A stabilire razionalmente le analogie fra le varie arti occorre prima
vedere le analogie fra le impressioni dei diversi sensi sui quali esse
agiscono. Queste analogie esistono innegabilmente. Quando noi chiamiamo
con uno stesso nome, col nome di senso, le varie facoltà del tatto,
del gusto, dell’odorato, dell’udito e della vista, già ammettiamo,
senza ancora saperlo, che qualche cosa di affine è tra loro, che
comune è il fondo o il sostrato sul quale risiedono, o il modo col
quale si esercitano. La teoria dell’espressione enunziata da Sully
Prudhomme ci ha mostrato che tutte le sensazioni sono coscienti, che
tutte sono complesse, che in tutte vi sono movimenti e diversi gradi
d’intensità e diverse qualità affettive. Alcuni pensano che i sensi
corrispondano più intimamente, che vi sia una sola cellula sensitiva
nella quale risieda l’unico e multiforme senso baudeleriano; ma questa
è affermazione ipotetica. L’audizione colorata della quale già tenemmo
parola non si può negare; ma se non dipende dalla suggestione o dalla
associazione delle idee, è con tutta probabilità un fenomeno morboso.
Le trasposizioni dei sensi sono proprie dell’isterismo, e patologiche
senz’altro. Nello stato di salute le sensazioni provenienti dai diversi
sensi hanno di comune soltanto i caratteri dianzi definiti; del resto
esse sono singolari e intraducibili. Dall’accettata comunanza di
caratteri deriva una innegabile analogia fra le arti; l’irriducibilità
dimostra come, tranne che nei casi morbosi, si burlino del pubblico
quegli artisti che pretendono eccitare sensazioni diverse da quelle
proprie alla loro arte.
Teofilo Gautier narrava le sue impressioni di audizione colorata solo
quando era in preda all’_hascisch_. Artisti la cui costituzione sia
isterica o in generale neuropatica sono sinceri nei loro tentativi
d’inversione artistica; e questa nostra età li gusta perchè le malattie
nervose e gli squilibrii cerebrali sono purtroppo molto frequenti.
Eccettuati i casi patologici, ogni arte ha il suo linguaggio e le
sue forme. Una stessa idea non si può, come vuole il Cremonese,
riprodurre variamente in un quadro, in una statua, in una strofe, in
una sinfonia, in un edifizio, in un romanzo; ma, al contrario, bisogna
riconoscere, col Sully Prudhomme, che inventare, in un’arte qualunque,
vuoi dire «pensare in quest’arte», e che vi sono idee pittoriche,
musicali, architettoniche «assolutamente irriducibili»; queste idee
sono i _motivi_, che non bisogna confondere con i soggetti. Uno stesso
soggetto può convenire a parecchie arti insieme; per esempio: una madre
che allatta il suo bambino è un soggetto per lo scultore ed il pittore;
ma finchè questo soggetto è sprovvisto d’ogni speciale forma sensibile
non è _motivo_ d’arte: diventa _motivo_ quando è pensato dallo scultore
o dal pittore. E bisogna anche soggiungere che non tutti i soggetti
convengono a più d’una arte: la madre che allatta il bambino non si
può rappresentare in musica nè in architettura. Pittura e scultura si
possono scambiare molte volte i soggetti perchè, fondate entrambe sul
senso della vista, imitano gli aspetti, le figure, le forme delle cose;
nessuna delle due può scambiare i soggetti con l’architettura, che
non imita cose esistenti. La musica può, in taluni casi, scambiare i
soggetti con la pittura: la vita nella foresta che il Wagner descrive
nel _Siegfried_, può essere descritta da un pittore; ma ciascuno dei
due artisti coglie nell’oggetto da rappresentare una sola serie di
sensazioni: il musicista le acustiche, il pittore le visive. Udendo
la sola esecuzione orchestrale del pezzo wagneriano noi possiamo, a
occhi chiusi od aperti, vedere il verde degli alberi; ma questa visione
non è eccitata in noi direttamente, sibbene per associazione. Nel
mondo sensibile quasi tutti gli oggetti parlano a più di un senso in
una volta: quando noi pensiamo alla rosa ci rammentiamo la forma e il
profumo di questo fiore: vedendola dipinta ci potrà parere di sentirne
l’olezzo, senza che nessun effluvio impressioni le papille olfattive.
E l’associazione delle idee, molto più che la comunanza dei caratteri,
spiega il valore di molte espressioni. Quando giudichiamo nero il
tradimento, facciamo così associando all’idea della perfidia quella
delle condizioni nelle quali essa ordisce le sue trame: le tenebre
della notte e dei luoghi chiusi.
L’analogia delle arti dipende dai caratteri comuni delle sensazioni.
Esse sono, in primo luogo, tutte coscienti; ma l’analogia dipendente
da questo carattere è molto larga e lontana. Esse sono poi tutte
combinabili, e questa è la ragione per la quale tutti i prodotti
delle arti sono da noi chiamati composizioni: noi parliamo di
composizioni architettoniche, come di musicali: un quadro e un poema
sono composizioni come un romanzo e un dramma. La composizione delle
sensazioni è espressiva dell’ordine, dell’armonia: in tutti i prodotti
di tutte le arti possiamo trovare queste qualità—o il loro difetto.
Il terzo carattere comune alle sensazioni è il movimento: quantunque
esso appartenga principalmente alle sensazioni della vista, dicemmo
già nel precedente capitolo come e perchè il ritmo musicale è anch’esso
un movimento espressivo. Quando i musicisti parlano di un _disegno
melodico_, l’analogia che essi stabiliscono non è arbitraria; perchè,
quantunque i punti di un disegno coesistano nello spazio, mentre
nella melodia le note sono emesse una dopo l’altra, tuttavia queste
note coesistono nella memoria, e la loro composizione nella memoria è
paragonabile alla composizione delle linee nel disegno. Ma se c’è un
disegno melodico, ciò non vuol dire che per via dei suoni si possano
rappresentare le forme delle cose.
Tutte le sensazioni sono suscettibili di diversi gradi d’intensità,
e questo è il quarto carattere che hanno in comune: ne deriva una
analogia che bisogna contenere dentro i limiti naturali. Come in ogni
suono si trovano tre cose diverse: l’intensità, l’altezza e il timbro,
così, dice Sully Prudhomme, nelle sensazioni visive il maggiore o
minor grado d’illuminazione corrisponderebbe all’intensità acustica,
la vivacità del colore all’altezza del suono e il colore al timbro.
Ma qui già si vede una confusione. Se il colore è l’equivalente
del timbro, le sfumature del colore dovrebbero corrispondere alle
sfumature del timbro; ora il timbro non è suscettibile di sfumature,
di gradazioni: è quello che è. E le sfumature del colore non sono, più
propriamente parlando, alterazioni? Il rosa e il vermiglio non sono due
colori diversi? Da un colore fondamentale all’altro vi sono gradazioni
infinite, tutte distintamente percettibili; da una nota all’altra vi
sono intervalli. E Sully Prudhomme, mentre dice che «la gamma continua
è la stessa per tutti i colori come la gamma discontinua è la stessa
per tutti i timbri», avverte anche che «non è esatto dire la _gamma dei
rossi_ o _dei verdi_, come non si può dire la _gamma dei timbri_».
In questa ed in peggiori confusioni si cade quando si spinge troppo
oltre il paragone di due arti diverse come la musica e la pittura,
perchè la loro analogia è più ideologica che reale.