e la specie prescelta fu quella così detta del polledro. Ciò rilevasi
da un documento trasmesso dall'uno all'altro tribunale ed inserto
nel processo di eresia, il quale comincia così: «à tempo si dede lo
polletro à fra thomase campanella ali 7 di febraro» etc.[81]. Di questa
specie di tortura, tutta napoletana, non ci è costato poco il rinvenire
i particolari; e li abbiamo finalmente rinvenuti in un trattato di
Medicina legale intitolato _Il Medico fiscale_ di Orazio Greco fisico
della Gran Corte della Vicaria, trattato totalmente ignoto agli Storici
dell'arte, essendo stato annesso ad un'opera legale[82]. Il concetto
del polledro apparisce preso da quel chiuso fatto con barre di legno
che adoperavasi per fermare i polledri indomiti, attaccandone gli arti
alle barre mediante funicelle. Non era un tormento comune: usavasi in
casi d'importanza, ed il Greco, che scriveva oltre un secolo dopo il
tempo di cui trattiamo, accertò che «sin dalle popolari revolutioni
(_int_. quelle di Masaniello) non si era più pratticato». Il paziente
veniva situato come in una cornice di legno a modo di scala piramidale,
munita di traverse tagliate ad angolo acuto per cruciare tutta la parte
posteriore del corpo, dalla nuca a' talloni: il capo era incassato
come in una cuffia di legno nella quale la scala terminava; un foro si
trovava nella parte posterior-superiore della cuffia, e fori analoghi
si trovavano lungo gli assi della scala, per far passare gli estremi
di tante funicelle che doveano stringere il capo e gli arti in più
punti. Oltre due funicelle fortemente applicate a' polsi per tenerli
uniti insieme, un'altra ne era applicata alla fronte, due alle braccia,
otto alle cosce e gambe; in tutto 13 funicelle, i cui estremi passati
pe' fori suddetti erano ritorti mediante bastoncelli di legno, così
che le carni venivano strette sulle ossa; e perchè gli arti inferiori
non si allontanassero tra loro, una funicella supplementare era
passata intorno agli alluci. Del resto il Greco ebbe cura di darcene
un disegno, e noi abbiamo creduto che valesse la pena di riprodurlo,
per avere una nozione più chiara di tale tormento, e così intendere
ciò che il disgraziato filosofo ne disse nella sua Narrazione[83].
Il Campanella dovè essere tratto dalla fossa del miglio per avere
questa tortura, e però può contarsi che venne a dimorare nella fossa
sette giorni. Un primo fatto da essere notato nella sua tortura fu
questo, che mentre veniva spogliato gli cadde una carta contenente la
relazione dell'esame del Lauriana, che costui gli avea scritta, e D.
Giovanni Sances la lesse, e il Campanella gli disse che quella carta
volea presentarla; D. Giovanni affermò che l'avrebbe presentata egli
medesimo, ed allora il Campanella gli consegnò pure una o due cartoline
scrittegli dal Pizzoni, dicendo che le presentasse egualmente. Queste
cose furono poi da fra Dionisio riferite al Vescovo di Termoli, Giudice
nel tribunale dell'eresia, il quale volle da lui una relazione su'
documenti attestanti la corrispondenza passata tra il Pizzoni e il
Campanella; ed il Vescovo, avutane notizia, fece richiesta de' detti
documenti al tribunale della congiura, ed in tal guisa se ne trova una
copia nel processo di eresia. Ma notiamo che si ebbe la copia di una
sola delle cartoline che sarebbero state scritte dal Pizzoni, oltre la
carta che sarebbe stata scritta dal Lauriana: e la cartolina reca la
semplice assicurazione che egli non avea detto nè direbbe mai essere
que' tali Signori (certamente i Del Tufo, Orsini, Sangro etc.) fautori
del preteso delitto, ma amici della persona e delle opere di lui; la
carta poi reca veramente l'esame del Lauriana innanzi al Visitatore e
a fra Cornelio, scritto abbastanza fedelmente, e con ogni probabilità
secondo la vera maniera d'interrogare tenuta dagl'Inquisitori[84].
Questa prima tortura data al Campanella non durò molto. Egli non
resse allo strazio, dichiarò di voler confessare e fece una lunga
confessione, tanto lunga da occupare due sedute in due giorni diversi:
dovè quindi esser posto due volte nel tormento del polledro con la
solita formola «continuando et non iterando» per mantenere gli effetti
legali di una confessione «in tormentis»; così possiamo spiegarci
il trovarsi in una Lettera del Campanella al Papa il 1607, da noi
pubblicata, la menzione di «dui polledri», e in uno de' brani della
sua confessione pervenuti fino a noi la circostanza espressa con le
parole «come disse l'altro dì»[85]. In fondo nella sua confessione il
Campanella ammise che aveva avuto il progetto di fare la repubblica
e che doveva con altri suoi compagni predicarla, ma solo nel caso in
cui fossero accadute le mutazioni da lui previste, al quale proposito
espose quanto avea raccolto ne' suoi profetali; inoltre sostenne che
avea consigliato di ricorrere alle armi ma per difendersi, e rigettò
poi sempre su Maurizio le trattative fatte col Turco. Ma un momento di
tanta importanza merita bene di essere esposto con tutta la possibile
larghezza. Vediamo dapprima ciò che ne disse egli medesimo nella sua
Narrazione, avvertendo che egli pone in molto rilievo l'infermità
contratta nella fossa del miglio e qualche altro suo incomodo,
certamente perchè dovea sentirsi umiliato dal fatto dell'avere lui
solo confessato, mentre tutti gli altri ecclesiastici, che vennero
dopo di lui egualmente tormentati, non confessarono nulla, o non
aggiunsero nulla a quanto aveano già detto. «E così infermo lo posero
nel tormento del polledro senza lasciar che andasse prima del corpo...
Il Campanella antevidendo, che era forzato morire, tanto più che il
Sances disse al boja che lo tormentasse a morte e fù stretto con le
funi al polledro con tanta strittura, che si rompevano tutte, e subito
le raddoppiava: et il dolor cresceva tanto horrendamente che lo fecero
spasmare, et uscir di cervello: per questo, secondo havea previsto,
conoscendo che di certo moria se non diceva; però per dar tempo disse,
che volea confessare. E perchè il Sances e li giudici non sapeano di
Theologia et Astrologia li levò dalla legge a queste altre scienze
con arte; dicendo ch'era vero, che lui predicò che si dovea mutar il
mondo, el regno, et che s'havea a far una repubblica nova universale
secondo molte revelationi di Santi e d'Astrologi, e che quando questo
fosse succeduto, lui voleva predicarla e farla, e che sendo dimandato
da molti disse a quelli, che attendessero all'armi, perchè occorrendo
mutatione fatale da qualsivoglia banda si difendessero, e facessero la
repubblica antevista nell'Apocalissi di S. Giovanni e nominò molti che
consentiano a questo parere. Ma però non confessò heresia alcuna nè
ribellione nè voluntà di ribellare. Anzi dice nella sua confessione,
ch'interrogato da Mauritio come potea far questo, li rispose, che essi
non havean d'assaltar il regno; ma con questa conditionale _se venia
mutatione_, volean far la repubblica nelle montagne difendendosi come
li Spagnoli nelle montagne quando entraro li Mori. E parlava in tal
modo che li giudici si credeano che confessava, e che solo negava la
prattica con Turchi, la quale nega espressamente, e dice haver ripreso
Mauritio perche era andato su le galere d'Amurat. E perche essi giudici
non sanno quel che dice Arquàto Astrologo, et Scaligero, et Cardàno, e
Ticòne e Gemma Frisio et altri Astrologi della mutatione instante al
secol nostro: nè quel che dicon li Santi Caterina, Brigida, Vincenzo,
Dionisio Cartusiano... pensare che queste profezie fossero finte dal
Campanella per tirar la gente a ribellare, e ch'erano false; e si
contentare di tal confessione, sperando anche che poi nel tribunal del
S. Officio confessasse che quella republica che dicea voler fare havea
d'esser heretica: e così saria stato brugiato». In verità i Giudici
della tentata ribellione non aveano alcun motivo di preoccuparsi della
qualità eretica della repubblica voluta dal Campanella, qualità che
si sarebbe dimostrata più tardi in un altro tribunale. Bastava loro
che venisse da lui confessato il _trattato di far repubblica_, per
ritenerlo un reo confesso con tutte le terribili conseguenze legali;
e non importava neanche troppo se per tale repubblica avessero dovuto
aversi o no certe condizioni, se avessero dovuto usarsi le armi in
difesa ovvero in offesa, se avessero dovuto esservi gli aiuti de'
potentati esterni e segnatamente del Turco, da qualunque de' complici
invocato. Le conseguenze legali non variavano punto per tutto ciò, e
tale fu infatti l'opinione che ne portarono i Giudici; lo rileviamo
benissimo da una lettera del Nunzio, in data 11 febbraio. «Nella
causa della ribellione finalmente con poco tormento, per vigor della
facoltà venuta et per la sua (_int_. la lettera del Card.^l S. Giorgio)
de' 24 del passato, che comunicai subito con S. E., si cavò da quel
Campanella tutto il fatto come era passato, se bene non hà mai voluto
chiamarlo ribellione ma detto che voleva far Repubblica la provincia di
Calabria per mezo delle Armi e delle Prediche, quando però seguissino
i garbugli in Italia, che lui si era presupposto, et intanto andava
disponendo gli animi et procurando seguito; il trattar col Turco dice
che fù concetto di quel Mauritio di Rinaldo, che poi hanno fatto
appiccare, non di meno _il negotio resta di maniera scoperto che non
par che possa haver difesa_, alla qual cosa se gli è di già dato il
termine, e la commodità, et intanto si seguirà contra complici ch'egli
hà nominato, con i quali si terrà il medesimo modo che si è tenuto con
seco, poichè _è riuscito bene_». Vedesi qui manifestamente che neppure
il Nunzio diede alcuna importanza a' Profetali esposti dal Campanella
in rapporto al disegno della repubblica da lui concepito e promosso,
e ritenne puramente e semplicemente essersi avuta la confessione di
una congiura o trattato di ribellione, per lo quale il Campanella era
andato disponendo gli animi e procurando sèguito, nè deve sfuggire che
egli mostrò chiaro qual fosse l'animo suo, ed anche l'animo della Curia
alla quale scriveva e doveva ingegnarsi di dar buone notizie, dicendo
che il modo tenuto era _riuscito bene_, mentre il povero filosofo si
era avviato all'estrema rovina. Da un lato solo l'esposizione de'
Profetali dovè colpirlo ed incutergli anche un certo timore, dal lato
della profonda erudizione e dottrina che il Campanella palesava;
poichè nella stessa data egli si diè subito a chiedere al Card.^l S.
