non che una circostanza affatto impreveduta la fece poi sospendere
per quel giorno. Massime il relativo documento da noi trovato
nell'Archivio de' Bianchi di giustizia, ed inoltre una lettera del
Residente Veneto, ce ne dànno sufficienti particolari. Giusta la
consuetudine, il condannato doveva uscire dalle carceri della Vicaria,
ed a spettacolo pubblico traversare una gran parte della città,
percorrendo la via oggi detta de' Tribunali, scendendo pel vico Nilo
(che perciò dicevasi «degl'Impisi» e fino a' giorni nostri fu detto
«Bisi»), per dirigersi di là alla piazza del Mercato, ovvero scendendo
per la via di Toledo e girando presso Palazzo (e ben s'intende che
qui si parla del Palazzo vecchio), per dirigersi alle adiacenze di
Castel nuovo. Maurizio fu egli pure tradotto dapprima alla Vicaria, e
poi di là, sopra un carro, certamente perchè inabilitato a muoversi
dietro le torture sofferte, facendo il lungo giro sopraindicato fu
tradotto «a vista del Castel novo»; ma giunto sotto la forca egli
dichiarò di voler rivelare ogni cosa, ed allora l'esecuzione fu
sospesa. Ecco come il fatto trovasi esposto nel Registro de' Bianchi
di giustizia: «et à di xx di xbre se andò in Vicaria con tutta la
compagnia, et uscì la giustitia sopra un carro, et essendo già sotto
la forca se risolse detto Mauritio confessare et rivelare li complici
della ribellione, et così non si eseguì la giustitia et ritornò in
Vicaria con essersi trattenuta la compagnia un pezzo dentro la chiesa
di Monserrato»[39]. Come mai Maurizio fece questa risoluzione? Egli
stesso nelle sue ultime rivelazioni a' Delegati del S.^{to} Officio,
sul punto di essere definitivamente condotto alla forca, lo spiegò
in questi termini: «Io sapendo che frà Thomaso si era esaminato
contra di me, havendo io avuto più volte la corda, non hò voluto
mai dire cosa alcuna contra di essi frati, è si bene poi hò ditto
la verità, è stato perche sono stato consigliato che era obligato a
dirlo per scarico dela mia conscientia, si come me hà ditto lo mio
confessore dela Compagnia di quelli che confortano quelli che si vanno
à giustitiare»[40]. Non altrimenti ne scrisse pure a Roma il Nunzio
medesimo quando era già cominciata la causa degli ecclesiastici, ed
egli, come Giudice di quella causa, poteva e doveva saperlo: «condotto
alle forche si risolvette à dire spontaneamente, et per scarico di
conscienza, tutto quello che sempre haveva negato nei tormenti»[41].
Inoltre, poco dopo l'accaduto, come vedremo più sotto, il Residente
Veneto ne fece relazione al suo Governo negli stessi sensi, aggiungendo
qualche altra circostanza degna di nota. Ma il Campanella, dapprima
nella sua Difesa che noi pubblichiamo, poi nelle Lettere del 1606-07
pubblicate dal Centofanti, da ultimo nella sua Narrazione pubblicate
dal Capialbi, riferì le cose assai diversamente, con circostanze che
meritano di essere ben chiarite, poichè ognuno comprende l'estrema
importanza del fatto, da cui, secondo la diversa interpetrazione,
riesce suggellata o invece scossa profondamente l'esistenza della
congiura o almeno la parte presavi dal Campanella. Dapprima dunque
nella Difesa asserì che Maurizio «volle vendicarsi di quanto fra
Tommaso scrisse in Castelvetere contro di lui», e che «ebbe speranza di
redimersi all' ultimo momento col far dichiarazioni contro fra Tommaso,
poichè così lo persuase _un certo fiscale_ in abito di confrate
promettendogli la vita sotto parola del Re come poi fra Tommaso udì
dalla bocca di lui» (queste ultime proposizioni furono aggiunte per
uso de' Giudici propriamente dell'eresia). Nelle Lettere al Papa, al
Card.^l Farnese, al Card.^l S. Giorgio, al Re di Spagna, rinforzò le
assertive anteriori scrivendo, che «sotto verbo Regio fecero confessar
a Mauritio mille bugie», che Maurizio «_per altra causa morendo sulle
forche_ persuaso dal falso fiscale e confessore tornò in prigione e
disse mirabilia et non subsistentia», che gli «fu promessa la vita
sub verbo regio che dicesse su la forca quel ch'in mille tormenti
negato havea», che «fu ingannato sotto parola della vita dopo molti
tormenti quando andava a morire e disse mille bugie»[42]. Infine
nella Narrazione, scritta tanto più tardi, espose i fatti con tanto
maggiore disinvoltura in questi termini. «Però vedendo esso Sances,
che non si potea verificare la ribellione, perchè Mauritio con torture
terribilissime in Calabria non havea confessato con tutto che Xarava lo
torturò un'altra volta dopo condannato e confessato, dicendoli ch'il
confessore era un secolare vestito di monaco per spiarlo: nè pur in
Napoli poi confessò tormentato di novo: si vestir di confrati bianchi
certi Consiglieri, _fingendo che volean farlo morire_: et esso Sances
con un Gesuino confessor del Vicerè, li promisero la vita in verbo
regio, se confessava la ribellione sopra la forca, perchè havesse color
di verità. E Mauritio _temendo morir de mandato regio perchè havea
ucciso un suo cugino et una femina, et andato sopra le galere turche_
per scampar la vita confessò sopra la forca quando andò _fintamente_
ad appiccarsi». Pur troppo questo garbuglio del Campanella è de' più
dolorosi, e si può intendere ma non si può assolvere che egli abbia
dovuto infamare Maurizio in tal modo. La condanna di Maurizio alla
morte, come convinto di ribellione, era stata pronunziata già una
volta in Calabria, e principalmente per colpa del Campanella medesimo;
nè bisognava affaticarsi perchè la ribellione acquistasse «color
di verità», quando il Campanella l'aveva così bene affermata nella
sua Dichiarazione dando anche la spiegazione precisa dell'andata di
Maurizio sulle galere turche, e già ad otto persone era stato inflitto
l'estremo supplizio per essa. Il confondere gli omicidii anteriori di
Maurizio col suo caso ultimo, il voler far credere che avrebbe potuto
scampar la vita confessando quella ribellione per la quale era condotto
alla forca, l'asserire che «andò fintamente ad appiccarsi» quasi che
non vi fosse stata una precedente condanna in tal senso, tutto ciò
è ben poco serio; ed egualmente è ben poco serio, o meglio iniquo,
il voler mostrare Maurizio divenuto vigliacco a un tratto, dopo le
splendide prove di fermezza da lui date, dopo gli splendidi attestati
del Campanella medesimo espressi già nella Dichiarazione e in sèguito
nelle Poesie. Può bene ammettersi nel Sances e nel Gesuita confessore
del Vicerè (P.^e Ferrante de Mendozza) ogni specie di tentativo per
indurre Maurizio a confessare la ribellione, ma non in Maurizio tanta
dose d'ingenuità da cedere segnatamente a quella specie di promessa
che il Campanella si fece a narrare. Quanto poi all'esservi stati
Consiglieri vestiti da confrati bianchi, i quali esercitarono la loro
influenza su Maurizio per farlo confessare, la cosa potrebbe ritenersi
nel senso, che qualche confrate addetto a confortare Maurizio allorchè
andava a giustiziarsi, per eccesso di zelo, abbia avuto premura di
suscitarne gli scrupoli e mostrargli la necessità di confessare per
salvarsi l' anima. Si potrebbe ritenerlo in astratto, poichè, come
ricordano i nostri Storici ed attestano varii documenti, non una volta
a quella benemerita Compagnia de' Bianchi furono mosse accuse di
questo genere ed anche di genere opposto, da' particolari ovvero dal
Governo, essendovi stato motivo di ritenere che i confrati avessero
spinto qualche condannato alle confessioni ovvero alle discolpe; ma
dobbiamo pure soggiungere che nel caso concreto Maurizio medesimo
ebbe più tardi a dichiararlo a' Delegati del S.^{to} Officio; se non
che sarebbe difficile sostenere essere stato spinto alla confessione
dolosamente e dietro manovre del Sances e del Governo. Per disgrazia
questa volta non abbiamo nemmeno i nomi de' confrati intervenuti, che
i Registri della Compagnia dànno sempre, specificando anche coloro i
quali hanno assistito il condannato all'ufficio, per la strada, alla
porta, alla scala o al talamo secondo le specie del supplizio: essendo
mancata l'esecuzione, non vi fu un annotamento apposito, ma vi fu la
seconda volta, quando l'esecuzione si compì, e non sarebbe troppo
arrischiato l'ammettere che pure la prima volta fossero intervenuti i
confrati medesimi. Laddove questa ipotesi dovesse ammettersi, potremmo
dire certamente non essere intervenuti Consiglieri nè Fiscali, essere
stati i due principali confortatori, che maggiormente avrebbero
avuto ad influire, il P.^e Palescandolo governatore della Compagnia
il quale avrebbe assistito Maurizio lungo la strada, e D. Scipione
Stinca egualmente sacerdote oltrechè dottore (ed avremo a vederlo più
tardi difensore officioso della maggior parte de' frati nella causa
dell'eresia), il quale avrebbe assistito Maurizio alla scala, dove
appunto egli dichiarò voler fare le sue rivelazioni: vi fossero poi
stati anche Consiglieri e Fiscali, si sa che la Compagnia ne annoverava
molti, insieme co' più distinti personaggi del paese[43]. Ad ogni modo
può dirsi certo che Maurizio non fu indotto a confessare da alcuna
ragione vituperosa, bensì da una ragione che può non essere stimata
giusta, ma non può non essere rispettata, tanto più che trovasi in
tutto conforme a' precedenti di lui. Da niuno fu detto mai, in quel
tempo, che avesse confessato per vigliaccheria o per capitolazione,
e fortunatamente abbiamo la relazione del Residente Veneto, la quale
ci fa conoscere assai bene i desiderii e le condizioni che Maurizio
espresse dopo la condanna e al momento dell'esecuzione; è superfluo
dire che vi si può credere senza riserve, non trattandosi di fatti
avvenuti fuori Napoli ovvero in segreto, pe' quali soltanto riesce
difficile aspettarsi l'esattezza dal Residente, come s'incontra in
realtà anche questa volta per talune circostanze che leggonsi in fine
del suo dispaccio. Eccolo questo dispaccio, che porta la data del 28
dicembre, e che, unito alle affermazioni del Nunzio sopra citate, ci
pare che venga a togliere ogni dubbio sul fatto in quistione. «Quel
Mauritio Rinaldi famoso per essere stato capo della congiura et non
meno perchè ogniuno sapeva, che dal signor Carlo Spinelli era stato
condannato di esser segato vivo tra due tavole, condotto di ordine
del Vicerè a' 23 del presente a vista del Castelnovo per dover essere
impiccato, et poi squartato, non havendogli giovato di offerire sei
mille ducati più di alcuni suoi beni liberi confiscati, per ottenere
che per non derogar al suo nascimento di nobiltà gli fosse solamente
tagliata la testa, giunto al luogo del supplicio, tutto converso a
Dio, disse, che havendo in questa sua prigiona sofferto in tre mesi
quaranta hore di corda, et altri tormenti per i quali si trovava tutto
attratto et quasi morto senza haver mai confessato alcuna cosa, haveva
à bastanza comprobato che egli per viltà non consentiva di mancar di
fede a' suoi collegati, ma che allhora, essendo all'ultimo cimento
dell'anima, per non seppelirla nell'Inferno voleva scoprir tutte le
cose trattate senza niuna conditione di salvarsi la vita. Fu però per
ordine di Sua Eccellenza trapposto più tempo alla sua morte, et hà egli
manifestate cose maggiori che non si sapevano, et nominato persone
di qualità per infette della heresia et della rebellione, onde, non
ostante gli ordini di Spagna che furono che si procurasse di poner in
silentio quanto prima questa materia, incominciano pur hora i processi
et le retentioni»[44].
