SÈGUITO DE' PROCESSI DI NAPOLI E DELLA PAZZIA DEL CAMPANELLA.

B.--Processo dell'eresia (maggio 1600 a settembre 1602).

I. Rammentiamo innanzi tutto, circa l'eresia, che dapprima il Papa

avea manifestato di volere a Roma gl'incriminati o sospetti in

tale materia finita la causa della congiura (4 10bre 1599); ma in

sèguito, vista senza dubbio l'impossibilità della cosa, giacchè il

Governo Vicereale non si sarebbe lasciato trarre di mano i frati che

il processo della congiura mostrava colpevoli, avea spedito ordine

mediante il Card.^l di S.^{ta} Severina che se ne occupasse il Nunzio,

con ogni probabilità perchè il Vescovo di Caserta Ministro della

S.^{ta} Inquisizione Romana nel Regno trovavasi assente, in compagnia

del Vicario Arcivescovile della Curia napoletana, il quale presedeva

il tribunale diocesano di S.^{to} Officio (4 febbraio 1600)[146]; il

Nunzio poi, che molto volentieri ne avrebbe fatto di meno, vista la

profonda dottrina del Campanella, il quale sviluppava tante profezie

e produceva tante citazioni in suo favore, scrisse subito al Card.^l

S. Giorgio, ed anche al Card.^l di S.^{ta} Severina, che «se pur tal

negotio dovea spedirsi qua» in Napoli, reputava necessario l'intervento

di qualche persona pratica e buon Teologo (11 febbraio). Così scorse

ancora un certo tempo, sino a che non fu disponibile l'uomo capace di

stare a fronte del Campanella secondo le preoccupazioni del Nunzio,

e solo verso la fine di aprile si potè costituire il tribunale per

l'eresia, associando a' due Giudici prima designati il Vescovo di

Termoli. Era costui quel fra Alberto Tragagliolo da Firenzuola

Domenicano, che abbiamo già visto Commissario generale del S.^{to}

Officio sin dall'ottobre 1592 e durante i processi avuti in Roma dal

Campanella nel 1594-1595, divenuto molto benevolo verso il filosofo in

tale occasione e senza dubbio assai competente ed opportuno nel caso

attuale. Malamente designato dal Fontana col nome di «frater Albertus

Tragnolus» e poi anche con quello di fra Alberto Drago[147], così

ritenuto dall'Ughelli e dopo di lui anche da Quétif ed Echard[148],

malamente creduto Firenzuola e non Tragagliolo dal Capialbi[149], egli

cognominavasi Tragagliolo ed era nativo di Firenzuola nel Piacentino:

avea già funzionato da Commissario del S.^{to} Officio in Faenza, in

Genova, in Milano, quando venne chiamato Commissario generale in Roma

da Clemente VIII; poi dietro la morte di Mons.^r Francesco Scoto fu

promosso al Vescovato di Termoli, secondo il Fontana e l'Ughelli il

29 novembre 1599, ma certamente provvisto di _exequatur_ soltanto

all'ultimo di febbraio 1600, con esecutoria in data degli 8 marzo,

come risulta dalle scritture esistenti nell'Archivio di Napoli[150].

Può dirsi con sicurezza che si pensò a lui per la causa del Campanella

più che all'ultima ora, essendogli stata mandata a Napoli la nomina di

Commissario della causa dopo la sua partenza da Roma; ond'egli assai

probabilmente non giunse nemmeno a vedere la sua Chiesa, obbligato ad

un lavoro assiduo pel processo di cui andiamo ad occuparci, fino al

tempo della sua morte, che avvenne disgraziatamente otto mesi dopo,

succedendogli nel carico di giudice D. Benedetto Mandina Vescovo di

Caserta. Quanto al Vicario Arcivescovile, abbiamo già avuta occasione

di rilevare che teneva detto officio il Rev.^{do} Ercole Vaccari

(ved. pag. 44): qui dobbiamo aggiungere che per le molteplici e gravi

faccende della Curia Arcivescovile erano allora i carichi distribuiti a

più persone in qualità di Vicarii, e nelle scritture del tempo, oltre

il Vaccari, designato «Vicarius generalis capitularis et locumtenens

in spiritualibus», troviamo il Rev.^{do} Curzio Palumbo, designato

«Vicarius generalis Monialium et locumtenens in civilibus»; e vedremo

nel processo figurare da giudice o «congiudice» prima il Vaccari con

la qualità di Delegato, poi il Palumbo con la qualità di subdelegato,

poi ancora il Rev.^{do} Alessandro Graziano successo al Vaccari dopo la

morte dell'Arcivescovo Card.^l Gesualdo.

Il 18 aprile 1600, alle istanze del Nunzio, il quale in data del 14

aveva ancora mostrato di non sapere dove S. S.^{tà} volea che si

trattassero le materie appartenenti al S.^{to} Officio, il Card.^l di

S.^{ta} Severina rispondeva, avere S. S.^{tà} «per satisfare a cotesti

Signori et Ministri Regii» risoluto che la causa spettante al S.^{to}

Officio si trattasse in Napoli dal Nunzio, dal Vicario Arcivescovile e

dal Vescovo di Termoli, il quale da tre giorni era partito per Napoli,

onde egli dirigeva al Nunzio medesimo la lettera scritta per lui;

e soggiungeva essere intenzione di S. S.^{tà}, che procurassero di

terminar presto la causa, ma ne inviassero a Roma un breve Sommario,

coll'avviso su' meriti del processo, e col parer loro intorno alla

spedizione, prima di dare la sentenza. Analogamente egli scriveva pure

al Vescovo di Termoli ed al Vicario Arcivescovile, aggiungendo al

Vescovo, che per essere persona «molto ben pratica, et anco informata

delle altre cause conosciute in questa santa Inquisitione contra

il Campanella, ove abiurò come sospetto vehementemente di heresia

l'anno 1591», non gli diceva altro, bensì offriva di mandargliene le

scritture se lo reputasse necessario: dalle quali parole risultano

chiariti assai bene gli antecedenti così del Vescovo di Termoli come

del Campanella, e chiarita la posizione giuridica in cui il Campanella

veniva a trovarsi, cioè la posizione di _relapso_, qualora le nuove

accuse di eresia fossero state provate. Siffatte lettere leggonsi nel

processo di Napoli, 2^o volume dell'intero processo, costituendone i

primi atti[151]. Sappiamo poi dal Carteggio del Nunzio che egli vide il

Vescovo di Termoli il 5 maggio, e in tale data gli consegnò ad un tempo

la lettera del Card.^l di S.^{ta} Severina e il processo di Calabria

portato da fra Cornelio fin dal novembre e giacente presso di lui. Così

al Vescovo di Termoli veniva in realtà «deferita ogni cosa», come il

Nunzio ebbe a dire più tardi, ed egli, presa stanza nel convento di S.

Luigi dell'ordine de' Minimi di S. Francesco di Paola, posto presso

Palazzo Reale, si diede con molta alacrità a compiere il suo mandato.

Gli altri colleghi si occuparono della causa piuttosto con la semplice

loro presenza, ed il Nunzio, benchè figurasse come il principale tra'

Giudici, nemmeno della presenza sua onorò largamente il tribunale; egli

aveva pur allora ottenuto dal Papa di passare la Pasqua rosata nella

sua Chiesa di Troia, ove non apparisce che si fosse mai recato fino a

quel momento, e nel dichiararsi pronto a trattare la causa, riservavasi

di voler andare a Troia per la Pasqua, la quale si celebrava il 22 del

mese, come ci mostrano diverse scritture del 1600.

Il 10 maggio, in una camera del Castel nuovo, si diè principio agli

esami, continuandoli poscia il 15, il 17, il 19, il 26, il 28; ma

fin dalla 3^a seduta, in sostituzione del Nunzio assente intervenne

l'Auditore di lui, il Rev.^{do} Antonio Peri fiorentino: come Notaro e

Mastrodatti, servì sempre, dal principio alla fine della causa, Gio.

Camillo Prezioso, uno de' vecchi Notari della Curia Arcivescovile, che

figura nella più gran parte de' processi del tribunale diocesano della

fine del 1599 e principio del 1600[152]. Fu esaminato dapprima il

Pizzoni. Confermando in termini generali quanto avea deposto innanzi

al Visitatore in Calabria, egli aggiunse che era stato più volte da

parte del Campanella minacciato di farlo trovare in maggiore intrigo

se non si ritrattasse specialmente sulle materie di S.^{to} Officio,

una 1^a volta in Gerace mediante fra Pietro Ponzio che avea ricevuta

per questo una cartolina da fra Tommaso, una 2^a volta alla presenza

di fra Paolo della Grotteria in Bivona, quando erano per imbarcarsi,

mediante un soldato del capitano Figueroa, una 3^a volta in Napoli

mediante lo stesso fra Pietro Ponzio, che avea ricevuto per questo

nuove lettere da fra Tommaso. Aggiunse pure che nell'udire la lettura

del suo esame in Napoli (certamente a proposito della congiura), si era

avveduto trovarvisi detti _complici_ quelli che egli aveva indicati

come _familiari_ del Campanella, verosimilmente consapevoli delle

opinioni eretiche di lui, e ripetè che costoro erano fra Pietro di

Stilo, il Petrolo, fra Paolo della Grotteria, il Bitonto, il Jatrinoli.

Ripetè l'occasione con la quale nel luglio scorso il Campanella aveagli

parlato delle sue eresie, e come fra Dionisio, due giorni prima, gli

aveva esternato le medesime eresie dicendogli di tenerle per vere.

Aggiunse infine, che aveva rimproverato e cacciato il Campanella da

Pizzoni, aveva informato di ogni cosa per lettera del 1^o agosto il

Generale in Roma, ne aveva anche informato di persona il Visitatore in

Soriano il 28 agosto. Tale fu la deposizione del Pizzoni, che egli non

potè sottoscrivere e dovè soltanto crocesegnare, trovandosi col braccio

offeso dalla tortura avuta nell'altro tribunale[153]. Persistente nelle

accuse contro il Campanella, aggravandone la responsabilità col fatto

delle minacce, egli cercò di scusare sè medesimo con la cacciata del

Campanella da Pizzoni e con gli avvisi datine a' superiori.--Vollero

allora i Giudici udire su tale asserzione il Visitatore ed anche fra

Cornelio, il quale era già tornato da Roma a Napoli in quel tempo

(circostanza probabilmente ignorata dal Pizzoni). Entrambi, l'un dopo

l'altro, nella 2^a seduta del tribunale, il 15 maggio, ricordando

qualche faccenda trattata col Pizzoni in Soriano, negarono di aver

avuta quivi da lui alcuna notizia delle cose del Campanella[154].

Aggiungiamo che poco dopo il Vescovo di Termoli dovè pure interrogare

per lettera il P.^e Generale Beccaria, poichè se ne trova nel processo

la risposta in data del 12 giugno dal convento di S. Tommaso, vale a

dire da Napoli, dove a que' giorni era venuto pel Capitolo generale

che vi si tenne, e dove qualche mese dopo, il 3 agosto, morì col

compianto de' cittadini e in voce di santità e di miracoli. Non

contento delle reminiscenze proprie, il P.^e Generale volle consultare

anche quelle del suo P.^e compagno, e venne a dichiarare che non si era

mai avuta dal Pizzoni lettera alcuna contenente l'avviso asserto[155].

E per verità così il Visitatore come il Generale, al menomo avviso,

non avrebbero potuto mancare di provvedere immediatamente contro il

Campanella e fra Dionisio; e già riesce manifesta la pessima via

in cui il Pizzoni si era posto e si manteneva.--Frattanto, nella

stessa seduta, fu esaminato pure il Petrolo. Costui volle che gli si

rileggesse la deposizione fatta in Calabria, e trovò solamente a ridire

che non avea deposto con quelle precise parole che erano state scritte.

Ripetè ad una ad una le eresie udite dal Campanella, quasi tutte quelle

deposte in Calabria, dicendo di averle udite nel passeggiare con lui a'

Lanzari presso Stilo, nel mese di maggio, e ripetendo i nomi de' frati

e secolari co' quali il Campanella dava segni d'indevozione e parlava

delle sue opinioni, ma non tanto apertamente, sicchè a lui non constava

che fossero veramente complici; ripeteva pertanto di aver saputo da

fra Pietro di Stilo che il Lauriana gli aveva dette certe parole

pronunziate da fra Dionisio in dispregio dell'eucaristia. Inoltre si

dichiarò egualmente minacciato dal Campanella perchè si ritrattasse,

una 1^a volta per via dal Campanella in persona che gli disse «per

Deum oportet te retractare alioquin agam ut mecum moriaris», una 2^a

volta in Monteleone per mezzo di Cesare Pisano, una 3^a volta in Napoli

parimente dal Campanella in persona dalla finestra della carcere[156].

Come ben si vede, anche costui non faceva che aggravare la posizione

del Campanella cercando di salvare la propria, e quanto alle minacce

avute, noi ci siamo già manifestati nel senso che poterono esservi,

dovendo il Campanella sentirsi esasperato contro questi suoi scempiati

compagni, i quali avevano dapprima udito benevolmente le sue opinioni,

si erano anche impegnati a propagarle, e poi le avevano manifestate a'

Giudici rigettandone sopra di lui tutta la responsabilità.

