I.

Contro la musica il Laprade adduce un argomento storico che, come tale,

merita di esser discusso prima di ogni altro. Egli dice che l’arte dei

suoni, lungamente trascurata nei primi tempi della civiltà, ha fatto

enormi progressi nell’êra moderna: essa è dissolvente appunto perchè

il suo sviluppo coincide con la corruzione generale. Ora, accordato

che la civiltà, dai primi tempi agli ultimi, non abbia fatto altro che

indietreggiare continuamente, basta sfogliare un qualunque manuale

di storia della musica per vedere come quest’arte non solo non fu

trascurata nell’antichità, ma godette del massimo credito. Secondo

gli antichi ebbe origine divina: gli Dei stessi la insegnarono agli

uomini. Fra gl’Indiani, riferisce il Bonaventura, l’invenzione dello

strumento chiamato _vinia_ fu attribuito alla Dea della parola «quasi

a significare l’unione ideale esistente tra la favella e la musica».

Questa unione non è tutta ideale, è anche reale; perchè le corde

vocali e le strumentali vibrano allo stesso modo, producono suoni

simili, e lo Spencer ha derivato da questa osservazione la sua teoria

dell’espressione musicale della quale ragioneremo fra poco. Notiamo

per ora che tra i Greci la musica non fu l’arte dei suoni soltanto, ma

si unì con la poesia e con la danza; presso quel popolo, come rammenta

lo stesso Bonaventura, era indecoroso non conoscer la musica, e le

quistioni ad essa relative erano quistioni di Stato.

Il Laprade fa alla musica un’altra accusa perchè i suoi cultori possono

essere e sono spesso ignoranti di ciò che non riguarda l’arte loro, e

perchè i più insigni musicisti, il Mozart e il Beethoven per esempio,

non possono menomamente paragonarsi, per la potenza intellettiva,

per l’estensione dello spirito, per l’universalità delle attitudini,

a un Leonardo o a un Michelangelo. Ma, senza parlare dei genii che

non sdegnarono occuparsi della musica insieme con altre cose più

gravi, come Pitagora, Sant’Agostino, Boezio, Marziano Capella, e

in tempi molto più vicini a noi, Salvator Rosa e il Rousseau e il

Goethe, si può concedere a Guido d’Arezzo qualche ingegno inventivo,

e Palestrina e Benedetto Marcello non pare che fossero piccole menti,

e ai nostri giorni un compositore ha dimostrato che si può essere

musicisti e filosofi e critici, e possedere tanta forza e originalità

d’ingegno da produrre una memorabile rivoluzione: non c’è bisogno di

nominare Riccardo Wagner. Il Laprade potrebbe obbiettare che questo

musicista non fu poi tanto originale quanto pare, se è vero che la

sua concezione estetica deriva dal concetto che ebbero della musica

i Greci, cioè dalla fusione dell’arte dei suoni con altre; ma, se è

vero che i Greci ebbero della musica un concetto tanto vasto, non

è più vero che quest’arte è l’ultima venuta, la cenerentola delle

sorelle: sarà soltanto da riconoscere che la tecnica musicale è stata

lenta nel progredire. E tutto il lavorìo filosofico dei pensatori

che precedettero il Wagner dimostra ancora che la musica non è niente

affatto incompatibile con le più serie manifestazioni del pensiero.

