In ciascuno di noi, nel campo della nostra coscienza, che cosa si
trova? Si trovano, da una parte, le impressioni lasciate dagli oggetti
esterni; dall’altra idee, voglie, passioni, stati d’animo. Ora, per lo
stesso fatto che le impressioni dei sensi e gli stati morali coesistono
nel nostro cervello, nel nostro _io_, si stabilisce fra loro qualche
rapporto. Come mai il caldo prodotto in me da una stufa, o il suono
proveniente da una campana possono avere qualche cosa di comune col
piacere eccitato da una lode o col dolore provocato da un’offesa? Tra
queste cose che sembrano e sono di diversa natura, un che di comune
nondimeno esiste, e ne dà prova lo stesso linguaggio che adoperiamo
per significarle: noi diciamo che si _sente_ il caldo della stufa e il
suono della campana, come si _sente_ il piacere e il dolore. _Tatto_ e
_gusto_ sono nomi di due sensi; ma, oltre che per designare due sensi,
noi adoperiamo questi nomi per designare due attitudini dello spirito:
si dice uomo _di tatto_ e uomo _di gusto_ non per indicare chi è
delicato di epidermide o di palato, ma di sentimenti nella vita morale.
_Pensare_, operazione della mente, e _pesare_, operazione dei muscoli,
sono la stessa parola lievemente modificata. Quasi tutti gli aggettivi
con i quali noi qualifichiamo gli oggetti morali, gli stati psichici,
sono tolti, in ogni lingua, dalla nomenclatura degli oggetti fisici,
e quindi dalle impressioni che questi producono; per esempio: tepido,
cocente, freddo, gelato, aggettivi proprii a designare le sensazioni di
temperatura, servono anche per le passioni del cuore; di una verità si
dice che è palpabile come un oggetto materiale, una pena è acuta come
una freccia, un tradimento è nero, l’innocenza è candida, uno stile è
grigio, e via dicendo. Ora appunto in questa comunanza di caratteri fra
le impressioni dei sensi e gli stati morali, consiste l’espressione: i
caratteri comuni alle due serie si chiamano espressivi.
Sully Prudhomme non avverte che questa comunanza di caratteri è
più ideologica che reale. I caratteri appartengono veramente alle
sensazioni, e sono poi attribuiti ai sentimenti. Tutti i dati ci
sono forniti dal mondo esterno, dalle impressioni che ne riceviamo.
La dolcezza e l’amarezza, la chiarezza e l’oscurità, il calore e
la freddezza, tutte le qualità di ogni specie sono proprie delle
sensazioni, contraddistinguono le impressioni fisiche; quando noi
parliamo della dolcezza della lode, o della chiarezza d’un’idea, o
del calore di una passione, ci serviamo di modi metaforici. Il fuoco
arde; noi facciamo l’ardore morale mediante un processo di astrazione.
I sentimenti hanno dunque gli stessi caratteri delle sensazioni
per astrazione e similitudine: l’intima loro natura ci è ignota.
La conseguenza è pertanto che le sensazioni sono espressive dei
sentimenti, non già questi di quelle.
Il cielo è ingombro di nubi; a un tratto si schiarisce e torna sereno.
Il suo mutamento somiglia all’intimo nostro mutamento, quando,
dissipate le inquietudini, la tranquillità torna a regnare dentro di
noi. Noi diciamo pertanto che la tranquillità morale ha gli stessi
caratteri della serenità fisica, e alla vista del cielo sereno ci
sentiamo disposti alla pace. Questo adattamento del morale al fisico,
questa trasmissione al morale delle qualità dei caratteri fisici
rivelatici dalle sensazioni, si chiama simpatia: la nostra serenità,
alla vista del cielo sereno, è eccitata simpaticamente. Simpatizzare, o
_simpatire_, significa _sentire insieme_; ma, quando noi siamo sereni
col cielo, non possiamo dire propriamente che sentiamo insieme col
cielo, perchè il cielo non sente. Mettiamoci invece dinanzi a un uomo
dolente: vediamo allora membra accasciate, lineamenti scomposti, occhi
socchiusi o stravolti, e udiamo una voce cupa o stridente. Queste
qualità delle sensazioni: accasciamento, scomposizione, stravolgimento,
cupezza, stridore, eccitano dentro di noi, per vera virtù simpatica,
uno stato d’animo eguale a quello dell’uomo dolente. In quest’ultimo
caso, e sempre che, come in quest’ultimo caso, l’espressione ci rivela
un interiore stato altrui, Sully Prudhomme chiama l’espressione
obbiettiva. Quando invece, come dinanzi al cielo sereno, una
sensazione, un’impressione del mondo esterno determina in noi uno
stato d’animo, senza che vi sia una vera vita nella cosa espressiva,
l’espressione è subbiettiva. Questa distinzione ha bisogno di essere
approfondita e schiarita.
