II.

Un’altra qualità che il Martha cerca nell’arte, e che non trova nelle

opere contemporanee è la discrezione: egli si duole perchè l’arte

ai nostri giorni non sembra avere altra cura se non di descrivere

la realtà con «la più minuta esattezza». Si potrebbe pertanto sin

da questo momento osservare una contraddizione nel pensiero del

critico. Questa minuta esattezza che ora lo scontenta, non è quella

precisione che aveva prima tanto raccomandata? Se non che, egli fa una

distinzione: approva il movimento romantico contro l’arte classica

che non osava nulla dipingere precisamente, che era come svanita

nell’inanità della perifrasi; ma condanna l’usurpazione commessa dagli

artisti quando hanno preteso che l’arte viva soltanto delle cose

reali. «Gli oggetti dipinti per sè stessi» dice il Martha, «quando

non svegliano in noi qualche idea, quando non suscitano sentimenti,

non possono trattenere nè lo spirito nè l’anima». Adattiamo cotesto

principio a un’arte: alla pittura: «È necessario che in un quadro

si trovi qualche cosa che interessi lo spirito, un pensiero, un

sentimento, un’intenzione, diciamo in una sola parola: un soggetto».

Ma che cosa bisogna intendere per soggetto? «Noi non intendiamo

necessariamente una scena storica o aneddotica, come se ne possono

leggere nei libri..... Tutto può diventar soggetto..... una scena

campestre, anche meno, un animale, un albero, un fiore.... Non c’è

niente di vile in mezzo a ciò che può assumere un’espressione, che può

rivelare il pensiero dell’artista.....». Se il Martha concede tanto,

difficilmente troverà qualcuno che sia discorde da lui. Nel vasto

mondo ogni oggetto potrà rappresentare o simboleggiare qualche cosa:

se l’immaginazione si sveglia, se le idee cominciano ad associarsi,

si può andare molto lontano. «Qualche volta un cielo, un mare, un

deserto bastano: lo spirito dello spettatore s’incarica di riempire

il quadro». Bisogna tuttavia notare che, avendo ogni spettatore uno

spirito suo proprio, poco o molto diverso da quello del vicino, il

quadro sarà colmato in tanti modi diversi quanti sono gli spettatori:

noi vediamo pertanto che i critici d’arte, quando si occupano di

scoprire gli intendimenti degli artisti, non sono quasi mai d’accordo

e invece di rischiarare gli spettatori, li confondono peggio. Ecco

un quadro rappresentante una foresta: un filosofo probabilmente vi

leggerà la dimostrazione del panteismo, un agricoltore la necessità

del rimboschimento, un medico l’elogio della vita all’aria libera;

l’artista, intanto, ha voluto semplicemente dipingere una foresta, e

ciò che importa, per l’arte, è che la sua foresta sia ben dipinta;

quando questo patto è stato osservato, ognuno potrà vedere nel quadro

tutte le intenzioni, tutte le idee, tutti i sentimenti che eccita la

vista della foresta vera.

Ma se un cielo, un mare o un deserto, per confessione dello stesso

Martha, bastano ad esprimere qualche cosa, come può egli distinguere

il quadro «che fa vedere soltanto ciò che espone alla vista», da quello

dove c’è qualche altra cosa? Qualche cosa «d’altro» si può trovare

e si trova, come egli ha riconosciuto, in tutti i quadri, qualunque

oggetto rappresentino. Un quadro dove si vedano «prospettive fuggenti

nelle quali il nostro spirito s’ingolfa ed ama errare, un viale sinuoso

del quale la nostra immaginazione compie il giro, stabilendovisi come

in una cara solitudine», è lodato su tutti gli altri dal Martha. Ora

questa sinuosità dei viali e questa evanescenza delle prospettive non

sono già inventate dall’artista; egli le copia dal vero; come nel

vero questo medesimo artista, oppure un altro, copia le prospettive

nitide e i viali diritti. In mezzo agli infiniti oggetti reali,

alcuni hanno certe qualità, altri hanno qualità diverse o contrarie:

