il peggio possibile. Dobbiamo poi aggiungere che in questo gruppo di

scritture si sarebbe dovuto avere anche quella trovata nel reveglino

del Castello, sotto la finestra del carcere del filosofo, gettatavi

dal fratello Gio. Pietro al momento in cui venivano gli ufficiali in

cerca di scritture; ma essa non vi si trova, non essendo stata aggiunta

alle altre inviate al P.^e Cherubino e nemmeno inserta puramente e

semplicemente nel processo, mentre senza dubbio fu dal Sances trasmessa

a' Giudici del tribunale di eresia, nelle cui mani si trovava il 6

marzo 1602, quando fu esaminato il sergente Alarcon! La scomparsa di

questa scrittura merita di esser notata, ma non si può interpretrarla

in modo plausibile, se non ammettendo in qualcuno de' Giudici, o de'

loro auditori e segretarii, il gusto di possedere un'opera filosofica

del Campanella, giacchè con la scorta dell'unico cenno datone

nell'esaminare l'Alarcon si rileva che tale era detta scrittura.

Vedremo infatti tra poco registrato in questo esame che essa, composta

di 32 fogli, in carattere minuto e senza coperta, cominciava con le

parole «Per che teco menare la vita non posso», e finiva con le altre,

«ma che ne fece poi voi lo sapete»; donde si rileva che trattavasi

delle due prime parti dell'_Epilogo_ di filosofia, edito poi in latino

dall'Adami nel 1623 col titolo di _Philosophia realis epilogistica_;

e ci rimangono tuttora due copie manoscritte, nelle quali si leggono

appunto le dette parole, ma di ciò parleremo più opportunamente in

altro luogo di questa narrazione. Qui vogliamo soltanto notare che se

i Giudici avessero avuto un vivo sentimento del proprio dovere, senza

dubbio si sarebbero guardati dal lasciar perdere una scrittura, nella

quale fin da' primi versi e da' primi capitoli si trattava di Dio, di

Dio creatore e della Provvidenza Divina, mentre il Campanella era stato

incolpato di ateismo oltrechè di eresia: d'altra parte dobbiamo notare

che il Sances e il Governo Vicereale, nelle cui mani venne dapprima la

detta scrittura, ebbero sicuramente ad avvertire che il Campanella era

tutt'altro che pazzo, mentre si trovava occupato in un'opera simile.

Ben poco ci tratterranno le scritture del 2^o gruppo, appartenenti

esclusivamente al Gagliardo presso cui furono rinvenute. Una sola, in

lingua latina, rappresenta una breve consultazione o meglio istruzione

di un dottore intorno al valore giuridico della tortura, che è

dichiarato potentissimo con l'autorità di Alberico e di Farinacio

e con l'appoggio di qualche caso pratico atto a far vedere che la

tortura immoderata, riuscendo negativa, giova sempre anche al delitto

principale malgrado la protesta del _citra prejudicium probatorum_,

poichè il Giudice rimane obbligato a punirlo con pene miti: vedremo

poi come il Gagliardo profittò moltissimo di tale istruzione. Le

rimanenti scritture, quasi sempre di una sola carta ognuna ed anche

costituite da piccole cartoline, mostrano talora semplici ricette e

disegni astrologici, talora segreti e sortilegi. Vi sono ricette per

fare lo stagno, la tintura d'oro, un'acqua mirabile per la vista; vi

sono figure di circoli e pianeti, e il P.^e Cherubino per queste come

per la scrittura precedente dichiara «nihil contrà fidem». Vi sono

d'altra parte segreti molto spesso _ad amorem_, con oscenità da non

potersi ripetere, scongiuri, evocazioni, divinazioni; una scrittura

tra le altre reca il disegno di una mano a grandezza naturale, in più

punti della quale son segnate certe parole, e qua e là, invocazioni di

demonii, abuso di nomi sacri etc.; per tutte queste scritture il P.^e

Cherubino dice «sapiunt haeresim manifeste». Tali furono le scritture

dapprima raccolte, alle quali altre se ne aggiunsero ma un po' più

tardi.

Ripigliamo ora la narrazione dello svolgimento ulteriore del processo.

Il 1^o marzo 1602 il Card.^l di S.^{ta} Severina scriveva al Vescovo

di Caserta[284], che avendo fra Dionisio presentato memoriale, con cui

esponeva essergli state tolte dagli ufficiali Regii le scritture della

sua causa, ed essere state trovate in camera sua scritture cattive

appartenenti al Bitonto, delle quali doveva rispondere il Bitonto e

non esso fra Dionisio, S. S.^{tà} avea ordinato che si procurasse

di ricuperare le scritture delle cause di S.^{to} Officio, e che si

pigliasse la debita informazione contro il Bitonto od altri colpevoli

per quelle scritture che risultassero cattive. In verità, come abbiam

visto, il tribunale avea già procurato di ricuperare quelle scritture,

ed anzi le avea ricuperate fin dal 20 febbraio: solo non si era dato

pensiero di restituire a fra Dionisio le scritture della causa, nè

glie le restituì fino a quando non ebbe ad esaminarlo sull'incidente.

Ma dietro l'ordine venuto da Roma, procedè subito all'informazione

prescritta, e dal 6 marzo al 1^o maggio esaurì gli esami sulle

scritture già raccolte e su qualche altra ancora presentata durante

l'informazione; al tempo medesimo non lasciò di provvedere intorno alle

ultime difese che avea da fare fra Dionisio nella causa principale,

tollerando che il termine accordatogli fosse già scaduto. Diremo

dapprima dell'informazione presa sopra le scritture.

