III.

E veniamo alla moralità dell’arte.

Il Martha nota innanzi tutto che dell’arte, come di ogni altra cosa, si

può abusare e si è abusato; e che, a parte l’abuso, una stessa opera

d’arte può essere morale ed immorale secondo le circostanze di tempo

e di luogo, secondo la condizione di chi l’apprezza: alle educande

non si può mettere in mano un romanzo d’amore; la statua di Venere

non si può collocare in un convento di frati, e via discorrendo. Nota

anche l’autore che, prima di affermare la subordinazione dell’arte

alla morale, sarebbe bene consultare la storia, la quale insegna che

la morale religiosa e filosofica non ha quasi mai voluto saperne

dell’arte e l’ha esclusa e bandita, a comminciare da Eraclito, secondo

il quale Omero doveva essere cacciato a schiaffi dalle scuole, e

venendo a Sant’Agostino, che dubitava dell’opportunità dei canti

armoniosi dentro le chiese. «Che ne sarebbe dell’arte, se fosse stata

sotto l’impero e l’influenza dei filosofi e dei dottori? Per buona

sorte essa è sfuggita loro di mano grazie alla sua alata natura».

Queste osservazioni sono giuste e ragionevoli. Più lodevoli ancora

sono le altre con le quali il Martha risponde al quesito: deve l’arte

mettersi al servizio della morale? L’arte morale è noiosa, dice egli,

e puerile; il piacere prodotto dall’opera d’arte finisce quando

comincia la lezione. «Volentieri, se cerco la morale, mi rivolgo ai

moralisti; quando voglio invece ricrearmi con una finzione ricorro ai

poeti. Siccome l’arte e la morale sono entrambe belle e buone cose,

si è pensato, con molto torto, che mettendole insieme si renderebbe

il piacere più intenso e salutare. Questo principio è un’eresia in

letteratura come in gastronomia».

Se non che il Martha deve temere che queste sue parole sembrino

troppo arrischiate; perchè, dopo aver rivendicato così l’indipendenza

dell’arte, si affretta a giustificarla, a difenderla da accuse che

nessuno le ha fatte, e che se fossero fatte realmente non meriterebbero

di essere ribattute; e allora egli cade in molte contraddizioni che

offuscano il suo pensiero. Osserva, per esempio, che certe opere

dove le passioni e i vizii sono rappresentati con evidenza seducente

non possono, come certuni asseriscono, diffondere il contagio di

quelle passioni e di quei vizii. «Noi crediamo il contrario. Lo

spettacolo delle altrui passioni ci rischiara sulle nostre proprie».

Ma, accennando a un celebre romanzo moderno dove è messa in terribile

evidenza la rovina prodotta dall’ubbriachezza, egli dice, al contrario,

che questo libro è moralmente detestabile; perchè l’autore, pur dando

buoni consigli, immerge e trattiene il nostro spirito nell’abbiezione.

Come concilieremo questa critica con la prima affermazione? L’artista

dovrà forse rappresentare il vizio non come è realmente, ma purificato,

nobilitato, diventato virtù? Ma allora sarà più vizio? Dove se ne andrà

la precisione? E il Martha non ammira gli antichi appunto perchè, se

mettevano in iscena un eroe, lo facevano eroicamente parlare e gli

attribuivano la stessa bellezza corporea, mentre davano al vizio e al

delitto espressione ed aspetto repugnanti? È vero che, ammirando così

gli antichi, per la stessa ragione egli detesta i moderni, i quali non

esitano a mettere un’anima bella in un corpo orribile, un linguaggio

dignitoso in bocca a servi, un linguaggio da servi in bocca a re: ma

ignora forse l’autore, o disconosce la varia e innumerabile ricchezza

e complessità delle figure umane? Se di regola la bellezza esteriore

rivela l’intima bontà, quante altre volte questa corrispondenza non

esiste e l’aspetto mentisce? Lo stesso proverbio dice che l’abito

non fa il monaco; e perchè mai la storia dell’arte registra nelle

sue pagine la memorabile rivoluzione contro i troppo ligi seguaci

dell’antichità, contro i classici, se non appunto perchè questo

classicismo aveva creato certi tipi fissi, certe relazioni immutabili,

certe fatalità invincibili, quando la diretta osservazione della vita

ammoniva che queste fatalità, queste relazioni, e questi tipi non

esistono; che esistono invece uomini varii d’aspetto e di sentimento,

passioni diverse di forza e di durata, rapporti imprevisti fra le

condizioni della vita e dell’animo?

