L’architettura è per lui la più nobile di tutte le arti, perchè nel
tempio, che ne è l’opera principale, essa dà simbolicamente «un’idea
del celeste abitacolo, dell’universo considerato come simbolo del mondo
invisibile, di Dio stesso». Viene dopo la scultura, perchè quest’arte
attende a riprodurre la figura dell’uomo, che è il re del creato,
l’essere fatto a immagine e simiglianza di Dio; la pittura viene dopo
la scultura, perchè, riattaccandosi alla statuaria quanto al disegno,
contiene tuttavia un elemento puramente sensuale, che è il colore.
Il suono parla soltanto al senso, non dice nulla alla ragione; la
musica esercita la sua azione nel campo della sensibilità organica,
sul sistema nervoso: quest’azione ha un carattere di necessità, di
fatalità; l’uditore deve sopportarla senza poterla discutere; quindi
l’arte che produce simili effetti è arte inferiore.
Per stabilire con questi criterii una gerarchia delle arti, bisogna
prima stabilire una gerarchia delle facoltà umane, e dire che
l’intelligenza importa più della sensibilità. Così ha fatto Max
Nordau quando, senza distinguere l’una arte dall’altra, ha relegato
all’ultimo posto i genii artistici, attribuendo i massimi onori agli
attivi e intellettivi. Ma la scienza psicologica, distinguendo le
diverse facoltà, non solamente non perde tempo a discutere qual è
più nobile e quale meno; ma ne studia le affinità, le attenenze,
le relazioni e la fondamentale unità. Nella musica, del resto, non
manca una parte puramente razionale, rappresentata dalle leggi degli
accordi e dei ritmi, nè il Laprade lo ignora; ma egli afferma che anche
questo elemento razionale, nella musica, si contraddistingue per la
sua fatalità, giacchè l’intelligenza non è libera di discuterlo, nè
capace di intenderlo. Ora, prima di tutto, non è conforme al vero che
l’intelligenza non sia assolutamente capace di intervenire a questo
riguardo: poichè il problema dell’armonia, che ha affaticato durante
lunghissimi secoli le menti, è stato finalmente risolto proprio
dall’intelligenza, e come dice il Mach in una delle sue eleganti
_Letture scientifiche_, alla domanda formulata da Pitagora ha risposto,
dopo due mila anni, Helmotz; in secondo luogo, se c’è nella parte
matematica della musica qualche cosa di fatale che l’intelligenza
deve accettare senz’altro, questa medesima fatalità è nelle
matematiche pure, e in filosofia, e in tutti i rami della conoscenza
umana. Reciprocamente: l’elemento estetico non manca neanche nelle
matematiche; tanto è vero che il visconte d’Adhémar vuole, come
vedemmo, annoverare fra le arti l’algebra e la geometria.
Se dunque la stessa scienza, la più scientifica delle scienze, non
crede di perder nulla paragonandosi a un’arte, ottenendo un effetto
estetico oltre che raggiungendo uno scopo razionale, che valore avrà
contro la musica l’addurre che quest’arte ha un effetto estetico
soltanto? Non si potranno rovesciare i termini dell’argomentazione,
e affermare che questa è arte più pura, l’arte più arte, l’arte per
eccellenza? Il Laprade la giudica inferiore perchè, sola fra tutte,
esercita qualche influenza sugli animali, sui pazzi e sugli idioti.
Ora questo sarà, se egli così vuole, un segno d’inferiorità; ma,
siccome ogni medaglia ha il suo rovescio, il segno d’inferiorità si può
considerare anche come prova di superiorità, come misura della maggiore
estensione degli effetti musicali.
Ancora: perchè il carattere delle opere musicali varia da un paese ad
un altro, il Laprade nega che la musica abbia un’influenza universale.
Ora, allo stesso modo e per la stessa ragione che non c’è una lingua
universale, ma altrettanti linguaggi quante sono le circostanze di
razza, di clima, e via dicendo, così vi sono idee melodiche diverse
secondo che diversi sono il clima, la struttura degli organi,
l’educazione. Un Turco, racconta il Laprade, richiesto del suo parere
intorno ad una sinfonia che l’orchestra aveva allora allora finito
di eseguire, rispose: «È bella, ma era meglio _prima_». Il _prima_
del Turco significava il frastuono degli strumenti che i sonatori
accordavano. Ciò non prova altro se non che il gusto e l’educazione del
Turco non sono i nostri. I Turchi vestono anche a un modo diverso dal
nostro; e i selvaggi dell’interno dell’Africa non si vestono affatto.
