II.

Ma supponiamo che la bellezza negli oggetti sia rigorosamente

determinata o determinabile; che non abbiano ragione l’analisi e la

critica sottile, ma il grosso senso comune, secondo il quale vi sono

cose belle e cose brutte, sicuramente riconoscibili come tali. La

rappresentazione ne potrà essere, a sua volta, bella o brutta. Quindi

si potranno dare quattro casi:

1º: Oggetto brutto e brutta rappresentazione;

2º: Oggetto bello e bella rappresentazione;

3º: Oggetto bello e brutta rappresentazione;

4º: Oggetto brutto e bella rappresentazione.

Il primo caso non è da considerare. Quando un brutto oggetto è mal

rappresentato, quando un povero tema è stupidamente trattato, tutti

concordemente voltano le spalle. Parrebbe anche che tutti siano

d’accordo nell’affermare che la bellezza dell’oggetto e la bellezza

della rappresentazione producono insieme il massimo piacere e sono

quindi entrambe da conseguire. Ma l’accordo apparente cela un dissidio

profondo, ed è antica la lotta che si combatte fra i partigiani del

contenuto e quelli della tecnica, tra i fanatici dell’idea—secondo

l’espressione del Fechner—e i zelanti della forma. Tutta la storia

dell’arte dimostra questo conflitto. «Io preferisco le idee ai

colori», dichiarava il Diderot. Viceversa, quando Zeusi espose il

quadro che rappresentava la Centauressa allattante i suoi piccoli,

e vide il pubblico ammirare la novità della composizione e restare

indifferente all’eccellenza dell’esecuzione, disse al discepolo;

«Andiamo: ravvolgi quella tela, e riportiamola a casa...».

Per risolvere questo dissidio il meno arbitrariamente possibile,

rammentiamoci che l’arte non è la natura e che perciò la bellezza

artistica è diversa dalla naturale. Se noi chiamiamo bello un redivivo

Apollo, e bello altresì il ritratto di un mostro dipinto da un gran

pittore, ciò non implica che le due bellezze siano dello stesso ordine.

Ora, come insegna l’aritmetica, le cose eterogenee non si possono

sommare. Una penna e un’altra penna fanno due penne; una penna e un

calamaio non fanno due, o fanno due in un senso molto largo, perchè

sono entrambi oggetti adatti a scrivere. L’opera d’arte che rappresenta

stupendamente cose stupende, non ha una bellezza doppia, ma due

bellezze diverse. E, come opera d’arte, la bellezza essenziale, la

prima bellezza che bisogna chiederle è l’artistica.

Noi possiamo così risolvere i tre casi proposti dianzi. Se l’oggetto

naturale è bello, ma la sua rappresentazione è brutta, l’opera d’arte è

mancata, assolutamente. Se l’oggetto è brutto, ma la rappresentazione

è stupenda, l’opera d’arte è grandissima, tanto grande quanto quella

che meravigliosamente rappresenta un oggetto meraviglioso. La bellezza

dell’oggetto è una cosa a parte: può esserci, e può non esserci. Se

non c’è, non guasta; se c’è, produce un nuovo piacere, ma può guastare.

Infatti, come accadde a Zeusi, l’ammirazione può rivolgersi tutta

all’oggetto, trascurando le qualità della rappresentazione, la qual

cosa non è giusta. Ma questo pericolo sarebbe trascurabile dinanzi ad

un altro molto maggiore. Prima dello spettatore, lo stesso artista

può essere tanto impressionato dalla bellezza reale dell’oggetto, da

trascurarne la rappresentazione. Questo sembra un paradosso, ma non è.

L’attenzione, la pazienza, l’abilità, la sagacia, lo sforzo producono

il miracolo della creazione artistica: la facilità è in casi rarissimi

condizione dell’eccellenza; ordinariamente ne è la peggiore nemica. Ed

una eccessiva facilità, con la relativa trascuratezza, è il difetto che

si nota comunemente nella rappresentazione di oggetti troppo belli.