sarà da imporre all’artista la scelta di certi oggetti e lo scarto

di altri? Un sole smagliante sopra un’aperta spiaggia ha la sua

espressione, un’espressione tutta diversa ma non meno importante di

quella che ha un bosco vaporoso al lume di luna: non vi sarà arte, arte

lodevole, se non nella scelta dei soggetti vaporosi, oscuri, confusi,

indeterminati? L’arte ha fatto tutto quello che può e che deve fare

quando ha rappresentato l’oggetto con i suoi caratteri, in modo che la

sua immagine racchiuda tutte quelle espressioni e susciti tutte quelle

impressioni che racchiude e suscita l’oggetto reale. Tutti gli oggetti

hanno un’espressione e producono un’impressione; e lo stesso Martha lo

riconosce quando accorda un valore espressivo a certi quadri di artisti

nordici dove molti, per non dire quasi tutti ammirano soltanto la

fedeltà materiale della pittura; nelle rappresentazioni, per esempio,

«di una camera deserta, con l’impiantito ben lavato, coi mobili

rilucenti, con gli utensili della cucina; il tutto rischiarato da un

raggio di sole penetrante dalla finestra dischiusa». Si può qui trovare

un’idea o un sentimento? E il Martha risponde che, per dubitarne,

bisogna «non comprendere la vera poesia del Nord». Ora al Nord, al

Sud, all’Est, all’Ovest, e in ogni angolo del vasto mondo, ogni cosa

racchiude qualche idea e suscita qualche sentimento, direttamente o per

associazione. Non s’intende pertanto come il Martha, per arrivare a

questa semplice e innegabile conclusione, cominci con un’affermazione

contraria e biasimi, per soprammercato «le descrizioni delle cose

materiali che non ci apprendono nulla perchè ci sono familiari».

Ma egli dà alla legge della discrezione un altro valore. Egli vuole

che l’artista non dica tutto ciò che ha da dire, ma che lo lasci

piuttosto supporre e intravedere grazie all’abilità dei sottintesi.

Egli loda moltissimo il caso di Timante, pittore greco, che nel quadro

del _Sacrifizio d’Ifigenia_, dopo avere esaurito le espressioni

del dolore sui volti di Calcante, di Ulisse, di Menelao, non osò o

non volle ritrarre il dolore paterno, e rappresentò Agamennone con

la testa coperta d’un velo. Tutti i critici antichi si accordarono

nell’ammirare questo espediente, che noi chiameremmo _trovata_; il

quale è veramente abile e—se arte è sinonimo di abilità—si può

anche soggiungere artistico. Ma l’effetto del velo sulla testa di

Agamennone, nel quadro, non è maggiore di quello o diverso da quello

che si avrebbe nella realtà; e noi approviamo che la figura del

padre sia con la testa velata, come approveremmo che la faccia fosse

nascosta tra le mani, perchè realmente la vista della figlia morta può

essere ed è insostenibile agli occhi paterni. Il merito dell’artista

consiste nell’aver fatto quest’osservazione. Tutte quelle che sembrano

invenzioni dell’artista non sono altro che osservazioni da lui fatte

nella realtà. Il Martha loda certi moderni quadri militari dove si

vedono i soldati non nel momento della pugna, ma poco prima, quando si

preparano a combattere. Ora, che l’imminenza della battaglia faccia

una grande impressione, che la fantasia immagini la sorte destinata ai

combattenti, che li antiveda morti o moribondi mentre sono ancora pieni

di vita, che li ammiri o li compianga, sono tutte cose innegabili:

ma non perciò si dovrà dire che la battaglia non significhi nulla, o

significhi meno. Sono due momenti della realtà, ciascuno dei quali ha

la sua particolare espressione. La più gran parte dei pittori militari

suole scegliere il momento della battaglia; il primo che ha dipinto i

preparativi, l’ansia che passa tra le file dei soldati all’udire il

primo colpo di cannone, ha fatto una _trovata_: ma egli non ha trovato

nulla che non sia nel vero.

