Il secondo, che ci sembra abbastanza bello, e che comincia co' versi

«Mentre l'albergo mio non vede esangue

e gli spirti poggiar tremanti al cielo»,

offre una maledizione ed anche una preghiera, la quale mostra che

l'autore riteneva del tutto imminente la chiamata agli esami,

«Deh Sig.^r forte, in me volgi tua faccia,

dà authorità più espressa al mio sermone

ond'i ministri di Sathan disfaccia».

Il terzo, che porta veramente il titolo «in lode di spagnuoli», offre

una insinuazione contro lo Sciarava e una protesta di devozione

a Spagna, la quale certamente nessuno vorrà prendere sul serio:

bisognava pure che il poeta si preparasse qualche argomento in suo

favore pel caso di una scoperta delle poesie, massime quando avea

mostrato tanto poco rispetto verso un funzionario importante del

Governo spagnuolo e tuttora deputato ad assistere il Sances durante

il processo. Poniamo inoltre qui il «Sonetto di rinfacciamento a

Musuraca», senza dubbio mal situato tra le poesie del 2^o gruppo, e

sempre capace di eccitare gli amici a rimaner tali anche «a tempo

d'infelice stato»[118]. Con tanto maggior ragione poniamo qui anche il

«Sonetto fatto a tutti carcerati», che del rimanente potrebbe esser

posto anche tra le poche poesie del tempo del processo de' laici[119]:

in esso si dice che era negata, oltre la favella e il commercio,

benanco la difesa, ciò che si spiega col fatto dell'amministrazione

delle torture decretata durante il processo informativo, senza dare

anticipatamente la copia degli atti; e tra' varii istrumenti di

morte è citata pure la sega, ciò che aggiunge qualche cosa anche

alla credibilità dello strano supplizio già destinato a Maurizio in

Calabria. Vi brillano poi i concetti elevati e i consigli virili al

maggior segno; vi si canta

«.... sol la virtù de' vostri petti

l'orgoglio del tyranno affrena e lega»;

vi si esalta il glorioso e bel morire per la libertà, e vi si dice

«Qui dolce libertà l'alma gentile

ritrova, e prova il ver, che senza lei

sarebbe anchor il paradiso vile».

Ma oltre gli eccitamenti in generale, diretti a' frati rimastigli

fedeli, il Campanella diresse anche qualche eccitamento in particolare,

p. es. al Petrolo, che sperava poter ricondurre a fedeltà; così dettò

quel Sonetto che fra Pietro intitolò «in lode di fra Domenico Petrolo»,

e che veramente si deve dire di sollecitazione a ritrattarsi:

«Venuto è 'l tempo homai che si discuopra,

Petrolo mio, l'industriosa fede

che serbasti all'amico, e già si vede

ch'à tutte l'altre questa tua và sopra.

Mortifera, infedel, empia, ingrata opra

far simolasti, ch'a lui vita diede» etc.[120].

Non si sarebbe potuto adoperare modi più insinuanti, facendo ottimo

viso a pessimo gioco; s'intende quindi che il Petrolo ne sia rimasto

convertito, come mostrò con la sua deposizione del 29 gennaio, ma pur

troppo per brevissimo tempo.

Cominciata in sèguito la causa, sostenuto l'esame ed essendo in corso

le confronte, precisamente al cadere del gennaio 1600, il Campanella

rincorato dovè scrivere quel magnifico Sonetto «a sè stesso», che fu

poi pubblicato dall'Adami e che comincia coi noti versi:

«Legato e sciolto, accompagnato e solo

chieto, gridando, il fiero stuol confondo,

folle all'occhio mortal del basso mondo» etc.[121];

le quali ultime parole dinoterebbero il valore dato da' Giudici alle

profezie e presagi, che egli dichiarò averlo guidato a ritenere

imminenti grandi mutazioni. Di poi sofferta la dimora nella fossa del

miglio e quindi la tortura, fatta in questa la sua confessione, non

dovè mantenersi in tanta fiducia, e lo mostrerebbe il Sonetto «alla

Beata Ursula napolitana a cui si raccomanda», inserto nella raccolta

dopo il precedente[122]: tutto il Sonetto esala lo sconforto del

Campanella, che in quel momento sperava soltanto in una protezione

superiore;

«Pregoti per l'honor del sacro manto

di cui spogliato incorsi in gran ruina,

. . . . . . . . . . . . . .

E canterò tornando al mio bel nido

il fin de' miei travagli» etc.

inutili speranze, desolanti ricordi. Ma non dovè tardare a sentire

tanto maggiormente il bisogno di ravvivare la fede ed anche l'affetto

de' suoi compagni, e crederemmo che dapprima gli abbia data una

buona occasione la fermezza di fra Pietro di Stilo nel respingere

le esortazioni di Maurizio a seguire l'esempio suo e a confessare:

così alla 2^a metà di febbraio e 1^a di marzo ci parrebbe potersi

assegnare i due Sonetti «in lode di fra Pietro di Stilo» seguìti da'

tre «in lode del Rev.^{do} P.^e fra Dionisio Pontio»[123]; l'essere

stati posti nella Raccolta in ordine inverso ben può spiegarsi con la

classificazione della relativa importanza data da fra Pietro Ponzio a'

frati compagni del Campanella. Fra Pietro di Stilo, che aveva tanto

poco partecipato alle speranze ed a' maneggi della congiura, soffriva

tanti disagi e maltrattamenti per l'affetto al Campanella, su cui

vegliava assiduamente e senza ritrarsi per qualsivoglia motivo; così

ben si spiega tutto il contesto de' due Sonetti, ne' quali si vede pure

il Campanella tuttora sconfortato:

«Sino all'inferno un cavalier seguìo

l'avventurato amico à grande impresa.

. . . . . . . . . . . . . . .

Frati, amici, parenti, chi mi nega,

chi più ingrato mi trade, e mi maligna (_int. il Pizzoni_)

chi non volendo nel mio mal si piega (_int. il Lauriana_).

Solo il travaglio e la rabbia maligna

titulo in fronte del tuo honor dispiega

Rè della fede chi mai non traligna.

. . . . . . . . . . . . . .

Fedel combattitor, mai non s'estingue

più il nome tuo, poiche serbasti solo

virtù, religion, patria, et amici».

In tal guisa il Campanella, pieno di gratitudine, onorava fra Pietro

Presterà, «Pietro suo», come poi lo disse nell'opera ricomposta Del

Senso delle cose: ma per fra Dionisio il caso era abbastanza diverso.

«Senza dubbio fra Dionisio avea motivo di dolersi del Campanella, che

già prima nella Dichiarazione, ma poi anche peggio nella confessione in

tortura, avea rivelato l'esistenza di un concerto per fare la Calabria

repubblica compromettendo lui; ed avendo sostenuto il polledro con

tanta fermezza, verosimilmente la sua vanità lo conduceva tanto più a

sparlare del Campanella, il quale, fin dal 1^o Sonetto, «senza voce,

afflitto e lento» ne carezza al maggior segno la vanità:

«Cantai l'altrui virtuti, (_int. di Maurizio_), hor me ne pento

Dionigi mio, non havean senno vero» etc.

Umiliato per non essere riuscito, all'opposto di lui, nella prova del

polledro, il Campanella spiega la cosa con una finzione poetica, ma

anche più curialesca, e infine si rivela disposto a soggiacere a tutto:

«In me tanto martìre io non soffersi

ch'in te stava il valor, el senno mio,

e solo al viver tuo fur ben conversi.

S'a te par, io men vado, o frate, a Dio

nè chieggio marmi, nè prose, nè versi,

ma tu vivendo sol viverò anch'io».

Il 2^o Sonetto, che risente troppo del gusto triviale del tempo, torna

sull'argomento e glorifica fra Dionisio perfino con la testimonianza

degli spiriti di Averno; ma vi si fanno notare i seguenti versi,

«Sfogaro mille Spagne e mille Rome,

al tuo martir unite, l'odio interno».

Il 3^o Sonetto loda fra Dionisio per l'altro atto suo, per le

confronte, le quali davvero non si scorge da qual lato potrebbero dirsi

gloriose; e l'innesto, che vi si trova, dell'arme de' Ponzii, del

giuoco degli scacchi e cose simili, apparisce una concessione al gusto

non solo de' tempi ma anche de' Ponzii: nè bastarono i tre Sonetti, e

più tardi ce ne volle ancora un quarto. Ma bisogna per ora aggiungere

che oltre a questi sinora detti vi fu anche il Sonetto «al sig.^r Gio.

Leonardi Avvocato de' poveri», Sonetto tirato addirittura co' denti,

manifestamente obliato tra le poesie del 1^o gruppo e posto di ripiego

tra quelle del 2^o: esso deve riportarsi per lo meno alla fine del

febbraio, poichè allude alle difese che il De Leonardis già scriveva,

ed agli argomenti che preparava quale Avvocato comune a tutti i frati

«Contra l'ombra di morte accesa lampa»[124].