Un Italiano che senta parlar tedesco non ha l’orecchio piacevolmente
solleticato. Anche in musica i conoscitori distinguono lo stile delle
singole nazioni. E se l’ideale melodico, oltre che mutare di luogo in
luogo, muta in uno stesso luogo col passar del tempo, questo fatto non
è altro che una conferma della legge universale dell’evoluzione. Cambia
l’ideale musicale come cambia ogni ideale estetico, si modifica la
tecnica musicale come quella di ogni altra arte.
Una gerarchia delle arti non si può dunque fondare su questi criterii.
Il nemico della musica potrà dire che essa è inutile; ma dobbiamo
noi cercare l’utilità nell’arte? Se i varii ritrovati dello spirito
umano dovessero classificarsi secondo la loro utilità, come la
scienza sarebbe superiore all’arte, così l’architettura sarebbe la
prima delle arti; perchè gli uomini possono fare a meno di quadri e
statue, di drammi e melodrammi, non già di edifizii destinati agli usi
privati e pubblici; senonchè un edifizio non è un’opera d’arte per
la semplice ragione che è destinato a un certo scopo. Muri nei quali
siano praticate un certo numero di aperture e sui quali sia imposto un
tetto possono servire al ricovero degli individui e alla celebrazione
delle cerimonie collettive: l’arte comincia quando si aggiunge
_qualche altra cosa_, quando l’opera ha certe qualità, certi ornamenti
del tutto inutili allo scopo, alla pratica destinazione. Se c’è o
non c’è simmetria ed euritmia nel disegno d’una casa, che importa?
L’importante, riguardo alla sua utilità, è che non vi piova dentro:
una chiesa servirà egualmente bene alla celebrazione del culto tanto
se è provvista quanto se è sprovvista di colonne, di capitelli, di
guglie. Ora se l’arte è qualche cosa oltre l’utile; se è, in un certo
senso, l’inutile—il quale, in un altro senso e per altre ragioni, può
essere utilissimo—non è possibile ordinare le arti secondo l’utilità
dei loro prodotti; o, se mai, la più inutile sarà la prima. E la
musica potrebbe, per questa ragione, tenere veramente il primo posto,
se essa fosse inutile del tutto. Invece, come l’arte architettonica
si sviluppò dalle rozze costruzioni delle palafitte e dei recinti e
delle capanne dove i primi uomini si difesero dalle intemperie, così
l’arte musicale si sviluppò dai canti rauchi e dai rumori scomposti con
i quali gli stessi primi uomini credettero necessario accompagnare e
contrassegnare e provocare alcune manifestazioni della vita, come la
poesia si sviluppò dal linguaggio col quale essi appagarono il bisogno
di significare le idee.
Nell’architettura e nella scultura, soggiunge finalmente il Laprade,
c’è un’idea morale; mentre nella musica non c’è. Ma, prima di tutto,
l’idea morale, come avverte lo stesso autore, si potrà trovare
soltanto in certe opere architettoniche, nel tempio e nella statua,
e non già in tutte; secondariamente questa distinzione fra opere
architettoniche o scultorie più o meno morali, si può e si deve fare
tra le opere musicali; perchè le commozioni che queste eccitano non
sono tutte della stessa qualità; e se una marcia militare ci fa muover
le gambe in cadenza, una musica sacra ci comunica un turbamento
misterioso e ci dà quasi un’idea della potenza divina. Se noi
paragoniamo un tempio greco o una cattedrale gotica all’ultimo _cancan_
dell’ultima operetta, dovremo dire che la musica è arte inferiore; ma
se paragoniamo la messa di Papa Marcello a certi chioschi eretti in
certi luoghi appartati, diremo che è arte inferiore l’architettura.
Il Laprade, mentre loda la cooperazione delle varie arti
nell’antichità, quando il tempio era ornato di statue, di quadri,
di decorazioni, ed echeggiava dei canti e dei suoni degli strumenti
sacri, e le sacre danzatrici vi intrecciavano i loro balli, giudica
pervertimento intollerabile il teatro moderno, dove la decorazione,
la danza, la poesia e la musica si dànno la mano. Ora il concetto
della cooperazione delle arti si può accettare o combattere, ma non
accettare in un caso e combattere nell’altro. Il Wagner, come abbiamo
già visto, ha preso le mosse da quello stesso concetto antico che il
Laprade loda tanto. Se l’effetto totale dell’opera d’arte è tanto più
intenso quante più arti concorrono a produrlo, questa moltiplicazione
d’intensità si ottiene oggi nel teatro come una volta nel tempio.
