quale disse di conoscere da poco tempo il Pizzoni e non poter dare
testimonianze sulla vita di lui; avere udito con molti altri carcerati
in Monteleone Cesare Pisano affermare, che da suo padre era stato dato
danaro ed altro al Visitatore e compagno, per passarlo dalla Corte
temporale all'ecclesiastica; esser vero che il Visitatore e compagno,
presenti Spinelli, Sciarava e il Vescovo di Gerace, minacciarono
esso testimone se non avesse deposto contro il Pizzoni intorno al
mangiar carne in tempo proibito; che D. Carlo Ruffo con suoi famigli
era venuto nelle carceri a sedurlo e così pure fra Cornelio; che
avea veduto minacce di pugni e di consegna alla Curia secolare, la
quale procedeva a modo di campagna, fatte al Petrolo e a fra Pietro
di Stilo. Avere udito parlare della fede fatta dal Caccia a tempo
della sua morte, ma non averla veduta; poter attestare che il Caccia
fu tormentato mentre avea la febbre, ma non sapere se il Visitatore
e compagno fossero stati presenti. Avere udito da un birro che i due
Polistina coll'intervento di un secolare, il quale doveva essere
Giulio Soldaniero, avevano fatta una lista di accuse, non sapere se il
Campanella e fra Dionisio avessero parlato o no di eresia, ma poter
attestare che il Pizzoni si era con lui lamentato del Visitatore e
compagno, perchè con buone parole e promesse di liberazione, al pari
di D. Carlo Ruffo, l'aveano indotto a deporre contro que' due frati,
ed egli l'avea fatto tanto più perchè pensava di non avere a nuocere
a fra Dionisio che era fuggito; potere inoltre attestare che nella
Chiesa di Pizzoni fra Dionisio avea parlato al Pizzoni con sdegno.
Su tutto il resto disse non saper nulla (la difesa del Pizzoni già
cominciava a risultare ben altro che difesa, e se venivano a galla
tutte le infamie del Visitatore e di fra Cornelio, non per questo il
Pizzoni se ne giovava).--In sèguito il Petrolo disse del pari aver
conosciuto poco il Pizzoni, avendolo veduto appena una volta in Stilo
e poi nel carcere; sapere che era buon predicatore e letterato ma
assai maledico, e che avea cominciato a digiunare il sabato da sole
tre o quattro settimane! Aver udito in Gerace che il Mesuraca avea
dato 100 scudi a fra Cornelio per far processare mortalmente i frati
inquisiti, a fine di guadagnarsi il taglione sopra il Campanella ed
esso Petrolo; aver udito in Monteleone da Cesare Pisano ed anche dal
padre di costui, presenti altri frati, che erano stati dati 100 scudi
e robe di tela a fra Cornelio, convenendo di far dire cose di eresie
per passare al foro ecclesiastico. Essergli stato da fra Cornelio letto
in gran parte l'esame del Pizzoni, ma non detto che dovesse deporre
contro il Pizzoni. Essergli stato detto dal Pizzoni che fra Cornelio,
presente Geronimo di Francesco, l'istruiva nella carcere su quanto
avrebbe dovuto deporre; poter assicurare che esso testimone medesimo
era stato visitato nella carcere da fra Cornelio, il quale voleva
fargli sottoscrivere un verbale che egli non voleva sottoscrivere, «e
disse con giuramento, dicendo per queste mani, monstrando le mani sue,
che tu non hai da uscire da questo Castello se non in pezzi, et io mi
humiliai, et esso col visitatore mi sputavano in faccia con dire non
basta questo, ma volevano che io dicesse delle cose che non sapeva..,
et il Sciarava mi pigliò una volta per il petto, è mi condusse alla
banca sotto la corda, et voleva che confirmasse lo mio esamine quale io
non voleva confirmare per le falsità che contineva». Dichiarò inoltre
che tutti i frati di S. Domenico erano chiamati ribelli, che ognuno de'
persecutori si aspettava un premio, e di fra Cornelio si diceva che
sarebbe stato fatto Arcivescovo di Toledo! Avere udito che il Caccìa
avea fatto fare una fede per ismentire le falsità deposte, e che era
stato tormentato mentre avea la febbre; aver saputo da lui medesimo,
in Squillace e poi in Monteleone, che era stato esaminato contro il
Pizzoni e avea deposto il falso; ma i Giudici gli fecero osservare
d'officio che dal processo si rilevava essersi le deposizioni del
Caccìa avute senza tormento, e il Petrolo ripetè che in Gerace aveva
avuta la corda (erano state confuse negli articoli le deposizioni
sulla congiura e quelle sull'eresia, e i testimoni continuavano in
tale confusione). Avere udito che il Pizzoni non era nemico ma amico
del Polistina (confusione di due periodi diversi); aver saputo dal
Pizzoni medesimo che fra Dionisio non gli avea dette tante eresie; e
che glie le avea dette recitativamente; nulla poi aver saputo intorno
al Campanella. Poter assicurare che il Pizzoni era stato esaminato
innanzi al Visitatore e compagno, allo Spinelli e allo Sciarava, come
esso medesimo era stato esaminato; che anzi lo Spinelli e lo Sciarava
volevano esaminarlo soli ed egli si rifiutò di rispondere dicendo che
era ecclesiastico, ma Sciarava gli disse che non lo era più, perchè
aveva allora lasciato l'abito, e finirono per interrogarlo (ma questo
era accaduto in Gerace, e il Pizzoni avea già deposte tante cose
propriamente in Monteleone, fuori la presenza dello Spinelli e dello
Sciarava). Sugli articoli che concernevano direttamente la persona sua,
confermò essergli stato da fra Cornelio letto in gran parte l'esame
del Pizzoni ma non fatto eccitamento a deporre contro il Pizzoni;
confermò inoltre aver veduta una lettera in cifra che il Campanella
gli disse essere stata scritta dal Pizzoni. Su tutto il resto dichiarò
non saper nulla.--Venne poi la volta del Lauriana, il quale disse aver
conosciuto il Pizzoni da molto tempo, non essergli amico nè nemico,
sapere che era buon predicatore ma non che digiunasse o no. Aver udito
dal Pisano e dal padre di costui il pagamento e regalo fatto a fra
Cornelio; aver saputo dal Caccia essere stato spinto a deporre contro
il Pizzoni dietro assicurazione che il Pizzoni avea deposto contro di
lui. Avere lui medesimo avuta dal Visitatore e compagno la minaccia
di essere consegnato allo Sciarava, il quale diceva volergli dare la
corda. Avere udito dal Caccia che molte cose erano state da lui deposte
contro il Pizzoni e che venendo in Napoli si sarebbe ritrattato; sapere
che il Caccia era stato sottoposto alla corda mentre aveva la febbre,
ma non sapere se il Visitatore e compagno vi fossero intervenuti. Avere
il Soldaniero scritto a Claudio Crispo lamentandosi che in Pizzoni
si desse ricetto ad Eusebio suo nemico, la qual cosa non era vera.
Riferirsi al suo esame circa la presenza contemporanea del Campanella
e fra Dionisio in Pizzoni quando si parlò di eresia, e così pure circa
la lettura del libro stampato dal Campanella. Esser vero che il Pizzoni
leggeva la dottrina di S. Tommaso, che era stato Teologo del Vescovo
di Nicotera, che era andato presso il Campanella per le ragioni da lui
addotte. Avere scritto realmente la lettera al Generale, con cui il
Pizzoni rivelava le cose del Campanella e di fra Dionisio, ed averla
lui medesimo portata alla posta. Nel suo primo esame non esservi stati
altri esaminatori che il Visitatore e fra Cornelio, senza intervento
di persone laiche. Esser vero che il Pizzoni si lamentava sempre del
Provinciale e del Polistina i quali l'avevano mandato nel convento
di Pizzoni, e che in questo convento erano stati sempre ricoverati
banditi, da' quali una volta il Vicario predecessore del Pizzoni aveva
avuto minaccia di essere buttato dalla finestra.
Il 15 novembre si venne agli esami di tutti gli altri testimoni. E
dapprima fu esaminato fra Pietro di Stilo, il quale, come sempre, ebbe
di mira principalmente la difesa del Campanella, sicchè il Pizzoni
non potè punto giovarsene. Egli disse aver conosciuto il Pizzoni da
otto anni, averlo avuto a lettore in Briatico, essergli amico, essere
rimasto con lui una volta che gli altri scolari gli si ribellarono;
sapere che era buon lettore e buon predicatore, ma di vita scandalosa.
Confermò di avere udito da alcuni preti in Gerace che a fra Cornelio
erano stati dati danari da Misuraca, perchè aggravasse la condizione
de' frati e così egli guadagnasse la taglia; si diffuse sull'argomento
de' premii e quindi della falsità del processo, dicendo, «chi
pretendeva per questa causa di voler essere vescovo, chi cardinale, chi
conte, chi una cosa, et chi un'altra, et comunemente fra Cornelio et
il visitatore si tenevano vescovi, et quelli preti dissero con pietà,
la causa di questi monaci non può andare bene perchè li istessi monaci
li cacciano, et altro non mi racordo per ora, Et poi si il processo
sia falso, dico che frà Gio. Battista da Pizzone et frà Silvestro de
Lauriana separatamente l'uno dall'altro mi hanno detto che hanno detto
la falsità, et per questo bisogna che il processo sia falso, quanto
poi alli Giudici ciò e, Visitatore, et compagno, facevano, è dicevano
tante cose, come saria pigliavano me, è mi conducevano avanti li
giudici secolari, et dicevano, ve lo consegno per tre hore, facciati
quel che vi piace, è se partivano..., di più dicevano si tu confessi
non morirai, è sarai libero, et haverai premio, et altre parole simili,
et l'istesso anco mi è stato fatto da don Carlo Ruffo è da quello di
casa guagliardo (_intend._ Ottavio Gagliardo) à Monteleone...; fra
Cornelio si monstrava non amico, mà servitore deli giudici secolari,
et l'istesso visitatore pareva che dependesse da frà Cornelio, et
per tutte queste cose, et altre, hò anco sospetto che per mali modi
tenuti dal visitatore, è compagno che il processo sia falso». Disse
poi non sapere che si leggessero prima a' testimoni gli esami raccolti
contro di loro, ma saper bene che i giudici «fingevano et dicevano
parecchie cose contra il Campanella, frà Dionisio, et il Mauritio, che
erano tristi, et scelerati, et heretici, è che fra thomaso Campanella
havea predicato publicamente le heresie, Et io facendo instantia di
vedere le cose che mi dicevano non me le volevano monstrare, è poi
mi dicevano hor su tu vuoi morire...». Ed inoltre: «fra Cornelio con
belle parole, è lusinghe mi voleva persuadere à dire quel che lui
voleva, ciò e, che io accettasse l'esamina deli altri, dicendomi
tu solo non puoi portare il carro et si tu solo sarai pertinace,
tu solo morirai, monstrando certe pietà, è forfanterie con me, et
ultimamente sempre mi lassava con bravarie... Facevano gran cose per
fare confessare, e massime frà Cornelio, il quale mi minacciava la
morte, et io risposi pacientia, più presto la morte che offendere
Dio». Dichiarò non conoscere che il Caccia avesse fatta una carta di
ritrattazione, ma conoscere che fu tormentato mentre avea la febbre
senza essere informato se v'intervenisse o no il Visitatore ovvero fra
Cornelio; poter poi attestare, avendolo udito dal Caccia medesimo, che
si lamentava di fra Cornelio perchè l'avea sedotto a dire la falsità
con l'assicurazione che avrebbe così evitata la corda, onde diceva
aver deposto la falsità per la corda (evidente ripiego per profittare
in qualche modo di un articolo scioccamente redatto). Disse di sapere
che il Soldaniero si era lamentato di fra Dionisio (anche di fra
Dionisio), del Pizzoni e del Lauriana, perchè ospitavano Eusebio
fuoruscito suo nemico; sapere per detto di fra Paolo che il Soldaniero
si era concertato col Polistina in questa faccenda, e che a lui parea
vero, mentre il Polistina avea tentato di sedurre lui medesimo perchè
deponesse contro fra Dionisio (ma non si pronunziò sulla inimicizia
sorta tra il Pizzoni e i Polistina). Dichiarò non potere esser vero che
fra Dionisio avesse dette eresie al Pizzoni, mentre nel principio di
luglio, essendo in Stilo e sapendo che vi era venuto il Pizzoni, corse
a prendere un candeliere dall'altar maggiore per ucciderlo, a motivo
di certi scritti rubatigli da lui; ed esso testimone col Campanella
doverono quietarli, promettendo il Pizzoni che avrebbe restituiti gli
scritti e mandatili ad Arena (mezzo di difesa venuto in campo negli
ultimi tempi). Dichiarò non sapere che il Pizzoni avesse accusato fra
Dionisio a' superiori; potere invece attestare, che il Pizzoni voleva
persuadere esso testimone a dire che avea veduta una lettera da lui
scritta allo Sciarava e che costui glie l'avea mostrata, la qual cosa
era «bugia tremendissima»; potere attestare ancora che il Lauriana avea
detto ad esso testimone non esser vero che avesse portato alla posta
una lettera del Pizzoni al P.^e Generale (troppe confidenze ricevute).
