Il 21 agosto 1600, nella seduta medesima in cui si faceva l'esame

informativo di Valerio Bruno, procedevasi alle ripetizioni, cominciando

da quelle contro il Campanella, che furono in breve esaurite nelle

sedute successive del 22 e 23, aggiungendovisi una ripetizione

supplementare il 29 agosto. Furono ripetuti il Soldaniero, il Pizzoni,

il Lauriana, il Petrolo, fra Pietro di Stilo; la ripetizione del

Petrolo ebbe bisogno di un supplimento, per chiarire alcuni punti su'

quali non parve di avere avute risposte da poter contentare[188]. Ad

ognuno di costoro si lesse dapprima, con le debite ammonizioni, ogni

singolo interrogatorio, di poi ogni singolo articolo «della parte

avversa», a meno che la persona del testimone non vi fosse del tutto

estranea, aggiuntavi pure qua e là qualche dimanda _ex officio_; e

però nel processo si trovano inserti prima gl'interrogatorii con le

ammonizioni e poi gli articoli, secondo l'ordine col quale doveano

rivolgersi al testimone per averne le risposte. I lettori intenderanno

che noi non potremmo in alcun modo riferire tutta la serie di queste

risposte, le quali veramente dànno una quantità notevole di notizie,

onde simili atti processuali riescono sempre di una grande importanza:

moltissime notizie, da essi rilevate, hanno servito di base alla nostra

narrazione degli antecedenti del Campanella, della congiura ed anche

de' primi atti del processo; qui terremo conto essenzialmente delle

cose che riflettono i punti più cospicui della causa.

Il Soldaniero (21 agosto) dovè dichiarare che era stato una volta

scomunicato «per havere preso alcuni ribelli in chiesa» senza dire se

fosse stato assoluto; e vedremo che pure di questo fatto si servì poi

fra Dionisio per infermare la validità della sua testimonianza. Del

rimanente continuò a dire che non aveva mai conosciuto il Campanella,

non aveva mai ricevuta da lui alcuna lettera, e ne aveva avuta

relazione solo da fra Dionisio, dal Pizzoni e da fra Pietro di Stilo,

il quale ultimo non gli disse nulla del Campanella contro la fede,

mentre i due primi gli dissero che il Campanella era uomo d'importanza,

poteva fare miracoli, poteva risuscitar morti (null'altro che questo).

Continuò a dire che mandò il Priore di Soriano a rivelare ogni cosa al

Visitatore, e dichiarò di non avere avuta niuna promessa per deporre

nel modo in cui depose. Naturalmente, non avendo mai conosciuto il

Campanella, non potè attestare niuna delle cose affermate ne' 20

articoli del fiscale.--Il Pizzoni (22 agosto) ripetè le solite cose.

Aveva conosciuto il Campanella da lungo tempo, ma solo quella volta

che lo vide in luglio, lo udì parlare di eresie. Accennò (abbastanza

goffamente) alle argomentazioni con le quali si era sforzato di

ribattere le eresie che il Campanella aveva proferite, ed alla lettera

che scrisse al P.^e Generale, con l'opera del Lauriana, per informarlo

di tutto; aggiunse che non potè fare altra dimostrazione contro di

lui, perchè egli era accompagnato da tre o quattro banditi, come il

Caccia e Marcantonio Contestabile; (sempre senza riguardo alcuno verso

il Campanella e solo intento a salvare sè medesimo con la menzogna).

Confermò che al suo esame innanzi a fra Cornelio era presente D. Carlo

Ruffo, che quell'esame conteneva molti errori e non gli era stato

letto come era stato scritto. Sopra ciascuna eresia, che avrebbe

udita dal Campanella, molto spesso si riportò agli esami fatti, non

ricordandosi bene (circostanza da notarsi), ed infine aggiunse che

quando parlava degli esami fatti, intendeva parlare di quelli fatti in

Napoli, perchè in quelli fatti in Calabria ci erano «mille errori del

scrittore».--Il Lauriana (nella seduta medesima) disse che conosceva il

Campanella da due anni, e pel rimanente non fece che risponder sempre,

«vedete al mio esamine che sarà llà,.. non mi posso ricordare,.. vedete

llà all'esamine». Aggiunse infine, «queste cose le mantenerò in faccia

à fra Dionisio et à fra Thomaso»; ed allora i Giudici gli fecero

l'obiezione naturalissima, «come potrà sostenere quelle cose che dice

di non sapere e non ricordare»; ed egli, «io lo sostenerò perchè essi

l'hanno detto»; e i Giudici, «quali sono queste cose che i predetti

dissero»; ed egli, «stanno scritte all'esamine, vedetelo llà»; e i

Giudici, «dica le cose che si contengono in detto esame»; ed egli,

«io non me ne ricordo»! Confermò del pari che a Monteleone D. Carlo

Ruffo fu presente all'esame; e poi, venendo agli articoli, sul primo,

cioè che il Campanella aveva detto non esservi Dio, rispose, «vedete

l'esamine che mi pare che lo dica, et esso havea un libro in mano,

che trattava de Deo, et si chiama Plinio»; su tutti gli altri rispose

che non se ne ricordava, appellandosi continuamente al suo esame.--Il

Petrolo (23 agosto) disse di avere conosciuto il Campanella prima che

fosse frate, «che esso era prevetello», e poi negli ultimi due anni.

Quindi, molto diffusamente, citando una quantità di circostanze,

confermò ciascuna delle cose che avea deposte contro di lui. Narrò le

pressioni sofferte la prima volta da parte di fra Cornelio per farlo

deporre, la lettura fattagli privatamente dell'esame del Pizzoni

per avere da lui le deposizioni medesime; e poi la presenza di D.

Carlo Ruffo, del Capitano di campagna e di molti birri, nell'esame

di Gerace, le pressioni ivi sofferte da parte di fra Cornelio per

fargli sottoscrivere un esame che conteneva più di quello che aveva

detto, l'andata alla stanza della tortura con lo Sciarava, le violenze

di costui che prendendolo pel petto l'obbligò a sottoscrivere; onde

si rimise all'esame fatto in Napoli «perchè quello di Calabria non

fu scritto come egli diceva». Intanto venne ripetendo le eresie che

il Campanella gli aveva espresse in discorsi confidenziali, negando

quelle non deposte da lui e taluna malamente scritta in Calabria,

come pure le diverse esagerazioni accumulate su quelle da lui deposte

(che il fiscale aveva tratte dalle deposizioni del Caccia, del Pisano

etc.).--Fra Pietro di Stilo (nella seduta medesima) dicendo che si

era confessato al P.^e Gonzales, aggiunse che costui faceva a tutti

belle esortazioni, ed andava spesse volte dal Campanella e gli faceva

«brutte riprensioni». Narrò la sua conoscenza col Campanella «da che

era figliolo», accennando anche ad un progetto di matrimonio tra un

fratello suo ed una sorella del Campanella, che poi non si concluse

«per questi romori». Confermò di non aver mai udito il Campanella

parlare contro la fede, e di averlo solamente dovuto rimproverare

come superiore del convento, ammonendolo che non praticasse tanto con

secolari. Espose assai minutamente le circostanze verificatesi nel suo

primo esame in Squillace, ricordando le dimande fattegli e le risposte

date, e il non essersi voluto scrivere il processo verbale, e l'essere

stato minacciato di consegna alla Corte Regia da parte del Visitatore e

più ancora di fra Cornelio, presenti i birri della Corte; poi le cose

medesime verificatesi in Gerace, presenti il Capitano di campagna e i

suoi soldati, e l'avergli fra Cornelio mostrati certi ferri co' quali

voleva fargli stringere il petto, e d'altra banda l'avergli promesso

libertà se dicesse di avere udito eresie dal Campanella, aggiungendo

che fra Cornelio aveva preso molti danari da' conventi ed altre robe

da' particolari per fornirne gl'inquisiti, e intanto nessuno avea

ricevuto nulla. Intorno alla Trinità, a' Sacramenti ed in ispecie

all'Eucaristia, e così pure intorno alle Sacre Scritture, non solo

negò che il Campanella ne avesse parlato male, ma attestò che alle

volte disputando con dottori e con Cappuccini, alle volte predicando

in Chiesa, ne aveva parlato sempre bene; del resto egli disse, «io non

mi intendo di queste cose perchè son ignorante». Intorno all'ecclissi

avvenuta a tempo della morte di Cristo rispose, «sò che il Campanella

parlava di stelle, de lune, di clisse, è di terremoti et di tutte

le scientie del mondo, è mi parevano cose curiose, è buone, mà dela

oscuratione fatta à tempo dela morte di christo non ne sò niente»:

intorno a' miracoli poi, pur negando che il Campanella avesse parlato

de' miracoli di Cristo come era stato malamente scritto in Gerace,

ammise che una volta, mentre il Campanella diceva che le opere sue

si potevano comprovare con miracoli, avendo taluno, che forse era il

Prestinace, argomentato in materia di miracoli, il Campanella mostrò

di sprezzare quegli argomenti ed accennò ad una certa «elevatione di

mente». Passando agli articoli, fin dal 1^o disse, «poi che il fiscale

dice questo, et è comprobato dalla Santa Chiesa che il Campanella è

tenuto per uno heretico, vi dico che per l'avenire lo voglio tenere

anchora io per heretico, ma però di queste cose contenute in questo

articolo non ne sò niente»; ed egualmente per tutti gli altri articoli

disse non saperne niente.--Infine il Petrolo (29 agosto) fu esaminato

di nuovo, per dare chiarimenti intorno ad alcune cose che aveva

ammesso per dette dal Campanella ovvero enunciate in modo confuso, e

segnatamente intorno alle superstizioni che c'erano nell'Eucaristia,

intorno all'ecclissi a tempo della morte di Cristo, intorno all'essere

stato il sacramento dell'Eucaristia istituito per ragione di Stato. Ed

egli, negando quest'ultima proposizione, che disse di non intendere ed

attribuì totalmente a fra Cornelio, negando che il Campanella avesse

mai parlato di quella tale ecclissi ed ammettendo invece che avea detto

essere il sole calato alcune miglia, dichiarò di non ricordarsi delle

superstizioni che c'erano nell'Eucaristia. Ed aggiunse: «per l'amore

di Dio, le Signorie Vostre non habbiano tanto riguardo alle cose fatte

in Calabria, perchè le cose furono fatte tanto imbrogliate, è sotto

sopra che non si potria dire»; e ricordò avere un prete di Gerace detto

che loro frati si cavavano gli occhi l'un l'altro, ed essere stati dal

Mesuraca dati 100 scudi a fra Cornelio perchè processasse mortalmente

il Campanella ed egli potesse così guadagnarsi il taglione dalla Corte

Regia, narrando di nuovo tutte le circostanze della fuga e cattura sua

insieme col Campanella per opera del Mesuraca.

Se ci facciamo a valutare i risultamenti delle ripetizioni contro il

Campanella, troviamo le seguenti cose. Riuscirono: assai meno gravi

e quasi insignificanti le testimonianze del Soldaniero, già prima

poggiate essenzialmente sopra vaghi detti e congetture; abbastanza

chiaramente false le deposizioni del Lauriana, già dettate da

suggestioni ed ingrossate per bestiale scempiaggine; pur sempre

molto gravi e compromettenti le testimonianze del Pizzoni, già date

senza dubbio per doppiezza e speranza d'impunità; non meno gravi,

comunque attenuate di molto, le testimonianze del Petrolo, già rese

per eccessiva timidezza piuttosto che per malvagità; sempre più

favorevoli e giustificative da ogni lato le testimonianze di fra Pietro

di Stilo, già prima niente affatto lievi per avveduto apprezzamento

de' tempi, de' luoghi e delle circostanze. Riuscirono poi unanimi le

dichiarazioni di mala condotta de' primi processanti da parte dei

frati d'ogni colore, ma se esse giungevano ad infondere gravi dubbî

sulla legittimità del processo fondamentale di Calabria, non potevano

giungere a scuotere la convinzione che molte eresie aveano dovuto

essere manifestate dal Campanella almeno ne' discorsi confidenziali,

poichè, mentre p. es. il Pizzoni diceva che «mille errori del

scrittore» erano corsi nel suo esame, e il Petrolo diceva che «le cose

furono fatte sotto sopra», in fondo entrambi confermavano in tutto o in

gran parte le loro testimonianze precedenti.

Ecco ora i particolari degli esami ripetitivi contro il Pizzoni. Essi

si fecero immediatamente dopo quelli del Campanella ed occuparono due

sedute, il 23 e 24 agosto: furono ripetuti, il Soldaniero (in due

volte), il Lauriana, Valerio Bruno e il Petrolo.--Il Soldaniero disse

di avere già conosciuto il Pizzoni qualche tempo prima che confermasse

le eresie di fra Dionisio, perchè veniva spesso in Soriano; che

quando vi venne con fra Dionisio, in due giorni successivi confermò

le eresie che costui diceva, cioè che il Sacramento dell'altare non

era vero, che egli se n'era servito per un uso osceno, e che i sette

peccati (_sic_) erano stati fatti per ragion di Stato, rimettendosi

in tutto il resto all'esame primitivo giacchè non se ne ricordava.

Persistè nell'asserire che ne avvertì il Priore ed il Lettore fin dal

1^o giorno, e poi, nel 2^o giorno, procurò che que' frati fossero

cacciati dal convento, affermando che il Pizzoni avea detto potersi

sempre mangiar carne, ed avea lodato il Campanella e le sue opinioni

eretiche, ond'egli congetturò che tutti e tre que' frati si avessero

comunicate le eresie tra loro. Inoltre confermò di aver narrato il

fatto a fra Domenico e poi a fra Gio. Battista di Polistina, e dietro

dimanda d'ufficio, attestò che credeva costoro uomini da bene; disse

di non conoscere lettere scambiate tra il Pizzoni e il Campanella,

e infine dovè dichiarare di essere stato processato, secondo lui

falsamente, per l'omicidio di due fratelli Soldaniero parenti suoi.