Il 6 e 7 marzo, e poi il 19 il 21 e 22 dello stesso mese, quasi sempre

innanzi al Vescovo di Caserta, al Vicario Curzio Palumbo e all'Auditore

Peri, si venne agli esami de' testimoni e degl'interessati. Nella prima

seduta del 6 marzo, si cominciò dall'interrogare il sergente Francisco

Alarcon[285], il quale narrò minutamente la causa ed i particolari

della ricerca fatta dal tenente del Castello e da lui nelle camere

di fra Dionisio, di ira Pietro Ponzio e del Campanella; parlò in

generale di scritture trovate all'aperto, presso fra Dionisio e presso

fra Pietro, e della cassa di pioppo che ne conteneva altre, le quali

poterono prendersi dal Castellano dopo di avere avuta la chiave da un

altro frate, a cui, secondo fra Dionisio, quella cassa apparteneva.

Disse che tutte le scritture furono portate al Castellano e da costui

trasmesse al Vicerè Conte de Lemos bona memoria, che egli non aveva

nemmeno viste le scritture trovate dentro la cassa, ed aggiunse, «se

io vedesse quella scrittura ritrovata al reveglino trà le due porte,

menata, per quanto si potte sospettare da me et dal tenente, dal

fratello di frà thomaso, la riconosceria, l'altre non mi confideria di

conoscerle»; aggiunse ancora che, dopo la pacificazione di fra Dionisio

col S.^{ta} Croce e col Gagliardo dentro la Chiesa del Castello innanzi

al P.^e Cura chiamato D. Gaspare d'Accetto, egli come testimone avea

sottoscritta una carta nella quale si dichiarava che fra Dionisio

non avea colpa in quella faccenda delle scritture. E mostratagli la

scrittura di 32 fogli che cominciava con le parole «Per che teco

menare la vita non posso», e finiva con le altre «ma che ne fece poi

voi lo sapete», disse, «questa mi pare la scrittura che fù trovata al

reveglino trà le due porte, che risponde ala fenestra dela carcere del

Campanella, che si sospettò che fusse stata buttata dal fratello del

Campanella, et mi pare alla lettera minuta, è che non ci era coperta,

però quello che si contenga in detta scrittura non lo sò perche non

lhò letta».--Si passò quindi all'esame di fra Pietro di Stilo[286]

e mostrategli le 4 lettere che gli appartenevano, disse che erano

state scritte di sua mano nella camera di fra Dionisio ma non ancora

mandate, e riteneva essere state prese con le altre scritture. Dietro

dimande spiegò che l'amico del quale si parlava in quelle lettere,

raccomandando che si guardasse dall'essere pigliato, era Gio. Gregorio

Prestinace, fratello di Suor Francesca e della Sig.^{ra} Giulia, e

genero della Sig.^{ra} Porzia Vella; che non sapeva «la causa di che

era inquisito e lo vero negocio», ma da carcerati suoi compatriotti

aveva udito «che lo detto Gio. Gregorio si era appartato per la causa

dela ribellione» (sempre nell'atteggiamento d'ignorante e d'ingenuo);

che costui gli era amico ed anche parente, ed avea scritto con tanto

calore avendo udito che Geronimo Francesco, pur suo parente e parente

di Gio. Gregorio, «procurava farlo pigliare ò vivo ò morto, perche li

era inimico, et di ciò ne havea dato memoriale al vicere del Regno,

et lhavea trattato lo fratello di Giulio contestabile, li quali tutti

erano inimici del detto» (studiata confusione di due periodi diversi, e

diffidenza non cessata mai; nominato il fratello di Giulio, invece di

Giulio Contestabile, per riguardi facili ad intendersi). Dimandato se

il Prestinace praticava col Campanella nel convento di Stilo e se mai

il Campanella avesse parlato di cose appartenenti alla fede in presenza

di esso deponente, rispose che Gio. Gregorio vi praticava e conversava

come gli altri, e pel resto si rimise a quanto ne avea detto negli

esami anteriori. Dimandato inoltre su' segreti de' quali avea parlato

nella lettera alla Sig.^{ra} Giulia Prestinace rispose, «sono secreti

di taverna, che ogni uno che viene porta novelle di quello che sente,

è le dicono quà in castello, et non so veri, et di questi secreti

io scriveva» (accorta confusione di cose per non dare spiegazioni

compromettenti).--Venne poi la volta di fra Dionisio[287]. Egli disse

che teneva le scritture, le quali gli furono trovate, in parte nelle

sue tasche, in parte sotto la materassa, ma le scritture della causa

erano state a sua dimanda poste nella cassa allorchè il Bitonto glie la

portò in camera; e soggiunse essersi oramai scoverto che il Soldaniero,

suo nemicissimo, avea date le scritture proibite al Bitonto per farle

trovare nella camera sua, e presentò le dichiarazioni rilasciatene dal

Gagliardo, dal Bitonto, da fra Pietro di Stilo e dal S.^{ta} Croce.