Giorgio ed anche al Card.^l di S.^{ta} Severina, per la prossima causa
dell'eresia, l'intervento di «persone pratiche e buoni Theologhi per
disputare con quel Campanella, che _per haver abiurato altra volta_,
_com'egli stesso dice_, vorrà forse in questo dar che fare dinuovo»,
notando che aveva «umore in difendere le sue opinioni»[86]. Da
queste parole del Nunzio rimangono appieno giustificate quelle della
Narrazione riferibili più direttamente a lui, che cioè «li giudici
non sapeano di Theologia et Astrologia»: e ci sembra conveniente
aggiungere, che da quanto sappiamo dell'andamento della confessione
potrebbero risultare giustificate anche certe parole del Giannone
intorno alla medesima. Il Campanella ci lasciò scritto, e non stentiamo
a crederlo, che gli orrendi spasimi lo fecero «uscir di cervello»; da
parte sua, almeno nel 1^o giorno, chi sa in qual modo il Mastrodatti
potè seguirlo nelle considerazioni apocalittiche dettate con una
inevitabile confusione; non può quindi sorprendere l'impressione avuta
dal Giannone quando ebbe a leggere nella copia del processo «la sua
lunga deposizione fatta nel mese di febbraio... nella quale (egli
dice) a guisa di fanatico e di forsennato, sia per malizia, sia per lo
terrore, ora affermando, ora negando, tutto s'intriga e s'inviluppa».
C'incombe pertanto l'obbligo di vedere più da vicino ed anche
commentare sobriamente la confessione del Campanella, adunando i brani
a noi pervenuti con gli Atti esistenti in Firenze, e riportandoli
secondo il testo del sunto fattone dal Mastrodatti[87]. Non si avrà
l'intera confessione e tanto meno la precisa fisonomia di essa,
ma se ne avranno i punti di maggior rilievo, pe' quali risulterà
sempre più chiara la posizione derivatane a lui medesimo ed a'
compagni suoi propriamente ecclesiastici. Notiamo innanzi tutto che
ci mancano i brani relativi alle Profezie ed a' pronostici, i quali
doveano verosimilmente occupare i fol. 28 e 29 del processo, ed
abbiamo solamente alcuni di quelli compresi tra il fol. 30 e 34; essi
cominciano dalla esposizione del partito che il Campanella intendeva
trarre dagli avvenimenti previsti, e furono riferiti dal suo Avvocato
nella Difesa. «Che soccedendono detti romori, et revolutioni, che lui
per Profetie et altri segni prevedea, con detta occasione si volea
forzare fare detta Provincia di Calabria Republica, che con pigliare
li monti si hariano mantenuti, et con questo il Papa et Rè di Spagna
li hariano lasciati vivere in Repubblica, Che dicendoli Mauritio che
detta Republica non si possea fare senza aiuto di Potentati esterni,
Lui rispose che non havevano d'assaltare il Regno, et per questo non
haveano bisogno di potenza esterna; mà che con la mutatione del Regno,
che havea da soccedere secondo havea trovato per Profetie, loro soli
bastavano con l'eloquenza et con gl'amici. Che l'Imperio Torchesco
s'havea da dividere in due parti, Et una saria stata da parte de
Christiani, Et un'altra dalla parte Maumettana, et che di quella parte
di Christiani se n'haveriano visto dove per fato inclinavano. Che
havendoli ditto Mauritio, che lui era andato sopra le Galere Torchesche
à parlare con Morat Rais, che l'havesse voluto dare aiuto in fare detta
Republica, esso fra Thomaso lo riprese di questo, che non havea fatto
bene, per che li turchi sempre sogliono essere infedeli et inimici.
Che lui dicea che succedendono detti romori, et mutationi nel Regno,
si seriano fatti grandi, ò della parte del papa, ò della parte del Rè.
Che in detto anno del 600 havea da essere unum ovile et unus Pastor,
et che lui con li compagni suoi Monaci con detta occasione haveriano
predicato in favore di detta Republica profetizata in benefitio del
Papa». Ma dovè nominare quelli co' quali egli avea fatti tali discorsi,
in ispecie poi i frati compagni suoi che avrebbero predicato con lui,
giacchè il tribunale doveva occuparsi appunto degli ecclesiastici;
ed ecco nominati parecchi, e s'intende che a noi sono propriamente
pervenuti i nomi degli ecclesiastici già carcerati. Forse si era al
secondo giorno, ed egli avea dovuto riflettere a' casi suoi; ad ogni
modo troviamo qui pure l'animo suo, come sempre, soggetto all'impeto
de' risentimenti, malgrado la confusione suscitata dall'atrocità de'
dolori. Scorgesi infatti senza riguardi verso il Pizzoni, il Lauriana,
il Petrolo, che si erano da poco tempo confrontati con lui a suo
danno, abbastanza riguardoso verso fra Dionisio e naturalmente anche
più verso fra Pietro di Stilo, abbastanza riguardoso perfino verso
Giulio Contestabile, al quale già prima in Calabria, per lo stesso
motivo de' risentimenti, aveva usato tutt'altro che riguardi. «In
interrogatione chi sono questi altri religiosi, che volevano agiutare
col predicare et eloquentia in detta Republica et Novità? dice che era
esso deposante, Fra Gio. Battista de Pizzoni, frà Dominico Petrolo,
frà Silvestro de Lauriana, frà Dionisio Pontio, et frà Pietro de Stilo
lo seppe all'ultimo quando stavamo per fugire, et non seppe manco
tutto lo negotio, et non ci confidiamo comunicarli questo, per che era
un pazzo»! Con questo titolo di pazzo, dato al più giudizioso della
compagnia, evidentemente egli quasi venne a porre fra Pietro di Stilo
fuori causa. Rispetto a fra Dionisio non potea fare altrettanto, e
si limitò a dire che «era consapevole di quanto si trattava, et esso
fra Dionisio havea trattato, et parlato di questo negotio di fare
republica la provintia in genere con fra Gioseppo Yatrinoli et fra
Gioseppo Bitonti, et con Cesare Pisano, li quali vennero una sera à
Stilo, et la matina per tempo si partero et non li parlò». Rispetto
al Pizzoni fu più largo ed anche molto ostile, a differenza di quanto
avea fatto nella Dichiarazione scritta in Calabria. «La prima volta
che esso frà Thomaso ne parlò con detto frà Gio. Battista fù l'anno
passato del mese di Settembre 98 in Stilo, conferendo certe conclusioni
che esso frà Gio. Battista havea da tenere nel capitolo». In dette
conclusioni «trattò... de statu optimae Reipublicae, et dicendoci Io
le legge di quella, Lui disse, volesse Dio, che si trovasse, ma è
quella di Platone, che non si trovò mai, et Io le risposi che s'haverà
da trovare questa republica innanzi la fine del mondo per compire li
desiderij humani del secolo d'oro, et che così era profetato, et non
se ne parlò più, et dopò à Giugnetto 99. venne fra Gio. Battista à
Stilo, et per strada ragionammo, et li disse io tengo per fermo che
l'anno 600 facendosi mutationi, ne haveriamo fatti grandi ò da la parte
del Papa, ò da la parte del Rè, et lo frà Gio. Battista cominciò à
dire venesse presto questa mutatione, finalmente disse che io volesse
andare à Pizzoni à parlare con Claudio Crispo et animarlo con questa
novità, che non pigliasse moglie. Et in conformità di questo quando
frà Gio. Battista me disse che volea portare Claudio Crispo in Arena
li persuadesse che non si maritasse, per che volea che ll'agiutasse
à fare le sue vendette, et finalmente dopò d'essere andato à Pizzoni
rechiesto da frà Gio. Battista, mi parlò Claudio, et ragionammo un
giorno sopra l'astrolabio, acciò che con questa occasione havesse
possuto subintrare a trattare con detto Claudio de la mutatione del
mondo, et persuaderlo à volersi trovare pronto à la novità predetta,
et à fare la Provintia di Calabria Republica, et in quella occasione
havendosi aboccato esso deposante con Claudio Crispo presente fra
Gio. Battista Pizzoni li dissi, che la fine del mondo era presta, et
che innanzi à questo havea da essere una Republica la più mirabile
del mondo, et che li monaci di san Domenico l'haveano da preparare
secondo l'apocalissi, et che havea da cominciare dall'anno 600, et esso
Claudio s'offerse stare in ordine, et se ricorda ancora esso deposante
che in Arena li mostrò una lettra, à Claudio Crispo, et à fra Gio.
Battista Pizzoni di Giulio Condestabile, dove l'avisava che Mauritio
era andato sopra le galere in Costantinopoli (_sic_). Et dice de più
che frà Gio. Battista Pizzoni, et Claudio Crispo mandorno à chiamare
Eusebio Soldaniero da Serrata per frà Silvestro Lauriana, et non ci
volse venire. A frà Silvestro Lauriana esso deposante non hà parlato di
questo negotio, se non genericamente, dicendo, volesse Dio, che fusse
tutto quello, che aspettamo, presupponendo, che lo sapesse per quanto
frà Gio. Battista m'havea referito». Citò pertanto (e questo forse era
un po' troppo) anche il Lauriana tra quelli «che volevano agiutare
col predicare et eloquenza... con li quali da Pasqua di resurrettione
dell'anno passato 99 in quà havea trattato di fare detta Republica,
et mutatione». Rispetto al Petrolo dichiarò avergli «parlato à Stilo
dicendoli che nell'anno 1600 havea da cominciare ad essere Unum ovile,
et Unus Pastor, et che noi haveriamo predicato in favore di questa
republica profetizata in beneficio del Papa, et che il Papa l'haveria
esaltati perchè loro si voleano pigliare alcuna parte della Provintia,
et esso fra Domenico si ne contentava, et di questo ne hà parlato
più volte, et esso fra Domenico era tutto cosa di esso deposante, et
sempre lo hà sequitato, et cossì se offerse sequitarlo in questo». Onde
lo citò egualmente tra' futuri predicatori, ed aggiunse che «con fra
Domenico petruolo et fabritio Campanella andammo a Davoli, et trovò
Mauritio che stava in casa di donno Marco antonio pittella, et per
lettre Mauritio mandò a chiamare da Catanzaro Gio. thomase franza, et
Gioan paulo de Cordoa». Infine rispetto a Giulio Contestabile confermò
che era intervenuto al trattato, «quale si contentava trovarsici et era
uno delli capi», aggiungendo «ch'un giorno del mese di Maggio il detto
Giulio steva in camera d'esso fra Tomaso, et dicea male del Capitano
di Stilo ch'era spagnolo, et in questo il vento fe cascare in terra il
ritratto del Rè nostro Sig.^{re}, et detto Clerico Giulio uscendo la
porta l'incontrò innanti, et lo calpestrò, dicendo, mira à che stamo
soggetti, à uno sbarbato, Re dell'uccelli». Fu dunque il vento che
fece cadere il ritratto del Re, e Giulio l'incontrò innanti e così
ebbe a calpestarlo, non già che lo prese e se lo pose sotto i piedi,
secondochè il Campanella medesimo avea dichiarato in Calabria: non è
dubbio qui che il risentimento con Giulio Contestabile si era calmato,
e il fatto di lui veniva attenuato; invece col Pizzoni, col Lauriana e
col Petrolo, il risentimento era vivissimo, e i fatti occorsi con loro
venivano aspramente asserti.