Sicuramente poi nel marzo e prima metà di aprile la mente del

Campanella fu tutta rivolta alla prosa e non alla poesia: basta

ricordarsi de' due colloquii notturni passati tra lui e fra Pietro

Ponzio, il 10 e il 14 aprile. Ma a quest'ultima data appunto fra

Pietro gli annunziava di avere «sparso per tutta Napoli» i Sonetti, il

Campanella annunziava di volerne comporre uno pel Nunzio, fra Pietro

gli chiedeva in grazia di voler comporre prima quelli per lui e per

suo fratello. Attenendoci più che è possibile all'ordine serbato

nella raccolta di fra Pietro, dobbiamo dire che il Campanella siasi

adattato a compiacere il suo amico, ma componendo un solo Sonetto,

in cui abbracciò insieme fra Pietro, il fratello Ferrante, ed anche

l'altro fratello fra Dionisio; di poi compose quello pel Nunzio, o

meglio, come abbiamo già detto altrove, quello pel Papa da doversi

far capitare nelle mani del Nunzio[125]. Il Sonetto «in lode de'

tre fratelli di Pontio» concede loro per attributi nientemeno che

i tre principii metafisici, e li mostra un riflesso della Trinità:

Ferrante rappresenterebbe la potenza, fra Dionisio la sapienza, fra

Pietro l'amore; e ci basti sapere che fra Pietro abbia rappresentato

pel Campanella l'amore o «il buon zelo». Quanto al Sonetto «al

Papa», l'ultimo del gruppo che abbiamo fin qui esaminato, esso può

considerarsi come l'embrione di quelle «appellationi segrete» che il

Campanella intese poi di avere inviate al Papa massimamente con le sue

lettere del 1606-1607: egli si raccomanda come meglio può, e riescono

notevoli sopratutto i seguenti versi:

«Non vedi congiurati a farli guerra

i nemici alla patria Italia bella,

ch'egli al valor anticho rinovella,

dove il zelante suo parlar s'afferra».

Ignoriamo se il Sonetto sia stato trasmesso al Papa: nel Carteggio del

Nunzio non ne troviamo il menomo indizio, e del rimanente, laddove

fosse stato trasmesso, niuno potrebbe meravigliarsi che il ricordo

della patria Italia bella, e del valore antico da rinnovellarvisi,

avesse trovato il cuore SS.^{mo} indifferente o peggio; basta che esso

sia giunto a noi, per farci sempre meglio conoscere ed apprezzare

gl'intendimenti del Campanella.

Passiamo ora a vedere le prose, delle quali il Campanella si occupò

nel tempo suddetto. Ve ne sarebbero a considerare innanzi tutto tre,

la _1^a Delineatio defensionum_, la _2^a Delineatio... Articuli

prophetales_, l'_Appendix ad amicum pro Apologia_: le due prime, che

rappresentano le Difese presso i Giudici, comparvero più tardi, il

3 giugno 1601, durante il processo di eresia per mano di fra Pietro

di Stilo[126]; l'ultima, che rappresenta una difesa presso un amico,

comparve varii anni dopo, con ogni probabilità nel 1607, in coda

agli Articoli profetali ricomposti allora in una forma più larga,

verosimilmente essa pure ricomposta in una forma più larga di quella

della composizione primitiva[127]. Si può affermare con certezza, e ne

vedremo tra poco le ragioni, che appunto in quest'ordine di successione

le dette tre scritture siano state composte, essendone cominciata la

composizione un po' prima della 2^a metà di febbraio. Si ricordi che

agli 11 febbraio era stato già accordato al Campanella «il termine e

la commodità» alle difese, e che allora il Sances volle da lui una

esposizione delle profezie sulle quali fondava le sue credenze di

vicine mutazioni, onde egli dettò al Barrese notaro della causa molti

Articoli profetali (ved. pag. 72 e 73). È naturale ammettere che il

Campanella abbia posto subito mano a scrivere le sue Difese, stimando

indispensabile aggiungervi anche gli Articoli profetali, mentre al

Sances era parso conveniente acquistarne una nozione meno vaga mediante

uno scritto. Ma tutto questo lavoro non potè esser pronto che pel 10

aprile, e il Campanella, giudicando che la causa sarebbe presto finita

male e che bisognava pure aprirsi una via di uscita dall'imminente

processo di eresia, avea dovuto manifestarsi pazzo fin dal 2 aprile:

così le Difese scritte non poterono venir presentate in tempo, ma

il Campanella continuò a lavorarvi di nascosto, senza dubbio nella

speranza fallace che qualora non fosse stata giuridicamente convalidata

la pazzia, esse avrebbero ancora potuto servire. Che il lavoro sia

stato compiuto il 10 aprile, si desume dal colloquio notturno tenuto

a quella data con fra Pietro Ponzio, il quale, avendo domandato al

Campanella se avesse scritto abbastanza in quel giorno, ne ebbe per

risposta «assaissimo, tutto»; l'aver poi il Campanella soggiunto che

avea bisogno di dare l'indomani una pagina scritta a fra Pietro di

Stilo, farebbe credere che in quel giorno medesimo egli avesse composta

pure l'Appendice in forma di lettera, rappresentata da quella pagina

scritta; sicchè la data di essa sarebbe il 10 aprile, ma resti ben

fermato non potersi sostenere che essa sia stata allora scritta ne'

termini precisi ne' quali è pervenuta a noi. Dopo le dette scritture

abbiamo fondata ragione di ammettere che il Campanella si sia occupato

di ricomporre l'opera già composta in Calabria «Della Monarchia di

Spagna», volendosi servire anche di essa per sua difesa, quando si

fosso ripigliata la spedizione della causa rimasta sospesa in que'

giorni; e nella ricomposizione di detta opera ebbe ad impiegare il

tempo immediatamente consecutivo, dal maggio 1600 ad una parte del

1601, mentre era in pieno svolgimento il processo di eresia.

Prima di esporre i particolari della Difesa, vogliamo notare alcune

interessanti singolarità, che colpiscono vedendo in qual modo le Difese

si trovano scritte: ne risulterà provato l'ordine di successione con

cui vennero composte tutte le scritture sopra menzionate, ed anche

chiarita la quistione de' libri, che il Campanella in sèguito affermò

aver voluto presentare in sua discolpa, e in parte aver fatto subito

venire dalla sua patria, ma che il Sances non volle si presentassero

nè si sapessero (ved. pag. 84). Le Difese con gli Articoli, così come

furono trasmesse più tardi a' Giudici dell'eresia, non appariscono

scritte di mano del Campanella, bensì trascritte da due copisti, de'

quali il primo che trascrisse la «1^a Delineatio» è rimasto ignoto, ma

vedremo a suo tempo essere stato procurato da un Vincenzo Ubaldini di

Stilo, l'altro che trascrisse gli Articoli fu certamente fra Pietro

Ponzio, come apparisce dal carattere e come fu chiarito anche presso il

tribunale per l'eresia: costoro ebbero a porre in ordine il contenuto

di tante carte e cartoline staccate avute dal Campanella, il quale

poi lo rivide, lo corresse, vi appose qualche postilla e qualche

aggiunta di mano sua, ciò che merita la nostra attenzione[128]. Fin

dalla prima pagina colpisce il vedere enumerati quali libri suoi,

atti a mostrare la sua affezione al Re e alla Spagna, i Discorsi a'

Principi d'Italia che avea mandati all'Imperatore, il Dialogo contro

i Luterani mandato a Massimiliano ed esistente anche presso Mario

del Tufo, la Tragedia della Regina di Scozia conosciuta in Stilo e

dal Principe della Roccella, e poi anche la Monarchia di Spagna, ma

questa con un'aggiunta posteriore autografa, e con le circostanze

dell'essere stata scritta «ad instantiam praetoris» e del trovarsi

«in suis sarcinulis», naturalmente in Stilo; la cosa medesima si veda

nell'ultima pagina degli Articoli profetali, dove sono enumerati i

libri suoi atti a chiarire le cose enunciate negli Articoli, cioè la

Monarchia de' Cristiani esistente presso il Card.^l S. Giorgio, e il

libro Del Regime della Chiesa esistente in Stilo «in suis sarcinulis»