Quanto alle cose contenute negli articoli del fiscale, disse che non

si ricordava se il Pizzoni avesse o no parlato dell'esistenza di Dio e

della Trinità, che avea parlato del potersi mangiar carne ogni giorno,

e che egli riteneva avergli discorso di eresie in que' due giorni per

insegnargliele!--Il Lauriana disse di aver conosciuto il Pizzoni da

oltre sei anni, non averlo mai visto fare o dire qualche cosa contro la

fede, e solo averlo udito dire, a proposito di un libro del Campanella,

che alcune delle cose scritte in quel libro gli parevano buone ed altre

no, mentre esso Lauriana non le riteneva buone, perchè erano contro S.

Tommaso, non già contro la fede. Confermò che in Pizzoni il Campanella

e il Pizzoni stettero insieme sette giorni, e che quando il Campanella

parlò di eresie era presente anche fra Dionisio. Disse di non sapere

che il Pizzoni avesse professate le eresie del Campanella, di sapere

che costoro si scrivevano ma di non averne mai visto i caratteri,

infine di non essere a sua notizia che alcuno avesse minacciato il

Pizzoni e procurato fedi false contro di lui. Quanto alla materia degli

articoli del fiscale, sopra ognuno di questi rispose o di non averne

udito nulla o di non ricordarne nulla.--Valerio Bruno disse di aver

conosciuto il Pizzoni in Soriano, ma non avergli mai parlato; di aver

udito dal Soldaniero, quando lo fece cacciare dal convento insieme con

fra Dionisio, che avea detto mille cose contro la fede, ma non avere

saputo nulla di particolare. Non avea saputo nemmeno che avesse detto

potersi mangiar carne ogni giorno. Così non potè dare alcuna notizia

precisa, e su ciascuno articolo rispose non saperne nulla.--Finalmente

il Petrolo disse di aver conosciuto il Pizzoni da due anni, ma non aver

mai trattato con lui, di sapere che il Campanella era stato in Pizzoni

e che gli era amico, onde si visitavano l'un l'altro; di non potere

dir nulla delle opinioni di lui non avendolo trattato. Confermò che

alla Roccella, un giorno o due prima della cattura, avea visto lettere

venute al Campanella e scritte in cifra, che il Campanella gli disse

provenienti dal Pizzoni e da non potersi intendere che tra loro due;

dietro dimande d'ufficio, disse dapprima che la lettera in cifra non

avea sottoscrizione, di poi che non sapeva se avesse sottoscrizione e

che egli non la lesse nè poteva leggerla; (si ricordi che di questa

cifra esisteva in processo la sola sottoscrizione del Pizzoni e del

Campanella, vergate di mano di fra Cornelio). E in somma non potè dare

la benchè menoma notizia delle cose che s'imputavano al Pizzoni, e fu

negativo in tutto, dicendo che avea solo congetturato che il Pizzoni e

il Campanella fossero amici intrinseci, perchè si scrivevano in cifra

tra di loro.

Come si vede, le prove testimoniali contro il Pizzoni si andavano

attenuando in un modo sensibile. Il Petrolo e Valerio Bruno non

attestavano quasi nulla, mentre il fatto della cifra, deposto

e conformato dal Petrolo, poteva riguardare la congiura, non

l'eresia, e quel tanto che in genere deponeva Valerio Bruno si

fondeva nella deposizione del Soldaniero. Il Lauriana disimpegnavasi

straordinariamente bene, con ogni probabilità guidato dallo stesso

Pizzoni attenuando le cose già deposte. Il Soldaniero medesimo

attestava meno del solito, e d'altronde, continuando a sostenere

che il Pizzoni era stato presente in due giorni a' colloquii di fra

Dionisio con lui e che egli era ricorso al Priore e al Lettore contro

quei frati, cose, specialmente in riguardo al Pizzoni, già ben provate

false, non poteva punto conciliarsi la fede de' Giudici. E si può dire

che il peggior testimone rimasto a carico del Pizzoni era il Pizzoni

medesimo, che con le sue tante rivelazioni contro il Campanella, e

col fatto, già ben provato falso, dell'essere ricorso contro costui

al P.^e Generale e al P.^e Visitatore, infondeva grave sospetto che

veramente avesse trattato di eresie col Campanella, egli che n'era

stato uno degli amici più intimi ed operosi; di tal che la furberia e

doppiezza che gli erano naturali, eccitate dalle pressioni inique di

fra Cornelio, mentre tanto nocquero al Campanella, nocquero non meno a

lui medesimo.

Ci rimane a dire degli esami ripetitivi contro fra Dionisio. Essi si

fecero il 26, 28 e 29 agosto, aggiungendovisi anche una ripetizione

supplementare nell'ultima seduta. Furono esaminati il Bruno, il

Soldaniero, il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo e fra Pietro di

Stilo.--Valerio Bruno (26 agosto) disse di conoscere fra Dionisio

da un anno, di non avere mai parlato con lui, e di crederlo un uomo

dabbene e buon cristiano (singolare credenza mentre andava di nuovo

a farlo dichiarare eretico). Attestò di avere solamente udito dal

Soldaniero che avea detto «alcune cose contra Dio,... non so che per

raggione di Stato, e contra li sette peccati mortali»; inoltre, nel

corso degl'interrogatorii, disse di avere anche udito dal medesimo

Soldaniero, quando due volte ricorse al Priore e al Lettore contro

di lui e del Pizzoni, che avea parlato della Trinità, dell'abuso

osceno dell'ostia, del disegno di predicare una nuova legge; per

altro dichiarò pure che in que' giorni avea predicato in Soriano,

«et li gentilhomini dicevano che predicava buono, mà io non sò quel

che si dicesse, mà mi pareva che parlasse de le cose di missere

Domine dio, è che parlasse bene». Aggiunse di aver veduto discorrere

tra loro alla tavola fra Dionisio e il Soldaniero, ma discorrevano

piano, e non sapeva quel che dicessero, nè sapeva «che tra di loro

venessero a parole»; di poi dichiarò che fra Dionisio non avea

mangiato carne, e avea detto al Soldaniero «Signore, cammarati,

perchè non è peccato mangiare caso, ova, e latticini, e niente

più occorse» (chiare contradizioni con le deposizioni precedenti).

Dimandato d'ufficio se avesse veduto in Napoli il Soldaniero da

che trovavasi in carcere, rispose di averlo veduto due volte e di

averne solamente avuto conforto, con dire che stesse allegramente, e

di averlo poi veduto anche dopo di essere stato esaminato ma senza

parlargli. Infine, venendo agli articoli del fiscale, riaffermò le

cose dette negl'interrogatorii, e di nuovo attestò di non sapere che

fra Dionisio avesse detto esser lecito il mangiare carne ogni giorno

indifferentemente.--Il Soldaniero (nella stessa seduta) confermò

di aver veduto a Soriano per la prima volta in giugnetto, cioè in

luglio, fra Dionisio che gli «fece de basciamano» e rimase a Soriano

due giorni, aggiungendo di non averlo mai più veduto in sèguito se

non carcerato, a Gerace, a Monteleone, sulle galere, e poi in Napoli,

dove trovandosi lui ammalato a letto, esso Soldaniero lo avea guardato

dalla porta, senza entrare nella camera. E ripetè ciascuno de' detti

e fatti di fra Dionisio contro la fede, presente ed accettante il

Pizzoni (poichè ciascuno interrogatorio gli dava modo di ricordarsene),

e disse che que' frati aveano definito «impressioni di testa» i voti

e le divozioni, come pure i miracoli, che aveano detto essere stati

istituiti i Sacramenti dalla Chiesa «ad trahendum ad se»; del resto,

nel ripetere ciascuno de' capi da lui deposti, per maggior cautela

si riferì sempre al primo esame, dicendo anche una volta, «non esca

da queste carceri se quanto ho detto nel mio esamine non è vero». E

confermò di averne avvertito il Priore ed il Lettore, ma dovè non di

meno attestare che fra Dionisio, ad istanza di un Rutilio di Pucci,

predicò, e a lui parve che predicasse dottrine cattoliche (non era

stato dunque cacciato a sua istanza dal convento). Non mancarono poi i

Giudici di rivolgergli gl'interrogatorii dati espressamente per lui,

se cioè avesse visitato, assistito, cibato con le mani sue e fornito

di danaro a prestito fra Dionisio, mentre costui trovavasi infermo,

per riconciliarsi con lui: il Soldaniero rispose negativamente su

tutto. Infine, su ciascuno articolo, non occorre dire che ripetè quanto

negl'interrogatorii avea dichiarato.--Il Pizzoni (28 agosto) disse di

aver conosciuto fra Dionisio fin da che era studente del Fiorentino, e

di essere poi stato suddito di lui nel convento di Nicastro: aggiunse

che gli era divenuto nemico da che esso Pizzoni ne avea riconosciute

le eresie, onde ne avea avute mille minacce. Confermò quindi avergli

fra Dionisio in Pizzoni manifestate quelle medesime eresie, che tre

o quattro giorni dopo anche il Campanella gli manifestò, e che esso

Pizzoni poi espose al Visitatore e scrisse al Generale, servendosi del

Lauriana, il quale così venne egli pure ad averne notizia. Addusse

taluni degli argomenti co' quali combattè fra Dionisio, affermando

che per quelle così dette verità, mentre erano eresie, non si poteva

dir savio il Campanella, dal quale fra Dionisio le faceva derivare;

narrò come costui finì per dargli dell'asino, ed egli lo scacciò dal

convento, ricordando una quantità di circostanze, di tempo, di luogo,

d'occasione (che poteva bene citare a modo suo poichè non c'era stato

presente alcun altro). Venne così confermando ciascun capo di accusa

a misura che gl'interrogatorii li riducevano alla sua memoria; e

sugl'interrogatorii dati espressamente per lui rispose, che veramente

fra Dionisio aveva persi alcuni scritti sull'Apocalisse e gliene aveva

chiesto conto, mentre egli non ne sapeva niente, che non aveva fatto

fuggire fra Gio. Battista di Polistina quando fra Dionisio cercava di

farlo carcerare, che costui mentiva quando diceva essere lui stato

espulso da un convento per delitti e furti, che nel luglio 99 erano

andati insieme ad Arena e quindi avevano di necessità dovuto conversare

tra loro, che in Stilo fra Dionisio e il Campanella aveano perfino

dormito insieme e quindi erano intrinseci amici. Sugli articoli del

fiscale si riferì a quanto avea detto sugl'interrogatorii, talvolta

anche a quanto avea detto negli esami precedenti, ripudiando ciò

che non aveva udito o visto (come p. es. il fatto del pugno dato al

crocifisso, del quale veramente avea parlato il Soldaniero) e tornando

a ripetere che l'esame di Calabria era stato falsificato dal Visitatore

e da fra Cornelio, i quali aveano preso anche danari dal Pisano e dal

Caccia e gli aveano fatti rimanere ingannati, come costoro dicevano in

Monteleone alla presenza di molti frati e secolari mentre stavano tutti

in una carcere. Conchiuse col dire che egli aveva inteso di sgravare la

sua coscienza, e non di gravare quella degli altri indebitamente.--Il

Lauriana (nella seduta medesima) disse di aver conosciuto fra Dionisio

da quattro anni, perchè era stato suddito di lui in Nicastro, e di

esserne rimasto in Pizzoni scandalizzato per una proposizione da lui

detta contro l'Eucaristia; ma ostinatamente disse di non ricordarsi

di tale proposizione, e se ne riferì al primo esame, come fece anche

per tutta la serie degl'interrogatorii senza che i Giudici avessero

mai potuto cavarne alcuna spiegazione. Dietro dimanda d'ufficio, disse

che il Pizzoni gli aveva fatto scrivere al P.^e Generale una lettera

in cui gli pareva «più presto de sì che altramente» che si fosse fatta

menzione di fra Dionisio, parlandosi di ribellione e di cose di S.^{to}

Officio. Sugl'interrogatorii speciali per lui, disse che il Pizzoni lo

aveva una volta mandato a vendere per sei ducati un libro di prediche

a fra Vincenzo Perugino, il quale non lo volle, ed egli non ricordava

che fra Vincenzo avesse detto che erano prediche di fra Dionisio; che

egli aveva una volta avuto penitenze da fra Dionisio; che nel convento

di Pizzoni, per salire alla cucina, si doveva passare per la cella del

Vicario; sul resto si riferì al primo esame. Finalmente sugli articoli

del fiscale si riferì del pari al primo esame, poichè non ricordava

alcuna cosa.

Continuarono il 29 agosto gli esami ripetitivi contro fra Dionisio.--E

dapprima il Petrolo disse di avere, fin da quando era novizio,

conosciuto fra Dionisio, ed averlo poi veduto due volte in Stilo

di passaggio, oltrechè in Stignano, l'ottava del Corpo di Cristo,

quando fece una predica sul SS.^{mo} Sacramento che non si poteva

sentire più bella «et tutti la laudorno» (la predica egli menzionava,

il pranzo in casa Grillo no). Disse di non aver mai udito eresie

dalla bocca di lui, ma solamente udito da fra Pietro di Stilo che

egli, fra Dionisio, aveva dette al Lauriana alcune parole contro il

SS.^{mo} Sacramento, oltrechè aveva commesso qualche peccato di carne

della peggiore specie. Rispose quindi su tutti gli interrogatorii

negativamente: e dietro dimande d'ufficio disse che fra Dionisio era

veramente amico del Campanella, ma egli non sapeva che il Campanella

gli avesse comunicato eresie, nè aveva mai detto che il Campanella

discorresse di eresie alla scoperta, mentre invece ne discorreva in

modo che solamente qualcuno poteva intenderle. Sugli articoli del

fiscale rispose del pari negativamente.--Fra Pietro di Stilo disse di

aver conosciuto fra Dionisio ed averlo veduto tre volte in Calabria,

due volte in Stilo ed una volta in Briatico quando andava contro fra

Gio. Battista di Polistina; e dichiarò di averlo ritenuto sempre un

ciarliero e vendicativo, ma non cattivo nelle cose di fede. Dimandato

di ufficio se avesse almeno udito dire qualche cosa contro di lui

in materia di fede, rispose che una volta il Lauriana gli cominciò

a dire qualche cosa contro di lui, «ma non finì»; ed avvertito di

non dir bugie, rispose che non aveva potuto comprenderlo (oramai

fra Pietro era in vena di difender tutti, anche tirandola un po'

troppo). Insomma non ebbe nulla a dire contro fra Dionisio, eccetto

che era «scaccione, ciò e chiacchiarone», e riuscì negativo su tutti

gl'interrogatorii e così pure sugli articoli: segnatamente sull'ultimo

articolo, che diceva avere fra Dionisio creduto, insegnato o cercato

d'insegnare tutte le opinioni eretiche del Campanella, egli rispose

di non aver mai udito dire tali cose contro la fede da niuno di loro.