Edouard Rod ha messo in evidenza i rapporti dell’arte wagneriana con

l’estetica tedesca; ha notato come in Germania, dove la poetica precede

ordinariamente la poesia, e la critica precorre la creazione, la

riforma del Wagner già si annunziava negli scritti dei filosofi quando

l’autore della _Tetralogia_ non era ancor nato. Nella continuazione

del suo _Laocoonte_, Lessing diceva: «Sembra che la natura non abbia

soltanto destinato la Musica e la Poesia a procedere insieme, ma

piuttosto a fondersi in un’arte unica.... Vi fu certamente un tempo in

cui esse non formarono che una sola e medesima arte. Io non pretenderò

che la loro separazione non si sia operata in un modo naturale, ancor

meno biasimerò l’esercizio dell’una o dell’altra; ma mi rincresce

che questa separazione sia divenuta tanto assoluta che non si pensa

più a riunire le due arti, o che vi si pensi per ridurre una delle

due alla di parte ausiliaria subordinata all’altra, senza mirare ad

un effetto comune al quale entrambe contribuirebbero egualmente». E

l’Herder, nella sua _Conversazione sopra l’Alceste_: «Se il compositore

ordinario che mette orgogliosamente la poesia al servizio dell’arte

sua discendesse dalle superbe altezze, cercherebbe, in quella misura

almeno che è consentita dal gusto della nazione per la quale lavora,

di tradurre nella sua musica i sentimenti dei personaggi, l’azione

del dramma e il senso delle parole. Ma egli si restringe ad imitare i

predecessori oltrepassandoli secondo i suoi mezzi; e presto un altro lo

lascerà molto indietro, rovesciando la bottega delle opere di orpello

ed _innalzando un monumento lirico nel quale la poesia, la musica,

l’azione e la decorazione saranno combinate per ottenere un effetto

comune_».

Il Rod ha ragione di avvertire che sarebbe difficile preannunziare

_Parsifal_ con un linguaggio più chiaro; tanto più che queste non erano

idee isolate, ma sintomi della generale inquietudine degli artisti e

dei critici intenti ad emancipare il pensiero tedesco delle influenze

straniere. L’Hegel, fra gli altri, nel suo capitolo dell’_Estetica_

dove studia il rapporto dei mezzi d’espressione musicale col

soggetto espresso, dopo aver distinto la musica indipendente dalla

musica d’accompagnamento, dice che quest’ultima deve legarsi molto

strettamente al soggetto determinato. «Infatti il testo, dando per

sè stesso impressioni precise, toglie lo spirito da quello stato di

_rêverie_ al quale si lascia andare, senza esser turbato, nel corso

delle sue impressioni e dei suoi pensieri. Noi non abbiamo più tale

libertà di sentire e di gustare questa o quella parte in un pezzo di

musica, di essere commossi in questo o quel modo secondo le nostre

disposizioni personali. Tuttavia, alleandosi col testo, la musica non

deve ridursi in una condizione tanto subordinata che, per riprodurre

col loro carattere preciso le parole, essa debba perdere la libertà

dei proprii movimenti.... Da un altro canto, l’accompagnamento non

deve neppure, come è venuto in moda per opera della maggior parte dei

compositori italiani, emanciparsi interamente dal pensiero del testo,

scuoterlo come una catena e avvicinarsi così al carattere della musica

indipendente. L’arte consiste, al contrario, nel penetrare il senso

delle parole, delle situazioni o delle azioni espresse, e in seguito,

per mezzo di una ispirazione interiore, nel trovare un’espressione

piena d’anima e nello svilupparla musicalmente».

Questo concetto di un intimo accordo fra le due arti, musica e poesia,

è quello appunto del Wagner, il quale nella sua _Lettera a Federico

Villot_ già avvertiva, per biasimarli, lo sconfinamento e l’inversione

delle arti, e dichiarava di volersi attenere alle naturali analogie.

«Forte dell’autorità dei critici più eminenti», scriveva egli nel 1861,

«con l’esempio delle ricerche del Lessing sui limiti della pittura

e della poesia, io mi credetti in possesso d’un solido risultato,

cioè: che _ogni arte tende a una estensione indefinita della propria

potenza, che questa tendenza la porta finalmente al proprio confine,

e che questo confine non potrebbe essere oltrepassato senza cadere

nell’incomprensibile, nel bizzarro e nell’assurdo_. Arrivato a questo

punto, mi parve vedere chiaramente che ogni arte chiede, quando è ai

limiti della propria potenza, di dar mano all’arte vicina; e, rispetto

al mio ideale, trovai un vivo interesse nel seguire questa tendenza

in ogni arte particolare, e mi parve di poterla dimostrare con la

massima evidenza nei rapporti fra la poesia e la musica, segnatamente

considerando l’importanza straordinaria che ha preso la musica moderna».

