II.

Al senso unico del Baudelaire corrisponderebbe l’arte unica. Uno studio

di Guido Cremonese intitolato La _solidarietà nell’arte_ tende appunto

ad affermare che tutte le arti hanno le stesse leggi, che l’arte è

una sola; quelle che noi chiamiamo arti «non sono che differenti

espressioni di uno stesso principio e di una stessa serie di leggi;

tecniche varie ossequenti ad un solo codice... L’arte è la legge,

l’_idea_, la figura psichica di ciò che si vuole descrivere, sia collo

scalpello che col verso od altrimenti; e lo scultore, il pittore, il

poeta, il musicista afferrano, concepiscono plasmano, maturano l’idea

in uno stesso modo e la traducono in fatto seguendo uno stesso cammino

psichico. Siccome, poi, ciascuno di essi ha l’abitudine di rendere il

pensiero sia col pennello che con lo strumento musicale od altrimenti,

ne deriva che l’estrinsecazione artistica ha aspetto diverso,

quantunque in sostanza sia identica; e ne deriva pure che l’arte è un

esercizio tecnico per mezzo del quale si può riprodurre variamente una

stessa idea, sia facendone un quadro, sia una statua, una strofa od

altro».

Il Cremonese afferma, per dimostrare il suo concetto, che la legge

comune a tutte le arti è quella della prospettiva. La prospettiva

comprende quattro effetti: di colorito, il quale consiste nello

sbiadirsi delle tinte secondo che gli oggetti si allontanano; di linea,

il quale consiste nel progressivo confondersi dei contorni degli

oggetti e dei loro particolari nella distanza; di proporzione, il quale

consiste nell’impiccolirsi degli oggetti; e finalmente di posizione, il

quale consiste nel mutarsi del rispettivo collocamento degli oggetti

secondo il punto di mira. Questi quattro effetti proprii della pittura

sono conseguibili, secondo l’autore, da tutte le altre arti.

In poesia vi sono effetti di colorito, perchè «il colore è un’idea».

Senza dubbio: io posso avere un’idea del color rosso sia vedendolo

direttamente, quando il pittore spalma questo colore sulla tela, sia

indirettamente, per suggestione, quando lo scrittore adopera la parola

_rosso_. Tuttavia l’intensità dell’idea è molto diversa nei due casi;

la parola _rosso_ non mi dà la sensazione presente di questo colore, ne

evoca soltanto il ricordo. Con le parole noi non possiamo avere idea

di colori che non abbiamo già visti, incapacità che esperimentiamo

tutti i giorni, quando la moda femminile adotta gradazioni di tinte

battezzate con nomi nuovi. Le parole sono anche incapaci di farci

vedere le cose, le forme delle cose che non conosciamo. Il paesaggio

pittorico avrà dunque il suo equivalente nella descrizione poetica;

ma la descrizione non sarà un paesaggio visto attualmente, sibbene

rammentato. La corrispondenza fra l’arte descrittiva e la pittorica

non è dunque perfetta: il poema e il romanzo non mi fanno vedere

direttamente le cose, me le rammentano soltanto, e non me le rammentano

se non le ho già viste; il quadro mi fa vedere le viste e le non viste.

Certi lavori letterarii sono detti _a forti tinte_; ma qui,

evidentemente, non si parla più del colore nè delle forme. «Il

componimento letterario,» dice il Cremonese, «a base di violenza,

di colpi di spada o di delitto, quello in cui lo scrittore si vale

di eccessi di idea per sostenere una tesi, corrisponde al quadro

dal colorito vivace». Questa analogia non si può ammettere. Al

romanzo _a forti tinte_ corrisponde il quadro che rappresenta azioni

straordinarie, spaventevoli, atroci; questo quadro può esser dipinto

a mezze tinte, con toni neutri; come quel romanzo può essere scritto

con uno stile grigio ed oscuro. L’analogia, fra i prodotti di diverse

arti, va cercata tra forma e forma, tra contenuto e contenuto; non

già tra la forma dell’una e il contenuto dell’altra. C’è anche una

intonazione morale, una «tinta intellettuale», secondo l’espressione

del Cremonese; e in questo senso le analogie si possono estendere

molto lontano; ma quanto più sono lontane, tanto meno sono probabili.

«È difficile cercare il colore nella parola», riconosce il Cremonese;

ma egli lo cerca nei suoni sillabici. «Si può dire che le consonanti

rappresentino varii tratti di linea cui le vocali coloriscono dando

loro un valore sonoro». Anche questa analogia è molto e troppo larga.

Consonanti e vocali sono indissolubilmente legate insieme; il disegno

può stare senza il colore. E dal fatto che le consonanti coloriscono

le parole, non si può dedurre che le coloriscano _come_ le tinte il

quadro. Il suono è vibrazione, ed anche il colore; e l’unica differenza

consisterebbe, secondo i fisici, nella maggiore o minore rapidità;

le vibrazioni da sedici a trentadue mila settecento sessantotto per

minuto secondo sono percettibili come suoni; quelle da quattrocento

trilioni a settecento cinquantasei trilioni per secondo, come colori.