Ed aggiunse, spontaneamente, che stando in Pizzoni ed avendo udito

frati e secolari sparlare di fra Dionisio pe' suoi discorsi di cose

lascive, avendogli anzi Claudio Crispo detto che pure nel discorrere

la prima volta col Soldaniero si era comportato egualmente e costui

n'era rimasto scandalizzato, egli nel passare per Soriano andando ad

Arena, poichè il Soldaniero l'interrogò circa il Campanella e gli

disse che fra Dionisio era un cervellino, lo pregò di tacere quanto

fra Dionisio gli aveva detto, essendo nella natura di lui il ciarlare

con tutti, ed intese di alludere a' discorsi di cose lascive; (così

volle sopprimere la circostanza dell'aver lui portato una lettera del

Campanella al Soldaniero, e veramente la tirò un po' troppo).--Da

ultimo il Soldaniero, e successivamente Valerio Bruno, vennero entrambi

interrogati in via supplementare sul fatto dell'espulsione di fra

Dionisio e del Pizzoni dal convento di Soriano per parte del Priore

e del Lettore. Il Soldaniero confermò che nel secondo giorno in cui

que' frati gli aveano parlato di eresie, il Priore, dietro il suo

reclamo, li cacciò entrambi, e poi gli disse, «che ti pare, non te l'ho

fatti sfrattare?» ed egli rispose, «havete fatto bene». Valerio Bruno

confermò egli pure che que' frati furono cacciati nel secondo giorno

in cui il Soldaniero avea parlato al Priore ed al Lettore, ed aggiunse

che gli aveva veduti partire; (ma oltrechè il Priore e il Lettore lo

negavano, era stato pure da entrambi questi testimoni affermato che fra

Dionisio aveva fatta una predica in Soriano, e ciò non si accordava

coll'espulsione).

Evidentemente anche per fra Dionisio le prove testimoniali riuscivano

sempre meno gravi in questi esami ripetitivi. Fra Pietro di Stilo

deponeva a favore di lui, e il Petrolo non l'accusava menomamente.

L'accusava bensì il Lauriana, ma costui, che non sapeva più dar conto

di nulla, era stato già dichiarato testimone falso dal Pizzoni medesimo

che ne aveva diretto i passi. Non rimanevano dunque contro fra Dionisio

che il Pizzoni e Giulio Soldaniero con Valerio Bruno: tuttavia il

Pizzoni si andava scovrendo di una morale assai disputabile, ed intento

solo ad accusare gli altri per iscusare sè medesimo; il Soldaniero poi

non poteva riuscire ad accreditarsi, mentre sosteneva essergli state

fatte tante confidenze in materia di eresie durante una prima visita di

fra Dionisio (bisognava conoscere a fondo il modo di agire di costui

per ammetterlo), ed oltracciò confessava di aver prima confabulato co'

Polistina nemici capitali di fra Dionisio, continuava a deporre fatti

indubitatamente falsi come l'espulsione di fra Dionisio e del Pizzoni

dal convento, e mostrava abbastanza chiaramente di avere indettato

il suo fido Valerio Bruno (come il Pizzoni avea fatto col Lauriana)

e spintolo a deporre ciò che ad esso Valerio non constava, per far

risultare più credibili le proprie deposizioni. Nè occorre dire che la

condotta iniqua de' primi processanti, entrambi devoti alla fazione

de' Polistina, accertata anche dal Pizzoni testimone del maggior

peso contro fra Dionisio, faceva apparire per lo meno esagerata la

colpabilità di costui e di tutti gli altri inquisiti.

Siffatti apprezzamenti, che sorgono spontanei nell'animo di chiunque

sia fornito di una dose anche discreta di equanimità, non potevano

non sorgere nell'animo del Vescovo di Termoli, che al rigore di un

vecchio Commissario del S.^{to} Officio sapeva accoppiare un senso

squisitissimo di giustizia. E ci è rimasto di lui un documento che

lo dimostra abbastanza bene, rivelandoci ciò che l'agitava a questo

periodo della causa: poichè precisamente alla fine del volume che

comprende il processo offensivo e ripetitivo, in uno de' folii

esuberanti rimasti in bianco, troviamo un quadro di note ed appunti

che egli redigeva intorno alla colpabilità di ciascuno inquisito, note

ed appunti incompleti e in qualche tratto vergati con parole tanto

abbreviate da rendersi poco intelligibili, ma in somma esprimenti le

diverse contradizioni, inverosimiglianze, falsità, ed accuse rimaste

infondate, che emergevano dalle deposizioni raccolte. I lettori

troveranno questo quadro tra' Documenti[189]: d'altronde vedremo in

sèguito, dopo il processo difensivo, ciò che il Vescovo scriveva a

Roma intorno alla causa, e il concetto che in ultima analisi se n'era

formato.

Non appena esaurite le ripetizioni, nello stesso giorno 29 agosto

1600 i Giudici deliberarono di devenire alla spedizione della causa

e al processo difensivo: pertanto disposero che fosse subito inviato

al S.^{to} Officio di Roma una copia del processo tanto informativo

che ripetitivo; e sappiamo che l'8 settembre questa copia fu mandata

al Nunzio dal Vescovo di Termoli insieme con una sua lettera, e

che nella stessa data il Nunzio la trasmise al Card.^l di S.^{ta}

Severina, accompagnandola con un'altra lettera sua, in cui partecipava

le sollecitazioni che spesso riceveva da' ministri Regii desiderosi

di potere spedire la causa della ribellione[190]. Diremo ora anche

qui, innanzi tutto, in che modo si procedeva nelle difese. Un decreto

fermava che ciascuno inquisito avesse una copia del processo (copia

repertorum), ma senza nome e cognome di coloro i quali aveano deposto,

«secondo lo stile del S.^{to} Officio»; che inoltre fosse avvertito

aver facoltà di scegliersi un Avvocato e procuratore a suo piacere,

bensì persona cognita ed approvata dalla Curia, fornita de' requisiti

necessarii, e con ciò un termine di tanti giorni per fare ogni e

qualunque difesa, se intendesse e volesse farne: questo decreto era

da' Giudici medesimi partecipato di persona a ciascuno inquisito, che

facevano tradurre al loro cospetto separatamente. Scelto l'Avvocato, o

dall'inquisito, o in mancanza dai Giudici, d'ufficio, costui recavasi

nella casa di qualcuno de' Giudici a prestare il giuramento nelle mani

di lui, inginocchiato, toccando i Santi Evangeli e promettendo di

fare «le giuste difese» del tal di tale secondo lo stile del S.^{to}

Officio. Il Notaro e Mastrodatti consegnava allora al più presto le

copie de' reperti a ciascuno inquisito, e redigeva sempre un atto

di questa consegna e del seguìto ricevimento in presenza di quattro

testimoni (i soliti carcerieri e carcerati) decorrendo dalla data di

quest'atto il termine per le difese: talvolta pure, sia d'ordine de'

Giudici, sia dietro spontanea deliberazione dell'inquisito, redigeva

o autenticava una dichiarazione, in cui l'inquisito manifestava di

volersi difendere, ovvero di non volersi difendere riposando nella

giustizia e pietà dei Giudici, ed avendo per rato, fermo e valido

quanto essi ordinerebbero, ciò che poteva farsi anche durante lo

svolgimento delle difese. Mettendosi d'accordo coll'Avvocato, allorchè

voleva difendersi, l'inquisito redigeva e presentava una serie di

così dette eccezioni ossia articoli, in ciascuno de' quali eccepiva,

poneva e voleva provare un dato fatto in sua discolpa, affermando per

solito ogni volta che esso era vero, verissimo, come constava a coloro

che lo sapevano o l'avevano udito: e quasi sempre cominciando dai

fatti della sua buona vita fin dalla tenera età, passava, mano mano,

a' fatti delle inimicizie che aveva incontrate, alla mala condotta

e speciale odiosità de' testimoni che intendeva o supponeva aver

deposto a suo carico[191], alla falsità ed erroneità delle imputazioni

fattegli, a tutti gl'incidenti che spesso si verificavano durante i

processi. Oltracciò dava una lista di testimoni a difesa, indicandone

anche la residenza, i quali dovevano essere esaminati sopra tutti o

sopra alcuni determinati articoli. Dal canto suo il fiscale, sugli

articoli presentati, faceva ed esibiva i suoi interrogatorii, ed

istantemente chiedeva che i testimoni fossero esaminati prima sopra

di essi e poi sugli articoli: gl'interrogatorii erano preceduti dalle

solite ammonizioni, ed esigevano le solite informazioni sulla persona

del testimone, e poi le informazioni su' fatti posti negli articoli

con tutte le relative circostanze, terminando con un appello alla

diligenza de' Signori Giudici. In somma si teneva la via medesima del

processo ripetitivo ma all'inversa: gli articoli erano presentati

dall'inquisito assistito dal suo Avvocato, e gl'interrogatorii erano

presentati dal fiscale; e però questi ultimi erano sempre redatti senza

tante sottigliezze e con molto maggiore concisione. Dobbiamo anche

dire che i Giudici talvolta cassavano qualche articolo contenente

fatti già enunciati in altri articoli, e il processo presente ce

n'offre un esempio; inoltre non accoglievano mai tutti i testimoni

dati se erano assai numerosi, come sovente accadeva, ma ne sceglievano

un certo numero a loro piacere. S'intende poi che l'Avvocato non

assisteva alle sedute del tribunale, ma poteva all'occorrenza fare una

comparsa e più tardi presentare una vera e propria Difesa scritta,

come ne conosciamo in gran numero pervenute sino a noi[192]. Figurava

poi sempre quando esauriti gli esami testimoniali e consegnatane una

copia all'inquisito, costui era citato «ad dicendum», e neanche nel

tribunale ma nella casa di abitazione di uno de' Giudici. Quest'ultima

circostanza mostra sempre più chiaramente che non l'inquisito ma il suo

Avvocato presentavasi allora in nome di lui, era interrogato se dovesse

dire altro e potea forse presentare anche una Replica scritta; ma non

apparisce che fossero ammesse le arringhe.

Come dicevamo, il 29 agosto i Giudici deliberarono che si procedesse

alle difese; nello stesso giorno fecero tradurre alla loro presenza,

l'uno dopo l'altro, il Petrolo, fra Pietro di Stilo, il Pizzoni, il

Lauriana, il Bitonto, fra Paolo della Grotteria, e a ciascuno di essi

separatamente parteciparono la loro deliberazione, assegnando per le

difese il termine di otto giorni; poi si recarono alla carcere di

fra Dionisio, che trovavasi ammalato a quel tempo, e parteciparono

anche a lui la loro deliberazione e il termine stabilito di otto

giorni. Sappiamo infatti che fra Dionisio fu ammalato una prima volta

nell'agosto del 1600: ce lo mostra un conto di spese che vedremo più

tardi fatte pe' frati inquisiti, e che contiene la nota delle medicine

fornite a fra Dionisio dallo Speziale del Castello Ottavio Cesarano,

con l'indicazione de' giorni in cui esse vennero fornite; e fu in

questo frattempo che il Soldaniero vide fra Dionisio, gli prestò

qualche assistenza e forse anche gli chiese perdono pe' travagli

procuratigli coll'opera sua, come fra Dionisio asserì e il Soldaniero

negò negli esami ripetitivi. Dobbiamo intanto notare che pel Campanella

non fu tenuto lo stesso procedimento, senza dubbio a motivo della sua

pazzia, ma ebbe in sèguito un Avvocato: per fra Pietro Ponzio poi non

vi fu provvedimento alcuno, giacchè davvero in questa causa, come

in quella della congiura, nulla gli si potè addebitare, all'infuori

dell'intima amicizia col Campanella, provata specialmente con la

scoperta delle conversazioni notturne tenute tra loro.

