I.

Teofilo Gautier, autore di una _Sinfonia in bianco maggiore_, afferma

nella prefazione ai _Fleurs du mal_ che lo stile di Tertulliano «ha il

nero splendore dell’ebano». Per il poeta, dice egli, le parole hanno,

oltre la significazione convenzionale che ad essi si attribuisce, uno

speciale valor proprio: «vi sono parole diamante, zaffiro, rubino,

smeraldo; ve ne sono altre che luccicano come fosforo quando sono

strofinate». Ed ancora egli dà lode al Baudelaire per aver saputo

esprimere l’inesprimibile: «quelle sfumature fugaci che stanno fra il

suono ed il colore e quei pensieri che somigliano a motivi di arabeschi

o a temi di frasi musicali». Lo stesso Baudelaire, del resto, disse che

l’anima sua libravasi tra i profumi come l’anima degli altri uomini si

libra tra le melodie. Gli effluvii odorosi non equivalevano per lui

solamente ai suoni, ma anche ai colori:

Il est des parfums frais comme des chairs d’enfants,

Doux comme les hautbois, verts comme les prairies.

Se il Baudelaire parla di profumi verdi, il nostro Carducci ha detto

verde il silenzio; in un verso di Gabriele d’Annunzio

Canta la nota verde d’un bel limone in fiore.

Da queste immagini letterarie alle invenzioni immaginarie di alcuni

moderni francesi c’è un gran passo. Luigi La Rosa, nel suo opuscolo

sulla _Inversione delle arti_, ne riferisce molte. L’«organo da

bocca» di Joris Karl Huysmans è una delle più famose. Quel romanziere

attribuisce al marchese des Esseintes l’invenzione di un organo

composto non già di canne dove l’aria vibri, ma di bariletti dai quali

i liquori sprizzano: corrispondendo il sapore del _curaçao_ al suono

del clarinetto, e il _kümmel_ a quello dell’oboe, e la menta al flauto,

e il _kirsch_ alla tromba, il matto protagonista si suona le sinfonie

sul palato. Costui è un personaggio inventato, il suo organo dei sapori

non esiste; persone vive sono invece quei poeti «strumentisti» a capo

dei quali sta Renato Ghil, trovatore delle equivalenze fra suoni

vocali e strumentali. Con le parole egli vuol dare «l’equivalente

immateriale e matematico» degli strumenti; nè si restringe a questa

sola corrispondenza, ma ne trova anche fra suoni e colori. Già Arturo

Rimbaud aveva definito nel suo celebre sonetto il colore delle vocali:

=A= noir, =E= bleu, =I= rouge, =U= vert, =O= jaune;

ora il Ghil, in un altro sonetto, assegna, oltre che il colore, anche

il valore orchestrale di ogni vocale:

=A=, claironne vainqueur en rouge flamboiement

=E=, soupir de la lyre, a la blancheur des ailes

Séraphiques. Et l’=I=, fifre léger, dentelles

De sons clairs, est bleu célestement

Mais l’archet pleure en =O= sa jaune mélodie,

Les sanglots étouffés de l’automne pâlie

Veuve du bel été, tandis que le soleil

De ses baisers saignant rougit encore les feuilles.

=U=, viole d’amour, à l’avril est pareille:

Vert comme le rameau de myrte que tu cueilles.

Paragonando le due serie di equivalenze, risulta che mentre gli autori

sono d’accordo nel veder gialla l’=O=, verde l’=U= e l’=E= bianca,

discordano riguardo alle altre vocali: l’=A= è rossa per l’uno e nera

per l’altro, l’=I= è rossa per il primo e azzurra per il secondo.

Con fondamenti così solidi, il Ghil ha scritto un intero trattato,

mescolando insieme poesia, musica e pittura.

Ma le analogie e le equivalenze delle sensazioni non sono scoperta

dei letterati modernissimi. Il Daubresse rammenta in una sua nota

sull’audizione colorata che Leonardo Hoffmann sin dal 1786 assegnò

questi rapporti fra i colori e i suoni degli strumenti: indaco il

violoncello, oltremare il violino, giallo il clarinetto, rosso vivo la

tromba, cremisi il flauto, rosa l’oboe, violetto lo zufolo. Più tardi

Gioacchino Raff diede equivalenze molto diverse: per lui il suono del

flauto non è cremisi, ma azzurro; l’oboe non rosa, ma giallo; lo zufolo

non violetto, ma grigio scuro; soltanto nel giudicare scarlatta la

tromba si avvicina al giudizio dell’Hoffmann. Per il compositore Ehlert

l’aria in _la_ maggiore dello Schubert è «d’un calore tutto soleggiato

e d’un verde tenero». Per il Nüssbaumer la nota _re_ è scura con righe

chiare, _fa_ castana, _mi_ cuoio cupo e azzurro di fioraliso, _la_

giallo camoscio, _sol_ giallo limone, e via discorrendo. Più numerose

testimonianze si trovano in un libro del dottor de Mendoza su questa

audizione colorata, alla quale corrisponderebbe il fenomeno reciproco

che il Daubresse chiama visione sonora. Qualcuno, per esempio, ha

affermato di udire un ronzio contemplando il cielo stellato, e di

provare una sensazione di silenzio al tramonto del sole. Altri

colorano anche i periodi storici e i giorni: la domenica sarebbe

bianca. Altri ancora colorano gli odori, le parole, le cifre, le figure

geometriche. Di qui gli sconfinamenti delle arti.

La naturale affinità tra la pittura e la scultura è evidente nel

bassorilievo; ma ai nostri giorni, nell’opera di alcuni scultori, si

vedono, secondo il La Rosa, «certi raggruppamenti, certe omissioni,

certi sottintesi che soltanto il pittore potrebbe permettersi;

certi desiderii di trasparenze che soltanto il pennello potrebbe

raggiungere». Meno evidenti sono i tentativi di inversione

nell’architettura, e soltanto lo Schelling potè dire, teoricamente,

che l’architettura è la musica dello spazio, e che contiene una parte

ritmica, una armonica e una melodica. «La distanza delle colonne nello

spazio corrisponde, per il filosofo, alla distanza ritmica dei toni nel

tempo; la proporzionalità dei rapporti spaziali alla proporzionalità

numerica delle vibrazioni sonore. La melodia architettonica risulta

poi dall’unione del ritmo con l’armonia. Un tempio sarebbe, secondo lo

Schelling, un concerto simultaneo di armonie nello spazio, una musica

sentita con l’occhio». Non si è tuttavia visto ancora un architetto

costruire un palazzo sinfonico o un padiglione ballabile: sebbene

un compositore siciliano «tentò indovinare le note musicali cui

corrisponde un capitello corinzio.....».

Per concludere, noi vediamo che questa inversione delle arti, tentata

praticamente o solo accademicamente e romanzescamente affermata,

dipende dalle analogie e dalle corrispondenze che vi sarebbero fra

le diverse impressioni dei sensi: i profumi e i sapori sarebbero

espressivi come i suoni, i suoni come i colori e le forme; pertanto

tutti i sensi ne formerebbero uno solo, come uno solo ne formavano per

il Baudelaire:

O métamorphose mystique

De tous mes sens fondus en un:

Son haleine fait la musique

Comme sa voix fait le parfum.

L'Arte · 第 24 / 47 题