Quanto a fra Domenico Petrolo, dichiarò non sapere che costui avesse
avuto terrori da fra Cornelio perchè deponesse contro il Pizzoni, ma
avere udito dal Petrolo medesimo che aveva avuto terrori per deporre
contro il Campanella e fra Dionisio (sempre confidenze da tutti
costoro, che pure lo conoscevano amico intimo del Campanella). Quanto
al non avere più il Pizzoni trattato col Campanella dopo di averlo
cacciato dal suo convento, dichiarò constargli il contrario, mentre
essendo il Campanella in Pizzoni verso la fine di luglio, fu pregato di
volervi rimanere ulteriormente, e vi rimase tre giorni più di quanto
si era proposto; aver sempre il Pizzoni pregato il Campanella che si
recasse al convento di Pizzoni, averlo anche in Arena pregato in tal
senso, sicchè per queste falsità non avrebbe dovuto farlo esaminare
come testimone! Esser vero che quando il Pizzoni venne a Stilo portò
certi danari a M.^o Marcello Basile, come «ne portò anche al speciale
che li curò il mal francese»! Sapere che fra Gio. Battista di Polistina
l'avea processato per i suoi delitti; sapere che in Pizzoni vi erano
banditi, ma non sapere che vi fossero prima che ci andasse per Vicario
il Pizzoni (altro che difesa; il Pizzoni amico infedele, doveva essere
trattato come un deciso nemico, oltrechè dimostrato testimonio falso
per le seduzioni e il terrore incussogli da fra Cornelio).--Venne di
poi il Bitonto, il quale disse aver conosciuto il Pizzoni da dodici
anni, averlo saputo di mala vita, essere stato tenuto per scandaloso e
maligno. Avere udito da Fabio Pisano la faccenda de' danari e regali
dati a fra Cornelio per far liberare il figlio dalla morte, e da'
carcerati la faccenda de' danari pagati allo stesso fra Cornelio dal
Mesuraca, per far processare mortalmente il Petrolo e il Campanella.
Avere fra Cornelio detto a lui medesimo che il Pizzoni gli si era
esaminato contro, eccitandolo così a deporre contro il Pizzoni; e
dicendo lui che non sapeva nulla, avere avuto da fra Cornelio minaccia
di consegna a' Giudici secolari. Sui cattivi modi di esame, e sulle
speranze de' premii da parte de' Giudici e persecutori, disse: «usorno
milli stracie verso di noi il fra Cornelio, et l'Avocato fiscale, et
Carlo Spinello, acciò per le stracie dicessimo quello che volevano
loro..., quello che pigliò à me pretendeva di acquistare una baronia,
è don Carlo Ruffo, pretendeva essere Prencipe de Stilo, è frà Cornelio
per quanto disse l'Avocato fiscale se li saria procurato un vescovato,
et io udì quando che il fiscale disse questo in risposta che diceva non
haveria mancato di fare tutto quello che havesse possuto in servitio
del Re Catholico al quale era devoto». Intorno al Caccìa disse sapere
che gli fu data la corda mentre aveva la febbre e che in particolare
gli fu dimandato del Pizzoni, ma non sapere chi ci fosse presente e se
vi fosse intervenuto il Commissario e compagno. Intorno alle relazioni
tra il Pizzoni e il Polistina, disse sapere che il Pizzoni era andato
a Roma per mostrare che l'elezione del Polistina al Provincialato non
era valida. Confermò che il libro del Campanella era scritto contro
un certo Marta napoletano (egli solo tra' testi si trovò in possesso
di tale notizia). Confermò che il Petrolo era stato eccitato da fra
Cornelio a deporre il falso contro il Pizzoni, dicendo averlo saputo
dallo stesso Petrolo ed aggiungendo essere stato lui medesimo presente
alle bravate di fra Cornelio verso il Petrolo. Su molti altri articoli,
sulla condotta del Soldaniero messosi di accordo co' Polistina, su'
fatti del convento di Soriano, sulle relazioni del Pizzoni con fra
Dionisio e il Campanella disse non saper nulla; sulla presenza di
banditi nel convento di Pizzoni disse aver saputo dal Lauriana che
c'erano già prima che il Pizzoni ci andasse per Vicario (e ben si vede
che le testimonianze del Bitonto furono pel Pizzoni assai migliori di
quanto si poteva attendere).
Nella stessa seduta furono esaminati i rimanenti testimoni, chiamati a
deporre sopra determinati articoli.--Cesare Spinola disse di conoscere
un frate chiamato fra Gio. Battista di Pizzoni ma non avergli mai
parlato; non sapere che il Soldaniero si fosse messo d'accordo co'
Polistina contro il Pizzoni; sapere bensì che Valerio Bruno passava per
servitore del Soldaniero.--Giulio Contestabile disse aver conosciuto
il Pizzoni nelle carceri; poter attestare che il Caccìa avea deposto
contro esso testimone e al momento dell'estremo supplizio si era
ritrattato, onde egli se ne avea procurata dai confortatori una
fede che aveva presentata in giudizio a sua difesa; non conoscere
i Polistina e non sapere che si fossero concertati col Soldaniero
a danno del Pizzoni, sapere che Valerio Bruno era da tutti tenuto
per servitore del Soldaniero.--D. Francesco di Castiglia disse non
conoscere il Pizzoni personalmente, non saper nulla del concerto del
Soldaniero co' Polistina, sapere che Valerio Bruno era servitore del
Soldaniero.--Infine Geronimo di Francesco disse aver conosciuto il
Pizzoni solamente nelle carceri di Gerace, dove stava con lui in una
medesima camera, ed aggiunse: «essendo priggione con frà Gio. Battista
di Pizzoni, venne un frate rossetto, di bassa statura, e giovane quale
lo chiamavano il compagno del visitatore, e per nome intendo si chiama
frà Cornelio, et parlando con fra Gio. Battista udii che disse: Padre
frà Gio. Battista mio bisogna per sutterfuger lo giudicio temporale
che deponestivo in materia dal Santo Officio, et confermassi l'esamina
fatta, et à questo modo si daria satisfatione à questi Signori, ciò
e, al Advocato fiscale di Calabria, et saressi forzato di andare in
Roma per ordine del Santo officio, Et questo detto si appartorno un
poco da me che io non potesse udire et raggionorno quasi mezza hora
secretamente che non udii, mà dopò frà Gio. Battista mi disse che
il Compagno non havea parlato solamente come da se, mà mandato dal
Padre visitatore à posta per persuaderlo à quanto hò ditto di sopra».
Ed interrogato d'ufficio dichiarò ancora: «frà Gio. Battista disse
così confusamente per che io non volsi sapere quel che havea deposto,
che esso si era esaminato avanti don Carlo Ruffo, et che era molto
attimorato, è mi giurò sopra li ordini che lui tiene, che delle cose
che lui havea deposto, non ne sapeva niente, et che si Dio li faceva
gratia di venire in buona sanità, che alhora havea certi discensi molto
fastidiosi nelle braccia, voleva morire in una corda per mantenere
la verità, essendo che quello che haveva detto non era la verità,
et à questo niuno altro fù presente perche noi doi soli eravamo in
quello carcere» (troppe confidenze). Intorno alle sevizie da parte
del Visitatore e compagno dichiarò, che al Petrolo esaminato da fra
Cornelio, «perche non disse come voleva esso, li levò il ferrarolo,
et il cappello essendo alhora in habito secolare nel quale era stato
preso, et lo fece tornare alla carcere che pareva un pescatore, et
io lo viddi senza cappello, e senza ferrarolo, per il che mi mossi à
dimandarli perche non havea il cappello, et il ferrarolo, et esso mi
racontò quanto hò ditto». Intorno al Caccìa, disse che «fu tormentato
à tempo che havea la febre, et l'Avocato fiscale fece venire un
medico, il quale dubitando di non essere carcerato, disse per quanto
si è inteso che si li poteva dare la corda». Dichiarò per altro
non sapere che il Visitatore e compagno vi fossero intervenuti, ed
aggiunse: «quando questo Gio. Thomaso Caccìa et Gio. Battista Vitale
furono giustitiati io mi trovai presente su le galere, et questi doi
publicamente dissero, havendo anco chiamato prima l'Avocato fiscale, è
li padri dela Crocella, et Maestro Cesare Pergola franciscano che era
passiggiero, che quanto havevano detto contra di loro nelli tormenti,
poiche non voleva credere detto fiscale che fusse mentita, è falsità,
e perciò si contentavano di morire; mà in quello che toccava li altri
dichiaravano che quanto havevano detto tanto in materia di ribellione
come del Santo officio tutto era falsità, è fecero instantia che
ne facesse fare atto publico, mà esso non volse» (dichiarazioni
evidentemente troppo larghe, estese anche alla congiura, della quale lo
stesso Di Francesco era stato almeno persecutore; in quanto al Pizzoni
poi testimonianze di accusa, non di difesa). E così ebbero termine gli
esami difensivi pel Pizzoni.
Ecco ora gli esami informativi sulla pazzia del Campanella, che si
fecero contemporaneamente agli anzidetti, in due sedute, il 6 e il
15 novembre, ad istanza del suo procuratore. Senza dubbio vi erano
state da parte de' Giudici sollecitazioni per procedere alle difese
del Campanella, poichè il Dello Grugno era entrato in funzione non
prima del 31 ottobre, e ben presto fu presentata una comparsa scritta
chiedendo un'informazione sulla pazzia; onde con appena sei giorni
d'intervallo le si diè principio[221]. La comparsa, che trovasi inserta
nel processo, non reca il nome di chi la scrisse, ed è redatta in
latino ne' seguenti termini che diamo tradotti: «Innanzi agl'Ill.^{mi}
e Rev.^{mi} Signori giudici delegati dal Santiss.^{mo} S.^r N.^o nella
causa di fra Tommaso Campanella dell'ordine dei predicatori carcerato
nelle carceri del Castel nuovo, comparisce il procuratore dello stesso
e dice, che il detto frate, da alcuni mesi in quà, è stato ed è in
manifesta demenza, è stato ed è privo totalmente d'intelletto, siccome
è apparso ed evidentemente apparisce dalle sue parole e da' suoi gesti,
poichè a modo dei matti sempre ha detto e continuamente dice parole
risibili, non a proposito, stravaganti; e però che non si possono
fare per lui difese intorno alle cose delle quali trovasi inquisito,
mentre a volerle fare bisognerebbe cavarle dalla bocca sua. Laonde
chiede gli si conceda un termine conveniente per provare la predetta
demenza, e frattanto si sospenda ogni cosa, premessa la protesta di
non decorrenza del termine concesso per le difese...» etc. I Giudici
diedero immediatamente corso alla dimanda, e cominciando dal carceriere
esaminarono dieci testimoni, de' quali poterono aver notizia da' primi
esaminati. Dobbiamo anche dire che nella prima seduta intervennero il
Vescovo di Termoli, il Vicario Arcivescovile di Napoli e l'Auditore
Antonio Peri (il Nunzio era pur sempre occupato in altre faccende), e
nella seconda seduta raccolse gli esami il solo Notaro e Mastrodatti
Prezioso per mandato dei Giudici. Daremo con tutta la larghezza
possibile le cose raccolte, poichè esse non solo addimostrano la vita,
almeno la vita apparente, del povero filosofo, ma anche rivelano le sue
vedute e le sue tendenze in questo periodo molto importante della sua
prigionia.
Il 6 novembre Alonso Martinez, carceriere, esaminato disse avere
più volte parlato al Campanella, che gli avea risposto sempre
«spropositatamente», e narrò come l'avea trovato la prima volta pazzo
nel giorno di Pasqua, col letto bruciato e la prigione piena di
fumo, giacente a terra e poco dopo furioso al punto da esserglisi
avventato contro per morderlo; tutte le circostanze già da noi dette
altrove (ved. pag. 86). Interrogato se credesse che simulava la
pazzia per isfuggire le pene forse dovutegli, rispose, «à giudicio
mio il Campanella è pazzo». Indicò lo Spinola, il Castiglia, il
Contestabile, il Grillo, tra coloro che potevano essere esaminati
sull'incidente.--Giuseppe Grillo disse non avere parlato al Campanella,
ma averlo visto quando il carceriere andava a dargli da mangiare;
narrò che «diceva parole spropositate, è che voleva faro la bibbia,
è la Cruciata, et pigliava le scarpe, è quando altra cosa, et faceva
cose da pazzo». Indicò come contesti il Salerno, il Ricciuto, il
Marrapodi, lo Stanganella, il Tirotta: interrogato se credesse che
era finto pazzo, rispose crederlo «pazzo vero, perche la fintione in
tanto tempo saria scoperta».--Cesare Spinola disse: «io hò visto et
parlato col Campanella molte volte, secondo l'occasioni, et sempre
hà parlato spropositatissimamente, et io alle volte ci hò posto
pensiero particolare per vedere si era cosa finta ò reale questa
sua pazzia, et in somma à mio giudicio è pazzo per le cose che l'hò
sentito à dire, è dice che aspetta il Papa, et l'indulgentia per la
cruciata, che bisogna che il Papa sia Monarcha, et à me diceva che mi
voleva fare Confaloniero della Cruciata, mà con patto che io dovesse
digiunare quaranta giorni, et quaranta notti»! (non poteva riuscire
più esplicito).--Giulio Contestabile disse: «dicono che frà Thomaso
Campanella sia pazzo, è così quando il carceriero li porta da mangiare
sono andato à vederlo et sentire li spropositi che lui diceva, non che
io l'habbia parlato in secreto ne di cose particolari»; inoltre, «dalle
cose che lui ha ditto è fatto io lo giudico per pazzo, e potrebbe
essere che lui simulasse, mà però dagli effetti lo giudico pazzo»
(sempre riservato e cinto di cautele; era compatriotta del Campanella e
clerico).--Marcello Salerno disse: «sempre dice parole al sproposito,
et hier sera cercando del pane da noi altri carcerati, et non havendo,
esso Campanella disse, questi diavoli di soldati che hò mandato alla
Cruciata tutto se lo mangiano...; subito cominciato una cosa passa
in un'altra...; io per quello che hò visto lo giudico pazzo».--D.