e poi anche, e sempre con un'aggiunta autografa, la Monarchia di

Spagna, con la circostanza del trovarsi parimente in Stilo. Adunque il

libro della Monarchia di Spagna dovè essere scritto dopo le Difese,

probabilmente in rifazione di un esemplare perduto in Stilo durante

le sue peripezie, ma non potè essere presentato perchè il Campanella

mantenevasi tuttora pazzo, onde v'è ragione di credere che invece

di farlo venire subito da Stilo, lo abbia mandato a Stilo per farlo

trovare in quel posto e giustificare in tutto e per tutto la sua

asserzione; questo per un altro verso si dovrebbe dire egualmente del

libro del Regime della Chiesa, perchè sappiamo che era stato scritto

fin dal tempo della dimora in Padova ed era stato mandato a Mario del

Tufo, e con ogni probabilità, mentre premeva che fosse venuto nelle

mani de' Giudici, non si volle compromettere ulteriormente l'amico e

protettore che ne possedeva un esemplare; deve d'altronde ritenersi

molto naturale che in Calabria la prima composizione della Monarchia

di Spagna si fosse perduta durante le peripezie del Campanella, mentre

sappiamo con certezza che pure l'originale del Regime della Chiesa fu

ivi «rubato da infedeli amici» come si legge nel _Syntagma_. Un'altra

importante aggiunta autografa nella «1^a Delineatio» si legge poco dopo

quella finora esposta e commentata: avendo affermato che dalle profezie

si rileverebbe non aver finto «ad malum tegendum», di seconda mano

aggiunse che ciò si rileverebbe «et ex articulis prophetalibus ab eo

additis» etc.; deve dunque dirsi che gli Articoli siano stati veramente

scritti dopo la «1^a Delineatio», che ad essi quindi si riferiva la

dimanda fatta nel colloquio notturno da fra Pietro Ponzio il quale era

impegnato a ricopiarli, e la data del 10 aprile sarebbe senz'altro la

data in cui il Campanella dovè finirne la composizione. Mettiamo poi

in un fascio tutte le altre aggiunte sparse nella «1^a Delineatio», le

quali recano essere stati i testimoni uniformi nelle profezie e varii

nel rimanente, essere stato Maurizio persuaso a rivelare da un Fiscale

in abito di confrate, essersi ritrattati il Caccia e il Vitale, essersi

una volta ritrattato anche il Pizzoni; tutto ciò mostrerebbe che la

composizione della «1^a Delineatio» dovè cominciare anche prima che

fosse stata consegnata la copia degli Atti processuali, rappresentando

le dette aggiunte, quasi tutte, notizie raccolte dagli Atti; nè osta

che in una si legga «detur copia processus et demonstrabitur», poichè

ve ne sono altre che dicono «ut patet ex processu» e il Campanella

avrebbe voluto non solo gli Atti concernenti la persona sua ma anche

quelli concernenti i suoi compagni, che del resto dovè avere almeno

in frammenti di soppiatto. Può dunque dirsi che egli abbia cominciato

a scrivere questa «1^a Delineatio» non appena sofferto il polledro e

fatta la confessione, quando n'ebbe immediatamente «la comodità», ma

deve anche dirsi che l'abbia compiuta dopo di avere avuto conoscenza

della Difesa scritta dal De Leonardis e della replica del Sances,

poichè vedremo or ora, nell'ultima parte di essa, non solo discusse

con calore le identiche quistioni di dritto, ma anche respinte le

cose che il Sances avea notate su' costumi, sulle passate imputazioni

di eresia, sull'aver dato motivo di far morire molte persone: e gli

Articoli profetali, da non doversi confondere con gli Articoli analoghi

dettati al Barrese dietro richiesta del Sances, e rimasti senza dubbio

nelle mani del Sances, naturalmente doverono essere scritti, nella loro

ultima parte, tra le angustie della dimostrazione di pazzia e tra'

pericoli della rigorosa sorveglianza.

Veniamo a' particolari delle Difese, che ci sembra conveniente esporre

con larghezza e poi commentare un poco, sebbene venute tanto più tardi

in luce, non presentate al tribunale competente e rimaste affatto

perdute pel Campanella. Teniamo per fermo che i lettori vorranno

conoscerle nella loro integrità testuale, ma ciò non ci dispensa

dall'obbligo di farne una minuta esposizione: deve anzi dirsi una

fortuna poter udire subito dopo lo svolgimento del processo la voce

dell'imputato, e poterne trarre una conclusione meno fallace intorno

alla sua colpabilità ottenebrata da tanti interessi diversi.

Nella «1^a Delineatio», appellandosi a' Libri sacri come fonte di

ogni legge, il Campanella comincia dal notare che in essi son detti

colpevoli di lesa Maestà solamente quelli che prendono le armi contro

il Re giusto o per malevolenza o per ambizione, non quelli che perfino

consumarono la ribellione guidati dalla profezia e comunque fossero

cattivi soggetti, adducendo gli esempi di Siba e di Chore da una

parte, e di Jeroboam, di Jehu e di Joiada dall'altra. E soggiunge:

«ma fra Tommaso Campanella, insieme con quelli i quali aderirono a

lui con retta intenzione, non fu mosso a cospirare nè dall'ambizione

nè dalla malevolenza, se pure cospirò, bensì guidato dalla profezia

umana e divina; nè la sua fu una cospirazione contro il Re, ma una

certa cautela contro le incursioni de' barbari e un'ammonizione a'

conterranei perchè si mantenessero incolumi ne' monti, se per fatalità

avvenisse quanto si prediceva, laonde egli non è ribelle nè degno di

morte». Passa quindi a dimostrare che non lo fece per ambizione di

Regno, perchè era impossibile a lui poveretto distrarre il Regno o la

provincia dal dominio di un Re tanto forte, e bisognava esser matto per

ingannarsi fino a questo punto; e dice che per natura e per fortuna

egli era impotente a tali desiderii, e rassegna i suoi precedenti, e

nota le sue carcerazioni e malattie anteriori, il ritorno in patria

per salute a consiglio de' medici Tancredi, Politi e Carnevale, i suoi

studii alieni dalle armi, le sue predicazioni per indurre il popolo

a fabbricare una Chiesa di cui il convento difettava ed egli scavò

i fondamenti; e nota il libro _Sulla predestinazione_ che scriveva

contro Molina per S. Tommaso, e la _Tragedia della Regina di Scozia_

contro gli Anglicani in favore del Re, la sua vita di studioso e

religioso, la sua opera di pacificatore, e perfino la sua timidità

provata nel tormento, citando come testimoni fra Pietro di Stilo, il

Petrolo, tutti i suoi compagni di dimora, e conchiudendo che «dissero

cosa mostruosa coloro i quali gli attribuirono la cupidigia di

Monarchia». Dimostra poi che non cospirò per malevolenza verso il Re

e il suo dominio, perchè aveva sempre ottenuto favore dagli spagnuoli

ed austriaci, come dal Reggente Marthos (Reggente di Cancelleria in

Napoli) e dall'Ambasciatore di Roma (il Duca di Sessa), e parimente

dall'Arciduca Massimiliano e dall'Imperatore, i quali scrissero a

Roma in favore di lui e di Gio. Battista Clario carcerati; onde per

gratitudine egli compose il _Trattato_ in cui sosteneva che l'Italia

per suo bene dovea desiderare il dominio del Re di Spagna, Trattato

che mandò all'Imperatore mediante Gio. Battista Clario, ed egualmente

il _Dialogo_ contro gli Stati del settentrione calvinisti e luterani,

che mandò a Massimiliano e che trovavasi in copia presso D. Mario del

Tufo, come pure l'anzidetta Tragedia, nota a Stilo ed al Principe della

Roccella, ed il libro della Monarchia di Spagna, scritto ad istanza

del pretore (Governatore de Roxas?) e colmo di lodi per gli spagnuoli,

che trovavasi nelle sue poche masserizie. Nota infine la sua amicizia

col pretore spagnuolo e co' Presidi della Provincia (gli Auditori?),

l'essere stato sempre invitato dal governatore a predicare, e l'aver

detto nelle sue prediche tante cose in favore del Re: che Dio avea

dato la Monarchia agli spagnuoli perchè aveano combattuto 700 anni

contro i mori nemici della fede, mentre gli altri Principi cristiani

si combattevano tra loro; che il Re avrebbe distrutto i turchi quando

costoro si sarebbero divisi giusta la predizione di Arquato astrologo;

che se nel Regno esisteva qualche durezza, essa dovevasi ai difetti del

popolo e de' ministri, non già del Re; che nella prossima mutazione del

mondo il Re Filippo avrebbe rappresentata la parte di Ciro, secondo

i detti di Esdra e di Isaia, poichè dovea liberare la Chiesa dalla

Babilonia de' turchi e degli eretici, edificare Gerusalemme, cioè

Roma, e stabilire il vero sacrificio dovunque nel mondo, girando il

suo imperio col sole, ogni ora facendo giorno in qualche parte del

Regno suo e celebrandosi continuamente la Messa in siffatto giro, la

quale sentenza era invalsa tanto, che Fulvio Vua sindaco di Stilo

l'avea riprodotta nel recitare il prologo di una rappresentazione

della Passione di Cristo, citando il Campanella fra' battimani

generali. Così egli era stato sempre pel Re ed avea procurato che gli

altri lo fossero, ne conservava l'immagine ed amava coloro che le

facevano onore, come erano in grado di attestare fra Pietro di Stilo,

il Petrolo, fra Scipione Politi, tutti gli Stilesi; nè poteva dirsi

che egli si fosse infinto, mentre avrebbe agito contro sè medesimo,

perocchè se voleva tra due mesi distruggere il dominio del Re, come

mai così accanitamente l'edificava? e come mai il Popolo poteva

credergli in tanta contraddizione? conchiudendo: «l'edificazione è

attestata da molti e probi uomini, la distruzione segreta da pochi e

scellerati, a chi crederete voi o giusti giudici?». Escluso quindi il

movente dell'ambizione e della malevolenza contro la Maestà, rimaneva

il movente della profezia, e non già contro ma a tutela della Maestà.