Da' suddetti brani, i soli che ne rimangono e così trivialmente
redatti, possiamo rilevare che la confessione orale in tortura non
suggellava soltanto la dichiarazione scritta, ma faceva anche emergere
manifesto il disegno del Campanella di rendere il paese indipendente
da Spagna e costituirlo in repubblica, essendone autore non altri che
lui, ed avendolo ad istanza di lui accettato diversi frati che doveano
d'accordo predicarlo, come pure diversi laici, specialmente fuorusciti,
che doveano con le armi per lo meno sostenerlo. Vero è che tale disegno
presentavasi subordinato alla condizione di future rivolte e mutazioni;
ma questo importava poco, non potendosi ammettere nemmeno con riserva
l'apostolato per una forma di Governo diversa da quella costituita,
e tanto meno il preparativo dell'azione rappresentato dalle ricerche
e concerti di persone che doveano promuovere quella forma di Governo
con la parola e con le armi. D'altronde non appariva decifrabile per
opera di chi sarebbero avvenute le rivolte e le mutazioni antivedute
con le Profezie e co' segni astronomici, nè in qual modo la detta
repubblica dovesse riuscire tollerata dal Papa e dal Re, essendo stata
profetizzata in beneficio del Papa; egualmente non appariva decifrabile
che il Campanella, mentre non voleva l'aiuto de' turchi per la detta
repubblica ed avea rimproverato Maurizio che si era spinto a chiederlo,
ammettesse doversi una parte de' turchi porre dal lato dei Cristiani,
ed avesse continuato a trattare con Maurizio il quale avea concordato
l'aiuto de' turchi, e a confabulare con persone disposte o chiamate a
fare delle armi un uso più spinto e più pronto. Con ciò manifestamente
veniva confermato quanto il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo, oltrechè
molti laici, aveano deposto contro di lui, quanto aveano denunziato
Biblia e Lauro, potendo solo ammettersi che l'avessero denunziato
con la più grande ed iniqua esagerazione. E veniva in pari tempo
giustificato quanto il Governo avea detto e fatto sin allora, potendo
solo ammettersi che avesse tollerato negli ufficiali suoi lo sfogo
della loro ambizione e rapacità sulla povera Calabria, considerandola
già ribellata, e però «macchiandola di falsa ribellione», come ebbe
a scrivere il Campanella, e come si trova anche scritto, con le
medesime parole, dal Residente Veneto, benchè, al pari di altri Agenti
accreditati in Napoli, non avesse mai posto in dubbio la congiura o il
tentativo di ribellione[88].--Al Campanella potè sembrare, come nella
Narrazione ci lasciò scritto, che non avesse confessato «nè ribellione
nè voluntà di ribellare» e che i Giudici «accortisi che la confessione
era erronea, perchè li altri non pigliassero la medesima fuga, non
fecero ch'esso Campanella facesse la confronta a F. Dionisio, et a
gli altri, come la facean fare da tutti l'altri che confessavano». Ma
naturalmente i Giudici, per quanto videro chiara e limpida, e niente
affatto erronea, la confessione di aver voluto ribellare, altrettanto
videro oscura e misteriosa, ed al postutto indifferente, la condizione
alla quale si diceva subordinata: nè ebbero a temere che fra Dionisio
e gli altri, con la confronta avrebbero pigliato «la medesima fuga»,
poichè non accordavano alcun valore a questa fuga, la quale, per
essere stata così denominata dal nostro filosofo, dovrebbe tradursi
sotterfugio, onde le profezie e le vedute astrologiche risulterebbero,
se non finte, certamente evocate «per tirar la gente a ribellare».
E conviene aggiungere che fu una buona fortuna pel Campanella il
non essere stata ordinata dai Giudici la sua confronta con fra
Dionisio e compagni, poichè null'altro poteva seguirne, se non che
costoro sarebbero risultati _convinti per opera sua_; e fra Dionisio
principalmente, che dovè senza dubbio irritarsi per la confessione del
Campanella e ne vedremo una prova più in là, avrebbe ben a ragione
finito con odiarlo a morte dopo una confronta. In conclusione non può
recare maraviglia che i Commissarii Apostolici si fossero trovati
d'accordo nel giudicare il Campanella «confesso»; in tal guisa egli
trovasi qualificato negli Atti due volte, ed è superfluo dirne le
conseguenze[89].
Secondo la procedura del tempo, in questi giudizii celeri, non
appena esauriti per ciascuno inquisito tutti gli Atti informativi ed
offensivi, fatta anche ratificare la confessione nel giorno seguente a
quello della tortura allorchè essa era stata amministrata, i Giudici
emanavano un decreto che ordinava la consegna di una copia degli Atti
all'inquisito con la conclusione del Fiscale, assegnando un termine
di pochi giorni per la difesa, ed all'occorrenza deputando anche un
Avvocato di ufficio. Il Mastrodatti allora, che avea già preparato ogni
cosa, trasmetteva in via legale la copia degli Atti, l'assegnazione
del termine etc. all'inquisito, ed anche un Riassunto degl'indizii
a' Giudici. L'Avvocato quindi ponevasi in relazione col giudicabile,
scriveva l'Atto di difesa, che comunicava al tribunale nel termine
stabilito, e poi attendeva la notificazione di un altro decreto ad
dicendum per la trattazione della difesa, ciò che del resto importava
solo la dimanda se avesse altro da aggiungere alla Difesa scritta.
Debbono dunque riferirsi al tempo cui siamo giunti, alla 2^a metà del
mese di febbraio 1600 il Riassunto degl'indizii, alle prime settimane
di marzo la Difesa scritta dall'Avvocato pel Campanella, ed anche
la Replica scritta dal Fiscale, i quali Atti, come quelli analoghi
successivamente compilati per gli altri incriminati ecclesiastici,
rimasero nelle mani del Nunzio, e pervennero quindi con altre carte di
lui nell'Archivio di Firenze[90]. Riserbandoci di esporre a suo tempo
gli Atti sopra menzionati, qui dobbiamo notare che al Campanella fu
assegnato per difensore il dott.^r Gio. Battista de Leonardis Regio
Avvocato de' poveri, e da una poesia di fra Tommaso a lui diretta
vedremo che costui ebbe l'incarico di difendere anche gli altri frati
inquisiti. Allorchè il Vescovo di Termoli, uno de' Giudici dell'eresia,
scrisse a Roma la sua opinione su questa causa della congiura, tra le
altre cose fece conoscere che «non si trovò un dottore il quale avesse
voluto scrivere in jure a loro favore»[91]. Ciò deve intendersi nel
senso che si cercò e non si trovò un Avvocato particolare, e con ogni
probabilità il Vescovo intese parlare segnatamente di fra Dionisio,
poichè il Campanella e gli altri non ne avrebbero avuto i mezzi; ad
ogni modo poi l'Avvocato de' poveri non era una persona da nulla. Nato
in Cicciano presso Nola, da umili origini, Gio. Battista de Leonardis
si era dapprima mostrato uomo di lettere tale da venir chiamato ad
insegnarle pubblicamente in Cosenza, dove cominciò anche l'esercizio
dell'avvocatura; ridottosi poi in Napoli e studiato accuratamente il
diritto, era già un dottore ben conosciuto, quando con Privilegio del
30 settembre 1599, visto e promulgato il 26 gennaio 1600, fu chiamato
all'ufficio di Avvocato de' poveri della Vicaria in luogo di Antonio
Catalano[92].--Ma nel medesimo tempo avvenne pure un altro fatto, che
il Campanella ci fece conoscere nella sua Narrazione e che finora non
ci risulta da verun altro fonte; sicchè gioverà tanto più esporlo qui
con le parole medesime della Narrazione. «Però dandoli le difese poi
al Campanella e l'Avvocato de' poveri...[93] il Sances Fiscale finse
che per curiosità desiderava sapere in che profetie fondava questi suoi
detti, e li fece scriver dal suo notario dettando il Campanella molti
articoli profetali: li quali esso Sances portò a' Gesuini, et ad altri,
e molti di quelli dissero, che Campanella havea ragione e che non eran
finte per ribellare. Però li mandò molti Gesuini, e Theologi Spagnoli a
disputare. Li quali si divisero, altri dicendo che diceva bene, altri
che no. El Campanella allegò li predetti Santi, et Astrologi et il
Cardinale anche Bellarmino. E poi disse, che quando pur fosser false le
profezie sue, questa non era confessione di ribellare, ma di falsificar
la Theologia, et appartiene al S. Officio, non a loro». Ci fermiamo a
questo punto, non senza raccomandare a' lettori di percorrere tutto il
resto che il Campanella narrò a tale proposito. E ripetiamo che non
vi sono altre notizie capaci d'illustrare il fatto, ma dobbiamo ad
ogni modo avvertire che questi Articoli profetali di cui qui si parla,
dettati al notaro della causa della ribellione ad istanza del Sances,
non debbono confondersi con quelli che il Campanella scrisse egli
medesimo come una delle sue difese: noi li abbiamo trovati nel processo
di eresia, presentati in giugno dell'anno seguente, e dovremo parlarne
più in là.
Come abbiamo visto dalla lettera del Nunzio sopra riportata, l'11
febbraio già si era dato al Campanella «il termine e la commodità»
per la difesa, e si era deciso di seguire con gli altri lo stesso
metodo, cioè quello delle torture acri. Infatti può ritenersi con
sicurezza che i fol. 35 e 36 del volume siano stati occupati dalla
ratificazione della confessione del Campanella e dal decreto per
l'assegno del termine e deputazione dell'Avvocato; ed ecco il fol. 37
occupato dall'Atto della tortura data a fra Dionisio[94]. Il Riassunto
degl'indizii contro costui ci dice che gli fu dato egualmente il
polledro e non confessò nulla, e un brano di lettera del Vescovo di
Termoli, inserto ne' Sommarii del processo di eresia, ci fa conoscere
che «fu tormentato con 'l tormento del polledro, et delle 19 funicelle
(_sic_) con le quali era tormentato 7 se ne ruppero nell'atto della
tortura datali per ribellione»[95]; vedremo nel medesimo processo che
fino a tutto giugno egli non potè firmare gli Atti che lo riguardavano,
e dovè segnarli portando la penna stretta tra' denti, giacchè i polsi
torturati non si prestavano. Dopo fra Dionisio venne la volta del
Pizzoni, il quale ebbe la corda aggravata da' funicelli per quasi due
ore, e nemmeno confessò[96]: come riferì lo stesso Vescovo di Termoli,
«fù ligato con li funicelli e posto alla corda per la causa della
ribellione et è restato stroppiato d'un brazzo»; infatti vedremo che
una delle sue spalle non guarì mai più, e questa lesione l'avviò alla
morte durante il processo di eresia. Nella stessa seduta, o in una
seduta successiva, furono interrogati il Clerico Gio. Battista Cortese
e il Sacerdote D. Andrea Milano, che si ricorderà essersi trovati
nominati in una lettera di Claudio Crispo a Geronimo Camarda, la quale
parlava della congiura e futura vittoria nel mese di settembre: non
sappiamo ciò che essi risposero, ma possiamo ritenere per certo che
non si passò oltre contro di loro. E si ripigliarono subito le torture
col Petrolo, che ebbe la corda per due ore ed egualmente non confessò:
sappiamo da lui medesimo la specie di tortura avuta, poichè quando
l'ebbe di nuovo nel 1603 per l'eresia, rivolto al Nunzio esclamava,
«hoggi fanno tre anni, e fù pur Sabbato come hoggi che hebbi un'altra
volta la corda». Poi si venne a Giulio Contestabile che non era stato
interrogato ancora, onde si raccolse la sua deposizione che riuscì
negativa; e si passò al Bitonto e gli si diede la tortura «ad sciendum
complices et fautores citra prejudicium probatorum», ed egli come tutti
gli altri, ad eccezione del Campanella, non confessò, sicchè il metodo
vantato dal Nunzio non riuscì. Possiamo affermare che non vi furono
altre torture di frati, e però in conclusione l'ebbero solamente il
Campanella e fra Dionisio mercè il polledro, il Pizzoni, il Petrolo
e il Bitonto mercè la corda forse in tutti aggravata da' funicelli
per due ore: questo risulta dal cenno fattone in coda a' rispettivi
Riassunti degl'indizii che si conservano in Firenze; e dietro la scorta
del medesimo fonte dobbiamo dire che per fra Paolo della Grotteria si
procedè al solo interrogatorio, mentre pel Lauriana, per fra Pietro di
Stilo e fra Pietro Ponzio non vi furono nemmeno altri interrogatorii,
e si ritennero sufficienti quelli fatti da fra Marco e fra Cornelio e
dal Vescovo di Gerace.--Immediatamente dopo il Bitonto ebbe la tortura
anche Giulio Contestabile, per quasi due ore _cum funiculis_ come dice
il Riassunto degl'indizii compilato contro di lui, ed egli nemmeno
confessò: naturalmente così a lui come a tutti gli altri, mano mano
che si esaurivano gli Atti offensivi, era decretata la consegna della
copia del processo, l'assegno del termine per le difese, la deputazione
dell'Avvocato ufficioso qualora non avessero un Avvocato particolare;
e vedremo tra poco che il Contestabile si provvide di un Avvocato
particolare.