Francesco di Castiglia disse: «io hò udito frà Thomaso Campanella
parlare dalla porta della priggione, quando si li dava da mangiare,
et anco dala finestra, è li raggionamenti suoi sono stati sempre mai
spropositati, et io hò posto particolar cura per farlo parlare alcuna
cosa à proposito in materia di filosofia, ò in altra cosa curiosa, et
esso sempre risponde, di fare la Cruciata, et che spetta (_intend._
aspetta) sua Santità, è dalla fenestra cominciò à dimandare il populo
che andava à vedere ad impiccar uno, è diceva che li voleva dare il
confalone dela cruciata che faceva, è milli altri spropositi...;
l'animo suo non lo posso giudicare, ma dico bene che le parole sue,
et atti sono da pazzo, ne mai l'hò potuto cavare da bocca cosa al
proposito, et quando ultimamente li fù data la corda si lamentava che
li forausciti l'havevano robbato trenta carlini, et l'havevano battuto
assai in milli modi, senza dir parola che li fosse stata data la corda
per ordine delle Signorie Vostre».
Il 15 novembre furono dal Prezioso esaminati i rimanenti testimoni.
Gio. Angelo Marrapodi disse: «molte volte io hò udito à parlare fra
thomase Campanella dentro le carceri dove stà, et il parlare suo è al
sproposito dicendo delle parole spropositate, et parla pazzescamente,
perche comincia a dire una cosa, et lassa quel parlare, et entra in
altre parole...; lo tengo per pazzo come è tenuto dali altri...»--Gio.
Battista Ricciuto disse: «da che si è ditto che frà thomaso Campanella
sia pazzo, io con curiosità più volte lhò parlato, et anco inteso
quando altri li hanno parlato, à tempo che il carceriero hà aperto la
porta dela carcere dove stà per darli da mangiare, et ogni volta che
hà parlato con altri hà parlato molto spropositatamente come soleno
parlare li pazzi, et quando io, ò altri lhavemo dimandato qualche
cosa non ha risposto à proposito, uscendo à diversi raggionamenti,
che non ci era proposito, et hò visto che quando parla fà atti di
pazzo, non stà fermo in un loco dela carcere, mà passeggia, è si hà
soluto affacciare alla fenestra dela sua carcere, è chiamare dicendo ò
Jaconi del convento, che si fà, venete quà che ci mancano cavalli, è
dice che vole fare lo confaloniero, et che vole fare la cruciata, et
chi vole fare capitano, è chi alfieri, è sargente maggiore, et che il
Papa lhave scritto che metta in ordine li cavalli, e li soldati, tal
che sempre lhò inteso parlare al sproposito, e fuori di raggione come
soleno parlare li pazzi, et dicontinuo dice di simili cose, et quando
parla fa molti segni con la bocca, è con li occhi, et con le mani, et
alle volte piglia lo terreno dall'astraco dela carcere, è la butta in
faccia di quelli che li parlano, et quando piglia li suoi scarponi
che porta in piedi, è con quelli dà, et sequita quelli che sono ne
la sua carcere...; da tutti quà in castello è tenuto per pazzo... et
à giudicio mio dico che è pazzo, che si non fusse tale qualche volta
parlaria al proposito».--Marco Antonio Stanganella, oltre le solite
cose, disse: «alle volte salta, alle volte gioca di mano ad alcuno, e
con li suoi scarpuni dà à quelli che li parlano, e li tira mò ad uno,
et mò ad un altro, et alle volte hà detto che aspetta il Papa, e che
voleva far confaloniero il Sig.^r Cesare, et alle volte si accosta
ala fenestra dela sua carcere, è gridando, dice ò Jaconi Jaconi del
convento mettetivi in ordine che viene il Papa, e così sempre io lhò
visto fare atti al sproposito, è parlare al sproposito...; è tenuto
da tutti li carcerati per pazzo, ed anco da altri che vengono in
castello che lo sentono parlare, et io lo tengo per pazzo».--Da ultimo
Tommaso Tirotta disse: «sempre vole parlar esso, et hà udito che ha
detto parole al sproposito, et dice che vole fare la Cruciata, et che
aspetta il Papa, et diceva ò là scopati bene, acconciati le stantie per
il Papa, et che have tanta migliara di cavalli, et vole fare soldati,
et che vole fare confaloniero il Sig.^r Cesare Spinola che stà quà
carcerato, et à me disse una volta che mi voleva fare artiglieri, che
havesse cura dell'artegliarie, et chiama li Jaconi del convento, et
per nome sole chiamare frà Giovannello, e fra luca, e fra nicodemo,
e sole chiamare Scannaribecco[222], e così di continuo hà parlato, e
sole menare à quelli che li parlano terreno in faccia, li scarpuni
che porta in piedi, et và saltando per le carceri, e fà altri atti
al sproposito, et parla spropositatamente, giusto come li pazzi, et
quando ebbe la corda quà ultimamente, non si lamentava dela corda, ma
diceva solo che li forasciti lhavevano tirato delle archabusciate,
e dato delle bastonate, e che ne voleva scrivere al Papa, et mai hà
parlato ne risposto à proposito, et hieri per ultimo lo viddi e fece
il medesimo...; a giudicio mio lo tengo per pazzo, et così è tenuto
dalli altri, et in quanto à me non lo posso passare per sapio, mentre
parla al sproposito e risponde al sproposito, e fatti atti (_sic_)
spropositatamente, come ho ditto».--Adunque tutti e dieci i testimoni
affermarono che il Campanella era realmente pazzo; quasi tutti poi
affermarono la sua mira verso il Papa, che doveva essere Monarca
secondo la testimonianza dello Spinola, che doveva fare la Crociata
secondo la testimonianza della massima parte; e si conosce che questo
disegno della Crociata era una delle idee fisse di Clemente VIII, e si
comprende che essa conveniva molto al Campanella accusato di connivenza
col Turco. I carcerati accorrevano presso di lui quando il carceriere
ne apriva la prigione, e così pure coloro i quali solevano venire a
visitare i carcerati, per la curiosità di vedere il pazzo.
Esauriti gli Atti pe' tre inquisiti principali, si sarebbe dovuto
passare a quelli per gli altri frati; ma per essi non si fece nulla.
Probabilmente i Giudici ritennero che le difese di costoro si trovavano
incluse in quelle de' principali; tuttavia non ne abbiamo veramente
alcuno indizio. Abbiamo soltanto una comparsa di fra Pietro di Stilo,
il quale, col suo squisito buon senso, esponeva «che li giorni passati
essendoli stati à bocca dichiarati dal Sig.^r Avvocato Scipione
Stinca alcuni capi sopra li quali li fu da quello, come anco dalle
SS.^{rie} V.^{re} detto che si volesse difendere.... hà risoluto,
conoscendo penitus la sua innocentia sensa niuna culpa, renuntiar dette
sue defese... havendo per rato, fermo, et valido quanto faranno le
ss.^{rie} loro». Ciò in data 17 novembre, vale a dire immediatamente
dopo terminati gli Atti pe' principali.
Nello stesso giorno 17 novembre una copia degli Atti, formata
a misura che essi si compivano, fu inviata con una lettera del
Vescovo di Termoli al S.^{to} Officio di Roma, secondochè rilevasi
da un'annotazione inserta nel processo originale ed anche da una
lettera del Nunzio al S.^{ta} Severina in pari data[223]. Certamente
insieme con la copia degli Atti dovè essere inviata anche una copia
de' documenti che fra Dionisio avea presentati, e così pure de'
documenti che aveva indicati e che il Vescovo di Termoli si era dato
a raccogliere con la più viva premura. Il Vescovo avea raccolto
dall'altro tribunale la copia dell'indulto concesso al Soldaniero e a
Valerio Bruno da Carlo Spinelli per opera di fra Cornelio, le copie
dell'esame del Pizzoni, delle confronte del medesimo Pizzoni col
Campanella e con fra Dionisio, del primo e secondo esame del Petrolo,
delle cartoline trovate sulla persona del Campanella quando ebbe
il tormento del polledro; e così ci sono pervenuti questi preziosi
documenti inserti nel processo dell'eresia[224]. Egli aveva chiesto
pure una copia delle lettere inviate dal Lauriana a fra Dionisio, che
avrebbero dovuto trovarsi egualmente nel processo fatto dall'altro
tribunale; ma, come si rileva da quanto ne scrisse a Roma e fu
rammentato ne' Sommarii de' processi, le lettere non vi si trovavano
ed erano state forse perdute. Aveva inoltre chiesto il Breviario
del Pizzoni, che recava la corrispondenza scritta tra esso Pizzoni
e il Campanella, ed ebbe a sapere che questo Breviario nemmeno si
trovava ed era stato sicuramente perduto. Non potendo rassegnarsi
a questa perdita, il buon Vescovo pensò allora di rivolgersi a fra
Dionisio medesimo, dimandandogli a nome del tribunale una relazione
particolareggiata sulla faccenda del Breviario; e la relazione,
trascritta da fra Pietro Ponzio, venne anch'essa inserta nel processo
tra' documenti a difesa di fra Dionisio[225]. Diciamo qui di passaggio
che molto più tardi a questa massa di documenti fu aggiunta anche una
fede di alcuni frati carcerati, compreso il Lauriana, e di alcuni
laici, attestanti che il Pizzoni più volte, e segnatamente tre giorni
prima della sua morte, avea dichiarato di essere debitore di fra
Dionisio degli scritti dell'Apocalisse da lui presi (confessione del
furto fatto) del valore di D.^i 10, come pure di D.^i 4 avuti in
prestito, commettendo al Lauriana di notificare a fra Dionisio dove si
trovavano le sue robe in Calabria acciò sopra quelle fosse soddisfatto;
inoltre, sempre più tardi, una fede del clero di Fiumefreddo,
attestante le ottime qualità di fra Dionisio dimostrate due volte
in quel paese con la predicazione cattolica, la bontà della vita e
il fervore di carità, e questa fede potè essere inserta solamente
nel 4^o volume del processo. Aggiungiamo pure che il Vescovo di
Termoli provvide che fosse interrogato di ufficio fra Pietro Ponzio
sulla asserta domanda di perdono fattagli dal Lauriana in Gerace, ed
egualmente che fosse istituita una perizia calligrafica sulla lettera
che era stata presentata come scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio; e
furono questi gli ultimi Atti processuali complementari, che si fecero
durante la commissione tenuta da quel rispettabile Prelato.
Il 21 novembre, d'ordine de' Signori Giudici, il Prezioso riceveva in
Castel nuovo la deposizione di fra Pietro Ponzio[226], il quale, con
molte particolarità e citando i testimoni, espose la comunicazione
fattagli dal Lauriana in Gerace nella carcere detta la Marchisa;
l'inquietudine da lui mostrata perchè si trovava «in mano del diavolo»
avendo deposto molte falsità in materia di S.^{to} Officio contro
fra Dionisio e il Campanella, ad istanza del Pizzoni e parimente del
Visitatore e compagno dietro minacce e promesse; la determinazione
del Lauriana di volersi ritrattare con la dimanda del come dovesse
procedere, e il rifiuto fattogli da esso fra Pietro di volersene
occupare, per non trovarsi intrigato in queste faccende dubitando di
commettere errore; la consegna di una lettera scritta dal Lauriana
a Ferrante Ponzio per dimandare a costui il consiglio rifiutatogli
da esso fra Pietro, e l'invio di detta lettera al suo destino; la
non avvenuta ritrattazione del Lauriana in Gerace per paura dello
Spinelli e dello Sciarava, e la dimanda di perdono avuta da lui in
tale occasione; la nuova comunicazione fattagli in Napoli di volersi
ritrattare, con l'invio di un'altra lettera a Ferrante Ponzio, la quale
ultima lettera era stata presentata nella causa della congiura, mentre
la prima, passata nelle mani di fra Dionisio, era stata presentata
nella causa dell'eresia.
Il 3 e 4 dicembre furono raccolte le deposizioni di due periti
calligrafi su questa lettera dal Vicario napoletano Ercole Vaccari
«congiudice» nella Curia Arcivescovile. Gio. Antonio Trentacapilli
«scrittore» disse che «essendo prattico, et versato nel scrivere
diverse sorte di lettere cossi cancellaresche, come tonde, et corsive,
potria conoscere per qualche similitudine di tratti, e di sillabe et
di ligature di sillabe, et conietturare si fussero scritte da una mano
istessa»; e mostratagli la lettera del Lauriana in data di Gerace 10
ottobre 1599 ed alcune sottoscrizioni del Lauriana medesimo agli Atti
processuali, disse: «fatta la comparatione da lettera à lettera, da
sillaba à sillaba, da tratto à tratto, e da carattere à carattere della
lettera, et sottoscrittioni di fra Silvestro da Lauriana, dico che la
sudetta lettera è stata scritta con inchiostro bianco, et con penna
accomodata sottile, et le sottoscrittioni... sono state scritte con
inchiostro più negro, et con penna accomodata più grossa, et per tale
differentia non si può conoscere chiaramente che siano scritte di una
istessa mano, però come esperto et al mio giudicio giudico et dico che
alcune lettere delle sottoscrittioni... hanno similitudine in parte
colle lettere della sottoscrittione della lettera sudetta».--Di poi
Alfonso Peres esercitato in tenere la scola di scrivere et di abbaco»,
interrogato, egualmente, col formulario medesimo conchiuse: «dico et
confermo come esperto et prattico di diverse sorte di lettere scritte à
mano, che tanto la sottoscrittione che stà in piedi di dette lettere...
come anco le sottoscrittioni che dicono lo frà Silvestro de lauriana
hò deposto ut supra sono state et sono scritte da una stessa mano».
Così mentre uno de' periti rimaneva in dubbio, l'altro affermava che la
lettera in quistione era veramente del Lauriana.