E qui egli si fa a citare tutte le previsioni, tutt'i prodigi, tutte

le profezie ad una ad una (sono state già accennate troppe volte

e possiamo dispensarcene), aggiungendo di avere interpretate le

imminenti mutazioni a favore del Re e della Chiesa, col servirsi delle

affermazioni de' Profeti e de' Santi, col sostenere che prima della

fine del mondo doveva esservi «un solo ovile ed un solo pastore in una

sola Repubblica cristiana, a capo della quale il Pontefice Romano», che

«il Re avrebbe adunato i Regni e il Papa li avrebbe accolti nel suo

ovile con maggior potestà». E dice che i frati di S. Domenico doveano

preparare tale repubblica, e con autorità sacre e profane dimostra

la futura repubblica, preludio della celeste, desiderio degli uomini

pii e de' Profeti, de' Poeti e de' Filosofi, da verificarsi con la

fusione di tutti i principati in un Regno Sacerdotale ammesso anche da

Platone; e nota che riusciva esaltato il Re Filippo, posto da Dio per

soggiogare tutte le genti e i Regni, onde il senso della repubblica

predetta «era utile al Re prima che al Papa». Aggiunge non poter essere

condannato nemmeno quando le mutazioni predette non si avverassero,

poichè egli seguiva i Padri e i Santi, che pure errarono; egli non

era Profeta ma seguiva i Profeti, e d'altronde nota che chi scorge i

segni è tenuto a mostrarli, citando in ciò l'esempio di Geremia e il

precetto di S. Pietro. Prevede intanto un argomento del Fisco, l'avere

cioè lui detto che bisognava «fare la repubblica con l'eloquenza e

con le armi ne' monti»: e risponde che spettava a' Domenicani il

prepararla, e lo dimostra con molte autorità, aggiungendo che pure a'

filosofi spetta trattare della repubblica, ed egli, filosofo cristiano,

come S. Tommaso, Egidio ed altri, ne trattò scrivendo il libro della

Monarchia universale dei Cristiani che trovavasi presso il Card.^l

S. Giorgio, ed in Stilo scriveva un libro sulla maniera di formare

quella Monarchia secondochè avea promesso nel libro anteriore; donde

bellamente provavasi «che egli non avea voluto preparare la repubblica

per sè stesso, ma preparare pel Papa e pel Re un seminario di uomini

grandi nelle lettere e nelle armi, acciò potessero essere inviati dal

Re e dal Papa pe' negozii di pace e di guerra, e mostrare il preludio

della repubblica grande universale» etc. Prevede ancora un'obiezione,

cioè, chi gli avea data una missione simile? E risponde che avea «avuto

nell'animo un istinto divino appoggiato da segni e da profezie», che

Dio gli avea dato de' segni, ed egli avea considerato a proposito

servirsi del cattivo evento in bene, e così «ciò che disse non fu

un tentativo di ribellione ma una cautela contro il male imminente,

perocchè non avrebbe fatta la republica se non si fosse avverata

la mutazione; secondochè provasi dalla confessione sua»; e come i

Veneti non furono ribelli, quando per mettersi al sicuro da' barbari

occuparono gli scogli e il mare Adriatico e fecero la repubblica, così

essi pure non lo sarebbero stati nell'occupare i monti se la mutazione

si fosse avverata.

Continuando, passa a ribattere le testimonianze raccolte contro

di lui. I testimoni aveano deposto «che egli voleva ribellarsi

appoggiato agli aiuti de' turchi, de' banditi e de' predicatori»: ma

non lo convincevano intorno a ciò, sia perchè egli non poteva ambire

l'impossibile ed era amico degli spagnuoli, come avea già provato, sia

perchè que' testimoni o parlavano per detto altrui, o erano complici ed

uomini scelleratissimi, ed anche aveano fatte confessioni estorte per

forza e per inimicizie. Tutti aveano detto che egli metteva innanzi le

mutazioni, laonde non vi era intenzione di ribellarsi ma di difendersi

da' nemici del Re e del Papa; quanto essi aveano aggiunto proveniva o

da cattiva intelligenza, o da inimicizia, o da malvagità, e nelle cose

aggiunte a lui sfavorevoli erano «varii», e nella cosa principale a

lui favorevole, cioè la profezia, erano uniformi, onde risultavano a

discarico più che a carico. D'altronde la profezia di una mutazione

è sempre apparsa così vicina alla ribellione medesima, che tutti i

Profeti, come Michea, Geremia, Amos e del pari gli Apostoli e Cristo

Signor nostro, furono incolpati di tale delitto; qual meraviglia che

lo sia stato lui poveretto? Ma egli non si appoggiò mai all'aiuto

de' turchi; nessuno lo disse se non per detto altrui, e lo stesso

Maurizio che parlò co' turchi non disse che vi era stato mandato da

fra Tommaso, ma che vi era andato spontaneamente; e ciò quantunque

gli fosse nemico. Gli era nemico, perchè dubitò che esso fra Tommaso,

il quale lo rimproverò pel salvacondotto stabilito co' turchi, lo

rivelasse; inoltre perchè esso fra Tommaso, mediante una domestica,

avvertì Giulio Contestabile che Maurizio si era nascosto nella piazza

di Stilo per ucciderlo, e questo non succedendogli, nello stesso giorno

Maurizio si portò a S. Maria di Titi per uccidere fra Tommaso e lo

perseguitò per 7 miglia. E però Maurizio risultava degno di fede quando

negava di essere stato mandato presso i turchi da lui, non già quando

deponeva contro di lui per inimicizia; poichè era testimone unico,

nemico, e facinoroso, che aveva ucciso più persone e volle vendicarsi

di ciò che esso fra Tommaso avea deposto in iscritto contro di lui in

Castelvetere, come rilevavasi dal processo. Allorchè esso fra Tommaso

lasciò Davoli e Maurizio, trovandosi insieme con fra Domenico, veduti

in mare i turchi li sfuggì, malgrado avesse visto il salvacondotto dato

da essi a Maurizio; e però non avea confidenza ne' turchi, sebbene

avesse detto doversi essi dividere sotto due Re secondo la profezia

di Arquato astrologo, ed uno di costoro dover venire alla fede ed

alla repubblica; ma Maurizio faceva queste cose perchè fosse temuto

ed avesse danaro dagli amici, servendosi male de' detti di esso fra

Tommaso, al pari degli scellerati ed eretici i quali abusano anche dei

detti degli Apostoli. E poi Maurizio ridotto agli estremi ebbe speranza

di salvarsi, deponendogli contro; giacchè glie lo persuase un certo

fiscale in abito di confratello, promettendogli la vita sotto la parola

Regia, come in sèguito udì dalla bocca di lui esso fra Tommaso, e vi

erano per testimoni sacerdoti e persone dabbene che l'affermavano. «Nè

esso fra Tommaso volle servirsi de' banditi come nemici del Re, ma

come uomini armati, volgendoli al bene: perocchè propose di servirsi

anche di uomini probi non banditi, come rilevasi dal processo. A'

Principi amici poi egli dichiara non aver rivelato nulla, non perchè

fosse cosa cattiva, ma perchè agli uomini felici ogni presagio di

mutazione rincresce». Quanto a Claudio Crispo, costui rivelò per

orribili tormenti non scritti in processo; ed era bandito, omicida e

nemico di esso fra Tommaso, il quale non avea voluto trattarne il

matrimonio ed avea detto al Pizzoni che avvertisse il Signore del luogo

che Claudio voleva ammazzarlo, onde si rifiutò di recarsi a Davoli

quando egli ve lo chiamò per mezzo del Petrolo; adunque non meritava

fede. Quanto al Caccia, al pari del Pisano, era stato esaminato in

foro non ecclesiastico, ed era bandito ed omicida, nemico egualmente

di esso fra Tommaso, il quale ricettò nella sua cella Marcantonio

Contestabile quando egli voleva ucciderlo per averne avuto un colpo di

archibugio; ed avea detto di aver parlato con fra Tommaso nel giugno,

mentre aveagli parlato nella settimana santa, e poi sul punto di morte

si era ritrattato. Quanto al Pisano e a Gio. Battista Vitale, oltrechè

erano scelleratissimi, non aveano mai parlato con fra Tommaso; e nel

carcere di Castelvetere non si parlò di quello che disse il Pisano,

come lo provavano la sconvenienza della cosa e le testimonianze del

Bitonto e di fra Dionisio; il Vitale poi sul punto di morte si era

ritrattato. Quanto al Pizzoni, esso era scandaloso, scellerato ed

infame (e qui nota ad una ad una tutte le colpe di lui minutissimamente

ed anche ingenerosamente, con un odio manifesto); avea promesso di

ritrattarsi nelle cartoline scritte entro il Breviario, e si era una

volta ritrattato, e poi era tornato alle prime dichiarazioni, onde

dovea dirsi bilingue, detestato da Dio nell'ecclesiastico, e qual fede

potea fare? Il Lauriana era falsario, come lo provavano le sue lettere

mandate a fra Dionisio ed a' fratelli Ponzii, e varie altre circostanze

rilevate nel processo; era infame, come lo provava la sua vita

anteriore; ed esso fra Tommaso nella sua confessione non lo nominò,

poichè essendo infame non aveagli mai parlato, ed anzi si rifiutò di

farlo accogliere nel convento di Stilo, onde gli divenne nemico. Fra

Domenico Petrolo poi nemmeno meritava fede, perchè si lasciò persuadere

dal Lauriana mentre era nella medesima fossa, nella quale scrisse

esservi stato posto perchè dicesse il falso; inoltre in Lombardia aveva

avuto penitenze come manesco.

Dopo di aver combattuto i testimoni, il Campanella combatte i primi

giudici, accenna all'imputazione di eresia, discute le quistioni di

dritto, e formola la sua conclusione. Fra Marco di Marcianise era

vecchio nemico di fra Dionisio per le controversie de' frati Riformati.

Fra Cornelio lombardo era egualmente nemico di fra Dionisio per molte

cause fratesche, e poi avea preso danaro; 100 ducati da Mesuraca per

fare un processo capitale, 50 ducati da' parenti di Cesare Pisano per

favorirlo, 100 ducati da fra Vincenzo Rodino e fra Alessandro di S.

