PROCESSI DI NAPOLI E PAZZIA DEL CAMPANELLA.

A.--Processo della congiura (primi mesi del 1600).

I. Al declinare del giorno 8 novembre 1599, le quattro galere

provenienti dalla Calabria giungevano in vista di Napoli, e poco dopo

un battello spiccavasi dal Regio «tarcenale», come allora si diceva, ed

andava ad incontrarle. Nella sera, all'entrare in porto, dalle antenne

di ciascuna galera si vide spenzolare un uomo appiccato, e due altri

si videro squartare in mezzo alle galere medesime, «per spavento del

populo di questa città, concorso in numero infinito alla fama di questi

funesti spettacoli»[1]. L'indomani, i carcerati venivano sbarcati e

rinchiusi parte nel Castel nuovo e parte nel Castello dell'uovo.

Ecco come era andata la faccenda di queste esecuzioni: ce ne danno

notizie abbastanza precise in ispecie tre documenti autentici da noi

raccolti, una lettera Vicereale del 9 novembre rinvenuta in Simancas, e

due certificati scritti più tardi da' sacerdoti che avevano assistito

alcuni di quegl'infelici, inserti poi nel processo di eresia. Il Vicerè

scriveva a S. M.^{tà}: «D. Garzia di Toledo con le quattro galere

giunse ieri con Carlo Spinelli e i prigioni di Calabria, de' quali si

aveano da giustiziare in Monteleone sei che erano convinti e confessi,

e per non trattenere le galere li condussero con gli altri. Prima di

sera mi avvertirono di quanto accadeva, e comandai che andassero ad

incontrare le galere alcuni Religiosi i quali li aiutassero a ben

morire, e che all'entrata del porto ne appiccassero quattro alle

antenne e ne squartassero due, come si fece; ma ordinai che dapprima li

strozzassero, ed essi morirono molto bene confessando i loro delitti,

quantunque uno rimanesse pertinace sino all'ultimo ed infine morisse

come gli altri. Oggi i prigioni sono stati posti ne' Castelli» etc.[2].

Adunque l'ordine delle esecuzioni anche questa volta fu dato dal

Vicerè; e da una lettera del Nunzio, come vedremo più sotto, risulta

che le galere si fermarono in Nisida per entrare la sera nel porto, od

almeno che si era diffusa la voce di questo avvenimento, senza dubbio

insieme con la fama del funesto spettacolo, secondo l'espressione del

Residente Veneto. Nè fu vero che que' due infelici venissero squartati

vivi, siccome dissero di poi il Parrino e il Giannone ed anzi lo stesso

Residente, il quale lo riferì al suo Governo del pari il 9 novembre,

mostrando bene che tale era stata l'impressione avutane in Napoli; il

Vicerè fu tanto caritatevole da pensare non solo a questo, ma anche

a far salvare le anime di quegl'infelici coll'invio de' Religiosi,

mentre sulle galere non mancavano mai i rispettivi Cappellani, sicchè

in Madrid doverono rimanerne edificatissimi. Un certificato appunto

del Cappellano della galera denominata S.^{ta} Maria, D. Eligio

Marti, che poi con la stessa qualità passò a servire nell'ospedale

degl'Incurabili, ed un certificato di Gio. Luca de Crescenzio de'

Padri Ministri degl'infermi, o Padri della Crocella com'erano chiamati

volgarmente, ci rivelano il resto, mostrandoci a quale ordine di

Religiosi il Vicerè fosse ricorso[3]. Erano allora in gran voga, e

giustamente, i Padri Ministri degli infermi: lo stesso venerabile

Camillo de Lellis li avea condotti in Napoli nel 1588, ed avea fatto

grandemente apprezzare la loro caritatevole istituzione, sicchè ben

presto, per le beneficenze di D.^a Giulia Castelli, ebbero una distinta

casa di Noviziato di rimpetto al Castello dell'ovo (alle Crocelle),

oltrechè s'istallarono negli ospedali dell'Annunziata, degl'Incurabili,

di S. Giacomo, venendo poi anche il De Lellis pel servizio _corporale_

degl'infermi all'Annunziata; solo più tardi, col crescere della loro

fortuna, preferirono il servizio _spirituale_, onde finirono per

mantenersi in riputazione principalmente con la volgare credenza che

avessero una speciale preghiera per abbreviare l'agonia degl'infermi

accelerandone la morte! Più Religiosi di quest'ordine andarono a

confortare quelli che doveano essere giustiziati, e al De Crescenzio

toccò di confortare Gio. Battista Vitale, «il quale fu all'hora

affocato dalli ministri di giustitia sopra uno schiffo e poi squartato

in mezzo alle dette galere»; ma «in quel medesimo tempo che stava per

morire, publice et in presentia nostra, e del fiscale sciarava, che

si ritrovava in dette galere con detto Carlo Spinello, dichiarò, che

quello che esso havea detto contro quelle persone da lui nominate

nelle sue depositioni, e specialmente contro monaci, tanto in materia

di Ribellione, quanto in materia di heresia non era vero, ma che il

tutto havea detto per dolori de' tormenti datili dal predetto fiscale

sciarava». Al Marti poi toccò di udire la stessa dichiarazione, durante

il viaggio, non solo dal Vitale ma anche dai Caccia e dal Pisano, e da

ultimo toccò di trovarsi presente ed aiutare a ben morire «apparandosi

detto acto di giustitia sopra la detta galiera S.^{ta} Maria» per

Gio. Battista Vitale e per Gio. Tommaso Caccia, i quali ad alta voce

innanzi al fiscale Sciarava là presente ripeterono la dichiarazione

e volevano che fosse scritta; «qual dechiaratione da loro facta, fu

eseguita la detta giustitia, et furono li predetti Gio. Battista et

Gio. Thomaso affoghati sopra uno schifo, et poi squartati in mezo di

dette Galiere». Intanto come mai il Vicerè non disse nulla su tale

proposito, e parlò invece della temporanea pertinacia irreligiosa

mostrata da uno di questi infelici? Verosimilmente essi fecero

dichiarazioni di discolpe, ma parziali, avendo in realtà rivelato per

atroci torture più di quello che conoscevano, e noi l'abbiamo fatto

avvertire a suo tempo, nè il Vitale potè smentire ciò che avea rivelato

in materia di eresia, mentre non era stato mai interrogato su tale

materia; quanto poi alla pertinacia di uno di loro, la cosa fu vera

ed accadde appunto in persona del Vitale. Difatti si ebbe in sèguito

la testimonianza di Maurizio, il quale sul punto di morte narrò a'

Delegati del S.^{to} Officio che suo cognato «che fu giustitiato qua in

Napoli sopra, il molo dentro mare... non si voleva convertere, perchè

diceva havere inteso da fra Dionisio che non ci era Christo, ciò e,

che non ci credeva»[4]. Si ebbe poi anche, nel processo di eresia,

la testimonianza del Barone di Cropani, il quale a detto altrui,

giacchè soffrendo il mal di mare non vide nulla, disse che «tre che

furo giustificiati sopra la galera», dove egli si trovava, gridavano

essere stato loro estorto co' tormenti quanto aveano rivelato intorno

alla ribellione, aggiungendo che «un Gio. Battista de Nicastro quale

fu giustificato non si voleva convertire, ma disse che voleva andare

a casa del diavolo, et ivi aspettare don loyse sciarava, si ben ala

fine si ridusse et morì devotamente»[5]. È facile ravvisare che si

alluderebbe qui propriamente a Gio. Battista Bonazza, il quale come

vedremo or ora dovè essere giustiziato del pari; se non che in quanto

alla pertinacia irreligiosa da lui mostrata probabilmente il Barone

equivocò, confondendolo con Gio. Battista Vitale.

Ma, oltre il Caccia e il Vitale, vi furono quattro altri semplicemente

appiccati, e su' nomi di costoro non abbiamo la benchè menoma notizia.

Forse nell'Archivio de' Padri Ministri degi'infermi, che dicono

trovarsi in Roma, potrebbe aversene qualche cenno; ma è difficile

che costoro abbiano avuti registri particolareggiati come vedremo

averli i Bianchi di giustizia, i quali confortarono alcuni altri più

tardi, e sicuramente non ne dicono nulla nè gli Annali del Lenzo, nè

le Memorie storiche del Regi, che abbiamo appositamente consultato.

Nondimeno per tre di loro, anche dietro l'indizio datone dal Barone di

Cropani, possiamo dire essere stati con ogni probabilità quelli presi

dal Soldaniero e già condannati a morte, cioè Gio. Battista Bonazza

alias Cosentino, Fabio Furci e Scipio lo Jacono; il quarto dovè essere

uno della stessa comitiva, ovvero Gio. Ludovico Tedesco che fu preso

con fra Dionisio, col Vitale e col Maurizio, ma non abbiamo qualche

elemento di una certa consistenza per affermarlo. Il Campanella nella

sua Narrazione disse: «4 banditi nè confessi, nè nominati in cosa di

ribellione appiccaro nel molo Xarava e Spinelli, perchè si dicesse in

Ispagna, ch'era verificata la ribellione»; ma almeno i tre sopracitati

erano confessi, ed il primo di loro, il Bonazza o Cosentino, era stato

nominato dal Pizzoni oltrechè dal Soldaniero.

Del rimanente è verissimo che lo stesso Vicerè esagerava l'importanza

dell'affare, per magnificare il servizio reso alla Corona di Spagna e

per far valere le pretensioni del potere civile verso l'ecclesiastico:

ce lo dimostrano le relazioni del Residente Veneto e del Nunzio

Pontificio. Il Residente, nel giorno medesimo dello sbarco de'

carcerati, si diè premura di vedere il Vicerè, che gli disse il loro

numero essere di 156, de' quali «ottantasei rei convinti da non poter

fuggir la morte et gli altri indiciati»! Egli trasmise questa notizia

al suo Governo, e contemporaneamente partecipò anche il genere di morte

ideato dallo Spinelli per Maurizio (ciò che farebbe credere essergli

stato del pari comunicato dal Vicerè), partecipò il supplizio inflitto

a sei de' carcerati sulle galere, ed aggiunse che il Campanella ed il

Ponzio negavano la ribellione ma confessavano l'eresia, per tentare,

come credevasi, di «prolongar la pena con esser condotti a Roma»;

quest'ultimo apprezzamento usciva in campo per la prima volta e potè

forse provenire dal medesimo Vicerè, ma senza dubbio il fatto era

riferibile agli altri frati e clerici e non già a' due che venivano

citati. Il Nunzio poi avea veduto anche prima il Vicerè, «havendo...