Dopo tutto ciò non sapremmo dire quale fosse stata, intorno a'
meriti della causa, l'opinione formatasi dal Vicario Arcivescovile
e dall'Auditore del Nunzio, mentre della persona stessa del Nunzio,
tenutasi così a lungo lontana, non accade dover parlare per ora; ma
in quanto al Vescovo di Termoli sappiamo benissimo che rimase sempre
più perplesso e dubbioso, nè soltanto sull'eresia, ma di rimbalzo
anche, e maggiormente, sulla congiura; lo sappiamo da' cenni della sua
corrispondenza con Roma, inserti negli ultimi Sommarii del processo
compilati in Napoli, e parimente da un brano di lettera del Nunzio
scritta più tardi. Il Nunzio, in una circostanza in cui ebbe a parlare
di fra Marco Visitatore, disse di sapere che costui «era mal sodisfatto
del Vescovo di Termoli... per l'opinione che teneva, et se ne lasciava
intendere, che l'essamine fatte da lui et da fra Cornelio in Calabria
fussero state fatte più per sodisfattione de Ministri Regii che per
la verità»[227]; e realmente anche più di questo troviamo ne' cenni
delle lettere scritte dal Vescovo a Roma, de' quali è tempo oramai
di tener parola. Abbiamo già avuta altrove (vedi pag. 126) occasione
di dire che il Vescovo diede continuamente ragguagli al Card.^l di
S.^{ta} Severina di ciò che veniva rilevando negli esami de' frati,
e di ciò che gli riusciva di sapere anche per vie estragiudiziarie:
così il 19 maggio, due giorni dopo che il Campanella erasi nell'esame
mostrato pazzo, diè ragguagli su questa pazzia, sulle ragioni che
l'aveano fatta nascere, su' motivi che c'erano per crederla simulata,
sulla necessità di adoperare la tortura. Egualmente intorno al Pizzoni,
mostratosi con la spalla lesa, fece conoscere che era rimasto storpio
per la tortura avuta nell'altro tribunale; intorno a fra Dionisio,
mostratosi anche impossibilitato a sottoscrivere i processi verbali,
fece sapere in qual modo atroce fosse stato tormentato. Nè mancò
poi di scrivere, «non sembra verosimile che fra Dionisio, senza
grande familiarità col Soldaniero giovane a 22 anni, avesse voluto
comunicargli tante eresie»; e d'altra parte, «Aloisi spagnolo già
Fiscale in Calabria (lo Sciarava) mi hà detto, che fra Gio. Battista
da Pizzone non voleva confessare contro il Campanella avanti il
visitatore, ma che esso li disse non hai tu detto la tale, è tale cosa
d'heresia? et che all'hora testificò». Ancora non mancò di far sapere
che «quando Cesare Pisano fu esaminato, il 19 ottobre 1599, già il
Campanella era carcerato». E circa il processo di Calabria scrisse
senza esitazione: «questo mi pare malissimamente fondato, et primo per
quel che spetta à tutto il processo non si vede fondamento alcuno, et
quella scrittura, che è stata posta inanzi al processo (l'elenco delle
36 proposizioni ereticali), è un compendio fatto di tutto il processo
dopo che è stato finito, come mi hà detto à bocca frà Cornelio e dalla
scrittura istessa appare». Circa poi la congiura fece sapere avergli
fra Cornelio detto «che Fabio di Lauro di anni 20 fu il primo che gli
rivelò il capitolo della ribellione, il quale Fabio riferì ad esso
Vescovo medesimo avergli fra Dionisio manifestato che il Papa voleva
il Regno di Napoli e molte altre cose inverosimili, dalle quali si
desume essere il primo fondamento di tale Ribellione molto tenue anzi
falso». Non mancò nemmeno di far rilevare la nessuna delicatezza de'
primi Giudici scrivendo: «si fecero dar molti denari per provedere à
questi carcerati et non gli è stato provisto, mà frà Cornelio li ha
spesi in venir à Roma, et si come intendo ne diede conto alli superiori
in Calabria»[228]. Passando al processo di Napoli e toccando i fatti
accaduti prima del suo arrivo, fece conoscere che le due lettere
scritte dal Lauriana a fra Dionisio circa l'esame fatto in Calabria, e
sorprese da' carcerieri, non si trovavano nel processo della congiura,
e che «D. Pietro De Vera gli riferì che erano state forse perdute
giacchè erano state portate al Vicerè»; e così pure che il Breviario in
cui si conteneva la corrispondenza del Pizzoni col Campanella nemmeno
si trovava, come «gli riferì il notaro della causa», aggiungendo che
del pari «D. Pietro De Vera gli disse che il detto Breviario era
stato perduto, giacchè dato al Vicerè ed all'Arcivescovo di Taranto»
(fratello confidente del Vicerè); le quali ultime notizie su' danari
di Calabria, sulle lettere e sul Breviario, in fondo venivano a
mostrare tutta l'incuria del Nunzio, al quale, e come Nunzio e come
Giudice della causa della congiura, incombeva l'obbligo di guardare
alle cose de' frati con ogni diligenza. La conclusione del Vescovo
presso il Card.^l di S.^{ta} Severina fu questa: «i frati carcerati
debbono essere tradotti alle carceri del S. Officio in Roma per cavarne
la verità»; e su tale conclusione insistè anche con altre lettere,
scrivendo: «questi rei non furono ben difesi, perchè furono perdute
due lettere e il Breviario di cui diè notizia fra Dionisio Ponzio,
e perchè non fu trovato un Dottore che avesse voluto scrivere in
dritto a favor loro, e credo che in questa causa i testimoni habbiano
deposto per isfuggire il foro secolare, per li essempi quotidiani che
havevano avanti all'occhi, il qual timore si vede che persevera in
essi mentre sono nelle forze de i ministri Regii, ma tengo per cosa
certa che se fussero fatti venire à Roma si scopriria la pura verità
dei negocii passati, et parmi apunto che questo negocio sia simile a
quello di bitonto»[229]. Aggiungiamo che il Vescovo trasmise pure a
Roma un memoriale di fra Dionisio intorno alla causa della congiura,
concepito negli stessi sensi. Il memoriale, di cui ci dànno notizia
egualmente i Sommarii de' processi, era diretto a S. S.^{tà}, e fra
Dionisio vi diceva essere innocentissimo tanto per l'eresia quanto per
la ribellione, credere di averlo abbastanza provato per l'eresia, ma
dubitare di poterlo pienamente provare per la ribellione, allegando
le molte ingiustizie patite da parte de' Ministri Regii, a' quali
importava grandemente che non si scovrisse la sua innocenza, e il non
aver potuto trovare un procuratore che non gli fosse sospetto. Faceva
conoscere che molti condannati all'ultimo supplizio aveano disdette
le cose deposte contro gli altri tanto in materia di ribellione che
di fede, ma i Ministri Regii aveano proibito che si mettesse in
iscritto qualche cosa intorno a ciò; esponeva la crudelissima tortura
avuta e le inumanità sofferte in sèguito; conchiudeva supplicando il
SS.^{mo} si degnasse comandare che gli fosse data opportuna facoltà
di potersi legittimamente difendere, che fosse rimosso dalle carceri
secolari e tradotto nelle ecclesiastiche poichè in tal modo avrebbe
potuto difendersi, che la causa della ribellione non fosse spedita
sul processo sin'allora fatto come nullo ed invalido, appellandosi
al SS.^{mo} e protestando della nullità di tutta la causa e di
qualsivoglia Atto di essa.
Senza alcun dubbio i frati non avrebbero potuto avere un Giudice
più del Vescovo di Termoli benigno verso di loro, pur essendo ad un
tempo severo applicatore della giurisprudenza inquisitoriale. La
sua benignità emerge da tutti gli esami fatti e rifatti con tanta
diligenza, e massime dalle diverse sue dimande d'ufficio rivolte
agl'inquisiti; ma rifulge straordinariamente nel giudizio che si
permise di enunciare intorno alla congiura, e nella conclusione alla
quale si dichiarò pervenuto intorno a tutta la causa. Egli giudicò
il primo fondamento, su cui era stata poggiata la faccenda della
congiura, «molto tenue, anzi falso», ciò che per altro disse unicamente
a riguardo delle ciarle che Fabio di Lauro riferiva essergli state
manifestate da fra Dionisio, e ci preme assai che non rimangano
equivoci su tale punto; ma il vedere quel fatto messo in rilievo da
lui, che non aveva l'obbligo di occuparsene, mostra bene qual fosse
l'animo suo verso gl'inquisiti. E sempre meglio ancora lo mostra la
conclusione da lui palesata, che cioè i rei dovessero essere tradotti
nelle carceri di Roma, sottratti al terrore delle forze de' Ministri
Regii, «che se fossero fatti venire a Roma si scopriria la pura verità
de i negocii passati»; con la quale conclusione egli non disse già
que' frati innocenti, degni di essere liberati, ed anche qui ci preme
che non rimangano equivoci, ma accolse appieno i desiderii loro, i
desiderii adombrati da fra Dionisio nel suo memoriale e abbastanza
apertamente espressi anche dal Campanella, che nella sua pazzia e
durante la tortura gridava «al Papa al Papa, quà bisogna che venga
il Papa». Senza dubbio il Vescovo di Termoli, ignaro de' riguardi e
delle transazioni abituali tra le due Corti, onde talora giungevasi
fino a conculcare la giustizia e a sacrificare gl'innocenti, non
teneva conto delle difficoltà che si opponevano all'adempimento
della sua conclusione; dovea quindi di necessità trovarsi in un
ordine d'idee ben diverso da quello del Nunzio, che già abbiamo visto
esclusivamente tenero della buona amicizia tra il Papa e il Vicerè,
condiscendente alle richieste Vicereali purchè si salvasse l'apparenza,
incurante non solo degl'interessi degl'imputati ma perfino del buono
andamento della giustizia verso di loro, e, come vedremo in sèguito,
censore singolarissimo dell'opera del suo collega, ciò che per certo
rappresenta il migliore elogio di costui. Animato dal puro e semplice
amore per la verità, il Vescovo di Termoli dovea sentirsi imbarazzato
vedendo quante circostanze aveano concorso ad ottenebrarla, la
prepotenza ed immanità de' Giudici Regii, la nequizia de' primi Giudici
ecclesiastici, la ferocia degli odii frateschi, lo spirito di profitto
da una parte, la sete di vendetta dall'altra, il terrore incusso
agl'inquisiti da tutti i lati; e dovea soffrirne pure non poco, amiamo
crederlo, per quel sentimento di affetto che il Campanella avea saputo
da lungo tempo ispirargli, e che se non giunse mai a farlo deviare un
solo momento da' suoi doveri d'Inquisitore, lo rese certamente sempre
più caldo nella ricerca della verità. Ma la morte venne a toglierlo da
tanta inquietudine, e venne anche a togliere a' frati inquisiti l'unico
sostegno, su cui potevano contare nella loro infelice condizione.
III. L'anno 1601 s'iniziava con tristi auspicii pe' poveri frati.
Il 1^o gennaio il Vescovo di Termoli moriva nel convento di S.^{ta}
Caterina a Formello, presso la porta Capuana, convento del suo ordine,
in cui si era negli ultimi mesi recato, abbandonando quello di S.
Luigi, e il 2 gennaio era sepolto nell'attigua Chiesa di S.^{ta}
Caterina. Nessuna memoria speciale ricorda il buon Prelato, ma in una
lapide posta non lungi dalla sacristia, rilevata dall'Engenio[230]
e poi, a quanto pare, dispersa, si leggevano i «Nomi e Cognomi
dell'Ill^{mi} Cardinali, e Rev.^{mi} Arcivescovi et Vescovi che sono
sepolti in questa venerabil Chiesa, come quivi di sotto sono scritti,
e la maggior parte sono sepolti con li Padri sacerdoti», e l'ultimo
dell'elenco, l'11^o, era «il Rev.^{mo} Maestro Alberto di Firenzuola
del medem' ordine Vescovo di Termoli, morì à 3 di Gennaio 1601» (sic).
Le circostanze della sua morte ci sono interamente ignote finora.
Nel Carteggio del Nunzio una lettera del 3 gennaio, dopo notizie di
tutt'altro genere, reca anche questa: «hieri si diede sepoltura al
Vescovo di Termoli in S.^{ta} Caterina à Formello, dove si era ritirato
come frate di quella Religione di S. Domenico»[231]; nè si trova una
parola sola di chiarimento e anche meno di compianto per la perdita
del collega Giudice in una causa di tanto rilievo! La Narrazione del
Campanella poi, a proposito di questa morte, reca qualche parola che
ha tutto l'aspetto di una insinuazione, oltre le solite affermazioni
spinto che il Campanella sapeva ben trovare a sua difesa: «Sendo per
la causa del S. Officio venuto dal Papa per Commissario il Vescovo
di Termoli M. Alberto Tragagliola, e si scoperse la falsità del
processo di ribellione per le molte ritrattation che fur fatte dalli
testimoni vivi e morendo; e per le contradittioni, e sconvenienze, e
manifeste scolpationi dell'heresie trovate per schifar la pena della
finta ribellione, el detto Vescovo si fè intendere, che volea liberar
tutti, anche che il Vicerè e Fiscali con promesse e minacce lo voleano
levar di questo proposito, e venne a morte, Dio sà perchè, e disse
morendo «mi dispiace ch'io moro, e non ho liberato questi frati» e lo
scrisse al Papa». Adunque la morte del Vescovo sarebbe stata forse
procurata nientemeno che dal Vicerè e da' fiscali: ma nulla veramente
autorizza ad accogliere un sospetto si grave, nè quel Vescovo avea
propriamente scoperta la falsità del processo della congiura, il quale
trovavasi fuori la sua ingerenza, nè volea propriamente liberare tutti
i frati; e se avesse scritto al Papa in questo senso, i Sommarii de'
processi ecclesiastici non avrebbero mancato di riferirlo. Ben potè
rincrescergli che morendo rimanevano i frati senza alcuno appoggio; e
dal complesso delle affermazioni del Campanella deve anche conchiudersi
che il Vescovo effettivamente non faceva un mistero assoluto delle
opinioni che su que' negozii si avea formate, e «se ne lasciava
intendere», come il Nunzio scrisse più tardi a Roma.