Il 5 settembre nel convento di S. Luigi il Vescovo di Termoli, presente

anche l'Auditore del Nunzio Antonio Peri, ricevè il giuramento del

dot.^r Carlo Grimaldi Avvocato del Pizzoni; il 15 settembre ricevè

ancora, egli solo, quello di Gio. Filippo Montella Avvocato del

Petrolo, di fra Pietro di Stilo, del Lauriana, di fra Paolo e del

Bitonto; il Montella nello stesso giorno prestò giuramento anche nelle

mani del Vicario Arcivescovile, ma, non si saprebbe dire perchè, venne

più tardi sostituito dal Rev.^{do} dot.^r Scipione Stinca, il quale

prestò giuramento il 13 ottobre, e trovasi qualificato «avvocato

deputato» per la difesa de' frati suddetti. Alla mancanza del Montella,

seguita dalla deputazione dello Stinca, si deve forse riferire un

memoriale de' frati al Vescovo di Termoli per dimandare un Avvocato,

memoriale senza data, ed inserto nel processo un po' a caso, dopo le

difese di fra Dionisio[193]. Nessuno Avvocato si trova nominato per

fra Dionisio, comunque in una lettera, da lui scritta nell'inviare

taluni articoli a' Giudici, si legga che non avea «potuto accapar dal

suo Avocato la compilatione di tutti gli articoli... per la lunghezza

del processo et occupationi d'infiniti altri negotii di detto suo

Avocato». Il 17 settembre fu consegnata a fra Dionisio la copia de'

reperti della sua causa secondo lo stile del S.^{to} Officio, e il

giorno seguente una copia analoga fu consegnata al Pizzoni; di poi (15

e 18 ottobre) fu consegnata allo Stinca la copia de' reperti della

causa de' diversi frati che egli doveva difendere. Aggiungiamo che

ancora più tardi (31 ottobre) fu prestato il giuramento dal dottore di

leggi Gio. Battista dello Grugno in qualità di Avvocato difensore del

Campanella, certamente «Avvocato deputato» anche lui, comunque di una

simile qualificazione non si trovi alcun ricordo[194]. Dobbiamo dire

che l'opera di questi Avvocati nel presente processo apparisce anche

meno del solito. Vedremo mancanti del nome dell'Avvocato non solo gli

articoli di fra Dionisio, che forse li compilò da sè, ma anche quelli

del Pizzoni, ne' quali per altro la mano dell'Avvocato si rivela da

qualche errore materiale circa le persone, errore che l'inquisito non

avrebbe certamente commesso; pel Campanella poi vedremo una comparsa

del procuratore rimasto anonimo, ma vedremo anche qualche altro atto in

cui il nome dell'Avvocato non manca; infine per gli altri frati vedremo

che non ci fu occasione di comparsa dell'Avvocato, perchè non si fece

nulla.--Ci crediamo pertanto nel dovere di dare qualche notizia intorno

a' suddetti Avvocati. Carlo Grimaldi era un dottore non ispregevole;

pervenne all'ufficio di Giudice della Gran Corte della Vicaria nel

1622-23, come è attestato anche dal Toppi[195]. Il dot.^r Scipione

Stinca è stato da noi già incontrato una volta nel corso di questa

narrazione, sotto le forche preparate pel povero Maurizio, che egli

ebbe ad assistere nell'estremo momento. Apparteneva ad una famiglia

illustre per magistrati, nella quale figurava tuttora il dot.^r Ottavio

Stinca, che abbiamo pure avuta occasione di nominare qual difensore

del Duca di Vietri, ed avremo occasione di nominare ulteriormente a

proposito di qualche altra singolare persona la quale verrà in iscena

più tardi. Era Avvocato e sacerdote, come tanto spesso accadeva a

quei tempi: nel processo è detto «Presbyter Neapolitanus» e possiamo

aggiungere che era ascritto all'ordine de' Cappellani Regii, poichè

abbiamo trovato il suo nome nell'elenco di que' Cappellani, ripetuto

dal 1595 al 1603, nelle scritture della Cappellania maggiore esistenti

nel Grande Archivio[196]. Quanto al dot.^r Gio. Battista dello Grugno

Avvocato del Campanella, egli era un uomo ancor più distinto. Nominato

lettore delle _Instituta e glose_ nel pubblico studio di Napoli,

in sèguito dell'ingresso di Giulio Berlingieri nella Congregazione

de' Gerolamini (31 8bre 1598), fu poi promosso alla lettura _De

Actionibus_, vacata per morte di Gio. Maria Cossa, con provvisione

raddoppiata in omaggio alla sua persona (ult.^o di febbr. 1601); ed in

tale qualità morì verso la fine del 1604, avendo a successore Ottavio

Limatola, come ci risulta da' documenti sparsi nelle medesime Scritture

della Cappellania maggiore[197]. Bisogna dunque riconoscere che le

difese de' frati, e massime del Campanella, non si trovavano affidate

a dottori di poco conto; solo si può dire che la ricerca di essi fu

laboriosa, poichè durò circa due mesi, e forse, oltre il Montella,

parecchi altri rifiutarono il carico di queste difese; d'altronde

occorre anche vedere se vi attesero con diligenza, e su questo punto li

giudicheremo all'opera.

Il 30 settembre si diè principio agli esami difensivi per fra Dionisio,

co' quali si aprì il 3^o volume del processo dell'eresia. Egli aveva

scritto a' Giudici di non aver potuto ancora ottenere dall'Avvocato la

compilazione di tutti gli articoli a sua difesa, e di averne intanto

formato da sè un certo numero, pregando che sopra di questi venissero

esaminati «alcuni carcerati, quali per essere stati habilitati

facilmente partiranno per la Calabria»; ed è superfluo dire quanto

sia per noi degna di nota siffatta circostanza, poichè ci rivela lo

stato del processo della congiura pe' laici a quel tempo, e il destino

di taluni tra loro, i cui nomi si leggono nella lista de' testimoni

dati da fra Dionisio contemporaneamente a' suoi articoli. Appena sette

furono gli articoli allora presentati da fra Dionisio, e con essi

poneva e voleva provare la falsità delle deposizioni del Lauriana,

e così pure del Soldaniero e di Valerio Bruno. Intorno al Lauriana,

egli affermava, che costui avea già detto nelle carceri di Squillace e

poi in quelle di Gerace, presenti molti, di essersi esaminato contro

fra Dionisio ed altri, deponendo falsamente in materia di eresia e di

ribellione persuaso dal Pizzoni, e di volersi ritrattare per scrupolo

di coscienza; che poi nelle carceri di Napoli si era consigliato circa

tale ritrattazione con un dot.^r Domenico Monaco egualmente carcerato,

il quale gli avea detto che ritrattandosi avrebbe avuta la corda e

sarebbe stato mandato in galera; che quando in Napoli ratificò il primo

esame, rimproverato da molti a' quali avea detto di essersi esaminato

falsamente, avea risposto, «che sempre c'era tempo per accomodar la

conscientia, ma non sempre c'era tempo d'evitar la corda, et la Galera,

et che più facilmente si potea accomodar con Dio, che con gl'huomini,

et officiali»; che dopo ciò, quando nelle litanie si giungeva al

verso _a falsis testibus libera nos Domine_, tutti guardavano in

faccia al Lauriana e ridevano, ed egli arrossiva, e quando toccava

a lui dir le litanie, ometteva quel verso con grandissimo riso di

tutti; che infine avea negli ultimi giorni cercato perdono ad esso

fra Dionisio, facendosi più volte chiudere per questo nella stessa

carcere con lui dal carceriere. Intorno al Soldaniero e Valerio Bruno

affermava, che il Soldaniero, egualmente per ottenere il perdono

delle falsità deposte contro di lui, gli avea fatto visite, servigi,

regali e prestito di danaro; che inoltre teneva continuamente presso

di sè Valerio Bruno suo servitore, e poteva presumersi avergli fatto

deporre il falso, essendosi da entrambi dichiarato ne' rispettivi

costituti che non aveano mai parlato tra loro, mentre a tutti era noto

il contrario. Sopra siffatti articoli dava per testimoni, variamente

sopra ciascuno di essi, oltre fra Pietro di Stilo e fra Paolo,

Geronimo Marra, Francesco Salerno, Nardo Rampano, Cesare Bianco e

tutti gli altri carcerati di Catanzaro, Giuseppe Grillo di Oppido,

Domenico Monaco il dottore, Aquilio Marrapodi suo servitore e il

carceriere. D'altra parte il fiscale (sempre D. Andrea Sebastiano)

presentava i suoi interrogatorii al n.^o di 18, preceduti dalle solite

ammonizioni, e contenenti le informazioni di rutina e le informazioni

su' fatti asserti negli articoli[198].--I Giudici si limitarono ad

esaminare Geronimo Marra, Francesco Paterno (o forse Salerno) e un

Minico Mandarino, tutti giovani sarti di Catanzaro carcerati per la

congiura; e li udirono su tutti gl'interrogatorii e tutti gli articoli

indifferentemente, impiegandovi la sola seduta del 30 settembre. Le

deposizioni di costoro non diedero alcun risultamento serio. Nessuno

sapeva nulla; nessuno avea veduto nulla. Il solo Geronimo Marra

dichiarò di avere udito in Napoli il Lauriana, dopo di essere stato

esaminato, dire ad alcuni carcerati, «quando uscirò, Dio provederà

all'anima», ma senza aver capito a quale scopo avesse dette tali

parole[199]. Perfino intorno a Valerio Bruno rimase assodato che stava

in una camera diversa da quella del Soldaniero, ma non si giunse a

sapere nemmeno se facesse l'ufficio di servitore presso di lui (i guai

sofferti aveano resi quei testimoni più che riservati).

Una lunga interruzione si verificò dopo questa seduta, la qual cosa

reca un po' di meraviglia, mentre non si può negare che fino allora

si era proceduto con la più grande celerità, e se molto tempo si era

impiegato nello svolgimento del processo, ciò era accaduto unicamente

per l'intrinseca qualità della procedura, che nelle cause di S.^{to}

Officio era sempre scrupolosamente osservata. Bisogna dire che i

Giudici ebbero a persuadersi non poter convenire questi esami sopra

articoli in numero ridotto, dopo i quali si era costretti a fare nuovi

esami sopra articoli in numero completo. E in tal guisa riesce di

spiegarsi che il Notaro e Mastrodatti Prezioso, d'ordine del Vescovo

di Termoli, il 6 ottobre si recò presso fra Dionisio, gli chiese

formalmente se volesse o no difendersi, ed innanzi a testimoni rogò

un atto in cui fra Dionisio dichiarò che voleva ed effettivamente

intendeva fare le sue difese, e si sottoscrisse confermando tale sua

volontà[200]. Ma senza dubbio non potè presentare le sue eccezioni

od articoli se non a' primi del mese consecutivo, poichè si venne

agli esami sopra di essi soltanto il 6 novembre. Verosimilmente fu

sollecitato anche il Pizzoni a voler presentare i suoi articoli,

essendo scorso da un pezzo il termine assegnato di otto giorni, ciò

che era sempre tollerato dal S.^{to} Officio, ma non poteva poi durare

indefinitamente; così, mentre si menavano innanzi gli esami difensivi

per fra Dionisio, si fecero ancora quelli pel Pizzoni. E certamente

l'Avvocato del Campanella, non appena prestato il suo giuramento il

31 ottobre, dovè essere sollecitato del pari; giacchè poco dopo fu

presentata al tribunale una comparsa, con la quale si diceva essere il

Campanella pazzo, non potersene fare le difese, chiedersi un termine

per provare la pazzia; e nello stesso giorno 6 novembre, quando

cominciarono gli esami difensivi per fra Dionisio, cominciarono pure

gli esami informativi sulla pazzia del Campanella. Sicchè dal 6 al 16

del mese venne simultaneamente esaurito tutto ciò che rifletteva la

difesa degl'inquisiti principali: ma per procedere ordinatamente, sarà

bene narrare prima gli esami difensivi per fra Dionisio, che erano

stati già in parte iniziati, poi gli esami difensivi pel Pizzoni,

che rappresentano il contrapposto degli anzidetti, infine gli esami

informativi sulla pazzia del Campanella.

Le eccezioni od articoli, che fra Dionisio definitivamente presentò in

sua difesa, ascesero nientemeno al numero di 58; e noi pur troppo non

possiamo dispensarci dal darne conto, tanto più che in sostanza vi si

comprendono le difese di tutti gli altri frati all'infuori del Pizzoni

e del Lauriana, non escluso il Campanella che per la pazzia rimaneva

ecclissato[201]. Con le sue eccezioni fra Dionisio affermò i suoi

titoli di onore, cominciando dalla tenera età e passando a' tempi della

vita monastica, ricordando pure l'andata presso Clemente VIII come

procuratore della città di Nicastro per la faccenda dell'interdetto,

e la premura spiegata per «manifestar l'innocenza del sangue del P.^e

M.^o Pietro Pontio suo zio ucciso proditoriamente da alcuni monaci»,

come potea rilevarsi dagli Atti esistenti nella Corte del Nunzio, onde

si acquistò le inimicizie di tutti gl'inquisiti e loro parenti, e

massime de' due Polistina. Affermò che costoro, d'accordo col Priore di

Soriano eccitarono il Soldaniero contro di lui, e fecero circondare di

birri il convento per costringere il Soldaniero ad accettare l'indulto

offertogli da fra Cornelio altro suo nemico, e così poteva intendersi

l'inverosimiglianza dell'avere esso fra Dionisio confidate a un tratto

tante gravissime cose al Soldaniero. Che costui era di pessima vita

e cattivo cristiano al punto di persistere tuttora nella scomunica

inflittagli in Calabria, teneva per servitore Valerio Bruno nelle

carceri di Napoli e dichiarava di non aver mai parlato, ed avea più

volte cercato perdono ad esso fra Dionisio narrandogli i particolari

del fatto di Soriano; che mentre era impossibile accordare la cacciata

di esso fra Dionisio da Soriano e la predica contemporaneamente

permessagli dal Priore, dovea notarsi aver lui deposto dopo il Pizzoni,

quando da fra Cornelio gli fu detto che il Pizzoni l'aveva nominato

come uno de' capi della congiura. Che esso fra Dionisio avea nella

predica di Soriano, a santo e pio fine, parlato di qualche fatto

esecrabile commesso contro il SS.^{mo} Sacramento, per mostrare

l'infinita pazienza di Dio; che lo stesso Valerio Bruno avea con più

persone lodata la predica di lui in Soriano, dicendo che era riuscita

a farlo piangere, la qual cosa non gli era mai accaduta; che se il

Priore e il Lettore di Soriano avessero deposto di aver cacciato esso

fra Dionisio dal convento, risulterebbero mendaci, poichè gli aveano

permesso di predicare e non aveano partecipato nulla a' superiori. Che

il Pizzoni gli era nemico, atteso il furto degli scritti per lo quale

esso fra Dionisio l'aveva svergognato; che era sempre stato amico de'