Disse non aver viste le scritture proibite se non in mano del Barrese,

poichè la cassa in cui si trovavano fu portata chiusa al Castellano, e

le scritture tolte da essa furono poi date a D. Gio. Sances e quindi

portate in Castello dal Barrese, il quale glie le mostrò e voleva

esaminarlo sopra di esse. Presentategli alcune scritture (quelle

del 1^o gruppo, escluse le poesie trovate a fra Pietro Ponzio), le

riconobbe di mano del Gagliardo, ed una sola di esse, quella sulla

musica, di mano del Pizzoni; riconobbe anche le scritture della sua

causa, ed invitato poi a dare spiegazioni sulla lettera di Sertorio

del Buono e massime sulla «natività» che costui gli chiedeva, rispose:

«mi scriveva che io mi ricordasse dela natività di un suo figliolo, la

quale mi cercò che lhavesse fatta fare da frà Thomaso Campanella che

havea inteso che si delettava di queste cose, et me la cercò quando fù

in napoli l'anno santo del 1600 dopò pasqua che tornò da Roma, et io

per darli parole le dissi che fra thomaso non stava in cervello, et che

si mai stesse in cervello ce lhaveria fatta fare, si ben io non so che

frà thomaso ne sappia fare, è sò certo che non ne sape fare, si ben lui

diceva de sì, et cosi passa lo fatto di questa natività, perche io non

so fare tal cosa». Nel rimandarlo, i Giudici ordinarono che gli fossero

restituite le scritture della causa.--Il giorno seguente (7 marzo) fu

esaminato fra Giuseppe Bitonto. Egli disse che non aveva mai posseduto

scritture ma solo qualche lettera, e con un poco di biancheria la

teneva in una cassa, la quale portò presso fra Dionisio, perchè nella

camera di costui, che stava solo, poteva essere meglio custodita; che

mentre portava detta cassa, Giulio Soldaniero lo pregò di conservargli

in essa un pacco di carte legato e suggellato con pasta od ostia,

dicendo essere un suo processo che gl'importava più di 1000 o 1500

ducati, presenti fra Pietro di Stilo, il Gagliardo ed altri; che fra

Dionisio volle pure conservare in detta cassa certi scritti concernenti

la sua difesa. Dietro dimande poi narrò come la cassa fu presa dagli

ufficiali del Castello, esponendo la rissa nella quale il Soldaniero,

il Gagliardo e il S.^{ta} Croce vennero contro di loro frati «et li

maltrattorno assai, con pugni, et con lo stregneturo (stringitoio,

cinturone) et roppero la testa à frà Dionisio», la ricerca di scritture

proibite fatta ad istanza de' tre sopramenzionati, come gli fu riferito

da molti «et in particolare da Scipione medico di questo Castello» (già

nominato anche da fra Dionisio altra volta), e quindi la presa della

cassa che gli fu più tardi restituita. Aggiunse di aver poi saputo che

in detta cassa erano state trovate «la Clavicola di Salomone et altre

cose di magarie», le quali il Gagliardo gli avea confessato esser sue,

ed averlo saputo dal Marrapodi e dal Conia, i quali gli dissero che

avendo fatta quistione tra loro il Soldaniero e il Gagliardo, costui

gli rinfacciava di aver dovuto fare questo tradimento a' frati per

servir lui, oltrechè il Gagliardo medesimo avea loro detto che era

stato fatto concerto di porre le dette scritture sotto il capezzale

del letto di fra Dionisio, ma poi aveano potuto riporle nella cassa

(un mucchio di menzogne e una doppiezza veramente fratesca). Infine

citò anche la dichiarazione rilasciata dal Gagliardo su tale proposito

(ma nella dichiarazione il Gagliardo non diceva che quelle scritture

fossero sue proprie). I Giudici vollero allora che riconoscesse dette

scritture, e mostratagli la copia della Clavicola di Salomone, disse

che «alli sigilli di pasta» che recava quella scrittura gli pareva

essere l'involto datogli dal Soldaniero; e richiesto delle qualità del

Gagliardo e della causa per cui si trovava in carcere, disse che era di

mala coscienza, ladro, bestemmiatore, odiato da' suoi parenti medesimi,

i quali l'aveano fatto carcerare ed aveano detto ad esso deponente che

si era dato al demonio mercè una carta scritta col proprio sangue,

e si trovava poi carcerato in Napoli per conto della ribellione;

aggiunse che essendo stato durante un anno in Castello dell'ovo, il

Castellano di quel tempo, a nome Figueroa, avea pure trovato presso

di lui scritture sortileghe, come si era saputo da un soldato di

detto Castello con la gamba di legno a nome Navarro, che era venuto a

riscuotere da lui certo danaro per un letto datogli in fitto, ed avea

detto di volerlo accusare per quelle scritture. Dopo ciò riconobbe

che la Clavicola di Salomone era di mano del Gagliardo, e così pure

tutte le altre scritture sortileghe a misura che gli furono mostrate

(quelle del 1^o gruppo) insieme con la poesia «materno idiomate in

octava rima»; riconobbe che il trattatello di musica era di mano del

quondam Pizzoni «quale si delettava di musica et ne sapeva molto»; e

richiesto se nella camera sua fossero state trovate scritture, disse

che alcune furono trovate sotto il capezzale del letto del Gagliardo,

altre in un canestro tondo appartenente a fra Pietro Ponzio, ma più

tardi, nell'accomodare il letto comune ad esso deponente e a fra

Paolo, trovarono entrambi «un libro stampato grande, in quarto foglio,

di astrologia, con molti caratteri, et un pezzo di carta dentro, nel

quale erano scritti secreti contra la corda con nomi di demonii, et

ci era il nome di felice gagliardo, et questo libro e foglio, overo

pezzo di carta, restorno in potere di fra Pietro Pontio». Infine gli fu

mostrato anche il libretto di poesie «lingua paterna» (le poesie del

Campanella), e riconobbe che era di mano del suddetto fra Pietro.