Naturalmente un'interruzione si verificò nel corso del processo, non
solo perchè dovè sostituirsi un nuovo Giudice al Vescovo di Termoli,
ma anche perchè doverono in Roma studiarsi gli Atti processuali fin
allora compiuti per mandare a Napoli istruzioni su quanto rimanesse a
farsi ulteriormente. E frattanto il Governo Vicereale raddoppiò le sue
insistenze, perchè si terminasse una volta la causa dell'eresia, e si
potesse così spedire quella della congiura. Già abbiamo visto che fin
dall'8 settembre, nel mandare a Roma la copia del processo offensivo e
ripetitivo, il Nunzio avea partecipato le premure fattegli dal Vicerè e
da' suoi Ministri; ma dopo di aver mandata la copia anche del processo
difensivo, non cessò mai di sollecitare una risoluzione, e di far
conoscere le vive istanze dei Ministri Regii e de' «Deputati insieme
seco nella causa della ribellione», vale a dire anche di D. Pietro
de Vera certamente dietro doglianze del Vicerè. Così nella lettera
stessa di annunzio della morte del Vescovo di Termoli, e in molte altre
successive, del 19 e 26 gennaio, del 2, 16 e 23 febbraio e del 15
marzo, non si trova altro che una serie di comunicazioni nello stesso
senso, leggendosi: sono stato sollecitato «nè solo hora ma infinite
altre volte per il passato, si che hò havuto et hò che disputare»...;
«vengo di nuovo sollecitato molto per la speditione della causa de'
frati»...; «son di continuo molestato da questi Ministri Regii per la
speditione della causa della ribellione» etc.[232]. Queste lettere, non
pubblicate dal Palermo, son rimaste ignorate; ma vede ognuno quanta
importanza esse abbiano per raddrizzare certi giudizii molto inesatti,
che sono stati proferiti sulla condotta del Governo spagnuolo nella
faccenda del Campanella.
Il 24 marzo (non maggio come fu letto dal Palermo) il Card.^l di
S.^{ta} Severina partecipava finalmente al Nunzio la risoluzione di S.
S.^{tà}, che Mons.^r Vescovo di Caserta intervenisse nella causa del
Campanella e complici «nell'istesso modo che faceva Mons.^r Vescovo
di Termoli»; oltracciò l'ordine dato, dopo aver visti i processi,
di far nuove diligenze col ripetere alcuni testimoni ed esaminarne
altri, come pure di far «diligenze sopra la simulatione della pazzia
di esso Campanella» secondo che scriveva a lungo a Mons.^r di Caserta,
il quale glie l'avrebbe comunicato[233]. E nel processo dell'eresia
abbiamo appunto la lettera del Card.^l di S.^{ta} Severina al Vescovo
di Caserta; ma crediamo bene dar prima qualche notizia sulla persona
del Giudice, cui doveva oramai deferirsi ogni cosa, come già al suo
predecessore.--Vescovo di Caserta era D. Benedetto Mandina, nato
in Melfi di nobile famiglia. Aveva già prima esercitato in Napoli
l'avvocatura con un certo credito, e poi, illuminato da un grave calcio
di cavallo ricevuto ad una gamba mentre cavalcava con gran sèguito di
suoi clienti, era entrato nella Congregazione de' Chierici regolari al
convento di S. Paolo nel 1583. Successivamente trasferitosi a Roma,
perchè pure in S. Paolo era sempre consultato per faccende legali,
gli accadde la cosa medesima da parte delle diverse Congregazioni,
onde venne in credito tanto maggiore, e da Clemente VIII fu creato
Vescovo di Caserta nell'ultimo di gennaio 1594[234]; poco dopo, nel
1595, fu inviato come Nunzio in Germania, in Boemia, in Polonia,
presso Massimiliano, Rodolfo, Sigismondo ed altri Principi, a' quali
fece un'orazione nel convegno di Varsavia, determinandoli alla lega
contro i turchi e a quella guerra in cui si ebbe la famosa rotta di
Agria che abbiamo già avuta occasione di ricordare a proposito del
Bassà Cicala. Al suo ritorno, dopo la morte di Mons.^r Carlo Baldino
Arcivescovo di Sorrento avvenuta nel 1598, gli fu affidata anche la
carica di Ministro della S.^{ta} ed Universale Inquisizione Romana
nel Regno, e però, naturalmente, avrebbe dovuto a lui esser commessa
la causa del Campanella se fin da principio si fosse trovato presente
in Napoli. Tutti questi elevati ufficii da lui tenuti, a' quali venne
poi ad aggiungersi anche la sopraintendenza della Chiesa Arcivescovile
di Napoli dopo la morte del Card.^l Gesualdo, fanno intendere
l'opportunità della sua vocazione a Chierico Regolare, e fanno anche
intendere la profusione di lodi cantategli da' suoi biografi[235]. Era
caritatevolissimo, generosissimo, giustissimo; lo si disse perfino
morto in concetto di santità come il P.^e Beccaria (solo pel Vescovo
di Termoli non ci fu alcuno che sentisse il menomo odore di santità).
Erasi fin dal tempo del suo laicato «esercitato in tutte le opere di
carità nel sodalizio della SS.^{ma} Trinità de' Pellegrini al quale
avea dato il suo nome»; la generosità ed umiltà sua l'aveano ridotto
al punto che si rappezzava le vesti da sè medesimo etc. etc. Inoltre
«nell'amministrar la giustizia era innocentissimo», ma severo co'
delinquenti, ed una volta, in Caserta, gli fu dato il veleno nel vino
con cui celebrava la Messa, ed egli se ne avvide, e perdonando chiunque
glie l'avesse dato, se ne venne immediatamente a Napoli per curarsi. Da
parte nostra non ci saremmo permesso il menomo dubbio su così splendide
virtù, se non avessimo trovato fatti assolutamente opposti nella
trattazione della causa del Campanella e socii.
Ecco ora in breve quanto il Card.^l di S.^{ta} Severina scriveva al
Vescovo di Caserta nella stessa data 24 marzo; la lettera fu inserta
nel processo, iniziando con essa la serie degli atti compresi nel 4^o
volume[236]. Per ordine di S. S.^{tà} egli doveva intervenire nella
causa del Campanella «con l'istesso modo, et autorità che faceva il
Vescovo di Termole», e però gli si mandava una copia del Sommario
del processo. Dovevano farsi alcune nuove diligenze «co' testimonii
tra' quali può essere contestura, à fine di convincere il detto
Campanella, poichè degl'inditii ve ne sono assai», ma ciò nella diocesi
di Squillace, dal Vescovo di quella diocesi che allora trovavasi in
Roma e presto se ne sarebbe tornato; si erano quindi redatti in Roma
alcuni articoli addizionali per la ripetizione de' testimoni, e se ne
mandava la copia a Napoli per farli presentare in processo e darne
comunicazione legale al procuratore del Campanella, il quale avrebbe
redatti gl'interrogatorii da doversi fare sopra i detti articoli e da
doversi mandare a Squillace. Trovandosi carcerati in Napoli due di que'
testimoni, cioè Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco (e ben si
vede che il S.^{ta} Severina non conosceva la condanna all'esilio già
in corso pel Contestabile), dovevano essere egualmente esaminati, ed
anche ripetuti su' medesimi interrogatorii ed articoli laddove avessero
deposto cose rilevanti. Infine dovevano pure per ordine di S. S.^{tà}
farsi le diligenze necessarie per scoprire la simulazione della pazzia
del Campanella a questo modo: «che si faccia visitare da Medici più
volte, et poi si habbia il loro parere in scritti, et anco se gli
dia il tormento della veglia con quella circonspettione che parerà
conveniente per scoprire, et ritrovare questa simulatione di pazzia».
Tutte queste cose egli dovea comunicare a' suoi colleghi, al Nunzio ed
al Vicario Arcivescovile.
Mandava perciò il Card.^l di S.^{ta} Severina l'elenco delle
diligenze da doversi fare in Squillace e parzialmente in Napoli,
coll'indicazione de' testimoni da doversi esaminare e ripetere su
ciascuno de' fatti che si volevano provare; inoltre gli articoli, ne'
quali si trovavano espressi i più cospicui tra codesti fatti[237].
I testimoni erano parecchi. E dapprima fra Simone e fra Dionisio di
Placanica, e fra Domenico di Riace; questi erano stati nominati da fra
Gio. Battista di Placanica, siccome presenti alle due affermazioni del
Campanella, la fornicazione non essere peccato, e la legge dei turchi
essere migliore di quella de' cristiani. Dippiù Tiberio e Scipione
Marullo, Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace, Giulio Contestabile
e Geronimo di Francesco, Giulio Presterà, Francesco Bono, Fabrizio
e Paolo Campanella, fra Scipione Politi, tutti nominati dal Petrolo
come coloro a' quali il Campanella avea comunicate diverse eresie
delle quali si dava un ricordo. Dippiù altri ed altri ancora, nominati
nel primo processo del Vescovo di Squillace, siccome presenti alle
affermazioni del Campanella, del potersi salvare anche senza il
battesimo, del non esser valida la Messa celebrata da chi si trovasse
in peccato mortale. Infine anche D. Marco Petrolo, nominato da
Cesare Pisano come presente al sermone di fra Dionisio nella casa di
Gio. Alfonso Grillo; nella quale occasione poteva esaminarsi anche
Tiberio Lamberto che avea detto volere il Campanella predicare una
nuova legge.--Gli articoli, compilati dal solito Procuratore fiscale
Rev.^{do} Giulio Monterenzio bolognese, furono solamente quattro,
attestanti avere il Campanella osato affermare «etiam cum pertinacia»,
che non valeva, e dava solo qualche vantaggio temporale, la Messa
celebrata essendo il sacerdote o l'instante in peccato mortale, che
poteva esservi salvazione senza battesimo, che non occorrevano tante
religioni di frati, le quali cose erano notorie nella diocesi di
Squillace e qua e là nella Calabria anche prima della carcerazione del
Campanella. Il fatto di maggiore importanza in questi articoli fu la
qualificazione della causa del Campanella, che venne detta «di eresia
e di relapso»; per la prima volta non si parlò più di ateismo e si
cominciò invece a parlare giudizialmente di relapso, ciò che era ben
più grave nelle sue conseguenze, come abbiamo già avuta occasione di
mostrare altrove[238].
Avuta la lettera e gli atti or ora indicati, il Vescovo di Caserta
recatosi dal Nunzio, secondochè ci fa sapere una lettera di costui
del 30 marzo[239], disse che per allora gli occorreva andare alla
sua Chiesa, ma sarebbe presto tornato per condurre a termine la
causa. Ed intanto si provvide che fin dallo stesso giorno 30 marzo
fosse data all'Avvocato assegnato al Campanella la copia degli
articoli addizionali, col termine di due soli giorni per produrre
gl'interrogatorii; e il 2 aprile, il magnifico Gio. Battista dello
Grugno, che questa volta si nominò, produsse 11 interrogatorii, scritti
nelle solite maniere, ma meno banali, più conducenti allo scopo, e
in diversi punti non senza un certo acume. P. es. a proposito del
non essere necessarie tante religioni, egli volle che i testimoni
dicessero se ciò era stato affermato nel senso che non fossero
necessarie nelle città, ovvero nel senso che non fossero buoni
mezzi di salute; a proposito del potersi salvare senza battesimo,
egli volle che i testimoni dicessero se ciò era stato affermato
parlando del battesimo in re, ovvero del battesimo _in voto_. Del
resto, come Atti riguardanti la persona del Campanella, noi ci siamo
creduti in debito di riportarli tra' documenti, e i lettori potranno
giudicarli[240].--Mettiamo qui, per non intralciare la narrazione,
che gli articoli del fisco vennero subito mandati a Squillace, ma in
ultima analisi non si potè quivi conchiuder nulla, come ci mostrano
due lettere del Card.^l di S.^{ta} Severina, l'una al Nunzio scritta
il 30 marzo, l'altra al Vescovo di Caserta scritta parecchi mesi
dopo[241]. I testimoni in generale probabilmente aveano fin perduta la
memoria di quelle proposizioni; parecchi tra loro e i più importanti,
come il Vua e il Prestinace, erano irreperibili, poichè si tenevano
nascosti per isfuggire i rigori del Governo; ed oltre a tutto ciò fra
non molto tempo, nel giugno di quell'anno, il Vescovo di Squillace
se ne morì, onde la Sacra Congregazione di Roma dovè persuadersi che
non c'era più nulla a sperare da quella via. Dalla via di Napoli poi
nemmeno si potè raccapezzare qualche cosa, e il risultamento più
certo dovè esser questo, che il Governo Vicereale rimase tanto più
sospettoso ed irritato per quelle lungaggini, le quali doveano parergli
tergiversazioni.