Non vi può essere espressione, e perciò oggetto espressivo, se non
c’è impressione, e perciò oggetto impressionato. Ciascuno di noi è
un soggetto; tutta la natura circostante è piena di oggetti. Bisogna
dire, pertanto, che l’espressione, consistendo negli oggetti, è sempre
obbiettiva; e che l’impressione, appartenendo al soggetto, è sempre
subbiettiva. Ma quali e quanti sono gli oggetti circostanti a ciascuno
di noi? Sono infiniti di numero, e diversissimi di qualità: dagli
uomini nostri simili, agli animali, alle piante, alle cose inanimate.
Consideriamo un uomo: noi, soggetto, abbiamo in tal caso dinanzi un
oggetto che è a sua volta un altro soggetto. Allora l’espressione e
l’impressione corrispondono puntualmente e totalmente. L’oggetto,
essendo un uomo come noi, esprime cose che ci impressionano come se le
avessimo espresse noi stessi. Quando vediamo quest’uomo atteggiarsi
come noi ci atteggiamo, naturalmente gli attribuiamo le stesse passioni
e gli stessi sentimenti che determinano in noi atteggiamenti simili.
Se quest’uomo ride, diciamo che è allegro, se piange che è triste, se
minaccia che è irato; come noi siamo allegri, tristi e irati quando
ridiamo, piangiamo e minacciamo. L’espressione di quest’uomo, di
quest’oggetto che è un soggetto, è veramente obbiettiva.
Consideriamo ora un cavallo, un cane, un qualunque animale: possiamo
ancora dire che dentro di lui operano gli stessi nostri sentimenti e le
stesse nostre passioni? Che cosa sappiamo dell’intima sua natura? Essa
è simile alla nostra solo in parte. L’espressione di questi esseri è
meno chiara, è chiara soltanto per quel che c’è di comune fra la loro
natura e la nostra. Passiamo nel mondo delle piante: opera anche qui
la vita, ma una vita ancora più rudimentale, incosciente. Arriviamo
nel mondo degli oggetti inerti: vi sono ancora qui forze operanti,
ma forze cieche. Ora, se tutti questi oggetti hanno un’espressione
obbiettiva, l’espressione loro è sempre più ambigua, confusa ed oscura.
Che cosa esprimono? Non c’è veramente in essi una virtù rivelatrice,
una potenza di significazione, un’anima eloquente. Tuttavia noi vi
troviamo un senso, un’espressione: diciamo che un cielo è ridente,
che un paesaggio è triste, che il fiume è vorace, che la montagna
è inclemente, che il vento è rabbioso, che l’onda è perfida, che i
fiori amano: a tutta la natura, le intime essenze della quale ci sono
ignote, accordiamo un’anima simile alla nostra; non potendo saper
nulla di ciò che è il mondo esteriore, lo giudichiamo dall’interno
mondo delle nostre idee e delle nostre passioni. È quel fenomeno
dell’antropomorfismo che Sully Prudhomme mette in evidenza. Il nostro
proprio tipo si sostituisce all’ignota essenza delle cose, invade il
mondo, lo fa in certo modo uomo sotto un’infinità di forme diverse.
Da quest’opera dipende l’espressione di tutti gli oggetti esteriori
diversi da noi. L’espressione, dunque, non è tanto in essi, quanto è
da noi attribuita ad essi. Di questa attribuzione tutti gli uomini
sono capaci, ma non egualmente. Se tutti trovano un’espressione di
tristezza nel cielo velato, soltanto i poeti dicono che la rosa esala
l’anima sullo stelo illanguidito. Qui non c’è dunque vera espressione,
espressione dell’oggetto, obbiettiva; ma un’impressione nostra che,
per antropomorfismo, noi obbiettiviamo mutandola in espressione
attiva, cosciente, degli oggetti inerti. Tranne quindi il caso di un
oggetto il quale sia attivo, cosciente, e perciò soggetto a sua volta,
e oggetto solo relativamente a noi,—nel qual caso abbiamo una vera
espressione obbiettiva—la significazione di tutti gli altri oggetti è
opera nostra, è attribuzione operata da noi.
Se l’antropomorfismo non è vera espressione, ma attribuzione di
espressione, neanche è vera espressione quell’altro fenomeno di
associazione psichica, grazie al quale non solamente risorgono le
sensazioni e le idee passate—che sarebbe la reminiscenza pura e
semplice—ma sono colti i rapporti anche più lontani fra le passate
e le presenti. Per quest’opera della mente l’espressione è spesso
adulterata, sopraffatta ed invertita. L’alba radiosa è solitamente
espressiva della serenità, del sollievo e della gioia; ma se noi ne
vedemmo spuntare una mentre eravamo in preda a un dolore atroce, la
vista di nuove albe può risvegliarlo in noi. Non c’è vera espressione
se non quando c’è comunanza di carattere—o per meglio dire
similitudine—fra la sensazione e la cosa espressa, nè l’associazione
è espressione; tuttavia essa produce effetti espressivi che è talvolta
impossibile sceverare dai genuini. Il principio dell’associazione ha
così gran parte nel sistema di alcuni filosofi, che il Fechner, per
citarne uno, paragona l’espressione vera allo scheletro, all’ossatura,
e l’associazione alla carne che riveste e dà forma.