II.

Il massimo e più serio argomento del Laprade contro la musica riguarda

la potenza d’espressione dell’arte musicale. Egli la paragona alla

pittura di paesaggio. «Le due arti si servono del medesimo linguaggio,

quasi dei medesimi termini: toni, tonalità, armonia, gamma dei sette

colori e gamma delle sette note; tanto che il padre Castel pretendeva

sonare i quadri sopra un cembalo di sua invenzione. Entrambe hanno

la stessa espressione ambigua, con due soli caratteri ben definiti:

la gaiezza e la tristezza. Entrambe valgono principalmente come

_complementari_: hanno bisogno d’una sostanza, d’un canevaccio che

le sostenga, per avere una significazione, per esprimere un pensiero

chiaro e preciso. Una ricopre la forma disegnata, l’altra l’idea

parlata, nello scopo comune di accrescere effetto all’opera».

Qui si trova, prima d’ogni altra cosa, un altro esempio della

confusione prodotta dalla soverchia estensione del concetto di analogia

delle arti. E, senza ripetere ciò che si disse a proposito della

tecnica della pittura e della musica, si vede come la nuova analogia

del Laprade sia insostenibile. La musica non sta alle parole come il

colore al disegno; perchè vi può essere, e c’è fin che se ne vuole,

musica senza parole, ma non c’è colore senza disegno. Nella natura

colori e disegni vanno insieme: ogni forma ha qualche colore, e ogni

colore sta in qualche forma. E anche nell’arte, se il disegno può

stare senza colore, il colore non può stare senza disegno. Quanto

ai rapporti delle parole e della musica, noi vediamo che le parole

hanno naturalmente, oltre al significato, che corrisponderebbe al

disegno, un qualche valore musicale, che corrisponderebbe al colore;

ma l’elemento musicale è tanto povero rispetto all’altro, da potersi

dire che le parole stanno da sole, incolori. Che cosa è dunque questa

musica, diventata arte, e arte tanto invadente, se l’elemento musicale

naturale è così meschino e trascurabile? Se tutta l’arte è, come si

disse, immagine della realtà, se la scultura da immagine delle forme,

la pittura delle forme e dei colori, il romanzo dei casi umani, di

che cosa dà immagine la musica? Quando io vedo uno stupendo ritratto,

quando vi fermo a lungo lo sguardo, m’illudo, credo di avere dinanzi

l’uomo vivo: quando odo una sinfonia, che illusione provo? Il pittore

trae l’immagine dal modello; quali sono i modelli dai quali il

musicista trae le immagini sue?

Sully Prudhomme dice che la natura quasi mai fornisce motivi alla

musica. Questa espressione non è precisa. L’arte musicale, come

tutte le altre, non crea nulla. Essa dà in parte immagine dei suoni

naturali: gemiti e fischi del vento, mormorio e scroscio delle acque,

fruscio e stormire delle frondi, gorgheggi e trilli di uccelli; ma,

principalmente, delle voci umane. Gli uomini, quando sono in preda a

vive commozioni, cantano, gridano, urlano, sospirano, singhiozzano:

le loro voci, in queste condizioni, hanno qualità particolari che la

musica esprime e significa. Ma qui si vede che il rapporto fra la cosa

rappresentata e la rappresentazione è in quest’arte molto diverso da

quello che si osserva nelle arti figurative. La statua e il ritratto

si possono chiamare una copia della persona viva; perchè, quantunque

non siano vivi, quantunque non riproducano interamente tutti i

caratteri di quella, pure le si accostano molto. Una sinfonia, invece,

si discosta molto dai rumori naturali e dalle voci umane; movendo

dalla realtà, essa compone e sviluppa con una ricchezza tanto grande

gli scarsi elementi da questa forniti, che pare una vera creazione

paragonatamente alla imitazione quasi servile della statua e del

ritratto. Si vede pertanto che una gerarchia non è possibile, o che

ne sono possibili due, ciascuna delle quali è il rovescio dell’altra;

perchè, se noi diamo importanza all’imitazione del vero, dobbiamo dire

che pittura e scultura sono le più importanti, come quelle che offrono

rappresentazioni di una fedeltà grandissima; se invece cerchiamo

principalmente la creazione, dobbiamo dare il primo posto alla musica.

E ciò che si dice a questo riguardo della musica si può estendere

all’architettura, la quale si dilunga tanto dalla realtà da parere

anch’essa una vera e propria creazione. La natura le dà linee e figure

geometriche, infimi elementi dai quali essa trae, col sussidio della

scultura, il miracolo del Partenone. Il Laprade le accorda il primo

posto per ragioni che vedremo fra poco; essa lo merita, con la musica,

se il criterio dell’assegnazione è la ricchezza della composizione e la

novità dei risultati; non lo merita, si deve anzi ridurre all’ultimo,

se il criterio è l’esattezza dell’imitazione.