havuto notitia che le Galere erano a Nisida per entrar al notte (_sic_)

in porto», allo scopo di ricordargli che ordinasse al carceriere

del Castello di tenere a sua istanza gli ecclesiastici carcerati,

i quali avea saputo essere al numero di 14 (al di sotto del vero);

e il Vicerè gli disse che tutti i carcerati erano 160, che tra gli

ecclesiastici vi erano 8 clerici selvaggi della diocesi del Vescovo di

Mileto (la qual cosa non era vera), che aveva anche qualche indizio

contro il Teologo di quel Vescovo (tale era stato nell'anno precedente

il Campanella), e perciò scrivesse al Vescovo di venire a Napoli

insieme col Teologo, aggiungendo che farebbe tenere i carcerati nel

Castello ad istanza di lui, ma in quanto alla congiura era necessario

l'intervento di qualcuno de' suoi ufficiali negli esami. Ricordiamo

che, nel settembre, il Vicerè aveva espresso desiderio che si mandasse

in Calabria un delegato del Nunzio, il quale sarebbe intervenuto negli

esami degli ecclesiastici da farsi innanzi agli ufficiali Regii, e

da Roma si era scritto che la causa degli ecclesiastici dovea farsi

in Napoli dal Nunzio, vale a dire nel modo normale: ora, venuti i

carcerati in Napoli, il Vicerè affacciava la medesima pretensione, ma

naturalmente sotto forma diversa e senza dubbio più temperata, e per

appoggiarla metteva innanzi, ad occasione del processo di congiura, i

clerici selvaggi, Mons.^r di Mileto e il suo Teologo, mentre sapeva

bene che non c'era alcuna relazione tra essi e la congiura. Da ciò si

vede pure che non nacque allora la contesa giurisdizionale, siccome

scrissero poi il Parrino e il Giannone, ma soltanto si rinfocolò, non

potendo nemmeno entrare in mente che per vederla nascere dovessero

passare oltre due mesi, quando tra l'uno Stato e l'altro non si faceva

che lottare per la giurisdizione ogni giorno. Il Nunzio non tardò a

trasmettere a Roma le pretensioni del Vicerè, tanto sul modo di formare

il tribunale, quanto sul far venire a Napoli Mons.^r di Mileto, e

in tale circostanza partecipò le esecuzioni fatte, aggiungendo che

avea mandato una prima volta il suo Mastrodatti in Castello, e non si

era potuto dargli udienza, l'avea mandato una seconda volta e gli si

era detto che i carcerati erano tenuti ad istanza del Vicerè! Faceva

inoltre conoscere che si era presentato a lui fra Cornelio del Monte

e gli aveva consegnato gli esami raccolti in Calabria d'ordine del

Card.^l di S.^{ta} Severina, annunziando che dirigevasi a Roma per

dar conto del suo operato, ed egli intanto avrebbe letto questi esami

per valersene a tempo opportuno.--Come ben s'intende, fra Cornelio

consegnava il processo di Monteleone e quello di Gerace, che d'allora

in poi rimasero nelle mani del Nunzio, mentre una copia ne era stata

già mandata dalla Calabria a Roma; ed è notevole, da una parte, che il

Nunzio non aveva mai saputo nulla de' processi fatti in Calabria da

ecclesiastici, e d'altra parte, che nemmeno questa volta fra Marco di

Marcianise credè opportuno di mostrarsi, la qual cosa apparisce da una

lettera posteriore scritta dal Nunzio al Vescovo di Gerace[6].

Pertanto il Vicerè si era già dato pensiero del tribunale pei laici,

avea fatta la scelta del personale, e nella stessa sua lettera del

9 novembre l'annunziava a Madrid. «Avendo trattato nel Consiglio

Collaterale della gravità di questo negozio e come conveniva procedervi

con molta ponderazione, ho stabilito di nominare in qualità di Delegato

Marco Antonio d'Aponte del Consiglio di S.^{ta} Chiara, che è un uomo

molto letterato, molto savio e di molta prudenza, e in qualità di

Fiscale D. Giovarmi Sanchez del medesimo Consiglio, che lo assistesse

il dottor D. Luigi Xarava Avvocato fiscale di Catanzaro, e che mi

dessero conto nel Collaterale di tutto ciò che si andrebbe facendo,

perchè lì si risolvesse ciò che fosse più conveniente. Credo bene che

S. S.^{tà} debba volere quanto all'eresia che il Nunzio giudichi i

frati e i clerici, quanto alla ribellione procurerò che giudichiamo

tutti». Noi abbiamo potuto trovare nell'Archivio di Stato in Napoli la

lettera Vicereale di commissione, la quale venne spedita a' suddetti

Consiglieri il 15 novembre, e ci dà anche il nome del Mastrodatti

di cui si prescrisse servirsi, che fu Giuliano Canale. Ricordato

l'invio dello Spinelli in Calabria per la congiura che vi si trattava,

l'informazione e gli atti da lui compiti, il gastigo dato a' più

colpevoli e il trasporto in Napoli di tutti gli altri contro i quali

non era «tanta subsistentia et chiarezza», il Vicerè si esprimeva in

questi termini: «vi dicemo et ordiniamo, che reconoscendo le dette

informationi et atti, debbiate nomine regio et nostro, summarie,

simpliciter et de plano, sine strepitu et figura Judicii procedere

ad omnes et singulos actus usque ad sententiam exclusive, però delli

incidenti di maggior momento, che in ciò occorreranno, ci ne verrete

a far relatione nel regio collaterale consiglio, et quando seranno le

cause a sententia, debbiate similmente venire a farcine relatione,

attal' che in presentia nostra si possano votare et sententiare, e

dopoi essequirle (_sic_) quello che serà sententiato, et potrete

procedere a tutti li atti incumbenti etiam in dì festivi et feriali,

non compiendo che si vada ritardando in questo la bona et breve

administratione della giustitia» etc.[7]. È una grande iattura che

sieno perduti appunto i volumi intitolati _Notamentorum_ relativi a

questo periodo: in essi si sarebbero certamente trovate, co' processi

verbali del Consiglio, le notizie, i pareri e le risoluzioni prese

nei suddetti incidenti di maggior momento e nelle sentenze da doversi

emettere[8]. La perdita è rincrescevolissima, poichè siamo ridotti ad

avere a nostra disposizione un numero ristrettissimo di documenti,

mentre sappiamo che il processo ebbe a travagliare almeno un 130

persone, e sebbene fosse stato spinto innanzi con quella sollecitudine

che il Vicerè aveva ordinata, rimase aperto per più anni, come crediamo

di poter dimostrare con sicurezza.--Per ora gioverà dare qualche

notizia su' Consiglieri delegati a formare il tribunale pe' laici. Essi

erano entrambi assai distinti personaggi. Marco Antonio d'Aponte, o

de Ponte, apparteneva alla nobile famiglia di questo nome ascritta al

Seggio di Portauova, alla quale, oltre varie Signorie, vennero mano

mano i titoli di Marchesi di Morcone, di S. Angelo, della Padula, di

Collonise, e poi anche quello di Duchi di Flumeri. Marco Antonio era

del ramo di Nicolò 3.^o de Ponte, primogenito di Gio. Felice Signore

di S. Angelo e di Vincenza Galeota; Consigliere fin dal 1594 in luogo

di Pompeo Salernitano, Prefetto dei Deputati della pecunia nel 1598,

divenne poi Membro del supremo Consiglio d'Italia, 1.^o Marchese di S.

Angelo, Presidente del sacro Regio Consiglio, Reggente del Collaterale.

Il Santanna nella sua Storia de' De Ponte, ce ne diede il ritratto, che

lo rivela uomo autorevole ed austero: molti ce ne trasmisero le lodi,

un Codice manoscritto, che si conserva nella Nazionale di Napoli, ci

trasmise le pessime qualità de' tre suoi figliuoli che ne amareggiarono

gli ultimi anni[9]. Quanto a D. Giovanni Sances de Luna, apparteneva

anch'egli ad una nobile famiglia di origine spagnuola, ascritta al

Seggio di Montagna nel 1570, ed insignita del Marchesato di Grottola

nel 1574. Era secondogenito di D. Alonso iuniore 1.^o Marchese di

Grottola, Tesoriere Generale, Consigliere del Collaterale e Grasciere,

e di D.^a Caterina de Luna figlia di D. Giovanni Martinez de Luna

Castellano di Milano per Carlo V.^o e poi Generale d'armata. Divenne,

per donazione del padre, Signore di S. Arpino, comunque glie ne fosse

stato contrastato il possesso da' suoi parenti con molte liti transatte

più tardi[10]. Consigliere fin dal 1593 godè sempre moltissima

riputazione, «fu amato, riverito e dopo morte desiderato» come dice

il De Lellis. Una circostanza del suo parentado merita qui speciale

menzione: la sua cugina D. Anna Sances, figlia di D. Loise Sances

fratello del 1.^o Marchese di Grottola, avea sposato Gio. Battista

Morano Barone di Gagliato e quindi era cognata di Gio. Geronimo Morano:

trovavasi poi già intavolato a questo periodo un matrimonio tra

l'unica e ricca erede del Barone, D.^a Camilla Morano, e un altro D.

Giovanni Sances cugino di lei e del Consigliere, figlio di D. Giulio

Sances. Potremmo aggiungere ancora che una sua nipote D.^a Caterina

Sances, nata da D. Alonso 2.^o Marchese di Grottola e D.^a Beatrice

de Marinis, sposò il fratello di Carlo Spinelli D. Gio. Battista, che

divenne Marchese di Buonalbergo[11]. Abbiamo già notato altrove, che il

Campanella ha reso la circostanza del parentado del Sances col Morano

assai importante per la nostra narrazione.

Mentre il tribunale pe' laici si costituiva, il Nunzio incontrava

difficoltà perfino a far ammettere che gli ecclesiastici fossero

tenuti nel Castello come carcerati suoi, la qual cosa pure era stata

antecedentemente consentita. Dapprima andò presso di lui lo Xarava, a

fine di persuaderlo che essendo costoro imputati di ribellione, non

si dovevano rimettere al foro ecclesiastico; di poi vi andò D. Alonso

Manrrique a nome del Vicerè per lo stesso oggetto, e quest'ultimo si

servì di un mezzo abbastanza adoperato dagli alti ufficiali spagnuoli,

quello cioè di mantenersi nelle grazie di Roma e al tempo stesso nelle

grazie della Corte di Madrid che si mostrava tanto tenera per Roma,

scovrendo e compromettendo gli alti ufficiali napoletani; «questi

Ministri, egli diceva, che pretendono che nel caso di ribellione possa

procedere il Principe di propria autorità, potrebbero fare qualche

male offitio alla Corte di S. M.^{ia} contro S. E.». Ma il Nunzio, che

a queste parole riconosceva subito la grande devozione del Manrrique

verso Sua B.^{no}, non poteva cedere, e in una udienza avuta dal Vicerè

sostenne assolutamente che gli ecclesiastici dovessero tenersi come

carcerati suoi, giusta gli ordini che da un pezzo e ripetutamente aveva

avuti da Roma; tuttavia «per facilitare il negotio» diè «speranza»

che S. S.^{ta} avrebbe accordato l'intervento di un ufficiale Regio

negli esami di essi intorno alla congiura, tanto più che il Vicerè

gli fece destramente intendere che voleva intervenirvi di persona, ed

egli ne rimase preoccupato. Così, in dato, del 12 novembre, fu scritto

dal Vicerè al Castellano, che tenesse gli ecclesiastici carcerati in

nome del Nunzio, e da costui, con la relazione di tutto l'andamento

dell'affare, fu scritto a Roma che sarebbe bene accordare l'intervento

di un ufficiale Regio negli esami degli ecclesiastici.--Pertanto,

procuratasi una copia del biglietto del Vicerè, il Nunzio mandò subito

a chiedere al Castellano se il biglietto gli fosse pervenuto, e il

Castellano rispose che l'avea ricevuto, ma che nel tempo medesimo gli

era stato detto di non dargli esecuzione se il Nunzio non si fosse

recato personalmente in Castello! Queste tergiversazioni continue,

e il disegno mostrato dal Vicerè d'intervenire egli medesimo negli

esami degli ecclesiastici, davano a pensare al Nunzio che si volesse

intaccarne la giurisdizione. E in siffatto senso, il 16 novembre, egli

scriveva a Roma, aggiungendo che, se fosse costretto a fare qualche

cosa, proporrebbe di lasciar trattare prima la causa dell'eresia, per

la quale si dava anche premura di notare che era disponibile soltanto

il Vicario Arcivescovile di Napoli, trovandosi assente il Vescovo di

Caserta, e però bisognava ordinare chi dovesse sostituirlo, laddove

così fosse sembrato a Roma[12]. Il Vescovo di Caserta D. Benedetto

Mandina de' Clerici regolari, già Nunzio in Polonia, era a quel tempo

il «Ministro della S.^{ta} ed universale Inquisizione» o «Inquisizione

de Urbe», successo in tale ufficio al Vescovo di Sorrento Mons.^r

Baldino morto nell'aprile 1598; trattandosi di un processo clamoroso e

non ordinario, dovendovi essere un tribunale più largamente costituito,

egli appariva un giudice naturalmente designato.