Il Martha, dopo aver giudicato eresia il credere che la mescolanza di

due cose belle e buone, come sono l’arte e la morale, raddoppierebbe il

piacere dell’effetto totale, soggiunge un ragionamento tutto contrario.

«Siccome», dice, «l’arte si propone di piacere—nel senso più alto

della parola—così essa naturalmente accarezza in noi i sentimenti che

più ci sono cari, e rispetta ciò che è oggetto dei nostri rispetti... I

sentimenti onesti, per la sola ragione che sono tali, sono sembrati in

ogni tempo uno spettacolo attraente... Due mila anni addietro Socrate,

che fu artista prima di essere filosofo, parlando col celebre pittore

Parrasio, gli diceva che l’arte ha il diritto di rappresentare tutte

le passioni, buone o cattive; ma soggiungeva:—Che cosa piace più

vedere, a tuo giudizio: i sentimenti belli, onesti, amabili; o quelli

vili, cattivi, odiosi?—Per Giove!—rispose Parrasio,—c’è una bella

differenza!». E il Martha conclude che l’arte contemporanea, quando

dipinge le cose brutte, manca non già alla legge morale, ma alla sua

propria legge, «che è la perfezione del piacere». Come sarà possibile

mettere d’accordo questa proposizione colla precedente? Se l’arte che

dipinge la bontà e la virtù produce un piacere perfetto, non sarà

falso, anzi sarà verissimo che il piacere dell’arte e della morale si

sommano quando le due cose si uniscono!

Noi abbiamo già risolto la contraddizione quando abbiamo parlato della

bellezza nell’arte. Dicemmo che la bellezza intrinseca dell’oggetto

rappresentato non si può sommare con quella della rappresentazione,

perchè le due bellezze sono d’ordine diverso; parimenti è impossibile

la somma della bontà dell’argomento con la bontà della trattazione,

per essere le due bontà impareggiabili. Un’opera d’arte è tanto

egregia rappresentando convenientemente un’azione eroica, quanto

rappresentando un’azione perversa: il piacere eccitato dall’arte non

è quello che dipende dalla scelta dell’oggetto da rappresentare, ma

dal modo col quale l’oggetto preferito dall’artista—preferito per

una ragione che può non essere la nostra, anzi essere contraria alla

nostra—è rappresentato. Una giornata di sole ci piace, e ci dispiace

una giornata di pioggia e di nebbia; ma è certo che un pittore potrà

fare un brutto quadro che rappresenti la giornata bella, o un quadro

stupendo che rappresenti una giornataccia. E il disprezzo per quelle

rappresentazioni artistiche dove l’oggetto rappresentato non è bello,

buono, grande o nobile, si spiega con una illusione che l’opera d’arte

produce e che è in ragion diretta della potenza dell’arte. L’illusione

consiste nello scambiare la rappresentazione con la cosa rappresentata.

Così, per continuare l’esempio della giornata bella o brutta, se il

cattivo tempo è mirabilmente rappresentato nel quadro, se voi vi

sentite quasi sbattere il vento in faccia e l’umido appiccicarvisi

addosso, accuserete l’autore di avervi procurato queste incresciose

sensazioni e dichiarerete che il quadro suo, artisticamente stupendo, è

brutto quanto realmente brutto è l’oggetto che vi è dipinto. Al teatro,

dove la maggior parte del pubblico è poco colto e molto ingenuo, il

fenomeno è più evidente. In America, narrano, uno spettatore tirò un

colpo di pistola contro un artista che rappresentava la parte del

traditore. Nel nuovo mondo, si dirà, sono ancora mezzo selvaggi; ma

non erano selvaggi in Grecia, e in Grecia, ad Atene, un personaggio

di Euripide fu scacciato via dagli spettatori tumultuanti, per aver

declamato, come la sua parte richiedeva, uno squarcio dove si sosteneva

che il denaro dev’essere preferito ad ogni altra cosa. Ora il Martha,

dopo aver detto che l’Americano assassino era un troppo ingenuo e

selvaggio amico della virtù, chiama indiscreto il grande tragico greco.