Il Martha osserva che «nei drammi moderni, quando una donna si getta

al collo dell’amante gridando:—T’amo! T’amo!—noi abbiamo ben poco

da apprendere sul conto suo; ma quando Ermione nasconde per alterezza

l’amor suo e per alterezza ancora la sua collera, quando non sa ella

stessa se ama o non ama, quando la vediamo ondeggiare tra l’amore e

il furore, noi passiamo di meraviglia in meraviglia, e ogni verso, in

quella tempesta dell’incostanza, splende come una nuova luce sulla

natura umana». Ora qui c’è un equivoco veramente imperdonabile.

Ermione è indecisa, e sta pertanto benissimo che l’artista antico

abbia stupendamente riprodotto i suoi tentennamenti; l’artista moderno

avrà torto marcio facendo gettare dalla sua protagonista le braccia

al collo dell’amante, se questa protagonista è indecisa come Ermione;

ma l’indecisione non è, per fortuna, lo stato abituale del cuore

delle donne o degli uomini, ed essi tutti si decidono e compiono

risolutamente azioni e dicono fermamente parole che l’arte deve

riprodurre con la fermezza e la risolutezza loro, sotto pena di esser

falsa, cioè di non esser arte.

Nell’arte letteraria la metafora, dice il Martha, «è l’immagine di un

oggetto che fa pensare ad un altro; la favola, l’apologo, l’allegoria

sono modi indiretti d’interessarci ad una verità lasciando che noi

stessi la troviamo... Con l’allusione voi designate una cosa che

non volete mostrare; con l’ironia fate comprendere il contrario del

vostro pensiero, con l’iperbole dite di più per fare intender di

meno...». Il valore delle figure non ha bisogno di esser dimostrato;

il Martha sfonda una porta aperta quando dice che non già la retorica

le ha imposte; ma che, al contrario, l’uso universale si è imposto

alla retorica; nondimeno, se esse sono leggi dell’arte, l’arte non

consiste in esse. «Le donne, che posseggono un senso così naturale e

fine dell’arte, hanno, grazie al più semplice istinto, dal principio

del mondo, inventato la civetteria, che consiste precisamente nel dar

prezzo alla bellezza nascondendola». Ora la civetteria è artifizio,

non arte. «L’arte» dice ancora il Martha «ama i giri e i misteri».

Una certa arte, se mai. Arte è sinonimo di abilità, di destrezza e

più semplicemente di maniera; ma tutte queste cose, necessarie alla

creazione dell’opera d’arte, non sono sufficienti; la sola abilità non

basta, e l’arte ammanierata è la più detestabile fra tutte. Il pensiero

dell’autore «non è di presumere che l’opera artistica si componga

soltanto con ricette arbitrarie e piccole combinazioni enimmatiche»; ma

egli loda veramente troppo le trovate ingegnose, gli espedienti della

destrezza. E perchè mai sarà da condannare sempre ed assolutamente lo

stile violento? Moderazione, certo, non è debolezza; è talvolta segno

della vera forza; ma le espressioni compassate, i sentimenti infrenati

non sono invariabilmente da preferire, perchè non sono i soli veri.

C’è bensì talvolta un silenzio più eloquente che la stessa eloquenza:

ma la gente non tace sempre; grida anche ed urla. La discrezione, la

moderazione, i sottintesi, sono mezzi adatti a provocare la commozione

estetica; ma non è possibile farne i soli, e non è giusto farne i

migliori. Perifrasi e metafore hanno il loro valore; ma in certi casi

non giovano; e una nuda e cruda parola, dietro alla quale non sia alcun

mistero da scoprire, ma che stia al suo posto, ha la sua efficacia. C’è

una brutalità estetica che impressiona, soggioga e suscita commozioni

gagliarde; come ci può essere una delicatezza anti-estetica, che lascia

freddi e indifferenti. E quando la discrezione fosse usata fuor di

proposito, non violerebbe quella legge della precisione che il Martha

vuole pure rispettata?

L'Arte · 第 17 / 47 题