Si può ben dire che dalla parte del Vicerè e de' suoi ufficiali, più

del solito fine di custodire la giurisdizione Regia, vi fosse una

grande diffidenza verso Roma; questo riuscirà sempre più chiaro in

sèguito, ma fin d'ora è già chiaro abbastanza. Quantunque ognuno de'

Regii si fosse affrettato a dire che evidentemente il Papa non teneva

mano a' disegni del Campanella, in fondo nessuno dimenticò giammai che

il nome del Papa era stato pronunziato come quello del gran motore

dell'impresa; e così, per anni ed anni, il sospetto di una segreta

protezione di Roma non fu mai abbandonato da tutti i Vicerè ed alti

ufficiali, e influì anche troppo sulle loro determinazioni intorno al

Campanella. Dalla parte di Roma, quasi non occorre dirlo, non eravi

il benchè menomo interesse pel povero frate, ma tutti i pensieri

erano rivolti a far «conoscere la superiorità ecclesiastica» giusta

un'espressione del Nunzio; eppure avrebbe dovuto oramai farvisi strada

anche il sospetto, poichè i dubbii già concepiti sulla bontà de'

procedimenti usati con quegli ecclesiastici, nella Calabria, ricevevano

una potente conferma dalle spiegazioni orali che fra Cornelio dava in

Roma appunto a quei giorni.

Fra Cornelio, venuto co' carcerati in Napoli, dopo di aver consegnato

al Nunzio i processi ne' quali avea rappresentata quella parte che

conosciamo, si disponeva ad andar subito a Roma, e da una lettera del

Nunzio si rileva che dovè partire il 12 novembre[13]. Intanto non

avea mancato di visitare nel Castel nuovo almeno taluno de' frati

carcerati. Dalla testimonianza di un altro carcerato per delitti

comuni, inserta nel processo di eresia, sappiamo che visitò fra

Silvestre di Lauriana, ed ecco in che modo fu riferita questa visita:

«venne una volta un certo frate rossetto compagno del visitatore di

Calabria, et fra Silvestre li dimandò alcuni dinari quali erano stati

contribuiti in Calabria dali conventi, et massime che fra Silvestre

disse haver detto tutto quello che havea voluto detto frate rosso llà

in Calabria, et questo frate rosso lo consolò, dicendo che non poteva

patere cosa alcuna perchè esso era solo testimonio, è così li diede

nove carlini»[14]. Naturalmente dovè vedere ancora qualche altro, ma

non ce n'è rimasta alcuna notizia: sappiamo invece che giunto col

procaccio in Roma, fu subito interrogato dal S.^{to} Officio, e i

risultamenti dell'interrogatorio si leggono ne' Sommarii del processo

di eresia[15]. Noi abbiamo già avuta occasione di darne un cenno

altrove (ved. vol. 1.^o pag. 259). In sostanza venne a dichiarare che

prima fra Domenico da Polistina e poi il Soldaniero, e il Vescovo di

Catanzaro e gli ufficiali Regii gli comunicarono tutte quelle cose che

egli registrò nel processo; non potè determinare e neanche legittimare

la provenienza di parecchie gravi accuse contro il Campanella, espresse

nelle lettere che avea già scritte al Generale dell'Ordine e al Card.^l

di S.^{ta} Severina, sia quanto a detti e fatti del Campanella, sia

quanto alla diffusione delle eresie di costui in molti paesi che avea

specificatamente indicati; non potè dare altre informazioni al di là di

quelle inserte nel processo, mentre in più lettere aveva affermato di

poterle dare meglio a voce. Per tutti i versi egli «non soddisfece»,

e in verità sarebbe stato ragionevole un buon processo contro questo

malvagio frate; ma si conosce che uno de' lati più deboli del S.^{to}

Officio, sia amministrato da' Commissarii speciali sia dagli Ordinarii,

era appunto il rispettare coloro i quali bene o male davano prova

di zelo nella scoperta delle cose d'Inquisizione. Così la città di

Napoli non potè mai ottenere, malgrado i più insistenti reclami,

che ad evitare le tante testimonianze false nelle cause di S.^{to}

Officio fosse lecito di conoscere i nomi de' testimoni; Roma vi si

negò ostinatamente, non dissimulando che preferiva il rischio di avere

testimoni falsi al rischio di non trovar testimoni, e contentandosi di

ovviare alle testimonianze incerte con le ripetute, pazienti, laboriose

informazioni. Vedremo che questo precisamente accadde nella causa

del Campanella, non senza aggravare nell'animo del Vicerè e de' suoi

ufficiali il sospetto che si volesse, con le lungaggini, sottrarre il

Campanella e i frati inquisiti al gastigo che si meritavano. Ma se

in Roma non rimaneva più dubbio che il processo era stato iniziato

malamente, non si sarebbe anche dovuto ingenerare il sospetto per

l'intervento degli ufficiali Regii nella causa della ribellione e

tanto più rifiutarsi ad ammetterlo? Così avrebbe dovuto essere; ma si

conosce, o almeno si conosceva ottimamente da' padri nostri, che Roma

scansa volentieri la lotta con chi si mostra duro.

Il 17 novembre il Card.^l S. Giorgio scriveva che S. S.^{tà} stimava

ragionevole l'intervento di qualche ufficiale Regio nella causa della

congiura, e parimente la venuta del Vescovo di Mileto alla presenza

del Vicerè; stimava insomma ragionevoli tutte le dimande Vicereali,

se non che dichiarava dovere il Nunzio permettere all'ufficiale Regio

«d'intervenire in effetto _ma non già d'ingerirsi nel resto_, et

spetialmente nelle materie tangenti al S.^{to} Officio», dovere inoltre

ad ogni modo assicurarsi bene che fossero i prigioni «custoditi come

prigioni suoi, et _tenuti a sua libera dispositione_». Evidentemente

c'era un singolare contrasto d'idee, una indeterminazione curiosa, una

voglia mal celata di rendere la concessione illusoria. In un'altra

lettera del 19 si ripetevano le medesime cose, dicendosi, quanto agli

esami degli ecclesiastici, che S. S.^{tà} «giudicava conveniente

che mentre s'interrogavano delle materie concernenti tal congiura,

v'intervenisse qualcheduno per il Fisco Regio conforme all'instanza

del Vicerè», donde parrebbe che volesse concedersi tutt'al più la

presenza di un Avvocato fiscale Regio: dichiaravasi poi S. S^{tà}

molto soddisfatta del vigore mostrato dal Nunzio nella difesa della

giurisdizione, avendo «preteso vanamente i Ministri regii di procedere

di propria autorità nel caso, et nelle persone de i sodetti». Ma la

Corte di Napoli non aveva preteso di assistere vanamente al giudizio,

sibbene di prendervi parte, poichè aveva anzi preteso che il tribunale

dovesse comporsi tutto di laici, e i Ministri Regii non erano tanto

dolci da contentarsi delle semplici apparenze, onde la quistione ebbe

a durare ancora un pezzo.--Nella stessa data del 19, il Nunzio poteva

finalmente scrivere a Roma che il Vicerè, dietro le sue lagnanze, avea

mandato al Castellano un altro biglietto, col quale gli ordinava di

ammettere chiunque fosse stato da lui inviato per eseguire qualunque

suo ordine. E scriveva pure al Card.^l di S.^{ta} Severina, dicendo

che gli ecclesiastici inquisiti erano 14 (ancora non sapeva che erano

in maggior numero), e la carcere sua era «una sola et non interamente

sicura per simili huomini», e però avea ricercato il Vicerè che si

contentasse metterli in Castel nuovo a sua istanza come era seguito:

donde risulta sempre più manifesto non esservi stata veramente

mai, tra il potere civile e l'ecclesiastico, una quistione intorno

al doversi quegl'inquisiti tenere nelle carceri Regie o in quella

del Nunzio, il quale, al pari di tutti i suoi predecessori e dello

stesso Arcivescovo, continuamente profittava delle carceri Regie per

gì'inquisiti ed anche pe' condannati di una certa importanza. Infine

scriveva ancora il Nunzio a' Vescovi di Squillace e di Gerace, dicendo

che i carcerati erano giunti e si doveano con loro eseguire gli ordini

che S. S.^{ta} avrebbe dati. Ci mancano le lettere di questi Vescovi, e

così pure quella del Card.^l di S.^{ta} Severina, alle quali il Nunzio

rispondeva, e però non conosciamo il motivo preciso di queste risposte

del Nunzio abbastanza oscure; ma parrebbe che il Card.^l di S.^{ta}

Severina avesse giudicato poco corretto che gl'inquisiti ecclesiastici

fossero tuttora rimasti in mano delle forze Regie, e che i Vescovi di

Squillace e di Gerace avessero fatto tardivamente avvertire che si

badasse bene alle qualità di clerici nelle persone del Caccia e del

Pisano.

Non si saprebbe dire veramente perchè il Nunzio avesse tardato fino

al 23 novembre per mandare a riconoscere gli ecclesiastici carcerati,

mentre ne aveva facoltà fin dal 15: comunque sia, a quella data egli

mandò il suo Auditore, il Rev.^do Antonio Peri fiorentino, che vedremo

figurare anche troppo durante il processo di eresia, poichè il Nunzio,

occupato in altri affari, si fece sovente sostituire da lui. Lo mandò

al Castellano con un suo biglietto che può leggersi tra' Documenti; qui

occorre soltanto notare essere stato questa volta il Castellano più che

gentile, avendo non solo fatta dare una stanza per gl'interrogatorii,

ma anche «offerto ministri et ogni altra cosa per la tortura»!