Il 7 aprile fu esaminato Geronimo di Francesco, uno de' due testimoni
da doversi interrogare in Napoli secondo le ultime prescrizioni di
Roma. Il Vescovo di Caserta si era già istallato in Napoli, ciò che
mostra in lui molta alacrità nel compiere l'ufficio suo, e conosciamo
che prese stanza nelle case di S. Andrea delle monache, propriamente
nel palazzo posto all'angolo tra la via di Costantinopoli e quella
della Sapienza. Aggiungiamo che il Nunzio medesimo, al contrario di
quanto avea fatto durante la vita del Vescovo di Termoli, non mancò
mai più alle sedute, o almeno alle sedute riguardanti la trattazione
dell'argomento principale. Il di Francesco, interrogato, disse di
conoscere molto bene il Petrolo e il Campanella patriotti suoi, di
aver trattato poco col Petrolo, ma aver desiderato di far amicizia col
Campanella «per la nominata che sentiva di esso, di essere litterato,
et nominata di esser dotto»: ma soggiunse che fu colto da una infermità
che lo tenne a letto cinque mesi, onde non potè trattare con lui, e
poi per un cattivo ufficio fattogli da esso Campanella presso certi
suoi parenti, al punto da metterlo in questione con loro, gli divenne
nemico. Dietro altre interrogazioni, disse di non aver mai trattato
da solo a solo col Campanella, di avergli parlato una volta di cose
comuni insieme con fra Pietro di Stilo, di averlo un'altra volta visto
«in sua cella dove legeva di filosofia» essendosi lui fermato alla
porta senza parlargli, e di avergli forse qualche altra volta parlato
in piazza, senza ricordarsi di che, presenti Marcello Dolce, morto, e
Gio. Francesco d'Alessandria (che sappiamo nascosto e forgiudicato;
sempre testimoni irreperibili). Soggiunse di non ricordarsi che in
presenza sua il Campanella avesse mai parlato di cose di fede. Con ciò
manifestamente non v'era alcun luogo a ripetizione, e gl'interrogatorii
e gli articoli doveano mettersi da banda.--Ci sarebbe stato da
esaminare anche Giulio Contestabile; ma non si sapeva nemmeno dove si
trovasse, ed è certo che, oltre un mese dopo questo al quale siamo
pervenuti, il Nunzio non era riuscito ad averne notizia, come rilevasi
da una sua lettera al Vescovo di Squillace[242].
Fu quindi sospesa la trattazione della causa, probabilmente con la
speranza di trovare la persona del Contestabile, ed anche con la
speranza di avere qualche risultamento dalle informazioni commesse a
Squillace. Scorsero cosi presso a poco due mesi senza far nulla, e può
intendersi con quanta mala soddisfazione del Governo Vicereale: ma si
verificarono in questo periodo di tempo diversi avvenimenti, de' quali
andiamo a dar conto. E dapprima furono ripigliate le sedute dell'altro
tribunale per trattare la causa del clerico Marcantonio Pittella, che
le forze Regie aveano catturato nuovamente dopo la sua fuga: ma di
questo, che non entra nell'argomento attuale della nostra narrazione,
discorreremo altrove. Un avvenimento, da doversi qui ricordare,
fu l'invio di un memoriale di fra Pietro Ponzio a S. S.^{tà}, per
reclamare un provvedimento intorno alla sua singolare posizione. Non
ci è venuto sott'occhio il testo del memoriale, ma ne abbiamo trovato
qualche altro consimile inviato più tardi dallo stesso fra Pietro,
che non cessò mai dall'inviarne; e in sostanza egli, non vedendosi
incriminato in nulla, chiedeva di essere giudicato, e non trattenuto
in carcere solamente perchè germano di fra Dionisio. Il Nunzio, cui
fu trasmesso il memoriale dal Card.^l S. Giorgio, con sua lettera del
6 aprile rispose, esser vero che fra Pietro «fu preso come fratello
di fra Dionigi Pontio capo insieme con il Campanella della pretensa
ribellione, pretendendolo informato di essa, et non havendo trovato
contra di lui cosa di fondamento, si sarebbe liberato con molti altri
che si liberarono, se egli stesso con i ragionamenti fatti di notte
con il Campanella da certe finestre non si fosse reso sospetto d'esser
informato del tutto; et perchè questa causa della ribellione resta
sospesa da quella della Inquisitione, per questo non si è passato più
avanti contro di lui; quando si tratti di nuovo di questo negotio, che
potrà esser presto, per la speditione che si deve dare ad un Clerico
(_int_. il Pittella), che dopo d'essere stato un pezzo latitante è
venuto finalmente in mano della Corte, et la sua causa è in speditione,
procurerò si tratti anche di spedir quella di questo fra Pietro, che
per quanto vado considerando deve essere anche lui di mala razza»[243].
Vegga ognuno se possa dirsi questo il linguaggio di un Giudice serio e
giusto: d'altronde egli non fece nulla di quanto promise; scorso poco
più di un mese il Pittella era già fuori carcere come si rileva dalla
sua lettera al Vescovo di Squillace, e fra Pietro rimaneva a languire
nel Castel nuovo[244].
Un altro avvenimento d'importanza anche maggiore fu l'invio di un
memoriale di fra Dionisio a S. S.^{tà}, per far conoscere che fra
Marco di Marcianise avea mandato fra Cornelio in Ispagna, la quale
circostanza poteva ben connettersi con le loro gesta in Calabria contro
i poveri frati[245]. S. S.^{tà}, per mezzo del Card.^l di S.^{ta}
Severina, ingiunse al Nunzio che s'informasse di tale partenza di fra
Cornelio per la Spagna, «da chi vi sia mandato, et à che effetto»; ed
il Nunzio, con sue lettere del 6 e del 20 aprile, rispondeva in certi
termini che meritano di essere testualmente riferiti e ben considerati.
«Quanto al particolare che mi domanda di quel fra Cornelio, posso dirle
che hò parlato à chi l'hà visto in Genova per la volta di Spagna, et
hò ritratto che è andato con partecipatione del Sig.^r Vicerè, nè son
lontano à credere che sia stato di consiglio et d'ordine di quel fra
Marco da Marcianise, il quale sò che era mal sodisfatto del Vescovo di
Termoli, che Dio habbia in gloria, per l'opinione che teneva, et se ne
lasciava intendere, che le essamine fatte da lui et da fra Cornelio
in Calabria fussero state fatte più per sodisfattione de Ministri
Regii che per la verità, et Dio voglia che l'opinione in ciò di detto
Vescovo non l'habbia fatto più largo di quel che conveniva in dar
adito à quei frati di ritrattare le loro confessioni, come mi lasciai
un tratto intendere che mi pareva, et ne avvertii, se bene lasciavo
guidare à lui il negotio, come pratico et essercitato lungo tempo in
cotesto S.^{to} officio dal quale era stato deputato, ma per le molte
occupationi non potei sempre trovarmi à quelle lunghe repetitioni
et difese che potettero fare, vi mandai bene il mio Auditore quelle
volte che non potei esser io. Se sarà vero, come temo, che detto fra
Cornelio sia andato alla Corte per scusare tal fatto, ò per far altro
officio concernente questo interesse, lo reputerò molto errore et del
Marcianese et di lui, perchè se erano mal sodisfatti dovevano pigliare
altra strada». Ed in sèguito: «Hò havuto occasione di parlare con il
Padre Fra Marco da Marcianise, il quale mi hà detto che egli (fra
Cornelio) è andato in Spagna principalmente per un negotio del Sig.^r
Carlo Spinello, et che sapeva che haveva parlato al Sig.^r Vicerè
avanti partisse, et che poteva esser che trattasse là del negotio della
ribellione et dell'Inquisitone, poi che si era trovato in Calabria à
quei Processi, ma che sopra di ciò non gli haveva ordinato cosa alcuna.
Come si sia, non voglio dubitar punto che ne parlerà, et questo non sò
se potrà piacere; saprà V. S. Ill.^{ma} quello che dovrà farsi»[246].
Con ogni probabilità il Card.^l di S.^{ta} Severina non fece nulla
contro que' frati: ma ciò che riesce ancor più interessante per noi
è il vedere il Nunzio riscaldarsi tanto, sol perchè poteva essere
alla Corte di Spagna riferita sotto mala luce l'opera de' Giudici
ecclesiastici di Napoli, e con questa preoccupazione, intento solo a
salvare sè medesimo, spingersi fino a censurare l'opera del defunto
Vescovo di Termoli. Egli che non aveva forse nemmeno letto il processo
di Calabria, egli che certamente non aveva avuto cura de' più sacri
dritti degl'inquisiti nel tribunale della congiura e d'altra parte
aveva assistito ben poco alle sedute del tribunale dell'eresia, egli
osava mettere innanzi i suoi scrupoli, perchè il Vescovo di Termoli
era stato largo nel dare agl'inquisiti agio di ritrattarsi, ed aveva
professata l'opinione che i processi di Calabria fossero stati fatti
piuttosto per dar soddisfazione a' Ministri Regii. Ed era proprio
bene scelto il momento per fare queste osservazioni, mentre que' due
ribaldi davano la miglior dimostrazione che il Vescovo di Termoli
era nel vero, e facevano manifesta la loro scelleraggine, ricorrendo
a Spagna d'accordo col Vicerè e con Carlo Spinelli. Ma bisognava
dunque schiacciarli ciecamente quegl'inquisiti per non turbare le
buone relazioni con la Corte di Spagna, bisognava sacrificarli alla
«ragione di Stato», della quale ben si vede che non a torto si dolse
continuamente in versi ed in prosa il Campanella. Per verità il
Campanella e socii potevano essere molto colpevoli, ed anzi per noi
giuridicamente lo erano, ma meritavano senza dubbio Giudici assai
migliori di quelli che ebbero.
L'ultimo avvenimento, che si verificò nel periodo di tempo al quale
siamo pervenuti, fu la morte dello sciagurato fra Gio. Battista di
Pizzoni. Il 14 maggio, dopo tante sofferenze per la spalla slogata
e suppurata, dopo un'apoplessia che gli tolse la parola per quattro
giorni (circostanza da notarsi), egli spirò nelle carceri del Castello:
lo mostra un'informazione, che d'ordine de' Giudici fu presa da Gio.
Camillo Prezioso, e sulla data della morte concorda anche la notizia
che ne abbiamo trovata ne' libri Parrocchiali della Chiesa del Castel
nuovo. Difatti in un elenco di morti posto al sèguito del libro III,
col titolo «Memoria de quilli che morino in questo Castello novo dal
di 23 de giugno fatta 1597» si legge: «A di 14 de maggio 1601 morse
fra gio. batt.^a calabrese». Con questa vaga indicazione, impossibile
a decifrarsi senza l'aiuto di altri documenti, trovasi registrato
l'amico intimo divenuto poi accusatore del Campanella, colui che fornì
la base principale a quei processi, onde il povero filosofo ebbe a
patire tante miserie, ed egli medesimo fu tratto ad una precoce fine
odiato e malmenato da tutti.--L'informazione su questa morte fu presa
il 1^o giugno, e fu inserta nel 3^o volume del processo, al sèguito
delle difese che il Pizzoni avea fatte. Vennero esaminati Alonso
Martines carceriere, Antonio de Torres carceriere anche lui e socio del
Martines, inoltre Marcello Salerno carcerato per la ribellione, che
già abbiamo conosciuto in altri Atti precedenti. Il Martines espose
la malattia e la morte del Pizzoni a questo modo: «l'infermità sua fù
che havea un braccio guasto per la tortura che hebbe quà in questo
Castello per ordine delli Officiali Regii per la causa della ribellione
(si vede bene che il Nunzio, la tonsura di D. Pietro De Vera, il Breve
e Clemente VIII, non bastarono per far credere nemmeno al Prezioso,
che raccolse la deposizione, essere sul serio quel tribunale per
la ribellione un tribunale ecclesiastico); et per tal causa a lo
braccio se li fece una postema, et dalla postema poi... se li fece una
piaga, et li sopravenne un discenso grande che li levò la parola, et
sequitandoli quella infirmità trà quattro giorni se morì, et morse la
notte de li quattordici di detto mese di maggio, alle cinque hore, et
io lo viddi morto ad una camera dove stava, e morse in questo regio
Castello novo, et non solo lo viddi morto ma anco lo viddi sepellire
alla sepoltura dove si soleno sepellire li preti, et di detta morte
di frà Gio. Battista de pizzone ne è stata et è publica voce et fama
in questo Castello novo trà quelli che lo conoscevano, è così è la
verità». Le cose medesime esposero in sostanza anche gli altri, con un
identico formulario; potrebbe appena rilevarsi che aggiunsero essere
stato il Pizzoni leso nel braccio destro, avere usato molti rimedii
inutilmente, avere avuta la visita di due medici etc. In conchiusione
la morte di lui risultò con siffatte testimonianze legalmente accertata.
Intanto fin dagli ultimi giorni di maggio erano in corso i preparativi
per ripigliare il processo, in adempimento delle diligenze ordinate
da Roma a fine di scovrire la pazzia simulata del Campanella. Si era
provveduto che due medici visitassero più volte il Campanella, come
risulta da una delle fedi che costoro scrissero e come d'altronde era
stato da Roma ordinato; ma senza attendere tali fedi, si era provveduto
anche quanto occorreva pel tormento della veglia; per questo dovè farsi
venire ogni cosa dalle carceri della Vicaria, poichè sappiamo di certo
essere stato della Vicaria uno degli aguzzini che a suo tempo vedremo
entrare in iscena. Siffatti preparativi, che non potevano tenersi
nascosti, posero in agitazione vivissima i poveri inquisiti: apparve
a tutti che specialmente o fra Dionisio o il Campanella fossero sul
punto di avere un tormento de' più gravi, e che di poi sarebbe venuta
la volta degli altri; si pensò quindi di fare qualche tentativo capace
almeno di trattenere un poco l'amministrazione del tormento.
Il 3 giugno fra Pietro di Stilo trasmise con una sua lettera al
Vescovo di Caserta alcune carte del Campanella, sulla provenienza
delle quali, dovendo nascondere il vero, fece una narrazione
abbastanza inverosimile[247]. Erano le proprie Difese con gli Articoli
Profetali, che il Campanella aveva scritte durante il processo della
congiura, e che non aveano potuto essere presentate a tempo debito.