Giorgio per liberarli dalla carcere. Lo Sciarava, giudice nell'altro

foro, era stato giudice e parte, avea magnificata la causa della

ribellione per magnificare sè medesimo presso il Re, trovavasi da due

anni scomunicato dal Vescovo di Mileto patrono di esso fra Tommaso;

avea preteso la ribellione essere fomentata da Prelati e da Principi,

ed aveva amministrati tali e tanti tormenti da far dire ad ognuno più

di quanto sapesse, mentre anche i calabresi, per natura loro, credono

di esonerarsi col dire più di quanto sanno non solo contro i nemici

ma anche contro gli amici. E poi soggiunge: «Non deve pregiudicare

ciò che falsi testimoni affermano, l'aver lui voluto fondare eresia,

poichè questo deve discutersi non già ritenersi in anticipazione, nè

egli ne fu mai confesso o convinto, benchè ne sia stato veementemente

sospetto; e la sospizione si è verificata anche in persona di Profeti

e di Santi, che trovansi condannati come eretici e seduttori. Nè in

Calabria è possibile fondare eresia senza le forze de' Principi,

siccome egli disputò nel libro della Monarchia, e se avesse avuta

questa intenzione sarebbe andato in Germania o a Costantinopoli. Così

mostransi riprensibili le parole sue mal comprese, non già la sua

vita e i suoi costumi, circa i quali egli chiede di essere inquisito

benchè si trovi diffamato. E i suoi travagli passati non lo rendono

cattivo, ma forse piuttosto timido, giacchè la cattiva azione fa l'uomo

cattivo.... Oramai si è fatto palese che i pensieri di fra Tommaso

erano rivolti all'unione de' Cristiani». Soggiunge ancora: le pruove

testimoniali dicono tutto al più aver lui voluto ribellare solamente di

seconda intenzione, cioè nel caso in cui fossero avvenute mutazioni.

Ma bisogna distinguere il reato commesso e il reato semplicemente

voluto, e quello contro la persona del Re e quello contro il Regno.

Chi l'abbia commesso merita la morte e non può darglisi di più; chi

l'abbia solamente voluto merita qualche cosa di meno; chi l'abbia

voluto di seconda intenzione merita anche meno di chi l'abbia voluto

di prima intenzione; e chi non è suddito merita meno del suddito, e il

frate meno del clerico secolare, poichè la Religione Domenicana dipende

immediatamente dal Papa; chi poi dice bene del Re merita anche meno.

Inoltre non ci fu mai un concerto, ma ci furono colloquii accidentali.

Così nella casa di Gio. Jacopo Sabinis esso fra Tommaso andò a far la

pace tra' Contestabili e Carnevali; erano presenti Maurizio e Gio.

Gregorio Prestinace suo compare venuti per la pacificazione, e cadde

il discorso sulle mutazioni, ma nessuno intervenne per la ribellione,

che nessuno di loro avea mai ideata. A Pizzoni esso fra Tommaso andò

sollecitato tre volte da fra Gio. Battista, e comunque vi fossero

altre persone, il colloquio si tenne solamente tra lui, fra Gio.

Battista e Claudio Crispo: non erano presenti fra Dionisio e gli altri,

e però non ci fu concerto; esso fra Tommaso parlò al Crispo dietro

istanza di fra Gio. Battista per trattenerlo nella difesa di lui, non

già per la ribellione, e andò pure a vedere una fabbrica di carta,

ed aveva compagni perchè la strada non era sicura. A Davoli neanche

vi fu concerto, poichè il Rania e Maurizio non furono presenti al

colloquio che esso fra Tommaso ebbe con Gio. Paolo di Cordova e Gio.

Tommaso di Franza, «onde riesce chiaro non esservi stato da parte di

fra Tommaso fermo consiglio, se fatalmente le mutazioni non avessero

fornita l'occasione». Egli non merita pena, avendo solo razionalmente

dubitato pe' segni o per le profezie; nè è responsabile dell'essere

molti morti per questa causa, poichè tutti erano omicidi, e Dio

permise che morissero per avere abusato de' detti di fra Tommaso e per

gli altri loro peccati. Anche le predicazioni degli Apostoli e de'

Profeti eccitarono molti rumori, ma la predicazione di fra Tommaso

fu a vantaggio della repubblica sì del Re che del Papa. I socii di

Catilina convinti e confessi di congiura per mettere a fuoco la patria

e distruggere il Senato, avendo giurato col bere sangue misto con

vino, perchè non giunsero a consumare la loro scelleraggine, trovarono

una parte di Senatori che con Cesare disse non doversi dare loro

la morte: e non troverà misericordia presso cristiani fra Tommaso,

che non commise scelleraggine, non si ricinse di armi, non mosse a

sedizione,... nè è suddito, nè Principe o potente da cui possa temersi

qualche cosa? I Dottori dicono, che è in facoltà del giudice consegnare

o no un clerico alla Curia secolare, vista la condizione della persona:

la condizione deve intendersi relativamente all'atto in quistione non

già relativamente ad ogni altra cosa, e qui c'è difetto di condizione

spettante alla sostanza dell'atto, poichè essendo fra Tommaso inabile

a ribellare e per natura, e per fortuna, e per professione, non deve

credersi che abbia cercato di ribellare, anche quando fosse un cattivo

soggetto. Oltracciò il Papa nel suo Breve dice che si consegnino alla

Curia secolare coloro i quali sono legittimamente convinti, e fra

Tommaso non è convinto, sia perchè manca il corpo del delitto, sia

perchè i testimoni sono complici, nemici e scellerati, ed anche varii

intorno alla cosa, al modo, al luogo e al tempo. E la convinzione deve

intendersi nel senso del reato commesso, non già soltanto voluto, e

se la convinzione manca, la condanna deve pronunziarsi secondo il

dritto canonico, non secondo il dritto civile: nè la ragione politica

lo consiglia, poichè è odioso lo spargere il sangue di un sacerdote,

massime pel motivo di profezia; e il popolo lo loderebbe quando

avvenisse qualche sciagura. Tutti i testimoni ne' tormenti negano di

essersi accordati con fra Tommaso intorno alla repubblica; adunque

fra Tommaso fu solo a volerla, ciò che è impossibile, e così essi

lo assolvono, e «mostrano fra Tommaso aver detto questo nella sua

confessione pel minor male, sotto l'impressione del tormento, macerato

dal carcere, dalla fossa e dall'inedia».

Ed ecco la conclusione: «Meglio è che sia messo in custodia fino al

tempo della predizione sua, sì che il popolo ne vegga la falsità,

ovvero si penta acciò non accadano i mali quando siano veri; come

avvisava Geremia... Che se avvenga danno al Regno, egli si offre di

risarcirlo al doppio; poichè della morte sua il Regno non rimane

edificato ma scandalizzato, laddove si verifichi qualche sciagura,

come apparisce dalla perdita delle navi sofferta[129]. La morte è una

cautela di mali futuri, non già de' passati: a ciò meglio provvede

il carcere in materia di predizioni e novità». E ripigliando le sue

considerazioni sul processo aggiunge di non dover morire, perchè non è

ribelle nè di 1^a nè di 2^a intenzione, perchè non è convinto, perchè

seguendo il fato predisse e desiderò preparare un bene da un male; e

le inimicizie, tra tutti quelli che volevano ciò, mostrano non esservi

stato tra loro alcun proposito di ribellare, poichè la cospirazione

esige l'unione degli animi e molta confidenza, e tra loro non ve ne

fu; vi fu abuso delle predizioni da parte di taluno. La ribellione non

venne dimostrata con qualche atto, ma solo concepita nell'intenzione;

null'altro il fisco può provare dal processo, ma non si può provarlo

nemmeno dalle parole di fra Tommaso agli altri, poichè egli poteva

altro dire ed altro intendere; ma dalle parole sue nel tormento non

si prova l'intenzione di ribellare, bensì il contrario, e però contro

di lui non c'è nulla. Finisce chiedendo i suoi libri e la facoltà di

essere esaminato, e dimostrando che non si deve seguire il Palermitano,

il quale dice che nel caso di delitto di ribellione il clerico ha da

essere consegnato alla Curia secolare, poichè le teoriche di costui non

sono soltanto erronee ma perfino eretiche[130].

La «2^a Delineatio» è rappresentata dagli Articoli profetali. Sono

15 articoli ne' quali il Campanella mostra la necessità di occuparsi

de' segni e delle profezie, espone e giustifica quanto avea raccolto

in tale materia, ed infine ricorda anche i segni speciali visti

in Calabria, onde era stato condotto a determinare l'inizio delle

imminenti mutazioni nel 1600 e nel primo settenario del nuovo secolo.

Andremmo troppo in lungo nel volerne dar conto; e trattandosi di cose

le quali riescono a chiarire il punto di partenza della sua azione, ma

non propriamente la sua azione ne' fatti della congiura, crediamo bene

potercene dispensare. Egli li scrisse in aggiunta alla sua 1^a Difesa,

per dimostrare «che non si era infinto allo scopo di covrire un male»,

come appunto ivi dichiarò; non rappresentavano quindi propriamente una

difesa, ma un allegato della difesa, e questo si rileva anche dalla

loro intestazione. Il Campanella si proponeva di svolgerli innanzi

a' Giudici coll'aiuto del libro sulla Monarchia de' Cristiani e del

libro sul Regime della Chiesa, l'uno in potere del Card.^l S. Giorgio,

l'altro lasciato in Stilo; e chiedeva questi libri, e si protestava

della nullità degli atti se i libri non fossero dati, come si legge

appunto nella fine degli articoli.