nemici di lui, ed avea fatto fuggire il Polistina, procurando che

fra Pietro di Stilo l'avvertisse, quando esso fra Dionisio cercava

di farlo carcerare; che era sempre stato di pessima vita, soggetto

a penitenze per molti furti (citato uno per uno), affetto da mal

francese etc., scappato in pianelle, senza cappello e senza cappa

dal Capitolo di Catanzaro per fuggire la prigionia, obbligato a

circondarsi di fuorusciti per salvarsi dalle vendette di coloro che

aveva offeso con le sue disonestà. Che nella causa della congiura,

negando dapprima l'esame di Calabria, il Pizzoni aveva espressamente

affermato di aver detto anche in materia di eresia molti mendacii,

amplificati ed accresciuti da fra Cornelio e dal Visitatore, e nella

fossa in cui fu posto avea pure scritto sul muro di esservi stato

posto perchè si volea che dicesse bugie, come tuttora potea vedersi,

ma poi persuaso dal Lauriana confermò di nuovo il primo esame. Che

aveva scritto al Campanella, entro il suo breviario, essere state da

lui deposte le eresie per eccitare gelosie di giurisdizione tra il

Papa e il Re, ma essere risoluto di ritrattarle, e due cartoline di

questo genere furono prese dal Sances sul Campanella, quando costui fu

tormentato. Che veramente il Pizzoni avea praticato col Campanella

più lungamente di esso fra Dionisio, ed avrebbe potuto piuttosto il

Pizzoni dire a lui, che lui al Pizzoni, le cose del Campanella; e poi

a molti avea dichiarato essergli state da fra Dionisio dette le eresie

non assertive ma _recitative tantum_; e poi nel vespro di quel giorno

di luglio in cui parlarono tra loro in Pizzoni, esso fra Dionisio fu

visto parlargli sdegnato e bravarlo, poichè gli dimandava conto del

furto degli scritti (lato questo il più debole della difesa per essere

stato troppo spinto). Che il Lauriana gli era nemico perchè creatura

del Pizzoni, perseguitato fin dal P.^e Pietro Ponzio pe' suoi vizii

e disonestà, complice del furto degli scritti che cercò di vendere

al P.^e Perugino, scacciato da esso fra Dionisio dal convento di

Nicastro per le turpi relazioni con fra Fabio nipote del Pizzoni; che

avea scritto due lettere ad esso fra Dionisio chiedendogli perdono,

come l'avea pure chiesto a voce a traverso un foro esistente tra le

carceri rispettive, ed inoltre l'avea chiesto anche a Ferrante Ponzio

per lettere delle quali esibiva una in data 10 ottobre 99. Che nelle

carceri aveva tenuta corrispondenza col Pizzoni ed animatolo a star

saldo sulle cose deposte, perchè si trovassero uniformi nelle falsità,

come fu provato durante il processo, rimanendo anche convinto di averlo

falsamente negato; che avea fatto sapere a molti essere stato costretto

a deporre il falso da fra Cornelio e dal Visitatore; che sopratutto

avea falsamente deposto essersi trovati in Pizzoni al tempo medesimo

esso fra Dionisio e il Campanella, mentre esso fra Dionisio vi era

stato molti giorni prima; che avea detto a molti volersi ritrattare,

cercando anche perdono a fra Pietro Ponzio, e poi consigliato da un

Domenico Monaco non l'avea fatto ed aveva indotto il Pizzoni a non

farlo; che n'era stato rimproverato da molti, ed era ritenuto falso

testimone e deriso nel dir le litanie; che avea chiesto anche negli

ultimi giorni perdono ad esso fra Dionisio infermo (come negli altri

articoli già dati precedentemente). Che il Visitatore gli era stato

sempre nemico, perchè esso fra Dionisio avea dovuto presentare al Papa

memoriali contro di lui nelle quistioni de' Riformati e poi nel tempo

de' torbidi di S. Domenico di Napoli; che aveva in Calabria forzato i

testimoni a deporre contro esso fra Dionisio, e l'aveva condannato a

gravi penitenze negandosi sempre a perdonarlo. Che fra Cornelio gli

era nemico per fatti personali occorsi tra loro (già narrati altrove);

che si era perciò unito a' Polistina, insieme co' quali avea sedotto

e forzato il Soldaniero a deporre come avea deposto, procurandogli

l'indulto. Che il Petrolo gli era nemico, perchè riteneva derivati

da esso fra Dionisio tutti i suoi travagli, e perciò, come si era

espresso con molti, l'aveva conciato a dovere ne' suoi costituti[202];

oltracciò nell'altro tribunale si era dapprima disdetto, dichiarando

che il Campanella l'aveva indotto ad imitare il Pizzoni nell'esporre

eresie per sottrarsi alla furia secolare; che poi, al pari del Pizzoni,

non era rimasto saldo in tali assertive, ed entrambi rimproverati

per questo da molti carcerati aveano detto esservisi determinati pe'

maltrattamenti del fisco e le visibili propensioni de' Giudici. Che

fra Pietro di Stilo gli era egualmente nemico, perchè creatura del

Polistina, che si diè premura di far fuggire quando esso fra Dionisio

cercava di farlo carcerare; nè avea voluto andare al convento di

Nicastro dove era stato assegnato quando esso fra Dionisio vi si

trovava Priore. Che infine per tutto il tempo, in cui esso fra Dionisio

era stato carcerato, ognuno avea dovuto persuadersi esser lui vittima

di falsità fatte deporre dal Visitatore, da fra Cornelio e dallo

Sciarava, ed essere cosa impossibile in lui la colpa specialmente di

eresia.

In prova di così numerose affermazioni, fra Dionisio diè testimoni non

meno numerosi, oltre 60 individui, secolari ed ecclesiastici[203].

Alcuni tra loro erano individui liberi dimoranti in Napoli, ed altri

già carcerati e rimasti in Napoli, come p. es. Tommaso d'Assaro,

Pietrantonio Tirotta, Cesare Forte[204]; altri già carcerati e tornati

in Calabria, come D. Marco Petrolo, D. Minico Pulerà, Gio. Francesco

Paterno e Geronimo Marra, su' quali ultimi abbiamo così la data precisa

della liberazione; altri tuttora carcerati, sia per le cause presenti,

sia per cause diverse come vedremo più sotto. Vi erano poi egualmente

tra' testimoni frati disseminati in tutti i conventi di Napoli, come

pure dimoranti in Calabria e in altre provincie, perfino in Siena e in

Venezia. Ognuno de' testimoni era indicato per la prova di determinati

articoli; ed oltracciò erano prodotti diversi documenti, e date le

indicazioni per averne altri de' quali gli articoli facevano menzione.

Così troviamo inserte nel processo, al sèguito delle difese di fra

Dionisio: la procura originale in pergamena fattagli dalla città di

Nicastro per trattare anche presso il Papa la faccenda dell'interdetto;

la lettera del 10 ottobre 99 scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio,

per iscusarsi delle falsità deposte insieme col Pizzoni contro fra

Dionisio, e pregarlo che trovasse modo di farlo venire a nuovo esame

per ritrattarsi; e poi una fede dell'Università di Fiumefreddo sulle

eccellenti predicazioni ed opere di carità fatte da fra Dionisio in

quella terra; inoltre le fedi di Gio. Luca de Crescenzio de' P.^i

Ministri degl'infermi e di D. Eligio Marti Cappellano della galera

S.^{ta} Maria, già confortatori di Gio. Battista Vitale e Gio. Tommaso

Caccia sul punto di essere giustiziati, attestanti che da costoro

si era dichiarato aver deposto il falso per forza de' tormenti dati

dallo Sciarava[205]. A questi documenti si aggiunsero poi quelli che

il Vescovo di Termoli, sulle indicazioni date da fra Dionisio, venne

procurando sopratutto dall'altro tribunale; ma allora si era già agli

esami difensivi, e di essi conviene oramai occuparci.

Naturalmente non tutti i testimoni dati da fra Dionisio furono chiamati

all'esame, ma soltanto i frati inquisiti (all'infuori del Pizzoni e

del Lauriana), parecchi carcerati per la causa della ribellione, tra'

quali il Contestabile, il Di Francesco, Geronimo padre del Campanella e

il Barone di Cropani, dippiù quattro carcerati per altre cause, e con

tutti costoro il carceriere. Su' quattro carcerati per altre cause ci

crediamo in dovere di dare qualche notizia speciale; troveremo due di

loro celebrati dal Campanella nelle sue poesie, da doversi considerare

come suoi amici ed anche benefattori, e per parte nostra non avverrà

mai che un amico e benefattore del povero filosofo rimanga in alcun

modo trascurato; d'altronde importa pure conoscere un po' addentro le

qualità de' testimoni, per essere in grado di valutare la fede che le

loro testimonianze possono meritare. Essi furono: Cesare Spinola, D.

Francesco Castiglia, fra Antonio Capece cav. Gerosolimitano, Domenico

Giustiniano marinaro. Cesare Spinola nel suo esame si dichiarò

genovese, dell'età di 30 anni in circa, celibe, benestante tale da

potere spendere 100 scudi al mese: senza dubbio egli era uno di que'

numerosi Spinola, che al pari di moltissimi altri Liguri ammassavano

ricchezze con le loro speculazioni e facevano continui acquisti di

rendite in Napoli. Di altrettali Spinola l'Archivio di Stato fornisce

una serie infinita al cadere del secolo 16.^o, anche con frequenti

omonimi; ma per fortuna col nome di Cesare se ne trova solamente uno

detto «q.^m Stephani q.^m Bartholomaei», e varii documenti lo mostrano

abitante dapprima in Genova, dove stava anche una sua sorella a nome

Antonia, monaca in S. Silvestro de Pisis, possidente del pari di varie

rendite acquistate dal padre, massime sulla gabella della seta ma anche

sopra altri cespiti. Da uno de' documenti raccolti Cesare apparisce

inoltre parente, forse cugino, del Marchese Ambrogio Spinola, essendo

insieme col Marchese erede di una parte delle facoltà di Lorenzo

Spinola; da altri documenti apparisce sotto la tutela di alcuni suoi

parenti nel 1588, ed abitante già in Napoli nel 1602, circostanze

tutte che rispondono a quelle notate nel processo[206]. Ci rimane

tuttora ignoto il motivo della sua prigionia: ma sappiamo che nel

1599 un Cesare Spinola trovavasi affittatore del feudo di S. Nicola,

e con ogni probabilità era appunto il Cesare del quale si è discorso,

avendo sempre avuto i genovesi di ogni ceto il lodevole costume di

lanciarsi nelle speculazioni[207]; nè è difficile intendere che per

quistioni insorte, col metodo spiccio di quel tempo, egli fosse stato

imprigionato. Vedremo che di poi il Campanella in un suo Sonetto, fra

mille lodi, lo ringraziò anche della difesa che di lui avea fatta.

Quanto a D. Francesco di Castiglia, era costui uno de' tanti spagnuoli

che facevano la loro carriera nelle provincie napolitane, ma era nato a

Verona, ed avea già i suoi 40 anni: ne' Registri _Officiorum Viceregum_

lo troviamo nominato Capitano di Rossano pel 1594, poi Capitano di

Ostuni pel 1598[208]; e mentre era al governo di Ostuni fu carcerato

in Lecce e tradotto nel Castel nuovo di Napoli; il Campanella lo lodò

non solo come un alto personaggio, ciò che era quasi di obbligo con uno

spagnuolo, ma perfino come poeta, cantore delle Donne sante e de' suoi

cocenti amori, della vinta Antiochia e dell'abominio che si meritavano

le Corti false e bugiarde (dopo di averne persa la protezione).

Quanto a fra Antonio Capece, la sua storia è molto brutta: il suo

esame ne dice poco o nulla, ma ce l'insegnano ampiamente moltissime

Lettere esistenti nel Carteggio del Nunzio, ed anche qualche documento

de' Registri Curiae dell'Archivio napoletano. Era uno de' tanti

Cavalieri di Malta, che profittando delle guarentigie giurisdizionali

cominciavano per fare i prepotenti, e poi ben presto finivano per

fare gli assassini di strada insieme co' compagni a' quali erano

costretti ad appoggiarsi. Di nobile famiglia napoletana, dimorante

nel vicino paesello di Melito, aveva appena 26 anni e già fin dal 9

marzo 1595 trovavasi carcerato in Castel nuovo perchè le carceri del

Nunzio erano malsicure per lui, essendosi distinto per molti e gravi

delitti, omicidii, scarcerazione violenta di detenuti, svaligiamento

del procaccio di Puglia, ricatti, furti ed assassinii al passo tra

Melito ed Aversa, furto e ricatto di notte nella stessa città di Napoli

in casa di Ascanio Palmieri fuori la porta del pertuso (quella che fu

poi detta porta Medina e non ha guari è stata diroccata): fuggito una

volta dalle galere mentre lo traducevano a Malta per esservi giudicato,

nel 1598 era riuscito a fuggire anche dal Castel nuovo con un altro

carcerato del Nunzio, Cesare d'Assero clerico, ma semplicemente «perchè

il carceriere havea lassata la porta aperta et egli voleva buttarsi

alli piedi di S. S.^{tà}», siccome scrisse a Roma quando fu ripreso

in Gaeta e ricondotto in Castel nuovo; e poichè tutti i suoi compagni

nelle scelleraggini, i quali aveano testificato contro di lui, erano

stati prontamente appiccati dalla Corte Regia e non potevano più farsi

gli esami ripetitivi per convincerlo, il Nunzio lo teneva così in

carcere senza sapere cosa dovesse farne[209]. Ci affrettiamo a dire

che la Musa del Campanella non si mosse per lui. Finalmente quanto a

Domenico Giustiniano, sappiamo dal processo che era un povero marinaro

di Scio, preso da' turchi all'età di 7 od 8 anni e divenuto così

maomettano, poi tornato in grembo alla madre Chiesa, ed in espiazione

della colpa di rinnegato già da 10 anni in carcere, con otto grani al

giorno pel vitto: il suo contegno ce lo mostra un uomo semplice ed

ingenuo, senza ombra di fiele, e sì che egli poteva ben raccontare

quanto fosse dura la via del paradiso; dimenticato nel carcere, quivi

morì il 28 marzo 1607, come si legge ne' libri parrocchiali del

Castello.

