II.

Ma veniamo alla poesia.

La poesia è per questo la prima delle arti: perchè le facoltà poetiche

non sono soltanto necessarie al compositore di versi, ma a tutti gli

artisti. L’arte, per la sensibilità squisita che richiede, e per la

scelta che esercita, è sinonimo di poesia. Ma lo spirito scientifico

non spegnerà lo spirito poetico? L’immaginazione, l’istinto creatore,

il sentimento, tutte le facoltà essenziali del poeta, non resteranno

soffocate in questo moltiplicarsi dell’investigazione positiva?

Alcuni credono che l’ombra, il mistero, la stessa superstizione siano

necessarie perchè l’immaginazione poetica spicchi il volo. Un paesaggio

confusamente intravisto al candore dei raggi lunari è poetico, dicono;

una via diritta, lunga, crudamente rischiarata dal sole, no. La

scienza, scrutando il segreto delle cose, mostrandole nei loro aspetti

più freddi, più duri, strappa tutti i veli, distrugge ogni incanto,

tarpa le ali della fantasia.

Scienza e poesia si possono confondere, ma si debbono distinguere.

Esse sono, al dire dell’Arnold, due interpretazioni del mondo; ma le

interpretazioni della scienza non daranno mai quel senso intimo delle

cose che la poesia disvela. La spettroscopia, a cagion d’esempio,

dimostrando che le stelle non sono altro se non ammassi di metalli

in fusione, non impedirà mai che l’anima del poeta, dinanzi allo

spettacolo del firmamento, si commova e provi un senso d’inquietudine

e tenti di slanciarsi verso gl’inaccessibili azzurri; non impedirà

che un amante trovi una superstiziosa corrispondenza tra il proprio e

il destino d’un astro. E quando pure la scienza precludesse una via

all’immaginazione, glie ne schiuderebbe, nello stesso tempo, mille

altre. Vi sono forse scoperte che non trovino dinanzi a sè altri,

più grandi misteri? Se da una parte Galileo, col suo cannocchiale,

rivelò le macchie che corrompono il vivo specchio del sole, ripudiando

dall’altra il sistema tolemaico per il copernicano assegnò al grande

astro un più nobile posto e una coorte di seguaci. Uno scienziato

poeta, Lorenzo Mascheroni, giudicava che questa fosse come una

riparazione:

.....e fatta accusa al sole

Di corruttibil tempra, il locò poi,

Alto compenso, sopra immobil trono.

Che cosa direbbe l’ammiratore di Lesbia Cidonia se sapesse che

l’immobil trono è fatto mobile, e che il sole nostro, animato da un

moto vertiginoso, si dirige verso una stella più grande, traendo con sè

lo stuolo di mondi che gli gravitano intorno? Qual nuova, più poetica

imagine gli ispirerebbe questa corsa per le plaghe sconfinate del

cielo, verso una mèta oscura e profonda?

Lo stupore, fonte di commozione poetica, va quindi crescendo. Del

resto, v’ha un mistero che la scienza non potrà mai distruggere: il

mistero metafisico. Arrivato al problema ultimo dell’essenza della

realtà, delle origini e delle cause finali, lo scienziato depone i suoi

strumenti d’indagine e si lascia cullare «al vento dell’ignoto, nelle

sublimità dell’ignoranza», secondo l’espressione di Claudio Bernard.

Non basterà questo mistero per conferire all’arte, oltre quello del

bello, il sentimento del sublime?

Ma l’immaginazione, da sola, non è nulla; bisogna che il poeta sia

animato dal genio, cioè dallo spirito creatore. Ora questo istinto

non andrà perduto quando l’umanità, sotto l’impero della scienza,

sarà divenuta più riflessiva? E il sentimento, che eccita e feconda

immaginazione e istinto creatore, non sarà spento dall’analisi?

I sentimenti dell’uomo allo stato primitivo, di natura, sono

spontanei, irriflessi ed hanno obbietti limitati; poi, secondo che

egli progredisce, diventano riflessi, coscienti, ed hanno mire più

generali, più astratte. Così, per esempio, i sentimenti di patria e

di pietà si sono nel corso dei tempi modificati; la patria fa per noi

parte dell’umanità; la pietà e che fra i poeti greci era rivolta ad

una persona determinata, ora ci fa palpitare per tutta una classe, per

tutto un popolo. Quante trasformazioni nel sentimento dell’amore! È

dapprima, nel mondo pagano, tutto sensuale; si fa mistico nel medio

evo; si complica stranamente, si approfondisce, si arricchisce ai

nostri giorni. Il progresso moderno non soffoca quindi i sentimenti, li

rende allo stesso tempo più comprensivi e più profondi. C’è, in breve,

compenetrazione fra la sensibilità e l’intelligenza; un uomo colto non

gode se la mente non riceve la sua parte di soddisfazione. A che si

riduce dunque il vaticinato decadimento delle facoltà poetiche? A un

nuovo adattamento, che non è ancora compiuto. Noi soffriamo appunto

perchè siamo ancora nel periodo transitorio.

«La scienza non avrebbe che un solo pericolo per il poeta, quello

di assorbirlo interamente». Questo è, in fatti, il solo, il grande

pericolo. Giovanni Psychari, additandolo, non sembra però temerlo

troppo, poichè chiede non solo che la poesia diventi puramente

scientifica, non solo che tutti i nostri sentimenti riflettano le

nostre inquietudini scientifiche, non solo che il vocabolario poetico

si rifonda interamente; ma che il poeta, entrando nel cuore stesso

della scienza, presenti i suoi risultati in tutta la loro esattezza,

astenendosi da ogni comento personale; e che, armato degli strumenti di

essa, si faccia freddo indagatore; in poche parole: che, ripudiando le

vani finzioni, lavori a diffonder la scienza ed anche a crearla.

Qui si manifesta la vera antinomia fra l’attività scientifica o

filosofica, e la poetica. L’elemento personale, nella scienza, è

nullo; gli astronomi hanno cura di sbarazzare le loro osservazioni

di ciò ch’essi chiamano _equazione personale_, cioè la differenza

di apprezzamento dipendente dalle attitudini di percezione delle

quali ogni individuo è fornito. L’arte, invece, non vive che di

questa equazione personale. Sopprimetela, sopprimerete l’arte stessa.

Non vi sono due dimostrazioni del binomio di Newton; vi sono tante

interpretazioni d’un bel tipo quante sono le immaginazioni che lo

raffigurano. In questo senso Sully Prudhomme ha ragione di dire che la

scienza comincia dove la poesia finisce; «finisce quando la forma,

considerata indipendentemente dalla sua virtù simpatica, e spoglia

per conseguenza di ogni espressione obbiettiva e subbiettiva, reale

o immaginaria, non costituisce più se non un sistema di rapporti al

servizio dell’intelletto». E i suoi tentativi di poesia scientifica e

filosofica ne sono una riprova.

I processi della scienza o della filosofia: esperimento, analisi,

ragionamento, non possono diventar poetici; i loro risultati sì. Perchè

le verità scientifiche si mutino in materia d’arte, occorre che siano

tanto diffuse, talmente familiari al poeta ed ai suoi lettori, da

assumere l’intensità, l’efficacia del sentimento; bisogna che dalle

aride regioni del pensiero astratto scendano nei lussureggianti campi

dell’immaginazione. Nulla è più alieno dal movimento poetico quanto

la pesantezza della compilazione e la freddezza dell’esposizione

sistematica.

L'Arte · 第 34 / 47 题