Il 17 maggio, 3^a seduta del tribunale, in cui cominciò ad intervenire

l'Auditore Antonio Peri invece del Nunzio, si procedè all'esame

del Campanella; ma egli, già mostratosi pazzo innanzi che si desse

principio alla causa, continuò a mostrarsi tale. Gli si deferì il

solito giuramento, ed egli non diè segno di capire; gli si disse di

lasciare le finzioni, poichè altrimenti, per avere la risposta precisa,

si sarebbe ricorso a' rimedi opportuni, vale a dire alla tortura, e

gli si offerse il Diurno, sul quale avrebbe dovuto giurare toccandolo,

ma egli rispose «voletemelo legere» continuando a mostrare di non

capire; allora fu rimandato alla sua carcere[157]. E si passò a fra

Pietro di Stilo, il quale, con fina ironia, disse che non avrebbe

voluto mancare di dire la verità per uomini quali il Campanella e fra

Dionisio, mentre dal volgo erano allora chiamati inimici di Dio e del

Re; negò di aver mai parlato con alcuno delle opinioni del Campanella,

e solo ammise di averlo lodato come sapiente quale era stimato da

tutti, affermando che un gran numero di persone di ogni ceto accorreva

a vederlo, e ripetendo i nomi de' più particolari amici di lui, il Vua,

Marcantonio Contestabile e il Prestinace (tutti già posti in salvo),

il Caccia «quale fu squartato dalle galere, et Giulio Contestabile

quale veneva più presto per il fratello che per il Campanella» (non più

dichiarato intimo amico costui, ora che si trovava in pericolo ed erano

già sbolliti i primi rancori). E noverò tra loro anche il Soldaniero,

cui egli avea portata una lettera del Campanella, continuando a

negare di aver mai saputo ciò che quella lettera contenesse, negando

anche di aver saputo mai che fra Dionisio fosse stato in relazione

col Soldaniero. Egualmente negò di aver mai persuaso o tentato di

persuadere alcuno (cioè il Soldaniero) che non rivelasse le opinioni

eretiche di fra Dionisio, che volesse credere alle opinioni di costui,

e che andasse dal Campanella. Quanto poi alle opinioni eretiche del

Campanella, disse di aver solamente saputo da alcuni birri i quali

accompagnavano i prigioni, che il Campanella diceva di esser profeta e

negava l'inferno e il paradiso, ma direttamente egli avea da lui udito

soltanto che vi era poca differenza tra' peccati di lussuria ritenuti

assai diversamente gravi (attenuazione notevole). Sempre dietro

dimande, ripetè che il Campanella gli avea due volte detto di dover

essere monarca, come gli era stato vaticinato pure da un astrologo;

e in quanto a sè, ripetè di aver detto per burla voler prendere

moglie, e di non aver mai sognato che avesse a predicare contro la

fede[158]. Così, evidentemente, fra Pietro continuava a non negare ciò

che riusciva impossibile negare, e difendendo sè stesso si sforzava

di difendere in pari tempo il Campanella, attenuando perfino le cose

altre volte da lui medesimo deposte.--Si venne allora all'esame anche

di fra Silvestro di Lauriana, di fra Paolo della Grotteria, di fra

Giuseppe Bitonto. Il Lauriana disse non aver altro a dire se non che

pativa continue minacce da parte del Campanella ed egualmente di fra

Dionisio perchè si ritrattasse, rivelando che costoro continuamente si

scrivevano cartoline, e che qualora si facesse ricerca sulle persone

di fra Pietro e di Ferrante Ponzio, forse si troverebbe qualche cosa;

onde i Giudici fecero fare immediatamente questa ricerca sulla persona

di fra Pietro che era in Castel nuovo, mentre Ferrante era in Castello

dell'uovo, ma non si trovò nulla. Inoltre, dietro interrogazioni, il

Lauriana affermò di essere andato col Pizzoni presso il Visitatore,

per denunciare i fatti del Campanella, dopochè il Campanella era

stato nel loro convento; e disse di non sapere propriamente che

persona fosse il Pizzoni, non avendolo avuto in pratica, ed attenuò

di molto ciò che altra volta avea dichiarato a carico di lui, dicendo

che mentre leggevano insieme un libro del Campanella, il Pizzoni,

da lui interrogato, avea risposto che alcune cose del Campanella

gli piacevano ed altre no (scuse sicuramente concertate tra loro).

Fra Paolo poi disse non occorrergli dire altro, e negò di aver mai

saputo tentativi di qualche carcerato verso altri carcerati perchè

revocassero le deposizioni fatte; negò di aver mai trattato cosa alcuna

col Campanella; affermò che quel libretto di cose superstiziose,

trovato sulla sua persona, era stato in suo potere due giorni soli,

e spiegò che avea avuta la condanna alla galera per aver minacciato

il P.^e Provinciale Pietro Ponzio, il quale fu poi ucciso mentre egli

già trovavasi alla catena. Finalmente il Bitonto disse che avea bensì

visitato due volte il Campanella, di cui era familiare, ma senza avere

avuto nemmeno agio di trattenersi con lui; nominò quelli che aveano

in sua compagnia visitato il Campanella, e li dichiarò tutti uomini

dabbene, all'infuori del Pisano, che era tristo e volle accompagnarlo

senza potersene liberare, ed abitò con lui otto giorni (contraddicendo

con ciò la sua prima deposizione); disse pure non aver mai udito

eresie da alcuno, ma solo nelle carceri avere udito dal Pizzoni e dal

Lauriana che il Campanella e fra Dionisio aveano sparse eresie, e

fattagli l'osservazione che sapevasi nel tribunale aver lui applaudito

a certi discorsi eretici e segnatamente alla proposizione che la Messa

si celebrava per bere ancora una volta, egli rispose di non saperne

nulla[159].

Dobbiamo qui aggiungere che nella stessa data del 17 maggio venne

presentata al Vescovo di Termoli una denunzia contro il Campanella

da parte di fra Agostino Cavallo di Cosenza. Sappiamo che costui era

Provinciale di Calabria in quell'anno[160], ed avea dovuto venire in

qualità di definitore del Capitolo generale che allora celebravasi in

Napoli, al pari di fra Giuseppe Dattilo egualmente di Cosenza, stato

già Provinciale due altre volte ed appartenente alla fazione del

Polistina. Fra Agostino consegnò al Vescovo di Termoli una scritta

in cui esponeva che, avendo udito essere stata a lui affidata la

causa del Campanella, per disgravio della sua coscienza gli faceva

conoscere che il Campanella già da dieci anni in circa, stando in

Cosenza, avea stretta amicizia con un ebreo chiamato Abramo, sospetto

negromante e possessore di spiriti familiari, amico stretto anche

di fra Dionisio; che col detto ebreo erasi il Campanella partito da

Calabria, e di tutto ciò poteva aversi notizia anche da fra Giuseppe

Dattilo.--L'indomani, d'ordine del Vescovo di Termoli, il Prezioso

andò a raccogliere la deposizione di fra Agostino, ed alcuni giorni

più tardi raccolse pure quella di fra Giuseppe Dattilo. Fra Agostino

confermò la pratica dell'ebreo col Campanella in Cosenza, in Montalto,

in Altomonte (_sic_), di dove poi essi se ne andarono insieme a Napoli,

con tutte quelle particolarità da noi già esposte a tempo debito in

questa narrazione: confermò pure la pratica dell'ebreo con fra Dionisio

in Catanzaro, notando che era corsa voce essere stato poi quell'ebreo

giustiziato in Napoli come spia del turco, ed aggiungendo che allora

dicevasi aver lui vaticinato al Campanella la Monarchia del mondo e che

era stato lui, l'ebreo, la rovina del Campanella. Fra Giuseppe Dattilo

fu meno esplicito: attribuì la scoverta di ogni cosa a fra Domenico

di Polistina, e disse che a relazione di costui rimproverò in quel

tempo il Campanella, perchè volea svestirsi dell'abito religioso, ciò

che poi non fece, ma solamente se ne andò con l'ebreo a Napoli; disse

che non si ricordava bene se fosse partito con sua licenza o no, e

che in Calabria era corsa voce essere stato l'ebreo «brugiato in Roma

per ordine del Santo officio». Quanto alla pratica dell'ebreo con fra

Dionisio, non ne fece parola (e veramente il fatto era più che dubbio).

I lettori troveranno ne' Documenti la denuncia e le deposizioni dei

due frati[161], e leggendole sentiranno forse, come noi lo sentiamo,

il sospetto che a quelle rivelazioni tardive potè dare la spinta fra

Domenico di Polistina più volte in esso citato, tanto più che dalle

parole e da' concetti di que' frati, comunque pezzi grossi dell'ordine,

si rileva manifesta la loro melensaggine, della quale i nemici del

Campanella, e ancor più di fra Dionisio, aveano tutto l'interesse di

profittare. È difficile intendere che fra Agostino, così tenero della

sua coscienza, avesse aspettato dieci anni a sgravarsela, e che fra

Giuseppe Dattilo, così smemorato, avesse potuto ricordare la voce corsa

che l'ebreo era stato bruciato dal S.^{to} Officio, senza che qualcuno

si fosse data la premura di eccitarne gli scrupoli e ravvivarne la

memoria: del resto c'è anche da sospettare che costoro si mostrassero

melensi per progetto, trovandosi ascritti alla fazione del Polistina, e

volendo farsi credere ingenui.

Dobbiamo d'altra parte aggiungere che il Vescovo di Termoli si era

presto messo in corrispondenza con Roma, dando ragguaglio al Card.^l

di S.^{ta} Severina di ciò che veniva rilevando negli esami de' frati,

e di ciò che gli riusciva sapere anche per vie estragiudiziarie;

poichè con una premura lodevolissima, oppostamente all'incuria

sempre addimostrata dal Nunzio, cercava la luce dovunque, non solo

dagl'inquisiti, ma anche da fra Cornelio, dallo Sciarava, perfino

da Fabio di Lauro, oltrechè da D. Pietro de Vera, parlando loro

privatamente. Abituato a quelle ricerche diligentissime che si

adoperavano nel giudicare le materie di S.^{to} Officio, colpito dalla

feroce prepotenza de' Giudici Regii e dalla condotta per lo meno

deplorabile de' Giudici ecclesiastici nella Calabria, consapevole degli

odii feroci e criminosi che campeggiavano segnatamente nell'ordine

Domenicano al quale egli stesso apparteneva, forse anche trasportato

dall'ammirazione e dalla benevolenza che da un pezzo nutriva pel povero

fra Tommaso, non credè mai di aver fatto abbastanza per iscoprire

la verità, e vedremo che, fino alla sua morte, egli, tanto pratico

nelle cose giudiziarie, rimase perplesso e dubbioso su tutto. Delle

sue lettere non conosciamo che i punti più notevoli, i quali vennero

inserti negli ultimi Sommarii de' processi, e senza le date che pure

favorirebbero tanto più la buona nozione dell'argomento; laonde non

possiamo riportarli, come vorremmo, a proprio tempo e luogo, ma ci

vediamo obbligati a riunirli tutti in un fascio al sèguito degli atti

compiuti da quel Vescovo. Conosciamo per altro le date delle prime

lettere, che furono il 12 e il 19 maggio[162]. Il 12 maggio il Card.^l

di S.^{ta} Severina gli mandava il Sommario del processo, o meglio

de' processi ecclesiastici di Calabria (di Monteleone, di Gerace

ed anche di Squillace), Sommario compilato nel S.^{to} Officio di

Roma dal Rev.^{do} Procuratore fiscale, che era quello stesso Giulio

Monterenzio, il cui nome figura anche ne' documenti del processo

di Giordano Bruno: infatti oltre la lettera di S.^{ta} Severina ne

abbiamo un'altra posteriore di questo Monterenzio, che spiega un

dubbio sorto sopra un punto del suo Sommario, ciò che dimostra pure

la diligenza grandissima con la quale il Vescovo di Termoli attendeva

alla causa[163]. Nella stessa data, due giorni dopo la prima seduta

del tribunale, il Vescovo scriveva al Card.^l di S.^{ta} Severina

partecipandogli senza dubbio che la trattazione della causa era già

cominciata: il 19 maggio poi, due giorni dopo che il Campanella

chiamato all'esame erasi mostrato pazzo, egli scriveva la sua 2^a

lettera, con la quale manifestava di credere che la pazzia del

Campanella fosse simulata, che il Nunzio da molti giorni l'avea fatto

sorvegliare ed avea saputo che parlava assennatamente, che stimava

doversi venire alla tortura «pro praecisa responsione» (secondo la

giurisprudenza del tempo); ed aggiungeva essere a sua notizia che il

Campanella non temeva la tortura, e che la pazzia era nata da che il

P.^e Gonzales, confessore di alcuni tra' carcerati, prima della sua

venuta a Napoli, aveva esortato il Campanella ad aver cura dell'anima

perchè il corpo era spedito[164]. Come mai questi ultimi fatti, di

ordine assolutamente riposto, erano venuti a notizia del Vescovo

di Termoli? Vedremo fra Pietro di Stilo, assai più tardi, esporre

ai Giudici la circostanza delle esortazioni e riprensioni del P.^e

Gonzales; è chiaro quindi che il Vescovo non rifuggiva dall'informarsi

dell'andamento delle cose da' frati medesimi, mostrandosi con loro

Giudice severo ma tutt'altro che inumano.