Dobbiamo ora fare qualche commento su queste Difese, e segnatamente

sulla 1^a di esse. Lasciando da parte la forma, notiamo che varii

tentennamenti appariscono ne' concetti medesimi esposti dal

Campanella, ed in ultima analisi non è assolutamente negato il fatto

di un disegno partecipato con sollecitazioni a diversi aderenti,

banditi e non banditi, di un concerto per far la repubblica nei

monti, avvalendosi di mutazioni in vista ed aiutandosi con le armi e

le prediche; ma questo fatto è semplicemente attenuato e fornito di

spiegazioni, il cui valore doveva senza dubbio riuscire quistionabile

assai nella mente de' Giudici. D'altronde non si vede efficacemente

combattuto il cumulo di testimonianze raccolte contro di lui, ma

anch'esso appena attenuato e fornito di spiegazioni non sempre felici;

sicchè non è pienamente negata la reità, ma solo rimpiccolita al

punto da respingere per essa la pena di morte ed ammettere la pena

del carcere indefinito. Mentre si propone di sostenere che non abbia

cospirato, comincia col dimostrare che «non fu mosso a cospirare nè

dall'ambizione nè dalla malevolenza, ma guidato dalla profezia»;

intende di provare non esservi stato concerto, e frattanto parla

di «coloro i quali aderirono a lui con retta intenzione», e spiega

che «volle servirsi de' banditi non come nemici del Re, ma come

uomini armati convertendoli al bene, e propose di servirsi anche di

uomini probi non banditi»; ed è superfluo insistere sul buio fitto

della natura delle mutazioni, della condizione della repubblica da

fondarsi, del Regno sacerdotale unico «utile al Re prima che al Papa»,

dell'essersi mosso a preparare la repubblica «per istinto divino e

perchè spettava a' Domenicani il prepararla», e parimente degli scopi

singolari affibbiati a tale repubblica. Non riesce poi certamente

a combattere i testimoni dicendoli «complici e scelleratissimi»,

giacchè l'esistenza del reato veniva con ciò tristamente ribadita, e

per la giurisprudenza del tempo nel reato di Maestà anche i complici

valevano a convincere; nè riesce esatto dicendo che «tutti ne'

tormenti aveano negato di essersi accordati con fra Tommaso intorno

alla repubblica» e però fra Tommaso sarebbe stato il solo a volerla,

mentre invece taluni erano risultati confessi di avervi direttamente

o indirettamente aderito. E guardando alle obiezioni avverso ciascun

testimone, debolissime riescono p. es. quelle fatte al Petrolo, e

quanto al Pizzoni, niente di serio prova l'enumerazione delle sue

scelleraggini ed infamie passate, le quali non aveano mai impedito

che fosse corsa tra lui e il Campanella una grande intimità; nè prova

molto la ritrattazione da lui fatta ma non mantenuta, e l'essere stato

bilingue prova tutt'al più che gli avea mancato di fede, denunziandolo

in un reato nel quale erano complici, ma non che il reato era stato da

lui inventato. Quanto al Caccìa ed al Crispo, non riescono facilmente

ammissibili le spiegazioni date per mostrare la loro inimicizia

verso di lui, mentre egli si era mantenuto in istretta relazione con

loro, e massime con l'ultimo avea tenuto una corrispondenza scritta,

assai compromettente e caduta nelle mani del fisco; quanto al Pisano

ed al Vitale, è vero che costoro non aveano mai parlato con lui,

ma aveano pur troppo parlato co' due suoi più attivi compagni, fra

Dionisio e Maurizio, l'uno lasciato dal Campanella assolutamente

nell'ombra, l'altro posto sotto una luce orribile; d'altronde, circa

le ritrattazioni avvenute per taluni di costoro in punto di morte,

esse a quel tempo nemmeno godevano molto credito, sapendosi che erano

troppo spesso dovute alle istanze de' superstiti, e alla credenza

che fosse opera cristiana e meritoria l'aiutarli. Quanto a Maurizio,

l'inimicizia di costui non riesce concepibile, mentre in tanti tormenti

sofferti non aveva mai nominato il Campanella, e le storie postume

di tale inimicizia, come il movente delle ultime rivelazioni da lui

fatte, appariscono asserzioni inventate pe' bisogni della causa: sul

fatto medesimo dell'avere Maurizio deposto che il Campanella non

avea voluto il soccorso de' turchi, fatto ripetuto costantemente

dal Campanella, c'era un po' di equivoco, giacchè Maurizio avea con

lealtà deposto di essere spontaneamente andato presso i turchi, non

già che il Campanella fosse propriamente contrario alla dimanda di

questo soccorso, mentre invece egli appunto ne avea fatto sorgere il

pensiero. Ma del resto lasciando anche da parte tutte le testimonianze

di questi «complici e scelleratissimi», c'era la testimonianza dello

stesso Campanella, la Dichiarazione scritta in Castelvetere, suggellata

dalla confessione orale in tortura; e il Campanella nella sua Difesa

accenna appena a questa confessione, la quale era sempre della più

alta importanza, giacchè, pur quando avesse potuto dimostrare di non

essere stato convinto, gli rimaneva ancora a dimostrare di non essere

stato confesso; egli si limita a dire, col solito tentennamento, una

volta che «dalla sua confessione si provava solo che non avrebbe fatta

la repubblica se non quando fosse avvenuta mutazione», ed un'altra

volta che «dalle sue parole nel tormento non si provava l'intenzione

di ribellare, bensì il contrario», laonde questo lato importantissimo

della difesa apparisce deficiente. Infine torna anche inutile per

lui ricordare che i primi Giudici erano nemici e venali, quando le

imputazioni risultavano confermate innanzi a' successivi; inutile far

notare che lo Sciarava si era servito di tormenti gravissimi, quando la

giurisprudenza concedeva di potersene servire nel caso di lesa Maestà;

inutile distinguere il reato commesso e il reato semplicemente voluto

quando la giurisprudenza nel caso di lesa Maestà assegnava la pena

medesima all'uno ed all'altro; inutile discutere le condizioni in cui

si poteva consegnare il Clerico alla Curia secolare, quando il Breve

Papale aveva conceduto che le si consegnassero quelli «legittimamente

convinti o confessi». In conclusione le Difese del Campanella non

avrebbero potuto distruggere l'imputazione fattagli, perchè la sua

causa disgraziatamente era insostenibile con efficacia. Gli Articoli

profetali da lui scritti, senza contare quello serbato in petto

concernente la Monarchia a lui profetizzata dall'astrologo, valevano

bene a dimostrare che egli penetrato di certi principii superiori

aveva agito in conseguenza di essi: ma non era stata per anco fatta

a que' tempi la grandiosa scoperta della _forza irresistibile_, e

l'opera sua, comunque ricinta di certe condizioni, non era e non

poteva essere che una congiura, un disegno di ribellione, e i Giudici

non avrebbero potuto profferire altra sentenza che quella di consegna

alla Curia secolare. Egli medesimo si contentava allora di ciò che lo

rese scontento in sèguito, quando il caso glie lo fece ottenere, di

esser messo in custodia fino all'avveramento della predizione sua; e

si sa che il tempo ne era definito sino ad un certo punto, lasciando

un margine più che largo, come rilevasi chiaramente dalla stessa

edizione posteriore de' suoi Articoli profetali. Dopo tutto ciò può

ognuno formarsi un criterio intorno alla colpabilità del Campanella nel

delitto appostogli; a noi essa apparisce manifesta.

Ci rimane a parlare dell'Appendice o Lettera «ad amicum pro Apologia»,

scritta, come abbiamo veduto, subito dopo le Difese. Quale oggi la

possediamo, essa trovasi in coda a ciascuna delle tre copie ms. degli

Articuli prophetales, ultima ricomposizione, che si conservano in

Roma nella Casanatense, in Napoli ed anche in Madrid nelle rispettive

biblioteche nazionali. Il Berti fu il primo a scovrirla nella

Casanatense, e nel 1878 ne diè un sunto molto preciso, giudicandola

documento valevolissimo a smentire l'esistenza della congiura. Noi

la diamo per esteso, nella lezione della Casanatense e in quella

di Napoli, giacchè ognuna di esse è molto scorretta e può l'una

correggersi con l'altra, raccomandando a' lettori di percorrerla

nella sua integrità: essi la giudicheranno probabilmente, come noi

la giudichiamo, un documento apologetico, al pari delle lettere del

1606-1607 e della Narrazione che il Campanella scrisse tanto più tardi,

per giustificarsi alla meglio e in tutti i modi, i quali d'altronde

non escono dall'ordine de' modi da lui adottati e ripetuti sempre;