Il 19 marzo, con un ritardo verosimilmente prodotto dalla necessità di

trovare il Figueroa e il Navarro, vennero esaminati Felice Gagliardo

e fra Pietro Ponzio. Il Gagliardo disse essere stato carcerato in

Castelvetere per un colpo di fucile tirato in rissa ad un suo cognato,

e poi essere stato tradotto in Napoli per la causa della ribellione,

dopochè Cesare Pisano, venuto nelle stesse carceri di Castelvetere

e quivi visitato da fra Dionisio e dal Campanella, lo avea nominato

in tortura qual complice nella detta ribellione. Chiesero allora i

Giudici di che aveano parlato al Pisano il Campanella e fra Dionisio;

ed egli rispose che aveano parlato segretamente, e non ne sapeva nulla,

ma che fra Dionisio gli aveva poi detto che avesse dato credito a

quanto gli diceva Cesare Pisano, e soggiunse, «io credo che mi volesse

significare che havesse credito à quello mi diceva detto Cesare à

prestarli dinari, di che ne hò fatto fede à detto frà Dionisio»

(ben si vede che rilasciava fedi senza difficoltà, e senza nemmeno

curarsi delle contradizioni in materie tanto gravi). Dietro altre

dimande disse che de' frati avea conosciuto solo il Bitonto venuto a

predicare in Condeianni; e fattagli l'obiezione, come mai, non avendo

prima conosciuto nè visto fra Dionisio, costui avesse potuto dirgli

che prestasse danaro a Cesare Pisano, rispose, «lo detto Cesare havea

detto che io era felice gagliardo gentilhomo di hierace, et cossì detto

fra Dionisio me disse quelle parole»! Ma infine si venne alla faccenda

delle scritture, e dietro varie dimande rispose, che ciascuno de'

frati carcerati, co' quali si trovava di camera, aveva una cassa, ma

egli non aveva nè cassa, nè scritture, nè libri, e solamente qualche

lettera; che in luglio «perchè in detta camera ci entrava ogn'uno et

non so che si perdío,... frà Paolo portò la sua cassa alla camera di

Geronimo Campanella patre di frà thomaso Campanella, e frà Gioseppe

(Bitonto) portò la sua cassa in camera di fra Dionisio pontio»; che il

Soldaniero diede allora al Bitonto un involto di scritture sigillate

perchè glie lo conservasse, ed egli non sapeva che scritture fossero,

ma poi il Soldaniero gli avea detto che erano scritture proibite, senza

manifestargli altri particolari sopra di esse, e che le avea fatte

trovare in camera di fra Dionisio per rovinarlo, ond'egli ne avea

rilasciata una fede, alla quale si rimetteva. Mostratagli questa fede,

la ratificò, negando di sapere che specie di scritture fossero state

trovate nella cassa. Chiesero allora i Giudici se il Pisano avesse

parlato con lui di cose ereticali e se egli ne avesse fatta denunzia

a' superiori come era obbligato; ed egli rispose che il Pisano ne avea

parlato anche in presenza dell'Adimari, del Conia e del Marrapodi, e

consigliatosi col suo confessore D. Pietro Manno, dietro ordine di

costui egli scrisse e mandò per D. Pietro medesimo un memoriale al

Principe della Roccella, il quale lo partecipò al Vescovo di Gerace,

e il Vescovo quando poi vennero «li rumori universali di Calabria»

mandò un Commissario che l'esaminò. Così finì la sua deposizione,

con un nuovo garbuglio, per lo quale venne poi commesso dalla Sacra

Congregazione di Roma e sollecitato dal Vescovo di Caserta l'esame di

D. Pietro Manno in Gerace.--Fu quindi esaminato fra Pietro Ponzio[288],

ed egli narrò il trasporto della cassa del Bitonto presso fra Dionisio,

per furti verificatisi nella camera in cui si trovavano e dovuti al

Gagliardo, la sua istanza al carceriere che ponesse costui in altra

camera e la rissa avvenuta per questo, la voce corsa che il Soldaniero

e il S.^{ta} Croce si erano concertati di far trovare le scritture

proibite presso fra Dionisio, la ricerca fatta anche in camera sua con

la scoverta di un libretto di poesie che egli teneva sul letto, e di

altre scritture che stavano sotto la materassa del Gagliardo. Riconobbe

il libretto di poesie e disse, «è scritto di mano mia et è intitolato

(_int._ dedicato a) francesco gentile, e son sonetti del Campanella

e di diversi altri autori, che sono andato radunando, et vanno per

tutta questa città di napoli». Fece avvertire che il Gagliardo soleva

scrivere con caratteri di diverse maniere, ed aggiunse che avea visto

presso il Bitonto una carta con un circolo e un segreto «per havere

una donna», che il Gagliardo avea rilasciato ad un paggio carcerato in

Castello a nome Nicolò, ottenendone per compenso un vestito di velluto.

Confermò inoltre che, dopo la ricerca delle scritture, fra Paolo avea

trovato un libro stampato di astrologia con un circolo e un segreto

contro la tortura di mano del Gagliardo, e disse averlo letto insieme

con gli altri frati e poi consegnato al luogotenente del Castello.

Scovrivasi per tal modo un nuovo fatto e sempre a danno del Gagliardo,

contro il quale non agiva soltanto fra Pietro per iscagionare suo

fratello, ma si erano rizelati senza ritegno principalmente i già suoi

complici in materie sortileghe per iscagionare le persone proprie, e la

quistione delle scritture proibite veniva ad allargarsi sempre più.

Il 21 marzo fu di nuovo esaminato il Bitonto per quest'altra scrittura

del Gagliardo da lui scoverta, e disse che ne' giorni scorsi avea

veduto il Gagliardo scrivere una carta e poi darla segretamente a un

paggio di D. Andrea de Mendozza figlio della Marchesa della Valle,

carcerato per ordine della Marchesa e chiamato Nicolò, il quale avuta

la carta venne a farla leggere ad esso Bitonto per sapere se poteva

starci bene in coscienza, e udito che la carta recava la scomunica

a chi la teneva, glie la lasciò. Ed esibì la strana scrittura a'

Giudici, i quali la fecero unire con le altre scritture proibite.