Ecco un’indiscrezione della quale ogni artista andrebbe superbo!

Probabilmente il Martha, affermando che il piacere è maggiore quando

l’arte rappresenta le cose buone, ha voluto negare che il piacere

della moralità si sommi con quello dell’opera d’arte quando la moralità

consista non già nel soggetto dell’opera, ma nel commento e nella

lezione. Espressamente egli dice che la moralità della predica è,

nell’opera d’arte, inutile, falsa, noiosa: «noiosa, perchè ciascuno

ama fare da sè stesso le proprie riflessioni... Il poeta» aggiunge,

«deve guardarsi dal predicare, dal far la lezione esprimendo le proprie

opinioni...». Ma come si potranno accordare questi consigli con le

lagnanze perchè «nelle opere d’immaginazione gli autori si piccano di

mantenere il proprio sangue freddo, di non lasciarsi commuovere dagli

avvenimenti patetici da essi rappresentati? Tra il vizio e la virtù

essi restano neutrali, col pretesto che tanto l’una quanto l’altra sono

fatti umani...». Ancora una volta, dunque, il critico si contraddice

per non voler riconoscere che l’ufficio dell’artista consiste nel

rappresentare gli oggetti naturali, eccitando il piacere con l’evidenza

della rappresentazione. È inutile soggiungere quali tra cotesti oggetti

è buono e bello, quale brutto e cattivo; perchè, se la rappresentazione

è fedele, le qualità belle e brutte degli oggetti riprodotti saranno

naturalmente palesi, senza bisogno di spiegazioni e di commenti.

Già bisogna avvertire che, se mai, i commenti e le spiegazioni non

sarebbero possibili se non nelle arti della parola, nella poesia, nel

romanzo, nel dramma; giacchè nelle arti figurative non c’è da far

altro che raffigurare le cose; ma nelle stesse arti della parola,

dove l’artista può significare la sua opinione personale intorno alle

cose riprodotte, non solamente questo intervento è inutile, ma non è

neppure artistico. Io scrivo un romanzo dove rappresento un eroe e

un brigante: che bisogno ho di dire: «Guardate che bisogna ammirare

l’eroismo e guardarsi dal brigantaggio?». Se la mia rappresentazione è

abile e perspicua, il lettore proverà dinanzi all’eroe rappresentato

la stessa ammirazione che eccita l’eroe vero, e dinanzi al brigante

immaginato lo stesso ribrezzo che per i briganti di carne e d’ossa.

Quando io poi volessi ad ogni costo esprimere il mio giudizio, tutte

quelle pagine del mio romanzo dove lo esprimessi, formerebbero uno

squarcio filosofico più o meno profondo, ma non apparterrebbero

all’opera d’arte; perchè il romanzo non ha da far altro che riprodurre

la vita. E finalmente, per cogliere ancora una contraddizione nel

pensiero del Martha, non ha egli chiesto nelle opere dell’arte i

sottintesi e la discrezione; non ha chiesto anche che lo spettatore e

il lettore collaborino con l’artista? Ora, che prova di discrezione e

di fiducia nell’intelligenza del pubblico vi sarebbe se l’artista gli

desse l’imbeccata? Il Martha non ha detto anche che, se si vuol trarre

una lezione da una commedia, non se ne trova altra fuorchè quella

data dall’«osservazione della vita?». Non ha egli detto altresì che

«ogni avvenimento notevole, sia pure fittizio, moralizza se è vero?».

Osservando che il romanzo somiglia alla storia, che i romanzi come la

storia hanno le loro peripezie e il loro scioglimento fatale, non ha

egli detto che tutte le passioni ammaestrano quando sia osservata una

regola semplicissima: «basta dipingerle con giustezza perchè diano la

loro moralità?...».

L'Arte · 第 18 / 47 题