nè sfuggirà certamente la concordanza de' concetti in essa svolti

con quelli svolti nella Difesa. Diciamo d'un tratto che la Lettera

apparisce scritta ad un compagno di carcere similmente frate, con ogni

probabilità a fra Dionisio, durante la causa della congiura, dietro il

risentimento di costui perchè le mutazioni previste non erano succedute

o erano succedute a rovescio, ed anche perchè avea confessato di voler

predicare la repubblica. Ma eccone una rassegna particolareggiata. Il

Campanella vi ricorda aver detto che dall'anno 1600 in poi sarebbero

succedute grandi novità, ed afferma che sul negozio di Calabria l'amico

dovea sdegnarsi non già contro di lui ma contro sè stesso, che avea

parlato di ciò che meno comprendeva. Che egli vide una cometa marziale

la quale correva dall'oriente all'occidente, ed argomentò che sarebbe

venuta gente estranea contro i Reggitori della Provincia, ma non potè

vedere che razza di gente si fosse, e vennero i Capitani Regii e

desolarono il paese (infatti venne Carlo Spinelli avverso a De Roxas

Preside della Provincia, ma di questo pronostico sbagliato da cima a

fondo avrebbero potuto forse rimanere capacitati i Giudici, non mai

l'amico suo). Ed estendendosi ne' prodigi apparsi «che poteano muovere

ogni savio a parlare», dice che nelle sue predizioni non tocca questo

Regno più che lo stesso mondo, di cui preconizza la fine (veramente

nella Dichiarazione avea ammesso di aver predetto le mutazioni pel

Regno di Napoli), ed annunzia la fine del mondo e la Santa repubblica

aspettata da' profeti, da' filosofi e dalle genti; e dice che l'amico

non può far difese se egli non parli ai Giudici, la qual cosa non si

permette (ma pure fino ad un certo punto ne aveva parlato a' Giudici

ed anche dettato uno scritto per uso del Sances). Predice all'amico

che la congiunzione magna gli sarà fatale e non potrà sfuggire agli

spagnuoli, che gli sovrasta la morte ne' 38 anni di età, come a sè

stesso sovrasta ne' 43, e quindi gli raccomanda di trovar mezzi perchè

la causa sia finita prima di tre anni (donde si dovrebbe inferire che

la lettera fosse stata scritta dopo la sospensiva prodottasi nella

spedizione della causa, vale a dire dopo il 12 aprile, ma bisogna

sempre tener presente che si ha sott'occhio un esemplare della lettera

rifatta). Passa a giustificarsi dell'aver confessato di voler predicare

la desiderata repubblica, se fatalmente fosse avvenuta la rovina del

Regno e della Provincia, raccogliendone i residui su' monti: io,

egli dice, non ho confessato eresia nè ribellione, ma di aver voluto

profittare di un male volgendolo in bene; così non furono i Veneti

ribelli all'Impero, quando percossa Aquileia da Attila ripararono

nelle lagune e costituirono una nuova repubblica libera dall'Impero.

E poi dice che spettava a' Domenicani predicare tale repubblica, e

lo dimostra co' testi ecclesiastici, con S. Vincenzo Ferrer, S.^{ta}

Caterina, l'Apocalisse, e cita fra Rusticano, Savonarola, M.^o

Catarino, il B.^{to} Raimondo etc., e nota che quelli i quali tengono

la fede per ragion di Stato giudicano che essi pure abbiano parlato

per acquistare uno Stato, ma chi crede per ragione Divina li difende

con Davide e S. Paolo. Aggiunge che egli è umiliato troppo, che tutti

sono umiliati e flagellati troppo, che egli meritava un premio, che

quelli che non credono nelle sue predizioni se ne avvedranno, e qui

cita S. Pietro, Isaia etc. concludendo che le profezie si adempiranno,

e raccomandando a tutti di agire virilmente e sollevare il loro

cuore.--Che questa lettera si debba ritenere diretta a fra Dionisio,

come il Berti ottimamente afferma sebbene non ne dica le ragioni,

apparisce dal vederla scritta ad uno che si era sdegnato coll'autore,

che avea già prima parlato a sproposito, che era in pericolo di non

potere sfuggire agli spagnuoli, circostanze tutte riferibili appunto a

fra Dionisio. Vi sarebbe solo da obiettare che avendogli il Campanella

predetta la morte a 38 anni, nel tempo della congiunzione magna, vale

a dire nel 24 10bre 1603 come ci lasciò scritto anche nelle Poesie,

fra Dionisio avrebbe dovuto nel 1600 avere 35 anni di età; e sebbene

ci facciano difetto le notizie intorno a ciò, mancandone sempre tutti

i costituti suoi, l'età di 35 anni nel 1600 non può dirsi probabile

per lui, tanto più che conosciamo avere allora il germano fra Pietro

l'età di 31 anno, e l'altro germano Ferrante 29[131]; tuttavia fra

le moltissime scorrezioni di entrambi i manoscritti questa potrebbe

esser una, e invece di 38 dovrebbe forse leggersi 35. Ma ciò che non

persuade si è, che in una lettera confidenziale occorresse esporre

tutte quelle giustificazioni estranee a' rimproveri che erano stati

mossi, e ripetere tutte quelle profezie e citazioni che fra Dionisio

e gli altri compagni aveano dovuto udire già troppe volte, come lo

mostrano le deposizioni fatte da alcuni di loro in Calabria. Bisogna

quindi dire che in ultima analisi, come gli Articoli profetali delle

biblioteche sono certamente un'edizione posteriore rifatta ed ampliata

degli Articoli scritti al tempo de' processi, così la lettera che

sta in appendice a quelli Articoli dev'essere un'edizione rifatta ed

ampliata della lettera scritta dapprima, e quindi un'edizione adattata

alle circostanze dell'autore a' tempi ne' quali essa venne rifatta.

Vedremo che gli Articoli profetali vennero rifatti nel 1607, con la

speranza che sarebbero stati presentati ad alti personaggi, de' quali

il Campanella sollecitava l'aiuto; e così l'Appendice avrebbe servito

presso costoro, ripetendo gli argomenti che si trovano addotti nella

«1^a Delineatio defensionum» e poi nelle lettere del 1606-1607, svolti

di nuovo in sèguito nella Narrazione; laonde bene a ragione dicevamo

trattarsi di un documento apologetico non dissimile da tutti gli altri

che si conoscono, e da doversi apprezzare co' criterii medesimi co'

quali i detti documenti vanno apprezzati.

Nulla abbiamo poi a dire circa la ricomposizione del libro della

_Monarchia di Spagna_; ci basterà solo far avvertire che essa venne

eseguita realmente nel corso del processo dell'eresia, essendo rimasta

sospesa la spedizione della causa della congiura, e continuando il

Campanella a dimostrarsi pazzo.

Ma non c'ingolferemo nel racconto del lungo processo dell'eresia,

senza parlare de' premii che da un pezzo i denunzianti e i persecutori

della congiura dimandavano, il Vicerè sollecitava, e il Governo di

Madrid venne accordando mano mano e senza alcuna fretta. «Non era

negotio questo da passar irremunerato; furono riconosciuti non solo

dal Conte, ma anche da S. M.^{tà} in molte maniere»: così scrisse il

Capaccio vissuto a que' tempi, discorrendo di Fabio di Lauro e Gio.

Battista Biblia[132]. Disgraziatamente i Registri _Mercedum_ rimastici

nell'Archivio di Stato, ne' quali insieme con le ricompense si sogliono

trovare specificati i servigi, cominciano solo dall'anno 1606; ma altre

categorie di scritture forniscono anche notizie di concessioni fatte

a questi due sciagurati, ricordando il loro servigio speciale della

scoperta della congiura. Per Fabio di Lauro, ne' Registri _Sigillorum_

in data di aprile 1600, troviamo una grazia fatta a sei individui che

avevano assassinato fra Maurizio Barracco, altra nostra conoscenza,

sicuramente dietro la sua intercessione o «nominatione» come allora

si diceva, «stante lo servitio fatto in scoprire la congiura tentata

in Calabria, in deservitio de Dio et de sua M.^{tà}» etc.[133]:

ma troviamo pure in data del 3 gennaio 1602 e 3 aprile 1604 una

licenza d'arme per lui con altri tre compagni, la qual cosa potrebbe

indicare che era obbligato a guardarsi da qualche vendetta[134]. Per

Gio. Battista Biblia poi, abbiamo veduto essergli stato ucciso il

fratello Marco Antonio fin dal novembre o dicembre 1599: questo Marco

Antonio, dapprima sostituto credenziere, era stato in sèguito nominato

percettore della gabella della seta di Catanzaro, con privilegi notati

per le esecutorie fin dall'ultimo di febbraio e 12 maggio 1595; ed

ecco Gio. Battista Biblia succedergli in questo ufficio con privilegio

notato per l'esecutoria il 16 dicembre 1600, ma naturalmente concesso

alcuni mesi prima[135]. Oltracciò i Registri _Privilegiorum_ ce lo

mostrano con la data del 12 giugno 1602 insignito del titolo e grado

di nobiltà, trasmissibili a' suoi discendenti: e in siffatta occasione

troviamo menzionato «il singolare servizio» di avere partecipato

al Sovrano «la congiura e perfidia di taluni della stessa città di

Catanzaro»[136]. È del tutto verosimile che la medesima onorificenza,

con qualche altra lauta carica, abbia avuta egualmente Fabio di Lauro,

e lo confermerebbe il fatto, che alcuni anni dopo il Campanella, nelle

sue lettere del 1606, parlò de' «revelanti falsi fatti cavalieri»;