Si ripigliavano intanto più e più volte gli esami de' frati, e poi

si passava a quello de' testimoni. Nel medesimo giorno, 19 maggio,

si esaminavano ancora fra Paolo, il Bitonto, il Petrolo, fra Pietro

di Stilo, il Lauriana[165]. Fra Paolo fu interrogato di nuovo circa

quel libretto di cose superstiziose, e richiesto del motivo pel quale

vi si leggeva un segreto per non confessare alla corda, onde si

poteva dedurre che egli temesse di averla a soffrire; fu interrogato

ancora su' detti e fatti del Campanella, su' frati i quali si erano

congregati in Pizzoni, sull'impegno preso di dover predicare contro

la fede al tempo della ribellione. Ed egli in fondo negò ogni cosa,

nominò i congregati in Pizzoni, e all'ultima dimanda rispose «son frate

semplice et non intendo Latino, come volea predicare»?--Il Bitonto fu

interrogato circa la sua conoscenza con Felice Gagliardo e con Cesare

Pisano, l'andata in Messina con Cesare, i discorsi fatti in tale

occasione, la consacrazione di diverse ostie e lo scellerato abuso

fattone, come pure circa il motivo pel quale avea lasciato l'abito e

tolta la corona al tempo della sua cattura. Ed egli, qualificando il

Gagliardo, come il Pisano, tristissimo uomo, ricordando le circostanze

per le quali avea dovuto trovarsi con loro, negò energicamente tutti

i fatti criminosi che se gl'imputavano; e addusse una sua malattia e

il trovarsi in una vigna, per ispiegare il fatto dell'abito e della

corona, conchiudendo sul fatto dell'ostia consacrata, «mi potete fare

mettere nel foco e farmi ingiottire così come datum, et abiron, se

mai hò ditto, ne fatto tal cosa».--Il Petrolo fu esortato a dire la

verità, se gli fossero piaciute le opinioni del Campanella, mentre

l'aveva tanto spesso udito parlare di eresie ed aveva continuato sempre

a trattarlo, fino ad associarglisi nella fuga travestito quando era

ricercato dal S.^{to} Officio, e poi trovavansi nel processo tante cose

contro di lui da doversi ritenere convinto. Ed egli si scusò sopra

ciascuno addebito, persistendo pur sempre nel sistema di denunziare

senza parsimonia i detti e fatti del Campanella, onde ripetè che fra

Tommaso presso la Roccella gli avea detto essere stato da lui mandato

Maurizio presso i turchi, come pure esser baie le credenze sul fico

mangiato da Adamo, e in Squillace avea detto a un capo di squadra

non trovarsi morte ma mutazione di essere, conchiudendo, «in altro

son grandissimo peccatore, ma contra la fede non hò peccato».--Fra

Pietro di Stilo fu esortato egualmente a dire la verità, se fosse

stato consapevole de' fatti e detti del Campanella contro la fede

ed impegnato a predicare in questo senso a tempo della ribellione,

ciò che rendevasi credibile, essendo lui intimo del Campanella e

di fra Dionisio, ed avendo anche esortato qualcuno (intendasi il

Soldaniero) a non rivelare ed anzi a credere quelle eresie, come

constava nel processo. Ed egli negò di aver mai saputo cosa alcuna

del Campanella contro la fede, negò di essere amico di fra Dionisio,

mentre era invece amico del Polistina, confermando che fra Dionisio

era scelleratamente abituato a parlare senza ritegno della più turpe

lussuria, ed egli avea rimproverato il Campanella perchè conversava con

lui; inoltre negò di aver mai parlato con alcuno in lode del Campanella

se non per cose di filosofia.--Da ultimo il Lauriana fu interrogato sul

motivo pel quale avea suonate le campane all'armi quando i ministri

del S.^{to} Officio erano venuti a catturare certi imputati, e fu

eccitato a dire la verità, mentre era tanto amico del Campanella e di

fra Dionisio da doversi ritenere non pure consapevole ma complice delle

loro eresie ed impegnato a predicarle, come era noto per deposizioni.

Ed egli si scusò, dicendosi suddito del Pizzoni ed obbligato ad

eseguirne gli ordini ricevuti dietro erronei apprezzamenti; fece

avvertire che non era letterato e quindi non era capace di predicare,

ed aggiunse che avea comunicato al Pizzoni quanto gli era accaduto di

sapere, che aveva pure scritta una lettera dettata dal Pizzoni per

dar notizia al P.^e Generale della ribellione e di alcune cose di

S.^{to} Officio, che aveva egli medesimo portata questa lettera alla

posta di Monteleone. In tal guisa procedevano gli esami, condotti con

molta perizia e conoscenza della causa, come risulta da' documenti;

questi mostrano inoltre lo studio che il Vescovo di Termoli vi faceva,

notando al margine di essi non solo i punti più importanti, ma anche i

raffronti con gli esami anteriori, le menome varianti e le cose che gli

sembravano inverosimili.

Si produsse allora un primo incidente tra' parecchi che in questa

causa si verificarono. Fra Pietro Ponzio, sulla cui persona era stata

fatta una ricerca di corrispondenze provocata dal Lauriana, si pose

con tanto maggiore accanimento, egli e fra Dionisio, a sorvegliare

il Lauriana e il Pizzoni, che tenevano corrispondenza tra loro. Il

Lauriana trovavasi nella carcere da basso con più di venti individui,

ed il Pizzoni stava in una delle carceri superiori con Gio. Angelo

Marrapodi, Geronimo Conia e Marcantonio Stanganella: Aquilio Marrapodi,

giovanetto quattordicenne, figlio di Gio. Angelo, serviva questi

ultimi ed anche il Lauriana, fra Pietro e fra Dionisio, ed eludendo

la vigilanza de' carcerieri portava le corrispondenze; un giorno fra

Dionisio lo sorprese, gli tolse una lettera che teneva nascosta in

petto, lettera senza firma e senza indirizzo, ma scritta certamente dal

Lauriana al Pizzoni. Con essa il Lauriana diceva di avere inviate prima

altre lettere, raccomandando di lacerarle, e di aver fatto capitare

a fra Francesco da Tiriolo (che ricordiamo aver visto carcerato per

la causa della congiura e già liberato) alcuni memoriali da doversi

presentare; infine raccontava minutamente l'ultimo esame cui era stato

sottoposto. La lettera fu mandata da fra Dionisio, mediante lo stesso

Aquilio, a fra Pietro Ponzio, e da costui fu presentata al Vescovo di

Termoli, qualificandola «un concetto importante pel progresso della

presente causa»; immediatamente, il 26 maggio, il tribunale venne ad

occuparsene[166]. Fu interrogato fra Pietro, che disse avere avuta

la lettera da quel servitorello, e crederla scritta dal Lauriana al

Pizzoni. Fu interrogato in genere il Lauriana, che negò ogni cosa. Fu

interrogato Aquilio, che affermò di servire suo padre ed anche que'

monaci pei quali comprava cose da mangiare; affermò di aver portato

lettere di secolari alla posta ma non di monaci, aggiungendo con grande

disinvoltura, «se si trova che habbia portato pur un viglietto di

questi monaci, voglio che mi sia tagliata la testa». Gli fu presentata

allora la lettera, dimandandogli se sapeva leggere e scrivere; ed

egli disse di saper «legere quando la lettera è bona et un poco

scrivere», ma affermò di non conoscere quella scrittura. I Giudici,

per convincerlo, fecero subito venire fra Pietro, il quale gli ricordò

che avea portato biglietti e lettere del Lauriana e del Pizzoni, e

n'era stato rimproverato da lui ed anche da un altro carcerato, Cesare

Bianco; ed Aquilio dovè confessare ogni cosa, e licenziato fra Pietro,

richiesto perchè non avesse detto prima la verità, con non minore

disinvoltura rispose che non se n'era ricordato, aggiungendo di aver

portato un'altra volta al Pizzoni un biglietto che il Lauriana gli avea

detto essere memoriale, che non credeva di essere stato veduto ma che

Cesare Bianco l'avea realmente rimproverato; e dietro altre dimande

rispose che il Pizzoni non potea scrivere (aveva la spalla offesa),

ma che con lui stavano suo padre e il Conia e lo Stanganella, i quali

sapevano scrivere. I Giudici vollero ancora interrogare Cesare Bianco,

che era di Nicastro e trovavasi carcerato per la congiura, e costui

confermò di aver visto il Lauriana dare il biglietto pel Pizzoni e

di averne mosso rimprovero ad Aquilio: e fatto venire il Lauriana lo

confrontarono con costui, ed egli giunse a dire, «Dio mi mandi alle

pene dell'inferno se mai hò fatto tal cosa», e licenziato il Bianco

e richiamato Aquilio, confrontarono il Lauriana anche con lui, e il

Lauriana continuò sempre a negare, e rimasto solo e presentatagli la

lettera, disse che non avea fatta tale scrittura, che essa non era

di mano sua ed egli non avea comunicato il suo esame ad alcuno. Ma

le notizie dell'esame erano precise, e potevano essere state date

solo o dai componenti il tribunale, o da lui, che aveva in tal guisa

tradito pure il segreto solito ad imporsi dal tribunale ad ognuno che

si esaminava: rimase quindi ben provato che il Pizzoni e il Lauriana

si concertavano tra loro, per esimersi dalla responsabilità che più o

meno aveano comune con gli altri frati da loro accusati; erano perciò

sospetti, ed anzi falsi, se non in quanto agli altri, certamente in

quanto alle persone proprie.

Nella stessa seduta fu esaminato di nuovo il Pizzoni[167]; e prima

di tutto gli si dimandò se avesse mai ricevuto lettere e memoriali

dal Lauriana, ed egli rispose negativamente. Si volle allora che

ripetesse le circostanze in cui il Campanella gli avea parlato delle

profezie e delle rivoluzioni che dovevano accadere, e dicesse come e

perchè fra Dionisio gli avea già parlato prima dell'eresie medesime

ripetutegli in seguito dal Campanella, opponendo essere inverosimile

che, mentre il Campanella indignato di non poter avere da lui

fuorusciti a sua divozione aveva esclamato «ben mi fu detto da M.^o

Gio. Battista (Polistina) che tu sei un traditore», si era tuttavia

lasciato andare a rivelargli tante eresie e tante empietà; inoltre gli

si dimandò se conoscesse complici degli errori del Campanella e di

fra Dionisio. Evidentemente si voleva cogliere il Pizzoni in qualche

contraddizione, ma egli imperturbato ripetè le circostanze di que'

discorsi, e l'occasione avutane dall'essere stati ricordati i travagli

patiti in Roma dal Campanella, e le opere composte da lui; disse che la

qualificazione di traditore, secondo l'avviso di M.^o Gio. Battista di

Polistina, gli fu data dal Campanella dopo i discorsi della ribellione

e dell'eresia e non già prima; infine dichiarò di non conoscere

complici.

Il 29 maggio si ritornò ad esaminare il Lauriana ed il Petrolo[168].

Al Lauriana si dimandò dapprima se si fosse risoluto a dire la verità

sulla faccenda della lettera mandata al Pizzoni, ed egli rispose di

averla detta la verità. Poi gli si dimandò una quantità di circostanze

in cui avea dovuto udire le eresie del Campanella e di fra Dionisio,

e se le avesse udite anche da altri, e come si fosse accorto che il

Pizzoni vi partecipava, e se veramente fosse stato dal Pizzoni esortato

a credere le eresie del Campanella, secondochè avea dichiarato nel

primo esame sostenuto in Monteleone e ratificato in Gerace. Ed egli

ripetè soltanto la scusa già data altra volta su quest'ultimo fatto,

ma per tutto il resto disse sempre di non potersene rammentare, e si

riportò costantemente al suo primo esame; «vedete llà ala mia esamina

che llà lo trovareti».--Quanto al Petrolo, gli si dimandarono diversi

chiarimenti sulle cose dette negli esami sostenuti in Calabria, e

massime come e dove il Campanella dicesse le sue eresie a frati e

secolari, come fosse egli venuto a conoscere la cifra che il Campanella

e il Pizzoni adoperavano tra loro, come e dove ed a chi il Campanella

esponesse le rivoluzioni che doveano accadere e le profezie che vi si

riferivano, e quando ed a chi dicesse di voler predicare la libertà.

E il Petrolo ripeteva le cose già deposte, conformando sempre che il

Campanella non parlava di eresie agli altri così liberamente come

faceva con lui, ma per motti e in diversi luoghi; che alla Roccella

avea vista la cifra in una scrittura, la quale il Campanella gli disse

essere una lettera del Pizzoni; che le profezie e le rivoluzioni

erano state esposte dal Campanella dapprima nella Chiesa di Stilo,

predicando all'altare sopra una sedia, ed a lui solamente il Campanella

avea detto, «par che queste profezie parlino di me»; infine che non

ricordava dove, e quando, e con chi il Campanella avesse detto voler

predicare la libertà.

Continuarono gli esami nel giugno seguente, e in essi potè intervenire

il Nunzio, essendo tornato in Napoli dalla sua Chiesa di Troia; ma

dopo quattro sole sedute egli mandò di nuovo in sua vece l'Auditore

Antonio Peri, che lo sostituì per tutto il rimanente dell'anno, sicchè

nella più gran parte del processo offensivo, in tutto il ripetitivo, ed

anche in quasi tutto il difensivo, il Nunzio non assistè menomamente.