Ma questa differenza, che è fisicamente di sola quantità, si traduce,

psichicamente, in differenza di qualità. Il suono è suono, e se

pure l’audizione colorata fosse un fenomeno costante ed universale,

bisognerebbe ancora che una stessa impressione acustica fosse vista con

uno stesso colore; la qual cosa non accade. E il colore, universalmente

e costantemente, non può essere rappresentato, coi suoni, se non per

suggestione, per rammemorazione.

Passando ad altri effetti prospettici, alla linea ed alla proporzione,

il Cremonese li trova anche nel romanzo. «In un buon romanzo il

protagonista dev’essere ben descritto, il suo carattere, delineato

perfettamente, deve apparire netto al lettore; mentre i personaggi

di secondo ordine vanno appena abbozzati, quelli di terzo devono

essere addirittura degli accenni, delle sfumature». Questa analogia è

innegabile; però gli effetti di proporzione, in pittura, sono soggetti

a leggi rigorose; fra la distanza dei piani e la grandezza degli

oggetti vi è una vera e propria proporzione matematica; nel romanzo o

nel poema la proporzione è più arbitraria, è quistione di gusto, non di

misura. Egualmente innegabile, ma non così rigorosa come il Cremonese

vuole che sia, è l’analogia fra il dramma e il quadro. Nel dramma

«le scene che variano a seconda della loro importanza, corrispondono

perfettamente ad un effetto di distanza nella prospettiva del quadro».

Questa e qualche altra simile corrispondenza si può affermare, ma non

credere perfetta. Lo stesso autore lo riconosce, perchè distingue due

forme di prospettiva, la fisica e la morale, avvertendo che quella

alla quale si adattano le leggi rigorose è la fisica, mentre l’altra

«è una semplice questione di logica»; e ancora perchè, notando che la

prospettiva è un fatto materiale, che nel quadro non si rende realmente

ma si rappresenta soltanto con l’artifizio delle linee, riconosce «che

tanto meno si renderà a perfezione la prospettiva con mezzi psichici»,

cioè con pensieri espressi per via di parole.

Della musica il Cremonese dice che è «indubitabilmente un’arte

descrittiva, come tutte le altre». Tuttavia soggiunge che le

descrizioni musicali «invece di toccare i sensi colpiscono il

sentimento». Più esatto sarebbe dire che la musica non descrive

tanto le cose sensibili quanto esprime gli oggetti morali, i moti

dell’anima. Anche in musica si può sotto un certo senso parlare di

linea: l’opera musicale deve conseguire quella che nel quadro si

chiama unità di disegno, senza di che si hanno lavori slegati. Una

analogia ingegnosamente osservata è quella fra i due nuovi processi,

fra le due nuove tecniche del wagnerismo e del divisionismo. Come nel

divisionismo, invece delle mezze tinte, si adoprano a tratteggi, a

puntini, i colori interi, dei quali a una certa distanza si vede la

sintesi; così nella orchestrazione wagneriana si coglie la somma delle

varie parti affidate ai singoli strumenti: «la parte melodica diviene

il contorno del disegno, la parte di accompagnamento diviene la linea

tratteggiata». Ma difficilmente si concepisce come il divisionismo

possa estendersi, «nel concetto e nella tecnica», a tutte le altre

arti, alla scultura, all’architettura, alla poesia, secondo predice il

Cremonese. E tra la musica e la pittura questa analogia di processo

non implica analogia dei risultati; perchè nè il divisionista può

rendere nel quadro gli effetti musicali, nè il musicista in orchestra i

pittorici.

L’impressionismo è una qualità, come ben nota l’autore, comune a varie

arti: dalla pittura è passato alla scultura, la quale tende, come

vedemmo col La Rosa, ad assumere il carattere di abbozzo o di macchia;

c’è anche un impressionismo in musica e in poesia: il Cremonese cita

opportunamente Orazio: «_Ut pictura poesis..._»; ma similitudine

non è identità, il paragone non è equazione. A parte il fenomeno

dell’audizione colorata, che il Cremonese non adduce a conforto

delle sue teorie, e che, se fosse universalmente e costantemente

apprezzato, dimostrerebbe senz’altro l’identità del suono e del

colore; a parte questo fenomeno, il linguaggio ordinario nota una

comunanza di carattere fra la pittura e la musica quando chiama certe

voci _bianche_, e quando riferisce l’intonazione ai colori; ma questa

comunanza di caratteri, colta «ideologicamente e inconsciamente», è

condannata a restare ideologica e a non uscire dall’inconscio. Il

Cremonese parla di «acquerelli musicali» e di «descrizioni ad olio»:

espressioni che, prese alla lettera, non hanno significato.

L'Arte · 第 25 / 47 题