Ripigliamo il racconto particolareggiato di quanto accadde, dopochè
Maurizio manifestò la risoluzione di voler confessare ogni cosa.
L'esecuzione fu sospesa ed egli venne ricondotto nelle carceri della
Vicaria, come ci fa conoscere il documento esistente nell'Archivio de'
Bianchi. Nè confessò sotto la forca, come risulterebbe dalla dicitura
poco precisa della Narrazione del Campanella ed anche di qualcuno de'
documenti per gli ecclesiastici conservati in Firenze, ma confessò
per lo meno il giorno dopo nel tribunale. Questo si argomenta da una
lettera del Vicerè, il quale trasmise subito a Madrid, il giorno
21, la risoluzione presa da Maurizio, ma solamente più tardi potè
annunziare che avea confessato «e molto bene», senza per altro dire i
particolari della confessione[45]. Si argomenta inoltre dall'ampiezza
della confessione medesima, la quale, scritta, occupò per lo meno 32
fogli, come si rileva da' numeri notati pei brani di essa inserti ne'
suddetti documenti conservati in Firenze. Aggiungiamo che da questi
documenti si rileva pure essere stato tale atto tenuto sciolto, ma al
sèguito del 3.^o volume del processo; la qual cosa si spiega benissimo,
considerando che erano stati già compìti tutti gli atti relativi a
Maurizio ed anche quelli relativi al Pisano, allorchè si ebbe la lunga
confessione del tutto inaspettata.
Ecco ora quanto sappiamo delle cose confessate da Maurizio, poichè
ne sappiamo appena quella parte che si trova inserta a brani ne'
documenti per gli ecclesiastici sopra citati, e quindi siamo ben
lontani dal possedere tutta intera la confessione[46]. Maurizio andò
una notte al monastero di S.^{ta} Maria di Gesù a Stilo, dove trovò
fra Tommaso ed altri; fra Tommaso parlò in lode delle armi e della
campagna. E mentre così parlava nella sua camera, fra Pietro di Stilo
entrava ed usciva. Di poi, egualmente a Stilo, in casa di D. Gio.
Jacovo Sabinis, vennero a trovarlo fra Tommaso, fra Dionisio e Gio.
Gregorio Prestinace, ma c'era gente e si parlò d'altro. Nella notte
seguente o in quella dell'indomani tornarono (Maurizio non ricordava se
ci fosse stato anche il Prestinace), e fra Tommaso cominciò a citare
esempî di uomini che dal niente erano diventati grandi, allegando
il Macchiavelli ed altri autori; animandolo alle armi disse che vi
sarebbero mutazioni, che egli voleva fare repubblica, che bisognava
trovare amici a questo effetto, e parlando contro la nuova numerazione
disse che le anime di Dio erano contate come animali bruti, che si
offendeva Dio, che quando David volle numerare il suo Regno, Dio non
gastigò David ma i popoli che si erano lasciati numerare. Maurizio
allora si offrì. C'era anche Giulio Contestabile, il quale stava
sempre insieme con fra Tommaso e non si scovriva perchè inimico a
Maurizio: ma durante la carcerazione nel Castello fra Tommaso avea
detto a Maurizio che Giulio con tutta la casa sua era consapevole. E
una volta, stando del pari in casa Sabinis, essendosi visti certi legni
in mare, fra Tommaso e fra Dionisio (Maurizio non ricordava se ci fosse
stato anche il Petrolo), dissero di volere scendere per trattare co'
turchi di questo negozio, e fra Dionisio si avviò con scusa di voler
andare a riscattare un suo fratello. Fra Tommaso intanto gli diceva
di stare in ordine e trovar compagni, non dovendosi perder tempo,
di avere già molti con lui, averne parlato a persone principali e
tra gli altri a D. Lelio Orsini; Maurizio disse non voler cominciare
nè portar gente, se prima non vedesse cominciata la guerra, e fra
Tommaso gli dimandò se quando si cominciasse a ribellare Catanzaro
non avrebbe accudito, ed allora egli acconsentì. Inoltre Maurizio gli
obiettò che non si potevano mettere ad un'impresa così grande senza
danari, e fra Tommaso gli disse che avea persone le quali li avrebbero
dati e specialmente sarebbero venuti dal Castello di Arena, di dove
Marcantonio Contestabile confidava poterli pigliare, la qual cosa fra
Tommaso gli confermò anche dopo la carcerazione. Si concluse di mandare
fra Dionisio là presente a Catanzaro, per cercare ed indurre gente a
far parte dell'impresa; e fra Dionisio vi andò, e al ritorno disse a
Maurizio in Davoli che avea trattato con alcuni gentiluomini, e gli
nominò Fabio di Lauro, Gio. Battista Biblia e il Barone di Cropani.
Risolverono poi di chiamare Gio. Paolo di Cordova e Gio. Tommaso di
Franza che Maurizio preferiva come uomini di valore, e Maurizio, a
consiglio di fra Tommaso, scrisse loro sotto colore di trattare della
loro natività: questi vennero con Orazio Rania a Davoli, ove Maurizio
si trovava in casa di D. Marco Antonio Pittella, e fra Tommaso vi
era venuto la notte precedente col Petrolo e Fabrizio Campanella;
l'indomani parlarono in S.^{ta} Maria del Trono, nel castagneto, e fra
Tommaso discorse delle prossime guerre e dell'utilità del trovarsi
pronti in armi, e trattenutisi più di due ore con fra Tommaso, dissero
di poi che fra Tommaso era un grande uomo ed avea parlato della loro
natività. Ancora fra Tommaso disse a Maurizio che v'intervenivano
Claudio Crispo e Gio. Francesco d'Alessandria, fra Gio. Battista
Pizzoni, e forse anche Giulio Soldaniero, ma Maurizio non si ricordava
bene se glie lo avesse detto prima o dopo la carcerazione; e voleva
che Maurizio fosse andato a Pizzoni, ma Maurizio non volle andarvi
ed andò invece il Petrolo. Fin da che si trattò del negozio con fra
Tommaso, fra Dionisio, Gio. Gregorio Prestinace e Gio. Jacovo Sabinis,
si stabilì che quando apparissero galere turche, o fra Tommaso, o
fra Dionisio, o il Petrolo, andrebbero a trattare co' turchi perchè
volessero dare aiuto e favore. E poi vi andò spontaneamente egli
stesso, Maurizio, senza alcuna missione del Campanella, o trattò con
Morat Rais detta ribellione, e al ritorno mostrò il salvacondotto a
Gio. Gregorio Prestinace, fra Tommaso Campanella, D. Marco Antonio
Pittella ed altri, a' quali disse ciò che avea trattato e conchiuso
con Morat Rais, o ne giubilarono lodandolo e dicendogli che avea fatto
assai di quello che desideravano; ben vero il Pittella non mostrò
contento come gli altri, poichè non era così addentro al negozio
come gli altri. E in somma conclusero tutt'insieme, Maurizio, fra
Tommaso e fra Dionisio, che quando costui avesse finito di trattare
ed avuto il consenso di quelli di Catanzaro, avviserebbe, e si
sarebbe pigliato espediente di effettuare la ribellione ed entrare in
Catanzaro, e fra Tommaso diceva doversi gridare libertà, scassinare
le carceri e ammazzare gli ufficiali.--Fu questa la confessione di
Maurizio, che abbiamo cercato di riordinare diligentemente secondo i
numeri de' folii notati per ciascun brano di essa, e l'analogia delle
circostanze espresse in ciascun brano. Facciamo subito avvertire, che
se la confessione apparisce addirittura acre verso il Campanella, fra
Dionisio, il Petrolo ecc., ciò avviene perchè i brani di essa a noi
pervenuti son quelli soli che il Mastrodatti sceglieva pe' riassunti
degl'indizii contro costoro: ma è facile comprendere che tutta intera
avrebbe un altro aspetto, senza per altro rimanerne alterati i fatti
sopra riferiti, mentre poi anche in questa parte a noi nota si vede
che Maurizio non risparmia punto sè stesso. Nè i fatti vi riescono
essenzialmente diversi da quelli esposti dal Campanella nella sua
Dichiarazione, essendovi solo la differenza che nella confessione di
Maurizio fra Tommaso risulta il motore fondamentale di ogni menomo
passo. Ora intorno a ciò basta considerare che non si sarebbe proceduto
nell'impresa, senza quelle tali profezie e previsioni di avvenimenti,
dapprima più lontani, poi divenuti imminenti, siccome il Campanella li
concepiva, e d'altronde si sconoscerebbe del tutto e il carattere, e la
posizione, e il credito del Campanella, quando si volesse pensare che
egli si fosse lasciato condurre invece di condurre; anche il contegno
suo nel carcere ci apparisce nè più nè meno che quello di un capo, sia
quando prosegue a discorrere di queste cose con Maurizio, sia quando
lo giudica, lo esalta o lo vitupera, come fa del resto con tutti gli
altri. Qualche lieve inesattezza nella successione de' fatti esposti
da Maurizio, qualche vacillamento di memoria, si spiega agevolmente
con lo stato della sua persona affranta e stritolata dalle torture.
Ma non v'è luogo ad ammettere che il Fiscale abbia profittato di una
simile condizione per fargli dire ciò che gli premeva che dicesse.
Vedremo l'altra confessione di Maurizio innanzi a' Delegati del
S.^{to} Officio, fatta oltre un mese più tardi, in un momento supremo
e lungi dall'influenza di Giudici d'ogni sorta, nella quale, benchè si
espongano cose di altro genere, non si nota la menoma dissonanza ed
invece si ha una sufficiente corrispondenza con le cose esposte nella
presente confessione; e questo ci pare un argomento fortissimo per
ritenerla del tutto vera.
La confessione di Maurizio, perchè acquistasse forza contro i
complici, come allora si costumava, venne ratificata con una nuova
tortura. Questa, secondo i procedimenti in vigore, dovè applicarsi non
più tardi del giorno consecutivo, leggendo _de verbo ad verbum_ tutte
le cose deposte, e facendo dichiarare al paziente sospeso alla corda
che egli le confermava _in omnibus et de omnibus_. Quindi, come fu poi
scritto a Madrid, parve bene al Vicerè, «avendone tenuto consulta col
Collaterale, di trattenere l'esecuzione di Maurizio sino a confrontarlo
con fra Tommaso Campanella»[47]. Credevasi allora che non dovesse
tardare di molto l'arrivo del Breve Papale, con cui veniva ad essere
costituito il tribunale della congiura per gli ecclesiastici; ma invece
esso tardò ancora, e frattanto il tribunale pei laici continuò nel
còmpito suo.