Dal suo Carteggio rilevasi che in questo ritorno da Troia egli potè

vedere quale fosse la sicurezza delle strade, ed essere informato

sopra i luoghi intorno alle criminose relazioni tra banditi ed

ecclesiastici: non sarà inutile riportare qui un brano di lettera da

lui scritta al Card.^l S. Giorgio su tale argomento, poichè interessa

conoscere pienamente i tempi e farsi un concetto giusto di quella

abominevole miscela di frati, clerici e banditi, la quale non era

propria della Calabria a' tempi del Campanella, ma comune a tutto il

Regno anzi a tutto il mondo che diceasi civile, venendo dalle autorità

ecclesiastiche riguardata in un modo per lo meno singolare[169]. «Le

replicarò che quanto alla ricettatione de' banditi et al commercio che

tengono con loro molti Clerici, et tutti i religiosi che stanno in

certi Conventi, dove per il poco numero non si osserva regola alcuna, è

necessario provedervi in qualche modo acciò non segua così spesso che

le Chiese et i Conventi sieno violate da questi Ministri Regii (ecco

il vero e proprio inconveniente agli occhi del Nunzio), che gridono

alle stelle che dette Chiese et Conventi sieno ricetto di tristi et

d'assassini come riscontro pur troppo vero, et al ritorno di Troia

è bisognato che mi proveda di chi mi assicuri la strada, poichè la

sera che arrivai ad Ariano intesi che poco avanti erano stati rubati

due mercanti Raugei et menati via da una truppa di Banditi per farne

ricatti, onde scrissi al Vicerè della Provincia che è il Conte del

Sacco, il quale non solo mi mandò 20 Archibusieri ma venne ancora lui

su la strada per aboccarsi con me, et mi fece gran querela di quanto

hò detto, con soggiugnere che fra gli altri certi Monaci di M.^{te}

Vergine che stanno à S. Guglielmo, luogo in quelle campagne[170], non

solo raccettano, ma partecipano i loro furti, portano ambasciate fra

di loro, et sono mezi alli ricatti» etc. etc.--Continuarono dunque

gli esami coll'intervento del Nunzio, e il 7 giugno si udì per la

3^a volta il Pizzoni, rimanendo dal suo esame occupata l'intera

seduta[171]. Diremo in breve che, sempre dietro dimande, egli dichiarò

di avere udito una volta sola parlare di eresie e di ribellione tanto

il Campanella quanto fra Dionisio; e redarguito, perchè nel primo

esame avea detto di avere udito eresie dal Campanella in Stilo ed in

Pizzoni, dichiarò che in Gerace non gli era stato letto il primo esame,

e che il processo del Visitatore conteneva falsità. Addusse un altro

motivo della sua andata a Stilo, un pagamento che dovea fare ad un

frate, e ne fu redarguito da' Giudici. Narrò la sua andata a Stilo,

seguita dall'altra ad Arena, insieme col Campanella accompagnato da'

parenti armati. Disse di aver conosciuto già prima il Soldaniero, capo

di banditi, che gli avea mandato una lettera minatoria, e di averlo

poi visto passeggiare col Visitatore e fra Cornelio nel convento di

Soriano il 28 agosto, ma di non sapere se egli fosse informato delle

eresie del Campanella, sapere bensì che avea parlato con fra Dionisio;

e redarguito, perchè nel primo esame avea detto che il Soldaniero era

informato di tutto, dichiarò che fra Cornelio lo scrisse di sua volontà

e poi non glie lo lesse. Negò di avere usato mai cifre col Campanella;

confermò di avere scritto al P.^e Generale e di aver dettata la lettera

al Lauriana; stretto dalle dimande dovè negare che il Campanella e

fra Dionisio gli avessero in Pizzoni parlato di eresie alla presenza

d'altri, e dichiarare che fra Dionisio non si trovò mai in Pizzoni

in compagnia del Campanella (dovè quindi dare una grave smentita

al Lauriana). Accettò di avere ordinato al Lauriana che suonasse

le campane all'armi nel tempo della loro cattura, ma aggiunse di

averglielo subito vietato quando seppe che trattavasi della venuta de'

soldati del Battaglione. Confermò di aver prima parlato al Visitatore

delle eresie udite, notando che vi era andato egli solo: ma i Giudici

gli obiettarono che se avesse davvero parlato prima al Visitatore di

quelle eresie estragiudizialmente, non gli sarebbe stato possibile

il volerle poi occultare, quando fu tratto in giudizio innanzi al

medesimo Visitatore; ed egli si scusò adducendo il terrore avuto perchè

ognuno gli annunciava la morte, l'essergli stato quindi necessario

che il Visitatore e fra Cornelio gli ricordassero ogni cosa con una

nota scritta che tenevano nelle mani, aggiungendo pure che aveva fin

d'allora avuto minacce dal Campanella per mezzo di Gio. Tommaso Caccia.

Nè dopo tutto questo i Giudici ritennero esaurito l'esame del Pizzoni.

Il 17 giugno furono esaminati nuovamente il Lauriana, il Petrolo, fra

Pietro di Stilo; il 20 giugno fu esaminato per la 4^a volta il Pizzoni.

Stretto dalle dimande, il Lauriana confermò che quando il Campanella

si fece a parlare di eresie c'era anche fra Dionisio oltre il Pizzoni

(ed in ciò per lo meno la memoria non l'assisteva bene). Citò due

occasioni per le quali il Campanella avea manifestato eresie: l'una,

l'essere stata condotta dal Casale di Vazzano a Pizzoni una donna

spiritata, e il Campanella la giudicò pazza, e nel dopo pranzo disse,

«mi portano innanzi queste donne spiritate e matte, et io non tengo che

ci siano ne spiriti, ne diaboli, ne inferno, e ne paradiso»; l'altra,

l'avere il Campanella letto un capitolo di Plinio in cui parlavasi

della natura, onde disse che Dio era la natura con tutte le altre

proposizioni altra volta deposte (singolare raffronto con ciò che avea

pure già dichiarato il Caccia, ma attribuendolo al Pizzoni). Disse

che fra Dionisio gli avea solamente parlato contro l'eucaristia, ma

presente il Campanella e il Pizzoni; e che il Pizzoni non avea mostrato

di credere all'eresie, ma di approvare alcune opinioni scritte dal

Campanella in un suo libro, aggiungendo che in quel libro trattavasi

di opinioni contro S. Tommaso.--Il Petrolo poi dovè rispondere ancora

una volta intorno a' complici del Campanella; e continuò a dire che

non ne conosceva, e che il Campanella non avea manifestato mai eresie

formali in presenza di altri, sibbene si esprimeva per motti, de'

quali fornì qualche esempio.--Infine fra Pietro di Stilo dovè dare

chiarimenti intorno a ciò che il Campanella avea detto della elezione

del Papa e de' miracoli; e fattosi leggere il primo esame cercò di

attenuarne la misura, dolendosi anche di fra Cornelio che scriveva

troppo diffusamente, ma conchiuse che confermava quanto nell'esame

trovavasi scritto.--Ben più lungo fu l'esame del Pizzoni, che di nuovo

occupò l'intera seduta. Sempre dietro dimande, dovè dichiarare in qual

luogo fosse stato ammalato negli ultimi tre anni, e se in Stilo (che

egli aveva taciuto nella sua rassegna) avesse avuto stanza anche il

Campanella al tempo della sua malattia. Dovè dichiarare di nuovo se in

Pizzoni, quando il Campanella parlò di eresie, fosse stato presente

fra Dionisio; e dettogli che un testimone suo amico affermava che fra

Dionisio c'era, fu costretto a smentirlo definitivamente, dicendo

che quel testimone (il Lauriana) sapeva di tali cose quanto il muro

della stanza, che quel testimone, alla presenza di quasi tutti i frati

ed altri secolari, aveva in Monteleone confessato che non sapeva

addirittura nulla nè di ribellione nè di cose di eresia, e che avea

parlato per paura e per subornazione del Visitatore, di fra Cornelio

ed anche di D. Carlo Ruffo, con la speranza di essere subito liberato

anzi premiato, e la paura era stata tale che avrebbe deposto perfino

contro suo padre; che quanto avea deposto eragli noto solamente per la

lettera al P.^e Generale scritta di sua mano sotto la dettatura di esso

Pizzoni. Intorno a tutte le altre citazioni di deposizioni testimoniali

contrarie (riferibili segnatamente al Caccìa, senza che il nome di lui

fosse pronunziato), egli dichiarò che doveano provenire da persone

infami e bugiarde, o inimiche, o sedotte, ovvero anche da falsità

di scrittura, dando per sospetto il Visitatore e fra Cornelio, ed

affermando che in Monteleone il Pisano e il Caccìa se n'erano lamentati

con gli altri prigioni, perchè gli aveano carpiti 100 scudi per uno

ed altri donativi, con la promessa di sottrarli alla Corte secolare,

e così gli aveano fatto dire quello che aveano voluto; inoltre il

Caccìa avea dimandato perdono ad esso Pizzoni, per aver deposto

dietro insinuazione di que' due frati, che gli dicevano essersi

avute deposizioni del Pizzoni contro di lui, e poi anche dietro gli

atroci tormenti sofferti mentre era travagliato dalla febbre. Negò

di nuovo la cifra; confermò che il Lauriana gli avea detto essere

rimasto scandalizzato, perchè il Campanella in una predica in Stilo

aveva esclamato, «oh si mi fusse lecito estendermi in questa materia»,

parlando del governo de' Principi e Prelati, non già di eresia; infine

ripudiò ad una ad una tutte le eresie che gli erano state addebitate.

L'indomani, 21 giugno, fu esaminato di nuovo il Bitonto, e poi, per la

prima volta, fra Dionisio[172]. Il Bitonto dovè dar conto di ciascuno

di que' molti fatti che avea deposti il Pisano, e che direttamente o

indirettamente lo riguardavano (senza che il nome del Pisano fosse mai

pronunziato): ed egli rispose costantemente «non ho mai inteso tal

cosa», qualche volta anche «l'ho inteso da che son qua carcerato»,

ovvero «l'ho inteso quando so stato esaminato dalli giudici et in

particolare in hierace», aggiungendo che quivi fu esaminato dal Vescovo

e dal Visitatore, essendo presente anche Carlo Spinelli; e conchiuse

che tutte quelle cose avevano dovuto esser deposte da qualche infame

o nemico suo.--Si passò quindi a fra Dionisio. Costui, sempre dietro

dimande, disse di aver saputo dal Sances e dal carceriere che era stato

imputato in cose di S.^{to} Officio insieme col Campanella, e negò con

la più grande energia di aver peccato nella fede. Diè una lunga lista

de' suoi nemici, a cominciare da' Polistina e dagl'inquisiti per la

morte dello zio M.^o Pietro, e venendo sino a fra Pietro di Stilo che

disse creatura del Polistina, al Pizzoni finto amico nelle sue liti

col Polistina e ladro di molti suoi scritti predicabili onde dovè

infamarlo, al Lauriana partecipe del furto degli scritti ed incaricato

della vendita di essi, oltrechè legato in nefande relazioni col nipote

del Pizzoni, fra Fabio, e col Pizzoni medesimo, onde dovè scacciarlo

dal convento di Nicastro dove esso fra Dionisio trovavasi Priore.

Negò di aver mai trattato con qualche ebreo in Cosenza, dichiarando

spontaneamente che a tempo di quell'ebreo, allorchè venne eletto il

P.^e Generale Beccaria (cioè nel 1588), egli trovavasi in Napoli, nel

convento di S.^{ta} Caterina a formello, e che seppe in Napoli da una

lettera di suo zio M.^o Pietro avere il Campanella avuto conversazione

con quell'ebreo di cattiva fama in Cosenza, essere fuggito in compagnia

di lui da Calabria ed avere arrecato questa fuga grande scandalo,

onde gl'ingiungeva di non avere più relazione col Campanella;

dichiarò anche, dietro dimande, di non avere mai più avuta notizia di

quell'ebreo, nè occasione di parlare col Campanella, che non vide più

per 7 od 8 anni dopo quel tempo. Negò assolutamente di avere mai avuto

scandalo dal Campanella per cose di fede, mentre pure avea cercato di

chiarirsene, poichè dicevasi che avea diavoli, comandava diavoli e

credeva poco: aggiunse di aver saputo da lui che era stato inquisito

nel S.^{to} Officio per un Sonetto bruttissimo contro la fede e contro

Cristo, quale Sonetto gli recitò, che l'accusatore era stato condannato

in galera ed esso Campanella liberato senza abiura, non avendo mai

voluto accettare di avere abiurato, mentre di poi in Napoli ebbe a

sapere che l'abiura c'era stata (onde dovrebbe dirsi che pure tra loro

amici intimi si manteneva l'equivoco, confondendo l'esito di processi

diversi). Tale fu la prima deposizione di fra Dionisio, che egli non

potè sottoscrivere per la tortura avuta nel tribunale della congiura, e

che crocesegnò tenendo la penna stretta tra' denti.

Fu poi fra Dionisio esaminato di nuovo tre altre volte successivamente,

il 20 e 28 giugno, ed il 13 luglio, continuando sempre ad intervenire

agli esami non il Nunzio, ma l'Auditore di lui Antonio Peri. Il 26

giugno fra Dionisio cominciò dal dire spontaneamente che avea ricevute

dal Lauriana due lettere, con le quali gli narrava l'esame sostenuto

in Calabria e gli chiedeva perdono, avendolo a torto accusato di

proposizioni eretiche contro l'eucaristia, a suggestione del Pizzoni e

per uscire dalle mani de' secolari; che queste lettere gli erano state

tolte da' carcerieri, ed egli riteneva dovessero trovarsi nell'altro

processo; che da esse rilevavasi essere stato deposto dal Lauriana di

avere udite le eresie in un discorso tenuto dal Campanella in Pizzoni

con lui, fra Dionisio, e con fra Gio. Battista di Pizzoni, e tale

fatto era la più grande menzogna, non essendosi lui fra Dionisio mai

trovato in Pizzoni contemporaneamente al Campanella (il fatto era

fondamentale, e il vederlo a notizia di fra Dionisio mostrava che

le lettere c'erano state, salva la quistione di sapere se in esse

si parlava realmente di accuse ingiuste e di domanda di perdono).

Narrò poi, interrogato, le circostanze della sua cattura e di quanto

gli era avvenuto ne' giorni consecutivi (ciò che fu da noi esposto

a suo tempo). Fornì spiegazioni sulla sua lettera trovata presso

fra Vincenzo Rodino, sulla sua conoscenza col Pisano, sull'andata

con costui a Messina e sull'andata successiva col Campanella e col

Bitonto a Castelvetere, dove il Pisano trovavasi carcerato pel furto

di una giumenta del Principe, riconoscendo di aver voluto aiutarne

la liberazione, ma semplicemente per l'onore della famiglia di esso.