Tutto ciò fu compìto nella 2.^a metà di febbraio e 1.^a metà di marzo,
con molta sollecitudine, poichè intendevasi finir presto ogni cosa, per
liberare i parecchi prigioni poco o punto indiziati e quindi passare
alla causa dell'eresia, come il Nunzio facea sapere a Roma. Difatti
nello stesso periodo or ora indicato furono liberati dapprima otto,
poi altri quattro, in tutto dodici incriminati ecclesiastici, come si
rileva da due lettere del Nunzio, l'una del 3 e l'altra del 10 marzo,
che gioverà riportare testualmente. «La causa della ribellione si tira
avanti con ogni diligenza, et di già si è ordinato la liberatione di
8 fra Frati et Clerici che si trovavono presi per diversi sospetti
senza fondamento et 4 altri spero ne liberaremo domani, poichè i
principali sono tutti essaminati, et di già si vede in che il negotio
potrà principalmente parare, et per che la medesima Ecc.^{za} mi hà
richiesto che i Calabresi che dovranno come hò detto liberarsi non si
lascino così subito ritornare in Calabria, gli hò detto che si farà con
un Precetto che non partino di Napoli senza licenza, parendomi cosa
che come propone possa esser di qualche consideratione, che tornino
là persone avanti che il negotio si finisca che sieno informati come
gira, et ne suscitino qualche nuovo bisbiglio; procurerò che si risolva
quanto prima per manco incommodo di quei poveri huomini» (3 marzo). «La
causa della ribellione si tira avanti con la solita diligenza, et di
già se ne sono liberati 12 fra regolari et Clerici, et la prohibitione
del partirsi che le scrissi con altra si è ristretta à due frati
Domenicani, che non tornino in Calabria senza licenza, et altrove
vadino dove vogliono» (10 marzo). Non si potea veramente procedere con
maggior sollecitudine: il tribunale teneva sedute quasi ogni giorno,
come si rileva da un'altra lettera del Nunzio della stessa data (10
marzo) che dice, «dal Venerdì in poi che l'occupo in dettar lettere,
et le feste, gli altri tutti si va in Castello»[97]. Trattandosi
d'individui non trovati delinquenti, ai termini del Breve i Giudici
aveano facoltà di pronunciare senz'altro la sentenza; per essi non
c'era la limitazione di procedere _usque_ _ad sententiam exclusive_,
ed è poi facile conoscerne i nomi guardando l'Elenco degl'incriminati
ecclesiastici[98]. I primi otto furono: D. Gio. Battista Cortese, D.
Gio. Andrea Milano, fra Scipione Politi, fra Francesco di Tiriolo,
D. Marco Petrolo, fra Pietro Musso, D. Domenico Pulerà, fra Vittorio
d'Aquaro; gli altri quattro furono D. Colafrancesco Santaguida, fra
Giuseppe Perrone di Polistina, Giovanni Ursetta e Valentino Samà. Di
tutti costoro vennero esaminati solamente il Cortese e il Milano; e
i due Domenicani, a' quali si vietò di tornare in Calabria, doverono
essere il Tiriolo ed il Musso, mentre contro fra Giuseppe di Polistina,
come contro qualche altro, non si potè neanche compilare un Riassunto
d'indizii, non essendosi trovata in processo cosa alcuna. Rimasero
dunque in carcere nove frati Domenicani compreso il Campanella, e
dippiù il clerico Giulio Contestabile; vi pervenne poi molto più tardi,
come vedremo a suo tempo, il clerico D. Marco Antonio Pittella, il
quale era scappato di mano alle guardie in Calabria, ma fu ripigliato
nel 1601. E non è dubbio che gli Atti difensivi ebbero immediatamente
corso pel Campanella, per fra Dionisio e per gli altri frati; così pure
per Giulio Contestabile, e vi è motivo di ritenere che co' suoi mezzi
costui abbia potuto far precedere la difesa della sua causa, essendo
stato in grado di presentare in suo favore, senza ritardo, documenti,
testimoni ed un Avvocato proprio.
La Difesa scritta per Giulio Contestabile ci fa intendere le accuse
formolate dal Fiscale contro di lui, e ci dà notizia de' documenti
e testimoni da lui presentati[99]. Secondo il Fiscale, Giulio
Contestabile dovea dirsi uno de' capi della congiura dietro la
Dichiarazione del Campanella, la cui amicizia con Giulio era confermata
da sei testimoni uditi in Calabria, come pure dietro le deposizioni del
Caccia, del Vitale e dello stesso Maurizio nell'ultima sua confessione;
inoltre dovea dirsi reo di fatti e detti in dispregio di S. M.^{tà}
dietro le rivelazioni del Campanella e del Petrolo, e indirettamente
anche di fra Pietro di Stilo. I documenti prodotti da Giulio furono:
un certificato di buona vita e fama, rilasciato dall'Università, clero
e particolari di Stilo; l'istrumento pubblico di pace tra' Contestabili
e Carnevali, stipulato mercè l'opera del Campanella e non ratificato;
le fedi di tre Confessori che aiutarono a ben morire il Caccìa,
attestanti la revoca della sua confessione fatta per forza di tormenti.
I testimoni furono quattro: essi affermarono principalmente (con poca
verità) che Giulio e il Campanella erano nemici prima del maggio 1599,
fin dal gennaio di quell'anno, ma dal maggio «nè si parlavano, nè si
cavavano la berretta». E l'Avvocato si appoggiò moltissimo a questa
circostanza dell'inimicizia anteriore, e cercò di confermarla anche
col fatto, che appena venuto lo Spinelli in Calabria, Giulio avea dato
accuse scritte contro il Campanella, e procurata presso D. Carlo Ruffo
commissionato dello Spinelli una commissione pel cognato Di Francesco
in persecuzione del Campanella e complici, come pure il Campanella avea
date egualmente accuse scritte contro Giulio ed avea sedotto il Petrolo
a far lo stesso, mentre poi le sue affermazioni non poteano far fede,
essendo lui «notato d'infamia per avere abiurato _de vehementi_»[100].
Invalidò inoltre le deposizioni del Caccìa, notando che costui non avea
determinato il genere di discorsi passati tra Giulio e il Campanella,
che era stato esaminato da un tribunale incompetente, e poi in ultimo
avea revocato i suoi esami presso i Confessori. Invalidò la deposizione
del Vitale, notando che non era stata fatta la ripetizione di lui
innanzi a' Commissarii Apostolici, nè egli avea potuto conoscere da
Maurizio la partecipazione di Giulio nella congiura, mentre Maurizio
medesimo avea rivelato che la cosa gli era stata detta dal Campanella
nelle carceri di Napoli, ed allora il Vitale era stato già giustiziato.
Invalidò ancora la rivelazione di Maurizio, notando sempre che non era
stata fatta la ripetizione di lui innanzi a' Commissarii Apostolici, ed
aggiungendo che egli non avea potuto parlare col Campanella trovandosi
rinchiusi non solo in carceri separate ma anche in torrioni separati
(fatto non vero), nè poteva credersi che Giulio fosse entrato in un
concerto nel quale erano capi il Campanella e Maurizio, entrambi
notorii nemici suoi. Infine, quanto all'avere Giulio oltraggiato il
ritratto del Re, gli bastò mettere in rilievo le contraddizioni tra
le rivelazioni del Campanella e quelle del Petrolo, e tra le prime ed
ultime rivelazioni del Campanella medesimo.--Con siffatti argomenti
l'Avvocato potè far ritenere Giulio Contestabile qual semplice
sospetto di complicità, e così poi, allorchè molto più tardi si venne
alla sentenza, il Contestabile, aiutato forse anche dalle potenti
raccomandazioni delle quali vedremo che disponeva, riuscì a cavarsela
con la condanna ad una pena relativamente mite.
Poco dopo, o tutt'al più contemporaneamente, venne fuori la Difesa
del Campanella scritta dal De Leonardis: e in sèguito di essa una
Replica di D. Gio. Sances. Ad entrambi questi Atti possiamo facilmente
assegnare la data delle prime settimane di marzo, poichè certamente
durante il marzo le difese doverono essere discusse: vedremo infatti
esservi state negli ultimi giorni di marzo e primi di aprile le feste
di Pasqua, e poco dopo, il 12 aprile, la richiesta del Sances a'
Giudici di venire alla spedizione della causa. La Difesa scritta dal
De Leonardis mostra che pel Campanella non ci furono nè documenti
nè testimoni a discarico: nulla di simile vi si trova citato, e
chiaramente vi si scorge che l'Avvocato sentiva di scrivere per una
causa persa, giacchè il Campanella non poteva non dirsi convinto
e confesso qual capo della congiura o tentata ribellione[101].
Fin dall'esordio della Difesa l'Avvocato non potè fare a meno di
riconoscere una criminosa cospirazione contro la Real M.^{tà}; se
non che goffamente magnificò la clemenza e la bontà di Filippo
III, per avere ordinata questa Difesa, ed affermò che da parte sua
avrebbe voluto dilaniare e fare a brani con Neronica voluttà «simili
facinorosi delinquenti», e dichiarò che per obbedienza agli ordini
del Vicerè presentava al Nunzio e al De Vera «dottissimi e religiosi
Giudici Apostolici» le ragioni che gli parevano favorevoli alla causa.