Dietro altra domanda poi disse, che pure un Marc'Antonio Bruno di

Condeianni, dimorante in Napoli alla piazza dell'olmo, era venuto

più volte nel carcere, ed avea avuto segreti dal Gagliardo, e si era

lamentato che gli avea fatto spendere 10 ducati senza alcun profitto,

aggiungendo che spesso si chiudevano in camera e scrivevano, ed una

volta «haveano fatto non sò che pignatello al foco, pieno di capelli et

ossa, cera et altre forfantarie che il fuoco ce havea immorbati tutti,

et questo lo vedde ancora fra Paolo della grottaria e fra Domenico

di stignano» (ma c'è ragione di credere che costoro, e massime il

Bitonto, fossero consenzienti a queste prove di suffumigi). Aggiungiamo

che la novella scrittura fu subito mandata al P.^e Cherubino, che la

qualificò col «sapit haeresim manifeste», e fu unita con le altre

costituenti il 2^o gruppo o gruppo delle scritture appartenenti al

Gagliardo[289].--Frattanto venne subito chiamato Nicolò Napolella,

giovane a venti anni, nativo di Napoli e paggio come sopra si è detto,

il quale credè opportuno mettersi in assoluta negativa, onde il suo

interrogatorio ci risulta un modello di pervicacia nell'inquisito e di

pazienza ne' Giudici. Sempre dietro dimande disse aver conosciuto il

Gagliardo nel Castello, ma non aver mai trattato di segreti con lui;

averlo visto sei o sette giorni prima, ed avergli parlato in frotta con

molti, «e si raggionò come stai, come la passi, e vi bascio la mano»!

Disse aver conosciuto anche il Bitonto, ma non avergli mai parlato

di scritture nè chiesto consigli, aggiungendo, «faccionosi li fatti

loro, è mi lascino stare, è non mi vadano inbrogliando à queste cose».

E i Giudici, «che dica chi sono quelli che lo voleno inbrogliare, et

in che»; ed egli si fece allora a narrare che la sera precedente fra

Pietro l'avea chiamato in disparte, dicendogli di avere informato il

tribunale del segreto per amore dato al Gagliardo e raccomandandogli

di deporre che era vero, ed egli avea risposto «buono» (_int._ «bene»,

espresso alla spagnuola); poi l'avea condotto presso il Bitonto che

gli disse e gli raccomandò la cosa medesima, ed egli avea promesso, ma

nella notte ci avea pensato meglio e si era deciso a non farne nulla,

dicendo, «mi sono risoluto di non dannare l'anima mia». E i Giudici,

«in che cosa si pensava di dannare l'anima sua»: ed egli, «in dire

una falsità; avanti voglio che si perda tutta la Calabria che dire

una falsità»! E i Giudici dimandarono chi fosse stato presente alla

chiamata di fra Pietro, e l'ammonirono di nuovo di dire la verità sul

fatto del segreto; ed egli nominò Ferrante Caldarone e Simone Garzia

spagnuoli, ed anche fra Paolo; ma sul fatto del segreto disse, «non

è vero niente».--Immediatamente vennero esaminati i tre testimoni

indicati dal Napolella. Simone Garzia disse che in quel momento

medesimo il Napolella gli avea parlato della chiamata avuta da fra

Pietro nella sera precedente, ed egli avea risposto che non sapeva tal

cosa. Il dottore Calderon della città di Pax, di anni trenta, disse che

nel passeggiare sulla loggetta col Garzia e col Napolella avea veduto

fra Pietro accompagnato da un altro frate, chiamare il Napolella in

disparte, parlargli segretamente e poi condurlo alla camera in cui

stavano il Petrolo e il Bitonto. Infine fra Paolo accertò egli pure

la stessa cosa.--Fu allora interrogato fra Pietro, e costui disse

che veramente avea chiamato il Napolella in presenza di fra Pietro

di Stilo, e l'aveva avvertito che dietro la sua deposizione intorno

al segreto sarebbe stato certamente esaminato, e però attendesse a

dire la verità; che il Napolella si era mostrato dolente del Bitonto,

perchè avea divulgato il fatto del segreto, che egli non volea si

sapesse da alcuno e specialmente dalla Marchesa della Valle; che

allora lo condusse dentro la camera in cui stava il Bitonto, il quale

gli fece intendere che trattandosi di cosa di S.^{to} Officio era

stato obbligato di agire come aveva agito.--Ed ecco in iscena fra

Pietro di Stilo, il quale confermò ogni cosa, spiegando essere il

Napolella dolentissimo che il Bitonto avesse pubblicata la faccenda

del segreto, perchè «stando lui male con la Sig.^{ra} Marchesa dela

valle che havesse fatto casare lo figlio per via di magarie, si saria

confermata in questa opinione et non l'haveria mai fatto escarcerare

de Castello»[290]. Aggiunse aver visto la carta del segreto in mano al

Bitonto, ed aver avuto preghiere da fra Paolo e dal dottore Calderon

perchè facesse buono ufficio verso il Napolella acciò non fosse

rovinato presso la Marchesa; aver avuto inoltre preghiera dal medesimo

fra Paolo, perchè non facesse cattivo ufficio verso il Gagliardo e il

S.^{ta} Croce, considerando che erano calabresi (tutto ciò dava forza

grandissima al fatto in quistione, rimasto vacillante per l'assoluta

negativa del Napolella).--Infine fu esaminato anche il Bitonto, il

quale confermò che il Napolella era venuto con fra Pietro presso di

lui, ed avea detto che quando fosse stato interrogato sul fatto del

segreto, avrebbe manifestato la verità.