La proporzione, e quasi direi la dose delle varie arti è mutata:
l’architettura era preponderante nel complesso artistico creato
anticamente, la musica aveva minor parte, la scultura maggiore; oggi
l’architettura nel teatro non ha l’importanza che aveva nel tempio, la
scultura è quasi scomparsa, la musica ha parte eminente. Qui troviamo
una naturale conseguenza delle mutate condizioni della vita morale e
delle circostanze materiali; ma non regresso nè progresso. E se la
fusione delle arti ebbe per iscopo, una volta, di parlare agli uomini
di Dio, anche ora il Wagner significa con la musica, con la poesia
e con tutto il quadro teatrale, il suo misticismo. E se egli non lo
significa sempre come in _Parsifal_, e se gli altri musicisti seguono
ordinatamente le ispirazioni profane, e se il teatro non è, insomma, il
tempio, noi potremo anche giudicare che la sostituzione dal primo al
secondo sia un danno rispetto alla religione e ai costumi; ma non già
rispetto all’arte. E dell’arte, appunto, era quistione.
Che resta dunque del concetto della gerarchia delle arti? Niente,
o ben poco. Ciascuna di esse ha un suo valore e una sua dignità
impareggiabili. Tuttavia una distinzione si può e si deve fare rispetto
ad un’arte sola: l’arte letteraria, produca essa poemi, romanzi o
drammi. Sully Prudhomme non la comprende nelle arti belle perchè si
serve di segni convenzionali, delle parole; mentre le altre creano
gruppi di sensazioni direttamente rappresentative, senza convenzione.
Ma appunto per questa convenzionalità dei segni essa ha un campo molto
più vasto che non le altre. Con le parole noi possiamo bene o male
descrivere i prodotti delle altre arti; con la musica, con la pittura,
con la scultura, con l’architettura non possiamo dire le cose che
diciamo con le parole. Nell’arte letteraria la sensibilità si unisce
più intimamente con l’intelligenza, e da questa unione nascono prodotti
che più direttamente significano la potenza dell’anima umana. Ma, ad
eccezione di lei, le rimanenti arti stanno tutte ad uno stesso grado.
Noi non abbiamo parlato sinora della coreografia e della recitazione
che Sully Prudhomme ed altri critici comprendono fra le arti belle.
È ora il momento di dire che queste ultime hanno veramente un posto
inferiore; non tanto perchè l’opera artistica, altrove distinta e
separata dall’artista che la crea, è in esse confusa con la persona di
lui; quanto perchè il loro valore espressivo è subordinato e veramente
complementare. Il Laprade chiama arte complementare la pittura,
perchè riveste le forme disegnate; ma, in natura, forme e colori,
ripetiamolo ancora una volta, fanno un tutto inseparabile; e se, in
arte, il pittore può disegnare soltanto e astenersi dal colorire,
quando colorisce, colorisce i suoi proprii disegni, non gli altrui; e
il colore, nel suo quadro, non è una cosa accessoria e trascurabile;
al contrario, dispiace che manchi. La musica non si può considerare
complementare della poesia per una ragione tutta contraria, perchè è
da essa indipendente, assolutamente distinta: può accompagnarla, ma può
non accompagnarla, senza che nessuna delle due soffra dell’isolamento:
la poesia sta da sè, e la musica strumentale, sinfonica, non serve
di complemento a niente. Se di arti complementari si deve parlare,
queste sono il ballo e la recitazione; perchè l’artista drammatico
non esisterebbe senza il drammaturgo, e perchè le ballerine non
esisterebbero senza i coreografi, nè i coreografi senza i compositori
di musica. Queste arti, nelle quali si può bensì raggiungere
l’eccellenza, ma col sussidio indispensabile di altre, traducendo
espressioni create da altri, sono propriamente da considerare come
secondarie e subordinate. Si noti ancora che, mentre l’artista
drammatico rappresenta tutte le passioni umane descritte dall’autore,
l’espressione conseguita dalle danzatrici è meno intensa e meno estesa.
I movimenti nel ballo esprimono, più che le passioni o le commozioni,
certe qualità gradevoli, la facilità, la grazia, l’eleganza; quelle
stesse qualità espresse dal semplice disegno ornamentale e dalla
pittura decorativa.