Le notizie ulteriori intorno all'opera di questo tribunale pei
laici sono tanto deficienti, che in verità non abbiamo troppe cose
a dire. Possiamo affermare con sicurezza che furono esaminati tutti
gl'inquisiti già carcerati, amministrando o ripetendo torture
più o meno crudeli a parecchi fra loro; oltracciò furono presi i
provvedimenti più gravi contro i contumaci, e il tribunale restò
aperto per varii anni. Il Campanella, mettendo insieme gl'inquisiti
ecclesiastici e i laici, nelle sue lettere del 1606-07, una volta
scrisse che vi erano stati 80 tormentati _ad pompam_, un'altra volta
scrisse che i tormentati erano stati quasi 100, ed aggiunse che
niuno avea confessato[48]; nella Narrazione poi ridusse di molto
queste cifre, e scrisse che «furo tormentati... da cinquanta e nullo
confessò cosa alcuna», nominando de' laici appena un Geronimo Politi
procuratore di fra Dionisio (nome nuovo) e taluni fra' rivelanti
tardivi di Catanzaro, Gio. Tommaso di Franza, Mario Flaccavento,
Tommaso Striveri. Or sapendo che furono tormentati non più di sei o
sette ecclesiastici, è facile vedere il numero de' laici tormentati,
per quanto le cifre suddette lo consentono; e ben s'intende che nessuno
di costoro confessò cosa alcuna relativamente a sè stesso, non già
relativamente al Campanella e a fra Dionisio. Massime que' tre di
Catanzaro sopranominati non poterono certamente contraddire le prime
loro deposizioni; e difatti anche nel processo di eresia ebbe a vedersi
più tardi Mario Flaccavento, insieme con Felice Gagliardo e con Camillo
Adimari, sollecitare Giuseppe Grillo perchè deponesse contro fra
Dionisio[49]. Il Campanella scrisse pure che lo Xarava diede a due de'
sopra nominati le cartelle «di quello haveano a dire»: evidentemente
le cartelle, se ve ne furono, doverono contenere il ricordo di ciò che
essi avevano deposto in Calabria. Da parte nostra possiamo aggiungere
soltanto il nome di qualche altro de' laici, che figurò pure nel
processo di eresia ed ebbe ivi occasione di far motto del tormento
sofferto: tale fu Felice Gagliardo, che disse avere avuto «a morire»
nella «seconda corda» che gli diedero in Napoli; ma ciò avveniva
abbastanza più tardi, nientemeno che verso il marzo 1602, onde rimane
dimostrato che tutto questo lavoro durò molto a lungo.
Circa i contumaci poi, dietro documenti da noi trovati nel Grande
Archivio, possiamo dire che non si mancò di venire alla «forgiudica»
per parecchi di loro, e non sempre in sèguito di indizii gravissimi.
Come abbiamo accennato altrove, con questa parola «forgiudica», parola
non giuridica ma di uso comune nel Regno, s'intendeva di costituire
gl'inquisiti fuori ogni adito al giudizio, ovvero di giudicarli fuori
giudizio, se a questo non si presentassero fra un certo termine; il
quale termine le Costituzioni del Regno prescrivevano dover essere
un anno, ma la licenza del Principe potea ridurre a pochi giorni e
perfino ad ore! Si pubblicavano i bandi per citare gl'inquisiti a
comparire personalmente «ad informare ed a' capitoli», e i bandi,
intrinsecamente mortali, erano connessi all'annotazione de' beni: fatta
poi e letta la sentenza, i rei si avevano per confessi, non potevano
appellarsi nè supplicare, nè erano ascoltati nella causa principale;
si ritenevano morti e i loro beni venivano confiscati, ognuno poteva
ucciderli impunemente e i loro cadaveri non potevano esser seppeliti,
potevano bensì, con certe regole, essere rilasciati per l'anatomia.
Del resto, tanto prima che dopo la sentenza, si potevano opporre non
poche eccezioni e capitoli, sia dagl'inquisiti medesimi, sia da' loro
consanguinei. Una prima lettera Vicereale concesse a Marc'Antonio
d'Aponte facoltà di dichiarare forgiudicati, con termine abbreviato,
parecchi che a relazione di lui e di D. Giovanni Sances erano stati
dichiarati contumaci _ad informandum et ad capitula_ nella causa della
«sedutione de congiura»: la lettera reca la data del 31 dicembre
1599. I contumaci erano: «Alexandro tranfo di tropea, Gio. francesco
d'alexandria di Monte lione, Marco ant.^o Contestabile di stilo,
Matteo famareda di Catanzaro, Geronimo baldaya di Squillace, pietro
paulo santa guida, Antonio verlino di S.^{ta} Caterina, francesco
antonio de lo Joyo di girifalco et Tolivio de lo doce de satriano»: il
Vicerè accordava «di possere abreviare il termine dela forgiudicatione
alli sopradetti contumaci, prefigendoli termine di giorni venti à
comparere... non obstante la constitution del Regno, che vole il
circolo dell'anno per possere declarare forgiudicati»[50]. Riesce
certamente notevole il non vedere compreso in questo elenco l'amico
intimo del Campanella e compare di Maurizio, Gio. Gregorio Prestinace:
ma venne più tardi anche la volta sua; abbiamo difatti rinvenuta
un'altra lettera nel senso medesimo, esclusivamente per lui, ma scritta
circa dieci mesi dopo la sopradetta, nell'ottobre 1600, e ciò conferma
che pure da questo lato il lavoro fu lungo[51]. Con ogni probabilità
non mancarono altre deliberazioni contro altri contumaci di Calabria:
le evidenti e sconfortanti lacune, che presentano le scritture
rimasteci nel Grande Archivio, ci autorizzano a ritenerlo. D'altronde
l'elenco soprariferito ci presenta non solo nomi d'individui de' quali
abbiamo avuto notizie più o meno ampie dagli Atti processuali che ci
sono rimasti, ma anche qualche nome d'individuo che ci riesce del tutto
nuovo. Non parliamo di Marcantonio Contestabile e di Gio. Francesco
d'Alessandria, citati ampiamente da moltissimi testimoni: ricordiamo
soltanto che il Famareda fu citato da Fabio di Lauro come particolare
amico ed ospite di Maurizio de Rinaldis, il Baldaia fu perquisito e
trovato possessore di una lettera di Maurizio a Gio. Francesco Ferraima
e di poi citato dal Vitale qual complice in colloquio con Maurizio e
raccoglitore di fuorusciti per conto di lui, il Dell'Joy fu citato dal
Biblia e poi dal Mileri come complice in colloquio col Campanella e fra
Dionisio, il Dolce fu citato dal Pistacchio come compagno di Maurizio
nell'andata a Davoli, il Santaguida fu citato da più testimoni come
uno degl'individui di S.^{ta} Caterina i quali salirono sulle galere
turche e vi rimasero più di un'ora, ciò che verosimilmente fece del
pari il Verlino (_leg._ Merlino) anch' egli di S.^{ta} Caterina. Ma
quell'Alessandro Tranfo non si rinviene citato da alcuno negli Atti
processuali in nostro potere finoggi, e ciò mostra che non conosciamo
davvero quanto si fece pe' laici, e che ve ne furono altri, forse
in numero ragguardevole, tuttora rimasti ignoti. Notiamo qui che
documenti da noi trovati ci mostrano questo Alessandro Tranfo, figlio
di Jacovo Giovanni Barone di Precacore (o Crepacore) e di S. Agata,
qualificato Barone egli medesimo poco dopo il periodo di tempo di
cui trattiamo, con ogni probabilità per «refutazione» fattagli dal
padre, il quale morì più tardi, nel 1611[52]. A tempo della congiura
avrebbe avuto appena 19 anni, e dovè essere di quelli ricercati da
Maurizio dopo il convegno di Davoli, allorchè Maurizio andò in giro
per parlare a Gio. Battista Soldano (egualmente di Tropea) e ad
altri. Insieme col Barone di Cropani, egli va compreso nel gruppo
dei «Baroni Provinciali», che secondo il Giannone parteciparono alla
congiura del Campanella «in numero ben grande», e non furono da lui
nominati nella sua Istoria civile per rispetto alle loro famiglie: noi
pertanto conosciamo solamente i due anzidetti, e dobbiamo dire che
ve ne furono senza dubbio parecchi altri. Dietro laboriose ricerche
siamo veramente pervenuti a sapere che varie famiglie dei carcerati
di Calabria possedevano feudi rustici, e basterà citare i feudi di
Guarna e Palermiti per gli Striveri, Pantano Pratovecchio e Tornafranza
pe' Susanna, Caiazza pe' Salerno, Montalto pe' Dolce, S. Andrea
con Turchisi e Caria pe' Vella imparentati mercè matrimonio a Gio.
Gregorio Prestinace; ma non ci consta che a que' tempi i possessori
di feudi rustici si fregiassero del titolo di Baroni, e ci sembra
chiaro doversi dire che più individui siano rimasti ignoti, avendo la
congiura, o almeno la repressione della congiura, avuto proporzioni
assai più larghe di quelle che siamo in grado di ammettere finoggi,
come per altro apparisce assai bene dall'estensione del territorio che
diede inquisiti. Del resto, se non sappiamo i nomi de' molti Baroni
propriamente detti, sappiamo che molti tra' carcerati appartenevano
a famiglie nobili riconosciute: basterà fare avvertire che tra' soli
carcerati di Catanzaro, oltre quelli sopra nominati, anche il Franza,
i due Cordova, il Famareda, il Giovino, appartenevano a «famiglie
nobili serrate», come rilevasi dal D'Amato, che ne fa distinta menzione
e ne offre i rispettivi stemmi[53].--Notiamo poi che il tribunale
di Napoli, coll'anzidetto elenco di forgiudicati, ci si mostra
più severo di quello di Calabria: poichè se pel Baldaia, lasciato
dapprima in pace, emerse la testimonianza posteriore del Vitale che
aggravò gl'indizii contro di lui, pel Merlino e pel Santaguida non
s'intende quali nuovi indizii fossero venuti in campo, mentre un altro
Santaguida ecclesiastico, come vedremo a suo tempo, fu incolpato dello
stesso fatto e subito apparve catturato senza fondamento. Dobbiamo
del resto aggiungere, che se fu spiegata tanta severità per alcuni,
nessun provvedimento risulta preso per altri non meno gravemente
indiziati, come in verità è accaduto sempre in tali faccende sino a'
giorni nostri. Ognuno p. es. crederebbe che i fuorusciti nominati dal
Campanella nella sua Dichiarazione scritta, i figli di Jacobo Grasso,
il figlio di Nino Martino, Carlo Bravo, i Baroni di Reggio, fossero
stati immancabilmente perseguitati; lo stesso si crederebbe p. es. per
Geronimo Camarda, colto nientemeno che in corrispondenza con Claudio
Crispo; invece documenti che abbiamo trovato intorno a tutti costoro
mostrano persecuzioni e catture pe' loro delitti comuni, senza che
sia mai citato il delitto di ribellione, onde si deve conchiudere che
da questo lato siano stati veramente lasciati in pace. Ma di ciò più
tardi, quando con la nostra narrazione giungeremo agli anni successivi,
ne' quali vedremo da una parte assoluzioni e rilasci, da un'altra parte
la cattura e l'invio in Napoli di taluno de' forgiudicati sopradetti e
del rispettivo manutengolo.
Sorgeva intanto il nuovo anno 1600, e il Breve Papale, per cominciare
a procedere contro gli ecclesiastici, non arrivava ancora. Come
dicevamo, durante l'aspettativa, il Vicerè aveva interceduto a Roma per
l'assoluzione del Principe di Scilla dalla scomunica che il Vescovo
di Mileto gli aveva già da un pezzo inflitta; in pari tempo aveva
sempre continuato ad insistere presso il Nunzio per la venuta del
Vescovo medesimo in Napoli. Da Roma fu presto data al Nunzio, fin dal
22 dicembre, la facoltà di assolvere il Principe, a patto che fossero
state già adempite tutte le necessarie condizioni. E il Principe venne
assoluto, e in tale occasione egli medesimo fece istanza che venissero
assoluti egualmente il suo Vice-Principe dottor Fabrizio Poerio e D.