Ma non erano ancora scorse 24 ore, e il Napolella, riflettendo meglio

sul caso suo, mediante il carceriere Martines mandò al Vescovo di

Caserta un memoriale, con cui esponeva che per essere stato esaminato

all'improvviso aveva avuta tanta paura da non aver saputo cosa si

dicesse (eppure avea mostrato di saperlo molto bene); laonde supplicava

Monsignore, che si degnasse «di restar servita di novo venirlo a

saminarlo, che dirra la ystessa e pura verità come passa chi li ha dato

detti scritti».

Così il giorno seguente, 22 marzo, innanzi al Vescovo di Caserta

assistito dal suo segretario D. Manno Brundusio, fu esaminato dapprima

il Napolella, che riconobbe il memoriale mandato e confessò di aver

narrato al Gagliardo che «amava una donna ma non sapeva se si era

dismenticata» di lui, onde il Gagliardo gli volle dare quel rimedio

perchè la donna non se ne scordasse; e riconobbe lo scritto avuto e

attestò di averlo mostrato al Bitonto e di averlo poi lasciato nelle

mani di lui quando udì che recava la scomunica. Dietro dimande, disse

che non in questa circostanza, ma fin da tre mesi scorsi, il Gagliardo

gli avea chiesto «un paro di calzoni usati per amor de Iddio» ed

esso glie l'avea donati; che dopo il suo esame avea udito tenere il

Gagliardo «mala fama di queste poltronerie». Infine scusò il non aver

detto prima la verità, allegando l'essere «giovanetto di poca età... è

travagliato di carcere longo tempo», e l'aver dubitato che accettando

quel fatto ne sarebbe venuta la rovina sua.--Si passò allora all'esame

di Orazio S.^{ta} Croce, il quale, sempre dietro dimande, disse che

era stato già carcerato in Siderno e a Castelvetere il 22 luglio

1599, per aver bastonato un tale che gli aveva uccisa una giumenta,

e poi era stato incolpato della ribellione e tradotto in Napoli; che

nelle carceri di Castelvetere udì esservi già venuti il 2 luglio il

Campanella e fra Dionisio per far liberare Cesare Pisano; che costui

parlava di cose contro la fede e tutti i carcerati ne presentarono

memoriale al Principe della Roccella per mezzo di Mario Scadova

carceriere. Inoltre che conosceva Felice Gagliardo, gentiluomo di

Gerace, che non aveva mai udito dir male di lui, e solo da pochi giorni

aveva udito che veniva processato «per fatochiaro». Ed avendo detto che

era in grado di conoscerne il carattere, gli furono mostrate le solite

scritture (tanto del 1^o che del 2^o gruppo), e le riconobbe tutte di

mano del Gagliardo, eccettuandone quella sulla musica che gli veniva

mostrata insieme con le altre, ed includendovi quella contenente la

poesia in dialetto calabrese, a proposito della quale disse crederla

di mano del Gagliardo «tanto più che lui fà professione di fare versi

è sonetti volgari» (non gli fu mostrata la scrittura contenente il

segreto dato al Napolella, forse perchè era stata trasmessa al P.^e

Cherubino, ma intanto per tutte le altre potea dirsi decisivo il

giudizio del S.^{ta} Croce, uomo competentissimo e non sospetto).--Si

continuò ancora l'informazione esaminando fra Pietro Ponzio[291]. Si

volle sapere da lui se conosceva il carattere del Gagliardo e se era

a sua notizia che si dilettasse di far versi; ed egli rispose che lo

conosceva, e che veramente il Gagliardo si piccava di far versi e

sonetti, tanto che nei giorni scorsi avea fatto versi a fra Dionisio,

cercando di pacificarsi con lui e chiedendogli perdono. Gli furono

quindi mostrate tutte le scritture che si reputavano di mano del

Gagliardo (come si era fatto pel S.^{ta} Croce), ed egli confermò che

veramente lo erano, escludendone solo quella sulla musica che disse di

mano del Pizzoni: poi gli si chiese conto delle poesie trovate a lui,

quelle del Campanella, ed in ciò importa conoscere la dimanda e la

risposta testualmente. «Et dimandato alcuni sonetti che stanno scritti

al libro n.^o septimo, che sono maledicenti, altri che trattano di

cose oscene (_sic_), et ci sono alcune cose scritte à donne amate che

sapiunt idolatriam, da chi sono stati composti detti sonetti. Resp.^t

io un altra volta me ricordo di havere deposto che ad instantia di

francesco Gentile haveva io radunato questi sonetti insiemi, deli

quali parte mene havea dato esso gentile di mano sua, li quali non so

l'authore, et alcuni altri me li hà dato il Sig. Cesare Spinola, et

particolarmente li sonetti che sono dedicati alla Sig.^{ra} Maria et

alla Sig.^{ra} donna Anna et uno à se stesso, et io ne hò avuto la

maggior parte che sono più di venticinque lhò avuti da altri carcerati,

li quali dicevano che erano stati composti da frà thomaso Campanella,

et che il Campanella lhavesse dati à Mauritio de rinaldo calandoli con

uno filacciolo dala fenestra del torrione, et che depoi la morte di

Mauritio lhavea dati alli altri carcerati uno Cesare forse che havea

servito detto Mauritio, et altri ne hò havuto da fra Giovan Battista de

pizzone» (il Vescovo di Caserta ne dava il giudizio del Qualificatore

peggiorato, e fra Pietro si schermiva almeno per quelli più scabrosi,

massime perchè composti nel tempo della pazzia, mettendo perfino in

dubbio l'autore ed al solito traendo in iscena gli assenti e i morti).