Qual è intanto il valore espressivo delle composizioni e diremo anche,

nel senso che si è visto, delle creazioni musicali? Intorno al valore

della musica come linguaggio le discussioni dei filosofi non sono

ancora finite, e non finiranno, pare, molto presto. Dall’affermazione

di Gian Giacomo Rousseau, per cui la musica ha il solo scopo di

allettare l’orecchio, alla vivace esclamazione che il focoso Berlioz

rivolse all’Adam: «Croyez-vous que l’on écoute la musique pour son

plaisir?» c’è tutta una serie di opinioni alle quali qualche gran

nome conferisce autorità. La critica moderna ha nello Spencer il

più attento studioso del problema dell’espressione musicale. Egli

spiega con le leggi fisio-psicologiche come la musica tragga origine

dalle modulazioni della voce umana nei periodi di eccitazione. Ogni

sentimento, sensazione e commozione gradevoli o penosi stimolano il

sistema muscolare, in modo che ciascuno di questi fenomeni si rivela

per mezzo di una particolare modificazione di certi muscoli. Ora

ciascuna inflessione della voce dipende da uno speciale adattamento dei

muscoli che agiscono sul petto, sulla laringe e sulle corde vocali,

adattamento che è diverso per i diversi sentimenti di piacere o di pena

che lo determinano. Così ad ogni variare della commozione corrisponde

una qualità, un’intensità, un’altezza speciale di suono; e poichè,

mentre noi abbiamo coscienza di ciascuna nostra commozione, percepiamo

anche il suono che essa ci fa emettere, così stabiliamo un nesso fra un

certo suono e la commozione che ne è la causa; in modo tale che quando

quel suono non è emesso da noi, ma ci viene dall’esterno, dagli altri,

gli attribuiamo come causa la stessa commozione che lo determinava in

noi, e questa commozione altrui nasce in noi per la legge del contagio

simpatico. Così, secondo il filosofo inglese, la musica, portando al

grado estremo le inflessioni della voce, sarebbe un vero e proprio

linguaggio, capace di esprimere con molta precisione tutte le varietà

del sentimento. Noi vedremo ora fino a che segno si possa estendere

questo valore espressivo; notiamo qui la critica mossa dal Lechalas

alla teoria dello Spencer. Secondo quest’ultimo, il valore espressivo

dei suoni dipende, in ciascuno di noi, dalla costante esperienza del

rapporto che esiste fra le nostre commozioni e le corrispondenti

modulazioni della nostra voce. Ora, se è così, come mai si può dire che

il compositore, grazie alla straordinaria sua sensibilità, esprimendo

commozioni che gli altri uomini non provano o provano debolmente, è

capace di eccitare negli uditori sentimenti ad essi sconosciuti? Se un

suono è espressivo perchè noi vi riconosciamo la commozione che lo ha

prodotto, come potremo trovare in certi suoni che non abbiamo uditi mai

l’espressione di turbamenti che mai abbiamo provati? Il Lechalas, a

correggere questo difetto, spiega l’espressione musicale con le leggi

fisiologiche dell’_azione riflessa_ enunziate da Claudio Bernard. Ogni

azione sensitiva è capace di reagire sui nervi motori dando luogo a

movimenti involontarii; e siccome nei muscoli si immettono, oltre che i

filetti motori, anche i filetti sensitivi, e perciò la riflessione non

si arresta alle modificazioni del sistema muscolare ma ritorna verso il

centro cerebrale, così ci sarebbe una _riversibilità_ fra le commozioni

e gli stati muscolari corrispondenti; talchè il Lechalas crede che le

eccitazioni dei nervi acustici si riflettano in commozioni.

La teoria dello Spencer e questa del Lechalas dànno ragione

dell’espressione musicale. I primi uomini che, facendo vibrare le

corde e soffiando nelle canne, ne trassero suoni simili a quelli dei

rumori naturali e delle voci umane, crearono la musica: l’arte progredì

col tempo, lentamente, sino alla perfezione presente. Senonchè oggi

si presume, con la musica, descrivere le cose e sin anche narrare

i fatti; coloro che sostengono questa possibilità fanno all’arte

musicale, volendo innalzarla oltre ogni misura, i torti maggiori.