Nell'udire un simile sfoggio di cortesia da parte del Castellano,

Mons.^r Nunzio, che fino allora non era riuscito a nulla con lui,

dovè rimanerne lusingato tanto, che non mancò di riferire anche

quell'offerta a Roma[16].--È necessario pertanto fare la conoscenza

di questo Castellano. Egli era D. Alonso de Mendozza e Alarcon, di

nobilissima famiglia, discendente da quel D. Ferdinando di Alarcon, il

quale tenne prigione Re Francesco di Francia dopo la rotta di Pavia, fu

creato Marchese della Valle Siciliana e poi anche di Rende, e maritando

l'unica sua figlia a un Mendozza, volle che tutti i successori

prendessero perfino il suo nome, onde si ebbe una serie di Ferdinandi

de Mendozza e Alarcon Marchesi della Valle, che ingarbuglia un poco

la storia della famiglia. D. Alonso era terzogenito di D. Diego de

Mendozza, quarto figlio di D. Ferdinando Pietro Gonzales de Mendozza,

2.^o Marchese della Valle, che morì governando lo Stato di Milano;

egli avea sposato D. Maria de Mendozza figlia di suo zio D. Alvaro

e di D. Anna di Toledo. Secondo il costume del tempo, l'ufficio di

Castellano del Castel nuovo era da anni nelle mani dei Mendozza. Dopo

la morte di D. Ferdinando Pietro Gonzales, 2.^o Marchese della Valle,

era passato al figlio D. Alvaro, e in una delle assenze di costui, che

guerreggiò in Fiandra con molto valore, fu retto da D. Diego padre di

D. Alonso; più tardi, nel 1595, D. Alvaro medesimo con licenza del Re

ne fece rinunzia a D. Alonso suo genero, e tale rinunzia fu confermata

nel 1596, continuando poi nel medesimo ufficio, dopo la morte di D.

Alonso, anche i due figliuoli di costui D. Alvaro e D. Diego iuniori

successivamente[17]. Tutti questi particolari non debbono reputarsi

inutili, che anzi dovremo darne ancora altri più in là, essendo stato

il Campanella in relazione con qualche persona della famiglia Mendozza

e della parentela di essa.

Ecco ora un saggio della ricognizione fatta dall'Auditore del Nunzio il

23 novembre; ne prendiamo alcuni brani dal 1.^o volume del processo di

eresia, dove essa trovasi inserta. Precisamente come scrisse il Nunzio

a Roma nella stessa data, si volle rilevare quali e quanti fossero gli

ecclesiastici inquisiti, i loro nomi ed il luogo in cui si trovavano

carcerati: così per la prima volta s'incontra un breve interrogatorio

del Campanella e di tutti gli altri ecclesiastici, con la descrizione

degli abiti di coloro che furono presi travestiti da secolari; non

di rado vi s'incontra pure la notizia della patria, parenti, età

e circostanze in cui ciascuno fu preso[18]. Il Campanella venne

interrogato prima di ogni altro, e diamo qui la descrizione che se ne

fece, e le due risposte che si ebbero alle due interrogazioni fattegli.

«Fu esaminato un certo giovane, con barba nera, vestito di abiti

laicali, con cappello nero, casacca nera, calzoni di pelle, ferraiolo

di lana come volgarmente si dice panno di Morano arbaso, e deferitogli

il giuramento» etc. rispose: «Signore, Io mi chiamo Fra Thomasi

Campanella dell'ordine di San Domenico, sono di una terra chiamata

Stilo in Calabria ultra, mio patre si domanda Geronimo Campanella et

mia matre Catherina basile. L'essercitio mio è di Religioso, dire

l'offitio, messa, predicare et confessare, et l'habitatione mia è in

Stilo nel convento detto Santa Maria di Gesù di detto ordine di S.

Domenico, et si ben mi ritrovo vestito di questa maniera, è perchè

fuggiva l'ira di miei inimici che mi persequitavano, cioè l'Avocato

fiscale Don luisi Sciarava et Gio. Geronimo Morano che mi veniva

appresso»... «Nell'anno 1581 mi pare ch'io entrassi nella Religione,

et per prima era chierico». Due cose si fanno qui notare: l'una è che

sua madre vien detta Caterina Basile, mentre è stato assicurato che

ne' libri parrocchiali leggevasi Caterina Martello, e su questo ci

siamo già spiegati fin dal principio della nostra narrazione (ved.

vol. 1.^o pag. 2); l'altra è che il Campanella scusa qui la sua fuga

dicendo che gli «veniva appresso» Gio. Geronimo Morano, non Maurizio

de Rinaldis.--Seguì l'interrogatorio fatto a fra Pietro di Stilo, nel

quale si parlò ancora del Campanella, e ne diamo semplicemente le

risposte. «Havrà da dudeci anni ch'io sono entrato nella Religione, et

havrà da undici anni che hò fatto la professione, et di presente quando

fui preso carcerato steva à Stilo nel monisterio di S.^{ta} Maria

del Gesù dove io era vicario»... «In detto convento vi erano quattro

sacerdoti di messa et uno laico assistenti computati con me, et fra

Dionisio Pontio ci soleva venire come una furia, et andava et veniva;

li quattro sacerdoti sono prima io, il secondo fra Thomasi Campanella,

il terzo fra Domenico di Riaci, il quarto fra Simone della Motta (si

noti che il Petrolo non c'era), et non fu di altri che fugissero di

detti frati solo il Campanella avertito da fra Dionisio pontio che

venne à dire che era stato avisato che veniva il s.^r Carlo Spinello

contro di loro, et così si ne partirno, et questo è quello ch'io so

della fuga loro».--Lasciando poi tutti gli altri interrogatorii,

riporteremo soltanto quelli di fra Domenico Petrolo, di fra Giuseppe

Bitonto e di fra Dionisio, con la descrizione de' loro travestimenti.

Quanto a fra Domenico si scrisse: «Fu esaminato un certo giovane con

piccola barba, vestito di abiti laicali, con casacca nera di panno

d'arbascio, calzoni di panno color lionato, con ferraiolo egualmente di

panno nero d'arbascio, dietro giuramento» etc. rispose, «Io mi chiamo

fra Domenico de Stignano dell'ordine di S.^{to} Domenico, et son figlio

ad Augustino petrone (_sic_) et a lucretia pelegia, et l'essercitio

mio è di studente sacerdote di Messa, et ha dui anni ch'hò predicato

et sono stato assignato al convento di Cosensa et deputato al convento

di S.^{ta} Maria di Gesù di Stilo»; nè gli fu dimandato altro. Quanto

a fra Giuseppe Bitonto, troviamo: «Fu esaminato un certo giovane con

barba castagnaccia, vestito di abiti laicali, con giubba bianca,

cappello nero e calzoni di arbascio nero e ferraiolo di panno nero,

con giuramento interrogato» etc. rispose, «Io mi chiamo fra Gioseppe

Bitonto di san Giorgio et sono sacerdote di Messa et lettore» etc.

«Quando fui preso carcerato fui preso in casa fuori alla vigna d'un

mio zio, che mi ni era ritirato là per pagura di non essere preso, già

che si diceva che tutti l'amici del Campanella dovevano essere presi

et però mi ritrovo in questo habito che mi presero che steva dormendo,

et li sbirri mi levorno la tunica et l'habito, et in questo carcere di

notte e giorno stò solo». Infine quanto a fra Dionisio si scrisse: «Fu

esaminato un certo giovane con barba nera vestito di abiti laicali, con

casacca di ciambellotto, calzoni di scottano nero e ferraiolo nero,

con giuramento interrogato» etc. rispose, «Io mi chiamo fra Dionisio

Pontio da Nicastro et son frate dell'ordine di S.^{to} Domenico et

l'essercitio mio è di sacerdote lettore et predicatore et mio padre

si chiamò Jacovo pontio et mia madre si chiamò lisabetta monizza»...

«Io fui preso carcerato à Monopoli dove io era fugito et scappato da

molti soldati nel convento di piczoni, perche mi fu detto da claudio

crispo che erano venuti detti homini per carcerare li frati in detto

monisterio». Si può qui notare che egli dicevasi avvertito dal Crispo,

il quale era stato solito di dimorare in quel convento e forse allora

vi mancava, non già dal Caccia il quale veramente l'aveva avvertito, e

non conveniva che fosse nominato, per nascondere che era là venuto in

sua compagnia.--Facendo questa rassegna, l'Auditore ebbe a trovare non

14 ma 21 ecclesiastici, come si rileva dalla Ricognizione originale, ed

ebbe a sapere che altri tre di loro erano stati rinchiusi nel Castello

dell'uovo, probabilmente per semplice disavvertenza: questi erano

infatti fra Pietro Ponzio, Cesare Pisano e Giulio Contestabile, ma

nella lista che ne fu redatta lo stesso giorno e che può leggersi tra'

Documenti[19], fu messo non già il Contestabile, sibbene Gio. Tommaso

Caccia che era stato già giustiziato! Chi si permise tale sostituzione

evidentemente dolosa? Sarebbe difficile dirlo; ma poichè insieme

coll'Auditore non v'era alcuno ufficiale Regio che avrebbe potuto far

nascere tale equivoco, bisogna piuttosto dire che l'abbia fatto nascere

il Nunzio medesimo, per mostrarsi ignaro di questo grave e d'altronde

irrimediabile oltraggio arrecato alla giurisdizione. Il Vescovo di

Squillace fin dal giorno 11 avea scritto un'altra volta al Nunzio

nominandogli in particolare un clerico, naturalmente della propria

diocesi, che con ogni probabilità dovè essere il Caccia; il Nunzio gli

rispose che questo clerico era stato condotto in Napoli, e intorno a

lui doveva eseguirsi l'ordine che S. S.^{tà} darebbe, come altra volta

gli avea scritto[20]; sicchè il trovarselo nella lista gli potè servire

di ottima scusa. Ma se questo non fosse stato un artificio suo, avrebbe

dovuto poi venire il giorno delle lagnanze e de' risentimenti presso

il Vicerè, allo scoprirsi dell'inganno; ora siffatto giorno non venne

mai, e ciò mostra che Mons.^r Nunzio non vide perchè non volle vedere,

o per lo meno che le sue grandi cure intorno alla giurisdizione non

erano dirette a proteggere le persone ecclesiastiche, le quali potevano

perfino scomparire senza che egli se ne avvedesse.

Nel medesimo giorno 23 novembre il Nunzio mandò a Roma la notizia

della ricognizione fatta e la lista de' carcerati ecclesiastici, che

raggiungevano appunto il numero di 23, con l'osservazione che se

n'erano trovati 9 di più ed un solo clerico selvaggio. Nel giorno 26

tornò sull'argomento e ripetè l'istanza che venisse l'ordine circa

le persone le quali doveano costituire il tribunale per l'eresia,

accertando che in questa materia i Ministri Regii non avevano alcuna

pretensione d'intervenire, ma soggiunse: «temo bene che nel capo

della congiura e ribellione non sia per bastare à medesimi Ministri

l'intervenire, ma che vorranno apparirci principali, et che sotto lor

nome si faccino i Processi non ostante che di ragione non convenga,

per che ritraggo che dicono altra volta haverlo usato, et che sia

solito de Principi in simili casi proceder de facto». Questo gli venne

confermato poco dopo dal medesimo Vicerè in una udienza avuta, e

mentre egli insisteva sulla necessità «che tutto apparisse fatto coram

Judice ecclesiastico», il Vicerè mandò a chiamare il Reggente d'Aponte

(che era Gio. Francesco Marchese di Morcone, cugino del Consigliere,

figlio di Gio. Antonio e di Costanza Lanaria), e costui disse che

«havevano trovato che con altre occasioni era stato dalli Antecessori

di S. S.^{tà} commesso ad uno de Ministri Regii che intervenisse come

delegato Apostolico in trattar simili cause»; il Vicerè soggiunse che

se ne farebbe istanza a Roma. Il Nunzio allora non obiettò altro, ma

chiese che i tre ecclesiastici rinchiusi nel Castello dell'ovo si

facessero condurre in Castel nuovo, e l'ordine in questo senso fu

subito dato; fece in pari tempo notare che i carcerati ecclesiastici

si erano trovati in maggior numero, ma un solo veramente era clerico

selvaggio, e il Vicerè disse che non pensava che erano tanti! Insomma

il Vicerè all'occorrenza rappresentava anche la parte dell'ingenuo, e

mostrava sufficiente abilità in questo armeggio.