Il 6 novembre si tenne la prima seduta, ed ecco le deposizioni che si

raccolsero[210]. D. Francesco di Castiglia disse correr voce tra i

carcerati in generale che i frati si accusavano l'un l'altro; avere

udito che Valerio Bruno teneva pratica col Soldaniero ma non averlo

visto; aver saputo direttamente dal Soldaniero che era stato assediato

nel convento di Soriano e forzato a dire ciò che gli era stato

domandato.--Di poi fu interrogato Giulio Contestabile, che riuscì un

testimone di grande importanza. Egli disse avere udito da molti, e li

nominò, che il Lauriana avea lasciato intendere di essersi esaminato

contro il Campanella e fra Dionisio per istigazione del Pizzoni e per

timore di D. Carlo Ruffo, Carlo Spinelli, Sciarava, fra Cornelio; aver

lui medesimo veduto in Calabria, mentre fra Cornelio esaminava, que'

secolari assistere con molta distinzione alle sedute e interrogare;

avere più tardi saputo che il Lauriana volea ritrattarsi in Napoli, e

non l'avea fatto per consiglio di un dottore; esser vero che tutti lo

ritenevano testimonio falso e che arrossiva quando nelle litanie si

diceva _a falsis testibus_; aver veduto lui stesso il Lauriana entrare

nella camera di fra Dionisio, e così pure il Soldaniero più volte,

avendogli costui inviato anche regali e fatto fare il pranzo da Valerio

Bruno che lo serviva sempre, come ben sapeva perchè era compagno di

stanza del Soldaniero. Aggiunse essere stato presente, quando Cesare

Spinola disse al Soldaniero non dover procurare tanta rovina a que'

frati, e il Soldaniero si scusò raccontando come era stato costretto di

deporre contro fra Dionisio dopochè fu circondato il convento in cui

stava per opera de' Polistina e del Priore; avere lui stesso udito il

Soldaniero lamentarsi, perchè i frati l'aveano ridotto nelle mani del

diavolo e non poteva ritrattarsi senza essere appiccato; aver veduto

l'indulto concesso al Soldaniero da Carlo Spinelli coll'intercessione

di fra Cornelio, e sapere che trovavasi depositato alla banca di

Barrese. Aggiunse aver saputo in Napoli direttamente tanto dal Pizzoni

quanto dal Petrolo, che in Calabria fra Cornelio diceva loro doversi

dare soddisfazione a' Giudici laici, che essi aveano dovuto deporre

eresie per isfuggire da' secolari e tentare di esser chiamati a Roma,

e che «per verità tutto era stato inventione»; aver saputo anche dal

Di Francesco suo cognato, carcerato insieme col Pizzoni in Gerace, che

fra Cornelio «con bravate, e con bone parole lo suggerì ad esaminarsi

contra non so chi frati». Conchiuse aver dovuto giudicare, dietro le

cose sapute dal Soldaniero, dal Pizzoni e dal Petrolo, che erano state

dette molte falsità (e vede ognuno di qual peso riusciva una simile

testimonianza da parte del Contestabile, convertito oramai in deciso

difensore de' frati).

Il 7 novembre s'iniziò la seconda seduta col cavaliere fra Antonio

Capece[211], il quale disse aver veduto una volta un frate rossetto,

compagno del Visitatore di Calabria, venire a visitare il Lauriana

nel carcere, e costui ricordargli che avea deposto quanto egli avea

voluto, e dimandargli qualche somma de' danari che erano stati

contribuiti da' conventi di Calabria, ricevendone buone parole e nove

carlini; aver poi saputo dallo stesso Lauriana che era sicuro di aver

la corda, ma non se ne curava per amore del Pizzoni suo maestro, che

lui veramente non conosceva nulla di quanto avea deposto, ma l'avea

deposto per liberarsi dalla Corte temporale e non essere «inforcato et

fatto in pezzi», e si voleva veramente ritrattare; essersi ritenuto

pubblicamente che si sarebbe ritrattato, ma non lo avea fatto dietro

consiglio dato dal dot.^r Monaco, presente Domenico Giustiniano;

essere state una sera omesse da lui nella litania le parole _a falsis

testibus_, ed avergli fra Pietro di Stilo detto «che non si vergognasse

ma che le dicesse» (vigile ed accorto sempre quel fra Pietro); essere

corsa pubblicamente la voce che avea chiesto perdono a fra Dionisio

per le deposizioni fatte contro di lui. Aggiunse aver veduto il

Soldaniero visitare e servire fra Dionisio ammalato, presenti anche

il Contestabile, fra Pietro Ponzio e il carceriere. Inoltre aver

veduto una lettera che fra Pietro Ponzio diceva scritta al Pizzoni dal

Lauriana; avere udito lui stesso il Pizzoni da una fossa parlare al

Lauriana in latino e perciò non averlo capito; aver saputo dal Pizzoni

medesimo, che andava in quella fossa per non aver voluto confermare

l'esame di Calabria fatto per uscire dalle mani de' laici e tutto

falso; aver saputo dal Pizzoni e dal Lauriana che il Visitatore e

fra Cornelio li avevano esortati a confessare per dar soddisfazione

a' Giudici secolari, «che poi passata quella furia sarebbero andati

in Roma per il S.^{to} officio è llà si saria accomodato ogni cosa»

(testimonianze per certo troppo esplicite, e troppe volte poggiate

su notizie raccolte direttamente).--Di poi Cesare Forte di Nicastro,

conciatore di pelli, carcerato per la congiura[212], confermò avere

udito tra i carcerati che il Lauriana si voleva ritrattare ma un

Domenico Monaco lo sconsigliò; essere ritenuto testimonio falso,

rifiutandosi a dire le parole _a falsis testibus_, onde i carcerati

ne mormoravano; su tutto il resto disse non saper nulla.--In sèguito

Cesare Spinola[213] attestò aver veduto un giorno fra Dionisio e il

Lauriana in alterco, aver domandato allora al Lauriana come mai nel

Castello «non c'era cane nè gatto che lo potesse vedere, et alhora

fra Silvestro rispose Dio perdoni à chi n'è causa», e dietro le

sue insistenze gli palesò esserne stato causa il Pizzoni che gli

avea fatto deporre quanto avea deposto. Aggiunse di sapere che il

Soldaniero aveva parlato a fra Dionisio quando costui era ammalato,

e che aveva a' suoi servigi Valerio Bruno; di avere una volta veduto

il Soldaniero tornare dall'esame col viso infuocato, ed avergli detto

«non più contra questi poveri frati, che tante cose? et esso rispose,

che voi che io faccia? per Dio che non posso far di manco per trovarmi

haver detto contra di essi monaci», e raccontò il fatto dell'essere

stato circondato in un convento ed obbligato da un monaco a deporre

contro fra Dionisio per non essere consegnato alla Corte; ond'egli,

lo Spinola, volgendosi al Contestabile che era presente, ebbe a

dirgli in disparte «mira che anima negra». Aggiunse di conoscere

che il Soldaniero aveva avuto l'indulto da Carlo Spinelli, ma non

conoscere ad istanza di chi (testimonianze tutte gravi anche per la

loro provenienza da un uomo non volgare).--Venne quindi la volta di

Domenico Giustiniano, il quale dichiarò avergli un giorno il Lauriana

dimandato consiglio, dicendo «che non havea faccia di comparere avanti

di fra Thomaso Campanella perche si havea esaminato falsamente contra

di lui, e detto milli falsità»; avergli lui risposto essere in obbligo

di dire la verità, ma temendo il Lauriana che avrebbe la corda, essersi

deciso consultare qualche letterato; «e così chiamassemo un giovane

nominato Gio. Vincenzo mezzo monaco il quale non si volse impacciare,

chiamassemo poi Domenico Monaco Dottore, et fra Silvestro li proposse

il caso, et il dottore li disse, Io te hò ditto più volte che tu

debbi star saldo alla prima esamina che altramente sarrebbe andato in

una galera». Confermò avergli il Lauriana detto che i suoi superiori

l'aveano forzato a deporre in quel modo, essere da tutti ritenuto falso

testimone, avere una volta nelle litanie omesse le parole _a falsis

testibus_, onde fra Pietro di Stilo lo rimproverò e tutti ne risero.

Aggiunse di sapere che il Pizzoni e il Lauriana erano stati più mesi

insieme nella carcere civile, ma non sapere che si fossero concertati o

no fra loro (testimonianze rese ancora più gravi dall'ingenuità della

persona).--Infine Giuseppe Grillo, che già conosciamo, dichiarò essere

stato presente allorchè nelle carceri di Gerace il Lauriana si scusò

con fra Pietro Ponzio perchè non si era ritrattato, dicendo che «esso

era andato con animo di disdirsi pensando di trovare solo la Corte

spirituale, mà che ci era anco presente Carlo Spinello et l'Avvocato

fiscale Regio, è che lo spaventavano solamente à guardarlo». Confermò

tutto il resto intorno allo stesso Lauriana, ma solamente per detto di

altri. Confermò che il Lauriana e così pure il Soldaniero e Valerio

Bruno aveano parlato con fra Dionisio, ciò che avea visto egli medesimo.

L'8 novembre fu dapprima interrogato, senza il formulario solito, il

carceriere Alonso Martines di Medina del Seco[214], il quale disse:

«frà Dionisio Pontio stette male à morte, et il sig.^r Don Giovanni

Sanges mi ordinò che io li dovesse dare un compagno, et che dovesse

lassar aperta la porta dela priggione nella quale era il detto frà

Dionisio»: e quindi vi entrò più volte il Soldaniero, che con le

proprie mani imboccava fra Dionisio quando mangiava, e diceva di farlo

per carità; vi entrò pure Valerio Bruno, che portò a fra Dionisio

da parte del Soldaniero «qualche regalillo di frutta», ed anche il

Lauriana, che una volta rimase a parlare con fra Dionisio per un'ora.

Egli vide tutto ciò, e quando erano partiti il Soldaniero e il

Lauriana, fra Dionisio gli disse, «guarda costoro, si sono esaminati

contra di me, et adesso mi vengono à dire che non si erano essaminati

contro... niente» (non disse dunque che gli avessero dimandato perdono,

ma d'altro canto perchè il Soldaniero specialmente negava con tanta

ostinazione la visita fatta?).--Nardo Rampano di Catanzaro, sarto,

carcerato per la congiura, disse essere stato sempre compagno del

Lauriana nelle carceri di Squillace e poi anche in quelle di Napoli,

avere udito più volte fra Pietro di Stilo in Squillace dare del

falsario al Lauriana, che «piangeva e diceva che lo lassasse stare

con li guai suoi»; aver veduto ancora in Napoli venire alle mani il

Lauriana ed il Petrolo, il quale anche dava del falsario al Lauriana.

Confermò tutto il resto circa il Lauriana, ed aggiunse inoltre di

avere lui stesso udito il Pizzoni parlare dalla fossa col Lauriana

«per un pertuso che risponde fuori, et parlavano latinamente» e dopo

tre giorni il Pizzoni fu tolto dalla fossa e rimase da basso per più

di due mesi in compagnia del Lauriana che lo governava; (senza mettere

in dubbio l'orribile condotta del Lauriana, bisogna pur dire che tutti

i frati d'ogni colore, eccetto il Pizzoni, seppero organizzare una

vera crociata contro di lui).--Di poi Marcello Salerno di Guardavalle,

sarto, carcerato egualmente per la congiura, confermò di avere udito

tutte le voci che correvano su' fatti del Lauriana, tra le altre «che

un certo dottore chiamato Dominico era stato la salute di frà Silvestro

et la ruina dela causa». Aggiunse di aver udito prima fra Dionisio e

il Lauriana quistionare e gridare tra loro e poi quietamente parlare

insieme; aver veduto anche il Soldaniero visitare fra Dionisio. Non

potè pertanto attestare di aver veduto in Squillace il Lauriana

dimandare perdono a fra Pietro Ponzio per le falsità dette contro fra

Dionisio, perchè allora esso Marcello aveva avuta la corda e stava

male; attestò solamente di averlo udito dire da altri carcerati, come

pure di aver udito che il Lauriana era stato sedotto a deporre in

quel modo da un frate chiamato fra Cornelio. Aggiunse che veramente

il Lauriana e il Pizzoni erano stati in un medesimo carcere più

mesi; (nulla di nuovo, ma una concordanza notevole).--Quindi Cesare

Bianco di Nicastro, domestico, carcerato come sopra, confermò le voci

che correvano intorno al Lauriana, che tutti lo dicevano falsario,

aggiungendo prudentemente, «quanto à me lo tengo per religioso da messa

di S. Domenico». Attestò di aver veduto lui medesimo il Soldaniero ed

anche Valerio Bruno parlare con fra Dionisio; ricordò di avere già

deposto circa la lettera che il Lauriana avea mandata al Pizzoni;

negò di avere udito il Lauriana dire che ci era tempo ad accomodare

la coscienza, avendolo invece saputo per detto di altri carcerati;

conchiuse dicendo, «fra Dionisio publicamente si tiene per homo da bene

come lo tengo io, è per buon religioso, è predicatore, et publicamente

si è ditto, è si dice particolarmente tra li carcerati che le cose che

li sono state apposte sono state falsità»; (una testimonianza simile

da un uomo piuttosto prudente merita di essere considerata).--Venne

poi esaminato Geronimo padre del Campanella[215], che questa volta

si disse di Stilo, calzolaio, costretto a vivere col carlino al

giorno che a lui dava la Corte (come agli altri compagni poveri), e

dichiarò di non saper nulla su quasi tutte le dimande che gli furono

fatte. Attestò che dicevasi il Lauriana essere falsario, aggiungendo

«et esso se lo sape». Attestò che avea veduto il Lauriana visitare

fra Dionisio e parlargli, come pure il Soldaniero, non così Valerio

Bruno, il quale serviva di cucina il Soldaniero; (il povero vecchio

era sempre di molto cattivo umore).--Successivamente venne esaminato

Gio. Battista Ricciuto di Monteleone, orefice, che dichiarò del pari

non saper nulla su quasi tutti i punti e volle barcamenarsi. Disse il

Lauriana ritenuto «appresso di alcuni per buono et appresso di alcuni

altri non»; aver recitato la litania «giusta», ma lui, Gio. Battista,

non saper «lettera»; non sapere se il Lauriana avesse visitato o no

fra Dionisio, ma la camera di costui essere rimasta aperta a tutti.