Luise Xarava, i quali erano stati scomunicati insieme con lui. Questo
fu pure più tardi concesso, e con lungo giro eseguito pel Poerio,
mercè facoltà trasmessa all'Arcivescovo di Reggio, ma non risulta
che sia stato eseguito del pari per lo Xarava, il quale sappiamo che
assai più tardi, nel 1605, richiese al Gran Duca di Toscana che gli
ottenesse da S. S.^{ta} la dispensa da qualunque irregolarità commessa
pel passato[54]: così non a torto il Campanella scrisse essere stato
lo Xarava perseverante nella scomunica. Arrivava poi nella capitale,
la prima settimana del nuovo anno, il Vescovo di Mileto, che aveva
impiegato circa un mese per venirsene a tutto suo comodo da Calabria,
onde il Vicerè pretendeva doversi ritenerlo contumace. Una lettera del
Nunzio, in data 11 gennaio 1600, narra tutti i particolari dell'udienza
datagli dal Vicerè, essendovi lui pure intervenuto, e ci fa conoscere
gli appunti e le ammonizioni dal lato del Vicerè, e le discolpe e la
richiesta di un passaporto dal lato del Vescovo, con la conclusione del
rilascio del passaporto senza difficoltà. Uno degli appunti che riesce
importante per la nostra narrazione fu questo, che il Vescovo «desse
occasione di sospettar di lui, come haveva fatto adesso col difendere
qualch'uno di quelli che si pretendevono complici della ribellione
seguìta in Calabria; come era un Clerico Cesare Pisano, in favore del
quale si trovava fatto ex officio un Processo per Giustificatione del
suo Clericato per essimerlo dalla Corte Secolare quando si trattava
d'un negotio così grave». Il Vescovo disse «che il Processo del
Clericato di quel Cesare era stato fatto avanti si sapesse nulla della
congiura, ò ribellione, ad altro fine come poteva vedersi»[55]. Ma
finalmente, nella stessa data 11 gennaio, arrivò pure il Breve Papale,
e D. Pietro de Vera lo portò di persona al Nunzio. E già costoro si
disponevano a dare cominciamento al processo, quando il Vicerè, avuto
il Breve, e trovandosi ancora in Napoli il Vescovo di Mileto, diede
improvvisamente ordine che Cesare Pisano fosse giustiziato.
Il Pisano, secondo il solito, fu tradotto alle carceri della Vicaria,
e un documento, che abbiamo allegato al processo di eresia, ce lo
mostra il sabato 15 gennaio 1600 entro la cappella segreta di quelle
carceri, in presenza de' Rev.^{di} Orazio Venezia, Curzio Palumbo e
Geronimo Perruccio, ufficiali della Curia Arcivescovile appartenenti
alla Congregazione diocesana del S.^{to} Officio, alla quale, mediante
i Confrati bianchi, vicino ad essere giustiziato, egli avea fatto
istanza di voler confessare per disgravio della sua coscienza. La lunga
confessione che egli fece, e che secondo lo stile del S.^{to} Officio
è detta denunzia poichè in fondo con essa riusciva a denunziare sè
medesimo e gli altri, lo rivela turbato, confuso, in qualche punto
speciale contradittorio, ma nel complesso coerente in tutte le cose
di eresia che altre volte avea deposte, con qualche rettificazione
verso fra Dionisio, con qualche circostanza aggravante verso il
Campanella ed anche verso sè medesimo, riconoscendo di aver creduto
a quelle opinioni, la qual cosa aveva altra volta negata. I lettori
troveranno questa confessione riportata nella sua integrità tra gli
altri Documenti, e potranno scorgere le varianti in raffronto delle
deposizioni anteriori[56]; qui basterà citarne i punti più importanti
per la nostra narrazione. Intorno al Campanella, egli rivelò che fra
Tommaso, nelle carceri di Squillace, gli avea raccomandato di non
voler «ruinare li amici» col suo esame, quando non poteva salvare
sè stesso; che inoltre, a tempo della gita da Monasterace a Stilo
(cosa da lui precedentemente negata) fra Tommaso gli avea parlato
dell'analogia de' nostri corpi con quelli dei cavalli e giumente, e
della conversione delle anime nostre «in non essere» non trovandosi
inferno, purgatorio e paradiso, ma circa l'esistenza di Dio avea detto
dovergli bastare quanto gli aveano comunicato que' frati, essendo
cose troppo alte per poterle capire; infine accennò all'essere stato
visitato da fra Tommaso nelle carceri di Castelvetere a' primi tempi
della sua carcerazione. Intorno a fra Dionisio, revocò di aver saputo
da lui le cattive relazioni tra S. Giovanni e Gesù, ma non altro che
questo, e intorno a fra Bitonto e fra Jatrinoli non revocò nulla; che
anzi ripetè ancora una volta tutti i discorsi di eresie fatti da'
frati da lui accompagnati nelle gite a Bagnara e a Messina, e poi a
Stignano in casa Grillo etc., come pure i discorsi consimili da lui
stesso tenuti nelle carceri di Castelvetere col Gagliardo, che vi
partecipava, e col Santacroce, col Marrapodi e coll'Adimari, che egli
voleva indurre in quelle opinioni, delle quali infine si pentiva e
voleva far penitenza, vedendo «di havere da morire fra breve termino».
Tutto ciò dovè sembrare di troppa gravità agli ufficiali della Curia,
i quali non presero alcuna risoluzione; sicchè l'indomani, 16 gennaio,
intervenne il Vicario Arcivescovile in persona, Ercole Vaccari, che poi
troveremo come Giudice nella causa dell'eresia, e costui, fatta qualche
altra interrogazione, decretò che per rendere valida la deposizione
anche contro i complici «et ad omnem alium bonum finem et effectum»
fosse al Pisano amministrata la tortura con la corda per un ottavo di
ora. Ed immediatamente la tortura venne amministrata, ed i lettori
troveranno fra' Documenti il primo processo verbale di questo genere.
Spogliato, legato ed attaccato alla corda, di poi tratto in alto,
il Pisano dovè più volte dichiarare che le cose dette erano vere,
verissime; e soggiunse «lhò ditto per scaricarmi in tutto è per tutto
la conscientia, è per salvarmi l'anima, et se non l'havesse ditto, lo
tornaria a dire». Poi soggiunse ancora: «Monsignor mio, misericordia,
che hò ditto la verità, et sono quattro giorni che non hò mangiato, è
mi trovo debole»; ed allora, con la solita formola, il Vicario ordinò
che fosse deposto, che gli fossero accomodate le braccia e venisse
rivestito, quindi lo condannò come eretico formale, imponendogli
l'abiura ed alcune penitenze «in questo poco spacio di tempo di vita»
che gli rimaneva. La sentenza fu subito letta dal Mastrodatti della
Curia Gio. Camillo Prezioso, l'abiura fatta e sottoscritta dal Pisano
e l'assoluzione data dal Vaccari, nell'Audienza criminale della
Vicaria.--Ma in pari tempo anche i Confrati bianchi ricevevano dal
Pisano talune «esculpationi» intorno alla congiura, come ci mostra
il documento relativo alla sua esecuzione, e queste meritano bene di
essere ricordate[57]. In fondo il Pisano si ritrattava sul conto di
talune persone che avea nominate ne' tormenti sofferti in Squillace,
e negli «ultimi tormenti» sofferti in Gerace. In Squillace egli avea
dichiarato che il fratello di Orazio Santacroce avrebbe dato aiuto
«al trattato della rebellione», ed inoltre che avea parlato pure con
Geronimo Conia di detto trattato, e questo non era vero. In Gerace
avea dichiarato che i fratelli Moretti consentivano al trattato e che
fra Dionisio glie l'avea detto, come pure che Gio. Angelo Marrapodi
avea promesso di portar gente in aiuto, e tutto questo nemmeno era
vero.--Tali furono gli atti estremi del Pisano, che nel medesimo
giorno, malgrado fosse di Domenica, venne condotto al supplizio; ci
corre pertanto il debito di giudicarli. A rigore, la confessione delle
eresie potrebbe dirsi fatta con la speranza di suscitare direttamente
nel S.^{to} Officio la premura di avocare la causa al suo tribunale,
e quindi intercedere perchè l'esecuzione fosse sospesa; tuttavia il
tenore di essa è tale da poterla credere sincera, mostrando un uomo
per quanto turbato altrettanto scevro d'illusioni, mentre d'altra
parte tutta la vita anteriore di lui ce lo rivela di costumi tristi,
ma leggiero più che malizioso. Le discolpe poi intorno alla congiura,
le quali attenuano la responsabilità di parecchi ed anche esonerano
perfino fra Dionisio circa un punto speciale, non fanno motto nè
del Gagliardo, nè del Bitonto, nè del Jatrinoli, e però implicano
evidentemente una conferma dell'esistenza del concerto per la
ribellione: se non era vero che il tale e il tal altro vi avessero
avuta parte o che ve l'avessero avuta nella misura prima deposta, era
vero che vi avessero avuta parte in una misura più circoscritta e che
ve l'avessero avuta tutti i rimanenti. Di certo non gli era mancata
l'opportunità di disdirsi in tutto e per tutto, e gli sarebbe riuscito
tanto più facile il farlo in poche parole qualora la coscienza glie
l'avesse consentito. Dopo ciò bisogna dire che fu assai male informato
il Campanella, quando nella sua Narrazione scrisse che «il Pisano si
ritrattò più volte, e poi dicendo che l'heresia lo havea salvato,
lo fecero morir di domenica, avanti che si presentasse la bolla del
clericato per lunedì, e nella sua morte si scommosse il cielo el mare,
e s'annegaro 8 navi e galere in porto di Napoli». Che propriamente
nella notte del 16 gennaio, ed anzi sull'alba del 17, vi sia stato un
uragano, pel quale perirono in Napoli 7 navi e diverse altre egualmente
nelle spiagge vicine, è ricordato da' nostri Storici, e meglio anche
dagli Agenti di Toscana e di Venezia ne' loro Carteggi, e su ciò non
v'è nulla da dire[58]. Che l'esecuzione sia stata fatta di Domenica
per ragione non del Vicerè ma del S.^{to} Officio, si rileva da quanto
abbiamo narrato con la scorta de' documenti autentici ed anche dal
documento de' Bianchi che dice: «a questa giustitia andò la compagnia
il sabato prima 15 del mese et aspettò sino a 2 hore di notte, et poi
fu licenziata per non possere l'afflitto essere assoluto del s.^{to}
officio». Che non la bolla ma l'informazione del clericato abbia dovuto
già essere stata esibita al tribunale innanzi questa data, si è visto
dall'averne il Vicerè fatto perfino un appunto al Vescovo di Mileto.
Che infine il Pisano non siasi ritrattato mai, ed invece con una
desolante persistenza abbia ripetuto, più o meno, le cose dell'eresia
e della congiura innanzi qualsiasi tribunale, è accertato da tutti gli
esami e rivelazioni che di lui possediamo, e precisamente nella persona
di lui la raccolta che possediamo è completa.