Non si tardò a commettere le trattative all'Ambasciatore di Spagna

ed all'Agente Vicereale in Roma. Una lettera del Vicerè, in data del

30 novembre, ci pone in grado di conoscere lo stato delle cose dalla

parte del Governo di Napoli: sarà bene riportarla qui tutta intera in

italiano[21]. «Già tengo dato conto a V. M.^{tà} dell'aver tradotto

qua i prigioni di Calabria, e della giustizia che si fece di sei di

loro all'entrata del porto. Contro i laici si va procedendo, avendo

delegato per Giudice il Consigliere Marco Antonio de Aponte, e per

Fiscale D. Giovanni Sanchez, con ordine che ci vadano sempre dando

conto in Collaterale di quanto si farà. I frati e clerici tengo posti

tutti in Castel nuovo, con ordine che stiano lì in nome di S. S.^{tà}

e del Nunzio che risiede qui per lui, ma segretamente ho ordinato al

Castellano che non lasci trarre di là nessuno. S. S.^{tà} inviò ordine

al Nunzio che risiede qui, perchè con lui, o col Giudice che egli

deputerebbe pel compimento di questa causa, entrasse sempre un'altra

persona di parte mia. Io non mi sono contentato con questo, e però

faccio istanza per mezzo del Duca di Sessa e di D. Alonso Manrrique

che mi rimetta la causa, e quando non potessi ottener questo, che S.

S.^{tà} nomini i Giudici che io le presenterò, o mi mandi un Breve

perchè io possa presto nominarli in suo nome. Perciò ho trovato un

decreto emanato al tempo delle rivolte del Principe di Salerno da

due Reggenti di questo Collaterale, nel quale si nominano Giudici

creati da S. S.^{tà} e S. M.^{tà}, e così con questo ed altre ragioni

convenienti faccio l'istanza suddetta, e in tale stato tengo il

negozio. L'Inquisizione ancora, da parte sua, tratta di volere coloro

che sono inquisiti di eresia; io vado rispondendo a tutto con buone

ragioni e parole, e almeno procurerò che i capi principali, per una via

o per l'altra, non escano di qui senza aver giustizia di loro» etc.

Quest'ultima proposizione si vedrà affermata ancora più energicamente

nelle lettere Vicereali consecutive, ed essa fa intendere il deciso

proponimento del Governo contro il Campanella e socii, malgrado che da

parte di Roma non apparisse alcuna premura di secondarlo.

Naturalmente a Roma tutta questa insistenza per farle sacrificare i

dritti giurisdizionali non piaceva punto, e già, mettendo in un sol

fascio i negozii comuni e quello de' carcerati per la congiura (26

novembre), il Card.^l S. Giorgio dolevasi col Nunzio, perchè i Ministri

Regii non sapevano lasciare i loro abusi e il Vicerè non riusciva

quale si era mostrato da principio: allorchè poi comparve D. Alonso

Manrrique (2 dicembre) con quella specie di dimande sopra menzionate,

si affrettava a partecipare al Nunzio la maraviglia destata dal vedere

che i Ministri Regii pretendevano «di fare la causa soli». Ma non tardò

nemmeno a fargli sapere (4 e 5 dicembre) la risoluzione di S. S.^{tà},

che la causa della congiura dovesse farsi da lui «et da un Ministro

Regio non coniugato in sua compagnia, che non essendo Chierico pigli la

prima Tonsura per questa occasione, non essendosi lasciato persuadere

S. B.^{ne} di delegare persona meramente Laica»; ed aggiunse pure

l'altra risoluzione di S. S.^{tà} «di far venire a Roma... finita la

causa della congiura» coloro tra gli ecclesiastici che erano inquisiti

o sospetti di eresia, onde non solo non accadeva di deputare alcuno in

luogo del Vescovo di Caserta, ma neanche si doveano agitare in Napoli

siffatte materie. Evidentemente con quest'ultima risoluzione la Curia

Pontificia rinfocolava i sospetti e si preparava un'altra difficoltà,

imperocchè non poteva presumersi con qualche fondamento l'assoluzione

di tutti gli ecclesiastici, in una causa di congiura in cui vi erario

già state dieci condanne di morte con otto esecuzioni, nè doveva

attendersi agevolmente il rinvio a Roma di coloro i quali sarebbero

riusciti condannati, senza far loro espiare la pena nel Regno. Intanto,

poco dopo, il Card.^l S. Giorgio fece anche sapere che sì spedirebbe

un Breve particolare sopra il tribunale della congiura, ma desiderando

il Vicerè che la causa non si differisse ulteriormente, S. S.^{tà}

voleva che il Nunzio vi mettesse subito mano, senza nemmeno aspettare

il Breve, contentandosi inoltre «che il Fiscale e il Notaro sieno

quali il Vicerè gli vorrà».--Come si vede, pretendendo sempre di più e

con gran fretta, quasi non lasciando tempo alle repliche, il Governo

guadagnò molto e sollecitamente. Il Papa non si riserbò nemmeno la

conoscenza personale del Ministro Regio che doveva intitolarsi Delegato

Apostolico e procedere in nome della S.^{ta} Sede: bastava che, essendo

celibe, avesse la tonsura, e non avendola se la procurasse, senza

contare che avrebbe poi dovuto sempre il Nunzio trovarsi d'accordo con

questo Ministro Regio, poichè in caso di disparità chi mai avrebbe

sciolta la differenza? Ben di rado la sostanza fu tanto barbaramente

sacrificata alla forma. Una relazione di D. Alonso Manrrique in data

di Roma 4 dicembre, la quale fu poi mandata in copia a Madrid, ci fa

conoscere i particolari delle trattative da lui fatte, e le notizie

e i consigli che dava[22]. Ci basterà notare che nelle trattative

egli svolse l'argomento, che il Vicerè non si fermava in puntigli di

giurisdizione, ma solo desiderava riuscire ad accertare il delitto e

gastigarlo per soddisfazione del suo Re, e a tal fine era un mezzo più

a proposito quello de' Ministri di S. M.^{tà} che quello del Nunzio:

quanto poi alle notizie ed a' consigli che dava, gioverà riportare le

sue stesse parole. «In tal negozio mi rimane solo a dire che desidero

infinitamente che si riesca a mettere in luce la verità, essendo molti

di avviso che non vi sia nulla da accertare in riguardo al Re, e che

a' prigioni non debba mancare il tutore, come altre volte ho scritto

a V. E.; oltracciò ho potuto capire che hanno in progetto lasciar

finire questa causa, e subilo che sia conchiusa, richiedere i prigioni

per la causa della fede, e tradurli qua, dove, dicono alcuni, se si

giustificano intorno alla fede, sfuggiranno quest'altra pena, o per

lo meno ne sarà l'esecuzione poco rigorosa, come accade nelle cause

dell'inquisizione. V. E. vedrà ciò che si conviene fare. Abbastanza

buono sarebbe che agisse in guisa da far commettere al Nunzio la causa

della fede, perchè fatte costi le prove e riusciti convinti di qualcuno

de' due delitti, non avendo null'altro da far provare, si possa meglio

insistere per l'esecuzione della sentenza, chè se non si rimette costà

il fare questa causa, passa pericolo che si porti qua». Il consiglio

del Manrrique, senza mostrare un negoziatore di alta levatura, mostra

un uomo accorto, ed è superfluo dire che fu presto seguito.

Il Nunzio ricevè le lettere del Card.^l S. Giorgio per mezzo dello

stesso Governo di Napoli, poichè sovente le staffette Regie servivano

anche per lui, e il 10 dicembre, avuta un'udienza, fece conoscere la

risoluzione di Roma al Vicerè, il quale già ne era informato e potè

comunicargli la risoluzione sua di deputare il Consigliere D. Pietro

de Vera d'Aragona clerico di prima tonsura. Costui era spagnuolo e

veramente assai distinto magistrato, Consigliere dal 1588, «erudito

e giusto» come lo disse il Toppi[23]; ma apparteneva ad una famiglia

tutta devotissima al Governo, avendo pure un cugino, Diego de Vera, in

funzione di Pro-segretario del Vicerè appunto a quel tempo, inoltre

uno zio, Francesco de Vera, Ambasciatore di S. M.^{tà} presso la

Repubblica Veneta. Il Nunzio, che lo conosceva, ebbe a dichiararlo

«uno de' principali del detto Consiglio, così in lettere come in altre

qualità»[24]. E si offerse subito a cominciare la causa «etiam senza il

Breve»; ma riferendo queste cose a Roma espresse pure la sua opinione

che passerebbe altro tempo prima di cominciare, ed intanto potea venire

il Breve, «per non haver a mettere le lettere in processo per fondar

la giuriditione». Più tardi, il 17 dicembre, riferì la comunicazione

fattagli dal Vicerè dell'aver già nominato il De Vera per Giudice e lo

stesso D. Giovanni Sances per Fiscale, la visita fattagli da costoro

in sèguito di questa nomina, e la sua novella offerta di esser pronto

a trattare la causa; ma aggiunse che il Vicerè stimava a proposito

«aspettar detto Breve quanto alli ecclesiastici, poichè intanto si

potea trattar contro laici».--Oramai, concluso l'affare, il Vicerè

non avea più tanta fretta, o voleva egli pure un documento il quale

suggellasse ciò che si era ottenuto e che lo rendeva molto soddisfatto.

Questa sua soddisfazione rilevasi da una lettera che mandava a Madrid

fin dal 13 dicembre, insieme con una copia della relazione di D. Alonso

Manrrique, rilevandosi in pari tempo la sua costante premura che il

Campanella fosse gastigato e l'annunzio della prossima esecuzione di

altri laici già condannati[25] «... S. S.^{tà} si risolvè di fare

quanto V. M^tà potrà comandar di vedere da questa copia di lettera di

D. Alonso, che non mi pare si sia fatto poco; e così ho nominato D.

Pietro De Vera, che è il Decano del Consiglio, tanto per le molte e

buone parti che tiene, quanto per essere tonsurato, e credo che l'avrà

per molto bene; stimai anche nominare fiscale lo stesso D. Giovanni

Sanchez, e Mastrodatti il medesimo; così comincerà subito a procedersi

nel negozio, e di ciò che farà il dottore Marco Antonio de Ponte co'

laici si darà copia a D. Pietro de Vera e al suo compagno pel procedere

contro i frati e clerici. Odo che contro il Campanella sono ben provati

tanto il delitto della ribellione quanto il delitto dell'eresia;

procurerò, se posso, che si faccia giustizia pel primo, sebbene non

riesca a persuadermi che li vogliano tradurre a Roma per l'eresia; ma,

per sì o per no, farò istanza che quanto riguarda l'Inquisizione si

rimetta qui al Nunzio. Di alcuni de' laici che sono convinti o confessi

comincerà a farsi giustizia secondo la colpa di ciascuno; di ciò che si

farà andrò dando conto a V. M.{tà}» etc.