Due questioni egli vide nella causa: la 1^a, se il Campanella, dato
che fosse reo di tale delitto di lesa Maestà, _potesse_ consegnarsi
alla Curia secolare, e siffatta questione egli dovè riconoscere già
sciolta col Breve Papale, che ne avea dato larga facoltà a' Giudici
Apostolici; la 2^a, se il Campanella avesse commesso tale delitto
di lesa Maestà, che _dovesse_ consegnarsi alla Curia secolare, ciò
che equivaleva a condannarlo alla morte, e sopra tale questione egli
stimò aversi a considerare le circostanze del fatto e la qualità della
persona. Notò quindi che il Campanella non gli pareva «legittimamente
convinto» giusta i termini del Breve, poichè tutti i testimoni erano
socii del delitto, i quali bastavano a provare la congiura, ma non
bastavano a far condannare alla pena di morte, massime in persona
di un Clerico _in sacris_, contro il quale occorreva sempre una
forma più privilegiata che nel Laico; oltracciò tutti i testimoni
lo aveano detto capo della congiura, e per esservi congiura avrebbe
dovuto esservi concerto di molti a fine di sovvertire lo Stato, ma i
testimoni medesimi aveano detto che doveano fatalmente avvenire rumori
e rivoluzioni nel Regno, ed allora egli avrebbe sottratta la Provincia
alla potestà Regia, ma allora si era già verificata la sovversione
dello Stato. Non gli pareva poi nemmeno confesso di congiura e per
questo legittimamente convinto, mentre dalla sua confessione non
risultava «una così grande ed acerba cospirazione quale era stata
asserta da' testimoni», perchè appunto egli voleva far la repubblica
quando fatalmente succedessero rumori e rivoluzioni, e non aveva mai
approvato l'aiuto de' turchi. Aggiunse inoltre che la congiura non
doveva avere una esecuzione prossima ed immediata, e poteva anche
non verificarsi o poteva verificarsi in un senso buono, essendo
preferibile nel caso di grossi trambusti, che si costituisse la
repubblica dall'inquisito con la volontà del Papa e del Re, rimanendo
impedita la conquista a' nemici invasori. In somma trattavasi della
preparazione ad un mutamento in caso di un futuro evento dubbio, e
l'inquisito non era suddito del Re e non avrebbe quindi dovuto mandarsi
a morte come se il delitto fosse stato consumato o vi fosse stato
disegno di uccidere il Re; non era poi l'inquisito nemmeno tale da
poter sovvertire uno Stato, e quindi la pietà e l'equità de' Giudici
Apostolici poteva fargli scansare la morte, «salvo sempre il più sano
giudizio e l'autorità della Sede Apostolica», in servizio della quale
e del Re Filippo egli, l'Avvocato, avrebbe voluto volentieri morire
se fosse stato necessario!--Messe da parte le goffe ampollosità del
tempo, rimane che il De Leonardis cercò, per quanto potè, di salvare
il Campanella dalla morte: tutti i suoi sforzi furono concentrati su
questo punto, riuscendo impossibile negare ciò che fra Tommaso avea
confessato, e parecchie osservazioni dell'Avvocato, che i lettori
vorranno senza dubbio più minutamente conoscere percorrendo la Difesa
da lui scritta, offrono tutti gli elementi di una critica di quel
Breve Papale che avea tanto largamente concesso di rilasciare alla
Curia secolare gli ecclesiastici legittimamente convinti o confessi
«di ribellione o prodizione, o altri delitti di lesa Maestà», senza
tener conto di alcuna delle circostanze restrittive ammesse dalla
giurisprudenza del tempo. Una sola cosa a noi profani in giurisprudenza
apparisce imputabile al De Leonardis, la mancanza dell'argomento
che i testimoni nella più gran parte non erano stati esaminati o
ripetuti nel foro competente, e però non potevano dirsi capaci di
legittimamente convincere: ma bisogna pur riconoscere che si era fatta
una inestricabile confusione di fori, mentre da' «Giudici Apostolici»,
e segnatamente dal Nunzio, si era tollerato che figurassero nel
processo, e quindi ne' Riassunti, come elementi del giudizio, perfino
le deposizioni raccolte da fra Marco e fra Cornelio, ed anche dal
Vescovo di Gerace, nel foro di S.^{to} Officio; così la mancanza del
detto argomento non potè davvero influire in nulla. Avremo poi a
vedere che il Campanella medesimo, nella Difesa sua propria, venuta in
luce più tardi ed inserta nel processo di eresia, non trovò argomenti
migliori di quelli del De Leonardis, e distinguendo il _crimen
volitum_ e il _crimen patratum_ (distinzione che ne' delitti di lesa
Maestà non giovava) concluse doverglisi dare piuttosto la pena del
carcere perpetuo e non la pena di morte. Assai più tardi poi, nella
sua Narrazione, scrisse che il suo Avvocato «più presto avvocò contra
per diventar Consigliero»: ma anche questa volta bisogna riconoscere,
che le necessità sue l'abbiano spinto a scrivere senza alcun ritegno
tutto ciò che potè sembrargli utile a farlo uscire da una tristissima
posizione.
Venendo all'Allegazione del Sances in risposta a quella del De
Leonardis, abbiamo poco da dire[102]. Egli, rivolgendosi allo Ill.^{mo}
Presidente e al dottissimo Magistrato, stimò del tutto naturale che
il Campanella, «legittimamente convinto e confesso» del delitto di
lesa Maestà, dovesse «essere attualmente degradato e consegnato
alla Curia secolare, tanto per disposizione del dritto, quanto in
forza del rescritto di commissione del SS.^{mo} Padre». E confutando
le ragioni dell'Avvocato, fece notare che, circa la qualità della
persona, trattavasi di un frate di mancata vita monastica, assiduo co'
malfattori, già condannato ad abiurare, cospiratore contro gli Stati
del Re Cattolico per menare vita lussuriosa e seminare eresie, autore e
capo di tutto, convinto da testimoni come il Franza, il Cordova e due
altri già carcerati col Pisano (sicuramente il Gagliardo e il Conia),
i quali, sebbene socii nel delitto, in questo di lesa Maestà per una
speciale disposizione del dritto provavano; che inoltre era confesso,
come essi medesimi i «Padri» lo avevano udito, di avere eccitato a
prendere le armi e procurare amici, confesso di formata macchinazione,
soggetto ad essere degradato e consegnato alla Curia secolare anche
per un rescritto espresso del Papa, il quale volle mostrare quanto
difendesse e proteggesse gli Stati di S. M.^{tà}. Nè egli faceva
istanza che fosse condannato perchè avea già cacciato il Re e fatta la
Repubblica, ma per avere macchinato e sedotto a farla le persone che
si erano mostrate pronte, dovendosi nel delitto di lesa Maestà, per
dritto, punire con la stessa pena così la volontà come l'effetto; la
macchinazione era seguìta, e i Giudici poteano degradare questo clerico
ribelle alla Maestà Divina ed umana, causa della perdita della vita,
de' beni e dell'onore, per tanti infelici, e de' beni e della patria
per molti contumaci, costituiti anche in pericolo di vita, essendo
stato lui di ogni cosa duce, autore e capo.
Una Difesa scritta, analoga a quella pel Campanella, parrebbe che
avesse dovuto esservi anche per conto di fra Dionisio; giacchè il
Sances chiese di poi a' Giudici che spedissero la causa tanto del
Campanella quanto di fra Dionisio. Forse, essendo in sèguito costui
scappato senza rimedio, il Nunzio credè inutile conservare tale
Difesa e così essa non sarebbe a noi pervenuta; ma forse anche, con
maggior probabilità, avendo lui dichiarato di volersi servire di un
Avvocato proprio, e non essendo poi riuscito a trovarlo, rimase senza
Difesa scritta, giacchè, nel decretare il termine per le difese, i
Giudici solevano dichiarare che badasse l'inquisito a provvedersi
di un Avvocato o a chiedere quello di ufficio, mentre in difetto,
scorso il termine, il tribunale avrebbe spedita la causa anche senza
l'Avvocato. Ciò per altro non vuol dire che fra Dionisio non si sia
difeso da sè, oralmente e presentando documenti; che anzi dobbiamo
ritenerlo, trovandosi in coda al Riassunto degl'indizii contro di
lui l'annotazione «habuit defensiones _quas fecit_». Non potremmo
dire lo stesso pel Campanella, mentre in coda del relativo Riassunto
degl'indizii troviamo scritto solamente «habuit defensiones»: la
qual cosa riesce difficile a spiegarsi, e bisognerebbe ammettere che
veramente non sia stato chiamato a parlare, come di poi si dolse;
ma forse egli avea dichiarato che intendeva presentare una propria
Difesa scritta ed anche difendersi oralmente, e non giunse in tempo a
presentare la Difesa scritta, come vedremo più in là, e i Giudici poco
giustamente passarono oltre ritenendo decaduta la sua dichiarazione.
Ad ogni modo la sorte del Campanella, e così pure di fra Dionisio, non
poteva esser dubbia, e stiamo per vedere che il Nunzio non ne fece un
mistero.
Di certo durante il marzo vi fu un poco di rilasciamento nell'attività
del tribunale; le feste di Pasqua poi, negli ultimi giorni di marzo e
primi di aprile, vennero a sospenderne affatto le sedute. Durante il
marzo la causa del Contestabile, con l'esame de' quattro testimoni, non
potè occupare molte sedute, tanto meno la Difesa orale di fra Dionisio,
ancor meno la Difesa scritta dell'Avvocato del Campanella, e d'altronde
conosciamo che i termini per le difese solevano essere brevissimi.
Bisogna dunque ammettere qualche ragione estrinseca, e questa potrebbe
ravvisarsi nell'assenza del Vicerè da Napoli in tale periodo: poichè
egli dovè finalmente adempiere la missione già troppo ritardata, di
Ambasciatore straordinario di obbedienza al Papa in nome di Filippo
III, e così venne meno la sua inesorabile insistenza[103]. Il 9 marzo
egli era partito da Napoli, insieme con la Viceregina ed una distinta
comitiva di Nobili, che erano felici di potersi mostrare servitori
affezionati a S. M.^{tà} e di poter guadagnare anche le indulgenze
del Giubileo in Roma, nè fu di ritorno prima del 27 aprile. Potremmo
narrare una grande quantità di aneddoti intorno a questo viaggio, ma ce
ne asteniamo. Diremo solamente, per quanto riflette i casi della nostra
narrazione, che tra' nobili i quali ottennero l'onore molto ambìto
di accompagnare il Vicerè vi fu il Principe della Roccella, insieme
col suo primogenito Girolamo Marchese di Castelvetere, la qual cosa
venne ritenuta un favore particolare del Vicerè dietro la brillante
condotta del Principe nella cattura del Campanella: oltracciò il Nunzio
espose al Card.^l S. Giorgio il desiderio che si trattassero in Roma
direttamente col Vicerè gli affari più gravi, e tra questi non v'era
compreso l'affare del Campanella, ma del resto, malgrado le promesse
del Cardinale, non se ne fece nulla. Era rimasto in Napoli Luogotenente
del Regno il figliuolo secondogenito del Vicerè, D. Francesco de
Castro, giovane di anni e maturo di senno, il quale non fu tiepido nel
volere spedita la causa del Campanella, ma non avea la voce autorevole
del padre, e il Nunzio poteva tanto più opporgli la sua. Il 12 aprile,
forse in previsione del prossimo ritorno del Vicerè, ma piuttosto in
sèguito di una novità manifestatasi nel Campanella, come vedremo più
oltre, il Sances chiese istantemente a' Giudici che si spedissero le
cause del Campanella e di fra Dionisio: il Nunzio si avvide allora,
abbastanza tardi, degl'inconvenienti a' quali si andava incontro,
e si oppose, e volle che si attendesse per avere nuove istruzioni
da Roma. Ecco come egli ne scrisse al Card.^l S. Giorgio in una sua
lettera del 14 aprile, che importa tener tutta sott'occhio, mentre
da essa si rileva qual fosse la posizione giuridica del Campanella e
di fra Dionisio, con la corrispondente condanna in vista. «Tornammo
due giorni sono à trattar della causa della ribellione, et perchè il
Fiscale di essa mi fece una gagliarda instanza della speditione quanto
alla persona di fra Thomaso Campanella et di fra Dionigi Pontio, non
volsi consentire che si trattasse della fine, non si sapendo ancora
dove N. S.^{re} voglia si conoschino le materie appartenenti al S.^{to}
Offitio, oltre che _reputandosi l'uno confesso che è il Campanella,
et l'altro convinto che è il Pontio, potrà facilmente essere la fine
delle loro cause il degradarli, e darli alla Curia secolare_, ma non
mi è parso che questo si deva fare in modo alcuno, senza parteciparlo
prima con S. S.^{tà} rimanendo sospesa la causa del S.^{to} Offitio. Et
se bene di questo se ne potrà fare espressa riserva, ho non dimeno per
un certo che di convenienza reputato sia bene che S. B.^{ne} lo sappia,
et comandi se in ciò gli occorre altro, questo medesimo risposi hieri
al Sig.^r D. Francesco de Castro che à suggestione, per quanto credo,
del medesimo fiscale me ne parlò tanto efficacemente, non si volendo
far capace delle ragioni che mi movevano à voler prima parteciparlo
costà, che mi hebbi à risentire, parendomi d'esser troppo stretto, et à
dire risolutamente che non ne voleva far nulla et che mi pareva strano
che in un negotio che hà durato più di 6 mesi mi si volesse ridurre ad
un' giorno, quando per haver una risposta di costà ne bisognavano 10
ò 12 che non erano anche tanti che si convenisse negarmeli, et perciò
desidero haver di questo risposta quanto prima».