Fra Pietro, che fin dall'inizio di questi processi avea prescelto
di far la parte dell'ignorante, mostrando di non conoscere che cosa
quelle carte rappresentassero, scriveva al Vescovo di aver ricevuto
dal Campanella già da un anno, poco dopo il suo primo tormento (il
tormento del polledro), alcune carte scritte di sua mano, con preghiera
che le facesse copiare e le conservasse, perchè erano cose di molta
importanza; ed egli le avea prese, e perchè non le intendeva, le avea
fatte leggere all'_olim_ fra Gio. Battista di Pizzoni (sempre citato
il morto o l'assente) acciò vedesse se ci fossero cose di S.^{to}
Officio da poterlo compromettere, nè avea mai più potuto riaverle,
dicendogli il Pizzoni che le avea perdute e che erano cose sospette;
ma appunto nella sera precedente le avea riconosciute tra altre carte
lasciate dal Pizzoni, e per suo discarico le consegnava a S. S.^a
Ill.^{ma}, perchè vedesse se c'erano cose di eresia come il Pizzoni
avea detto, e provvedesse secondo giustizia, assicurando che quelle
carte erano «il vero trasunto di quelli scritti del detto frà Thomaso
Campanella».--Da parte sua fra Dionisio, il 4 giugno, trasmise con una
sua lettera a' Giudici, perchè provvedessero come meglio fosse loro
parso di giustizia, una lettera a lui diretta dal Petrolo fin dal 28
maggio, nella quale costui, dicendosi infermo ed abbandonato, scriveva:
«intendo che si fanno molti preparamenti di tormenti, e dubito che
non siano per V.^a Reverenza, o per il Padre Campanella, io, come hò
possuto vedere nella copia del processo suo, non m'hò esaminato contra
V.^a paternità in niente, perche non ci era occasione, si bene mi hò
esaminato contra di frà Thomaso ad un certo fine, ch'io esposi in un
memoriale all'Ill.^{mo} Sig.^r vescovo di Termoli olim commissario di
questa causa (pia menzogna, sempre citando il morto), per il quale
memoriale credeva io che fossemo tutti rimessi alli nostri superiori,
ma vedo che non ha fatto effetto mentre cquà si tormenta, dunque vostra
paternità mi favorisca di avvisare li signori superiori e protestarsi
che facciano la causa nelle carceri delli nostri superiori (ciò era
stato già eseguito appunto da fra Dionisio), ò vero che prima che
procedano a cosa alcuna mi reesaminino» etc.[248]. Evidentemente
questa lettera, fatta scrivere dal Petrolo infermo, era un pretesto
per pigliar tempo e scansare il tormento almeno per qualche giorno;
la lettera medesima di fra Pietro di Stilo, senza dubbio poggiata su
qualche cosa assai più concludente, non aveva uno scopo diverso; ma i
Giudici cominciarono per fare amministrare il tormento, e di poi, anzi
durante il tormento, si occuparono di tali lettere ad essi inviate.
Il 4 giugno dunque il povero Campanella ebbe quell'atroce tormento
detto la veglia, prolungato senza misericordia fino alla metà del
giorno successivo. E prima di tutto dobbiamo spiegare in che consisteva
la veglia, ed inoltre rammentare in che modo lo stesso Campanella
ne parlò specialmente nella sua Narrazione. Anche qui le più esatte
notizie ci sono fornite da un medico, e questa volta de' più celebri,
da Paolo Zacchia. Si conosce che la veglia fu inventata nella 1^a metà
del 1500 da Ippolito de Marsiliis, famoso criminalista bolognese e
Giudice nella Valle Lugana, «avverso gli ostinati e coloro i quali non
temevano i tormenti». Egli si serviva soltanto di uno scanno di legno
su cui faceva sedere l'inquisito per 40 ore, con due uomini a lato, i
quali, ogni qual volta l'inquisito accennava a dormire, gli davano con
la mano sul capo e glie lo sollevavano per tenerlo desto, venendo di
tempo in tempo surrogati da altri, mentre i primi andavano a riposare;
e il De Marsiliis si applaudiva molto di questo suo trovato, il quale,
come egli scrisse, eragli parso piuttosto una cosa da ridere che un
tormento, prima che ne avesse fatta l'esperienza, mentre invece ebbe
a vedere «non trovarsi alcuno tanto feroce da potervi resistere» (era
feroce l'inquisito, non il Giudice); al più tardi in due notti ed un
giorno, con la promessa del riposo, l'inquisito confessava tutto, e
però bisognava rammentarsi di questo genere di tormento che era della
massima potenza e non affliggeva il corpo, «sicchè per esso il Giudice
non incorreva mai in sindacato». Immediatamente i suoi contemporanei
e successori se ne giovarono, accertandone tutti i vantaggi, come li
accertò p. es. Paolo Grillando nel suo trattato. Ma il progresso si
fece sentire anche in questo tormento, e si cominciò coll'aggiungervi
copioso cibo e vino in precedenza, acciò il sonno divenisse tanto
più grave, e si finì col modificare lo scanno ed associarvi altre
specie di tormenti per accrescerne l'efficacia. Così diedesi allo
scanno una maggiore altezza affinchè i piedi dell'inquisito non
poggiassero a terra, ed anche una superficie non piana ma ad angolo,
denominando perciò lo scanno _capra_, _cavallo_ o _cavalletto_,
affinchè le parti deretane dell'inquisito ne venissero travagliate.
E vi si associò pure la sospensione dell'inquisito alla corda con
le braccia torte in dietro, nei soliti modi, ed anche con gli omeri
fermati mediante funicelli alle mura laterali della stanza, talora
perfino col petto fermato mediante una fascia al muro corrispondente
al dorso, senza dubbio per impedire che l'inquisito col dondolarsi
potesse sfuggire l'azione dello scanno. Infine vi si aggiunse lo
scostamento, e l'elevazione forzata degli arti inferiori, mediante un
lungo bastone posto per traverso, sulle cui estremità venivano ligati
i piedi con altri funicelli, mentre un terzo funicello attaccato alla
parte media del bastone lo attirava verso il muro di fronte, senza
dubbio per impedire del pari che il tormentato, con lo stringere
le cosce sullo scanno, potesse di tempo in tempo sottrarre le sue
parti deretane all'azione di esso. Prospero Farinaceo, criminalista
appunto del tempo del quale trattiamo, volle mostrarsi umanitario
rifiutandosi di descrivere il tormento della veglia, perchè, egli
disse, non era «nè aguzzino nè birro»; ma l'Ambrosino accennò alle
condizioni dello scanno, alto 7 o 8 palmi, fornito di tre piedi e a
superficie angolare ottusa, su cui doveva poggiare l'inquisito con
le parti deretane nude, aggiungendo di aver visto talvolta lo scanno
ad angolo acuto, che poteva uccidere il torturato venendogli rotte e
perforate quelle parti. Paolo Zacchia, di poco posteriore per tempo,
ci diede la descrizione completa del tormento quale allora si usava,
e non è dubbio averlo dovuto il Campanella sostenere presso a poco
in quella maniera perfezionata, che lo Zacchia descrisse e che noi
abbiamo stimato necessario riferire[249]. Che al Campanella sia stata
amministrata la veglia secondo gli ultimi perfezionamenti risulta
dall'Atto del suo tormento, in cui oltre lo scanno di legno detto
il cavallo, la sospensione alla corda con le mani ligate dietro la
schiena, l'aguzzino sedutogli accanto che lo toccava ed avvertiva di
non dormire, è citato anche il funicello applicato a' piedi, che il
povero tormentato chiedeva si portasse più in alto perchè i piedi gli
bruciavano; e risulta egualmente da quanto ne lasciò scritto in ispecie
nelle _Quaestionum moralium_, non che dalle parole stesse della sua
Narrazione, in cui i funicelli sono ricordati in primo luogo, e sono
ricordati anche i guasti verificatisi nelle sue parti inferiori. «Al
tempo del Manini (_int._ Mandina) fu ad istanza del Sances Fiscale,
ch'andò fin a Roma _personaliter_ per tal licenza, tormentato 40 hore
di funicelli _usque ad ossa_, legato nella corda a braccia torte,
pendendo sopra un legno tagliente et acuto, che si dice la Viglia:
che li tagliò di sotto una libra di carne, e molta poi n'uscìo pesta
et infracidata, e fu curato per sei mesi con tagliarli tanta carne,
e n'uscir più di 15 libre di sangue delle vene et arterie rotte, et
sanò delle mani, e parti inferiori contra la speranza di medici quasi
per miracolo, nè confessò heresia nè ribellione, è restò per pazzo non
finto come diceano». E qui non possiamo dispensarci dal far avvertire
che questa menzione del Sances, fatta già anche nella lettera a Paolo
V, ci apparisce uno de' più spinti ripieghi del Campanella per mettere
nella penombra l'opera dei Giudici ecclesiastici e far risaltare la
ferocia degli ufficiali Regii; il ripiego gli riuscì bene, se non
presso Roma, presso il resto del mondo, poichè fino a' giorni nostri è
stata sempre attribuita agli ufficiali Regii l'amministrazione della
veglia, rimanendo pure dimenticato il canone allora vigente, «clericus
regulariter torqueri non potest per laycum». Non intendiamo mettere in
dubbio che il Governo Vicereale, e per commissione di esso il Sances,
abbia potuto insistere presso la Curia, perchè si badasse bene a
provare energicamente la pazzia la quale si avea ragione di credere
simulata; ma crediamo assai difficile poter ammettere che da tali
insistenze fosse nata l'idea di amministrare il tormento della veglia.
Da un lato non si comprende in che modo il Sances avrebbe potuto
sapere, o mostrar di sapere, lo stato della causa di S.^{to} Officio
e prendervi un'ingerenza diretta; d'altro lato in Roma non aveano
bisogno di eccitamenti per ordinare l'amministrazione della veglia,
non solo perchè era massima di giurisprudenza che agl'inquisiti finti
pazzi si potevano e dovevano amministrare i tormenti gagliardi, tanto
più che ritenevasi esservi con loro minor pericolo di morte[250], ma
ancora perchè, ogni qual volta a Roma appariva necessario un tormento
gagliardo, solevasi in quel tempo ordinare l'amministrazione della
veglia. Difatti dal Carteggio del Nunzio si rileva che, meno di un
anno dopo di aver data la veglia al Campanella, ad un altro frate
Domenicano, fra Raimo dell'Olevano, essendo stata inutilmente adoperata
la corda nel tribunale della Nunziatura, dietro licenza di Roma fu data
pure la veglia e del pari senza cavarne nulla, sì che fu poi mandato
alle galere: vero è che questo frate trovasi qualificato «Theologo et
Predicatore se bene un gran tristo», già evaso dalle carceri del Nunzio
fin dal 1593, ripigliato dalla Corte nel 1601 in abito di assassino con
7 palle in tasca, stato in campagna ed imputato di 6 delitti capitali
ed un ricatto; ma l'imputazione del Campanella non era niente meno
grave per la Curia Romana[251].
Ecco ora il doloroso racconto di quanto accadde durante la veglia
data al Campanella, come risulta dall'Atto che ne fu disteso e che
pubblichiamo tra' Documenti[252]. Tutti i Giudici erano al loro posto:
il Campanella introdotto dal carceriere Martines e richiesto del
giuramento disse, Juravit Dominus, Deus in adiutorium...; ammonito su'
guai a' quali andava incontro rispose, dieci cavalli bianchi; toccato
dal cursore della Curia Arcivescovile gli disse, non mi toccare che
sei scomunicato per la bolla in coena Domini. Alle ore 7 del mattino
(ora 11^a) fu ligato alla corda e sospeso sul cavalletto: nell'essere
ligato diceva, ligatemi bene, badate che mi storpiate; poi con alte
grida cominciò a dolersi, massime per la forte strettura de' polsi,
dicendo son morto, non feci niente, e tante altre cose fuor di
proposito, che era un santo, che era un Patriarca, che aspettava il
Breve della Crociata etc. chiamando uno de' Giudici Monsignore, e il
Vicario Arcivescovile «zio Arciprete». Chiese che gli si pulisse il
naso, e si dolse di nuovo fortemente quando gli furono ligati i piedi;
toccato dall'aguzzino gli disse, non mi toccare, che sii squartato.