Quanto al Soldaniero fu più esplicito; l'avea veduto in camera di fra

Dionisio, avea veduto Valerio Bruno servirlo, avea saputo da costui

l'indulto accordatogli.--Finalmente Tommaso Tirotta, già servitore del

povero Maurizio e carcerato e tormentato per questo, dovè rispondere

solo intorno al Soldaniero e a Valerio Bruno: e disse aver conosciuto

l'uno e l'altro fin da quando stavano ritirati nel convento di Soriano,

sapere che il Bruno serviva il Soldaniero anche nel Castello, sapere

che il Soldaniero avea visitato fra Dionisio, non sapere che il Bruno

l'avesse egualmente visitato ed anche servito, poter attestare aver lui

medesimo, Tirotta, cucinato due polli per fra Dionisio nel focolare del

Soldaniero col consenso di costui (testimonianza insignificante per

questa causa).

Il giorno seguente, 9 novembre, si cominciò ad interrogare i

frati[216]. E dapprima fra Paolo confermò che il Lauriana da tutti era

stimato falsario, ricordando specialmente che così l'avea chiamato

pure il Petrolo nel venire alle mani tra loro. Disse aver udito in

Gerace perfino da' birri, ma non dal Lauriana, che costui avea detto

volersi ritrattare e poi non l'avea fatto per timore, aggiungendo, a

dimanda d'ufficio, che lo Spinelli e lo Sciarava erano presenti agli

esami e minacciavano, ed il Capitano di campagna era anche presente

e insolentiva, come avea provato egli stesso e parimente il Petrolo.

Confermò aver udito in Gerace e in Monteleone che il Lauriana non

conosceva nulla di quanto avea deposto, ma l'avea deposto per timore di

fra Marco e del suo compagno, i quali dicevano volerlo consegnare alla

Corte secolare se non confessava. Dichiarò aver veduto nella carcere di

fra Dionisio, in colloquio con costui, il Lauriana, e così pure altra

volta il Soldaniero; d'avervi veduto egualmente Valerio Bruno, che era

servitore del Soldaniero, tanto che pur in que' giorni, essendo il

Soldaniero passato al Castello dell'ovo, gli preparava il pranzo e glie

lo mandava aggiungendo che da Valerio era stato detto di aver udito

quanto avea deposto non da fra Dionisio ma dal Soldaniero. Attestò che

trovandosi in Pizzoni, vide fra Dionisio venuto per ricuperare certi

scritti dal Pizzoni e sdegnato verso costui uscire dalla Chiesa dove

gli avea parlato (testimonianza troppo tardiva e quindi sospetta).

Attestò le cattive qualità del Pizzoni, i furti, il mal francese, le

disonestà che gli erano addebitate. Disse di sapere che in Pizzoni,

quando vi fu fra Dionisio, non c'era il Campanella; confermò che fra

Pietro di Stilo non era amico di fra Dionisio, ed invece lo era del

Polistina; (così fra Paolo si mostrava ben diverso da quello di prima,

ma perciò appunto non poteva conciliarsi molta fede).--Successivamente

fu interrogato fra Pietro di Stilo, che abbondò moltissimo ne'

particolari, profittando della circostanza per far entrare nelle

difese in un modo anche più largo la persona del Campanella, sicchè

la sua deposizione riesce di una importanza straordinaria. Dichiarò

aver saputo direttamente dal Lauriana, in Squillace e in Monteleone,

che avea deposto «tutto buggie ad instantia di frà Cornelio, è di frà

Gio. Battista de Pizzoni», ed espose l'occasione a questo modo: «io

dissi à fra Silvestro, come è possibile che tu che sei inimico di frà

Dionisio perche ti persequitò per conto di frà fabio in Nicastro....

et tù sempre sei stato lontano da frà Thomaso, che essi ti habbiano

communicato queste cose à te, et à me che ero amico di fra Thomaso, e

paesano, non habbia ditto niente, Et fra Silvestro alhora mi disse, non

per Dio, io mai seppi queste cose, mà me l'ha fatto dire il maledetto

frà Gio. Battista da Pizzoni, in servitio del quale hò posto l'onore,

è molte volte in pericolo la vita, Et io dissi come è possibile che si

hai deposto contra frà Dionisio, et il Campanella ad instantia di frà

Gio. Battista, che tu poi habbi accusato fra Gio. Battista, esso mi

rispose che quelli doi ciò è il Campanella, è frà Dionisio li dovesse

nominare come in effetto li nominai, et io da me aggionsi fra Gio.

Battista per terzo, massime che frà Gio. Battista mi havea ditto di

haver udito heresie dal Campanella, è da frà Dionisio» (rivelazioni

molto sottili). Attestò che pure alla presenza di molti di Catanzaro

il Lauriana disse di aver deposte falsità, ed esso fra Pietro glie ne

fece rimprovero. Attestò di aver saputo dal Dottore Monaco il consiglio

dimandatogli dal Lauriana; disse che uguale consiglio fu dimandato al

Giustiniano e poi ad esso fra Pietro medesimo, onde ebbe a rispondere,

«che si havea detto la verità stasse saldo, et moressero li tristi,

è si havea detto la falsità mirasse a sè, è che li testimonii falsi

condennorno il figliolo di Dio alla morte». Confermò che il Lauriana

era falsario, anche perchè avea deposto di avere udito eresie da fra

Dionisio, dal Campanella e dal Pizzoni, «e non dimeno, egli disse,

frà Dionisio non è stato mai in Pizzoni con frà Thomaso Campanella,

perche io era in Pizzoni in questo tempo, et l'haveria saputo si ci

fusse stato», indicando testimoni, per sapere la verità, fra Paolo

e il Pizzoni medesimo. Confermò aver fatto un appunto al Lauriana

durante le litanie, quando si giunse alle parole _a falsis testibus_,

poichè «parve che à fra Silvestro s'ingroppasse, è non potesse dire».

Attestò che un giorno fra Dionisio e il Lauriana vennero a briga

tra loro per le falsità, e poi la sera li vide discorrere insieme,

come il Lauriana medesimo gli disse l'indomani. Attestò aver veduto

più volte il Soldaniero parlare con fra Dionisio; quanto a Valerio

Bruno, aver saputo lo stesso da carcerati. Dichiarò aver saputo da

Giulio Contestabile che il Soldaniero gli avea detto essere stato da

fra Cornelio forzato a deporre, ma attestò averlo poi saputo anche

direttamente ed ecco in quale occasione: «al Soldaniero dissi che frà

Gio. Battista di Pizzone se li raccomandava per amore di Dio, et Giulio

rispose che non li volea perdonare, mà roinarlo, perche esso fù il

primo che accusò il Soldaniero che con trenta persone voleva uscire

in campagna per la ribellione, et che li rencresceva bene di haver

detto contra frà Dionisio, perche la sospittione che havea contra frà

Dionisio che se la tenesse con Eusepio suo inimico non era stata vera,

è disse di haver fatto il debito suo verso frà Dionisio in camera di

frà Dionisio, ma che al Pizzone lo voleva convincere col detto di

valerio bruno suo servitore _de loco, et tempore_, perche da quello

servitore faceva dire quel che lui voleva, è questo sarà il servitio

che voglio fare à fra Gio. Battista, Et dopò questo biastemò San Gio.

Battista, S. Giovanni evangelista, è Santo Cornelio, Et soggionse se

venessero persone che havessero questi nomi io non li crederia mai, ne

tan poco voglio credere à questi Santi per tali nomi, perche questi,

ciò è frà Cornelio del Monte, e Maestro Gio. Battista Polistina, sono

stati causa, che hò perso l'anima, la robba, e dubbito che perderò la

vita, Et poi cacciò una carta reale, è disse questa mi costa un'anima,

è tre mila docati, et confortandolo io che saria remesso, mi rispose

questo è l'indulto, et maledicì quando mai fu indultato, et che era

meglio per esso che fosse stato alli passi» (rivelazioni sempre

più sottili ed anche abbastanza teatrali, un pochino inverosimili

trattandosi non di un uomo semplice ma di un capo di fuorusciti qual

era il Soldaniero). Dichiarò inoltre avergli lo stesso Soldaniero

affermato, che i fatti esecrabili commessi contro l'ostia consacrata

erano stati narrati da fra Dionisio nella predica di Soriano a pio fine

(unico testimone fra Pietro su questo articolo tanto scabroso); avergli

dippiù Valerio Bruno lodato grandemente quella predica. Accettò di aver

fatto molto opportunamente fuggire il Polistina quando era perseguitato

da fra Dionisio (con che si accreditava come testimone a favore di

costui), e confermò ad una ad una le accuse di furto, malattie e «cose

di donne» addebitate al Pizzoni, mostrandosi personalmente informato di

tutto. Riconobbe che il Campanella avea trattato molto col Pizzoni,

ma disse di non poter entrare a giudicare se dovesse ritenersi più

probabile che il Pizzoni avesse manifestate a fra Dionisio opinioni del

Campanella, o invece il contrario. Affermò di avere tanto lui quanto

il Petrolo saputo dal Pizzoni che fra Dionisio avea parlato di eresie

disputativamente, e soggiunse essergli stato detto dal Pizzoni, nelle

carceri di Monteleone, che volea ritrattarsi di quanto avea deposto

contro fra Dionisio e il Campanella, allegando «molte raggioni per

le quali esso havea confessato la prima volta, è fra l'altre... il

timore della morte, e la speranza di libertà, l'odio che havea con frà

Dionisio, et l'occasione dela soversione delle cose, che alhora pareva

che il mondo tutto andasse sotto sopra» (non si poteva dir meglio); al

quale proposito ritornò sulle minacce fatte da D. Carlo Ruffo, da fra

Cornelio, dal Visitatore, da Ottavio Gagliardo, e ricordò quello che

costoro aveano fatto contro lui medesimo. Ma la lunghezza di questo

esame obbligò i Giudici a rimandarne il sèguito ad altra seduta.

L'indomani 10 novembre fu ripigliato l'esame di fra Pietro di Stilo.

Ed egli continuò sull'articolo delle minacce fatte in Calabria a

ciascuno de' frati inquisiti, esponendo anche a lungo gli eccitamenti

avuti da fra Gio. Battista di Polistina unito con fra Cornelio, poco

prima di montare sulle galere in partenza per Napoli, perchè deponesse

contro fra Dionisio, onde giudicò che in questa faccenda si trattasse

di una vendetta particolare del Polistina. Confermò l'inimicizia del

Lauriana con fra Dionisio, avendolo costui perseguitato per le pessime

relazioni tra lui e fra Fabio Pizzoni: attestò di aver veduto la

lettera scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio, di avere udito più di