I particolari del supplizio del Pisano ci vengono forniti dallo
stesso documento dell'Archivio de' Bianchi. Col lunghissimo giro
altrove accennato, dalla Vicaria «s'andò per palazzo»; e si eseguì
la «giustitia per ordine di S. E. ad appiccare et squartare vicino
la guardiola del Castello». Anche nelle scritture di S.^{to}
Officio relative alle persone di questa causa, troviamo che Felice
Gagliardo, menzionando Cesare Pisano, lo disse «giustitiato al
largo del Castello»[59]. Così quest'infelice giovane, di 26 anni,
servì di spettacolo non solo al popolo della fedelissima città, ma
anche a' suoi compagni di sventura, che dalle carceri del Castello
doveano vederlo. E meritano pure di essere notate ed interpetrate due
circostanze che si trovano riferite dal Residente Veneto[60]. La prima,
che il Vicerè fece affrettare l'esecuzione, poichè il Pisano nelle
carceri avea disegnato di avvelenare Maurizio, il quale continuava a
svelare il negozio della congiura; e fu questa verosimilmente una voce
sparsa dal Governo medesimo, per giustificare un abuso giurisdizionale
aggravato anche dal modo tenuto. La seconda, che il Pisano, essendo
prete, fu impiccato in abito di prete; e questa circostanza dovè esser
vera unicamente nel senso che si fece andare il Pisano al patibolo col
ferraiolo nero di clerico; poichè non solo trovasi attestato dalla
lettera del Residente il fatto dell'impiccato coll'abito di prete,
ma anche trovasi riferito da tutti gli Avvisi del tempo essere stato
impiccato un sacerdote, anzi lo stesso Campanella, ciò che significa
esservi stata tale credenza, originata verosimilmente dal fatto
dell'abito, che va interpetrato come uno sfregio inflitto al potere
ecclesiastico.--Per certo il Nunzio ebbe a rimanere duramente deluso
nella sua aspettativa intorno al Pisano, e non se ne potè neanche
lagnare immediatamente in Corte, essendosene il Vicerè andato fuori
Napoli: ne fece bensì risentimento con D. Giovanni Sances, e ne diè
conto al Card.^l S. Giorgio con la sua lettera del 21 gennaio, senza
far motto della circostanza dell'abito di clerico fatto indossare al
Pisano. Più tardi potè parlarne al Vicerè, il quale disse che di queste
cose se ne rimetteva a' suoi ufficiali e che non avea saputo nulla
di tale esecuzione; ed al Nunzio parve che le sue lagnanze avessero
lasciato il Vicerè «confuso» e perciò si era espresso in quel modo
«punto verisimile»! Per non intralciare la narrazione, aggiungiamo che
ancora più tardi ne dovè dar conto egualmente al Card.^l di S.^{ta}
Severina, il quale glie ne scrisse inculcando di risentirsene; ed egli
fece del pari conoscere di averne già parlato al Vicerè, e di essergli
stato da lui risposto «che non haveva saputa tal esecutione», come pure
di averne parlato a' Ministri e di esserne costoro «rimasti confusi
ad ogni modo»[61]. In verità bisogna dire che il Nunzio non rifuggiva
dai concetti più arrischiati, quando si trattava di scusare la sua non
rara indolenza in queste materie così delicate, che egli aveva per lo
meno il torto di mettere allo stesso livello de' negozii ordinarii. Due
volte la Compagnia de' Bianchi era andata in Vicaria pel Pisano, due
volte il S.^{to} Officio si era trattenuto col povero condannato, e il
Nunzio non ne avea saputo nulla. Il vero è che egli soleva scansare ad
ogni costo le imprese laboriose: così avea fatto pel Caccìa, così fece
pel Pisano, così lo vedremo fare anche in qualche altra occasione.
III. Intanto, dietro l'arrivo del Breve Papale, il tribunale della
congiura per gli ecclesiastici si costituiva, e sollecitamente
cominciava a funzionare. L'11 gennaio il Breve era stato presentato
al Nunzio da D. Pietro de Vera e letto da entrambi; il 16 la nomina
del medesimo D. Giovanni Sances per fiscale e di Marcello Barrese per
Mastrodatti fu trasmessa ufficialmente, da parte del Vicerè, a D.
Pietro de Vera con l'incarico di comunicarla al Nunzio; il 18 si tenne
la prima seduta. Queste date risultano dagli Atti che si conservano in
Firenze, posti al sèguito del Breve, parzialmente anche dal Carteggio
del Nunzio, e dal Carteggio del Vicerè, infine da un documento che
abbiamo rinvenuto nell'Archivio di Stato[62]: ma prima d'inoltrarci
nella narrazione di ciò che si fece nel tribunale, non sarà inutile
dare un'occhiata al Breve. Esso vedesi diretto al Vescovo di Troia
Nunzio Apostolico e a Pietro de Vera Consigliere, e reca la data
dell'8 gennaio. Con quella dicitura contorta e stentata di Marcello
Vestrio Barbiano Segretario de' Brevi, e con quel piglio altiero ed
ingiurioso tanto comune ad incontrarsi ne' documenti della Curia,
Clemente VIII comincia dal ricordare la partecipazione avuta «pocofà»
dal Vicerè, che taluni frati e clerici «figli dell'iniquità» aveano
cospirato nello Stato del carissimo figlio Filippo e trattato di dare
la Calabria «nelle mani de' turchi nemici del nome cristiano», e la
dimanda dello stesso Vicerè, che si fosse degnato di provvedere con la
benignità Apostolica perchè i parecchi carcerati avessero il meritato
gastigo; ond'egli stimando que' «ribaldi e sediziosi uomini indegni
dell'immunità e libertà ecclesiastica», concede alla fraternità del
Vescovo, e alla discrezione di Pietro, facoltà di esaminare carcerati
e carcerandi, complici, testi etc. Finquì ognuno avrà notato quel
«pocofà» da doversi riferire a tre mesi indietro, una definizione della
congiura che la Curia sapeva da un pezzo non esser la vera con qualche
sospetto che la congiura medesima fosse destituita di fondamento,
inoltre una durezza estrema di linguaggio verso individui i quali
tuttora non erano che semplici imputati: si faccia un confronto col
linguaggio tenuto dal Vicerè nell'istituire il tribunale pe' laici
(Doc. 209 p. 109) e si vegga la differenza. Ma cosa voleva dire
quell'essere i ribaldi e sediziosi uomini indegni dell'ecclesiastica
immunità? Era forse un tribunale laico quello che s'istituiva per essi?
Senza dubbio si derogava ai Canoni e alla procedura ordinaria, massime
coll'intervento del Fiscale Sances e del Mastrodatti Barrese, individui
laici nominati dal Vicerè; ma coloro i quali doveano in ultima analisi
giudicare e sentenziare erano sempre il Nunzio, giudice naturale
segnatamente de' frati, e il de Vera clerico, proposto dal Vicerè ma
nominato giudice dal Papa, e quindi funzionario Papale, precisamente
come p. es. erano i Vescovi proposti dal Governo e nominati dal Papa
senza potersi dire perciò funzionarii Governativi. Difatti «Commissarii
Apostolici, Delegati Apostolici», si dissero poi sempre il Nunzio e
il De Vera, e solo per le facoltà avute direttamente dal Papa essi
furono in grado di esaminare gl'imputati, prescrivere i tormenti,
emettere le sentenze; se il Campanella in sèguito pose sempre innanzi
il Sances e le sue crudeltà, è chiaro che lo fece unicamente per
mettere nell'ombra le persone e le crudeltà de' Commissarii Apostolici
de' quali non gli conveniva sparlare. Si chiami dunque «tribunale
misto» il tribunale creato col Breve, ma s'intenda bene la costituzione
sua, e non se ne sconosca la natura al punto da attribuire al Governo
Vicereale ciò che esso fece: sicuramente esso fu costituito in modo da
dover servire in tutto e per tutto il Governo Vicereale, ma rimanendo
pur sempre un tribunale i cui Giudici funzionavano in nome del Papa,
coll'autorità avuta dal Papa. Non meno importante poi riesce il notare
l'estensione de' poteri accordati a questi Giudici verso gli inquisiti:
concediamo, diceva il Breve, facoltà «di sottoporli alla tortura ed
altri tormenti giusta le disposizioni del dritto,... di procedere fino
alla sentenza _esclusivamente_, e di consegnare e rilasciare alla Curia
secolare, senza pericolo di censure.., colpiti dalle condegne pene
giusta le sanzioni canoniche coloro i quali a voi sia constato essere
legittimamente convinti e confessi». Ecco un abbandono insolito di ciò
che le Autorità, tanto ecclesiastiche quanto laiche, ordinariamente
si riserbavano; ma si noti che i Delegati potevano agire fino alla
sentenza di condanna «esclusivamente», sicchè quando una tale sentenza
si fosse dovuta emettere, sarebbe occorsa l'approvazione del Papa. Con
ciò risulta chiarita anche meglio la natura del tribunale; e s'intende
che l'approvazione del Papa non sarebbe mancata, ma s'intende pure
che per salvare l'apparenza della superiorità ecclesiastica, il Papa
consentiva ad assumere di dritto la responsabilità di ciò che sarebbe
avvenuto, mentre abbandonava di fatto gli ecclesiastici inquisiti
all'influenza prepotente del Governo Vicereale; non si neghi dunque
tale responsabilità, e si riconosca questo abbandono del Campanella
e socii fin dal momento della istituzione del tribunale col detto
Breve.--Poniamo qui che il Campanella, nella sua Narrazione e poi
anche in una delle sue lettere pubblicate dal Baldacchini[63], disse
questo Breve «sorrettitio ch'esponea ribellione», ed affermò che
«el S. Papa Clemente 8.^o donò licenza che si facesse questa causa
nelli carceri regi per confrontar li frati con li laici carcerati e
mostrar che lui non era consapevole». In verità la concessione del
Breve fu indipendente dal fatto della confronta, che venne in campo
più tardi; quanto poi all'esporre ribellione, certamente il Breve non
poteva esporre altro, e solamente avrebbe potuto esporla in migliori
termini; sappiamo poi che già da un pezzo il Governo Vicereale si era
mostrato o aveva finto di mostrarsi persuaso che il Papa non fosse
consapevole della congiura. Assai meglio di questo avrebbe potuto il
Campanella dire intorno al Breve; ma, come sempre, nelle parole di lui
bisogna leggere lo sforzo costante di appoggiarsi a qualunque specie di
argomento, e al tempo medesimo di non dare motivi di disgusto al Papa,
dal quale soltanto potea sperare la sua liberazione.