Fornì spiegazioni sul fatto dell'inglese che in Roma avea dato un pugno

all'ostia consacrata, dicendo di averlo veramente narrato perfino

dal pulpito «etiam cum lachrimis», per dimostrare la gran bontà e

tolleranza di Dio: dichiarò di non aver mai conosciuto l'avvenimento

del prete annegatosi con l'ostia, e ripudiò assolutamente il fatto

osceno commesso con l'ostia, facendone rilevare l'inverosimiglianza.

Infine negò di aver mai parlato in dispregio dell'eucaristia, e disse

che le precise parole, con le quali gli si faceva tale dimanda, si

trovavano nelle lettere del Lauriana (altra prova che tali lettere

c'erano state); notando che in Pizzoni egli non potea dire tali

cose, poichè c'erano soltanto suoi nemici e un vigliacco fuoruscito

(certamente il Caccìa), il quale poi si disdisse nell'atto di essere

giustiziato.--Il 28 giugno, esaminato per la 3^a volta, fra Dionisio

negò ad una ad una tutte le eresie e tutte le accuse che gli erano

state apposte (dal Soldaniero, dal Lauriana, dal Pisano etc.) e che i

Giudici gli vennero successivamente formolando, non senza dare qualche

spiegazione in sua difesa. Così, a proposito del pugno da lui dato a

un'immagine del crocifisso in Soriano, dichiarò che il Priore e Lettore

di quel convento erano suoi nemici, che vi si trovava anche un gran

fuoruscito a nome Giulio Soldaniero stato per tutta la quaresima in

relazione con fra Gio. Battista di Polistina, ed egli avea temuto di

essere ucciso o almeno bastonato da lui, e gli avea parlato sempre

in pubblico. A proposito di altre eresie che si era deposto aver lui

udite dal Campanella e lodate ed insinuate ad altri, dichiarò che il

Petrolo, già da circa un mese, passando innanzi alla sua prigione si

era avvicinato alla finestrina di essa e gli avea dimandato perdono,

facendogli sapere che avea deposto essere stato detto dal Campanella,

in presenza di lui fra Dionisio, che non c'era purgatorio nè inferno;

onde temeva che questo potesse nuocergli, sebbene avesse pure aggiunto

alla deposizione che il Campanella prima diceva le eresie a lui e poi

le diceva anche agli altri, ma in modo che esso Petrolo non sapeva se

gli altri le intendessero (e questo mostrava che veramente il Petrolo

avea dovuto parlargliene). Infine negò di aver mai saputo che il

Campanella si fosse proposto di predicare, e che egli medesimo dovesse

predicare contro la Chiesa.--Il 13 luglio, esaminato per la 4^a volta,

dovè dar conto di altre eresie ed accuse, sulle quali non era stato

ancora interrogato (quelle deposte da Maurizio per propria scienza

o per detto del Vitale, come pure quelle raccolte nel processo di

Squillace). Ed egli negò egualmente ogni cosa; ed a proposito del fatto

dell'ostia che pretendevasi avere una volta consacrata e poi gettata a

terra, disse di aver saputo da Maurizio, nel venire a Napoli, che tale

fatto era stato deposto da Gio. Battista Vitale «credendosi schifare la

morte almeno per alcuno giorno», e fece rilevare che il Vitale prima di

essere squartato avea revocata quella deposizione (c'era quindi stato

ad ogni modo un colloquio con Maurizio su tale fatto, salva rimanendo

la quistione di sapere se Maurizio avesse realmente attribuito il

motivo suddetto alla deposizione, ed anzi se vi fosse stata realmente

una deposizione del fatto innanzi a' Giudici da parte del Vitale).

Potè poi questa volta dopo cinque mesi, stando meglio co' suoi polsi,

sottoscrivere il processo verbale dell'esame sostenuto.

Dobbiamo aggiungere che nella seduta medesima fu esaminato ancora

Giulio Contestabile, qualificato non solo teste, ma anche principale,

senza dubbio per avere troppo conversato col Campanella[173]. Egli

disse di conoscere il Campanella e fra Dionisio, e di stimarli uomini

tristi mentre erano inquisiti di cose triste; disse di sapere che il

Campanella ora stato già prima processato per eresia, ma non sapere

altro, e di avere due volte sole parlato col Campanella in Stilo, in

casa sua, per la conchiusione della pace tra la famiglia sua e quella

de' Carnevali; ma Geronimo suo fratello scrisse da Napoli che non

volea si trattasse con persona già processata per eresia, ed avendo

lui divulgata la lettera, il Campanella gli divenne nemico. Dichiarò

di non aver mai udito il Campanella parlare di Cristo nè di Mosè, e

fece rilevare che in Stilo c'era un altro Giulio Contestabile figlio di

Lucio, Maestro della confraternita del Rosario e perciò molto assiduo

nel convento dei Domenicani (il fatto era vero[174], ma rappresentava

una scusa grossolana).

Il 1^o luglio fu interrogato Giulio Soldaniero, testimone importante,

che si dovè far venire dalla Provincia. Il Carteggio del Nunzio ci

mostra che egli non trovavasi più in Calabria, ma in terra d'Otranto,

e che lo si fece venire per mezzo del Vescovo di Nardò; parrebbe pure

dall'esame suo che fosse stato tenuto in prigione fin dal marzo,

sicuramente ad istanza del S.^{to} Officio. Lo stesso Carteggio ci

mostra che appunto per lui la trattazione della causa soffrì un ritardo

nelle prime settimane di luglio; poichè alla sua venuta era stato

rinchiuso in Castel dell'ovo, e quando si volle esaminarlo, si trovò

il solito intoppo del non esserci ordine alcuno del Vicerè, onde il

Nunzio ebbe a fare istanza che o si desse quest'ordine o si conducesse

il prigione in Castel nuovo[175]. Vedremo in sèguito che si fece venire

anche il suo fido Valerio Bruno, ed entrambi furono rinchiusi in Castel

nuovo insieme co' frati inquisiti. Il Soldaniero, dietro dimande,

disse che era stato esaminato da fra Cornelio, e successivamente

dal Vescovo di Gerace, dopo di aver mandato il Priore di Soriano al

Visitatore per rivelare le cose dettegli da fra Dionisio; e ripetè

talune di queste cose, affermando che quando vennero dette o fatte, era

presente e consenziente il Pizzoni, e tutto proveniva dal Campanella.

Invitato ad esporre ciò che fra Dionisio gli avea detto di provenienza

del Campanella, non seppe dire più nulla e si richiamò all'esame

precedente, poichè non se ne poteva ricordare. Aggiunse di aver visto

in sèguito fra Pietro di Stilo, che gli raccomandò di non dir nulla di

quanto gli avea detto fra Dionisio, ma egli già avea raccontato tutto

al Priore e Lettore di Soriano: non potè ricordarsi se fra Pietro

gli avesse parlato di eresie, ma negò di aver ricevuto lettere del

Campanella. Disse che avea raccontato pure ogni cosa a fra Domenico e

fra Gio. Battista di Polistina e costoro se ne maravigliarono, che vide

fra Dionisio una sola volta (prima avea detto due volte), e parlò al

Priore ed al Lettore perchè lo cacciassero dal convento[176].

Ma il fatto più importante della seduta del 18 luglio fu il tormento

della corda dato al Campanella per un'ora, fatto ricordato poi da lui

medesimo nella sua Narrazione, là dove dice: «el Campanella sendo

impazzito hebbe un'hora di corda, e restò per pazzo quando era il

Tragagliola». Già fin dal 12 maggio, dietro la richiesta del vescovo

di Termoli, il Card.^l di S.^{ta} Severina avea scritto: «quanto al

particolare che ella avvisa, che fra Tomaso Campanella si finge pazzo,

et non vuol giurare ne rispondere à quello, che se gli domanda, le dico

che S. S.^{tà} rimette all'arbitrio di Monsignor Nuntio e di V. S.,

e del Generale Vicario Archiepiscopale di dargli la corda per havere

da lui la precisa risposta, con avvertire di non interrogarlo de'

capi del negotio principale per non debilitare le ragioni del Fisco».

Adunque, dopo il Soldaniero, venne introdotto il Campanella[177], e

questa volta egli toccò il libro su cui fu invitato a giurare, ma

fin dalla prima dimanda che gli venne diretta rispose in modo strano

ed incoerente. «Volsero pigliare fratimo, et poi si concitorno tutti

contra di me, et mi hanno spogliato, et mi ritrovo in questo modo, et

hò fatto tanti libri, et poi me li hanno cambiati» etc. Era sempre

vestito da secolare, col suo cappello nero tra mano, e diceva: «questo

cappello è tutto stracciato, et tutte queste veste che hò sopra sono

stracciate»; e volle coprirsi il capo ma l'aguzzino glie lo scoprì,

onde egli si rizzò contro l'aguzzino dicendo, «guarda costui che mi

vuol levare il cappello», e soggiunse «bisogna che venghi il Papa et

sbroglia queste cose» etc. Fu quindi fatto condurre alla stanza del

tormento e là venne spogliato e ligato alla corda, con le proteste che

il S.^{ta} Severina avea raccomandate: ed elevato in alto cominciò a

dire «hoimè che moro, ah traditori, figlioli di cornuti, bagascie, mi

hanno ammazzato, madonna santissima aiutami». Rinunziamo a continuare

questa atroce rassegna di dolori, che d'altronde i lettori troveranno

nel relativo Documento: solo diremo che il povero Campanella, talvolta

furioso, talvolta abbattuto, ingiuriava o invece blandiva chiedendo

pietà, e spesso invocava il Papa o a lui si appellava, nota dominante

per tutto il tempo della sua pazzia; allorchè si rivolse a qualcuno

de' Giudici in particolare, per muoverlo a misericordia, si rivolse

sempre al «frate», cioè al Vescovo di Termoli. Tra le svariate dimande

fattegli vanno notate le seguenti: quanto tempo fu carcerato in Roma,

se era stato visitato da qualche medico nelle carceri, come si

chiamava il Commissario del S.^{to} Officio in Roma al tempo in cui

fu carcerato, ed anche, con ludibrio indegno, cosa avrebbe avuto di

buono a pranzo, e dopo di avergli due volte minacciato il polledro, che

dimandasse qualche grazia. E il Campanella, obbligato allora appunto

a soddisfare a' suoi bisogni naturali stando sospeso alla corda,

replicò all'ultima domanda che lo lasciassero... fare; nè rispose mai

a proposito, e tra' diversi suoi detti incoerenti nominò il Marchese

d'Arena, dicendo che «se havesse fatto (_sic_), non pateria questo»,

nominò Paolo Campanella, che avea disegnato una figura di S. Rocco,

nominò Cicco Vono, qualificandolo suo nemico. Infine, scorsa un'ora,

venne definitivamente deposto e sciolto, e secondo l'uso gli aguzzini

gli ricomposero le braccia, quindi lo rivestirono e lo ricondussero

nella sua carcere.

Subito dopo furono esaminati Geronimo padre e Gio. Pietro fratello del

Campanella[178]. Geronimo si dichiarò di Stignano, dell'età di circa

65 anni, e dovè rispondere intorno alla causa della carcerazione di

suo figlio, intorno a un libro che costui avea scritto ed egli avea

lodato come superiore anche a quello degli Apostoli, intorno alle

divinazioni fattegli sull'avvenire degli altri figli, intorno al

rifiuto di predicare espressogli da fra Tommaso e motivato col non

voler fare l'ufficio di saltimbanco, intorno al pranzo di Stignano in

casa Grillo, dove egli avea fornite vivande ed avea dovuto udire eresie

da fra Dionisio. Il povero vecchio disse di sapere solamente che suo

figlio era stato carcerato da Carlo Spinelli, o per detto d'altri che

avea scritto un libro in Napoli, mentre quanto a sè egli non sapea

leggere nè scrivere, soggiungendo, «alhora tutti mi dicevano beato et

hora tutti mi dicono sfortunato». Quanto alle divinazioni, disse che

suo figlio era stato quattordici anni fuori di Calabria, ed al ritorno

appena lo riconosceva per padre, trattando solo con Principi e Signori,

come il Principe della Roccella e il Marchese di Arena; quanto poi

al rifiuto della predicazione, disse che veramente avea pregato fra

Tommaso di accettare l'offerta fattane da que' di Stilo col compenso di

200 ducati, «per aiutare alcune figlie femine che hò è sono pezzenti»,

ma fra Tommaso non volle, dicendogli che sapeva quel che si faceva.

Accettò di aver visitato fra Dionisio in casa Grillo, ma negò di aver

fornite vivande, aggiungendo, «non hò per me, et hò nove tra figlie

et nipote femine»; negò pure energicamente di avere udito discorsi

eretici, ed aggiunse, «si fra Dominico (Petrolo) lo dice, fatime

mettere un chiappo al collo et impendere». Da ultimo s'inginocchiò

innanzi a' Giudici e disse, «Signori, siamo tutti spersi per povero

regno, et si questi monaci hanno fatto male, vi prego, castigateli

per amore di Dio»: con ciò, s'intende, egli volea dire che facessero

presto, perchè così sarebbe presto tornato a casa sua ove l'attendeva

una frotta di giovani donne rimaste nell'abbandono e nella miseria; e

il suo desiderio era naturalissimo, ma faceva dimenticargli che tra'

monaci i quali avrebbero dovuto essere gastigati, e non lievemente,

c'era anche il migliore de' suoi figliuoli.--Molto più breve fu l'esame

di Gio. Pietro Campanella, che si dichiarò di 28 anni in circa e di

mestiere calzolaio. Gli chiesero se avesse mai udito suo fratello

fra Tommaso parlare di rivoluzioni da dover accadere nel 1600; ed

egli rispose che poche volte gli avea parlato e non mai di tali cose.