Adunque il Vicerè poteva tenersi certo che il Campanella non la

scamperebbe, e facendo trattare in Napoli anche la causa dell'eresia,

per lo meno veniva ad assicurarsi che il povero frate non sarebbe mai

più sfuggito dalle sue mani. Vedremo che il far trattare la causa

dell'eresia in Napoli, non offendendo la giurisdizione, fu accordato

senza la menoma difficoltà, laonde non si ebbero controversie da

questo lato, e con la promessa del Breve sulla costituzione del

tribunale per la congiura nel modo convenuto, ebbe realmente termine

la contesa giurisdizionale. Noi abbiamo voluto esporla in tutti

i suoi più minuti particolari, giacchè essa non rappresenta una

delle contese ordinarie, e i suoi particolari soltanto possono dare

qualche luce su' fatti che si svolsero di poi, sull'andamento e sugli

esiti de' processi. Naturalmente il processo di congiura pe' laici

sottostava all'azione, legale a que' tempi, del Vicerè e del Consiglio

Collaterale, e il processo di eresia per gli ecclesiastici sottostava

all'azione legale del Papa e della Sacra Congregazione Cardinalizia;

basta dire che le sentenze erano profferite dai Giudici così come le

imponevano le risoluzioni superiori dietro la relazione de' fatti

delle cause. Ma sul processo di congiura per gli ecclesiastici chi

avrebbe avuto influenza? Certamente col Breve Papale il Nunzio ed

il Consigliere sarebbero risultati «Delegati Apostolici», ma poteva

attendersi dal Consigliere che si fosse posto alla dipendenza del Papa

e non già del Vicerè? Il fatto è che ciascuna delle due parti avea

presa la sua strada, che il corso delle trattative ci fa vedere in un

modo abbastanza chiaro, e ci permette di giudicare in un modo meno

fallace. Dalla parte del Vicerè si voleva il gastigo del Campanella e

degli ecclesiastici più compromessi, conforme al gastigo che già era

stato dato e si continuava a dare ai laici; bene o male si credeva

alla congiura e la si voleva punita. Dalla parte del Papa si voleva

riconosciuta «la superiorità ecclesiastica», che «tutto apparisse

fatto coram Judice ecclesiastico» secondo le espressioni del Nunzio; e

ritenendosi non esservi «nulla da accertare in quanto al Re», si voleva

che non mancasse «il tutore» agl'inquisiti, secondo l'espressione del

Manrrique. Ora se così ritenevasi, se conoscevasi pure essere stato

malamente condotto in Calabria il processo primo e fondamentale da fra

Cornelio, occorreva una tutela efficace, ed è agevole intendere che

quel Breve sarebbe venuto a tutelare i diritti giurisdizionali, non le

persone degl'inquisiti; è agevole anzi intendere che il desiderio di un

tutore rappresentava piuttosto un argomento per non lasciarsi strappare

del tutto le prerogative ecclesiastiche. Anche ammettendo, come noi

ammettiamo, che il Campanella fosse stato giuridicamente colpevole,

sarebbe stata giusta l'istituzione di un tribunale che avesse data

guarentigia d'imparzialità, e l'espediente al quale si era ricorso

non poteva riuscire a darla; poteva solo creare nuovi imbarazzi, come

difatti li creò, senza giovare efficacemente al povero Campanella.

Vedremo a suo luogo i termini ne' quali il Breve fu redatto, vedremo

anche la condotta che tenne il Nunzio ulteriormente, e rimarrà

dimostrato appieno ciò che qui affermiamo.

È tempo ora di occuparci della vita che menava il Campanella e tutta

la turba degl'infelici venuti di Calabria: ecco quanto possiamo

dirne, secondo le notizie che si trovano sparse qua e là nel processo

e nelle altre scritture di S.{to} Officio. Una parte de' carcerati

trovavasi nel Castello dell'uovo, e fra essi il Barone di Cropani,

Ferrante Ponzio, Gio. Paolo e Tiberio Carnevale, Jacobo e Ferrante

Moretti, Francesco Antonio d'Oliviero, Marco Antonio Giovino, Geronimo

di Francesco, Giuseppe Grillo, Felice Gagliardo; la parte maggiore

trovavasi nel Castel nuovo, e ci basterà nominare solamente Geronimo

del Tufo, Maurizio de Rinaldis, e insieme con tutti gli altri

ecclesiastici ed anche co' parenti suoi il Campanella. Mano mano molti

carcerati dal Castello dell'uovo passarono del pari nel Castel nuovo,

e segnatamente Ferrante Ponzio, Francesco Antonio d'Oliviero etc.; ma

perfino un anno e mezzo dopo questo tempo di cui parliamo ve n'erano

sempre alcuni nel Castello dell'uovo, p. es. il Gagliardo. Gioverà

rammentare in breve qualche particolarità del Castel nuovo, poichè

non ci mancano elementi per definire la parte di esso occupata da'

carcerati calabresi, il torrione in cui il Campanella fu rinchiuso,

ciò che ci sembra dover riuscire interessante al cuore di ogni persona

bennata. Come conoscono gli amatori delle cose patrie, nel Castel

nuovo si distingue il maschio o castello Angioino del 1283, fornito

delle cinque maestose torri, due delle quali verso il mare e tre

verso terra, e la falsabraca o revellino Aragonese del 1486, con le

sue torri e cortine molto basse, poi successivamente elevate, che a'

giorni nostri abbiamo visto con poco giudizio spianare. A' tempi de'

quali trattiamo, la falsabraca con le sue torri in gran parte quadre

era incomparabilmente più bassa di quanto possiamo ben ricordare averla

vista, e le cinque torri del maschio, veri torrioni si elevavano

un poco di più sul livello de' bastioni rispettivi, i quali non

raggiungevano l'altezza attuale, come si può vedere abbastanza bene p.

es. dalla gran carta di Napoli incisa da Alessandro Baratta nel 1628,

che ogni amatore delle cose belle della città ha certamente ammirata

nel Museo di S. Martino. E possiamo aggiungere che a que' tempi si

chiamava impropriamente «reveglino» lo spazio compreso tra il maschio

e la falsabraca; infatti nel processo vedremo parlarsi di uno scritto

buttato giù dalla «cancella... al reveglino _tra le due porte_, che

risponde ala finestra dela carcere del Campanella», in un momento in

cui egli veniva sorpreso da una visita del luogotenente del Castello

in cerca di scritti. Le cinque torri Angioine poi si chiamavano, la

prima sul mare, ad oriente, Bibirella, nome improntato certamente

da quella porzione di mare che essa guarda e che ancor oggi dicesi

dal volgo _beveriello_, l'altra egualmente sul mare, ad occidente,

Talassia, vale a dire marina, dal nome greco corrispondente; le due

laterali alla porta maggiore verso terra, costeggianti il magnifico

Arco d'Alfonso, si chiamavano torri della porta; l'ultima, ad oriente,

sì chiamava dell'Incoronata, dei Governatore o del Castellano, perchè

vi abitava appunto il Castellano. Siffatti nomi non s'incontrano nel

processo, ma nelle scritture ed anche ne' libri del tempo (basti

citare il Capaccio), ed importa conoscerli per potersi intendere: nel

processo s'incontra solamente più volte citata «la loggetta delle

carceri,.. il piano della loggetta,.. l'arco e il corridoio della

loggetta», dove potevano in alcune ore i carcerati minori salire e

passeggiare, ed inoltre citato, il «torrione» da cui il Campanella

dava i suoi Sonetti a Maurizio «calandoli con uno filacciolo», «il

torrione» da cui il Campanella, mostratosi pazzo, predicava la crociata

al «populo che andava a vedere ad impiccar uno», il quale spettacolo si

conosce che eccezionalmente si dava nella piazza del Castello, mentre

ordinariamente si dava nella piazza del Mercato. E vedremo da' Registri

de' Bianchi di giustizia risultare, che l'esecuzione di Cesare Pisano

fu fatta fare «vicino la Guardiola del Castello» (presso a poco dove

fino a' giorni nostri e stata la posta delle lettere), e quella di

Maurizio innanzi la «Chiesa di Monserrato» (che sta quasi dirimpetto)