La posizione del Campanella, e così pure quella di fra Dionisio, erano
dunque nettamente definite: il Campanella ritenevasi confesso, fra
Dionisio convinto, e secondo la giurisprudenza e i termini chiari ed
espliciti del Breve Papale dovevano essere, previa la degradazione,
consegnati al braccio secolare, naturalmente con quella rutinaria
preghiera altrove menzionata che la pena fosse «senza pericolo di
morte» etc., preghiera che la giurisprudenza imponeva, e che era
sottinteso non doversi tenere dal braccio secolare in alcun conto[104].
Erano dunque accolte le conclusioni del Sances, e senza dubbio,
pronunziata la condanna di degradazione e consegna alla Curia secolare,
la Curia Pontificia non avrebbe più ricevuto il Campanella nelle sue
mani per sottoporlo al processo dell'eresia, segnatamente essendovi
l'intenzione, come appunto il Papa l'avea una volta manifestata, che
gl'interessati nel negozio dell'Inquisizione si mandassero a Roma.
Il Nunzio ebbe a capire quanto male a proposito si era procrastinato
il giudizio dell'eresia, e nel tempo stesso si era largheggiato in
concessioni pel giudizio della congiura; ed il pericolo di non poter
più fare il giudizio dell'eresia, non già la menoma idea di salvare
il Campanella, indusse lui ad esigere e Roma ad approvare che si
soprassedesse alla spedizione della causa. Intanto siffatta sospensione
giunse realmente a salvare dalla morte il Campanella e così pure fra
Dionisio; ma il Governo Vicereale dovè ritenerla una manovra dalla
parte di Roma in beneficio de' frati ribelli, e dovè legarsela al dito,
poichè a' termini del Breve Papale non c'era da rivolgersi ancora
a Roma ed «aspettare il comandamento di S. S.^{tà}», ma potevasi
concretare la sentenza e poi aspettarlo. Ad ogni modo la sospensiva non
fu messa innanzi dal Governo perchè non sapeva come condannare que'
frati innocenti, secondo che è stato affermato da altri scrittori; e
vedremo anzi quanto esso insistè, durante più anni, perchè si compisse
una volta la spedizione della causa, finchè non sopraggiunsero altri
fatti, pe' quali sorse un grave sospetto che Roma volesse addirittura
salvare que' frati in dispregio del potere civile.
Da Roma, il 22 aprile, si scrisse al Nunzio che tra poco si manderebbe
una risposta risoluta, e intanto si lodava che egli non avesse
consentito alla spedizione della causa della ribellione, mentre pendeva
la deliberazione da prendersi per quella dell'eresia. Effettivamente
venne poi, alcuni giorni dopo, comunicata la deliberazione che vi
si procedesse in Napoli, e già durante tutto questo tempo si era
continuato lo svolgimento del processo della congiura, trattandosi le
difese degli altri frati. Questo si rileva dalle lettere del Nunzio
del 24 e del 28 aprile, nella quale ultima si dice «che i prigioni per
la ribellione... seguono le loro difese, nelle quali non ci è parso
restringerli, se bene i termini concessi à tal effetto erano passati».
Quali siano state le difese de' rimanenti frati non conosciamo: alcuna
Difesa scritta per loro dal De Leonardis non ci è pervenuta, e questo
ci fa pensare che forse essi siano rimasti senza Difesa scritta.
Del rimanente ecco quanto troviamo in coda a' rispettivi Riassunti
degl'indizii, dove si ebbe cura di registrare ciò che si fece da questo
lato. Pel Pizzoni troviamo, «habuit defensiones _quas fecit_», e da ciò
desumiamo che egli siasi difeso da sè. Pel Petrolo, e così pure pel
Bitonto, troviamo semplicemente «habuit defensiones», donde desumeremmo
che questi due si siano rimessi alla giustizia del tribunale senza
difendersi, la qual cosa collimerebbe col loro grado di cultura molto
più basso. Per gli altri frati poi, cioè il Lauriana, fra Paolo della
Grotteria, fra Pietro di Stilo e fra Pietro Ponzio, non troviamo alcuna
annotazione, e dovremmo desumerne che il Sances abbia rinunciato
all'azione penale contro di loro. È quasi superfluo aggiungere che pe'
frati suddetti, come pel Campanella e fra Dionisio, e parimente pel
Contestabile, furono compiute le difese ma restò sospesa la spedizione
della causa: essi dovevano, o come principali o come testimoni,
sottostare al processo dell'eresia, e la Curia Romana avea deliberato
che dovesse prima svolgersi quest'altro processo. Così la sorte di
tutti costoro rimase sospesa durante molto altro tempo, e da ciò rimase
danneggiato singolarmente fra Pietro Ponzio, il quale non era implicato
in nessuno dei due processi e restava intanto nel carcere; ma vedremo
tra poco che appunto nel carcere erano già cominciati a sorgere alcuni
sospetti contro di lui.--La deliberazione che il processo dell'eresia
dovesse trattarsi in Napoli fu annunziata dal Card.^l di S.^{ta}
Severina, con lettera del 28 aprile che troveremo a capo del relativo
processo: questa lettera pervenne al Nunzio verso i primi di maggio,
come si rileva dall'altra che egli scrisse al Card.^l S. Giorgio in
data del 5 maggio. Si fu dunque perfettamente in tempo a cominciare
il processo dell'eresia mentre terminava il processo della congiura
per gl'inquisiti ecclesiastici fin allora presi; e come la spedizione
di quest'ultimo processo rimase sospesa, così dobbiamo anche noi
sospendere il racconto dell'esito riserbandolo pel tempo suo.
Ci occorre pertanto narrare un fatto importantissimo, che si era
già verificato in persona del Campanella fin dai primi di aprile.
Con un accesso subitaneo e violento si era manifestata in lui la
pazzia: questo incidente, non senza conseguenze giuridiche per lui,
merita tutta la nostra attenzione, e cominceremo dal vedere dapprima
quanto egli medesimo ne lasciò scritto. Nelle lettere del 1606-1607,
pubblicate dal Centofanti, una volta scrisse, «furono negate le
difese, e per questo sopraggiunse la pazzia»; un'altra volta scrisse,
«mi fecero pazzo essi con tanti tormenti et con non lasciarmi
difensare»[105]. Più tardi (il 1614) in una delle note nelle sue Poesie
scrisse, «bruciò il letto, e divenne pazzo ò vero ò finto»[106]. Più
tardi ancora (il 1620), nella sua Narrazione, tornò alla prima versione
del fatto e con molta larghezza scrisse, che il Sances «con altri di
sua fattura» (e questi non potrebbero essere stati che il Nunzio e il
De Vera), udendo le ragioni da lui addotte in sua discolpa, «levaro al
Campanella la commodità di scrivere, e d'esaminare, e difensarsi, e
li libri e il commertio con avvocati, e lo posero dentro al torrione
inferrato dicendoli, che dovea morir per ragion di stato e che
s'apparecchiasse i sacramenti, non a difensarsi, e li mandaro Gesuini,
e frati a conortarlo a morire, e volendo presentar il Campanella li
libri da lui fatti sopra la mutatione del mondo e la monarchia di
Christo, d'una greggia sotto un pastore, presto apparitura in tutto
il mondo, data da lui al Cardinal Sangiorgi dui anni avanti perchè si
vedesse che non era invention contra la chiesa, nè contra il Re fatta
novamente (_sic_). E di più volea presentar un volume scritto della
Monarchia di Spagna molto utile alla corona, e la tragedia della Regina
di Scotia fatta da lui per Spagna contro Inghilterra, e li discorsi
alli Principi d'Italia, che per ben comune non devono contradir a
detta monarchia, e questi libri fece venir dalla padria subito. Ma
il Sances non volse che si presentassero, nè si sapessero, e però
lo ristrinse nel torrione con le fenestre serrate, e mise timore a
chiunque parlava d'aiutarlo, e li fè tanti stratii al povero Campanella
che lo fè impazzire, brugiò il letto, e lo trovaro la mattina mezzo
morto, e pazziò cinquanta dì».--Parecchie riserve debbono farsi intorno
alle circostanze qui esposte. Vedremo che la sua pazzia durò anche
oltre 14 mesi, e scorso questo tempo fu provata col più atroce de'
tormenti; saremmo perfino tentati di credere che vi sia stata in tal
punto una lezione sbagliata. Vedremo dippiù che i libri i quali volea
presentare non vennero dalla patria subito, e nella Difesa scritta da
lui medesimo, compiuta dopo la manifestazione della pazzia e venuta in
luce 14 mesi più tardi, egli chiedeva a' Giudici che gli si dessero
i libri, menzionando i Discorsi politici inviati all'Imperatore,
il Dialogo contro gli eretici esistente presso Mario del Tufo, la
Monarchia dei Cristiani data al S. Giorgio, la Tragedia e il libro Del
Reggimento della Chiesa che diceva trovarsi in Stilo tra le sue piccole
masserizie, ed aggiungendovi di seconda mano la Monarchia di Spagna,
che diceva trovarsi pure in Stilo tra le sue piccole masserizie, «in
meis sarcinulis». Ognuno poi avrà già notato che i tormenti gli erano
stati dati il 7 e 8 febbraio, mentre la pazzia cominciò a' primi di
aprile, e circa il non essergli state date le comodità di difendersi,
bisogna tener presente che nella prima delle sue Lettere del 1606 a
Paolo V egli scrisse esplicitamente, «quando mi citaro mi protestai
che voleva io difensarmi di propria bocca almen che (_sic_) non mi
lasciaro articolare, e 'l Nuntio passato non mi fè chiamare, che penso
non ci l'han detto nè potea» (accennando all'Aldobrandini, che mostrò
di scusare poichè scriveva a un Papa): e certamente il Nunzio, che
benissimo lo potea, non è scusabile di non averlo fatto chiamare, ma
bisogna riconoscere che erano state date le comodità per la difesa, e,
come vedremo tra poco, egli non giunse in tempo a presentare la Difesa
scritta, e venne poi, il 2 aprile, a manifestarsi pazzo; sicchè riesce
del tutto credibile essere sorta la pazzia quando dovè persuadersi che
pel momento non dovea più pensare alla difesa, e per giunta mostravasi
imminente il processo di eresia tanto più spaventevole per lui. Infine
anche la circostanza dell'essere stato trattato con rigore maggiore
del solito mentre dovea fare le difese, merita di essere accolta con
riserva; poichè, all'opposto, nel detto tempo si soleva trattare
gl'inquisiti con larghezza, e vedremo tra poco da una deposizione del
carceriere Alonso Martinez confermata la cosa in persona sua. Tutte
le altre circostanze poi debbono essere riconosciute esatte, giacchè
concordano con quanto emerse in sèguito nel processo dell'eresia, onde
siamo in grado di dare la data precisa dell'incidente e tutti i suoi
particolari.