Al pari di suo padre, non sapendo scrivere, segnò con una croce il

processo verbale dell'esame.

Il 20 luglio venne il Campanella ricondotto innanzi a' Giudici, e

continuò a mostrarsi pazzo[179]. Non voleva rimanere nella sala di

udienza, si tirava indietro, e poi cominciò a baciare certe figure

disegnate nel foglio del Calendario. Gli si fecero dimande strane;

quante sorelle aveva, dove trovavasi il suo padre carnale e da quanto

tempo non l'aveva veduto, se possedeva il breviario etc. poi lo si

avvertì di cessare dal fingersi pazzo. Ed egli nominò più sorelle,

Costanza che era Badessa, Emilia maritata, Giulia da doversi maritare

con Michele Castellano; parlò del padre in modo incoerente, ricordò

che gli aveano presi tutti i suoi libri, accennò ad una «Signora

grande», a soldati che l'aveano perseguitato, ad una sua fuga di 20

miglia. Lamentavasi per avere le braccia addolorate in sèguito della

tortura, e da ultimo disse, «dammi da bere frate, quattro confortini

(confortatori) negri negri vengono ogni sera et mi ammazzano...». Dal

processo verbale si rileva che avrebbe sottoscritto l'esame, se non

avesse avuto le braccia debilitate.

Fu di poi, nella stessa seduta, interrogato nuovamente il Soldaniero,

quindi Giuseppe Grillo; inoltre furono richiamati fra Dionisio ed il

Pizzoni, per dare qualche chiarimento[180]. Al Soldaniero si fecero

molte dimande; come mai fra Dionisio avesse cominciato a parlare con

lui contro la fede mentre non c'era mai stata familiarità tra loro,

se fra Dionisio fosse venuto a Soriano egli solo o in compagnia di

qualcuno, come si fosse comportato il Pizzoni in quella circostanza,

in quale giorno si fosse mangiato carne, a quale scopo que' frati

gli avessero dette tante eresie. E il Soldaniero narrò di nuovo i

particolari della venuta di fra Dionisio a Soriano, ed affermò che

questa accadde di martedì, nel quale giorno, avendo precedentemente

riportata una ferita di archibugio, egli non mangiava carne per

divozione alla Madonna dell'Idria (cioè di Costantinopoli), ma

fra Dionisio mangiò carne ed eccitò lui a mangiarne; non potè poi

ricordarsi se il Pizzoni fosse presente, ma dichiarò che gli pareva di

sì, e che costui confermava le opinioni di fra Dionisio, dicendo che

erano opinioni del Campanella. I Giudici gli fecero notare che nella

prima deposizione avea detto non essere stato presente il Pizzoni,

essere avvenuto il fatto in giorno di venerdì, non avere fra Dionisio

mangiato carne (l'aveva solamente desiderata per mangiarla), e che

badasse quindi a non dire menzogne: egli rispose più volte che non se

ne poteva ricordare e si rimetteva al suo primo esame, conchiudendo

che le eresie gli erano state raccontate perchè le credesse.--Giuseppe

Grillo, fatto venire dal Castello dell'ovo in cui era rinchiuso,

dietro dimande, dichiarò di aver conosciuto anteriormente fra Dionisio

e gli altri frati che poi vennero a pranzo in casa sua in Stignano,

e di averne buonissima opinione, ma non così Cesare Pisano che vide

allora per la prima volta; dichiarò che durante il pranzo fra Dionisio

avea detto doversi «rengratiar Dio di tante gracie che ci fà e cose

simile», ma non avea detto nulla contro la fede, perchè egli «saria

ricorso da superiori», ed anzi lo stesso fra Dionisio fece poi un

sermone in Chiesa, in Stignano, presenti tre dottori e moltitudine

di popolo, e fu lodato assai. Avvertito di non dir bugie, il Grillo

soggiunse che avea detto la verità; che dal Petrolo, per mezzo del

figlio di Desiderio Lucane, gli era stato raccomandato di volersi

esaminare in favor suo; che da Mario Flaccavento come pure da Felice

Gagliardo e Camillo Ademari, prima di venire dal Castello dell'ovo, gli

era stato raccomandato di voler dire che in Stignano si era mangiato

carne in giorno di venerdì o sabato, e che egli stesso l'avea mangiata

inavvertentemente, poichè così trovavasi affermato in processo, e non

dicendo così anche lui, avrebbe avuto la corda, ma egli avea risposto

di non voler dire la bugia (tanti erano impegnati a non far alleviare

la posizione degl'inquisiti, o invece tanto era furbo questo giovanotto

che inventava sollecitazioni per procurarsi credito).--Si fece poi

venire fra Dionisio, per sapere in che giorno fosse stato in Soriano,

e se il Pizzoni vi fosse stato con lui. Dietro varii tentennamenti di

reminiscenze, egli conchiuse che vi fu col Pizzoni il mercoledì, e il

Pizzoni si partì subito pel suo conventino poco distante da Soriano,

che in quella sera si mangiò co' frati, e l'indomani, giovedì, si

mangiò nel dormitorio col Priore, col Lettore, con alcuni spagnuoli,

ed anche con Giulio Soldaniero.--Da ultimo si fece venire il Pizzoni

per udirlo sullo stesso fatto, ed egli lo negò assolutamente (senza

dubbio a torto); e dietro dimande disse che non era mai stato a

Soriano con fra Dionisio, che non aveva mai confermato eresie nè

biasimata l'astinenza dal mangiar carne per divozione, e che questa

era un'infamia in suo danno da parte di fra Dionisio e del Campanella

conformemente alle loro minacce!

A questo punto si erano già raccolti esami sufficienti per poter

passare dal processo informativo, che dicevasi pure offensivo, al

processo ripetitivo: difatti il 31 luglio, sull'istanza del Procuratore

fiscale, la Corte emanò i suoi Decreti in questo senso, ed abbiamo

ragione di credere che non poco v'influì Mons.^r Nunzio, il quale

era spesso sollecitato dal Vicerè a terminare la causa dell'eresia,

acciò si potesse procedere alla spedizione di quella della congiura.

Ma il Vescovo di Termoli, che avea realmente studiata la causa ed

era abituato alla ricerca della verità senza transazioni, scorgendo

un cumulo di circostanze poco atte a rassicurare la sua coscienza,

volle che fossero interrogati dal tribunale il Priore e il Lettore di

Soriano, fra Domenico da Polistina e così pure Valerio Bruno, inoltre

fra Gio. Battista di Placanica e fra Francesco Merlino già interrogati

dal Vescovo di Squillace in Calabria: e però fin dal 18 luglio avea con

una sua lettera commesso a quel Vescovo di mandare tutti que' frati in

Napoli, e di chiarire con nuovi esami alcuni punti del processo già da

lui fatto nell'anno precedente; ed il Vescovo eseguì la commissione

con ogni sollecitudine, procurando la comparsa de' frati al tribunale

di Napoli ed inviando poi anche l'Informazione supplementare da lui

presa, che per tal modo trovasi inserta nel processo di Napoli. Come si

rileva dai documenti che fanno parte di questa Informazione, il Priore

di Soriano era già venuto in Napoli chiamatovi dal P.^e Generale, e

fra Domenico da Polistina, funzionante da compagno del Provinciale di

Calabria, fu da costui immediatamente inviato; a fra Gio. Battista da

Placanica e a fra Francesco Merlino fu fatto dal Vescovo di Squillace,

con la comminatoria di molte e gravi pene, precetto di presentarsi

al tribunale in Napoli, l'uno nel termine di 20, l'altro nel termine

di 25 giorni; al Lettore di Soriano fu fatto un uguale precetto,

col termine di 30 giorni.--Si ebbe quindi una serie di altri esami,

alcuni de' quali si compirono mentre già il processo ripetitivo faceva

il suo corso: noi li poniamo tutti qui in continuazione degli esami

precedenti, senza attenerci con rigore assoluto alla cronologia de'

diversi atti processuali, per non intralciare di troppo il corso della

nostra narrazione.

Ed in prima l'8 e l'11 agosto, nel convento di S. Luigi ove risedeva il

Vescovo di Termoli, furono esaminati e riesaminati fra Giuseppe d'Amico

Priore di Soriano e fra Domenico di Polistina[181]. L'esame del giorno

8 fu fatto innanzi all'intero tribunale. Fra Giuseppe d'Amico, dietro

dimande, disse che fra Dionisio e il Pizzoni vennero insieme a Soriano,

un giorno di giovedì al tardi, ed allora nel convento trovavasi pure

il Soldaniero, uomo di mala vita, che Mons.^r di Mileto non voleva

fosse cacciato, come anche Valerio Bruno, servitore del Soldaniero

ed egualmente fuoruscito; che il Pizzoni l'indomani se n'andò al suo

convento di Pizzoni, d'onde tornò il sabato con Claudio Crispo e si

diresse tosto ad Arena ove trovavasi il Campanella; che fra Dionisio,

rimasto il venerdì a Soriano, partì egli pure il sabato per Arena, poco

dopo ch'era partito il Pizzoni, dicendo di temere che costui conducesse

il Campanella a Pizzoni mentre egli volea condurlo a Soriano, e poi

l'istesso giorno tornò a Soriano e vi rimase la domenica per farvi una

predica, dopo la quale definitivamente se ne partì. Disse che, appena

giunto, fra Dionisio dimandò del Soldaniero, e si recò in camera di

lui e vi si trattenne un pezzo in colloquio, e ciò accadde nel giugno

o luglio 99; che da otto a quindici giorni dopo, il Soldaniero parlò

ad esso fra Giuseppe della ribellione, ma solo nel mese di agosto gli

raccontò diverse eresie dette da fra Dionisio; che poi, trovandosi esso

fra Giuseppe presso il Visitatore in Monteleone, quando già la congiura

era scoverta e fra Dionisio era fuggito con una cavalla presa nel

convento, riferì ogni cosa al Visitatore ed al Provinciale, ed avvertì

al suo ritorno il Soldaniero di quanto avea fatto; che il Soldaniero

allora gli rispose di dover essere esaminato, perchè avrebbe deposto

anche di più, ma non aveva mai pregato lui che cacciasse fra Dionisio

dal convento. Aggiunse che il Soldaniero non gli aveva mai discorso del

Pizzoni come fautore di eresie, bensì come sollecitatore perchè «si

havesse voluto trovare con l'intentione loro», e solo di fra Dionisio

gli raccontò le diverse eresie, che egli si fece a ripetere; (così era

certo l'armeggio per la ribellione da parte di tutti costoro insieme

col Campanella, ma la faccenda dell'eresia era imputabile solo a fra

Dionisio, che veramente ne faceva professione almeno come di un'arma

di guerra).--Quanto a fra Domenico di Polistina, costui confermò che

agli 8 o 9 di agosto dell'anno precedente, dopo l'incontro avuto col

Campanella in Davoli, la sua fuga da quel posto per minacce di banditi

e il suo arrivo in Soriano, seppe dal Soldaniero che fra Dionisio

gli aveva esposto un gran numero di eresie, il fatto osceno contro

l'ostia etc., eresie che fra Dionisio e il Campanella doveano predicare

al tempo della ribellione, ed egli poi ne parlò a fra Cornelio del

Monte; che del Campanella non seppe al di là delle cose dette, e con

fra Cornelio non parlò del Campanella per conto dell'ostia consacrata

(così fra Cornelio risultava falso, ma rimaneva pure a vedere se non

era falso in ciò fra Domenico, e fino a qual punto costui fosse stato

informato dal Soldaniero o viceversa). Aggiunse poi, spontaneamente,

che il Campanella molti anni prima avea voluto uscire dalla Religione,

e si era detto pubblicamente che avea lasciato la Calabria in compagnia

di un certo Abramo ebreo o caldeo; (era sempre lui fra Domenico

che evocava tale fatto, e questa volta per detto altrui, non per

propria scienza).--Il nuovo esame di costoro, l'11 agosto, fu fatto

innanzi al solo Vescovo di Termoli. Fra Domenico da Polistina narrò

qualche circostanza di poco valore relativamente al suo incontro

col Soldaniero. Fra Giuseppe d'Amico aggiunse che, parlando della

ribellione col Soldaniero nell'agosto, ebbe a vedere nelle mani di lui

una lettera del Campanella scritta di suo pugno, giacchè ne conosceva

il carattere, la quale finiva col dire al Soldaniero che su quanto

gli avea discorso fra Dionisio, se ne rimetteva al suo luogotenente

fra Gio. Battista di Pizzoni; (così fra Giuseppe parlava sempre de'

soli fatti della ribellione, ma è pur vero che non avrebbe potuto

parlare de' fatti di eresia laddove fossero stati a sua notizia fin da

principio, mentre non si era curato di denunziarli per tanto tempo).

Infine, dietro dimanda, depose che il Campanella, quando si partì

dalla Calabria, diceva di partirsene per la persecuzione che soffriva

dal Provinciale di quel tempo P.^e Pietro Ponzio, e si disse che era

partito con un Abramo, ebreo molto scienziato ma che esso fra Giuseppe

non avea veduto; (nessuno dunque avea veduto questo ebreo, ma è pur

vero che a nessuno conveniva ammettere di averlo veduto).