vale a dire all' ingresso dell'attuale Strada di Porto, che allora

dicevasi Piazza dell'Olmo, vale a dire di prospetto alla torre del

Castellano, senza dubbio per metterle sotto gli occhi del Campanella e

de' suoi calabresi. Da tutto ciò può desumersi con bastante certezza

che il Campanella sia stato rinchiuso nella torre del Castellano, sotto

gli appartamenti di D. Alonso de Mondezza, e che le carceri occupavano

i piani inferiori di questa torre e i bastioni vicini, tanto verso la

torre Bibirella, quanto verso la torre corrispondente della porta,

trovandosi appunto sulla sommità di questi bastioni la loggetta del

Castello. La massa de' calabresi era mista con altri là detenuti, per

imputazione o per condanna, sia in nome del potere civile sia in nomo

del potere ecclesiastico, e ne vedremo figurare parecchi noi corso

di questa narrazione: occupavano molti il carcere così detto «del

civile», occupavano altri il carcere criminale che stava più in alto

e componevasi di camere più piccole, dove erano rinchiusi uno, due e

fin quattro individui, secondo l'importanza di essi, disponendo per

solito di un sol letto ogni coppia e venendo spesso tramutati da una

camera nell'altra. I miserabili ricevevano un carlino al giorno (circa

40 centesimi), e sappiamo che così vivevano moltissimi, tra gli altri

il padre del Campanella, il Tirotta, gli stessi frati, come fra Paolo

della Grotteria, fra Pietro di Stilo, il Petrolo, il Bitonto, e senza

dubbio anche il Campanella, dopochè fra Cornelio si aveva appropriato

il danaro raccolto in Calabria per loro. Mercè qualche inserviente,

e sopratutto qualche parente venuto di Calabria per assisterli, i

carcerati potevano provvedersi delle cose necessarie al vitto, che

erano soggette a visita quando s'introducevano nel Castello; e così

sappiamo che un giovanetto Aquilio Marrapodi figlio di Gio. Angelo,

oltre il padre, serviva i Ponzii, il Petrolo, il Lauriana e il Pizzoni,

comprando «per questi monaci foglie, fave, carcioffi, radici et altre

cose da mangiare»[26]; potremmo perfino dare qualche lista della

magra spesa quotidiana che si faceva anche per taluni de' carcerati

del Castello dell'uovo, essendo notata sul rovescio di alcune carte

sequestrate al Gagliardo ed allegate nel processo[27]. Naturalmente

i carcerati non mancavano di profittare di questo mezzo e di qualche

altro ancora per mandarsi cartoline e biglietti, ciò che per altro

era proibito; ma solamente più tardi dando pochi soldi a uno de' due

carcerieri Alonso Martines ed Onofrio, nominati anche nella Narrazione

del Campanella, riuscirono ad avere diverse concessioni che a tempo

proprio vedremo. Gli ecclesiastici, servendosi, principalmente di

motti latini, poterono con tanto maggiore facilità mettersi in qualche

relazione tra loro dalle finestre: poichè sappiamo con certezza

essere stati perfino i più compromessi, dal primo momento, posti

nelle «segrete», ossia in camere capaci di una sola persona e tenute

strettamente chiuse, non già nelle così dette «fosse»; in queste furono

posti al tempo de' loro esami, quando i Giudici solevano darne l'ordine

per indurli a confessare. Le fosse si trovavano a piede del torrione

del Castello, e ricevevano luce da aperture che corrispondevano

alla parete dell'antico fossato, il quale circondava il Castello e

in origine poteva anche ricevere acqua dal mare; del resto non ne

mancavano di quelle affatto oscure, e rinomata fra tutte era la fossa

del _miglio_ o del coccodrillo, nota fin dal tempo degli Aragonesi,

nella quale il Campanella narrò di essere stato posto prima del

tormento. Alcuni lavori fatti durante la prima metà di questo secolo,

ad occasione dell'ampliamento della fonderia di cannoni là eretta,

posero in mostra queste fosse con lagrimevoli iscrizioni ed anche con

qualche residuo di scheletro, la qual cosa ribadisce che il torrione

delle carceri, dimora del Campanella, sia stato quello che abbiamo

indicato[28]. Si aveano dunque, da sotto in sopra, le fosse, la carcere

del civile a pian terreno, le carceri criminali che occupavano i due

piani superiori: e sappiamo che nel primo periodo della prigionia il

Campanella trovavasi in una carcere criminale del piano più elevato, e

Maurizio in un'altra del piano più basso immediatamente sottoposta alla

prima, sicchè poterono talvolta scambiarsi qualche parola, e perfino,

mediante un filo, trasmettersi qualche carta[29]. Ogni lettore umano,

passando in vista del Castel nuovo, vorrà, speriamo, rivolgere uno

sguardo a quel torrione, con un pio ricordo de' generosi, che tanto vi

patirono senza che l'opera loro sia stata nemmeno riconosciuta.

A due cose attese il Campanella assiduamente fin da' primi tempi della

sua prigionia in Napoli, sollecitare la ritrattazione da coloro i

quali aveano rivelato, dare animo a coloro i quali si erano mantenuti

negativi o in qualunque modo gli si mostravano tuttora amici. Come

già in Calabria, così in Napoli, egli rivolse le sollecitazioni

particolarmente al Pizzoni e al Petrolo; non occorse che sollecitasse

il Lauriana, perchè anzi costui in Gerace gli avea scritta egli

medesimo una lettera, nella quale, gli comunicava l'esame di

Monteleone, gli prometteva con giuramento che si sarebbe ritrattato,

e finiva per dimandargli il modo di potersi ritrattare. Nè stentiamo

a credere che talvolta le sollecitazioni del Campanella non sieno

state espresse in forma di preghiere, onde i sollecitati poterono

dire di avere avuto da lui «minacce»; se non che i pochi documenti

che ne sono rimasti non lo confermano, e d'altronde vi furono tanti

motivi di asserire e di smentire a vicenda queste cose, da non poterne

facilmente assodare la verità. Al Petrolo, come dicemmo a tempo e

luogo, avea fatte alcune sollecitazioni per via, tra Squillace e

Gerace, direttamente; altre glie ne potè fare mediante Cesare Pisano

in Monteleone, e poi ancora altre in Napoli ne fece di persona dalla

finestra. Così gli avrebbe detto che bisognava ritrattarsi o altrimenti

capiterebbe male, che era caduto in irregolarità avendo deposto in

causa capitale contro particolari etc.; ma vedremo ulteriormente,

che quando si pose a scrivere Poesie gli scrisse anche un Sonetto al

medesimo scopo, ed in esso non si leggono minacce bensì le maggiori

lusinghe. Al Pizzoni poi avea pure fatte sollecitazioni mediante fra

Pietro Ponzio in Gerace, ed altre glie ne fece in Napoli per lo stesso

mezzo, giacchè vedremo con certezza aver lui potuto parlare con fra

Pietro dalla finestra; ma poi gli riuscì di mettersi in comunicazione

diretta col Pizzoni mediante lo scambio di un Breviario, e ciò che se

ne disse in sèguito mostra che nemmeno vi furono minacce; ecco pertanto

come il fatto venne riferito[30]. Si trovavano ciascuno in una segreta.

Il Campanella dimandò al carceriere Alonso Martines un Breviario, e

il carceriere gli portò quello del Pizzoni. Nel Breviario «fra Gio.

Battista pose molti signacoli di carta larghi, fatti à posta di certi

modelli di musica rigati con le note, et d'una lettera nella quale

si vedea che li fosse stato dato avviso, che la Causa era già stata

rimessa al sig.^r Nuntio et à Don Pietro di Vera, et in detti signaculi

scriveva ch'esso fra Gio. Battista havea detto à frà Silvestro che

insieme seco deponesse cose di santo officio per scampar quella gran

furia, perchè in quel muodo la Corte secolare à viva forza l'harebbe

punito per l'heresie, e Ribellione, il che non harebbe fatto per la

sola ribellione, ma di fatto l'harebbe appiccati, già che quelli di

Catanzaro, che la revelorno, dissero, ch'il Papa la favoriva» etc.

Dimandava anche il Pizzoni, in quelle cartoline, chi fosse stato quel

frate che, secondo la cronaca di S. Domenico, ebbe dalla B.^{ta}

Vergine la rivelazione che mai monaco di S. Domenico sarebbe stato

eretico, se molto tempo innanzi non avesse deposto l'abito, e diceva

di confidare che avrebbe potuto facilmente ritrattarsi, e ricordava

diverse autorità, come il Cipolla Veronese, che permetteva dir cose di

eresia a' condannati a morte per essere protetti dal S.^{to} Officio,

e S. Girolamo che concedeva il mendacio ad _evadendam mortem_. E il

Campanella, conservando presso di sè alcune cartoline più importanti,

scrisse sulle altre «che havea fatto molto bene, et che frà Domenico

Petrolo à sua persuasione havea seguitato l'esempio d'esso frà Gio.

battista, con l'istesso intento di ritrattarsi, et che quel frate della

revelatione ut supra fù Reginaldo si ben si ricordava etc., et li diede

esso Campanella molte altre authoritati per tal difesa». Ma passato

e ripassato tra loro questo Breviario, ed esaurite le cartoline,

cominciarono a scrivere sul Breviario medesimo, ove poteasi vedere di

mano del Campanella scritto «bene et fideliter... ut lacrimas emiserim

prae laetitia», ed inoltre «Micheas propter timorem mortis prophetavit

falsum, et adiuratus se se retractavit, 3.^o Reg. 24». E il Campanella

si diè anche premura di far sapere queste cose a fra Dionisio che stava

in un'altra segreta; ed avendogli mandata scritta «dentro un pasticcio

una cartella di simili andamenti, entrati in sospetto li carcerieri,

aprirono il pasticcio, et trovata la cartella quella presentarono al

Vice Rè, come anco per veder così scritto et scacacciato il Breviario,

quello anco presentorono al medesimo Vice Rè, et si disse, che furono

da lui rimandate al fiscale». Siffatte cose, verificatesi durante un

certo periodo di tempo, furono poi riferite da fra Dionisio; e potrebb'

essere che vi sia stata qualche esagerazione da parte del relatore,

ma bisogna convenire che nulla vi s'incontra d'inverosimile, salva

sempre la quistione della serietà delle cose che si comunicavano i due

scrittori nelle cartoline e nel Breviario. Poichè all'uno ed all'altro,

sotto tutti gli aspetti, conveniva scrivere in quel senso; ma si

può dubitare che esprimesse la verità il Pizzoni, il quale infatti

non fece di poi nulla di ciò che scrisse, e si deve dubitare che

esprimesse la verità il Campanella, il quale, mentre dicevasi allietato

fino alle lagrime, ad ogni buon fine metteva in tasca qualcuna delle

cartoline scritte dal Pizzoni, che egli oramai avea potuto ravvisare

«bilingue». Vedremo infatti che al momento in cui il Campanella fu

spogliato per essere sottoposto alla tortura, gli fu trovata una delle

dette cartoline, ed anche un sunto dell'esame del Lauriana certamente

scrittogli da costui, il quale soltanto può dirsi avere agito in

buona fede, ma sotto l'impero di una stringente necessità; poichè

evidentemente, spinto dal Pizzoni, si era posto in un brutto garbuglio,

da cui non sapeva in qual modo districarsi, e temeva molto che

ritrattandosi sarebbe capitato male.--Dobbiamo aggiungere che pure con

Maurizio il Campanella si mantenne in relazione, e, a quanto sembra,

dalla finestra, verbalmente, profittando del trovarsi le rispettive

carceri l'una sopra l'altra; ma non dovè di certo sollecitarne la

ritrattazione, ed invece si dovè forse scusare presso di lui. Come si

seppe in sèguito, continuò a dirgli qualche particolare sugli uomini e

sulle cose della ribellione disegnata e tanto acerbamente prevenuta:

ma una volta Maurizio, abbandonata ogni illusione, gli disse che

in que' travagli loro «era tempo di riconoscere Iddio, e che stava

scandalizzato di quella parola che havea detto in Stilo, che Giesu

christo era un'huomo da bene», immaginandosi esser lui «in opinione che

christo non fusse vero figliolo di Dio»; e il Campanella gli rispose

che lui, Maurizio, «non intendeva bene li negotii» nè si curò di

fornirgli spiegazioni.

D'altra parte, dicevamo, il Campanella attese a dare animo agli

amici: questo fece componendo Poesie, siccome troviamo ricordato dal

_Syntagma_, dove per altro se ne parla con una completa confusione di

tempi. Per fortuna, la raccolta che noi pubblichiamo, essendo stata

fatta in un periodo ben determinato e relativamente breve, ci mette

in grado di potere fino ad un certo punto assegnare alle diverse

poesie la propria data, oltrechè ci fornisce precisamente quelle

composte fin da principio e con lo scopo di rinforzare l'animo degli

amici, rimaste poi naturalmente inedite perchè compromettenti. Ma è

facile intendere che pochissime potrebbero riferirsi ad un periodo

anteriore al cominciamento de' processi, perocchè a questi si pose

mano con sollecitudine, e il maggior numero si collega con le vicende

del processo della congiura così de' laici come degli ecclesiastici;

laonde, per non scindere di troppo l'esposizione di queste poesie,

gioverà dapprima narrare ciò che sappiamo del processo della congiura,

e in sèguito ricercare le poesie da doversi dire composte nel periodo

in cui il detto processo fu istituito e svolto.

II. Veniamo dunque al processo della congiura pe' laici[31]. Dicemmo

che la commissione Vicereale fu data il 15 novembre a Marco Antonio

d'Aponte e a D. Giovanni Sanchez o Sances, con l'ordine di riconoscere

le informazioni e gli atti di Calabria, procedere sommariamente

_sine strepitu et forma Judicii_, e non ritardare la buona e breve

amministrazione della giustizia, servendosi di Giuliano Canale

per Mastrodatti. Vedemmo pure avere il Vicerè provveduto che lo

Xarava aiutasse il Sances, e scritto a Madrid, il 30 novembre, che

si andava già procedendo contro i laici, e il 13 dicembre, che si

sarebbe cominciato a far giustizia di alcuni. Gli ordini del Vicerè

furono eseguiti puntualmente, ed è chiaro che non si perdè tempo;

solo dobbiamo notare che a Giuliano Canale venne sostituito Marcello

Barrese, il quale servì da Mastrodatti egualmente nella causa della

congiura per gli ecclesiastici, e di tale sostituzione ci rimane

tuttora ignoto il motivo.

