cantò il Tasso, e queste due arti si dànno veramente la mano; ma non
come intendono gli strumentisti. Col suono delle parole non si possono
rendere gli effetti degli strumenti; si possono imitare certi suoni
naturali; e dell’onomatopeia e dell’armonia imitativa non occorre
addurre gli esempii. La poesia pertanto può benissimo essere musicale,
ma dentro certi confini; perchè con i suoni musicali si rappresentano
certi suoni naturali e si esprimono i moti dell’animo, mentre con le
parole si possono e si debbono rappresentare tutti gli oggetti ed
esprimere tutte le idee.
È impossibile pertanto concludere, come vorrebbe il Cremonese, che
non si debba più chiamare arte la pittura o la scultura o la musica,
ma «lo spirito sintetico di tutte esse, vale a dire quell’accolta di
leggi comuni che regolano il loro esplicarsi e che formano, di per
sè, un tutto filosofico, concreto, rigoroso». Il tutto è filosofico;
ma, appunto perchè filosofico, non è concreto nè rigoroso. Quando noi
chiamiamo arte tanto la pittura quanto la musica, tanto la poesia
quanto l’architettura, riconosciamo implicitamente la loro filosofica
affinità. Esercitate tutte dall’uomo, esse rivelano egualmente i
caratteri della natura umana. Se è vero che lo stile è l’uomo, in
tutte le arti si deve trovare, e si trova infatti, e il Cremonese
opportunamente lo nota, uno stesso stile o maniera morale. Essere
tutte coscienti è carattere comune a tutte le sensazioni; in tutte le
arti c’è pertanto uno stile chiaro od oscuro. Il simbolismo, che il
Cremonese giudica mancanza di _linea_, è più propriamente mancanza di
chiarezza, di precisione: qualità morali, gradi della coscienza, non
della tecnica; perchè nel quadro più simbolico che sia possibile, gli
effetti prospettici della linea devono essere e sono rispettati. Tutte
le sensazioni hanno intensità diverse e diverse qualità affettive, così
in tutte le arti c’è uno stile intenso o tenue, vario od uniforme,
rigido o grazioso. Innegabilmente è altrettanto difficile riuscir bene
in un’arte come in un’altra; ma che, per essere artisti, bisogni essere
«completamente padroni di tutte le tecniche delle varie espressioni
d’arte» non si deve concedere. Dalla padronanza di più arti si può
certamente trarre molto giovamento; ma non si vede che sia necessario
al pittore conoscere la prosodia o al poeta il contrappunto, e
viceversa, se l’eccellenza può essere ed è raggiunta in un’arte da chi
ignora non solo le altre più lontane dalla sua, ma anche alcuni generi
della sua stessa arte. Grandi paesisti non sono soltanto mediocri
scultori, ma infimi ritrattisti; poeti o romanzieri eccellenti cadono
miseramente come autori drammatici.
Noi diremo dunque che l’arte è bensì una, ma che questa unità morale ed
astratta non implica l’identità reale e concreta delle varie arti.