Di poi, il 21 agosto, fu interrogato in Castel nuovo Valerio

Bruno[182]. Costui disse che era stato per circa un anno col Soldaniero

nel convento di Soriano, che avea là veduto fra Dionisio rimastovi due

giorni, durante i quali venne pure il Pizzoni, e che li avea veduti

cacciare entrambi dal Priore a richiesta del Soldaniero, scandalizzato

perchè gli avevano palesate molte eresie, le quali egli si fece a

ripetere. Disse che fra Dionisio e il Soldaniero aveano mangiato

insieme un giorno di martedì o venerdì; giorno in cui il Soldaniero

si asteneva dalla carne per voto fatto in sèguito di un colpo di

archibugio ricevuto, ed egli avea udito fra Dionisio maravigliarsene;

che non seppe altro di ciò, ma poi l'indomani, essendo venuto il

Pizzoni ed avendo confermato le eresie dette da fra Dionisio, ad un'ora

o due in circa di giorno udì il Soldaniero che «comminciò a gridare che

cose son queste che mi dite, à par mio dite queste cose, è comminciò

à chiamare il Priore, Padre Priore venite, cacciati questi»; che il

Priore il quale nella sera precedente avea cercato di scusare fra

Dionisio dicendo che era briaco, ed avea raccomandato al Soldaniero,

per amore di Dio, l'onore della Religione, finì per accorrere insieme

col Lettore ed altri e così cacciarono que' due frati. Insomma,

accumulando circostanze in modo abbastanza comico, questo furfante

procurò di rendere sempre più credibile il suo racconto, ma avvertito

da' Giudici che era caduto in qualche contradizione e che badasse

di non dire bugie, cominciò lui a turbarsi veramente e ad esclamare

«misericordia Signore, per l'amor di Dio, che questa cosa hà un anno

che è passata che non mene ricordo;... io non son dottore, facilmente

si può pigliare et errare una parola, habbiatimi compassione Signore».

Infine dichiarò di non avere udito egli stesso, nè da altri all'infuori

del Soldaniero, cose contrarie alla fede provenienti da fra Dionisio

e dal Pizzoni; (evidentemente Valerio Bruno si era messo anche questa

volta d'accordo col Soldaniero, per appoggiarne le deposizioni).

Vennero in sèguito da Calabria fra Gio. Battista da Placanica e fra

Francesco Merlino, e il 30 agosto e il 2 7bre, quando già il processo

ripetitivo faceva il suo corso, e furono sottoposti al primo esame e

all'esame ripetitivo nel solito convento di S. Luigi presso Palazzo:

venne egualmente fra Vincenzo di Lungro Lettore di Soriano, e poco

dopo, il 7 7bre, fu egli pure esaminato nel medesimo convento innanzi

all'intero tribunale[183]. I due primi riuscirono di speciale interesse

circa la persona del Campanella, l'altro circa la persona di fra

Dionisio e i fatti di costui in Soriano. Fra Gio. Battista di Placanica

disse di stare «di mal cervello, ciò e, di mal memoria», e si riferì

costantemente all'esame già fatto dieci mesi innanzi in Squillace;

fu interrogato su' concetti che il Campanella aveva espressi intorno

all'immortalità dell'anima, alla fornicazione, alla scomunica, alle

cerimonie de' turchi, alle religioni claustrali, e in genere non se ne

seppe più di quanto se n'era saputo prima; può dirsi che fu esplicito

solamente nell'attestare che il Campanella parlava della fornicazione

in modo da sembrare che quasi dicesse non esser peccato, ed oltracciò

nell'attestare che non potè avere nè dal Vescovo di Squillace nè dal

P.^e Provinciale la licenza di confessare e predicare in Monasterace.

Nell'esame ripetitivo in sostanza disse di aver conosciuto il

Campanella quando esso era novizio in Placanica, non aver mai udito

direttamente da lui cose di eresie, aver solamente udito da lui dire

«che inferno, che inferno» nel parlare a' suoi discepoli e segnatamente

a Fulvio Vua e Giulio Contestabile, come pure che gli atti carnali non

erano peccati tanto grandi quanto si ritenevano, poichè «Dio havea

fatto il membro genitale...» per usarne.--Fra Francesco Merlino, nel

primo esame, riferendosi lui pure all'esame sostenuto in Calabria,

disse di avere solamente udito dire che il Campanella negava i miracoli

fatti da Mosè, che avea mangiato più volte carne in giorni proibiti e

segnatamente una porchetta insieme co' banditi in Pizzoni, che teneva

con sè il demonio, e per arte diabolica conosceva tutto quello che

sapeva; disse pure, a proposito del disprezzo della scomunica, che egli

si trovava studente in S. Domenico di Napoli, quando il Campanella

dimorava pure in questa città presso Mario del Tufo, e che venuto un

giorno in S. Domenico il Campanella fu preso e tradotto nelle carceri

del Nunzio, essendosi allora dato per motivo della carcerazione che

aveva spiriti, ma essendosi poi saputo che ci erano altri motivi, e

in ispecie che parlando della scomunica per coloro i quali estraevano

libri dalla libreria avea detto, «come è questa scomunica, che, si

mangia»? Nell'esame ripetitivo poi dichiarò, che avea cominciato a

conoscere di vista il Campanella nel convento di Placanica, di cui esso

Campanella era figlio, che in sèguito l'avea conosciuto in Napoli,

quindi di nuovo l'avea visto in Calabria, essendosi più volte visitati,

che non sapeva che avesse detto eresie, che altri aveano palesate

più cose contro la fede da lui dette o fatte, le quali egli si diè a

ripetere; che in Stilo passava per uomo onesto, che si era detto essere

partito dalla Calabria coll'ebreo Abramo, ed avere la sua scienza per

arte diabolica, ma egli non credeva questo, avendo conosciuto «che hà

bello ingegno et hà studiato assai». Inoltre che si era detto «che

esso si voleva fare nominare il Messia della verità», ma di questa,

come di altre cose, si parlò dopo la carcerazione, e più di una volta

fece notare tale circostanza, dicendo, «molte cose sono state dette

subito che questi fratri furono presi, et non so come uscessero», (ben

si vede che in fondo il Campanella non riusciva aggravato di troppo da

tali deposizioni).--Quanto a fra Vincenzo, Lettore di Soriano, egli

narrò la venuta di fra Dionisio e del Pizzoni in Soriano con lievissime

differenze dal modo in cui l'avea narrata il Priore fra Giuseppe:

soltanto aggiunse di più, che quando fra Dionisio andò momentaneamente

ad Arena per condurre il Campanella a Soriano, il Campanella non volle

venirvi; inoltre che veramente, 4 o 5 giorni dopo la dipartita di

fra Dionisio, il Soldaniero gli disse che fra Dionisio era venuto a

trattare della ribellione contro il Re, avendo molti Signori per lui,

e gli disse pure che fra Dionisio non credeva a nulla, comunicandogli

il fatto del pugno dato al crocifisso e il fatto osceno contro l'ostia

perpetrato da fra Dionisio medesimo, cose «approbate da fra Dionisio

come cose del Campanella». Negò assolutamente che il Soldaniero avesse

comunicato al Priore i detti e fatti contro la fede, se non dopo un

mese o dieci giorni in circa; e per quanto i Giudici avessero insistito

con le loro dimande, negò che il Soldaniero avesse mai parlato di

tali cose mentre fra Dionisio era in Soriano per farlo cacciare dal

convento, come pure che avesse attribuite le eresie anche al Pizzoni,

dichiarando che il Soldaniero «ben diceva, che frà Thomaso Campanella,

frà Dionisio Pontio, frà Gio. Battista di Pizzoni, frà Silvestro di

Lauriana, frà Pietro de Stilo, et frà Dominico di Stignano erano

tutto una cosa insiemi, mà non mi parlò di heresie contra frà Gio.

Battista predetto». (Si sarebbe tentati di credere che il Pizzoni, per

essersi stretto a fra Dionisio e al Campanella, dovea dapprima venire

spietatamente involto nel medesimo destino loro, ma avendo poi fatto il

suo orribile voltafaccia, questi frati di Soriano, appartenenti alla

fazione del Polistina, doveano oramai proteggerlo: intanto per fra

Vincenzo il Campanella riusciva egli pure imputabile delle peggiori

cose contro la fede, e il Soldaniero rimaneva per entrambi que' frati

scoperto).

Mentre in Napoli si facevano questi esami, in Squillace nello

stesso tempo, dall'8 agosto all'8 7bre, il Vescovo esauriva la sua

Informazione supplementare, la quale riguardava interamente la persona

del Campanella. Mediante i diaconi selvaggi della sua Corte citò

ciascun teste a comparire personalmente innanzi a lui, sotto le solite

gravi pene ecclesiastiche, in brevissimi termini: ed egli medesimo nel

suo Palazzo, col suo Vicario Sir Agazio Colobraro e coll' Auditore

Andrea Mantegna, procedè a quasi tutti gli esami[184].--Eccone un

sunto. Vespasiano Vosco dottore di Girifalco dichiarò, che dopo

la carcerazione del Campanella udì nella piazza di Squillace dire

pubblicamente che costui riteneva Cristo essere un semplice eremita

e Maria Maddalena sua concubina.--Gio. Battista Rinaldis dottore

di Guardavalle dichiarò di aver saputo dalla sua suocera Dianora

Santaguida, vedova di Ottavio Carnevale, che fra Scipione Politi le

aveva detto che il Campanella «per stratiare et burlare li patri

cappoccini, mentre andavano in Chiesa, li dicia dove andati, ad adorare

un appiccato».--Marcello Fonte di Stignano confermò di aver saputo

da Geronimo padre del Campanella, che costui non volle predicare in

Stilo dicendo di non voler fare l'officio di Cantimbanco.--Il Rev.

Scipione Ciordo di Camini confermò di avere udito da alcune persone del

suo paese che il Campanella diceva «che la buggera (la fornicazione)

non era peccato».--Fabio Contestabile di Stilo confermò che gli era

stato detto dal Campanella di pigliarsi spassi e piaceri quanto più

poteva «che del resto è pensiero di chi è».--La Sig.^{ra} Dianora

Santaguida di S.^{ta} Caterina (questa sola innanzi all'Auditore

Mantegna espressamente inviato) dichiarò che da Luzio Paparo suo

parente avea saputo di aver lui udito dire che il Campanella diceva,

«non vi ca (_int._ non vedi che) adorano uno impiso»; dichiarò che non

avea saputo questo fatto da fra Scipione Politi, poichè costui non era

venuto in casa sua, ma nello studio di suo figlio, separato dalla casa

sua; aggiunse che l'aveva poi comunicato a Marcello Contestabile suo

nipote.--Marcello Contestabile di Guardavalle raccontò ne' seguenti

termini un discorso avuto con sua zia la Sig.^{ra} Santaguida, a tempo

della persecuzione fatta da Carlo Spinelli e dall'Avvocato fiscale;

essa disse, «o Marcello figlio mio, secondo si intende questo fra

Thomaso che vene a S.^{to} Nicola alli monaci è peccato non me e

abrusciato, et io le disse S.^{ra} zia che cosa passa, et la detta

mi rispose dicendomi figlio mio io tremo de dirti questi paroli, et

raggionandomi disse credi Marcello che uno homo da bene che sta sotto

parte illoco, nominando il nome ma non mi si ricorda come lo nominò ma

per quanto mi ricordo mi pare che lo chiamò mastro Jacopo, et disse che

quello l'havea detto che lo detto fra thomaso solia venire in S.^{to}

Nicola monesterio de dominichini di detta terra, et illà con li monaci

facia banchetti et dopo si faciano portare uno leuto et sonavano et

detti monaci et altri seculari ballavano et che... (un luridume da non

riportarsi)... et detta donna me lo dicia con gran modestia sugiungendo

che lo detto pure li disse che lo detto fra Thomaso raggionando di

Jesu Christo disse, dati credito ad uno che morio impiso, et di questa

parola spaventati io et la detta mia zia dicendone Jesu Jesu Vergine

maria mi levai» etc.--Jacopo Squillacioti di S.^{ta} Caterina (il

mastro Jacopo della Santaguida) negò assolutamente di aver mai saputo

e detto alla Sig.^{ra} il lurido fatto che la modesta e pia donna

riferiva, e cosi pure qualche concetto eretico che il Campanella e suoi

compagni avessero in qualunque modo espresso: unicamente attestò avere

udito dire «che era venuto a S.^{to} Nicola delli dominichini uno fra

Thomaso, et diciano li genti di S.^{ta} Catherina che non guardava hom'

in faccia ma sempre si guardava la ungnia».--Fu questa l'Informazione

supplementare di Squillace, dalla quale sicuramente non emerse nulla

di nuovo, e se qualche aneddoto venne in luce, esso fu smentito sul

nascere; può dirsi di più che rimase quasi sempre infruttuosa la

ricerca della provenienza de' fatti in quistione, e sopratutto la

ricerca delle persone presenti allorchè essi erano stati enunciati,

oggetto principale dell'Informazione, per quanto dalle interrogazioni

ivi registrate è lecito argomentare.