Udì suonare le trombe sulle galere ormeggiate al molo presso il Castel
nuovo, e disse, suonate, suonate, sono ammazzato frate; guardò la
porta della camera che stava aperta e disse all'aguzzino, aprimi, oh
frate, oh frate. Poi abbassò il capo e tacque per un pezzo, e toccato
dall'aguzzino disse, oh frate, e continuò a stare per un'ora col capo
e col petto abbassati. Richiesto se volesse discendere, giurare e
rispondere, accennò di sì, ma non volle proferire parola: lo fecero
poi discendere perchè soddisfacesse a' bisogni naturali. Quindi fu
posto di nuovo al tormento (2^a volta) e disse, ora mi ammazzate
ohimè, e tacque: l'aguzzino gli ricordava di non dormire, ed egli
diceva, siedi, siedi alla sedia, taci, taci, nè rispose mai alle
continue ammonizioni di mettere da parte la pazzia, ed alle diverse
interrogazioni sulla sua patria, sulla sua età etc.; si lagnava di
tempo in tempo, ma alle interrogazioni non rispondeva. Si giunse così
alle 8 della sera (ora 24^a) essendo questa volta rimasto sempre nel
tormento senza interruzione, nè altro si udì da lui che, ohimè, ohimè;
e battute le 9 (1^a ora di notte) chiese da bere e l'ebbe, nè mai
rispose alle interrogazioni, ma si notò che mostrava di udire con cura
e di percepire le parole e le ammonizioni a lui dirette, e guardava
anche i circostanti. Di poi disse, Cicco Vono l'ammazzò; e dichiarò che
era di Stilo, Domenicano da Messa, che aveva impiantato il monastero
di S. Stefano, che aveva preso l'abito alla Motta Gioiosa, e nominò
Lucrezia sua sorella e Giulio suo fratello ivi dimoranti, nominò anche
Emilia figlia di suo zio che egli aveva maritata. Più tardi chiese da
bere vino e l'ebbe, e ricominciò a lagnarsi, a dire che chiamassero suo
padre, quindi si ripose a tacere, e gli dicevano, «Tommaso Campanella
che dici? non parli?», ed egli non rispondeva, e solo volgevasi di
qua e di là guardando i vicini. Sorse così il giorno e furono aperte
le finestre e spenti i lumi, ed egli, sempre taciturno, appena diceva
qualche volta, moro, moro, non posso più, non posso più, per Dio. Ma
poco dopo parve che svenisse, onde i Giudici ordinarono di toglierlo
dal tormento e porlo a sedere; quindi gli concessero di soddisfare
a certa sua necessità, e poco dopo batterono le 7 (erano già 24 ore
di tormento). L'infelice chiese allora qualche uovo da bere, e glie
ne furono date tre, aggiuntovi del vino; disse che sentivasi morire,
e chiestogli se volesse confessare i suoi peccati, rispose di sì e
che gli chiamassero un confessore. Ma non se ne fece nulla essendosi
ristabilito, e venne ordinato che fosse riposto nel tormento, ed egli
incominciò a dire, lasciatemi stare, aspettate frate mio; gli fu
detto allora perchè mai avesse tanta cura del corpo e non dell'anima,
ed egli, «l'anima è immortale». Fu dunque riposto nel tormento (3^a
volta), e rimase taciturno, ma poi chiese all'aguzzino che portasse più
in alto il funicello con cui erano ligati i piedi, perchè questi gli
bruciavano; e i Giudici lo concessero. Continuò a star quieto, gli si
dimandò se volesse dormire e disse di sì, gli si promise che avrebbe
avuta comodità di dormire dopo di aver risposto alle interrogazioni, ed
egli non parlò più, e talora si lamentò dicendo, oh mamma mia. Erano le
11 del mattino (ora 15^a); i Giudici aveano profittato di quella seduta
per esaminare fra Dionisio sulle lettere che avea presentate; gli
ordinarono quindi di parlare al Campanella che stava nel tormento, e
di persuaderlo a rispondere formalmente, ad evitare i tormenti che per
lui erano affatto inutili, avvertendolo che il S.^{to} Officio avrebbe
procurato di ottenere da lui le risposte in tutti i modi! Fra Dionisio,
come si notò nell'Atto, «adempì l'incarico con bastante diligenza
e carità», discusse, disputò, e il Campanella gli disse che voleva
rispondere alle interrogazioni. I Giudici allora concessero che fosse
deposto dal tormento, oltrechè venisse ristorato con cibo e bevanda;
intanto gli accordarono che andasse a soddisfare certe sue necessità,
lasciandolo accompagnare da fra Dionisio, e in ciò scorse più di un'ora
di tempo (così fra Dionisio ebbe tutto l'agio di consigliarlo, ma si
può supporre in qual senso). Fecero di poi sedere il Campanella presso
il loro tavolo, l'eccitarono a rispondere e gli dimandarono perchè si
trovasse carcerato nel Castello; il Campanella rispose, che volete da
me? Avendone solo parole, lo fecero riporre nel tormento (4^a volta),
e il Campanella vi rimase taciturno, insensibile, appena dicendo di
tempo in tempo, moro, moro. E quando videro che vi stava senza dire
la menoma parola, senza muoversi, senza dar segno di dolore, finirono
per ordinare che lo deponessero, gli accomodassero le braccia, lo
vestissero e riportassero alla sua carcere, dopo di essere stato nel
tormento per circa 36 ore.
La prova data dal Campanella fu certamente grande, tanto più grande
perchè nel tormento del polledro non gli era riuscito di mostrarsi
forte. Quattro volte successive, con brevi intervalli, era stato posto
allo strazio e vi avea resistito un giorno e mezzo: i suoi amici ne
rimasero ammirati, e vedremo segnatamente fra Pietro di Stilo farne gli
elogi più entusiastici. Cosa ne avessero concluso i Giudici, si può
rilevarlo dal Carteggio dell'Agente di Toscana. Era morto allora il
Battaglino fin dalla notte di Natale dell'anno precedente, ed eragli
successo Alessandro Turaminis senese, venuto nel 1592 ad insegnare con
forte stipendio il «Jus civile della sera» nello studio pubblico di
Napoli, rimanendo anche avvocato di S. Altezza il Gran Duca per gli
affari di Capestrano e in buone relazioni col Nunzio: il Turaminis fin
dal 2^o giorno del tormento, essendone l'esito tuttora ignoto, avea
scritto a Firenze che il Campanella veniva provato «nella sveglia ad
istanza del S.^{to} Officio» sul fatto della pazzia; e il 12 giugno
scrisse, che avea lasciato «dopo hore 37 di risveglia confuso ognuno,
et in dubio più che mai se fosse savio o matto»[253]. Rimase dunque
scossa l'opinione che la pazzia fosse simulata, se dobbiamo credere
al Turaminis, che potè veramente saperlo dal Nunzio; ma vedremo tra
poco che ad ogni modo si ebbe presto motivo di non recedere da quella
opinione, ed intanto conviene fermarci un poco sulle lesioni riportate
dall'infelice filosofo in questo che fu l'ultimo de' suoi tormenti.
Ciò che abbiamo visto da lui scritto su tale proposito nella sua
Narrazione trovasi già riferito anche in più Lettere ed in qualcuna
delle sue opere, col ricordo che era stato «sette volte tormentato»; e
per l'ultimo tormento trovasi detto, più o meno, che avea perduta «una
libbra di carne nelle parti deretane e diece libbre di sangue», che
«era uscito sano dalla fossa (int. dalla sua tristissima condizione)
dopo sei mesi», che avea «riacquistata la sanità per la diligenza
dell'ottimo uomo, il chirurgo Scamardelli»[254]. Senza dubbio in tutto
ciò deve riconoscersi qualche esagerazione ed anche una inesattezza
tipografica. Per intendere che il Campanella sia stato sette volte
tormentato, bisogna computare ciascuna delle quattro riposizioni nel
tormento verificatesi durante la veglia, e perciò noi abbiamo procurato
di notarle: il conto torna solo col sommare le quattro riposizioni
nella veglia, la corda semplice avuta a tempo del Vescovo di Termoli,
e le due riposizioni nel polledro avuto per la congiura; nè sarà
inutile ripetere ancora una volta che tutti questi tormenti furono
dati sempre da Giudici deputati dal Papa, dietro ordine o consenso
espresso del Papa, sicchè non riesce giusto attribuirli agl'inumani
spagnuoli, pur riconoscendo che questi avrebbero fatto molto peggio
se avessero potuto. Non è dubbio poi che la veglia abbia prodotto una
ferita lacero-contusa con mortificazione ed emorragie consecutive,
sebbene le valutazioni della carne e del sangue perduto appariscano
fatte con molta larghezza: di certo vedremo risultare dal processo, che
due mesi e mezzo dopo il tormento il Campanella trovavasi pur sempre
a letto, assistito da suo padre e suo fratello ancora prigioni. Chi
era intanto l'ottimo uomo, il chirurgo Scamardelli che gli prestò le
sue cure? Ognuno comprenderà facilmente quale interesse egli ci abbia
destato, ma nessuno potrà mai immaginare quanti sforzi ci abbia costato
il conoscerlo, sino a che non ci venne l'idea di consultare i libri
parrocchiali della Chiesa del Castello nuovo. Sapevamo che in ogni
Castello si tenevano a que' tempi, con misero stipendio, un medico ed
un chirurgo, e pel Castello di S. Elmo ci era riuscito di trovare che
funzionava allora da medico-chirurgo un Bonifazio del Castillo con
cui senza dubbio il Campanella dovè aver che fare quando più tardi
fu trasportato a S. Elmo, ma pel Castello nuovo le scritture di più
Archivii non ci aveano rivelato che il medico Gio. Geronimo Orabona
fino all'anno 1591[255]: d'altronde nel processo attuale trovavamo,
per altre cure delle quali si parlerà in sèguito, nominato il chirurgo
Scipione, e da un pezzo ci eravamo accorti che in tutte le opere del
Campanella, non impresse sotto gli occhi suoi, le storpiature di nomi
sono abbastanza frequenti. I libri parrocchiali del Castello nuovo
ci hanno appunto mostrato che il chirurgo era Scipione Camardella (o
Cammardella), appartenente ad una famiglia da molti anni dimorante in
quella fortezza e stretta in parentela con molte persone ivi impiegate:
onore a lui, che seppe ricondurre a sanità il povero filosofo, e
meritarne la stima e la riconoscenza[256].
Come abbiamo accennato, il 5 giugno, 2^o giorno del tormento del
Campanella, i Giudici vollero profittare del trovarsi riuniti, per
esaminare fra Dionisio intorno alle lettere che avea presentate.
Trattavasi di sapere se appartenesse veramente a lui la lettera o
memoriale diretto a' Giudici, se appartenesse al Petrolo la lettera
inviata con quel memoriale ed in che modo esso fra Dionisio l'avesse
ricevuta. Fra Dionisio accertò quanto si volea sapere, dicendo di aver
ricevuta la lettera del Petrolo già da otto o nove giorni per mezzo
di Felice Gagliardo carcerato per la congiura, il quale glie l'avea
data passandola per la fessura superiore della porta del carcere,
in cui si trovava egli solo e sempre chiuso. E i Giudici non se ne
brigarono ulteriormente, nè chiamarono a nuovo esame il Petrolo come
costui dimandava.--Si fecero invece, nella stessa seduta, ad esaminare
fra Pietro di Stilo intorno alla sua lettera ed alle scritture,
del Campanella con essa inviate, cioè le Difese con gli Articoli
profetali[257]. Fra Pietro, sempre dietro dimande, disse che fin
dall'anno scorso, nel principio di quaresima, il Campanella gli avea
mandate certe carte scritte per mezzo di un figliuolo che serviva nelle
carceri ed egli non sapeva dire chi fosse; costui glie le passò per
la fessura inferiore della porta a nome del Campanella, dicendogli
per ambasciata che le facesse copiare e le tenesse a sua richiesta,
perchè erano carte che gl'importavano. Ed egli, nella settimana santa,
fece copiare il 1^o fascicolo da fra Pietro Ponzio venuto allora a
stare nel suo carcere, e diede l'altro ad un compatriotta, Vincenzo
Ubaldini di Stilo, il quale dimorava in Napoli con un suo fratello,
presso un Signore che non sapea dire chi fosse e che avea udito essere
andato alla guerra, e il detto Ubaldini l'avea fatto copiare da un
copista[258]. Aggiunse che gli originali non c'erano più, perchè il
copista non volle restituire quello a lui consegnato, dicendo che era
cosa curiosa, e l'altro, consegnato a fra Pietro Ponzio perchè lo
copiasse, fu dato al Pizzoni insieme con la copia, e costui non volle
restituir nulla dicendo che erano cose sospette; quando poi trovò
quelle scritture, nel cercare un foglio di carta sotto il materasso del
letto in cui era morto il Pizzoni, trovò pure l'originale predetto,
ma fatto a pezzi e ridotto in altro uso, e c'erano stati presenti il
Bitonto, fra Paolo ed anche il Petrolo ammalato. Aggiunse che aveva
bensì lette quelle scritture, ma senza capir nulla dei profetali, e
facendosi spiegare da fra Pietro Ponzio qualche cosa del fascicolo che
egli copiava: inoltre che il martedì o un altro giorno della settimana
santa, il Campanella «che non si era ancora publicato pazzo» mandò a
chiedergli le copie fatte e se le tenne dalla mattina alla sera e poi
glie le rimandò; ed allora vi appose certe note, che riconobbe essere
di mano del Campanella ma scritte con carattere più piccolo del solito.
Aggiunse infine che non avea mostrato ad alcun altro quelle scritture,
nè sapeva che alcun altro le avesse viste all'infuori de' già nominati,
e che non le avea presentate prima perchè non le avea potuto aver
prima.--È superfluo dire che molte circostanze di tale racconto erano
mentite: lasciamo da parte il non conoscere il figliuolo che a nome
del Campanella avea portato gli originali delle scritture (forse
Aquilio Marrapodi) e il copista laico che avea trascritto una di esse;
lasciamo da parte che quelle scritture erano state sempre nelle mani
del Pizzoni, e poi ancora rimaste ignorate sotto il materasso fino a
circa tre mesi dopo la morte di lui; ci limitiamo a dire esserci noto
con bastante certezza, che il Campanella attendeva a comporre quelle
scritture anche quando si era già mostrato pazzo, che di tempo in tempo
mandava qualche pagina scritta a fra Pietro di Stilo, e che i frati
vi annettevano anch'essi molta importanza, sperandone forse un grande
effetto pel buon esito de' loro processi. Abbiamo a tempo opportuno
esposto con larghezza la materia di tali scritture, che rappresentavano
le Difese del Campanella nella causa della congiura: potrebbe sembrare
che il Nunzio, uno de' Giudici in detta causa, avesse dovuto sentir
l'obbligo di trasmetterle al tribunale proprio; ma per Verità quella
causa era finita pel Campanella, e non rimaneva a' Giudici che
mettersi d'accordo sulla sentenza da doversi pronunziare. Un Giudice
coscienzioso non avrebbe certamente mancato di occuparsene ad ogni
modo, ma tale non era il Nunzio, su cui, ben più che sul Sances, il
Campanella avrebbe fatto senza dubbio cadere i suoi risentimenti, se
non si fosse trovato nella necessità di parlarne il meno possibile; non
farà quindi meraviglia che quelle Difese fossero rimaste inserte nel
processo dell'eresia, utili solamente a noi, che abbiamo così potuto
avere la comodità di esaminarle. Ma perchè furono esse presentate al
tribunale dell'eresia? Evidentemente, nel presentarle, fra Pietro
di Stilo non potè aver altro scopo, che quello di fare un tentativo
disperato per allontanare almeno temporaneamente l'amministrazione
della veglia, senza punto sospettare ch'esse avrebbero potuto andare
perdute. E il tentativo non riuscì, ed anche la perdita non influì in
alcun modo sull'esito della causa della congiura.