Non può dubitarsi che fornirono l'occasione o il pretesto per la pazzia
le esorbitanze di confessori, che specialmente a motivo della Pasqua
frequentavano allora più del solito il Castello. Vi erano assidui il
P.^e Pepe gesuita, il P.^e Muzio, un P.^e Pietro Gonzales Domenicano,
e quest'ultimo specialmente confessava i frati carcerati, come trovasi
attestato nelle loro deposizioni. Notiamo che fra Pietro di Stilo ebbe
a dire del Gonzales: «soleva venire spesse volte quà, è ci faceva
delle belle esortationi, et andava anco dal Campanella spesse volte
per quanto mi è stato detto, è li faceva delle brutte riprensioni».
Più esplicitamente il Vescovo di Termoli scrisse a Roma: «dubito
che la pazzia sia nata che andando il Padre Maestro Pietro Gonzales
à confessar et communicar alcuni di questi carcerati prima che io
venisse à Napoli, andava dal Campanella et l'essortava ad haver cura
dell'anima perchè il corpo era spedito». Ben si vede che il Gonzales
non godeva pienamente le simpatie del Vescovo di Termoli, e possiamo
aggiungere che tanto meno godeva quelle del Nunzio, nel cui Carteggio
si trovano più lettere contro di esso, dalle quali apparisce molto
amico di fra Serafino di Nocera tanto affezionato al Campanella[107]:
inoltre egli conosceva assai da vicino qualcuno de' frati carcerati,
p. es. il Petrolo, che era stato con lui in Milano; e per tutti questi
motivi rimane dubbio se egli avesse agito a quel modo per leggerezza ed
imprudenza, o invece per malizia, vale a dire d'accordo col Campanella
medesimo, a fine di rendere spiegabile l'inatteso manifestarsi della
pazzia. Ecco ora in che maniera il Campanella si mostrò pazzo, secondo
che depose il carceriere Alonso Martines quando ne fu interrogato.
«La matina di pasqua del spirito santo prossime passato havendo io
la sera precedente lassato una lucerna accesa dentro la priggione di
detto frà Thomaso quale poteva durare circa un'hora, è mezza à far
lume acciò egli vedesse à mangiare, la matina secondo il mio solito,
visitando tutti li carcerati, ritrovai che frà Thomaso havea brusciato
la lettèra, le asse, le tavole, un saccone di paglia, et una coperta,
et la priggione era tutta piena di fumo, et frà Thomaso era gettato in
terra, et io credevo che fusse morto, mà poi io udj che si lamentava,
et io lo levai da terra, et lo messi in un'altro loco, et rivenne
quanto alle forze del corpo, et ritornato da esso _per condurlo alla
messa che alhora havea licenza di condurlo_, detto frà Thomaso mi
venne à dosso è poco ci mancò che non mi levasse il naso dalla faccia,
è, da questa hora in quà hà parlato spropositatamente, et anco con
altri»[108]. Da diversi fonti all'uopo ricercati abbiamo potuto trarre
che la Pasqua nel 1600 si celebrò il 2 aprile: fu questa dunque la data
precisa in cui si manifestò la pazzia del Campanella, ed essa spiega
pienamente così l'opportunità e convenienza della pazzia dal lato
suo, come l'urgenza estrema della spedizione della causa dal lato del
Sances. Reca poi senza dubbio una grande meraviglia il fatto, che il
Nunzio non abbia partecipata a Roma tale novità; nel suo Carteggio non
se ne trova menzione per lungo tempo, e il primo a parteciparla a Roma
apparisce nel processo di eresia il Vescovo di Termoli, in data del 25
maggio[109].
Non appena ebbe notizia dell'incidente, il Sances ordinò che si
spiassero gli andamenti del Campanella, per conoscere se la pazzia
fosse vera o simulata; e fin dal 4 aprile alcuni scrivani andarono
nelle ore della notte ad appiattarsi presso il carcere del Campanella
per raccogliere ciò che avrebbero udito. Ebbe così due relazioni, che
esponevano due colloquii notturni tra il Campanella e fra Pietro Ponzio
rinchiusi in due carceri vicine, in data l'una del 10 e l'altra del
14 aprile: queste relazioni furono più tardi trasmesse in copia a'
Giudici dell'eresia, i quali le inserirono nel loro processo, e in tal
guisa ci è venuto tra mano non solo un documento importantissimo per
intendere le cose del Campanella e la condotta del Governo Vicereale
verso di lui, ma anche il racconto di uno de' più drammatici episodii
del tempo de' processi[110]. Una delle relazioni scritta da Marcello
de Andreanis, scrivano fiscale ordinario della Banca di Marcello
Barrese, dice che essendosi insieme con Francesco Tartaglia, scrivano
straordinario della medesima Banca, recato per ordine del Sances
nelle carceri del Castello, e propriamente in un corridoio vicino
alle carceri del Campanella e di fra Pietro Ponzio, accostatisi pian
piano nel detto corridoio, il 10 aprile, a tre ore di notte, udirono
il seguente dialogo. Il Campanella dimandava: che n'è di mio fratello
e di mio padre? E fra Pietro rispondeva: stanno nelle carceri del
civile con Giuseppe Grillo e Francesco Antonio di Oliviero. Ancora il
Campanella: e di tuo fratello che n'è? E fra Pietro: Ferrante sta con
quella marmaglia delle carceri del civile. Continuava il Campanella:
oh che pietà, che ne sa quel poveretto Francesco Antonio di Oliviero!
E fra Pietro: tu vedi! Ripigliava fra Pietro in latino: hai scritto
abbastanza oggi? E il Campanella: assaissimo, tutto. Ancora fra
Pietro: il Martines è rimasto fuori del Castello ed Onofrio (l'altro
carceriere) è stato chiamato dal Capitano; noi possiamo parlare? E
il Campanella, in latino: tu non conosci la razza degli spagnuoli;
e fra Pietro, in latino: conosco la razza e la scelleratezza degli
spagnuoli. Continuando quasi sempre in latino, il Campanella diceva:
sai se Tommaso d'Assaro è stato liberato? E fra Pietro: no, dimandane
a colui che sta nel carcere superiore (_intend._ superiore a quello
di fra Pietro). E il Campanella: non posso; aggiungendo: fa in modo
che dimani possa dare una pagina scritta a fra Pietro (certamente fra
Pietro di Stilo), perchè non posso parlare e sento un odore di uomo!
E fra Pietro: scongiurali, e parla in latino, giacchè sono idioti e
non conoscono la lingua latina. Rimasti quindi un poco in silenzio,
fra Pietro ricominciò: non ci è nessuno, perchè il vizio li porta
via, tu hai lume? E il Campanella: no, affatto; e soggiunse: andiamo
a dormire perchè ho visto un lume. E fra Pietro: andiamo a dormire.
Fu questo uno de' colloquii. Notiamo che Tommaso d'Assaro trovavasi
carcerato e doveva essere vicino ad uscire in libertà, vedendosi il
suo nome più tardi nella lista de' testimoni dimoranti in Napoli,
dati da fra Dionisio nella causa dell'eresia, per fatti avvenuti nel
carcere[111]. Ma ciò che riesce notevolissimo è il sapere che il
Campanella scriveva, che aveva in quel giorno scritto «assaissimo,
tutto», come pure una pagina da doversi passare a fra Pietro di Stilo,
e che fra Pietro Ponzio ne pigliava molto interesse. Cosa scriveva il
Campanella? Non mancheremo d'indagarlo più in là.--Veniamo all'altro
colloquio. Esso è riferito da Francesco Tartaglia sopra nominato, il
quale dice di essersi recato per dodici notti successive nel Castello,
dietro ordine del Sances, e più volte ha udito il Campanella discorrere
con fra Pietro «de bonissimo modo», e segnatamente la notte del 14
aprile, in compagnia anche de' carcerieri Martines ed Onofrio, udì
le seguenti parole. Fra Pietro chiamò quattro volte il Campanella
dicendo, o fra Tommaso... non senti no o cor mio? E il Campanella:
bona sera, bona sera. E fra Pietro: o cor mio, come stai, che fai, sta
di buon animo, perchè domani verrà il Nunzio e sapremo qualche cosa.
Ed il Campanella: o fra Pietro, perchè non trovi qualche modo per
potere dormire insieme e godere? E fra Pietro: volesse Iddio, anche a
dover pagare dieci ducati al carceriere, a te, cor mio, vorrei dare
venti baci per ora; ho sparso per tutta Napoli i tuoi Sonetti, li so
tutti a memoria e nulla mi dà più gran gusto che il leggere qualche
frutto dell'ingegno tuo. E il Campanella: voglio ora comporne uno pel
Nunzio. E fra Pietro: sì cor mio, ma ti chiedo in grazia di comporre
prima quelli per me o quelli che desidero per mio fratello, e poi
comporrai quelli pel Nunzio. E il Campanella: va a riposare, buona
sera. Ben si rileva qui la tenera ed irremovibile amicizia di fra
Pietro pel Campanella, e il suo ardore per averne le poesie, spinto
fino all'indiscrezione di volerne per sè e per suo fratello, mentre il
povero filosofo ne meditava qualcuna che riuscisse a rendergli propizii
i potenti nella sua terribile condizione; e si rileva al tempo medesimo
l'animo depresso del filosofo, e il suo vivo bisogno della compagnia di
un amico come fra Pietro. Si vide poi tale affettuoso colloquio dare
al Vescovo di Caserta motivo di sospettare nientemeno che dell'onestà
delle relazioni tra il Campanella e fra Pietro: evidentemente questi
due giudicabili erano assai migliori di alcuni de' loro Giudici! Ma
dunque il Campanella componeva Poesie, oltrechè scriveva pagine da
doversi trasmettere a fra Pietro di Stilo, e il Sances già ne sapeva
qualche cosa: e come mai poteva egli meditare un Sonetto pel Nunzio?
Non ne troviamo alcuno con questo indirizzo nella raccolta fattane da
fra Pietro, e bisogna dire che o lo scrivano sia caduto in un equivoco,
o il Campanella abbia voluto alludere al Sonetto indirizzato al Papa,
da doversi per vie trasversali far capitare nelle mani del Nunzio, il
quale si sarebbe poi fatto un dovere d'inviarlo al Papa. Si può intanto
immaginare quale concetto abbia dovuto formarsi il Sances intorno a
questa pazzia, durante la quale il Campanella scriveva Sonetti perfino
al Nunzio: evidentemente egli non poteva che chiedere d'urgenza la
spedizione della causa.
