III.

Questi problemi sono siffattamente collegati fra loro, che non si può

proporne uno, senza che gli altri si presentino subito alla mente e

domandino d’esser risolti. Poichè, dunque, la poesia ha assicurata

lunga vita come sentimento, vivrà essa altrettanto come forma? Dovrà

essa ancora servirsi di quel vecchio arnese che si chiama il verso,

fra rigide, immutabili norme? Il linguaggio più vario, più pieghevole

della prosa non potrà tradurre più esattamente, più obbiettivamente

le ispirazioni che l’arte deriverà dalla scienza? Che bisogno c’è di

costringersi in una forma di convenzione?

Il Guyau comincia dal negare l’artificialità del verso. Attenendosi

ai dati della fisiologia e della psicologia, egli accerta che sotto

l’influenza di sentimenti molto vivi, i nostri gesti, i nostri

movimenti divengono ritmici. Ogni eccitazione, secondo la legge della

diffusione nervosa, tende a propagarsi dal cervello in tutte le

direzioni; secondo la legge del ritmo, quest’agitazione burrascosa

si muta in ondulazione regolare. Più che nei gesti, il fenomeno è

manifesto nella voce; essa, sotto l’influenza d’una eccitazione,

diventa ritmica; un oratore, animandosi, mette nelle sue parole una

cadenza, qualche cosa di musicale; il linguaggio della passione ha una

misura, un movimento, come di strofe liriche grossolanamente abbozzate.

Il verso, dunque, considerato nella sua ragion prima, che è la misura,

non è qualche cosa di fittizio, ma un prodotto naturale, determinato

dalle leggi fisio-psicologiche. Non basta: oltre che esprimere la

commozione, esso, per virtù dell’altra legge del contagio simpatico, la

propaga. Non basta ancora: esso permette, nella sua misurata brevità,

una condensazione del pensiero, mentre riesce nello stesso tempo il

mezzo più acconcio per concentrare, senza alcuna perdita di forza

viva, l’intelligenza dell’ascoltatore; infatti la regolarità del suo

suono, l’immancabile eguaglianza della sua durata risparmiano lo sforzo

intellettuale, ne fanno uno strumento di maggior portata.

Ma esso ha un altro elemento, contro del quale si rivolgono gli assalti

dei suoi denigratori: la rima. Concedono bene costoro che il ritmo

sia l’espressione naturale della commozione; ma la rima, dicono, è

veramente artificiale. Questa distinzione è un poco arbitraria. Rima e

ritmo voglion dire, etimologicamente, la stessa cosa: _rhythmus_. La

rima è come il ritmo della strofe. Una successione di versi non rimati

ha certo un’armonia propria, ma ambigua e inafferrabile; la rima vi

mette un ordine, e mentre preserva l’individualità dei singoli versi,

li avvicina, li rende aderenti, dà corpo e compostezza al tutto. Se

poi a questa considerazione si unisce l’altra del piacere prodotto

dalla ripetizione d’uno stesso accordo armonico, l’uso della rima resta

pienamente giustificato. I veri poeti si serbano ad essa fedeli; Vittor

Hugo la chiama schiava regina; il Carducci, un «ribelle», la proclama

_bella imperatrice_, _regina del metro latino_:

Cura e onor de’ padri miei,

tu mi sei

come lor sacra e diletta:

Ave, o rima! e dammi un fiore

per l’amore,

e per l’odio una saetta.

Ma dal fatto che la misura e la rima sono i naturali interpreti della

commozione, segue forse la necessità che il poeta pensi soltanto e

principalmente alla forma, trascurando il pensiero che essa riveste? Ha

ragione la scuola dei parnassiani, ultima derivazione del romanticismo,

quando sostiene che la bella poesia consiste nella rima ricca, nelle

sillabe sonore, nelle accese metafore, e che non importa quel che si

dice purchè sia detto armonicamente?

L’armonia, senza dubbio, è un requisito essenziale, non che al

poeta, al prosatore. Il Flaubert era un avido ricercatore di effetti

armonici; nella proprietà delle parole, nella precisione delle loro

combinazioni egli trovava una specie di forza divina. Se leggendo una

frase ad alta voce, diceva, essa opprime il petto e disturba i battiti

del cuore, vuol dire che è mal fatta, che bisogna ancora correggere,

ritoccare. Prima di lui, il Giusti aveva visto «quanto giovi

all’armonia l’aggiungere o il togliere una lettera o il sostituirne

una ad un’altra». I giudici competenti di ogni scrittura, secondo lui,

sono l’occhio e l’orecchio, e «quando non si ascoltano insieme si

corre rischio che l’uno corrompa le ragioni dell’altro; però è sempre

bene leggere ad alta voce le cose scritte....». Conseguire una forma

armoniosa, perfetta, è dunque per il poeta un obbligo imprescindibile;

ma se egli vuole destare nel proprio lettore una viva commozione,

bisogna che egli stesso senta e palpiti e frema; un meccanico e freddo

esercizio di prosodia, una semplice successione di rime risonanti,

solleticherebbero l’orecchio, nulla direbbero allo spirito. Forma

e pensiero debbono essere inseparabili. Lo stampo maestrevolmente

plasmato ma vuoto, il bronzo forte ma informe, non valgono; la statua

sfida i secoli, in un consenso di ammirazione.

L'Arte · 第 35 / 47 题