Questi problemi sono siffattamente collegati fra loro, che non si può
proporne uno, senza che gli altri si presentino subito alla mente e
domandino d’esser risolti. Poichè, dunque, la poesia ha assicurata
lunga vita come sentimento, vivrà essa altrettanto come forma? Dovrà
essa ancora servirsi di quel vecchio arnese che si chiama il verso,
fra rigide, immutabili norme? Il linguaggio più vario, più pieghevole
della prosa non potrà tradurre più esattamente, più obbiettivamente
le ispirazioni che l’arte deriverà dalla scienza? Che bisogno c’è di
costringersi in una forma di convenzione?
Il Guyau comincia dal negare l’artificialità del verso. Attenendosi
ai dati della fisiologia e della psicologia, egli accerta che sotto
l’influenza di sentimenti molto vivi, i nostri gesti, i nostri
movimenti divengono ritmici. Ogni eccitazione, secondo la legge della
diffusione nervosa, tende a propagarsi dal cervello in tutte le
direzioni; secondo la legge del ritmo, quest’agitazione burrascosa
si muta in ondulazione regolare. Più che nei gesti, il fenomeno è
manifesto nella voce; essa, sotto l’influenza d’una eccitazione,
diventa ritmica; un oratore, animandosi, mette nelle sue parole una
cadenza, qualche cosa di musicale; il linguaggio della passione ha una
misura, un movimento, come di strofe liriche grossolanamente abbozzate.
Il verso, dunque, considerato nella sua ragion prima, che è la misura,
non è qualche cosa di fittizio, ma un prodotto naturale, determinato
dalle leggi fisio-psicologiche. Non basta: oltre che esprimere la
commozione, esso, per virtù dell’altra legge del contagio simpatico, la
propaga. Non basta ancora: esso permette, nella sua misurata brevità,
una condensazione del pensiero, mentre riesce nello stesso tempo il
mezzo più acconcio per concentrare, senza alcuna perdita di forza
viva, l’intelligenza dell’ascoltatore; infatti la regolarità del suo
suono, l’immancabile eguaglianza della sua durata risparmiano lo sforzo
intellettuale, ne fanno uno strumento di maggior portata.
Ma esso ha un altro elemento, contro del quale si rivolgono gli assalti
dei suoi denigratori: la rima. Concedono bene costoro che il ritmo
sia l’espressione naturale della commozione; ma la rima, dicono, è
veramente artificiale. Questa distinzione è un poco arbitraria. Rima e
ritmo voglion dire, etimologicamente, la stessa cosa: _rhythmus_. La
rima è come il ritmo della strofe. Una successione di versi non rimati
ha certo un’armonia propria, ma ambigua e inafferrabile; la rima vi
mette un ordine, e mentre preserva l’individualità dei singoli versi,
li avvicina, li rende aderenti, dà corpo e compostezza al tutto. Se
poi a questa considerazione si unisce l’altra del piacere prodotto
dalla ripetizione d’uno stesso accordo armonico, l’uso della rima resta
pienamente giustificato. I veri poeti si serbano ad essa fedeli; Vittor
Hugo la chiama schiava regina; il Carducci, un «ribelle», la proclama
_bella imperatrice_, _regina del metro latino_:
Cura e onor de’ padri miei,
tu mi sei
come lor sacra e diletta:
Ave, o rima! e dammi un fiore
per l’amore,
e per l’odio una saetta.
Ma dal fatto che la misura e la rima sono i naturali interpreti della
commozione, segue forse la necessità che il poeta pensi soltanto e
principalmente alla forma, trascurando il pensiero che essa riveste? Ha
ragione la scuola dei parnassiani, ultima derivazione del romanticismo,
quando sostiene che la bella poesia consiste nella rima ricca, nelle
sillabe sonore, nelle accese metafore, e che non importa quel che si
dice purchè sia detto armonicamente?
L’armonia, senza dubbio, è un requisito essenziale, non che al
poeta, al prosatore. Il Flaubert era un avido ricercatore di effetti
armonici; nella proprietà delle parole, nella precisione delle loro
combinazioni egli trovava una specie di forza divina. Se leggendo una
frase ad alta voce, diceva, essa opprime il petto e disturba i battiti
del cuore, vuol dire che è mal fatta, che bisogna ancora correggere,
ritoccare. Prima di lui, il Giusti aveva visto «quanto giovi
all’armonia l’aggiungere o il togliere una lettera o il sostituirne
una ad un’altra». I giudici competenti di ogni scrittura, secondo lui,
sono l’occhio e l’orecchio, e «quando non si ascoltano insieme si
corre rischio che l’uno corrompa le ragioni dell’altro; però è sempre
bene leggere ad alta voce le cose scritte....». Conseguire una forma
armoniosa, perfetta, è dunque per il poeta un obbligo imprescindibile;
ma se egli vuole destare nel proprio lettore una viva commozione,
bisogna che egli stesso senta e palpiti e frema; un meccanico e freddo
esercizio di prosodia, una semplice successione di rime risonanti,
solleticherebbero l’orecchio, nulla direbbero allo spirito. Forma
e pensiero debbono essere inseparabili. Lo stampo maestrevolmente
plasmato ma vuoto, il bronzo forte ma informe, non valgono; la statua
sfida i secoli, in un consenso di ammirazione.