Il critico di cui abbiamo particolarmente esaminato le teorie
estetiche, Sully Prudhomme, fa alcuni ragionamenti che potrebbero dare
ragione ai pessimisti. Egli trova una causa di decadenza per l’arte nel
progresso scientifico e industriale. Quanto più i processi meccanici,
grazie alle scoperte della scienza, si perfezionano, tanto meno la
forma delle opere umane, delle macchine, degli utensili, di tutte le
cose che adoperiamo e che ci stanno intorno, diviene rappresentativa.
Il mulino a vento, il vascello a vela, le vecchie armi rappresentavano
la forza che mettevano in opera; nei congegni moderni essa è cresciuta,
ma più cresce più si nasconde. «L’azione della forza della natura, più
sapientemente trasformata mediante ingegnose combinazioni, ha perduto
ogni carattere rappresentativo quando arriva al punto dove si esercita:
essa vi giunge irriconoscibile. Le armi da fuoco, molto più efficaci
che non fossero quelle dei nostri antenati, non hanno già un aspetto
più terribile; e il progresso, in questo genere d’industria, sarà tanto
più notevole quanto maggiore sarà la portata di congegni meno pesanti
e più mobili, cioè meno rappresentativi della loro solidità, e per
conseguenza della loro potenza». Per questa medesima ragione «i vecchi
mestieri sono più attraenti per il poeta che non i nuovi: esercitati
dalla mano stessa dell’operaio, essi partecipano, per così dire, della
sua condizione; la natura, meno destramente asservita, vi è più libera
e più palese».
Queste osservazioni sono giuste; ma diremo noi perciò che i
perfezionamenti della civiltà abbiano distrutto ogni espressione? Essi
hanno distrutto l’espressione più appariscente, la quale potrebbe
anche essere la più grossolana; e se, come dice lo stesso autore, i
congegni umani «simboleggiano il pensiero umano molto più che non la
forza dalla quale sono mossi», questi ritrovati dell’industria, questi
adattamenti della scienza moderna simboleggiano il genio dell’uomo
molto meglio che non facessero le cose antiche e primitive. Il vecchio
vascello ci sembra più bello del presente piroscafo; ma questo giudizio
dipende dal paragone: quando non c’erano piroscafi, si può credere che
la gente non restasse estasiata alla vista dei vascelli. Con molta
probabilità, quando un battello mosso da una forza ancora più potente
del vapore, provvisto di macchine ancora più delicate delle presenti,
avrà sostituito il piroscafo, i moderni piroscafi sembreranno belli
ai nostri posteri. Un gran poeta lo ha detto: «Sol nel passato è il
bello....». Tutto ciò che è apparenza e contorno va a poco a poco
veramente perdendosi nei prodotti della nostra civiltà, e gli artisti
se ne rammaricano perchè vedono scarseggiare i motivi nella realtà
circostante; ma ciò accade perchè abbiamo ancora gli occhi pieni
di altre cose, perchè non ci siamo ancora avvezzi a considerare,
ad apprezzare il nuovo genere di bellezza delle cose nuove. «La
disproporzione tra la loro utilità e la loro potenza rappresentativa»,
dice Sully Prudhomme, «rende molto difficile l’adattamento delle
arti ai prodotti industriali». Difficile, non impossibile. Ed egli
stesso ne conviene quando ragiona intorno agli effetti dei progressi
industriali nell’architettura. Noi siamo abituati a certi rapporti
determinati fra il volume e la resistenza dei materiali da costruzione:
per lunghissimo tempo le basi sono state più massicce dei coronamenti;
oggi, con l’impiego del ferro, gli effetti sono capovolti, e sottili
colonnette sopportano grandi masse. Quella che resta qui offesa è la
nostra «regola empirica», il nostro «pregiudizio secolare», la nostra
«estetica tradizionale». Col tempo ci assuefaremo ai nuovi effetti; e
già essi non ci sconcertano più come prima.
L’architettura non è dunque destinata a morire, al contrario: un grande
avvenire le si schiude dinanzi; e i nostri giudizii saranno equi
quando non saranno fondati sul paragone fra le costruzioni antiche e
le moderne. Il paragone è odioso ed ingiusto. L’arte non è una cosa
morta, vive della nostra vita, è il documento della nostra storia.
Ogni sua forma corrisponde a un determinato periodo di civiltà. In
Grecia, per esempio, con una educazione tutta fisica, con il culto
della bellezza plastica, la statuaria perviene ad una magnificenza
di sviluppo non più raggiunta. Si dirà perciò col Renan che il tempo
della scultura è finito «quando s’è cessato di andar mezzo nudi?».
No, risponde il Guyau, filosofo fiducioso nell’avvenire dell’arte.
Se è vero che le proporzioni del corpo umano e l’armonia delle sue
linee si sono alterate nell’invadente sviluppo del sistema nervoso, se
i muscoli si sono inflacciditi a benefizio del cervello, il viso ha
acquistato una nuova e varia mobilità di espressione. La purezza dei
contorni, la fermezza delle membra, l’imperturbata serenità della posa
di una antica statua sono certo qualità altamente apprezzabili; ma un
moderno vi cercherebbe invano l’espressione e il movimento. Un paio di
gambe ben modellate, che l’esercizio della corsa ha meglio sviluppate,
sono ammirabili; ma una fronte dietro la quale martelli il pensiero ha
pure la propria bellezza, una bellezza che noi gustiamo di più. In una
parola, se gli antichi hanno conosciuta la statica dell’arte, resta ai
moderni, con l’espressione e il movimento, ciò che si potrebbe chiamare
la _dinamica_ dell’arte.
Si accuserà il progresso scientifico di aver debellato la pittura?
Ma gli astronomi hanno un bel misurare la distanza che ci separa dal
sole: questo ci dispensa egualmente i suoi splendori; e la fisica potrà
a tutt’agio spiegare la formazione dell’arco baleno: non riuscirà
mai a spezzarne la curva grandiosa e variopinta. Il sentimento del
colore, non che affievolirsi, si è complicato. Gli effetti di luce,
le sfumature e le combinazioni di colori si sono venuti moltiplicando
straordinariamente, e mentre i Greci non avevano nomi che per un
piccolissimo numero di tinte, nella sola manifattura dei Gobelins se
ne sono prodotte quattordici mila varietà. Che nuova ricchezza per la
tavolozza del pittore!
La musica? Ma l’avvenimento della musica è contemporaneo a quello della
scienza; quest’arte, non che decadere con la presente civiltà, è oggi
al culmine della potenza; è, per antonomasia, l’arte del nostro tempo.
Se pure in tutte le altre vi fosse vera e propria decadenza, e non già
trasformazione, essa ci resterebbe, e per essa potremmo dire che l’arte
non è morta. Predire, dall’altro canto, che la musica, compiuta la
sua evoluzione, presto si esaurirà, è un’asserzione improbabile. Per
ora, invece, tutto dimostra che, come ogni altra idea artistica, anche
l’idea melodica risponde a un determinato stato intellettuale e morale,
e muta col mutare di esso. A quel modo che la scultura non è finita con
Fidia o con Michelangelo, che la pittura non è morta con Zeusi o con
Raffaello, il regno dei suoni non è cessato col Rossini o col Wagner.