Dicevamo che il 17 e 18 gennaio si tennero le prime sedute del
tribunale. Probabilmente il 17 si tenne seduta preparatoria facendo
la rassegna degli Atti raccolti a carico degl'inquisiti, ma il 18 si
produsse il rescritto Vicereale che nominava il Sances e il Barrese, e
si deliberò di conservarlo ed eseguirlo, quindi si dovè subito metter
mano all'interrogatorio del Campanella: così venne iniziato il 4.^o
ed ultimo volume di tutto il processo, consacrato appunto alla causa
della congiura per gli ecclesiastici. La «deposizione» del Campanella
è solo menzionata negli Atti esistenti in Firenze, e ciò si spiega
con la circostanza che essa risultò negativa: quegli Atti per altro
mostrano che si estese dal fol. 3 a 9 del volume e quindi fu molto
lunga[64]. Una lettera del Nunzio, in data del 21 gennaio, fa conoscere
precisamente che il Campanella negava, e che forse l'indomani si
sarebbe fatta la confronta: «sono stato, egli dice, già due volte con
il Sig.^r D. Pietro di Vera in Castello, et essaminato (_sic_) fra
Thomaso Campanella il quale stà sù la negativa, ma hà tanti che gli
testificano contro, de' quali forse domani si farà la confrontatione,
che credo bisognerà si risolva à dir il fatto come stà circa la
congiura, et ribellione». Ma la confronta si fece solamente il giorno
23 gennaio, come risulta da una lettera del medesimo Nunzio scritta
l'indomani, e non vi furono altri Atti fra l'esame del Campanella e
la confronta, vedendosi questa occupare nel volume il fol. 10 ed 11,
come è notato negli Atti sopra menzionati. Si ricominciò coll'esame
del Campanella rammentandogli la Dichiarazione da lui scritta, ed
egli, secondo il Nunzio, la negò egualmente, ed allora si venne alla
confronta; ma forse il Nunzio volle dire che negò la ribellione della
quale aveva altra volta scritto, e non deve far meraviglia questa
distrazione da parte del Nunzio, che sempre, così nella causa della
congiura come in quella dell'eresia, lasciò fare a' suoi colleghi,
intervenendo solo in qualche occasione nella quale gli pareva che
potesse «far conoscere la superiorità ecclesiastica». Ecco come egli
riferì il fatto nella sua lettera del 24 gennaio. «.. Hieri stando
pur frà Thomaso Campanella sù la negativa, etiam d'una narratione
del fatto scritta di sua mano sin nel principio che fu preso, se
gli condusse à petto, et per riscontro cinque, et particolarmente
un' Mauritio de Rinaldi che fù quello che condotto alle forche si
risolvette à dire spontaneamente, et per scarico di conscienza, tutto
quello che sempre havea negato nei tormenti, il quale disse sul viso
à detto Campanella il trattato della Ribellione che havevano havuto
insieme, e che per questo era stato sù le Galere Turchesche, e tutto
quello ch'era seguito; et egli pure stette sù la negativa, onde il
fiscale fece instanza che si venisse à tortura»[65]. Prima d'inoltrarci
nell'incidente della tortura, dobbiamo dire che se nel giorno suddetto
vi furono soltanto cinque confronte come il Nunzio asserì, ve ne furono
di poi altre due, poichè sette ce ne mostrano fuori ogni dubbio,
successivamente avvenute, gli Atti esistenti in Firenze; da' quali
apparisce pure che queste confronte non durarono a lungo, occupando
appena il fol. 10 ed 11 del volume[66]. Difatti, secondo la procedura
che costantemente accade d'incontrare in qualunque processo del tempo,
s'introduceva il teste, gli si deferiva il giuramento in presenza
dell'inquisito, gli si dimandava se conoscesse costui, e verificatosi
che lo conosceva, gli si dimandava in termini generali se le cose che
avea deposte contro di lui fossero vere; ed allora, riuscendo negativa
la confronta, mentre il teste diceva che tutto era vero, verissimo,
l'inquisito diceva che non era vero, che tutto era bugia, che il teste
ne mentiva per la gola; così la confronta finiva in pochi momenti. I
sette confrontati furono, oltre Maurizio, Gio. Tommaso di Franza, Gio.
Paolo di Cordova, Tommaso Tirotta, Felice Gagliardo, Geronimo Conia,
fra Silvestro di Lauriana. Le parole del Nunzio sopra riportate ci
mostrano che Maurizio, alla presenza del Campanella, non dovè limitarsi
alla semplice rafferma della sua confessione in termini generali, ma
trasportato dal suo zelo per l'anima dovè rammentare qualche cosa del
progetto e de' preparativi di ribellione, e segnatamente dell'andata
sulle galere turche deliberata d'accordo con lui. Quanto a Gio. Tommaso
di Franza, Gio. Paolo di Cordova e Tommaso Tirotta, evidentemente la
loro confronta dovè servire a raffermare il fatto del convegno di
Davoli e de' discorsi ivi tenuti; quanto a Felice Gagliardo e Geronimo
Conia, la loro confronta dovè raffermare segnatamente il fatto della
visita del Campanella a Cesare Pisano nelle carceri di Castelvetere
e le parole ivi scambiate, giacchè vedremo essere stato questo uno
dei principali capi dell'accusa che il fiscale scrisse contro il
Campanella. Infine quanto al Lauriana, la sua confronta dovè raffermare
il fatto del convegno di Pizzoni e delle parole del Campanella ai
congregati, ed è manifesto che al cospetto de' Giudici caddero tutti
i proponimenti di ritrattazione che il Lauriana aveva esternati al
Campanella. Vedremo altre confronte di altri inquisiti col Campanella
nel tratto successivo: intanto già fin dalle prime confronte il fiscale
dimandò a' Giudici che si ordinasse di amministrare la tortura, ma il
Nunzio volle che prima se ne informasse S. S.^{tà} per ottenerne la
licenza.
Ecco in che modo il Nunzio riferì questo incidente. «.. Il fiscale fece
instanza che si venisse à tortura, et mettendogli io in consideratione
che se il detto Campanella domandava la copia delli inditii non vedevo
come se li potessero negare, disse, e mostrò che secondo l'uso della
Vicaria e di tutte l'udienze di Regno, ne casi così enormi si veniva
à tortura per il processo informativo.., et che anche questo si era
fatto nell'ultimo caso di ribellione dove intervenne un deputato dalla
sedia Apostolica et che me lo mostrerebbe; gli replicai che era più
espediente saper sopra questo il comandamento di S. S.^{tà} che ne può
dispensare, et però mi son risoluto à scriverne per la staffetta, tanto
più quanto intendo che questo medesimo è stato usato dalli Offitiali
dell'Arcivescovato in casi d'importanza, et è stato ottenuto licenza
di poter venire à tortura nel processo informativo senza farne altra
copia, che certo conosco che in questo negotio sarebbe cosa di molta
difficoltà, e lunghezza, ma non voglia (_sic_) consentire à nulla di
straordinario secondo l'uso di quà senza particolare ordine il quale
desidero quanto prima, acciò il negotio si possa tirar avanti conforme
al desiderio del sig.^r Vicerè». Abbiamo voluto riportare per intero
questo brano di lettera, per potere ben valutare l'incidente. Da esso
si dovrebbe inferire che fosse ben poca nel Nunzio la conoscenza del
dritto e la pratica del tribunale, mentre pure ne presedeva uno e di
non poco rilievo. Poichè se la Curia Arcivescovile ne' casi importanti
doveva ottenere licenza da Roma per amministrare la tortura durante il
processo informativo, senza dare all'inquisito la copia degl'indizii,
ciò accadeva perchè ne' casi importanti la Curia Romana voleva essere
intesa di tutto, e dirigere essa medesima il processo in ogni sua
parte. D'altronde l'amministrare la tortura durante il processo
informativo non era un uso particolare di Napoli, bensì un principio
riconosciuto da tutti i Giuristi, ogni qual volta si trattasse di casi
gravissimi e specialmente di lesa Maestà. Adunque la tortura dimandata
dal fiscale, nel caso del Campanella, non usciva da' limiti del dritto
e delle facoltà date dal Papa a' Giudici col suo Breve, essendovi
tra le altre quella di poter sottoporre gl'inquisiti «alla tortura
ed altri tormenti giusta le disposizioni del dritto». Non potendosi
ammettere nel Nunzio tanta ignoranza del dritto, bisogna piuttosto
conchiudere che egli abbia voluto dar prova di saper sostenere la
superiorità ecclesiastica, mostrando che in tutto si doveva dipendere
da Roma; e con ciò non giovava alla causa del Campanella e socii, ma la
danneggiava senza dubbio, poichè rinfocolava la sorda diffidenza della
Corte di Napoli verso quella di Roma nella faccenda de' frati. Bisogna
tener presenti queste cose, poichè esse influirono certamente sulla
condotta ulteriore del Governo Vicereale.--La richiesta della nuova
facoltà per dare la tortura al Campanella fu subito fatta dal Nunzio,
mediante una staffetta spedita dal Vicerè, e si ebbe cura di farla in
modo da comprendervi anche gli altri, che il Nunzio in una sua lettera
di sollecitazione, in data del 4 febbraio, qualificava «inditiati per
non dir convinti». Naturalmente la richiesta venne accordata senza
la menoma difficoltà, trattandosi di una quistione di forma, non di
sostanza; ma la lettera che l'accordava si fece attendere alcuni giorni.
Intanto il tribunale non perdeva tempo. Dopo l'esame e le confronte
suddette del Campanella, immediatamente dopo, si venne all'esame di fra
Dionisio, come si rileva dal trovare la deposizione di costui, negli
Atti conservati in Firenze, notata col fol. 12 del volume[67]: anche
di essa per altro quegli Atti non dànno che la semplice menzione, e
certamente perchè risultò del pari negativa. Se non c'è una lacuna,
del resto poco notevole, nelle notizie dei folii del volume, dopo fra
Dionisio fu esaminato fra Gio. Battista di Pizzoni. Dichiarazioni
fatte più tardi nel processo di eresia massime da fra Dionisio[68],
quindi ripetute dal Campanella nelle sue Difese[69] e poi ancora nella
Narrazione, tenderebbero a far credere che le cose fossero passate nel
modo seguente. Il Pizzoni dapprima si ritrattò, onde fu posto in una
fossa, dove col carbone scrisse sul muro il suo nome aggiungendovi
«positus ut dicat mendacium ad instantiam fiscalium»; ma il Lauriana
dalle carceri del civile, dietro il consiglio di un dottore Domenico
Monaco, che là si trovava e che aveva consigliato lui stesso a non
ritrattarsi perchè sarebbe stato punito come falsario, potè con lo
stesso argomento indurre il Pizzoni a revocare la ritrattazione; così
uno o due giorni dopo costui dimandò di essere udito di nuovo e revocò
quanto avea dapprima ritrattato. Di tutto questo non si ha veramente
notizia negli Atti sopra citati; solo vi si trova l'esame del Pizzoni
qualificato «deposizione ultima di fra Gio. Battista che accetta quella
fatta innanzi al Vescovo di Gerace», e da ciò potrebbe desumersi che
le suddette dichiarazioni esprimessero il vero. Ma dobbiamo notare
che possediamo tale deposizione di fra Gio. Battista integralmente
riportata nel processo di eresia, perocchè venne trasmessa in copia
dall'uno all'altro tribunale, e non vi scorgiamo alcuno indizio di un
esame anteriore che con essa il Pizzoni si facesse a revocare[70]. La
deposizione porta la data del 29 gennaio. I Giudici dimandano dapprima,
«come si ritrova esso deposante carcerato in questo Regio Castello», ed
egli dichiara come e quando e da chi venne carcerato in Calabria «acciò
deponesse... contra fra Thomase Campanella et fra Dionisio Ponsio de le
cose, che esso deposante havea denuntiato tanto al'Avvocato fiscale di
Calavria in scritto quanto per lettre al Generale»: poi, dietro altre
dimande, dice di essere stato già esaminato dal Visitatore ed anche dal
Vescovo di Gerace e si rimette a questi esami, spiega come non depose
già per timore ed insiste ad atteggiarsi a denunziante, rettifica la
parola «complici» che fu scritta nel suo esame a proposito degli altri
frati da lui nominati, nega assolutamente di aver mai consentito alla
ribellione, dicendo che piuttosto vorrebbe gli «fosse stata tagliata
la lingua». Vedremo or ora che ben diversamente fu redatto il processo
verbale dell'esame del Petrolo, il quale davvero prima si ritrattò e
poi revocò la ritrattazione: ad ogni modo, la deposizione del Pizzoni
che rimase e servì nello svolgimento ulteriore del processo fu quella
sopradetta.--Non appena raccolta tale deposizione, fu immantinente
chiamato il Campanella per fare la confronta, e come sempre era
avvenuto, il Pizzoni disse che era vero quanto avea dichiarato nelle
sue deposizioni contro di lui, e il Campanella disse che egli mentiva
per la gola. Si passò allora alla confronta del Pizzoni con fra
Dionisio; quindi si fece la confronta del Lauriana con lo stesso fra
Dionisio, e il risultamento fu sempre identico, come si rileva dagli
Atti che pubblichiamo tra i Documenti[71].