Infine gli si chiese pure conto del come avesse parlato al Napolella

delle cose che avea deposte, mentre gli era ingiunto l'obbligo del

silenzio: e fra Pietro si scusò, allegando il suo zelo di carità, e

il desiderio di accertarsi che il Bitonto gli avesse detto il vero

intorno alla scrittura data dal Gagliardo al Napolella.--Da ultimo

fu esaminato anche fra Paolo della Grotteria il quale disse di non

conoscere il carattere del Gagliardo, non avendo avuto mai amicizia con

lui, comunque egli dimorasse in una medesima stanza e scrivesse tutta

la notte (negativa tirata un po' troppo). Dietro dimande, attestò

che il Gagliardo avea pessima fama, dicendo, «et ognuno se ne lamenta

e ne dice male, et mò inganna uno et mò un altro, et dà ad intendere

molte cose de fattochiarie»; attestò ancora che la cassa trovata nella

camera di fra Dionisio vi era stata portata dal Bitonto, «che nella

ricerca fatta dagli ufficiali in camera sua molte scritture furono

trovate sotto il capezzale del Gagliardo, e andati via gli Ufficiali

il Bitonto trovò a terra un libro e disse dover essere quello il libro

che il Gagliardo dolevasi di avere perduto». Così mentre il Bitonto

deponeva che il libro era stato trovato da fra Paolo, costui deponeva

essere stato trovato dal Bitonto, e tutto induce a far ritenere che

il libro stava nelle mani di entrambi, come pure che il Gagliardo

avea bensì copiate di sua mano le più notevoli tra quelle scritture,

ma in servigio specialmente del Bitonto, il quale vi annetteva molto

interesse e le teneva suggellate e chiuse nella sua cassa. Pertanto si

riuscì a far cadere ogni cosa sulle spalle del Gagliardo, ed anche,

fino ad un certo punto, se ne trasse profitto per la difesa della

causa principale, mostrando nel Soldaniero un fatto di animosità ed

inimicizia, che costui non avea nemmeno sognato.

Rimanevano tuttavia ad esaminarsi il Moya già luogotenente del

Castello a tempo della ricerca delle scritture, oltrechè il Figueroa

già Castellano del Castel dell'uovo, e il Navarro soldato del

medesimo Castello, per le altre scritture ivi trovate al Gagliardo

anteriormente. Il Moya, divenuto capitano e non più dimorante nel

Castel nuovo, fu citato più volte a voce ma non si curò di comparire;

laonde il 28 marzo fu ordinato dal Vescovo di Caserta ed intimata dal

cursore una nuova citazione in iscritto esistente in processo, con

monitorio di dover comparire l'indomani personalmente sotto pena di

scomunica _ipso facto incurrenda_, e malgrado ciò anche questa volta

egli non comparve. Ma comparve il Navarro e poi il Figueroa (20 e 22

aprile). Francesco Navarro, di Montbeltran nella nuova Castiglia,

disse aver conosciuto il Gagliardo fin dall'anno precedente carcerato

nel Castello dell'uovo, essergli state trovate dal Castellano di quel

tempo certe scritture che furono date a Scipione Moccia Auditore e

potersene avere più distinta notizia dal detto Castellano Figueroa.--D.

Melchiorre Mexia de Figueroa, di Messico nella Nuova Spagna[292],

disse di aver tenuto carcerato nel Castello dell'uovo il Gagliardo,

e perchè era molto inquieto, avere ordinato che fosse chiuso in un

criminale lui ed anche Orazio S.^{ta} Croce; narrò la ricerca di

scritture fattagli dietro avviso di altri carcerati, e la scoverta

di molte carte di negromanzia, per le quali fece relazione a D. Gio.

Sances, non nascondendo che alcune di quelle scritture furono prese

dall'Auditor Moccia, ed altre rimasero presso di lui, le quali offrì

di esibire al tribunale dopo di averne fatto parola al Sances. Dietro

altra dimanda disse che il Gagliardo avea «molta mala fama e di huomo

pessimo, et in particolare di essere necromante et fattochiaro, e

di essersi dato al demonio in anima et in corpo, et che ne li havea

fatta una scritta col suo sangue».--Venne poi finalmente ridotto

anche il Moya a comparire. Il 26 aprile il Vescovo di Caserta ordinò

contro di lui una nuova citazione per sentirsi dichiarare scomunicato

coll'affissione de' cedoloni, e non avendo il Moya neanche questa volta

obbedito, il 29 aprile lo dichiarò scomunicato, ordinando che fosse

come tale pubblicato mediante i cedoloni affissi ne' luoghi pubblici

della città, dandone all'uopo la relativa bozza[293]. Ed ecco, affissi

i cedoloni, immediatamente il Moya innanzi al Vescovo di Caserta,

il 1^o maggio, a scusarsi, dichiararsi pronto a deporre, dimandare

l'assoluzione; e nella stessa data, raccolto l'esame ed emanato il

decreto di assoluzione, venendo questa commessa al Curato di S. Anna

di Palazzo, che senza perdita di tempo assolvè il Moya ed anche i

domestici di lui, accorsi a chiedere egualmente l'assoluzione per avere

parlato con lui ne' due giorni ne' quali egli trovavasi scomunicato.