ma non ci è riuscito trovarne i documenti. Lo stesso ci è avvenuto

per Gio. Geronimo Morano, pel quale le ricompense doverono essere

certamente più laute: possiamo soltanto dire che egli non si mosse da

Catanzaro e continuò a spadroneggiarvi, ma vi fu gravemente avversato

dagli Spina. È certo poi che da Madrid, allorchè si trattava di pure

lettere di complimenti, queste non si facevano troppo attendere, ma

allorchè si trattava di ricompense sode, queste venivano con comodo e

dopo maturi consigli. E p. es. il Principe della Roccella non tardò

ad avere, in data de' 27 aprile 1600, una lettera del Re, pubblicata

dall'Adimari nella Storia della famiglia Carafa e ripubblicata dal

Baldacchini, con la quale Filippo III diceva che avrebbe nelle

occasioni tenuto presente l'avviso avuto dal Vicerè «de la promptitud

con que acudistes à la defensa de las cosas de Calabria, en la ocasion

dela venida dela Armada Turquesca el año passado, y el cuydado con

que os empleastes en atajar la coniuracion que algunos tratavan en

aquella Provincia». Ma, utilitario qual era, il Principe si fece anche

cedere dal Conte di Condeianni D. Gio. Battista Marullo le difese di

Bianco e Condeianni involte in una grossa vertenza col Fisco, e iniziò

una favorevole transazione su questo capo, inoltre chiese un comando

di gente d'arme (titolo di alto onore, con buon soldo, senza obbligo

di servizio); scorse allora molto tempo, ma infine ottenne, oltre la

transazione desiderata, un posto di Consigliere del Collaterale, con

la promessa che dandosi l'occasione sarebbe stato tenuto presente

pel posto di Capitano di gente d'arme[137]. Quanto a Carlo Spinelli,

fatta una dimanda formale, con l'esposizione di tutti i suoi meriti,

e tra gli altri quello della diligenza e premura usata «en acquietar

y guardar la provincia de Calabria dela armada del Turco y alboroto

que alli occurrìo el año passado», onde sollecitava o la proprietà

del comando della cavalleria che teneva interinalmente, o l'aumento

della pensione di. D.^{ti} 400 che godeva, sempre con la facoltà della

trasmissione a vita a un suo nipote, dovè attendere che il Vicerè

e il Consiglio Collaterale dessero il loro parere sulla dimanda. I

lettori troveranno ne' Documenti da noi raccolti la lettera Regia con

la quale veniva ordinato l'invio di tale parere[138]; ed aggiungiamo

che non prima del 4 settembre 1601 fu accordato allo Spinelli il posto

di Capitano della cavalleria pesante, «avendo per aggiunto con futura

successione D. Scipione Sanseverino Marchese di S. Donato suo pronipote

da sorella» che egli nominò[139]; così questo giovane cavaliere,

Marchese dal 1598 e subito promosso Duca il 20 settembre 1602, favorito

dallo zio Spinelli e dal padrigno Reggente Costanzo, divenne sempreppiù

scapestrato e prepotente, nè a caso parliamo di lui, dovendo incontrare

anche la sua sorella nel corso di questa narrazione. Maggior tempo

ancora dovè attendere D. Carlo Ruffo, per vedere accolte le dimande

fatte: abbiamo intorno a lui solamente il Privilegio col quale gli si

concede la dignità e il grado di Duca di Bagnara, con la circostanza

dell'averlo dimandato; esso è in data del 19 gennaio 1603[140]. Come

si vede, D. Carlo saltò da Barone a Duca, pe' meriti suoi, di tutta la

sua famiglia e de' maggiori, secondo l'espressione del Privilegio; e il

Campanella fu pur troppo la causa principale di tante grandezze.

Naturalmente non venne dimenticato lo Xarava e neanche fra Cornelio.

Documenti rinvenuti nell'Archivio di Napoli ci mostrano che il Conte

di Lemos propose immediatamente lo Xarava al posto di Consigliere del

Sacro Regio Consiglio di Capuana, non appena vi fu una vacanza per la

morte di D. Alonso Ximenes; ma in Madrid si affacciarono dubbî sulla

sua capacità, integrità e prudenza, il Re volle esserne bene informato,

e per quella volta fu nominato Consigliere il Ruiz de Baldevieto, del

quale accadrà pure di dover parlare in sèguito[141]. Nel frattempo vacò

un altro posto di Consigliere per la morte di D. Francisco Bermudez de

Castro, e l'ebbe l'Avvocato De Leonardis, stato già promosso a Fiscale

della Vicaria; ne vacò poi un terzo pel passaggio di D. Pietro De Vera

a Presidente, ed allora lo Xarava, recatosi personalmente a Madrid,

potè essere nominato Consigliere, ma ciò avvenne non prima del 14

aprile 1603[142]. Vedremo che al nuovo ufficio agevolò ancora la via

un altro avvenimento, che eccitò sempre più a' rigori verso i frati

incriminati, a' quali rigori lo Xarava si offrì in un modo perfino

strano: per ora aggiungiamo che tanto più tardi, nel 1615, ottenne

ancora una pensione annua di D.^i 300, e sempre venendo annoverati tra'

meriti i servigi resi in Calabria da Avvocato fiscale[143]. Quanto

a fra Cornelio, anch'egli dovè aspettare, ma impaziente qual era,

d'accordo col Vicerè e con le commendatizie di Carlo Spinelli, nel

marzo 1601 si recò a Madrid, e vedremo che subito fra Dionisio lo fece

conoscere a Roma, essendosi ritenuto che avesse intrapreso tale viaggio

per dar notizia al Governo dell'andamento del processo dell'eresia già

in corso, nel quale si trovava a ridire sul conto suo, e sul conto di

fra Marco da Marcianise come di tutti coloro i quali aveano tenuto

mano o a perseguitare o a giudicare i frati; se non che, oltre questo

scopo, dovè esservi anche l'altro di sollecitare almeno una pensione,

ed è certo che finì per ottenerla. Lo abbiamo desunto da due documenti

raccolti tra diversi altri nell'Archivio di Torino, essendo stato fra

Cornelio il protagonista di un incidente che avvenne parecchi anni dopo

e che accenneremo in breve. Trovavasi Vicerè di Napoli il 2^o Conte di

Lemos, e fra Cornelio era ben veduto da lui: con lettere commendatizie

del Card.^l Aldobrandini, e con un atteggiamento di suddito fedele a

casa Savoia, progettò un matrimonio tra il Re di Spagna e Maria di

Savoia terzogenita del Duca Carlo Emmanuele; in giugno 1613 impegnò

nella faccenda l'Agente del Duca in Napoli Melchiorre Reviglione, e ne

fece fare la proposta al Conte di Lemos, offrendosi di andar lui in

Spagna, giacchè essendo «pensionato del Re» nessuno avrebbe mai potuto

intendere lo scopo del viaggio, che sarebbe stato attribuito ai suoi

particolari interessi. La guerra pel Monferrato assopì la faccenda,

ma nel novembre 1616 fra Cornelio se ne andò a Roma per parlarne al

Ministro di Savoia, l'Abate Scaglia Conte della Verrua, al quale già

si era offerto prima quale agente di fiducia mandandogli una cifra e

qualche lettera di poca importanza: l'Abate non lo ritenne altrimenti

che un furbo, desideroso di assicurarsi in Madrid la pensione, posta

in pericolo dall'essere succeduto il Duca di Ossuna al Conte di Lemos,

mentre egli trovavasi «da tanto tempo pensionato dal Re»; infine poi

fra Cornelio, divenuto già gottoso, non volle contentarsi di 300 ducati

d'oro fattigli offrire dal Duca pel viaggio, ma a noi basta che sia

accertato il fatto della pensione già ottenuta da antica data[144].

Così non a torto poi il Campanella ebbe a mettere innanzi i tanti

premii che il Re avea dati; e s'intende che per un servigio di quel

genere i premii erano un fatto naturalissimo, ma veder premiato e

notoriamente premiato anche fra Cornelio giudice di S.^{to} Officio,

senza che il Nunzio Aldobrandini se ne fosse mai curato in alcun modo,

non può non dirsi un fatto veramente scandaloso.

Dobbiamo aggiungere ancora qualche parola sulla promozione avuta

egualmente dall'Avvocato De Leonardis, di cui il Campanella poi nella

Narrazione disse che avea «più presto avvocato contra per diventar

Consigliero». Non pare che l'appunto possa qui dirsi fondato. Oltrechè

abbiamo testualmente la Difesa scritta dal De Leonardis, ed ognuno

è in grado di valutarla, sappiamo che egli non diventò Consigliere

a un tratto, ma prima passò all'ufficio di Fiscale della Vicaria, e

più tardi all'ufficio di Consigliere; percorse quindi la carriera

giudiziaria comune, nella quale non poteva incontrare obiezioni,

giacchè era universalmente riconosciuta la sua cultura e la sua buona

morale, come l'attestano varie scritture del tempo. Non siamo riusciti

a trovare nell'Archivio di Stato il Privilegio della sua nomina ad

Avvocato Fiscale, dove avrebbe veramente potuto esservi qualche parola

di ricordo de' suoi meriti speciali anche per la causa degl'incriminati

della congiura, giacchè il Governo spagnuolo non si sarebbe fatto

scrupolo di parlarne; abbiamo soltanto trovato l'esecutoria di tale

Privilegio in data del 2 novembre 1601. Ed abbiamo poi trovato anche il

Privilegio della nomina a Consigliere in data di Valladolid 3 aprile

1602, la comunicazione fattane al Consiglio in data del 1^o maggio, e

l'annotamento dell'esecutoria in data dell'11 ottobre detto anno; nè il

Privilegio reca alcuna menzione del servizio prestato nella causa della

congiura, come s'incontra p. es. in persona dello Xarava[145]. Dopo ciò

possiamo venire all'esposizione del processo dell'eresia.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 7 / 24 题