Secondo il costume del tempo, si procedeva separatamente e

successivamente per un determinato individuo o per un determinato

gruppo d'individui, e si sentenziava a misura che si compivano gli atti

ad essi relativi: così vi furono condanne ed esecuzioni in Calabria,

e poi in Napoli, ed analogamente vi furono altre condanne od invece

assoluzioni di tempo in tempo. Trovandosi due già condannati a morte in

Calabria, Maurizio de Rinaldis e Cesare Pisano, sopra di essi appunto

cominciò a svolgersi l'opera del tribunale, certamente per averne, se

fosse stato possibile, rivelazioni in danno anche degli altri, al quale

scopo si era giudicato meglio tenerli ancora in vita; con gli atti

relativi a costoro ebbe ad iniziarsi il 3.^o volume del processo, al

sèguito di quelli compiuti in Calabria. Maurizio non avea confessato

nulla malgrado gli orribili tormenti avuti; ricominciarono per lui

in Napoli gli esami e ricominciarono i tormenti non meno crudeli. Il

Campanella medesimo cantò che Maurizio il primo avea vinto i tormenti

antichi e sprezzato i nuovi, che avea sofferto tormenti inusitati per

trecento ore[32]. È facile qui vedere una esagerazione poetica, ma,

come abbiamo già avuta occasione di dire altrove, Mons.^r Mandina,

il quale fu più tardi Giudice dell'eresia e potè saperlo in modo

autentico, affermò che era stato tormentato per settanta ore, alludendo

con ogni probabilità a' soli tormenti avuti in Napoli. Per quanto

possiamo giudicarne, egli dovè soffrire due volte, a breve intervallo,

il tormento della veglia, ne' modi e forme che vedremo con tutti i loro

particolari in persona del Campanella, il quale lo soffrì in sèguito,

per una volta sola, nella causa dell'eresia. Comunque il tormento della

veglia dovesse durare quaranta ore, pe' modi enormemente aspri con cui

si amministrava sopratutto in Roma e in Napoli, quasi mai si giungeva a

siffatto termine, senza che il paziente cadesse in tale prostrazione da

far cessare la prova innanzi tempo, tanto più che il Giudice era tenuto

a rispondere della morte di lui se avesse soccombuto nel tormento; e la

prostrazione, quando gl'individui erano di buona tempra, ordinariamente

si verificava fra le trenta e le trentacinque ore, ed ecco le settanta

ore di tormento affermate dal Mandina. Nè rappresenta una difficoltà il

leggersi «tormenti inusitati», poichè appunto tra questi era annoverata

la veglia, e vi si ricorreva soltanto per casi straordinarii, mentre

poi d'altra parte i Giudici di professione, a differenza de' «Capitani

a guerra», doveano pure contenersi in quelle categorie di tormenti,

che erano ammesse da' Giuristi e dalle consuetudini di ciascun

paese[33]. Ad ogni modo le prove furono terribili, eppure vennero

nobilmente superate da Maurizio: il fortissimo uomo non fece la menoma

rivelazione, soffocando qualunque rancore, mentre già conosceva di

essere stato nominato fin troppo nella Dichiarazione del Campanella!

Ma durante i tormenti venne senza dubbio fatta la protesta che lo

s'interrogava «citra prejudicium probatorum»; e poi, benchè non

confesso, era pur sempre convinto, e gli si potè confermare la sentenza

di morte, condannandolo ad essere appiccato e squartato certamente con

la formola del tempo, «suspendatur in furcis adeo quod anima a corpore

segregetur, eiusque cadaver in quatuor frustra dividatur». È superfluo

poi dire che la sua casa doveva essere demolita ed aspersa di sale,

e i suoi beni dovevano essere confiscati: «domus propria diruatur

funditus, et solo aequata, in ea sale asperso, destruatur; singula

eius bona publicentur, et fisci commodis applicentur». Vi fu dunque

la conferma della sentenza di morte già pubblicata in Calabria, e non

poteva essere altrimenti; deve dirsi inoltre che vi fu una mitigazione

nella specie del supplizio, in paragone di quello tanto spaventoso

sentenziato dallo Spinelli forse a proposta dello Xarava, ed anche da

questo lato non poteva essere altrimenti, perocchè il tribunale non era

come il precedente «ad modum belli». Dopo ciò è facile giudicare quanto

il Campanella scrisse molto più tardi, nella sua Narrazione, circa

l'influenza che avrebbe avuta nella condanna di Maurizio l'amicizia e

la parentela del Sances col Morano, il quale desiderava la morte di

Maurizio per ereditarne un feudo e stringere una nuova parentela col

Sances mediante un matrimonio. Con un po' di confusione di tempo e di

circostanze, mostrato già in corso e bene avviato il processo degli

ecclesiastici che invece non era cominciato ancora, il Campanella

scrisse: «Sendo stato fatto fiscale in luoco di Xarava D. Gio. Sances,

la cui sorella havea per marito il Baron di Gagliato, fratel di Giovan

Geronimo Morano, il cui figlio per dispensa venuta del Papa stava

per pigliar la figlia unica del Barone, nepote del Sances, e perchè

detto Morano havea scorso il regno e preso Mauritio e F. Dionisio

carcerati con molto vantaggio e sperava dal Rè un Marchesato, come si

vantava publicamente, e di più desiderava la morte di Mauritio, perchè

morendo senza herede mascolo esso Mauritio, il Morano hereditava di

quello un feudo, come poi l'hereditò. Per questo il Sances oltra le

sue pretendenze et amicitia delli processanti non cercò s'era vera

la ribellione ma si sforzò verificarla, e far morir Mauritio». La

parentela del Sances col Morano è fuori contestazione, ma è un fatto

che il Sances non poteva non trovar vera la ribellione, e che Maurizio

non poteva in alcun modo scansare la morte, come nemmeno la scansò

quando più tardi fece sotto il patibolo una spontanea confessione di

ogni cosa. E dobbiamo aggiungere che alla mano della figlia unica del

Barone di Gagliato, D.^a Camilla Morano, a quel tempo di soli dodici

anni, aspirava il cugino del Fiscale, un altro D. Giovanni Sances,

figlio di D. Giulio, che difatti la sposò più tardi, nel novembre

1605, avendone in dote la terra di Gagliato e il rinomato feudo di

Burgorusso in tenimento di Stilo, e fu lui che divenne poi Marchese di

Gagliato. Non sarebbe veramente difficile che vi avesse aspirato anche

il figlio di Gio. Geronimo Morano, giacchè abbiamo nel Grande Archivio

documenti i quali mostrano la gran cura del Governo nel far tenere D.^a

Camilla in Monastero, secondo i principii dell'ingerenza governativa

ne' matrimonii de' nobili a' tempi feudali[34]. Ma è evidente che in un

simile conflitto di rivali non avrebbe potuto esservi nemmeno amicizia

tra il Sances e Gio. Geronimo. Vedremo poi come finirono i beni di

Maurizio, il quale forse potè essere semplicemente subfeudatario di

una parte di Borgorusso, mentre le ricerche più ostinate su tale punto

non ci hanno fatto sinora scovrire alcun feudo speciale di quella

regione da lui posseduto. Nella detta ipotesi la morte di Maurizio

nemmeno avrebbe profittato a Gio. Geronimo, ma a D.^a Camilla; ad ogni

modo quanto era già avvenuto, anche prima che la causa si agitasse

in Napoli, mostra nel modo più chiaro che il Sances non poteva che

dimandare ed ottenere la condanna di morte per Maurizio[35].

Intorno a Cesare Pisano, che il Nunzio aveva nella sua lista qual

clerico, e il Governo riteneva doversi continuare a trattare qual

laico, non sappiamo come si sia veramente proceduto nel tribunale

di Napoli: sappiamo solo ciò che ne disse il Nunzio quando venne a

conoscere l'esito del giudizio, scrivendone una lettera di lagnanza

al Vicerè, nella quale lo avvertiva aver inteso che contro del Pisano

«si procede con tanto rigore per il capo della ribellione, che senza

ammettergli ne anche la probanza del Clericato è stato condannato à

morte». Forse il tribunale stimò che avesse confessato abbastanza,

e che invece di far nascere la quistione giurisdizionale col rumore

di nuovi esami e nuovi tormenti, fosse preferibile dare un saggio di

vigore confermando la condanna ed eseguendola senza curarsi d'altro.

Lo argomentiamo dal conoscere la prolissa maniera di rispondere,

che il Pisano era solito di usare ne' suoi interrogatorii, onde non

sarebbe mancata poi la citazione di qualche notizia tratta da un nuovo

interrogatorio, laddove questo ci fosse stato.

La condanna di Maurizio, e così pure quella analoga del Pisano,

doverono pronunziarsi o almeno decidersi nel Consiglio Collaterale

il 10 o 12 dicembre, poichè il 13 già si trasmetteva a Madrid la

notizia di prossime esecuzioni. Difatti pel giorno 20 si allestiva

certamente l'esecuzione di Maurizio, e molto probabilmente anche

quella del Pisano, onde il Nunzio nel giorno 19 potè conoscere che

costui era stato condannato a morte, e potè scriverne in fretta al

Vicerè, facendogli notare, che non solo come clerico il Pisano avrebbe

dovuto essere giudicato pure da lui «secondo l'appuntamento fatto con

S. S.^{tà}», ma anche come molto informato dell'eresie suscitate dal

Campanella, «e forse della medesima setta», dovea essere riserbato;

«non per campargli la vita, egli scriveva, se merita perderla per

il capo della ribellione, ma per riscontro et castigo di quel che

appartenesse al S.^{to} Officio», supplicandolo di «non permettere che

la causa della ribellione humana si solleciti tanto che pregiudichi

à quella della ribellione divina, perchè si sarà in tempo di castigar

l'una et l'altra»[36]. Il Vicerè sospese allora la faccenda in quanto

al Pisano, per farla sopire e darle poi corso più tardi a modo suo,

di sorpresa. Rispose al Nunzio in termini generali, che in tutto ciò

che si poteva servirlo, stesse certo, che lo si farebbe, e sarebbero

liberati coloro che non paressero colpevoli in delitti così gravi,

etc.[37]; non prese quindi alcuno impegno determinato, ed egualmente

fece allorchè più tardi il Nunzio glie ne parlò, dimostrandogli che

bisognava sempre mantener vivo il Pisano per riscontro delle cose

del S.^{to} Officio, anche quando i suoi Ministri non lo ritenessero

clerico, come non lo ritenevano perchè non avea nemmeno indossato

l'abito clericale «non ostante che mostrasse di haver preso gli anni

passati gli ordini minori»[38]. Il Vicerè non lasciò intendere la sua

opinione, e frattanto, con molta unzione, si diè premura d'intercedere

a Roma, perchè fosse assoluto il Principe di Scilla, già scomunicato

per l'affare di Marco Antonio Capito dal Vescovo di Mileto.

Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia · 第 4 / 24 题