Ma veniamo alla poesia.
La poesia è per questo la prima delle arti: perchè le facoltà poetiche
non sono soltanto necessarie al compositore di versi, ma a tutti gli
artisti. L’arte, per la sensibilità squisita che richiede, e per la
scelta che esercita, è sinonimo di poesia. Ma lo spirito scientifico
non spegnerà lo spirito poetico? L’immaginazione, l’istinto creatore,
il sentimento, tutte le facoltà essenziali del poeta, non resteranno
soffocate in questo moltiplicarsi dell’investigazione positiva?
Alcuni credono che l’ombra, il mistero, la stessa superstizione siano
necessarie perchè l’immaginazione poetica spicchi il volo. Un paesaggio
confusamente intravisto al candore dei raggi lunari è poetico, dicono;
una via diritta, lunga, crudamente rischiarata dal sole, no. La
scienza, scrutando il segreto delle cose, mostrandole nei loro aspetti
più freddi, più duri, strappa tutti i veli, distrugge ogni incanto,
tarpa le ali della fantasia.
Scienza e poesia si possono confondere, ma si debbono distinguere.
Esse sono, al dire dell’Arnold, due interpretazioni del mondo; ma le
interpretazioni della scienza non daranno mai quel senso intimo delle
cose che la poesia disvela. La spettroscopia, a cagion d’esempio,
dimostrando che le stelle non sono altro se non ammassi di metalli
in fusione, non impedirà mai che l’anima del poeta, dinanzi allo
spettacolo del firmamento, si commova e provi un senso d’inquietudine
e tenti di slanciarsi verso gl’inaccessibili azzurri; non impedirà
che un amante trovi una superstiziosa corrispondenza tra il proprio e
il destino d’un astro. E quando pure la scienza precludesse una via
all’immaginazione, glie ne schiuderebbe, nello stesso tempo, mille
altre. Vi sono forse scoperte che non trovino dinanzi a sè altri,
più grandi misteri? Se da una parte Galileo, col suo cannocchiale,
rivelò le macchie che corrompono il vivo specchio del sole, ripudiando
dall’altra il sistema tolemaico per il copernicano assegnò al grande
astro un più nobile posto e una coorte di seguaci. Uno scienziato
poeta, Lorenzo Mascheroni, giudicava che questa fosse come una
riparazione:
.....e fatta accusa al sole
Di corruttibil tempra, il locò poi,
Alto compenso, sopra immobil trono.
Che cosa direbbe l’ammiratore di Lesbia Cidonia se sapesse che
l’immobil trono è fatto mobile, e che il sole nostro, animato da un
moto vertiginoso, si dirige verso una stella più grande, traendo con sè
lo stuolo di mondi che gli gravitano intorno? Qual nuova, più poetica
imagine gli ispirerebbe questa corsa per le plaghe sconfinate del
cielo, verso una mèta oscura e profonda?
Lo stupore, fonte di commozione poetica, va quindi crescendo. Del
resto, v’ha un mistero che la scienza non potrà mai distruggere: il
mistero metafisico. Arrivato al problema ultimo dell’essenza della
realtà, delle origini e delle cause finali, lo scienziato depone i suoi
strumenti d’indagine e si lascia cullare «al vento dell’ignoto, nelle
sublimità dell’ignoranza», secondo l’espressione di Claudio Bernard.
Non basterà questo mistero per conferire all’arte, oltre quello del
bello, il sentimento del sublime?
Ma l’immaginazione, da sola, non è nulla; bisogna che il poeta sia
animato dal genio, cioè dallo spirito creatore. Ora questo istinto
non andrà perduto quando l’umanità, sotto l’impero della scienza,
sarà divenuta più riflessiva? E il sentimento, che eccita e feconda
immaginazione e istinto creatore, non sarà spento dall’analisi?
I sentimenti dell’uomo allo stato primitivo, di natura, sono
spontanei, irriflessi ed hanno obbietti limitati; poi, secondo che
egli progredisce, diventano riflessi, coscienti, ed hanno mire più
generali, più astratte. Così, per esempio, i sentimenti di patria e
di pietà si sono nel corso dei tempi modificati; la patria fa per noi
parte dell’umanità; la pietà e che fra i poeti greci era rivolta ad
una persona determinata, ora ci fa palpitare per tutta una classe, per
tutto un popolo. Quante trasformazioni nel sentimento dell’amore! È
dapprima, nel mondo pagano, tutto sensuale; si fa mistico nel medio
evo; si complica stranamente, si approfondisce, si arricchisce ai
nostri giorni. Il progresso moderno non soffoca quindi i sentimenti, li
rende allo stesso tempo più comprensivi e più profondi. C’è, in breve,
compenetrazione fra la sensibilità e l’intelligenza; un uomo colto non
gode se la mente non riceve la sua parte di soddisfazione. A che si
riduce dunque il vaticinato decadimento delle facoltà poetiche? A un
nuovo adattamento, che non è ancora compiuto. Noi soffriamo appunto
perchè siamo ancora nel periodo transitorio.
«La scienza non avrebbe che un solo pericolo per il poeta, quello
di assorbirlo interamente». Questo è, in fatti, il solo, il grande
pericolo. Giovanni Psychari, additandolo, non sembra però temerlo
troppo, poichè chiede non solo che la poesia diventi puramente
scientifica, non solo che tutti i nostri sentimenti riflettano le
nostre inquietudini scientifiche, non solo che il vocabolario poetico
si rifonda interamente; ma che il poeta, entrando nel cuore stesso
della scienza, presenti i suoi risultati in tutta la loro esattezza,
astenendosi da ogni comento personale; e che, armato degli strumenti di
essa, si faccia freddo indagatore; in poche parole: che, ripudiando le
vani finzioni, lavori a diffonder la scienza ed anche a crearla.
Qui si manifesta la vera antinomia fra l’attività scientifica o
filosofica, e la poetica. L’elemento personale, nella scienza, è
nullo; gli astronomi hanno cura di sbarazzare le loro osservazioni
di ciò ch’essi chiamano _equazione personale_, cioè la differenza
di apprezzamento dipendente dalle attitudini di percezione delle
quali ogni individuo è fornito. L’arte, invece, non vive che di
questa equazione personale. Sopprimetela, sopprimerete l’arte stessa.
Non vi sono due dimostrazioni del binomio di Newton; vi sono tante
interpretazioni d’un bel tipo quante sono le immaginazioni che lo
raffigurano. In questo senso Sully Prudhomme ha ragione di dire che la
scienza comincia dove la poesia finisce; «finisce quando la forma,
considerata indipendentemente dalla sua virtù simpatica, e spoglia
per conseguenza di ogni espressione obbiettiva e subbiettiva, reale
o immaginaria, non costituisce più se non un sistema di rapporti al
servizio dell’intelletto». E i suoi tentativi di poesia scientifica e
filosofica ne sono una riprova.
I processi della scienza o della filosofia: esperimento, analisi,
ragionamento, non possono diventar poetici; i loro risultati sì. Perchè
le verità scientifiche si mutino in materia d’arte, occorre che siano
tanto diffuse, talmente familiari al poeta ed ai suoi lettori, da
assumere l’intensità, l’efficacia del sentimento; bisogna che dalle
aride regioni del pensiero astratto scendano nei lussureggianti campi
dell’immaginazione. Nulla è più alieno dal movimento poetico quanto
la pesantezza della compilazione e la freddezza dell’esposizione
sistematica.