Le stravaganze della descrizione musicale sono note: il Berlioz ha

due pezzi che dovrebbero descrivere le rive dell’Elba e il gabinetto

da studio di Faust. Il Duesseck scrisse in musica una pagina di

storia e narrò melodicamente le sventure di Maria Antonietta: la sua

composizione finisce con una strisciata sulla tastiera dall’alto al

basso per significare la caduta del coltello della ghigliottina. Un

altro originale, il Reveroni di Saint-Cyr, andò più lontano: sostenne

che in musica, se l’immagine da rappresentare è resa perfettamente,

il segno visivo deve concordare col tratto vocale, e la forma stessa

dell’oggetto preso ad argomento deve trovarsi sulla carta, nella

disposizione stessa delle note scritte, purchè la si cerchi con

arte!... Pretese simili, aberrazioni di tal genere, spiegherebbero

una reazione anche più violenta che non quella del Laprade. Non sarà

possibile intanto definire razionalmente i limiti dell’espressione

musicale?

Agli avversarii della musica si deve accordare che essa non solo è

incapace di far vedere le cose, ma anche di significare i sentimenti e

le passioni. Quale compositore esprimerà con le sole note l’ipocrisia,

l’invidia o l’avarizia? La musica non può esprimere altro che le

commozioni. Quando di una commozione abbiamo detto che è ineffabile,

abbiamo detto quasi tutto. L’intima qualità non può esserne espressa;

noi non possiamo, con le parole, significare i profondi turbamenti, le

secrete agitazioni, gl’intimi fremiti della nostra fibra sensitiva. Non

le parole, ma le semplici esclamazioni o interiezioni le significano

in certo modo, in modo ambiguo e inadeguato. Con i suoni musicali il

compositore agisce direttamente sui precordii, affretta o rallenta

i battiti del cuore, eccita i moti dell’anima. Le commozioni non

sono sentimenti, ma si associano ad essi tanto intimamente che li

coloriscono: la musica può pertanto, significando direttamente le

prime, indirettamente significare i secondi. Il sentimento dell’amore

non può essere espresso per le vie melodiche; una melodia può

bensì significare l’esaltazione di un amore felice, l’ansietà e la

trepidazione di un amore scontento, l’abbattimento e il dolore di un

amore perduto. La concitazione significata dalla musica può esprimere

la gelosia, l’odio, l’ira, la vendetta, tutte le passioni che hanno

nella concitazione il loro colorito _emotivo_. Una determinazione più

precisa di sentimenti e di passioni non è possibile. Se un sentimento

come l’amore può manifestarsi con diverse commozioni, e se una stessa

commozione può essere caratteristica di parecchi sentimenti e

passioni, il numero delle commozioni è molto piccolo rispetto a quello

dei sentimenti e delle passioni: qui è la ragione della povertà del

linguaggio musicale. Tanto meno è possibile con esso significare le

idee, i pensieri, i ragionamenti, tutte le operazioni dell’intelletto;

soltanto, siccome commozioni e idee si trovano insieme nel campo della

nostra coscienza, così noi pensiamo anche udendo una sinfonia; tranne

che i nostri pensieri non sono espressi dalla musica, ma sorgono in noi

per la legge dell’associazione psichica. E siccome le associazioni,

in ognuno di noi, sono determinate dall’esperienza personale, così i

pensieri che pensano i diversi uditori d’una stessa musica non sono gli

stessi.

Il d’Alembert diceva che, fra cento individui di carattere diverso

intenti ad ascoltare una composizione musicale, nessuno prova le stesse

impressioni e commozioni del vicino; mentre il significato d’una

pittura o d’un poema è evidente e non dà luogo a dubbii o a confusione.