II. Possiamo ora occuparci del processo ripetitivo, per lo quale, come

abbiamo fatto avvertire più sopra, la Corte fin dal 31 luglio 1600

aveva già emanati i suoi decreti. E gioverà innanzi tutto dire in che

consistevano le ripetizioni, e in qual modo vi si procedeva secondo la

giurisprudenza del tempo. Le ripetizioni concernevano essenzialmente

i testimoni del fisco. Il Procuratore fiscale, che compariva in dati

momenti senza assistere alle sedute della Corte, facendo lo spoglio

degli esami raccolti compilava tanti Articoli, capi, o posizioni,

esprimenti tanti fatti o detti incriminabili da' quali emergeva il

delitto onde si intitolava la causa. Questi articoli egli redigeva

ed esibiva per far constare chiaramente il delitto, e in ciascuno di

essi poneva, offriva, e voleva e intendeva provare ciascun fatto o

detto, ciò che per altro era stato ed era vero, pubblico, notorio,

pubblica voce e fama, e però egli, il fiscale, protestava di non

ritenersi costretto ad una prova superflua! Presentando gli articoli

conditi di un simile noioso formulario, faceva istanza e chiedeva che

si venisse alla ripetizione; e la Corte, veduti gli atti e l'istanza

del fiscale, emanava un Decreto, col quale ordinava la consegna di

una copia degli articoli all'imputato, e stabiliva un termine entro

il quale l'imputato dovea formare e produrre gl'Interrogatorii da

farsi a' testimoni del fisco sopra quegli articoli, ed anche dimandare

un Avvocato e procuratore, dichiarando che in contrario si sarebbe

proceduto alla ripetizione de' testimoni senza interrogatorii; per

solito la Corte deputava pure fin d'allora, _ex nunc prout ex tunc_,

un Avvocato e difensore di ufficio quando prevedeva che l'imputato non

l'avrebbe chiesto da sè, ed infine ordinava di notificare ogni cosa

all'imputato. Nello stesso giorno il Mastrodatti faceva la consegna

degli articoli e la notificazione del termine con la deputazione

dell'Avvocato, e ne redigeva un atto in presenza di quattro testimoni,

ordinariamente carcerati e carcerieri. Quindi l'Avvocato presentava

a nome dell'imputato gl'interrogatorii da rivolgersi a' testimoni

contro gli articoli, e faceva istanza ed umilmente chiedeva che i

testimoni prima di esaminarsi su ciascuno articolo rispondessero

a quegl'interrogatorii, in contrario con riverenza protestava.

Quest'interrogatorii erano preceduti rutinariamente da alcune

ammonizioni che si doveano fare a ciascun testimonio, cioè, di essere

obbligato a dire la pura e semplice verità, sotto pena di scomunica ed

altre molte e gravi pene, di tener presente che si commetteva falsità

non solo col proferire il falso ma anche col tacere il vero, e che

commettendo, Dio non voglia, la falsità, era sempre tenuto a restituire

la fama. E non meno rutinariamente esigevano che ciascun testimone

dicesse il suo nome, cognome, padre, madre, patria, esercizio, a spese

di chi vivesse, quanto possedesse, se fosse solito confessarsi e

comunicarsi, e presso quale confessore e in quale chiesa e da quanto

tempo l'avesse fatto, se fosse stato mai scomunicato, e da quanto tempo

e per quale causa: e poi, se conoscesse l'imputato, da quanto tempo e

per quale causa, se gli fosse amico o nemico e perchè, se ci avesse mai

conversato intrinsecamente e quale opinione ne avesse circa le cose

della fede; e poi, venendo a ciascuna imputazione, se avesse udito

qualche volta parlare l'imputato del tale argomento e in che senso, e

con quali parole, e in qual luogo, e in qual parte di quel luogo, e

con quale occasione, e in presenza di chi, e quante volte, e in quale

ora, giorno, mese ed anno, e se determinatamente o d'improvviso, e se

con assenso o con dissenso del testimone, e in caso di dissenso, con

quali parole questo fu espresso e quali risposte ebbe etc. etc. etc. Ci

rimangono saggi d'interrogatorii che costituiscono veri monumenti di

fecondità in sottigliezze, e sempre allo scopo di far trovare qualche

contradizione ne' testimoni, o di stancare interroganti ed interrogati

e prender tempo. Era poi anche in facoltà dell'Avvocato di aggiungere

qualche speciale interrogatorio, oltre quelli calcati sugli articoli,

e perfino d'indicare qualche persona speciale cui quell'interrogatorio

aggiunto dovea rivolgersi: d'altra parte, è quasi superfluo il dirlo,

i Giudici non mancavano quasi mai di rivolgere di tempo in tempo a

ciascun testimone, oltre la detta doppia serie di dimande, qualche loro

particolare dimanda d'ufficio.

In tal modo fu iniziato e condotto anche il processo ripetitivo nella

causa del Campanella e socii. Procuratore fiscale fu il Reverendo

Andrea Sebastiano, fiscale della Curia Arcivescovile, che trovasi

nella massima parte delle scritture processuali di quel tempo, avendo

poi avuto a successore nel 1603 il Rev.^{do} Silvestro Santorello:

egli diede gli articoli soltanto contro ciascuno de' tre imputati

principali, il Campanella, il Pizzoni e fra Dionisio, incolpandoli

tutti egualmente «de haeretica pravitate et atheismo»; ma vedremo

che durante la causa svanì l'ateismo e rimase unicamente l'eretica

pravità. Il tribunale emanò tre Decreti, uno per ciascuno de' tre

imputati, assegnando il termine di soli 4 giorni perchè si producessero

gl'interrogatorii, ma veramente tollerò che questi fossero prodotti

fin 16 giorni dopo, come si vede accaduto appunto pel Campanella,

essendo stati gl'interrogatorii in nome suo presentati il 16 agosto.

Nel Decreto relativo al Campanella si disse: «atteso che fra Tommaso

Campanella simula o sembra simulare la pazzia, i Signori giudici,

senza deliberar nulla sopra di ciò, perchè la giustizia non patisca

danno in qualche parte e per abbondanza di cautela, decretarono che ad

esso fra Tommaso Campanella venga assegnato d'ufficio come si assegna

per curatore ed avvocato il Rev.^{do} Attilio Cracco»[185]. Questo

medesimo Cracco fu assegnato per Avvocato e difensore al Pizzoni e a

fra Dionisio, nel caso in cui costoro non avessero da loro medesimi

chiesto un Avvocato e procuratore. Per quanto ci consta da diverse

scritture di quel tempo, il Rev.^{do} Attilio Cracco era l'avvocato

officioso quotidiano nelle cause del S.^{to} Officio in Napoli, salvo

l'assistervi o no con la debita diligenza; così nel corso di questo

medesimo processo troviamo una supplica di fra Dionisio a' Giudici

perchè provvedessero a far andare presso di lui il Cracco che non

ci andava. Da una nota confidenziale, scritta da costui a piè di un

atto del processo, rilevasi che egli era compare del Mastrodatti

Prezioso e certamente coll'avvocatura di officio faceva la sua carriera

nella Curia: difatti in una scrittura del 23 luglio 1615, durante

l'Arcivescovato del Card.^l Carafa, essendo Curzio Palumbo Vicario

delle Monache e Commissario delle cause di S.^{to} Officio, troviamo il

Rev.^{do} Attilio Cracco Canonico ed Avvocato fiscale.

Ecco ora con la maggior brevità possibile i particolari degli articoli

e degl'interrogatorii dati per ciascuno de' tre inquisiti, contro i

quali si fece il processo ripetitivo.--Contro il Campanella furono

dati dal fiscale non meno di 20 articoli, riproducendo anche tutte le

scritture, atti e processi formati contro di lui[186]. Co' 20 articoli,

corredati delle formole sopra esposte, il Fiscale volle provare avere

il Campanella detto apertamente e pubblicamente: che non c'era Dio, che

la Trinità era una chimera, che Cristo non era Dio ma un pezzente, che

l'ecclissi del sole a tempo della passione di Cristo non fu miracolosa

nè universale, che la risurrezione di Cristo non fu vera e il corpo di

lui, al pari di quelli di certi legislatori, fu rubato, che Maria non

rimase vergine, che nell'Eucaristia non c'era il corpo di Cristo ed

essa fu istituita per semplice commemorazione, che i Sacramenti erano

invenzioni di uomini ed istituiti per ragione di Stato, che i miracoli

di Cristo non erano veri ed ognuno potea farne, e Mosè passò il mare

profittando del flusso e riflusso e Lazzaro risuscitò per finzione,

che era una stoltezza adorare il crocifisso, che non c'era purgatorio

nè paradiso nè inferno e le anime tornavano nel nulla, che l'anima

era mortale, che non c'erano i diavoli, che egli volea predicare una

nuova legge migliore di quella de' Cristiani, che il peccato era tale

in quanto così credevasi dagli uomini e non era peccato quello che

commettevasi di nascosto, che gli atti venerei non erano peccati e

la Chiesa avea fatto male a proibirli, che le Sacre Scritture erano

invenzioni degli Apostoli ad oggetto d'introdurre la fede di Cristo,

che era lecito cibarsi di carne in ogni tempo, che egli sapeva fare

miracoli o poteva farli, che la legge de' turchi era migliore di quella

de' Cristiani. Come si vede, egli presentò i fatti emersi dai varii

processi, accogliendoli con tutta la larghezza possibile e così come

erano stati deposti. Naturalmente anche l'Avvocato riprodusse le cose

medesime per conto suo negl'interrogatorii con tutto il formulario

d'uso; nè aggiunse alcuna cosa di proprio per combattere le accuse, ma

invocò la dottrina, bontà e religione de' Signori della Corte, notando

che in simili casi conveniva che essi fossero non solo giudici ma anche

patroni per indagare la verità[187].

Quanto al Pizzoni, gli articoli del fiscale contro di lui furono

solamente 4, volendo provare aver lui detto, creduto ed anche tentato

d'insegnare, che non c'era Dio, che non c'era Trinità, che era vano

astenersi dal mangiar carne, ed in complesso tutte le eresie che si

pretendevano dette dal Campanella, per lo che aveva con costui una

cifra secondo la quale si scrivevano scambievolmente. E l'Avvocato si

attenne alle stesse cose negl'interrogatorii, e per l'articolo in cui

si affermava avere il Pizzoni professate tutte le eresie del Campanella

volle che ogni testimone dicesse: se conosceva che il Pizzoni e il

Campanella fossero familiari tra loro e da quali segni l'avea rilevato,

se aveva mai udito costoro parlare di cose contro la fede e di quali

cose, dove, e quando, e alla presenza di chi, e in modo aperto e chiaro

o piuttosto oscuro, se aveva poi riferito ad altri queste cose, e a

chi, e dove, e quando, e con quale occasione e a quale scopo, se infine

conosceva quali fossero le opinioni del Campanella e che le esponesse

etc. etc. Diede dippiù altri interrogatorii aggiunti, volendo che ogni

testimone dicesse se era stato persuaso da qualche giudice a deporre

contro il Pizzoni, segnatamente perchè il Pizzoni avea deposto contro

di lui, se sapeva che fossero state scambiate lettere tra il Pizzoni e

il Campanella, e cosa esse contenessero e in quale carattere fossero

scritte, se sapeva che il Campanella e fra Dionisio avessero minacciato

il Pizzoni e procurate fedi testimoniali false, se sapeva che il

Pizzoni fosse stato lettore e predicatore di buone dottrine cattoliche

o si fosse mai detto il contrario, se infine esso testimone era stato

mai inquisito, processato e condannato, e da chi, e dove e per quale

causa.

Da ultimo, quanto a fra Dionisio, vi furono per parte del fiscale

17 articoli, volendo provare aver lui detto, creduto ed insegnato

o tentato d'insegnare: che non c'era Dio, che la Trinità era una

chimera... insomma quasi tutte le cose affermate contro il Campanella,

aggiuntovi il fatto osceno in dispregio dell'ostia che sarebbe stato da

esso fra Dionisio perpetrato, e con la conchiusione dopo tanto lusso di

articoli, che aveva tenuto, creduto, insegnato o tentato d'insegnare

tutte e ciascuna delle opinioni eretiche le quali si pretendeva aver

tenute, credute e insegnate il Campanella. È superfluo dire che

l'Avvocato seguì puntualmente il fiscale negl'interrogatorii; ma

bisogna notare che aggiunse un'altra quantità d'interrogatorii divisa

in tre gruppi, l'uno circa la persona del Pizzoni, l'altro circa la

persona del Lauriana, il terzo circa la persona del Soldaniero. E col

1^o volle che fosse il Pizzoni interrogato sopra più fatti: se esso

Pizzoni fosse stato amico o nemico di fra Dionisio ed essendogli nemico

come mai avesse fra Dionisio potuto comunicargli tanto gravi eresie,

se fosse vero l'aver rubato molti scritti e prediche di fra Dionisio

e l'essersene costui lagnato co' superiori, se avesse fatto fuggire

fra Gio. Battista di Polistina quando fra Dionisio cercava di farlo

carcerare per l'omicidio del P.^e Ponzio, se fosse stato mai cacciato

da qualche convento in cui fra Dionisio era Priore, se nel luglio 99

incontratosi con fra Dionisio in Stilo avesse cercato di parlargli e

fra Dionisio vi si fosse rifiutato, se avesse dimorato più a lungo col

Campanella ed avutane maggior conoscenza in paragone di fra Dionisio.

Col 2^o gruppo d'interrogatorii volle che il Lauriana dicesse: se

esso Lauriana avesse cercato di vendere a fra Vincenzo Perugino certi

scritti, che fra Vincenzo non volle comprare avendo conosciuto che

apparteneano a fra Dionisio, se fosse stato mai suddito di fra Dionisio

e da costui pubblicamente gastigato ed espulso dal convento per mala

vita, se nel convento di Pizzoni ci fosse un passaggio per la cella del

Vicario volendo andare alla cucina, se in Pizzoni fra Dionisio fosse

stato prima o contemporaneamente al Campanella. Infine col 3^o gruppo

d'interrogatorii volle che il Soldaniero dicesse: se esso Soldaniero

fosse andato nella camera in cui trovavasi carcerato fra Dionisio per

parlargli, avendogli pure fatto visite, assistenza, spese, e prestato

danaro quando fra Dionisio era infermo, allo scopo di conciliarsi con

lui; inoltre se nelle carceri gli avesse rivelate le deposizioni fatte

contro di lui, e divulgate alcune circostanze deposte nel suo esame.

Evidentemente gl'interrogatorii aggiunti, pel Pizzoni e per fra

Dionisio, venivano da costoro medesimi suggeriti all'Avvocato

con lo scopo di prepararsi il terreno alle difese. E così pel

povero Campanella, che continuava a mostrarsi pazzo, non vi furono

interrogatorii aggiunti, ed invece di essi vi furono le semplici

raccomandazioni a' Signori Giudici.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 10 / 24 题