Ben poco intanto ci tratterrà il suo esame che fu raccolto dal solo

Notaro Prezioso[294]. D. Cristofaro de Moya, della città di Mensiner

nella nuova Castiglia, narrò l'istanza fattagli da un carcerato

calabrese, di cui non si rammentava il nome, perchè avesse proceduto

ad una ricerca di scritture proibite nella camera e cassa di fra

Dionisio; la ricerca eseguita alla sua presenza dal sergente Alarcon,

dal carceriere Martines ed altri; la scoperta di scritture in quella

camera ed anche in altre camere di frati delle quali non si rammentava

in particolare; la presa della cassa che fu portata al Castellano; e la

scoperta di altre scritture in essa contenute; infine la sua andata al

Vicerè con le scritture raccolte, per ordine del Castellano, e tutti i

particolari che su questo proposito abbiamo a suo tempo esposti. Dietro

dimande, disse di non aver lette quelle scritture, e solo ricordarsi di

avervi visto disegnata una mano, come pure certe ruote o circoli, e di

avere udito nel Castello, e forse anche dal Vicerè, «che erano cose di

fattochiarie»; ricordarsi inoltre che la ricerca di quelle scritture

venne fatta dietro una rissa tra carcerati nella quale fra Dionisio fu

ferito nel capo. Mostrategli le scritture, riconobbe i circoli e la

mano disegnata che altra volta avea visto, e cadendogli sott'occhio

il libretto di poesie (le poesie del Campanella) disse, «et questo

libro ancora riconosco che portai al vicere con l'altre scritture, et

lo riconosco alla coperta, et alle zagarelle, benissimo». Notiamo che

nulla egli accennò intorno alla scrittura trovata sotto la finestra

della camera del Campanella, non essendone stato nemmeno interrogato, e

però deve ritenersi che a questa data essa era già scomparsa.

Intanto il Figueroa, ottenuto certamente l'assenso del Sances, avea

subito consegnate al tribunale le carte trovate al Gagliardo nel

Castello dell'ovo e rimaste presso di lui; il P.^e Cherubino le aveva

immediatamente qualificate con una sua relazione in data del 24 aprile,

e il tribunale, costituendone un 3^o gruppo, le avea fatte riunire

alle altre. Esse vennero in tal guisa ad aumentare indebitamente il

volume delle così dette scritture proibite trovate nella cassa di

fra Dionisio Ponzio, tanto più indebitamente perchè non erano punto

proibite, riguardando tutt'altro che negromanzia. Forse il Figueroa si

studiò di non consegnare quelle che potevano farlo trovare alle prese

coll'autorità ecclesiastica come sciente e non rivelante od anche

come semplice detentore di carte proibite, avendo già altra volta,

e precisamente nell'anno al quale si riferiva la sua deposizione,

sperimentato i rigori dell'autorità ecclesiastica.[295]

Gioverà non di meno occuparci di queste carte, perocchè quantunque

riguardino materie comuni, servono bene a mostrare in tutta la sua

luce il Gagliardo, e di costui c'interessa molto acquistare una piena

conoscenza, a motivo di certe altre rivelazioni da lui avute in

sèguito. Per ordine di data precede una lettera di Pietro Veronese

padrigno del Gagliardo scritta da Gerace il 3 gennaio 1600; con essa

il Veronese gli dà notizia della salute della moglie, sorelle e madre,

lo eccita «a far cose honorate», e riverisce il Signor Orazio (S.^{ta}

Croce) dal quale ha avuta una lettera, come pure i due fratelli

Moretti. Segue una lettera di Marcello Gagliardo, scritta da Gerace

il 12 9bre 1600 forse ad Orazio S.^{ta} Croce (manca la carta della

soprascritta); e in essa si parla pure di Felice Gagliardo, si tratta

di un invio di danaro, si fa sperare la dimanda di remissione da parte

del Principe (il Principe della Roccella che era Signore di Condeianni)

etc. Segue un'altra lettera di Pietro Veronese scritta da Gerace il

14 10bre 1600, quando egli tornava in patria dopo di aver visitato il

figliastro in Napoli: con essa il Veronese gli dà notizia della salute

de' parenti, ossequia i due Moretti, il Sig. Orazio (S.^{ta} Croce)

«et tutti quelli Signori», e gli partecipa che a Gerace «fu amaczato

gelonardo regitano come vile». Questo disgraziato verosimilmente

apparteneva alla famiglia del cognato di Felice Gagliardo a nome

Francesco Regitano, che il Gagliardo avea ferito con un colpo di

fucile, causa della sua carcerazione; l'essere stato ammazzato come

vile, nel gergo de' facinorosi ancor oggi in uso, vuol dire che era

stato ammazzato per non aver saputo tacere sulle mosse loro. Pertanto a

siffatto annunzio esulta il Gagliardo e scrive una poesia in dialetto

calabrese, intitolata «Capitolo delo scaduto», che rappresenta un'altra

delle scritture raccolte. Son 25 strofe, e ne riportiamo le prime per

saggio:

«Piangia Geraci, hor ridarà eterno,

per ch'e guarito delo antiquo mali,

hora che Gio. lonardo iju a lo inferno.

Ridi Siderno, che Matteo Spetiali

dessi li cunti à lo amaro scaduto

ridimu tutti, riditi ho (_sic_) Casali.

Non darà parapezzi[296] lu tributu,

no sarà chiu Brombaci assassinatu

hora che fu amazatu stu fallutu.

Tu Condianni statti arritiratu

e fa allegriza d'ogni cantu e locu

chi li frutti anderanno à bon mercatu.

E vui massari fati festa e giocu

cu li sacculli vostri sempri chini (int. pieni),

hora che Riggitan' e intra lu focu» etc.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 13 / 24 题