Questo difetto si può trovare, sebbene in grado diverso, in tutte le

arti. Il contrasto fra contenuto e tecnica, fra idea e forma, dipende

appunto, in tutte le arti, da questa tendenza a trascurare la tecnica

e la forma ogni qual volta si bada troppo al contenuto e all’idea.

Il pittore che s’inquieta delle qualità intrinseche dei soggetti

da dipingere, dovrebbe poi renderli stupendamente: accade invece,

d’ordinario, il contrario; e la cosa è tanto frequente che le due

attitudini da conciliare, e veramente conciliate dagli artisti sommi,

sembrano, come nota anche Sully Prudhomme, incompatibili. Un attore che

vuole rappresentare una bella parte, un personaggio nobile, un’azione

magnifica, si affida quasi sempre alle qualità intrinseche della

parte, e trascura quelle della rappresentazione. Nel caso contrario,

nella parte ingrata, _difficile_, l’eccellenza dell’esecuzione è

indispensabile. L’arte della recitazione si esercita intorno alle

riproduzioni artistiche del poeta e dell’autor comico; vedremo più

tardi quali rapporti passano in musica fra gli oggetti rappresentati

e la loro immagine artistica; qui avvertiamo che il compositore

unicamente o principalmente attento alla bellezza intrinseca dei

motivi, al piacere che essi procurano, è d’ordinario il meno capace

di trovare espressioni adeguate alle cose da esprimere. In un’altra

arte, nell’arte narrativa, nel romanzo, questo difetto è evidentissimo,

insieme con un altro, con un nuovo e non meno grande pericolo.

Abbiamo osservato, cominciando questi ragionamenti, che quando

consideriamo oggetti naturalmente stupendi, un paesaggio, un

avvenimento, una persona, diciamo che sembrano un quadro, un romanzo,

una statua. Ma, reciprocamente, chi di noi, vedendo un quadro o

una statua o leggendo un romanzo troppo belli, non ha esclamato:

«Invenzioni! Fantasie! Cose simili non si trovano e non accadono?».

Tra gl’innumerevoli oggetti del mondo fisico e gl’innumerevoli

fatti del mondo morale, alcuni sono ordinarii, frequenti, comuni;

altri straordinarii, rari, peregrini. Sia quale si voglia la loro

singolarità, noi non possiamo negar loro fede. La loro esistenza è

indiscutibile; ci è rivelata dalle testimonianze dei sensi: abbiamo

visto, abbiamo udito, abbiamo toccato: dunque crediamo. Io ho visto

una volta, in un pomeriggio d’autunno, il cielo di madreperla. Era

coperto da una nube sottilissima, ondulata, come fatta di piccole

scaglie: i raggi del sole occiduo si rifrangevano in ciascuna

d’esse, e ne risultavano tante iridi innumerevoli, accostate,

sovrapposte, come un madreporico banco. Ho chiesto a molte persone

se è loro accaduto di vedere uno spettacolo simile: ne ho avuto

risposte negative. Ora supponiamo che io fossi pittore, e che avessi

dipinto quel cielo: tutti coloro che non lo avessero visto realmente

avrebbero giudicato stravagante e incredibile la rappresentazione

mia. Visitiamo un’esposizione di pittura: ad ogni passo ci accadrà

di vedere colorazioni di cieli, di mari, di monti, e forme di cose,

e proporzioni di parti che giudichiamo false, perchè non le abbiamo

viste nel vero come l’artista; o perchè, avendole viste, non abbiamo

più il vero dinanzi per poter fare un paragone e comprovare la fedeltà

della rappresentazione. I colori e le forme sono tuttavia, quantunque

mutevoli, quasi immutabili rispetto alla infinita varietà dei fatti

morali; e nell’arte che li narra, nel romanzo e nella novella, la

difficoltà di accordar fede all’artista è maggiore e quasi continua.

Noi sappiamo che nella vita avvengono cose che i romanzieri di fantasia

più sbrigliata non possono neppure sognare; e nondimeno, quando

leggiamo un romanzo che si discosta dalla realtà più notoria, subito

neghiamo credito all’autore; perchè il romanzo dà l’immagine della

vita, non già i documenti.