Il giudizio non è interamente esatto, perchè bisogna distinguere bene

l’espressione diretta dall’espressione per associazione. Le commozioni

direttamente significate dalla musica sono eguali per tutti i cento

uditori: l’eccitazione, la depressione, la trepidazione, lo slancio,

l’abbandono saranno comunicati a tutti identicamente per la virtù del

ritmò, con la forza o la flebilità dei suoni, e con nessun altro mezzo

potrebbero essere significate tanto mirabilmente; diverse saranno le

idee, i pensieri, i ricordi, i propositi, tutto ciò che nella mente dei

cento uditori si determina per associazione. L’espressione indiretta,

per associazione, si trova anche nelle altre arti. Il significato d’un

poema o d’una pittura non è tutto evidente e può dar luogo a qualche

dubbio quando lo spettatore o il lettore non si attiene alla cosa

direttamente rappresentata, ma rammenta e fantastica. Dinanzi alla

Venere di Milo cento spettatori avranno la stessa immagine d’una figura

di donna; ma un artista, un medico, uno scapestrato, una fanciulla

attribuiranno a questa figura significati molto diversi; perchè in

ciascuno di costoro si risveglieranno le idee, le aspirazioni, i

desiderii, le inquietudini, le memorie abituali. Dinanzi a un quadro

rappresentante una scena mitologica o storica tutti gli spettatori

vedranno le stesse figure raggruppate allo stesso modo e colorite

delle stesse tinte; ma il quadro non avrà significato per chi non

ha dimestichezza con la mitologia o con la storia. Le parole hanno

un valore molto preciso, tuttavia esso non è tanto preciso quanto

pare. Una proposizione è un pensiero; nondimeno, accanto e intorno ai

pensieri espressi con parole, altri ne sorgono che li modificano, li

piegano, li torcono. Il senso d’un poema e d’un romanzo, che dovrebbe

essere tanto chiaro, è suscettibile, come la critica dimostra da

secoli, di diverse interpretazioni.

Il Weber, in difesa della musica, adduce un argomento ingegnoso, che

potrebbe anche essere specioso. Quest’arte, dice, è accusata di non

saper significare un sentimento determinato: il dolore, per esempio;

essa può, tutt’al più, produrre una certa commozione dolorosa. Ma la

precisione che la musica non ottiene è forse ottenuta dalla poesia

o dalla pittura? La poesia non riesce ad esprimere il dolore, ma un

certo dolore; la pittura non può ritrarre l’albero, ma un certo albero.

Al ragionamento del Weber si oppone che la musica, significando ed

eccitando commozioni, non può raggiungere la determinatezza della

poesia e della pittura, perchè le commozioni non sono oggetti definiti

come quelli riprodotti da queste arti; e, chi ben guardi, l’argomento

dell’autore si può addirittura capovolgere; perchè, mentre la pittura

rappresenta volta per volta le infinite cose esistenti nel mondo

fisico, ciascuna delle quali è diversissima dall’altra, la musica

rappresenta le commozioni, ciascuna delle quali, nel suo genere, poco

e male si distingue dall’altra. Gli alberi sono di svariate forme

secondo la diversa specie della pianta, e in ciascuna specie ogni

singolo albero ha un aspetto suo proprio; il dolore, o per dir meglio

la commozione dolorosa ha poche varietà, e tutte le oppressioni, le

depressioni, gli accasciamenti e gli abbattimenti, quantunque dipendano

da cause molteplici, si manifestano identicamente. La poesia, la

parola, può significare le loro diversità; ma la più determinata poesia

dolorosa non produce in noi, sui nostri nervi, sulla nostra fibra

sensitiva, l’effetto di una marcia funebre o di una messa di requiem.

Viceversa, e quasi per legge di compenso, la commozione viscerale

prodotta dalle più diverse marcie funebri e messe di requiem è sempre

identica, e diversi possono essere soltanto i sentimenti e le idee che

esse svegliano per associazione.

Concludendo: in tutte le arti vi sono due specie d’espressione: la

diretta e immediata, e l’indiretta e mediata. La musica, come la

poesia, come la pittura, possiede tanto l’una quanto l’altra. Essa

significa molte cose indirettamente, e diciamo anche ambiguamente e

troppo confusamente. L’errore comune a molti critici consiste nel

fare maggior caso delle cose significate da lei indirettamente, per

associazione. È un errore simile a quello di chi giudicasse che

l’ombrello è un bastone troppo grosso e pesante. L’ombrello può servire

da bastone, ma è naturalmente adatto a riparare dalla pioggia. La

musica esprime male i sentimenti e malissimo le idee, ma essa soltanto

esprime gli stati dell’animo. Il Laprade l’ha paragonata alla pittura

di paesaggio, e l’Amiel ha detto che un paesaggio è uno stato d’animo;

ma l’espressione nel paesaggio è antropomorfica, non intrinseca; la

musica invece, tranne quando imita le voci della natura—cosa che non

fa troppo spesso—significa le commozioni direttamente: una sinfonia

è come un coro di voci, come una gran voce che eccita od opprime,

che piange o ride. Fuori del paesaggio, la pittura, come anche la

scultura, rappresenta tutto l’uomo; ma l’uomo muto, i cui stati

d’animo, le cui commozioni debbono essere da noi interpretate; ora

l’interpretazione non è espressione diretta. Tanto meno è espressione

immediata il simbolismo dell’architettura. Quindi una gerarchia delle

arti, conseguendo ciascuna di esse certe particolari espressioni, e

conseguendole con mezzi proprii, ciascuno dei quali è potentissimo

e inimitabile, non si può neppure stabilire considerando i mezzi

dell’espressione. Resta da considerare, come fa il Laprade, la qualità

delle cose espresse.

L'Arte · 第 30 / 47 题