Nel giorno medesimo 29 gennaio si venne anche all'esame di fra
Domenico Petrolo, e costui positivamente si ritrattò, ma poi revocò la
ritrattazione aggravando fuor di misura la condizione del Campanella.
Possediamo egualmente questi Atti nella loro integrità, giacchè vennero
inserti in copia nel processo di eresia[72]. I Giudici dimandarono, al
solito, come e perchè egli si trovasse carcerato, e il Petrolo rispose
che credeva essere stato carcerato per deporre contro il Campanella:
poi, dietro altre dimande, rispose di aver deposto che il Campanella
volea ribellare la provincia di Calabria coll'aiuto de' turchi e de'
fuorusciti, di averlo deposto a suggerimento di fra Cornelio, che
lo persuase di dirlo per non essere maltrattato in Calabria e venir
rimesso a' proprii superiori; quindi espose tutte le circostanze
della sua fuga insieme col Campanella temendo che Maurizio volesse
ammazzarlo, tutte le circostanze della loro cattura e carcerazione. Ma
i Giudici gli obiettarono che avea deposto spontaneamente e poi avea
ratificato la deposizione innanzi al Vescovo di Gerace, ed egli rispose
che non avea ratificato nulla e che quanto avea deposto non era vero;
infine gli dimandarono se era vero che avesse concertato col Campanella
di ribellare la Calabria e farla repubblica, ed egli rispose, «non è
vero, Giesù»! Si può ritenere per certo che i Giudici fecero allora
porre il Petrolo nella fossa, onde egli ben presto si raccomandò al
carceriere, dicendo che volea manifestare la verità.--Così nella
seduta del 31 gennaio il Petrolo fu sottoposto a un nuovo esame; e nel
processo verbale trovasi consacrato che, essendo venuti i Giudici, il
carceriere fece loro intendere il desiderio del Petrolo, e che costui
tradotto nel luogo dell'Audienza ed interrogato se volesse manifestare
la verità come avea dichiarato, disse di avere negato il primo esame
per le minacce fattegli dal Campanella a nome suo ed anche a nome di
fra Dionisio in più circostanze. E cominciò dal riferire i motti latini
scambiati tra il Campanella e lui durante il tragitto da Squillace
a Gerace, la cartolina mandatagli dal Campanella appunto in Gerace,
l'ambasciata fattagli a Monteleone per mezzo del Pisano, le parole
direttegli in Napoli dalla finestra del carcere; inoltre riferì le
sollecitazioni avute perchè deponesse falsamente contro Mesuraca, il
Principe della Roccella e Giulio Contestabile, e concluse che dubitando
di poterne aver danno si era ritrattato. Lettogli quindi il primo
esame, lo confermò, rettificando ed aggiungendo qualche cosa pur sempre
a carico del Campanella ed a scusa propria. Così disse che solo il
Campanella gli avea manifestato più liberamente doversi far ribellare
Catanzaro, ma «lo dì prima della cattura»; che poi «alla Roccella» gli
avea manifestato aver lui, il Campanella, questi pensieri nello stomaco
da tredici anni e fin d'allora averli comunicati a fra Dionisio, avere
inoltre mandato fra Dionisio alla Piana per mettere in ordine la gente
e i fuorusciti, infine venire per lui trenta vascelli turchi dietro le
trattative fatte da Maurizio, con altre circostanze relative a' fatti
e detti di que' giorni. Interrogato aggiunse pure che il Campanella
avea detto bastargli essere amico di Maurizio perchè i turchi non lo
facessero schiavo; ed aggiunse inoltre spontaneamente, che una volta
in Stilo essendosi il Campanella vantato di aver fatto nominare dodici
Vescovi, ed avendogli lui detto «piacesse a Dio che tu fossi fatto
Cardinale per fare bene a noi altri», il Campanella avea risposto, «io
Cardinale? io voglio fare altri Cardinali, et non aspettare che me
faccino à me». Fu questa la deposizione ultima del Petrolo, la quale,
come ben si vede, riassumeva in brevissimi tratti perfino la storia
de' disegni del Campanella, senza tralasciare nemmeno di far capire
l'altissimo grado che egli si riserbava nel nuovo Stato da doversi
fondare: e comparando i fatti accennati dal Petrolo con quanto sappiamo
da tutti gli altri fonti, tenendo presente l'indole stessa del Petrolo,
si può conchiudere che egli non abbia mentito, eccettochè nell'asserire
di aver ben conosciuti i disegni della congiura solamente negli ultimi
giorni e alla Roccella. Pertanto i Giudici fecero subito una confronta
del Petrolo col Campanella, come si rileva da' soliti Atti, ne' quali
la «deposizione» o «seconda deposizione» del Petrolo trovasi notata
co' fol. 18 a 20, e la confronta col fol. 21[73]. Si ebbe così la
nona ed ultima confronta in persona del Campanella, e non sarà strano
l'ammettere che il risultamento di essa sia stato pur sempre identico a
quello delle altre.
Molto probabilmente allora appunto, il 31 gennaio, essendosi mostrato
negativo con tanta ostinazione, il Campanella venne rinchiuso a sua
volta nella fossa, donde non fu tratto che per essere sottoposto alla
tortura: e veramente, nella sua Narrazione, il Campanella ne parla come
di un fatto avvenuto dopo le confronte di Maurizio non solo con lui ma
anche con fra Dionisio, ciò che sappiamo essere avvenuto immediatamente
dopo la confronta sua col Petrolo. Ecco in che modo egli racconta il
fatto. «Per questo il Sances credendosi haver trionfato di tutta la
causa, pose il Campanella dentro la fossa del _niglio_ in Castelnovo,
che và quasi sotto mare, oscurissima humidissima dicendoli e facendoli
dire che senza altro havea a morire e li davan de mangiar malamente
solo una volta il giorno, stava con li ferri alle gambe, dormia in
terra; e li vennero flussi di sangue. E così infermo poi lo posero nel
tormento». Non stentiamo a credere che la fossa in cui venne posto il
Campanella sia stata la più terribile, detta del coccodrillo, ovvero
anche del _miglio_, non _niglio_ come si legge nella Narrazione[74].
La menzione di questa fossa risale al tempo degli Aragonesi e vedesi
continuata fino a' giorni nostri, senza per altro poter dire dove essa
sia veramente stata, giacchè parrebbe essersi successivamente così
chiamata ogni fossa molto profonda e quasi del tutto oscura; notiamo
solamente esser probabile che il livello sottomarino di detta fossa sia
stato asserito dietro la nozione della profondità dell'intero fossato,
dove ne' primi tempi, come abbiamo accennato in altro luogo, potevasi
immettere l'acqua del mare. Vedremo che il Campanella vi rimase solo
per una settimana.
Intanto si fece ancora qualche confronta e segnatamente quella di
Maurizio con fra Dionisio: subito dopo si esaminò pure il Bitonto, e
non può esser dubbio che risultò parimente negativo; quindi si passò
a fra Paolo della Grotteria, intorno al quale sappiamo di certo che
negò ogni cosa[75]. Non apparisce poi che siano stati esaminati nè
fra Pietro di Stilo nè fra Pietro Ponzio: ne' Riassunti degl'indizii
compilati contro di essi, come contro diversi altri, non è ricordata
una loro deposizione in qualunque senso, a differenza di quanto si
vede per quelli sopra nominati e per qualche altro ancora. Apparisce
invece essere stato esaminato fra Scipione Politi, il quale disse
che avea conosciuto il Campanella, e che nel gennaio 99 lo andò a
visitare per averne una lettera in favore di un suo parente, e poi,
essendo l'ora molto tarda, rimase a dormire con lui; che più volte
andò a visitarlo di nuovo per parlargli di cose letterarie, ma non gli
riuscì possibile per le molte persone che si trattenevano con lui,
«et precise quando stava con Gio. Gregorio Prestinaci, et Gio. Jacovo
Sabinis, si ponea à ragionare con quelli et lasciava tutti». Aggiunse
che dopo la venuta di Carlo Spinelli si era detto «che lo fra Tomase,
fra Dionisio, Mauritio et altri forasciti trattavano di dare, primo si
disse, in poter del Papa questo Regno, et poi si disse che lo volevano
dare in mano deli Turchi, et l'hà inteso generalmente, ma dopò che
fu carcerato frà Tomase, l'intese dire questo dal Capitan Francesco
Plotino, et si dicea, che Mauritio havea trattato con li Turchi et
fra Dionisio ancora, et frà Tomase con altre persune et forasciti seu
delinquenti»[76]. Così questo fra Scipione, già intimo del Campanella,
se la cavò felicemente, e non può dirsi che il tribunale sia stato
severo con lui.
Ma dobbiamo tornare a Maurizio, il quale aveva esaurito il còmpito
per cui era stato fin allora serbato in vita, onde non si tardò a
farne l'esecuzione. La confronta con fra Dionisio fu l'ultimo atto
giudiziario certo della sua vita. Il Campanella, nella Narrazione,
scrisse pure che «lo portaro... a conurtar F. Pietro di Stilo prelato
del Campanella che confessasse per salvarsi come lui havea fatto, e poi
fatto questo officio iniquo, mandò il carcerere Alonso de Martinez,
et Onofrio a dir al Gesuino, che l'osservasse la parola: el Gesuino
rispose, che non si osserva _palabra con ladrones_, e fu appiccato
con perdita del corpo et dell'anima». Lasciamo da parte queste ultime
asserzioni, che vedremo bilanciate da altre diametralmente opposte,
e che ad ogni modo rappresentano la continuazione del disgustoso
atteggiamento preso dal Campanella verso Maurizio. Quanto all'incarico
che gli avrebbero dato di esortare fra Pietro di Stilo, il fatto non
può recare sorpresa, visto lo zelo religioso eccitato in Maurizio,
che era anche parente di fra Pietro; ma è singolare che non se ne
trovi qualche traccia nel processo di eresia, dove gl'incidenti della
causa sogliono trovarsi menzionati in gran numero. Vedremo per altro
che qualche poesia del Campanella si spiegherebbe ottimamente con
questo fatto, e del pari con esso può spiegarsi in gran parte il non
essere stato poi fra Pietro nemmeno chiamato all'esame: conoscevano
che sarebbe risultato ostinatamente negativo, e gli esami negativi
non tornavano convenienti, poichè gl'indizii raccolti a carico
degl'inquisiti principali ne rimanevano sempre alquanto vulnerati.