quaranta volte dal Lauriana che era stato sedotto dal Pizzoni e da fra

Cornelio, esponendo tutti i particolari del modo di procedere tenuto

per gli esami in Calabria, la lettura dell'esame del Pizzoni agli

altri che dovevano esaminarsi, la presenza de' laici che interrogavano

anche in materia di eresia perfino in Gerace, facendosi gli esami

innanzi al Vescovo. Così mano mano confermò ciascuno articolo su cui

venne interrogato, sempre di scienza propria: e nel parlare del mulo

rubato dal Pizzoni ad un uomo di Stilo, dichiarò che egli, insieme

col Campanella e col Sig.^r Francesco Petrillo, s'interpose per

accomodare la faccenda; nel parlare degli eccitamenti del Visitatore

perchè si deponesse contro fra Dionisio, aggiunse di essere stato

eccitato a deporre anche contro il Campanella. Così pure, nel parlare

della conferma dell'esame di Calabria fatta in Napoli dal Pizzoni a

consiglio del Lauriana, aggiunse che egualmente il Petrolo (accusatore

del Campanella) confermò l'esame a consiglio del Lauriana datogli

allo stesso modo; nel parlare poi dell'inimicizia tra Dionisio e il

Petrolo, dichiarò che non ne sapeva nulla, ma che sapeva bene esservi

inimicizia tra il Petrolo e il Campanella, «perche si disse che una

sorella di frà Dominico era innamorata di frà Thomaso, et che havevano

peccato insiemi, et per questo si disse che frà Dominico cercò di

fare ammazzare il Campanella dal Mauritio, mà Mauritio non lo volse

fare; quando poi si suscitorno questi rumori di ribellione il Mauritio

cercò di ammazzare il Campanella, è fra Dominico, mà non potè si ben

li sequitò per alcune miglia»! Finalmente, nel parlare del motivo

per cui il Pizzoni e il Petrolo dicevano aver dovuto confermare i

rispettivi esami, cioè l'insistenza minacciosa del fisco, non solo

dichiarò averlo udito da que' frati mentre discorrevano tra loro di

notte, ma soggiunse averlo udito particolarmente dal Petrolo mentre

lo diceva al Campanella per iscusarsi (e ben si vede che il povero

fra Pietro si spingeva quanto più poteva, certamente un po' troppo,

per giovare al suo disgraziato amico).--Dopo di lui fu esaminato il

Petrolo, ma sopra un numero di articoli assai limitato. Egli attestò

aver saputo direttamente dal Lauriana che avea deposto contro il

Campanella, fra Dionisio e il Pizzoni, che vi era stato colto da fra

Cornelio e dal Visitatore mentre non sapeva nulla di quanto depose, che

voleva ritrattarsi almeno relativamente al Pizzoni suo maestro, ma non

già che avesse deposto il falso ad istigazione del Pizzoni; e spiegò

le confidenze fattegli, dicendo essere stato assistito dal Lauriana

dopochè ebbe due ore di corda (naturalmente per la congiura). Attestò

essere il Lauriana ritenuto pubblicamente falsario, persistente nel

falso a consiglio di un dottore «furbo e mariolo», riluttante a dire

le parole a falsis testibus nelle litanie per quanto avea saputo da

fra Pietro di Stilo. Attestò aver veduto il Lauriana e fra Dionisio

parlare insieme, sibbene fuori la carcere; aver udito il Soldaniero

bestemmiare santo diavolo[217] e borbottare minacce contro i Polistina,

ciò che il Bitonto gli spiegò col dire che i Polistina lo avevano

costretto a deporre ciò che depose; inoltre aver veduto il Soldaniero

visitare fra Dionisio dentro la carcere e prestargli danaro, come pure

aver veduto nella carcere di fra Dionisio Valerio Bruno servitore del

Soldaniero. Dichiarò di avere non solo udito il Soldaniero lamentarsi

dei Polistina, ma ricevute lui stesso in Bivona raccomandazioni dirette

da fra Gio. Battista di Polistina perchè non risparmiasse fra Dionisio,

e nella medesima occasione veduto anche il Polistina riscaldarsi con

fra Pietro di Stilo. Dichiarò di aver udito il Soldaniero dire che in

Calabria avea dovuto fare il birro per salvarsi la vita; di sapere

che il Pizzoni era stato in relazioni molto strette col Campanella;

di avere udito dal Pizzoni che le cose dettegli da fra Dionisio

erano state dette _recitative_ e poi egli l'aveva accomodate nella

sua deposizione a modo di disputa; di avere avuto preghiera dal

Pizzoni, perchè raccomandasse al Lauriana di persistere nella discolpa

conoscendo che l'aveva discolpato; di sapere che il Campanella non

era stato a Pizzoni quando vi fu fra Dionisio, perchè il Pizzoni e il

Lauriana glie l'aveano detto, ed anzi il Lauriana, preoccupato di

aver detto il contrario, lo pregò di raccomandare a fra Paolo che non

lo scovrisse su questo punto. Infine dichiarò di sapere che il Pizzoni

e il Lauriana erano stati più mesi insieme nelle carceri civili, e di

credere che si fossero là messi d'accordo a voce dopochè aveano cercato

di farlo in iscritto; (così oramai il Petrolo, col contatto de' frati,

si era modificato di molto, ed avea capito che la causa di ognuno

rifletteva quella di tutti; ma si era troppo spinto innanzi per tornare

francamente indietro).--Fu interrogato da ultimo il Bitonto, e costui

dichiarò di aver saputo dal Lauriana in Gerace, che si era esaminato

contro fra Dionisio e il Campanella a persuasione del Pizzoni, che

non si era ritrattato per timore di Carlo Spinelli, ma che si sarebbe

ritrattato in Napoli, dimandando ad esso Bitonto se si dovesse o no

ritrattare. Attestò di aver veduto un giorno fra Dionisio e il Lauriana

quistionare insieme ed aver poi saputo dallo stesso Lauriana che la

sera era andato a cercare perdono a fra Dionisio per le falsità deposte

contro di lui; aver veduto il Soldaniero visitare fra Dionisio nella

carcere e portargli cose da mangiare, ed aver veduto egualmente presso

fra Dionisio Valerio Bruno servitore del Soldaniero. Attestò aver udito

dal Soldaniero che non gli si teneva conto del guidatico, e che i

Polistina e fra Cornelio lo avevano consigliato e costretto a deporre

le cose di eresie. Attestò che il Pizzoni avea fatto fuggire fra Gio.

Battista di Polistina quando fra Dionisio cercava farlo carcerare, che

in Calabria era reputato un cattivo soggetto, avea rubati scritti a fra

Dionisio e commessi altri furti, aveva avuto il mal francese e fatto

udire molte cose in materia di donne. Attestò egualmente di propria

scienza la pessima condotta del Lauriana in materia di costumi, e per

detto altrui le lettere che avea scritte a Ferrante Ponzio revocando

le cose affermate contro fra Dionisio e il Campanella. Infine attestò

l'amicizia di fra Pietro di Stilo per fra Gio. Battista di Polistina

nemico di fra Dionisio (come si vede, nulla di nuovo, e d'altronde il

testimone era troppo ligato a fra Dionisio per potergli accordare molta

fede).

Il 16 novembre si tenne l'ultima seduta, e furono interrogati il

Barone di Cropani e Geronimo di Francesco, fatti venire dal Castello

dell'ovo. Il Barone di Cropani, Antonino Sersale[218], narrò come egli

si fosse adoperato per far perdonare dal Provinciale fra Dionisio

quando costui ebbe grave punizione per aver bastonato un frate, come

inutilmente avesse in tale circostanza procurato i buoni ufficii del

Vescovo di Catanzaro e dell'Auditore De Lega presso il Visitatore,

con la conseguenza rincrescevole per lui di essere ritenuto a motivo

di queste trattative con fra Dionisio, «sospetto come li altri

calabresi carcerati». Attestò per scienza propria le ottime qualità

di fra Dionisio, e per detto altrui l'ostilità del Visitatore verso

questo frate dietro antichi dissensi circa le controversie de' frati

Riformati, come pure l'amicizia del Visitatore per fra Gio. Battista

di Polistina nemicissimo di fra Dionisio. Attestò aver saputo da due

Padri Gesuiti, mentre si trovava nelle carceri di Monteleone, che il

Mileri e il Crispo, quando vennero giustiziati, dicevano con alte grida

aver tutto deposto in materia di ribellione per forza di tormenti avuti

dallo Sciarava; e la cosa medesima essersi detta di altri tre che

vennero giustiziati sulla galera in cui egli si trovava, sebbene non

l'avesse udito di persona poichè soffriva il mal di mare, specialmente

di Gio. Battista di Nicastro (il Bonazza), che per questo motivo non

voleva nemmeno riconciliarsi con Dio ma poi si piegò. Aggiunse essere

anche in materia di fede fra Dionisio «da tutti tenuto per bonissimo

Catholico».--Geronimo di Francesco disse di avere appena conosciuto

fra Dionisio, e di poter attestare che tutte le accuse fatte a questi

frati erano falsità, come aveva in parte udito e in parte saputo dal

Pizzoni, aggiungendo che i due giustiziati in Catanzaro (Mileri e

Crispo) avevano confessato di aver tutto deposto per forza di tormenti

e persuasione dello Sciarava; (e così entrambi i testimoni confondevano

troppo la materia della ribellione e quella dell'eresia).

Abbiamo già avuta occasione di dire che in questo stesso periodo di

tempo, oltre gli esami difensivi per fra Dionisio, si fecero anche

quelli pel Pizzoni. Costui presentò in sua difesa 34 articoli, e poi

ne diede in supplemento pure qualche altro nell'ultima ora scrivendolo

di suo pugno (sicchè a quel tempo dovè la lesione della spalla dargli

un po' di tregua), ma i Giudici non vi badarono nemmeno[219]. Secondo

il solito volle provare che fin dal suo ingresso nella vita monastica

avea vissuto religiosamente, e poi predicato ed insegnato ne' conventi

principali, aggiungendo di avere strettamente digiunato ogni sabato

e di non essere stato mai inquisito nè processato. Che il processo

fatto da fra Marco e fra Cornelio era falso, avendo ricevuto danari e

donativi da diverse persone per fare un processo tale da guadagnarsi

un premio. Che que' frati eccitavano gl'inquisiti l'uno contro l'altro

dicendo che l'uno avea deposto contro l'altro, leggevano in precedenza

all'uno l'esame raccolto dall'altro, facevano co' tormenti dire quanto

loro piaceva. Che senza precedente denunzia, inquisizione o querela,

aveano fatto carcerare esso Pizzoni, dicendolo pubblicamente nemico

di Cristo e del Re. Che il fisco e gli ufficiali Regii promettevano

premii e diedero indulti per far deporre contro la propria coscienza.

Che un testimone del fisco, il Caccia, aveva in punto di morte

dichiarato di aver deposto il falso e se n'era fatta fede che esso

Pizzoni riproduceva; inoltre questo Caccia era stato sottoposto alla

tortura mentre aveva la febbre e in tale condizione era stato sedotto

da que' frati a nominare esso Pizzoni! Che i due Polistina erano suoi

nemici, essendo lui stato a Roma contro di loro quando concorrevano

al Provincialato. Che Giulio Soldaniero gli era nemico capitale e

l'avea più volte minacciato, pretendendo che avesse nascosto Eusebio

Soldaniero; e poi era stato eccitato da' Polistina a deporre contro di

lui. Che Valerio Bruno era compagno di delitti e servo stipendiato del

Soldaniero, e quindi non meritava fede; e poi egli medesimo confuso per

le sue falsità avea detto a' Giudici, «misericordia signore, che sono

ignorante». Che esso Pizzoni non era stato mai cacciato dal convento

di Soriano, ma sempre accoltovi con affetto, e vi avea pure cantata la

messa in presenza del Visitatore nel giorno di S.^{to} Agostino (vale

a dire il 28 agosto). Che il Campanella e fra Dionisio non aveano

mai parlato di quelle cose che esso Pizzoni avea deposte, se non

separatamente e fuori la presenza di alcuno; e il libro del Campanella

stampato in Napoli non era scritto contro S. Tommaso ma contro Antonio

Marta napoletano, e S. Tommaso vi si trovava nominato sempre colla

massima riverenza (in questo contradiceva al Lauriana, col quale oramai

il disaccordo era completo). Che avea sempre letto e predicato dottrine

approvate dalla Chiesa. Che fra Dionisio gli era divenuto nemico

mortalissimo da che esso Pizzoni avea deposto contro di lui molte cose

intorno alla congiura e alla fede; fra Domenico Petrolo era stato

eccitato a deporre contro esso Pizzoni da fra Cornelio, il quale glie

ne lesse pure l'esame, oltrechè non avea potuto vederlo ammalato in

Pizzoni due anni prima, perchè allora esso Pizzoni si trovava in altri

posti. Che mai vi era stata tra lui e il Campanella corrispondenza in

cifra, che non era mai il Campanella venuto altre volte a Pizzoni,

che quando ci venne fu perchè volea vedere i Vescovi di Mileto e di

Nicotera i quali dovevano là venire, che dopo di averlo esso Pizzoni

cacciato dal convento, non gli scrisse mai più. Che se esso Pizzoni

lo vide in Stilo, ciò fu per certo danaro che dovea restituire a un

fra Marcello Basile, e per certo altro danaro che doveva esigere andò

a vederlo presso il Marchese di Arena. Che avvertì il P.^e Generale

facendo scrivere la lettera al Lauriana e mandandola egualmente per

costui alla posta di Monteleone, non appena seppe le cose delittuose

del Campanella e di fra Dionisio. Che tutte le deposizioni de' frati

furono fatte innanzi ad ufficiali Regii, ed anche innanzi a D. Carlo

Ruffo, il quale era speciale nemico di esso Pizzoni per controversie

passate tra loro. Che nel convento di Pizzoni egli non era stato se non

durante tre mesi prima della sua carcerazione, mandatovi a forza da'

Superiori suoi nemici, ed avea supplicato inutilmente di poter lasciare

quel posto, solito ad essere frequentato da fuorusciti protetti dal

Vescovo di Mileto, onde due Vicarii suoi predecessori aveano dovuto

scapparne di soppiatto.

A questi articoli, redatti con un po' di disordine e con diversi errori

di nomi, attestanti la poca cura dell'Avvocato e l'affievolimento del

Pizzoni pur sempre infermo, venne aggiunto un elenco di testimoni

rappresentati da tutti i frati inquisiti all'infuori di fra Dionisio

(oltrechè del Campanella come ben s'intende), da molti frati de'

conventi di Calabria, e da taluni de' conventi di Napoli, dal

Contestabile e dal di Francesco carcerati per la ribellione, dallo

Spinola e dal Castiglia ed anche da un D. Francesco di Genova carcerati

per altre cause, da Fabio Pisano disgraziato padre di Cesare dimorante

in Calabria. E con una fiacchezza di accorgimento sempre più notevole,

vennero tutti i frati inquisiti indicati come testimoni su tutti gli

articoli indifferentemente, sicchè p. es. il Petrolo ed il Lauriana

doveano provare anche le affermazioni contenute negli articoli addotti

contro di loro; e può dirsi senza esitazione, che la difesa del

Pizzoni, già essenzialmente scabrosa, fu mal condotta davvero.--Il

fiscale Sebastiano diede dal canto suo appena 6 interrogatorii,

contenenti le solite ammonizioni e generalità rutinarie, senza brigarsi

menomamente de' fatti affermati negli articoli, tanto dovea sentirsi

sicuro che non ve n'era bisogno. I Giudici poi chiamarono all'esame

soltanto i frati inquisiti, lo Spinola e il Castiglia, il Contestabile

e il Di Francesco, e in due sedute successive, il 14 e 15 novembre,

esaurirono le difese del Pizzoni[220].

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 11 / 24 题