Ed eccoci condotti a narrare la vita intima del Campanella,
considerandola propriamente dal lato delle sue opere d'ingegno, in
questo primo periodo della sua prigionia di Napoli, rappresentato dal
tempo in cui venne istituito e svolto il processo della congiura così
pe' laici come per gli ecclesiastici. Dicemmo già che fin dai primi
momenti dell'arrivo egli compose Poesie per dare animo agli amici,
che nel _Syntagma_ se ne ha il ricordo ma con una completa confusione
di tempi, che la Raccolta fattane da fra Pietro ci mette in grado di
potere fino ad un certo punto distinguere ed assegnare alle diverse
poesie la propria data. E veramente nel _Syntagma_ si parla delle
poesie in questi termini: «Fui condotto a Napoli qual reo di Maestà, ed
ivi, mentre si negava l'aiuto de' libri, composi molti versi latini ed
italiani, sul primo Senno e prima Possanza, sul primo Amore, sul Bene,
sul Bello e simili, che tutti scriveva di nascosto quando ne aveva
l'agio. Di essi vennero formati sette libri intitolati La Cantica,
de' quali in parte Tobia Adami pubblicò una scelta, fatta secondo
il giudizio suo, sotto il nome di Settimontano Squilla, aggiuntavi
l'esposizione. Composi parimente Elegie sulle sventure mie e degli
amici, inoltre Ritmi profetali ed una quadruplice Salmodia su Dio
e su tutte le opere sue, e a questo modo con le poesie diedi anche
vigore agli amici acciò non si abbattessero ne' tormenti». Ora tra
le poesie raccolte da fra Pietro, alla cui composizione quasi totale
possiamo assegnare un tempo certo, compreso tra il 10 novembre 1599 e
il 2 agosto 1601, non si trovano le Canzoni, le Elegie, le Salmodie
ricordate nel _Syntagma_ e poi pubblicate veramente dall'Adami; nè
occorre dire che vi si troverebbero, qualora fossero state composte
nel tempo anzidetto. Appena vi si trovano i Ritmi profetali, sicchè
bisogna rimandare le poesie sopra ricordate ad un periodo posteriore
di molto; nel qual caso, gli amici rinvigoriti con esse ne' tormenti
dal Campanella sarebbero i soli pochi frati tormentati per l'eresia,
ciò che vedremo accaduto nel gennaio 1603; invece la raccolta fatta
da fra Pietro ci presenta le poesie del primo periodo, e tra esse
quelle che servirono a rinvigorire gli amici tutti ne' tormenti per
la congiura. La detta Raccolta non serba un ordine strettamente
cronologico, ed abbiamo già rilevato altrove che contiene pure qualche
poesia certamente del tempo della prigionia di Roma, conservataci
per reminiscenze comunicate dal Campanella al raccoglitore: ma essa
nemmeno procede scompigliata del tutto, e in generale vi si possono
molto bene riconoscere due gruppi che indichiamo subito, assegnando
al primo il periodo del quale ci siamo finora occupati, vale a dire
dal novembre 1599 all'aprile 1600. Questo primo gruppo è rappresentato
essenzialmente dalle prime 24 poesie, che mostrano un distacco
sensibile dalle rimanenti, tra le quali per altro è capitata ancora
qualcuna da doversi riferire al primo gruppo, mentre poi nell'uno
e nell'altro gruppo son capitate quelle poche di reminiscenza, già
composte ne' tempi anteriori[112]. Il primo Sonetto col quale si apre
la Raccolta di fra Pietro, ben conosciuto perchè fu poi pubblicato
dall'Adami, è quello «sul presente stato d'Italia» che comincia col
verso
«La gran Donna ch'a Cesare comparse»:
in verità noi lo crederemmo scritto piuttosto ne' giorni de'
preparativi, in Calabria, contemplandosi in esso che per la patria
infelice, dominata da stranieri, non c'era più da sperare nè nel
Principato nè nel Sacerdozio, ma bisognava tornare a' puri principii
del Cristianesimo e della Sapienza greca; ad ogni modo riesce
abbastanza interessante il sapere che un Sonetto simile, decorato del
sacro nome d'Italia e tutto sollecitudine per le sciagure di essa,
sia di vecchia data ed abbia circolato tra le mani de' congiurati o
de' perseguitati per la congiura[113]. Più sicuramente appartiene al
primissimo tempo della prigionia di Napoli, e forse è stato davvero il
primo composto nel Castello nuovo, quello che viene in 2^o luogo «sopra
l'istesso stato d'Italia» (titolo verosimilmente dato da fra Pietro),
avendo tutta l'impronta dell'attualità, esprimendo la preoccupazione
che il Conte di Lemos avesse a menar buoni i tristi processi fatti in
Calabria, promettendo in tal caso più grave la rovina profetizzata
agli oppressori, ed esalando il dolore del filosofo ancora sotto
l'impressione della bieca accoglienza popolare sofferta nel viaggio da
Gerace a Bivona:
«Il fato dell'Italia hoggi dipende
dall'esser vera ò falsa rebellione
questa, ch'à calavresi Carlo impone
e Sciarava, ch'el Regno el Rè n'offende.
E s'il Conte che regge ancor pretende
che lor finte ragion sian vere e buone
. . . . . . . . . . . . . .
più grave fia l'antevista ruina.
. . . . . . . . . . . .
Ahi cieca Italia nella tua rapina!
sin quando il senno tuo sopito langue?
s'io ben ti desiai, che t'ho fatt'io?»
Sarebbe poco ragionevole voler qui trovare una Musa felice e splendida,
e lo stesso va detto per tante altre poesie di questa raccolta: il
filosofo dovea sentirsi disposto a tutt'altro che a poetare; d'altronde
poesie simili bastavano per que' rozzi ma generosi patriotti. Il 3^o
Sonetto, intitolato dall'autore «a sè stesso», può ritenersi bene al
suo posto, valendo ad ispirare conforto e fiducia a' compagni suoi in
un modo generale, e sempre promettendo la vendetta divina:
«Spesso m'han combattuto, io dico anchora,
fin dalla giovanezza, ahi troppo spesso,
. . . . . . . . . . . . . .
ma la spada del ciel per me lavora».
Non così l'altro intitolato anche «a sè stesso», con la giunta dovuta
a fra Pietro, e certamente errata, cioè «subito fu preso»: esso venne
pubblicato dall'Adami senza questa giunta, che forse potè essere
suggerita a fra Pietro dalle parole che si leggono nel 2^o verso, «il
fiero stuol confondo»; ma tutte le circostanze, che accompagnano queste
parole, le mostrano riferibili a' Giudici, Fiscale e contradittori
intervenuti nelle confronte, sicchè il Sonetto risulta precisamente
del tempo degli esami e confronte del Campanella, che aveano dovuto
sembrargli tali da poterne menar vanto. Passiamo quindi sopra di esso,
e del pari sopra il seguente, che gli apparisce collegato e che dinota
un grave sconforto succeduto ad una viva fiducia; ci troviamo così
in presenza del Sonetto «in lode di carcerati e tormentati», che ci
conduce al periodo in cui si pose mano alle torture cominciando da
Maurizio.
Siamo dunque alle prime settimane del dicembre 1599, al tempo del
massimo fervore nel processo della congiura pe' laici. Maurizio avea
sostenuto con fermezza terribili e lunghissimi tormenti, e gli altri
avrebbero dovuto imitarne l'esempio; il Campanella lo esalta con
entusiasmo, e merita di essere notato che attribuisce allo «ardore di
libertà e di ragione» il superare que' tormenti, armi del tiranno:
«Veggio spirti rivolti al Creatore
schernir tormenti e morte, del tyranno
armi sovrare, e scherzar con l'affanno
. . . . . . . . . . . . . .
Di libertà e ragion tanto è l'ardore
che dolcezza il dolor, ricchezza il danno,
seguendo l'orme di color che sanno,
stimano, armati di gloria et honore.
Rinaldi il primo sei notti e sei giorni
vince i tormenti antichi e i nuovi sprezza
. . . . . . . . . . . . . . . .
esempio a gl'altri d'invitta fermezza»[114].
Ma il poeta dovea sentirsi anche personalmente grato a Maurizio, il
quale, non avendo confessato, aveva contribuito assaissimo a farne
migliorare la causa; ed ecco quel Madrigale:
«Generoso Rinaldi
vera stirpe del syr di Monte Albano» etc.
Nè deve fare impressione qualche concetto come quello di «aver reso
il pegno di fedeltà al Re». Bisogna tener presente che stavano
entrambi in carcere e sotto un processo capitale; la poesia avrebbe
potuto essere sorpresa da' carcerieri e trasmessa al Sances, onde
naturalmente non può darsi molto peso a qualche concetto che esprima
innocenza, ed invece deve darsene molto a quelli che esprimono
sentimenti di libertà.--Ma giunge il 20 dicembre, e Maurizio sotto le
forche si decide a confessare per iscrupolo di coscienza: si rivolta
allora l'animo del poeta, e scrive quel «Madrigale di Palinodia»,
che è triste dover ricordare, e che i lettori troveranno dopo il
precedente; un passaggio così brusco dalla lode al vituperio stringe
veramente il cuore. Conoscendo poi che egli credè, più o meno,
all'influenza del Gesuita confessore del Vicerè, il Padre Mendozza,
che avrebbe determinato Maurizio alle rivelazioni, ci parrebbe
naturale collegare con tale fatto quel Sonetto che potè anche scrivere
più tardi, col titolo «contro i G......» ossia «contro i Gesuiti»,
pubblicato negli anni successivi dall'Adami col titolo più prudente
«contro gl'ipocriti»: che esso debba riferirsi a' Gesuiti risulta
manifestamente da' primi versi,
«Gli affetti di Pluton portano in core
il nome di Giesù segnano in fronte»;
ben doveva il poeta trovarsi in grande eccitamento contro costoro,
allorchè accennava alle loro malizie, e non soltanto per aggiustare la
rima egli scriveva
«questo veggendo fà ch'io mi dischiome»[115]
Nè scorgiamo altre poesie da doversi con qualche probabilità riferire
a' fatti concernenti i laici, fra' quali pel solo Maurizio si vede
che il Campanella poetò, mentre da una cancellatura fatta da fra
Pietro nella sua raccolta rilevasi che perfino il Sonetto «in lode di
carcerati e tormentati» aveva dapprima il titolo di Sonetto «in lode di
Mauritio Rinaldo».
Ma nelle prime settimane del gennaio 1600 già si conosceva non lontano
il cominciamento del processo della congiura per gli ecclesiastici, e
le poesie furono più frequenti. Non è arrischiato l'ammettere che siano
stati composti in tale data que' due Sonetti profetali, l'uno ancora
inedito che comincia col verso
«Toglie i dì sacri il Tebro e calca Roma»,
e l'altro già pubblicato dall'Adami che comincia col verso
«Veggio in candida roba il Padre Santo».
Questi Sonetti con qualche altro analogo, che trovasi disperso nel
2^o gruppo e che vedremo altrove, sarebbero appunto i Ritmi profetali
menzionati nel _Syntagma_; e non debbono sfuggire que' versi del primo
rimasto inedito, forse rimasto inedito per essi,
«La giustizia si compra, el verbo santo
sotto favole e scisme ogn'hor si vende»[116].
Egualmente è verosimile che siano stati composti in tale data quei tre
Sonetti concernenti lo Sciarava, i due primi di maledizione, il terzo,
diremmo, d'insinuazione[117]. Il primo che comincia co' versi
«Campanella d'heretici e rubelli
Capo in Calavria mai non s'è trovato»
offre anche una discolpa, oltre la maledizione nella quale son compresi
tutti i persecutori di alto grado
«Ruffi, Garraffi, Morani, e Spinelli».