La fusione, dunque, della musica e della poesia nel dramma lirico

avrà per effetto di modificare la natura delle due arti. La poesia,

arte concreta, cercherà di avvicinarsi all’astrazione finchè le sarà

possibile; e la musica, arte astratta, dovrà precisarsi compatibilmente

coi mezzi dei quali dispone. Abbiamo perciò da una parte i motivi-guida

(_leit-motiv_) che rappresentano, annunziano e accompagnano ciascun

personaggio; e dall’altra parte un libretto poetico liberato dalle

esigenze del dramma, puramente letterario, inteso a «spogliare le

azioni umane della loro forma convenzionale», per mostrare «la vita in

ciò che essa ha di essenzialmente umano, di eternamente comprensibile».

È ora facile scorgere la relazione che passa tra la riforma wagneriana

e la dottrina estetica dalla quale fu preceduta. La concezione tutta

hegeliana della sintesi delle arti, specialmente quella dell’intima

unione tra musica e poesia, che costituiscono insieme l’arte

_subbiettiva_, per opposizione all’arte _obbiettiva_ (rappresentata

dall’architettura, dalla scultura e dalla pittura) porta tanto il

filosofo quanto il compositore ad ammettere la supremazia della forma

teatrale—supremazia, si noti fra parentesi, legittima, perchè

dipendente dalla complessità di spettacoli ai quali più arti pongono

mano. Inoltre, l’idealismo trascendente del Wagner è una rivendicazione

dell’idealismo dell’Hegel; e tanto il filosofo quanto il compositore

studiano l’azione dell’arte drammatica sul pubblico per creare un’arte

nazionale. Finalmente, tanto per il filosofo quanto per il compositore,

il sentimento estetico si fonde da ultimo col sentimento religioso. «La

rappresentazione dell’Amore religioso» dice l’Hegel «è il soggetto più

favorevole delle belle creazioni dell’arte cristiana». E il mistico

Wagner del _Parsifal_ è condotto anch’egli a considerare l’espressione

più generale del bisogno metafisico dell’umanità, cioè la religione,

come la principale sorgente d’ispirazione artistica—tesi ch’egli

sviluppa in uno dei suoi ultimi opuscoli: _Religione ed arte_.

Diremo noi che una mente come questa, capace di concezioni simili,

sia angusta, povera, semplice? Tanto essa è grande, che la stessa

scienza, la quale cerca le ragioni del genio nella conformazione degli

organi, ha notato, se non misurato, la distanza che la separa dalle

menti dei semplici artisti, quantunque grandissimi. Dice infatti il

Gallerani, nella sua _Fisiologia del Genio_, che mentre lo sviluppo del

lobo parietale è molto maggiore nel genio artistico, si trova invece

nello scientifico un più grande sviluppo del lobo frontale: «il genio

scientifico presenterebbe quindi alcune condizioni anatomiche diverse

da quelle del genio artistico; Richard Wagner perciò si staccherebbe

da Bach e Beethoven in quanto presenterebbe uno sviluppo grande del

detto lobo frontale, oltre quello del parietale; Bach e Beethoven

avevano, secondo le successive ricerche di His e Flechsig, insieme ad

uno sviluppo considerevole delle regioni parieto-occipito-temporali e

delle medie cerebrali, uno sviluppo relativamente mediocre del lobo

frontale».

Si conclude da questa non breve dimostrazione che non è niente affatto

escluso, anzi è direttamente provato, che si può essere grandi

musicisti e grandi pensatori insieme. Se, d’ordinario, i compositori

di musica sono ignoranti di tutto ciò che non riguarda la loro arte,

altrettanto si può dire dei pittori, degli scultori, degli architetti,

degli attori: fanno eccezione soltanto quegli artisti che coltivano le

arti della parola, perchè la parola è pensiero.

L'Arte · 第 29 / 47 题