Nell’arte narrativa noi vediamo andare insieme e reciprocamente

aggravarsi i due inconvenienti che derivano dall’annettere troppo

prezzo alle qualità del soggetto dell’opera artistica. Il romanzo

d’appendice, per voler essere troppo bello—o più propriamente,

sebbene con parola barbara, _interessante_—per voler essere bello o

interessante della bellezza e dell’interesse intrinseci dell’argomento,

è tutt’insieme brutto ed incredibile. Esso non è già falso. Leggete

i _Delitti impuniti_ del Macé: troverete una quantità di storie

verissime, autentiche, passate sotto gli occhi dell’autore quando era

capo del servizio di sicurezza pubblica, le quali offrirebbero temi

straordinarii ai narratori. Un giorno, per esempio, si trova una donna,

una certa Hache, distesa al suolo della sua camera, morta, orribilmente

mutilata, con la testa quasi staccata dal busto, il naso tagliato, le

dita monche. La gente è accorsa al racconto di una ragazza che era

in portineria: un individuo le chiese del signor Hache; sentito che

non si trovava in casa ma che c’era la moglie, lo sconosciuto salì;

pochi minuti dopo andò via rapidamente: sul mantello aveva del sangue.

Il marito della morta, rincasando, esclama: «Sciagurato!... L’ha

uccisa!...». Invitato a spiegarsi, nega di avere alluso a qualcuno,

d’aver concepito un sospetto. È imprigionato insieme col cognato e

con un altro parente: tutti e tre dimostrano la loro innocenza, ma

non dicono nulla che guidi la giustizia. Il furto non può essere

stato lo scopo del delitto: denari e cose di valore sono intatti;

sottosopra e macchiate di sangue sono invece le carte, le lettere che

si trovano in un cassettone: dal loro esame non si ha alcun lume per

la scoperta della verità. Si viene a sapere soltanto che l’anno prima

un tentativo di assassinio era stato commesso sulla stessa donna: un

vicino di casa aveva udito il rumore d’una lotta e poi queste parole:

«Mi vuoi uccidere?...». Accorso, egli aveva visto un giovane uscire

tranquillamente dalla casa della Hache ed ella stessa tranquillamente

richiudere l’uscio. E null’altro si sa, dopo oltre quarant’anni. I

romanzieri e i lettori che riderebbero delle secrete intervenzioni di

persone potenti nelle cose della giustizia, delle tenebrose influenze

che alle volte ne intralciano o arrestano il corso, leggano le

dichiarazioni del Macé, il quale è persuaso che la luce non si fece

perchè qualcuno non volle che si facesse; leggano anche l’episodio

di _Monbéguin_. Cinque anni dopo l’assassinio della Hache, una sera

portano al Macé un cavaliere d’industria del marciapiedi, chiamato

_Monbéguin_ nei bassi fondi dove vive ed opera. Il capo dell’ufficio,

letto il verbale dell’arresto che il Macé gli sottopone perchè lo

firmi, dice al dipendente: «Rimettete quel giovanotto in libertà», e

non gli restituisce il documento. _Monbéguin_, udendo che lo lasciano

libero, esclama: «Lo sapevo!». Chi è costui? Non si sa. Richiesto dal

Macé di dire la sua opinione sull’assassinio della Hache, risponde, in

gergo, che l’autore è un figlio naturale della vittima e di una persona

alto locata: il _lupetto_ ha ucciso la madre per rubarle i documenti

comprovanti la sua nascita e tentare un ricatto contro il padre.

È vero? È falso? Chi era il padre? Come sapeva _Monbéguin_ queste

cose?... Il mistero dura ancora, e lo scrittore che lo prendesse a tema

di un romanzo potrebbe vantarsi di narrar cose straordinarie; ma, quasi

inevitabilmente, egli si lascerebbe tanto sedurre dalla singolarità

dell’argomento, che ne trascurerebbe la rappresentazione artistica, e

così, mentre non farebbe neppure opera di storia, non avrebbe diritto

al credito che noi accordiamo alla narrazione dello storico, del

sociologo, del moralista.

L'Arte · 第 13 / 47 题