Il 3 febbraio era già avvenuto il passaggio di Maurizio dalle carceri
del Castello a quelle della Vicaria, e le scritture di S.^{to} Officio
ce lo mostrano appunto a quella data, come già il Pisano, innanzi a'
Delegati della Curia Arcivescovile, che questa volta furono i Rev.^{di}
Orazio Venezia e Curzio Palumbo Consultori e Marco Antonio Genovese
Avvocato fiscale, riuniti nell'Audienza criminale della Vicaria. Non
bisogna credere che simiglianti ricorsi al S.^{to} Officio, in punto
di morte, si fossero verificati soltanto in persona dei condannati
per la causa presente: era un uso molto comune a quei tempi, spesso
verificatosi senz'altro motivo che quello di ritardare per qualche
giorno l'esecuzione. Tra le carte venute nelle nostre mani abbiamo p.
es. due lettere del Card.^l di S.^{ta} Severina, che trattano delle
deposizioni di uno Scipione Prestinace egualmente di Stilo, celebre
bandito menzionato in qualche documento del Grande Archivio[77] e
decapitato il 17 febbraio 1597, il quale avea dimandato ed ottenuto di
confessare al S.^{to} Officio: e vedremo pure Felice Gagliardo, sul
punto di essere giustiziato più tardi per delitto comune, fare una
lunga deposizione innanzi a quel tribunale. Relativamente a Maurizio
non si potrebbe supporre il motivo sopra indicato, giacchè l'esecuzione
sua era stata già differita anche troppo; oltracciò non lo troviamo a
rivelare in S.^{to} Officio il giorno medesimo dell'esecuzione, come
abbiamo visto in persona di Cesare Pisano, ma mentre l'esecuzione
era stabilita pel 4 febbraio, egli il giorno precedente trovavasi
innanzi agli ufficiali della Curia Arcivescovile da lui richiesti pur
sempre con la clausola «a scarico della mia conscientia secondo me hà
imposto il mio padre spirituale»[78]. Ed ecco in breve quanto, giusta
lo stile del S.^{to} Officio, egli «denunziò» contro il Campanella e
fra Dionisio: gioverà conoscere il complesso delle sue rivelazioni,
anche a costo di annoiarsi trovando una ripetizione di cose già
narrate. In primo luogo depose che presso D. Gio. Jacobo Sabinis il
Campanella avea detto essere stato Cristo un grande uomo da bene, ed
aveva anche detto bene de' turchi (allora era di obbligo dirne male),
ond'egli poi in Castello ebbe ad avvertirlo che stava scandalizzato
di quelle parole, e fra Tommaso gli rispose che lui non conosceva
bene li negozii. Dippiù, che pure nella stessa data, «con occasione
della guerra che voleva cominciare, ò fattione che voleva fare contra
il Re», fra Tommaso disse che voleva «fare brusciare tutti li libri
latini perche era un inbrogliare le gente», senza precisare quali libri
e senza scovrirsi molto con lui per cose di religione, giacchè egli
era stato sempre saldo nelle cose della fede, «anzi chiarivi al detto
frà Thomaso che di queste cose di religione non bisognava trattarne,
perche non ci haveria mai consentito», e fra Tommaso rispose che egli
voleva solamente riformare gli abusi della religione. Inoltre che avea
saputo da Gio. Gregorio Prestinace volere il Campanella «fare una
republica dove si havesse da vivere in commune», ciò che fra Tommaso
medesimo gli confermò, dicendogli «che la generatione humana si dovea
fare dagli huomini buoni» cioè gagliardi e valorosi, e che «con la
medesima occasione della guerra... voleva aprire li sette sigilli»,
ricordando che in Calabria dicevasi pubblicamente «che la scientia di
detto frà thomaso sia del demonio ò di Iddio, perche ogn'uno che parla
con esso lo ritira dove vole esso con la scientia e con la persuasione
sua». Aggiunse pure infine, che intese da fra Tommaso «come quando
voleva fare le guerre haveria fatto deli miracoli, et mostrato con
la scientia è raggione che quello che mostrava esso era ben fatto».
Relativamente poi a fra Dionisio, dichiarò che costui aveva una volta
raccontato il solito fatto osceno in dispregio dell'ostia consacrata,
ed anche l'annegamento di quel sacerdote che a tempo dell'inondazione
del Tevere volea salvare il SS. Sacramento; che un'altra volta, stando
lui, Maurizio, inginocchiato nella chiesa del convento, fra Dionisio
gli disse che così voleva gli uomini, che sapessero fingere; e un'altra
volta, stando a desinare, fra Dionisio, ovvero fra Tommaso, avea detto
che i Cardinali non digiunavano, e le riforme si facevano per tutti
ma non per loro. Aggiunse, dietro domanda di rivelare i complici, che
ricordava solo di avere inteso dal Vitale suo cognato, giustiziato
in mare, che fra Dionisio, avendo celebrato la messa in Nardò dentro
la sua cella, gittò a terra l'ostia, nè credeva a Cristo, nè alla
verginità di Maria. Da ultimo, interrogato se avesse deposto per odio,
per inimicizia o per passione, egli appunto allora ricordò che non
avea mai rivelato nulla contro quei frati, malgrado ripetute torture,
e malgrado sapesse che fra Tommaso si era esaminato contro di lui, nè
aveva poi detta la verità per altro, se non perchè il suo confessore
della Compagnia de' Bianchi lo aveva consigliato a farlo per obbligo di
coscienza.--Così, in fondo, non si ebbero rivelazioni nuove o numerose
di Maurizio, il quale non potea nemmeno ignorare che vi erano state
anche troppe rivelazioni di eresia, o per debolezza, o per artificio,
allo scopo di passare alla Curia ecclesiastica: nè vi fu bisogno per
lui di assoluzione e di abiura, poichè egli non era imputabile in
siffatta materia. Ma l'importanza delle dette rivelazioni per noi sta
in questo, che esse dànno una notevole impronta di autenticità a'
tratti principali dei disegni del Campanella e delle riforme politiche
e religiose da lui progettate, come anche alla via seguita da fra
Dionisio in questa faccenda; poichè, quasi non occorre dirlo, noi
crediamo pienamente sincere quelle rivelazioni, senza alcuna riserva, e
però siamo stati anche solleciti di riferirle con le parole testuali.
In un momento supremo, quando ogni speranza di salvar la vita, se mai
ve n'era stata, avea dovuto rimanere del tutto spenta, vedere Maurizio
non già ritrattare le confessioni fatte nel tribunale, ma aggiungere
rivelazioni in termini tali da suggellarle, è certamente un fatto di
suprema importanza; nè cesseremo dal dire egualmente da questo lato,
che la condotta di Maurizio si può giudicare inaccettabile ma non mai
indegna di rispetto, e chi volesse ad ogni modo biasimarla dovrebbe
rivolgere i suoi biasimi piuttosto a coloro i quali abusarono di
quell'anima tutta imbevuta della fede in cui era stata educata. Ci
rimane intanto una somma di notizie in tal guisa raccolte, che non
ammettono dubbio.
Il giorno seguente, 4 febbraio, con lo stesso corteggio della prima
volta, Maurizio venne condotto al patibolo, e di rimpetto al torrione
del Castel nuovo, dal quale i suoi compagni di sventura poteano
vederlo, lasciò miseramente la vita col capestro a soli 28 anni. Il
Registro de' Bianchi lo ricorda in questi termini: «A dì 4 di febraro
Venerdì 1600, per ordine di S. Ecc.^a fù giustitia di Mauritio Rinaldi
de Guardavalle appresso Stilo, lascia una figliuola d'anni tre, nomine
Costanza in potere de sua matre nomine Giulia Vitale; et una sorella
d'anni 30 vidua nomine Costanza. Ve intervennero» etc. Il Campanella,
nell'Informazione, scrisse che «li fecero perder l'anima e 'l corpo,
e non li donaro tempo di ritrattarsi se non alli confrati»: bisogna
dire che egli non abbia conosciuto nulla delle rivelazioni fatte
in S.^{to} Officio, e poi sappiamo oggi ciò che avvenne presso i
confrati; se mai vi fossero state discolpe, nel Registro de' confrati
si leggerebbero come si leggono quelle del Pisano.--Dobbiamo aggiungere
che il Residente Veneto, l'8 febbraio, riferiva l'avvenimento al suo
Governo con qualche altra circostanza degna di nota e ne' termini più
lusinghieri per Maurizio; non possiamo dispensarci dall'esporre qui il
suo dispaccio e tutto intero, senza rimandare i lettori a' Documenti.
«Quel Mauritio Rinaldi doppo haver ratificato alla presentia de i frati
autori della ribellione tutte le cose fra loro accordate in Calavria,
propose da sè stesso di lasciarle comprobate senza più dilatione con
la sua morte perche non habbia loro à restar più speranza di poterle
negar nei tormenti; con che finì la vita nel luogo et modo istesso
dove anco la prima volta era stato condotto pubblicamente. Le attioni
fatte da costui, et vivendo, et morendo sono generalmente stimate di
tanto momento che da esse si possa far giudicio qual fossero stati i
suoi progressi se fosse riuscito l'effetto della congiura. Et havendo
colla volontaria revellatione, per solo zelo dell'anima sua, mosso
l'animo del V. Re, non parendo a S. Ecc.^{za} in caso di M.^{tà} lesa
di dover permutargli la pena della vita, hà fatto, con atto magnanimo,
che la facoltà sua, già per la sententia confiscata, sia hora divisa
in tre parti, una delle quali sia data per Dio, et una alla madre, et
l'altra ad una figliuola nubile di esso infelice, con la qual gratia
gli è parso morendo rinascere al mantenimento di persone a lui tanto
congiunte». Una testimonianza del tutto disinteressata, come questa
del Residente Veneto, su fatti avvenuti in Napoli, regge assai bene a
fronte delle molte, delle troppe affermazioni vituperose del Campanella
verso Maurizio. Forse, come tanto spesso, non tutte le circostanze da
lui riferite debbono ritenersi esatte. Verosimilmente non sarà esatto
che Maurizio abbia proposto di voler comprovare con la sua morte le
cose da lui rivelate a carico de' frati, giacchè per lo meno questo
non era punto necessario; del pari non sarà forse esatto che egli abbia
saputo in precedenza, con sua letizia, la revoca almeno parziale della
confisca de' suoi beni, non essendo facilmente ammessibile un così
pronto senso di pietà Vicereale verso un ribelle. Possiamo ritenere
che la confisca non abbia avuto effetto, e forse per questo motivo son
riuscite vane finora tutte le nostre ricerche nell'Archivio di Stato
su tale argomento: vi era l'interesse di «Dio», cioè de' monasteri, a'
quali con siffatto titolo tanto indegnamente adoperato si prodigava la
roba altrui, e vi era anche il gusto Vicereale di mostrarsi in gara
di commozione ne' casi di coscienza commossa. Ma ci basta sapere che
i contemporanei giudicarono Maurizio ben diversamente da quanto il
Campanella ci lasciò scritto, e crediamo che oramai il nome di Maurizio
debba registrarsi nel martirologio italiano, dandogli lo splendido
posto che gli compete.
Continuava intanto nel tribunale lo svolgimento delle prove a carico
di fra Dionisio. Furono esaminati Mario Flaccavento e Gio. Battista
Sanseverino, i quali confermarono di essere stati da lui sollecitati
a prender parte nella congiura. Anche Fabio di Lauro e Gio. Battista
Biblia fecero la confronta con fra Dionisio; e forse si udì pure
qualche altro contro di lui, giacchè si nota a questo punto una
piccola lacuna nella numerazione de' folii del volume[79].--Ma giunse
finalmente da Roma la lettera che dava licenza di amministrare la
tortura al Campanella e agli altri indiziati. Il Nunzio si affrettò a
comunicarla al Vicerè, e dovè pure esser subito emanato dal tribunale
il decreto per l'esecuzione. Questa lettera è menzionata in un'altra
posteriore del Nunzio[80], e non si trova nel Carteggio, sicuramente
perchè venne inserta nel processo, come allora solevasi fare.